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Maurizio Ascari

quei paesi, ho visto diversi segni cui nessuno allora dava importanza. Il primo segnale, che è scattato diversi mesi prima, se non sbaglio a fine primavera dell’89, fu il “buco” alla frontiera fra Ungheria e Austria, dove i turisti tedeschi dell’Est scoprirono che potevano uscire e andare in Austria e da lì in Germania. Allora ci fu la corsa di una marea di cittadini dall’Est verso l’Ovest. Quando sentii la notizia alla radio rimasi assai emozionato. Quella stessa estate vidi un’altra piccola cosa che non è citata nell’introduzione, ma che mi ha colpito e che cito per dirti di quanto spesso le spinte creative siano apparentemente irrilevanti. Andando a Venezia, vidi a piazzale Roma un pullman sfasciatissimo, da anni Cinquanta, con targa polacca e con turisti polacchi che sbarcavano a Venezia. Fra questi turisti c’era una signora tutta vestita di nero, vestito liso ma di antica eleganza, dall’età apparente di settant’anni o giù di lì, e io ho immaginato tutta una storia su questa donna. Aveva probabilmente dovuto aspettare quarant’anni per poter tornare a Venezia, perché magari da giovane era stata a Venezia con qualcuno passando giorni indimenticabili, e appena aveva avuto la possibilità, con quei pochi soldi che aveva da parte, era partita per raggiungere un sogno conservato con cura. Ora, tutto ciò probabilmente è falso. Quella signora era lì per tutt’altre ragioni, forse per caso, però ogni tanto capitano piccoli avvenimenti che ti dicono: su questo evento storicamente fondamentale, sconvolgente, e che conta così tanto nella vita di tante persone, bisognerà pure che qualcuno scriva qualcosa. Ti confesso che all’inizio non volevo scrivere niente e aspettavo che qualcun altro lo facesse, perché sapevo che ci avrei messo anni e anni di lavoro. In più – come puoi bene immaginare – io conoscevo la situazione di quei paesi davvero come un viaggiatore occasionale e distratto e quindi mi sentivo in un certo senso come uno che non ha il diritto di raccontare delle cose perché non le conosce abbastanza a fondo, però nessuno scriveva niente (parlo sempre di fumetti, s’intende) e allora ho cominciato a farlo io. Questa è l’origine di Jonas Fink. Naturalmente con queste idee in testa il problema della documentazione è stato mica male, perché appunto io ne sapevo piuttosto poco. Diciamo che sono ancora convinto che per il mio lavoro serva di più una documentazione letteraria che storica, nel senso che mi sono nutrito abbastanza di quella parte di letteratura cecoslovacca e dell’Est che è arrivata da noi, anche se non tutta e soprattutto non con lo stesso peso. Ci sono a volte autori che pesano molto di più all’estero che non in patria e viceversa, e io sono inesorabilmente condizionato da una visione da straniero, però sono autori, come vedi, che vanno da Jan Neruda ai fratelli Langer, Václav Havel, Bohumil Hrabal. Poi naturalmente i grandi narratori che una critica iniziale aveva considerato poco cecoslovacchi, come Kafka e Rilke, che scrivono in tedesco, però se uno ci guarda bene Praga conta nella loro vita

Maurizio Ascari intervista Vittorio Giardino  

Vittorio Giardino è oggi uno dei più noti romanzieri a fumetti italiani, celebrato per il suo uso della “linea chiara”. Le sue numerose oper...

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