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Pessoa o del Portogallo. Tre testi pessoani sull’identità portoghese. by Vincenzo Russo

Non è un compito agevole quello di presentare i tre testi pessoani qui di seguito tradotti per la prima volta in italiano. Pur nella loro diversità e specificità ecdotica e editoriale (il primo datato e pubblicato in vita dall’autore, gli altri due non datati e pubblicati solo postumamente dagli studiosi che hanno restituito i frammenti in prosa di Pessoa), i testi di Il caso mentale portoghese, Ecolalia interiore e «Nulla vi è di meno latino che un portoghese» [titolo mutuato dalla prima riga del testo] appartengono a quel consistente corpus eterogeneo e disperso di appunti, abbozzi, articoli, capitoli di saggi in cui l’autore riflette in mille variazioni sul Portogallo come cultura e come identità. Oggetto di costante interrogazione, soprattutto a partire dal 1906 con il ritorno a Lisbona dopo il lungo soggiorno di nove anni a Durban in Sudafrica, il Portogallo assume per Pessoa la consistenza di una vera e propria ossessione di ricerca storica, culturale, sociale, politica. C’è sicuramente qualcosa di tracotante nel gesto pessoano di pensare, agli inizi del Novecento, un paese come il Portogallo che tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo inscena sul palco della Storia tutti i drammi identitari di una Modernità in ritardo e mai simbolicamente e fattualmente compiuta (imperialismo subalterno all’egemonia inglese, fine della monarchia, instaurazione di una repubblica filopositivista e resistenze conservatrici a essa). Nella contingenza della crisi, il pensiero sul Portogallo – mai sistematico, sempre eterodosso e sempre refrattario a ogni classificazione disciplinare – di Fernando Pessoa è difficilmente spiegabile con la sola reviviscenza del sentimento patriottico dell’autore, insito se non altro in quella volontà di recupero linguistico del portoghese come veicolo di letterarietà a discapito, ma non troppo, dell’inglese coloniale ed elisabettiano della sua formazione. In un contesto profondamente stratificato e composito che solo per una estrema semplificazione possiamo rappresentare come diviso tra spinte rinnovatrici e modernizzatrici da un lato e forze conservatrici e tradizionaliste dall’altro, la personale e eccentrica riconfigurazione pessoana del Portogallo si alimenta e al contempo si distanzia da tutte quelle costellazioni del pensiero nazionalista


(modernista, spiritualista, provvidenzialista, etc.) che contrassegnano l’interpretazione della nazione nei primi trent’anni del Novecento. In breve, ciò che questi testi lasciano intravedere come in filigrana è un certo funzionamento della macchina testuale pessoana che anche quando si piega in prosa alle speculazioni socio-culturali e/o storico-politiche sul Portogallo accetta la provocatoria eterodossia dello scrittore che ha sempre preteso di essere da solo un’intera e plurale letteratura. Al crocevia fra la storia delle mentalità e delle idee, la sociologia culturale e il mero appunto cronachistico i tre testi pessoani ridicono - di certo parzialmente – lo sforzo critico e progettuale che accompagnò lo scrittore per tutta la vita sin da quando in una pagina in inglese del diario scritta nel 1908 dichiarava il proprio «intense desire of bettering the condition of Portugal».1

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Fernando Pessoa, Escritos Autobiográficos, automáticos e de reflexão pessoal, edição e pósfacio de R. Zenith, Assírio & Alvim, Lisboa, 2003, p. 86.


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O Caso Mental Português (1932)2

Se fosse preciso usar de uma só palavra para com ela definir o estado presente da mentalidade portuguesa, a palavra seria «provincianismo». Como todas as definições simples esta, que é muito simples, precisa, depois de feita, de uma explicação complexa. Darei essa explicação em dois tempos: direi, primeiro, a que se aplica, isto é, o que deveras se entende por mentalidade de qualquer país, e portanto de Portugal; direi, depois, em que modo se aplica a essa mentalidade. Por mentalidade de qualquer país entende-se, sem dúvida, a mentalidade das três camadas, organicamente distintas, que constituem a sua vida mental — a camada baixa, a que é uso chamar povo; a camada média, a que não é uso chamar nada, excepto, neste caso por engano, burguesia; e a camada alta, que vulgarmente se designa por escol, ou, traduzindo para estrangeiro, para melhor compreensão, por elite. O que caracteriza a primeira camada mental é, aqui e em toda a parte, a incapacidade de reflectir. O povo, saiba ou não saiba ler, é incapaz de criticar o que lê ou lhe dizem. As suas ideias não são actos críticos, mas actos de fé ou de descrença, o que não implica, aliás, que sejam sempre erradas. Por natureza, forma o povo um bloco, onde não há mentalmente indivíduos; e o pensamento é individual. O que caracteriza a segunda camada que não é a burguesia, é a capacidade de reflectir, porém sem ideias próprias; de criticar, porém com ideias de outrem. Na classe média mental, o indivíduo, que mentalmente já existe, sabe já escolher — por ideias e não por instinto — entre duas ideias ou doutrinas que lhe apresentem; não sabe, porém, contrapor a ambas uma terceira, que seja própria. Quando, aqui e ali, neste ou naquele, fica uma opinião média entre duas doutrinas, isso não representa um cuidado crítico, mas uma hesitação mental. O que caracteriza a terceira camada, o escol, é, como é de ver por contraste com as outras duas, a capacidade de criticar com ideias próprias. Importa, porém, notar que essas ideias próprias podem não ser fundamentais. O indivíduo do escol pode, por exemplo, aceitar inteiramente uma doutrina alheia; 2

Questo testo esce sul primo numero della rivista “Fama” di Lisbona nel Novembre del 1932, ora in Fernando Pessoa, Textos de Crítica e de Intervenção , Lisboa, Ática, 1980.


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Il caso mentale portoghese

Se fosse necessario utilizzare una sola parola per definire lo stato attuale della mentalità portoghese, la parola sarebbe «provincialismo». Come tutte le definizioni semplici, questa che è molto semplice, necessita, una volta scelta, di una spiegazione complessa. Darò questa spiegazione in due tempi: dirò, prima, a cosa si applica, cioè, cosa si intende davvero per mentalità di un paese, e quindi del Portogallo; dirò, in seguito, in che modo si applica a questa mentalità. Per mentalità di un paese si intende, senza dubbio, la mentalità delle tre classi, organicamente distinte, che ne costituiscono la vita mentale: la classe bassa, che si è soliti chiamare popolo; la classe media, che si è soliti chiamare con nessun altro nome se non quello errato di borghesia; e la classe alta che generalmente si designa con il termine di minoranza scelta o, traducendo in lingua straniera per una miglior comprensione, di élite. Ciò che caratterizza la prima classe mentale è, qui come ovunque, l’incapacità alla riflessione. Il popolo, sappia leggere oppure no, è incapace di criticare ciò che legge o ciò che gli dicono. Le sue idee non sono atti critici, ma atti di fede o di sfiducia, cosa del resto che non implica che siano sempre idee sbagliate. Per sua natura, il popolo forma un blocco, in cui non esistono da un punto di vista mentale gli individui. Il pensiero è infatti individuale. Ciò che caratterizza la seconda classe, che non è appunto la borghesia, è la capacità di riflessione, pur senza possedere idee proprie; la sua capacità di criticare, pur attraverso le idee di altri. Nella classe media mentale, l’individuo che mentalmente già esiste, sa anche scegliere – attraverso le idee, e non per istinto – tra due idee o dottrine che gli si presentano; non sa però contrapporre a entrambe una terza idea che sia propria. Quando, qui e lì, in uno o l’altro caso, appare un’opinione intermedia tra due dottrine, ciò non rappresenta una preoccupazione critica, quanto piuttosto una esitazione mentale. Ciò che caratterizza la terza classe, l’élite, è – come si vede anche per contrasto con le altre due – la capacità di criticare con idee proprie. Bisogna, tuttavia, notare che tali idee possono anche non essere fondamentali. L’individuo dell’élite può, ad esempio, accettare interamente una dottrina estranea;


aceita-a, porém, criticamente, e, quando a defende, defende-a com argumentos seus — os que o levaram a aceitá-la e não, como fará o mental da classe média, com os argumentos originais dos criadores ou expositores dessas doutrinas. Esta divisão em camadas mentais, embora coincida em parte com a divisão em camadas sociais — económicas ou outras — não se ajusta exactamente a essa. Muita gente das aristocracias de história e de dinheiro pertence mentalmente ao povo. Bastantes operários, sobretudo das cidades, pertencem à classe média mental. Um homem de génio ou de talento, ainda que nascido de camponeses, pertence de nascença ao escol. Quando, portanto, digo que a palavra «provincianismo» define, sem outra que a condicione, o estado mental presente do povo português, digo que essa palavra «provincianismo», que mais adiante definirei, define a mentalidade do povo português em todas as três camadas que a compõem. Como, porém, a primeira e a segunda camadas mentais não podem por natureza ser superiores ao escol, basta que eu prove o provincianismo do nosso escol presente, para que fique provado o provincianismo mental da generalidade da nação. Os homens, desde que entre eles se levantou a ilusão ou realidade chamada civilização, passaram a viver, em relação a ela, de uma de três maneiras, que definirei por símbolos, dizendo que vivem ou como os campónios, ou como provincianos, ou como citadinos. Não se esqueça que trato de estados mentais e não geográficos, e que portanto o campónio ou o provinciano pode ter vivido sempre em cidade, e o citadino sempre no que lhe é natural desterro. Ora a civilização consiste simplesmente na substituição do artificial ao natural no uso e correnteza da vida. Tudo quanto constitui a civilização, por mais natural que nos hoje pareça, são artifícios o transporte sobre rodas, o discurso disposto em verso escrito, renegam a naturalidade original dos pés e da prosa falada. A artificialidade, porém, é de dois tipos. Há aquela, acumulada através das eras, e que, tendo-a já encontrado quando nascemos, achamos natural; e há aquela que todos os dias se vai acrescentando à primeira. A esta segunda é uso chamar «progresso» e dizer que é «moderno» o que vem dela. Ora o campónio, o provinciano e o citadino diferençam-se entre si pelas suas diferentes reacções a esta segunda artificialidade.


l’accetta però, criticamente, e quando la difende, la difende con i suoi argomenti – gli stessi che l’hanno portato a accettarla – e non, come farebbe una mente della classe media, con gli argomenti originali dei creatori o divulgatori di questa dottrina. Una tale divisione in classi mentali, sebbene coincida in parte con la divisione in classi sociali – economiche o altre –, non vi si sovrappone esattamente. Molta gente dell’aristocrazia, per tradizione o per ricchezza, appartiene mentalmente al popolo. Vari operai, soprattutto delle città, appartengono alla classe media mentale. Un uomo di genio o di talento, anche se nato da contadini, appartiene per nascita all’élite. Quando, dunque, dico che la parola «provincialismo» definisce, senza che un’altra la condizioni, lo stato mentale attuale del popolo portoghese, dico che questa parola «provincialismo», che più avanti definirò, definisce la mentalità del popolo portoghese in tutte e tre le classi che lo compongono. Tuttavia, poiché la prima e la seconda classe mentale non possono per natura essere superiori all’élite, basterà che io provi il provincialismo della nostra attuale élite per dimostrare il provincialismo mentale della nazione in generale. Gli uomini, quando fra di essi apparve l’illusione o la realtà che chiamiamo civiltà, hanno iniziato a vivere in rapporto con la civiltà stessa, in uno dei tre modi che definirò attraverso simboli, dicendo appunto che vivono come contadini, provinciali o come cittadini. Non si dimentichi che mi occupo di stadi mentali e non geografici, e che quindi il contadino o il provinciale può aver vissuto sempre in città, e il cittadino sempre dove si trova naturalmente in esilio. Dunque, la civiltà consiste semplicemente nella sostituzione di quanto è naturale nell’uso e nella pratica della vita con quanto è artificiale. Tutto ciò che costituisce la civiltà, per quanto naturale possa oggi sembrare, sono solo artifici: il trasporto su ruota, il discorso disposto in versi scritti, rinnegano la naturalità originale dei piedi e della prosa parlata. L’artificialità però è di due tipi. Vi è quella, accumulata attraverso le ere, e che, avendola già trovata al momento della nascita, riteniamo naturale; e vi è quella che tutti i giorni si aggiunge alla prima. A questa seconda si è soliti dare il nome di «progresso», e dire che è «moderno» ciò che da esso deriva. Difatti, il contadino, il provinciale e il cittadino si differenziano fra di essi per le loro differenti reazioni a questa seconda artificialità.


O que chamei campónio sente violentamente a artificialidade do progresso; por isso se sente mal nele e com ele, e intimamente o detesta. Até das conveniências e das comodidades do progresso se serve constrangido, a ponto de, por vezes, e em desproveito próprio, se esquivar a servir-se delas. É o homem dos «bons tempos», entendendo-se por isso os da sua mocidade, se é já idoso, ou os da mocidade dos bisavós, se é simplesmente párvuo. No pólo oposto, o citadino não sente a artificialidade do progresso. Para ele é como se fosse natural. Serve-se do que é dele, portanto, sem constrangimento nem apreço. Por isso o não ama nem desama: é-lhe indiferente. Viveu sempre (física ou mentalmente) em grandes cidades; viu nascer, mudar e passar (real ou idealmente) as modas e a novidade das invenções; são pois para ele aspectos correntes, e por isso incolores, de uma coisa continuamente já sabida, como as pessoas com quem convivemos, ainda que de dia para dia sejam realmente diversas, são todavia para nós idealmente sempre as mesmas. Situado mentalmente entre os dois, o provinciano sente, sim, a artificialidade do progresso, mas por isso mesmo o ama. Para o seu espírito desperto, mas incompletamente desperto, o artificial novo, que é o progresso, é atraente como novidade, mas ainda sentido como artificial. E, porque é sentido simultaneamente como artificial é sentido como atraente, e é por artificial que é amado. O amor às grandes cidades, às novas modas, às «últimas novidades», é o característico distintivo do provinciano. Se de aqui se concluir que a grande maioria da humanidade civilizada é composta de provincianos, ter-se-á concluído bem, porque assim é. Nas nações deveras civilizadas, o escol escapa, porém, em grande parte, e por sua mesma natureza, ao provincianismo. A tragédia mental de Portugal presente é que, como veremos, o nosso escol é estruturalmente provinciano. Não se estabeleça, pois seria erro, analogia, por justaposição, entre as duas classificações, que se fizeram, de camadas e tipos mentais. A primeira, de sociologia estática, define estados mentais em si mesmos; a segunda, de sociologia dinâmica, define estados de adaptação mental ao ambiente. Há gente do povo mental que é citadina em suas relações com a civilização. Há gente do escol, e do melhor escol — homens de génio e de talento — , que é campónio nessas relações. Pelas características indicadas como as do provinciano, imediatamente se verifica que a mentalidade dele tem uma semelhança perfeita com a da criança. A reacção do provinciano, às suas


Quello che ho chiamato contadino sente violentemente l’artificialità del progresso: per questo si sente male in esso e con esso, e intimamente lo detesta. Perfino dei benefici e delle comodità del progresso si serve con un senso di angoscia, tanto che, a volte, anche a proprio svantaggio, evita di servirsene. È l’uomo del «buon tempo antico», ovvero di quel tempo che è la sua infanzia se è anziano, o dell’infanzia dei suo bisnonni se è solamente giovane. Al polo opposto, il cittadino non sente l’artificialità del progresso. Per lui è come se fosse naturale. Si serve del progresso, quindi, senza soggezione né ammirazione. Perciò non lo ama né lo detesta: gli è indifferente. Ha sempre vissuto (fisicamente o mentalmente) in grandi città; ha visto nascere, cambiare e passare (realmente o idealmente) le mode e la novità delle invenzioni; sono per lui aspetti correnti e perciò incolori, di qualcosa di già noto, come quelle persone con cui conviviamo che, pur essendo di giorno in giorno realmente diverse, sono per noi idealmente sempre le stesse. Situato mentalmente fra questi due poli, il provinciale sente sì l’artificialità del progresso, ma proprio per questo lo ama. Per il suo spirito vigile, ma incompletamente vigile, la novità artificiale che è il progresso è attraente come novità, ma ancora sentita come artificiale. E poiché è sentito simultaneamente come artificiale e attraente, l’artificiale è sentito come attraente ed in quanto artificiale è amato. L’amore per le grandi città, le nuove mode, le «ultime novità», è la caratteristica distintiva del provinciale. Se da ciò si concluderà che la grande maggioranza dell’umanità civilizzata è composta da provinciali, si sarà giunti a una buona conclusione, perché è così. Nelle nazioni davvero civilizzate, l’élite sfugge, però, in gran parte, e per sua natura, al provincialismo. La tragedia mentale del Portogallo attuale è che, come vedremo, la nostra élite è provinciale. Non si stabilisca tuttavia – sarebbe un errore – una analogia, per giustapposizione, tra le due classificazioni, che si sono fatte, di classe e tipi mentali. La prima, di sociologia statica, definisce stati mentali in sé e per sé; la seconda, di sociologia dinamica, definisce stati di adattamento mentale all’ambiente. Vi è gente del popolo mentale che è cittadina nei suoi rapporti con la civiltà. Vi è gente dell’élite, e della miglior élite, - uomini di genio e di talento - , che è contadina in questi stessi rapporti. Dalle caratteristiche indicate come proprie del provinciale, si deduce immediatamente che la sua mentalità è perfettamente uguale a quella di un bambino. La reazione del provinciale dinnanzi alle


artificialidades, que são as novidades sociais, é igual à da criança às suas artificialidades, que são os brinquedos. Ambos as amam espontaneamente, e porque são artificiais. Ora o que distingue a mentalidade da criança é, na inteligência, o espírito de imitação; na emoção, a vivacidade pobre; na vontade, a impulsividade incoordenada. São estes, portanto, os característicos que iremos achar no provinciano; fruto, na criança, da falta de desenvolvimento civilizacional, e assim ambos efeitos da mesma causa — a falta de desenvolvimento. A criança é, como o provinciano, um espírito desperto, mas incompletamente desperto. São estes característicos que distinguirão o provinciano do campónio e do citadino. No campónio, semelhante ao animal, a imitação existe, mas à superfície, e não, como na criança e no provinciano, vinda do fundo da alma; a emoção é pobre, porém não é vivaz, pois é concentrada e não dispersa; a vontade, se de facto é impulsiva, tem contudo a coordenação fechada do instinto, que substitui na prática, salvo em matéria complexa, a coordenação aberta da razão. No citadino, semelhante ao homem adulto, não há imitação, mas aproveitamento dos exemplos alheios, e a isso se chama, quando prático, experiência, quando teórico, cultura; a emoção, ainda quando não seja vivaz, é contudo rica, porque complexa, e é complexa por ser complexo quem a terá; a vontade, filha da inteligência e não do impulso, é coordenada, tanto que, ainda quando faleça falece coordenadamente, em propósitos frustes mas idealmente sistematizados. Percorramos, olhando sem óculos de qualquer grau ou cor, a paisagem que nos apresentam as produções e improduções do nosso escol. Nelas verificaremos, pormenor a pormenor, aqueles característicos que vimos serem distintivos do provinciano. Comecemos por não deixar de ver que o escol se compõe de duas camadas — os homens de inteligência, que formam a sua maioria, e os homens de génio e de talento, que formam a sua minoria, o escol do escol, por assim dizer. Aos primeiros exigimos espírito crítico; aos segundos exigimos originalidade, que é, em certo modo, um espírito crítico involuntário. Façamos pois incidir a análise que nos propusemos fazer, primeiro sobre o pequeno escol, que são os homens de génio e de talento, depois sobre o grande escol. Temos, é certo, alguns escritores e artistas que são homens de talento; se algum deles o é de génio, não sabemos, nem para o caso importa. Nesses, evidentemente, não se pode revelar em absoluto o espírito de imitação, pois isso importaria a ausência de originalidade, e esta a ausência de


artificialità, che sono per lui le novità sociali, è la stessa del bambino dinnanzi alle artificialità che sono per lui i giocattoli. Entrambi le amano spontaneamente perché artificiali. Ciò che allora distingue la mentalità del bambino è, nell’intelligenza, lo spirito di imitazione, nell’emozione, la scarsa vivacità, nella volontà, l’impulsività scoordinata. Sono queste quindi le caratteristiche che troveremo nel provinciale; frutto nel bambino della mancanza di sviluppo mentale, sono nel provinciale frutto della mancanza di sviluppo civile, e dunque entrambi effetti di una stessa causa: la mancanza di sviluppo. Il bambino è, come il provinciale, uno spirito sveglio, ma incompiutamente sveglio. Sono queste le caratteristiche che distingueranno il provinciale dal contadino e dal cittadino. Nel contadino, simile all’animale, l’imitazione esiste, ma in superficie, e non, come nel bambino e nel provinciale, proveniente dal fondo dell’anima; l’emozione è scarsa, però non è vivace, infatti è concentrata e non dispersa; la volontà, se difatti è impulsiva, ha però il coordinamento chiuso dell’istinto, che sostituisce nella pratica, tranne che in materia complessa, il coordinamento aperto della ragione. Nel cittadino, simile all’uomo adulto, non c’è imitazione, ma sfruttamento degli esempi altrui, e viene chiamato - se è pratico – esperienza, - se è teorico - cultura; l’emozione, anche se non è vivace, è però ricca perché complessa, ed è complessa perché è complesso chi la possiede; la volontà, figlia dell’intelligenza e non dell’impulso, è talmente coordinata che, anche quando fallisce, fallisce coordinatamente, in frusti propositi ma idealmente regolati. Si percorra, guardando senza occhiali graduati o da sole, il paesaggio che ci presentano le produzioni e improduttività della nostra élite. Vi noteremo, di dettaglio in dettaglio, quelle caratteristiche che abbiamo visto esser proprie del provinciale. Non possiamo esimerci dal constatare che l’élite si compone di due classi – gli uomini di intelligenza che formano la sua maggioranza e gli uomini di genio e di talento che formano la sua minoranza, l’élite dell’élite per così dire. Ai primi richiediamo spirito critico, ai secondi originalità, che è in un certo modo, uno spirito critico involontario. Facciamo allora incidere l’analisi, che ci siamo proposti di fare, primo sulla ristretta élite che sono gli uomini di genio e di talento, poi sulla grande élite. Abbiamo, è sicuro, alcuni scrittori e artisti che sono uomini di talento; se tra di essi vi è qualche genio non lo sappiamo, e per il momento non ci interessa. In costoro, evidentemente non è possibile ravvisare in assoluto lo spirito di imitazione, perché ciò comporterebbe l’assenza di originalità e questa comporterebbe assenza di talento. Questi nostri scrittori e artisti sono stati però originali una volta


talento. Esses nossos escritores e artistas são, porém, originais uma só vez, que é a inevitável. Depois disso, não, evoluem, não crescem; fixado esse primeiro momento, vivem parasitas de si mesmos, plagiando-se indefinidamente. A tal ponto isto é assim, que não há, por exemplo, poeta nosso presente — dos célebres, pelo menos — que não fique completamente lido quando incompletamente lido, em que a parte não seja igual ao todo. E se em um ou outro se nota, em certa altura, o que parece ser uma modificação da sua «maneira», a análise revelará que a modificação foi regressiva: o poeta ou perdeu a originalidade e assim ficou diferente pelo processo simples de ficar inferior, ou decidiu começar a imitar outros por impotência de progredir de dentro, ou resolveu, por cansaço, atrelar a carroça do seu estro ao burro de uma doutrina externa, como o catolicismo ou o internacionalismo. Descrevo abstractamente, mas os casos que descrevo são concretos; não preciso de explicar, porque não junto a cada exemplo o nome do indivíduo que mo fornece. O mesmo provincianismo se nota na esfera da emoção. A pobreza, a monotonia da emoção nos nossos homens de talento literário e artístico, salta ao coração e confrange a inteligência Emoção viva, sim, como aliás era de esperar, mas sempre a mesma, sempre simples, sempre simples emoção, sem auxílio crítico da inteligência ou da cultura. A ironia emotiva, a subtileza passional, a contradição no sentimento — não as encontrareis em nenhum dos nossos poetas emotivos, e são quase todos emotivos. Escrevem, em matéria do que sentem, como escreveria o pai Adão, se tivesse dado à humanidade, além do mau exemplo já sabido, o, ainda pior, de escrever. A demonstração fica completa quando conduzimos a análise à região da vontade. Os nossos escritores e artistas são incapazes de meditar uma obra antes de a fazer, desconhecem o que seja a coordenação, pela vontade intelectual, dos elementos fornecidos pela emoção, não sabem o que é a disposição das matérias, ignoram que um poema, por exemplo, não é mais que uma carne de emoção cobrindo um esqueleto de raciocínio. Nenhuma capacidade de atenção e concentração, nenhuma potência de esforço meditado, nenhuma faculdade de inibição. Escrevem ou artistam ao sabor da chamada «inspiração», que não é mais que um impulso complexo do subconsciente que cumpre sempre submeter, por uma aplicação centrípeta da vontade, à transmutação alquímica da consciência. Produzem como Deus é servido, e Deus fica mal servido. Não sei de poeta português de hoje que, construtivamente, seja de confiança para além do soneto.


soltanto che è quella inevitabile. In seguito, non evolvono, non crescono; fissato questo primo momento, vivono parassiti di se stessi, plagiandosi all’infinito. È a tal punto così che non c’è, per esempio, poeta nostro attuale – tra i celebri almeno – che sia completamente letto anche se letto in modo incompleto, in cui la parte non sia uguale al tutto. E se in uno o nell’altro si nota, a un certo momento, quello che sembra essere una modifica alla sua «maniera», l’analisi rivelerà che la modifica è stata regressiva: o il poeta ha perso l’originalità e così è diventato diverso per quel processo semplice di diventare inferiore, o ha deciso di iniziare a imitare altri per l’impotenza di progredire da solo, o ha finito, per stanchezza, di agganciare la carrozza del suo estro all’asino di una dottrina straniera, come il cattolicesimo o l’internazionalismo. Descrivo astrattamente, ma i casi che descrivo sono concreti; non ho bisogno di spiegare perché non unisco a ogni esempio il nome dell’individuo che me lo fornisce. Lo stesso provincialismo si nota nella sfera dell’emozione. La povertà, la monotonia dell’emozione nei nostri uomini di talento letterario e artistico, salta al cuore e spezza l’intelligenza. Emozione viva, come era del resto lecito attendersi, certo, ma sempre la stessa, sempre semplice, sempre semplice emozione, senza ausilio critico dell’intelligenza o della cultura. L’ironia emotiva, la sottigliezza passionale, la contraddizione nel sentimento: non le troverete in nessuno dei nostri poeti emotivi, e sono quasi tutti emotivi. Scrivono, in materia di ciò che sentono, come scriverebbe il padre Adamo, se avesse dato all’umanità, oltre al cattivo esempio conosciuto, quello ancora peggiore di scrivere. La dimostrazione si completa quando conduciamo l’analisi alla regione della volontà. I nostri scrittori e artisti sono incapaci di meditare un’opera prima di farla, disconoscono cosa sia il coordinamento, attraverso la volontà intellettuale, degli elementi forniti dall’emozione, non sanno cosa sia la disposizione delle materie, ignorano che una poesia, per esempio, non è altro che una carne di emozione che riveste uno scheletro di raziocinio. Nessuna capacità di attenzione e concentrazione, nessun potere di sforzo meditativo, nessuna facoltà di inibizione. Scrivono o artistano al gusto della cosiddetta «ispirazione» che non è altro che un impulso complesso del subconscio che spetta sempre sottoporre, attraverso una applicazione centripeta della volontà, alla trasmutazione alchimica della coscienza. Producono come si serve Dio, ma a esser servito male è Dio. Non conosco poeta portoghese di oggi che, costruttivamente, ispiri fiducia se non nel sonetto.


Ora, feitos estes reparos analíticos quanto ao estado mental dos nossos homens de talento, é inútil alongar este breve estudo, tratando com igual pormenor a maioria do escol. Se o escol do escol é assim, como não será o não escol do escol? Há, porém, um característico comum a ambos esses elementos da nossa camada mental superior, que aos dois irmana, e, irmanados, define: é a ausência de ideias gerais e, portanto, do espírito crítico e filosófico que provém de as ter. O nosso escol político não tem ideias excepto sobre política, e as que tem sobre política são servilmente plagiadas do estrangeiro — aceites, não porque sejam boas, mas porque são francesas ou italianas, ou russas, ou o quer que seja. O nosso escol literário é ainda pior: nem sobre literatura tem ideias. Seria trágico, à força de deixar de ser cómico, o resultado de uma investigação sobre, por exemplo, as ideias dos nossos poetas célebres. Já não quero que se submetesse qualquer deles ao enxovalho de lhe perguntar o que é a filosofia de Kant ou a teoria da evolução. Bastaria submetê-lo ao enxovalho maior de lhe perguntar o que é o ritmo

2.

Ecolalia Interior (senza data)3

O português é capaz de tudo, logo que não lhe exijam que o seja. Somos um grande povo de heróis adiados. Partimos a cara a todos os ausentes, conquistamos de graça todas as mulheres sonhadas, e acordamos alegres, de manhã tarde, com a recordação colorida dos grandes feitos por cumprir. Cada um de nós tem um Quinto Império no bairro, e um auto-D. Sebastião em série fotográfica do Grandela. No meio disto (tudo), a República não acaba. Somos hoje um pingo de tinta seca da mão que escreveu Império da esquerda à direita da geografia. É difícil distinguir se o nosso passado é que é o nosso futuro, ou se o nosso futuro é que é o nosso passado. Cantamos o fado a sério no intervalo indefinido. O lirismo, diz-se, é a qualidade máxima da raça. Cada vez cantamos mais um fado. O Atlântico continua no seu lugar, até simbolicamente. E há sempre Império desde que haja Imperador. 3

Questo testo senza indicazione di data è pubblicato in Fernando Pessoa, Sobre Portugal. Introdução ao Problema Nacional, recolha de textos de Maria Isabel Rocheta e Maria Paula Morão, introdução organizada por Joel Serrão, Lisboa, Ática, 1979.


Allora, fatte queste osservazioni analitiche relative allo stato mentale dei nostri uomini di talento, è inutile dilungare questo breve studio soffermandosi con altrettanti dettagli sulla maggioranza dell’élite. Se l’élite dell’élite è così, come sarà la non-élite dell’élite? C’è però una caratteristica comune a entrambi questi elementi della nostra classe mentale superiore che li gemella e gemellandoli li definisce: è l’assenza di idee generali, e quindi, di spirito critico e filosofico che proviene dal possederle. La nostra élite politica non ha idee tranne che sulla politica, e quelle che ha sulla politica sono servilmente plagiate dall’estero – accettate non perché siano buone, ma perché sono francesi, italiane, o russe, o qualsiasi altra cosa. La nostra élite letteraria è persino peggiore: neppure sulla letteratura ha idee. Sarebbe tragico, a forza di non esser comico, il risultato di una ricerca, per esempio, sulle idee dei nostri poeti celebri. Non vorrei mai che si sottoponesse uno di loro all’affronto di chiedergli cosa è la filosofia di Kant o la teoria dell’evoluzione. Basterebbe sottoporlo all’affronto di chiedergli che cos’è il ritmo. 2.

Ecolalia interiore

Il portoghese è capace di tutto, purché non esigano che lo sia. Siamo un grande popolo di eroi procrastinati. Abbiamo spaccato la faccia a tutti gli assenti, conquistato gratuitamente tutte le donne sognate, e allegri ci siamo svegliati di mattina tardi con il ricordo colorato di grandi gesta da compiere. Ognuno di noi ha un Quinto Impero nel quartiere e un auto-D. Sebastião in serie fotografica dei magazzini Grandela.4 Nel bel mezzo di tutto questo, la Repubblica5 non accenna a concludersi. Siamo oggi una goccia di inchiostro secco di quella mano che ha scritto Impero da sinistra a destra della geografia. È difficile distinguere se il nostro passato sia il nostro futuro, o se il nostro futuro sia il nostro passato. Cantiamo sul serio il fado nell’intervallo indefinito. Il lirismo, si dice, è la massima qualità della razza. Non cessiamo di cantare una volta ancora un fado. L’Atlantico continua al suo posto, persino simbolicamente. E c’è sempre Impero dacché ci sia Imperatore. 4

Sono i famosi magazzini del centro storico di Lisbona fatti costruire agli inizi del Novecento secondo i canoni dell’Art Nouveau. La Repubblica portoghese fu proclamata il 5 ottobre del 1910 come conseguenza del regicidio di D. Carlos I, esponente della terza e ultima dinastia nazionale (i Bragança), avvenuto due anni prima. La travagliata vita della prima Repubblica portoghese ebbe come epilogo l’instaurazione della dittatura dello Estado Novo di Salazar (1933).

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3. Nada há de menos latino que um português (senza data)6 Nada há de menos latino que um português. Somos muito mais helénicos - capazes, como os Gregos, só de obter a proporção fora da lei, na liberdade, na ânsia, livres da pressão do Estado e da Sociedade. Não é uma blague geográfica o ficarem Lisboa e Atenas quase na mesma latitude. III.

Nulla vi è di meno latino che un portoghese

Nulla vi è di meno latino che un portoghese. Siamo molto più ellenici – capaci, come i Greci, di ottenere la proporzione solo fuori dalla legge, nella libertà, nell’ansia, liberi dalla pressione dello Stato e della Società. Non è una blague geografica che Lisbona e Atene si trovino quasi alla stessa latitudine.

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Questo testo senza indicazione di data è pubblicato in Fernando Pessoa, Sobre Portugal. Introdução ao Problema Nacional, recolha de textos de Maria Isabel Rocheta e Maria Paula Morão, introdução organizada por Joel Serrão, Lisboa, Ática, 1979.

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