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L’editoria italiana e le antologie di poesia straniera contemporanea alle soglie della globalizzazione (1960-1980): sfide metodologiche per lo studio della traduzione

Mila Milani

Osserva Gisèle Sapiro che i discorsi prevalenti sulla globalizzazione – tanto nell’ottimismo che quest’ultima promuova ibridazione tra culture, quanto all’opposto nella paura che essa si riveli una tara omologante – 1

tendono ad eludere alcune problematiche sostanziali. Da un lato, si dimentica come il fenomeno si inscriva in un processo storico di lungo corso, risalente alla creazione di un’economia-mondo nel XVII secolo. Dall’altro, in alcuni casi, si perde di vista l’ineguaglianza che caratterizza le relazioni spaziali tra paesi, appiattendo così quei rapporti di forza che sottendono la circolazione dei prodotti culturali e che di norma si strutturano nello scambio tra centri e periferie. Ma soprattutto, facendo leva sulle teorie di Pierre Bourdieu,

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Sapiro registra come spesso non ci si soffermi con la dovuta attenzione sulla specificità delle logiche proprie ad ogni settore della produzione culturale. La disamina di queste ultime permette, invece, una comprensione più articolata – e potenzialmente contraddittoria – delle dinamiche transnazionali in atto.

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Le questioni sollevate da Sapiro nel caso della globalizzazione possono essere ulteriormente problematizzate, prendendo in considerazione l’approccio dell’histoire croisée concepito da Michael Werner 4

e Bénédicte Zimmermann.

La stessa sociologa francese ha recentemente proposto di abbracciare un tale

approccio nell’analisi della storia letteraria, nel dar conto del sistema di relazioni tra i campi in oggetto di studio, in cui fondamentale resta la ricostruzione delle forme di riappropriazione e reinterpretazione dei modelli in circolazione in base alle istanze specifiche degli spazi di ricezione.

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Nello specifico, Werner e Zimmermann suggeriscono l’esigenza di una storicizzazione degli oggetti di indagine e delle categorie di analisi, dando luogo ad una combinazione di empirismo e riflessività nei 6

processi di ricerca, che appare particolarmente proficua quando applicata agli scambi transnazionali. All’interno di una prospettiva di histoire croisée, il transnazionale non è infatti considerato semplicemente 1

G. Sapiro, “Introduction”, in Id. (dir.), Les contradictions de la globalisation éditoriale, Paris, Nouveau Monde, 2009, p. 7. P. Bourdieu, La production de la croyance: contribution à une économie des biens symboliques, «Actes de la recherche en sciences sociales», 13, 1977, pp. 3-43. 3 Osservando, infatti, le fluttuazioni di cui il mercato della traduzione letteraria è protagonista nei campi editoriali specifici, a partire dal dualismo tra produzione ristretta e produzione a più ampio raggio, nel primo settore si rivela più forte la diversificazione linguistica, rispetto al predominio anglofono ed eteronomo del secondo. La traduzione diventa allora non solo pratica corrente, ma potenzialmente anche strategia resistenziale in nome della diversità culturale. Cfr. G. Sapiro, Globalization and Cultural Diversity in the Book Market: The Case of Literary Translations in the US and in France, «Poetics», 38, 2010, p. 419. 4 M. Werner et B. Zimmermann, Penser l'histoire croisée: entre empirie et réflexivité, «Annales. Histoire, Sciences Sociales», 1, 2003, pp. 7-36. Ripreso in M. Werner and B. Zimmermann, Beyond Comparison: Histoire Croisée and the Challenge of Reflexivity, «History and Theory», 45/1, 2006, pp. 30-50. 5 G. Sapiro, Comparativism, Transfers, Entangled History. Sociological Perspectives on Literature, in A. Behdad e D. Thomas, A Companion to Comparative Literature, London, Blackwell, 2011, pp. 234-5. 6 L’histoire croisée si riferisce ad una “concezione relazionale, interattiva e processuale” (ivi, p. 38, traduzione mia), che si basa sull’idea dell’esistenza di punti di intersezione che possono produrre – con tempistiche anche differenziate – cambiamento, in funzione della permeabilità o resistenza degli oggetti di indagine. Questa interazione può essere legata all’oggetto di indagine, espletandosi pertanto nello studio della dimensione storica costitutiva degli elementi intersecanti o della stessa interazione, ma può anche prodursi tra i diversi punti di vista sull’oggetto, tra l’osservatore e l’oggetto di indagine e infine tra le scale temporali e spaziali. 2


2 come un livello di analisi sovrapponibile, bensì entra in contatto con il locale e nazionale in una rete di interazioni dinamiche, negoziazioni e reinterpretazioni che avvengono in vari contesti e che occorre 7

storicizzare, contribuendo così a formare una storia “à géométrie variable” . Nella sua complessità, l’histoire croisée supera pertanto sia gli studi comparativi, che seguono una logica analitica sincronica spesso disconoscendo gli oggetti come storicamente costituiti, sia i transfer studies, i quali si dispiegano invece su una linea diacronica, ma tendono a considerare il processo di trasformazione come del tutto fluido, senza mettere in discussione le categorie da cui prendono le mosse. Pur nelle loro specificità, il modello dell’histoire croisée e la prospettiva sociologica suggerita da Sapiro concorrono entrambi ad una definizione più puntuale dei processi transnazionali e dalla loro sinergia potrebbero scaturire esiti interessanti anche per lo studio dei rapporti tra editoria e modi e pratiche della traduzione. Attraverso il caso di studio del boom di pubblicazioni di antologie di poesia straniera contemporanea, a cui 8

si assiste in Italia nel Secondo dopoguerra, nel presente articolo si procederà a far interagire le due sollecitazioni teoriche, nel tentativo di offrire una visione più complessa delle dinamiche in atto tra editoria nazionale e produzione straniera alle soglie della globalizzazione. Situandosi cronologicamente al di qua di 9

questo processo, l’oggetto di indagine scelto si inserisce a pieno titolo nella discussione, permettendo di storicizzare l’interazione transnazionale, che si esplicita nella creazione di antologie di poesia straniera, e muovendosi nelle direzioni di indagine suggerite in apertura da Sapiro. Più nello specifico, l’analisi del fenomeno si rivela utile per evidenziare, innanzi tutto, la progressione storica in cui l’interazione tra le strategie editoriali e il ricorso alla traduzione si situa. Focalizzando l’attenzione sulle dinamiche transnazionali già in atto nell’editoria italiana, si gettano le basi per una comprensione più esaustiva – e potenzialmente una messa in discussione – del terreno in cui il “mercato mondiale della letteratura” andrà ad inserirsi a partire dagli anni Ottanta. In secondo luogo, la scelta di concentrarsi sul formato antologico permette una disamina più puntuale e diversificata dei rapporti di forza tra la cultura italiana e le controparti europee ed extra-europee, ristabilendone la posizione in seno al panorama mondiale. In quanto percezione inevitabilmente soggettiva 7

Ivi, p. 43. A partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta, nei cataloghi delle case editrici italiane inizia, infatti, a delinearsi una cospicua presenza di antologie poetiche in traduzione, che va aumentando negli anni Settanta, decretando un incremento significativo degli scambi transnazionali già alle soglie della globalizzazione. Tramite lo spoglio dei cataloghi editoriali e del catalogo del servizio bibliotecario nazionale (OPAC Catalogo SBN) si osserva un deciso incremento della pubblicazione di antologie di poesia straniera negli anni Settanta. Si consideri che le pubblicazioni medie annue si attestano intorno alla decina di volumi, per cui lo spazio riservato alle antologie spicca in misura maggiore data l’esiguità dei titoli. Il fenomeno, di significativa portata, dunque, è inoltre trasversale, influendo sia sulle strategie degli editori minori sia su quelle degli editori maggiori. Nell’ambito delle piccole case editrici, Scheiwiller propone Poeti stranieri del ’900 tradotti da poeti italiani (1956), Poeti slavi (1956), Lirici greci contemporanei (1965), Poeti olandesi (1966), Poeti ciprioti contemporanei (1967) e Poeti croati moderni (1975), mentre ancora più attiva si dimostra Guanda. L’editore parmense pubblica, nell’ordine: Poesia americana contemporanea e poesia negra (1949); Poesia russa del Novecento (1954); Poesia inglese contemporanea: da Thomas Hardy agli apocalittici (1957); Poesia ispano-americana del ’900 (1957); Nuova poesia negra (1962); Poeti delle Antille (1963); Poesia americana del ’900 (1963); Poeti algerini (1966); Poesia inglese del ’900 (1967); Poeti romeni del dopoguerra (1967) e Nicaragua ora zero: antologia della poesia nicaraguense rivoluzionaria (1969). In sede mondadoriana si possono elencare Lirici tedeschi (1959) e Lirici francesi (1960), nonché Tradurre poesia di Joyce Lussu (1967) e Poesia sovietica degli anni ’60 (De Michelis, 1971). La presenza sul mercato di Feltrinelli annovera, invece, Poeti americani da E. Robinson a W.S. Mervin (1958), Poesia russa del Novecento (1960), Spagna poesia oggi. La poesia spagnola dopo la guerra civile (1962), Poesia degli ultimi americani (1964), Poeti ispano-americani contemporanei (1970) e Poesia operaia tedesca del ’900 (1974), mentre per Garzanti le antologie più significative sono Poeti stranieri del ’900 (1958) e Poesia spagnola del ’900 (1974). In questo contesto, particolarmente corposa e differenziata appare la produzione einaudiana: tra gli anni Sessanta e Settanta, si passa da manufatti più simili ai “quaderni di traduzione” tipici degli anni Trenta e Quaranta, come Poeti del Novecento italiani e stranieri (1960), ad antologie dal taglio più circoscritto ed innovativo: Giovani poeti tedeschi (1969); Giovani poeti sudamericani (1972); Giovani poeti americani (1973); Giovani poeti spagnoli (1976); Giovani poeti inglesi (1976); Poeti simbolisti francesi (1976); Giovani poeti dell’America centrale, del Messico e delle Antille (1977); Giovani poeti danesi (1979). 99 È chiaro come le dinamiche economiche più stringenti proprie alla globalizzazione non potranno essere oggetto di indagine, ma da un punto di vista metodologico il caso di studio può rivelarsi nondimeno proficuo per ristabilire la complessità degli scambi transnazionali che anche in epoca contemporanea deve essere ricercata. 8


3 del curatore in merito al valore poetico da esaltare o escludere nella scelta,

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le antologie di poesia straniera

disegnano, infatti, mappe “geo-poetiche” che appaiono però dinamiche, all’interno delle quali le letterature mondiali, compresa quella nazionale, vengono (ri)posizionate a seconda delle velleità editoriali. Infine, l’attenzione su uno dei settori della produzione ristretta, a cui Bourdieu conferisce un’accezione di autonomia relativamente maggiore,

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come la poesia, permette di far luce su un genere spesso trascurato

nell’ambito degli studi sui rapporti tra mondo dell’editoria letteraria e modi e pratiche della traduzione. L’analisi di prodotti antologici elitari suggerisce però un approccio più complesso alle generalizzazioni sul fenomeno della globalizzazione, anche rispetto alla visione idilliaca della poesia quale sito di resistenza rispetto all’imperante omologazione culturale. Studiando, dunque, l’evoluzione delle tipologie antologiche che ha luogo nei vent’anni in oggetto di studio (1960-1980), diventa possibile definire in modo più articolato il ruolo che la traduzione ha assunto nel contesto dell’editoria italiana di poesia, svelando in particolare le forme assunte dall’interazione tra le peculiari dinamiche del settore e il dialogo con le letterature mondiali. Ne deriva una visione meno lineare di quella suggerita dall’incremento proporzionale di antologie straniere, dove l’analisi di resistenze, inerzie e momenti di svolta restituiscono un panorama più complesso, che aprirà la strada al processo della globalizzazione. L’esame del caso di studio è però anche l’occasione per una discussione metodologica di più ampio respiro, che sarà sviluppata nella prima sezione, lasciando spazio nella seconda parte per l’analisi del caso di studio e suggerendo infine alcuni spunti di ricerca nella parte conclusiva dell’articolo.

1.

Traduzione e editori: una prospettiva metodologica composita.

Secondo il metodo dell’histoire croisée, l’interazione si manifesta anche a partire dai diversi punti di vista che il ricercatore fa interagire nello studio dell’oggetto in questione, da cui può scaturire un procedimento riflessivo e una messa in discussione delle categorie di analisi. In questo senso, il fenomeno delle antologie poetiche in traduzione rappresenta una lente di ingrandimento efficace per poter analizzare gli snodi metodologici che l’incremento degli scambi transnazionali ha prodotto nell’ambito degli studi di traduzione e in quelli di storia dell’editoria, sia ad un macro livello di dinamiche di settore, sia ad un micro livello testuale. Ne deriva l’esigenza di una metodologia composita, che nella nostra prospettiva sfrutta la sinergia del magistero di Bourdieu con i recenti indirizzi della sociologia della traduzione. La teoria dei campi proposta dal sociologo francese si dimostra efficace nell’analisi delle tensioni in atto, offrendo un quadro articolato e sistematico dell’oggetto di indagine. Quest’ultimo permette di dare ragione degli scarti, degli avanzamenti e 10

L’antologia detiene un ruolo primario nella formazione del canone, come proposizione di modelli da applicare alla poesia tanto straniera quanto nazionale. Capoferro preferisce parlare di “repertori formali e ideologici anziché di canone”, in quanto “la nozione di canone è conservativa, sincronica, normativa; non rende conto della dialettica tra tradizione e innovazione su cui si fondano le dinamiche della cultura” (R. Capoferro, “Antologie e canone letterario: poesia inglese in Italia dagli anni Trenta agli anni Sessanta”, in A. Dolfi (a cura di), Traduzione e poesia nell’Europa del Novecento, Roma, Bulzoni editore, 2004, p. 303). Se l’affermazione può essere condivisa, nel contesto dell’articolo il concetto di canone si applica tuttavia alla funzione normalizzante che, tra le altre, l’antologia può assumere nel suggerire le linee poetiche da seguire. 11 Si osservi però che il giudizio di valore positivo che Bourdieu nei suoi scritti (Les règles de l’art. Génèse et structure du champ littéraire, Paris, Seuil, 1992, in particolare) sembra attribuire all’autonomia conseguita dal campo letterario a partire da fattori economici e politici è giustamente passibile di critiche (B. Lahire, Champ, hors-champ, contrechamp, in Id.,(dir.), Le travail sociologique de Pierre Bourdieu. Dettes et critiques, Paris, La Découverte, 2001, pp. 52-55, tra gli altri), perché notoriamente induce a una visione normativa estranea all’oggettività dell’indagine. In realtà, occorre superare la tendenza in parte bourdieusiana “a fare dell’autonomia un criterio assiologico” (A. Boschetti, La nozione di campo. Genesi, funzioni, usi, abusi, prospettive, in G. Paolucci (a cura di), Bourdieu dopo Bourdieu, Torino, UTET, 2010, p. 130), per ristabilire con fermezza la relatività dell’autonomia stessa: il funzionamento del campo deve essere messo in relazione allo spazio culturale, politico ed economico – nazionale e transnazionale – in cui si inserisce. Questo deve avvenire anche per la cultura cosiddetta “alta”, che il caso specifico della poesia bene interpreta.


4 in generale delle risultanti dall’interazione con l’elemento straniero, interazione che il metodo dell’histoire croisée consente di teorizzare in modo più esplicito rispetto al concetto di autonomia relativa propria al 12

campo.

1.1.

Bourdieu e il ruolo della traduzione nelle dinamiche del campo editoriale. 13

Per le sue virtù “relazionali” , la nozione bourdieuiana di “campo” si rivela particolarmente proficua quando applicata al settore editoriale, in cui vigono di fatto competizione

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e interdipendenza nella negoziazione dei

capitali tra editori, redattori e, nel caso specifico della letteratura straniera, traduttori. In questo contesto, come teorizzano Gisèle Sapiro e Johan Heilbron,

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la traduzione rappresenta una potenziale strategia di

accumulazione di capitale simbolico tanto per gli autori quanto per i mediatori, a seconda dei principi di funzionamento dello spazio di ricezione di riferimento e, dunque, anche a seconda della struttura del campo editoriale. In particolare, come gli editori possono detenere il potere di consacrare gli autori che traducono, così per case editrici prive inizialmente di risorse culturali, o economiche, la traduzione può rappresentare un valido espediente per acquisire maggiore prestigio. Muovendo da questo quadro teorico, un’indagine del campo specifico di riferimento diventa necessaria per comprendere ruoli e posizioni in gioco negli scambi transnazionali. Analizzando il campo editoriale italiano di poesia del Secondo dopoguerra, in particolare, è lecito supporre che la pratica traduttiva rappresenti una modalità per soddisfare le contingenti esigenze estetico-culturali. Ricorda Anna Boschetti che, sul piano del prestigio internazionale, il ruolo della cultura italiana nel Secondo dopoguerra appare debole, come rivelano i flussi traduttivi ingenti da altre lingue verso l’italiano, ma limitati in direzione opposta.

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La produzione poetica

italiana è in effetti attraversata da una crisi estetica, nel tramonto dall’ermetismo verso gli indirizzi non ancora compiuti del neorealismo prima, e della neoavanguardia poi,

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che la rende meno appettibile anche per i

cataloghi editoriali nazionali. Al contrario, per questi ultimi, il verso straniero rappresenta un potenziale fondo di prestigio, non solo perché estraneo all’asfittico canone poetico italiano del periodo, bensì anche perché portatore di quei fermenti avanguardistici dai quali la poesia di respiro mondiale viene scossa nel Secondo dopoguerra. In questo senso, le case editrici più dinamiche e prive di una posizione già consolidata nel

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È importante comunque sottolineare come, pur muovendo all’interno di un contesto solitamente nazionale e restando questo concetto più implicito, lo stesso Bourdieu non disconoscesse la necessità di concepire anche la dimensione transnazionale (si veda ad esempio Les conditions sociales de la circulation internationale des idées, «Actes de la recherche en sciences sociales», 145, 2002, pp. 3-8). In questo senso, i recenti contributi della sociologia della traduzione (a partire dai lavori di Gisèle Sapiro [(dir.), Les contradictions, cit., e Id. (dir.), L’espace intellectuel en Europe. De la formation des États-nations à la mondialisation XIXe-XXIe siècle, Paris, La Découverte, 2009] e Anna Boschetti [(dir.), L’espace culturel transnational, Paris, Nouveau Monde, 2010] dimostrano appieno la direzione verso cui può essere fatta avanzare la teoria dei campi. 13 J.B. Thompson, Merchants of Culture. The Publishing Business in the Twenty-First Century, Cambridge, Polity Press, 2010, p. 4. 14 Non si intende con quest’affermazione sovrapporre alla realtà una matrice ideologica di solo conflitto, quanto piuttosto sottolineare come nell’analisi di un campo editoriale elitario come quello di poesia occorra considerare anche tale aspetto peculiare, sovente invece disconosciuto. Se con Howard Becker (Art Worlds, Berkeley, University of California Press, 1982) si intendono i “mondi dell’arte” come luoghi di collaborazione nella realizzazione del prodotto artistico, resta invece in questa sede l’idea della concorrenza, da non intendersi però come assoluta e totalizzante. Il rischio è quello di concepire tout court le pratiche interne al campo come mosse dall’interesse (inteso non necessariamente in senso economico), mentre è nella sinergia tra campo e habitus che è possibile concettualizzare una relazione dialettica e temporale, che dia senso tanto alle strategie posizionali e di legittimazione quanto alle disposizioni degli agenti (D. Swartz, Culture and Power. The Sociology of Pierre Bourdieu, Chicago, University of Chiacago Press, 1997, pp.117-42). 15 G. Sapiro et J. Heilbron, La traduction littéraire, un objet sociologique, «Actes de la recherche en sciences sociales», 144, 2002, pp. 3-5. 16 A. Boschetti, La recomposition de l’espace intellectuel en Europe après 1945, in G. Sapiro (dir.), L’espace intellectuel en Europe, cit., p. 178. 17 Per una disamina più diffusa – che qui per necessità si elude - del passaggio tra ermetismo, neorelismo e neoavanguardia, si veda almeno N. Lorenzini, La poesia italiana nel Novecento, Bologna, il Mulino, 2002.


5 campo (i piccoli editori, innanzi tutto) promuovono una sistematica politica di traduzione che ne andrà ad aumentare il prestigio.

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A un livello ulteriore, però, l’interpretazione della traduzione come fonte di consacrazione conduce ad una riflessione sulla gerarchia tra culture straniere. Se inserita in quella suggestiva ma unilaterale “repubblica delle lettere” di cui parla Casanova,

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l’Italia si attesterebbe su una posizione più periferica rispetto alle

controparti europee, assumendo come modello i flussi in uscita dalle capitali letterarie (Parigi, notoriamente). Con Prendergast occorre, però, notare come la circolazione letteraria si dipani anche a partire dalle specificità intrinseche agli oggetti in transito, suggerendo dinamiche maggiormente articolate.

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Il doppio

movimento – dalla periferia al centro, e di qui nuovamente alla periferia – può essere scardinato nel momento in cui le potenzialità del testo straniero siano tali da rendere ininfluente la consacrazione nei luoghi chiave del campo letterario mondiale. In questi termini, appare necessario ristabilire il nesso tra testo straniero e strategia editoriale, inserendolo nel contesto specifico di riferimento.

1.2.

Per un’analisi del processo traduttivo: dalla parte degli editori.

Uno dei parziali limiti della teoria bourdieuiana è, in effetti, quello di agevolare una “sociologia dei produttori” 21

piuttosto che “dei prodotti” . Se si prendono in considerazione i principali e più interessanti lavori sulla traduzione che utilizzano i concetti proposti dal sociologo francese,

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questi si concentrano principalmente

sulle dinamiche esterne al testo, lasciando à côté la materialità del prodotto. D’altro canto, il caso in oggetto di analisi – antologie di lingue afferenti a spazi geografici distinti – si dimostra problematico: una competenza linguistica in grado di comparare versioni afferenti a più di quattro lingue esula le capacità di chi scrive, come probabilmente quelle di una buona parte degli studiosi di Translation Studies. In questo senso, Franco Moretti ha suggerito la necessità di adottare una diversa metologia per gli studi di comparatistica, che si discosti dal close reading, per approdare piuttosto ad una visione distanziata (distant reading, appunto) della letteratura, con mappe, grafici e tabelle ad offrire una 23

comprensione sintetica delle dinamiche.

24

Le critiche al modello di Moretti sono state numerose,

prima tra

tutte quella di perdere di vista la peculiarità propria all’analisi letteraria, cioè il confronto con la testualità.

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Recentemente, anche Lawrence Venuti ha ribadito che l’assenza del testo come unità di analisi risulterebbe controproducente nella comprensione delle relazioni transnazionali: “the text not only links the small feature

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Per un’indagine del campo editoriale di poesia negli anni Cinquanta e Sessanta, si veda M. Milani, Publishing Contemporary Foreign Poetry in Post -War Italy: a Bourdieusian perspective on Mondadori and Scheiwiller, «New Voices in Translation Studies», 8, 2012, pp. 99-114. 19 P. Casanova, La république mondiale des lettres, Paris, Seuil, 1999. 20 C. Prendergast (ed), Debating World Literature, London-New York, Verso, 2004. 21 B. Lahire, Champ, cit., p. 43. 22 Si veda in particolare i contributi di Popa, Serry, Wilfert-Portal e Casanova in Traductions: les échanges littéraires Internationaux, «Actes de la recherche en sciences sociales», 144, 2002. 23 F. Moretti, Conjectures on World Literature, «New Left Review», 2000, pp. 54-68 e Id., Graphs, Maps, Trees: Abstract Models for a Literary History, London-New York, Verso, 2005. 24 La proposta di Moretti spinge verso la collaborazione tra dipartimenti linguistici e offre in questo non solo un indirizzo di metodo pragmatico, bensì una diversa concezione del ruolo dei settori disciplinari delle scienze umane, che trova un senso ulteriore nella crisi che queste ultime vivono ormai da alcuni decenni. La dura critica di Gayatri C. Spivak (Death of a Discipline, New York, Columbia University Press, 2003) scorge tuttavia nella pratica suggerita da Moretti un rapporto ineguale di fondo, per cui il ruolo dell’accademia statunitense sarebbe quello di sintetizzare materiale derivato da competenze specifiche riferibili a sistemi periferici. Il comparatismo dovrebbe invece abbracciare uno studio delle lingue periferiche e farsi “planetario”. 25 C. Prendergast (ed), Debating, cit., p. 102.


6 and the large structure, showing how they depend on one another for their literary and cultural significance, 26

but it also makes visible the role of translation in the construction of world literature” . Inserendo lo studio della traduzione nel processo della produzione culturale e spostando il fuoco prospettico verso la figura dei redattori, è però possibile superare – almeno in parte – l’impasse. Le prospettive d’indagine – come le critiche di cui sopra al modello morettiano – tendono a privilegiare il ruolo dell’autore/traduttore, citando sì la presenza di altri attori coinvolti, ma riservando a questi ultimi un’analisi meno capillare, soprattutto a livello del processo traduttivo. Agenti culturali di importanza capitale nella produzione culturale, gli editori e i redattori sembrano cadere in quella stessa dimensione di “invisibilità” che i traduttori hanno a lungo subito prima che gli studi accademici ne aiutassero la messa in luce.

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Occorre

invece rovesciare una tendenza del genere, per attestare la presenza di editori e editors nel processo di traduzione. Nello studio di quella che potremmo definire editorial translational agency, appare opportuno adottare 28

l’utile distinzione proposta da Kaisa Koskinen e ripresa da Paloposki,

tra visibilità testuale, paratestuale e

extra-testuale nel contesto redazionale ed editoriale. Nel primo caso, è possibile riferirsi alla voce editoriale all’interno del testo, nelle note a piè pagina, mentre si parla di attività paratestuale nelle prefazioni a cura dell’editore o del redattore. Ancor più importante è però il livello extra-testuale, legato alla selezione dei libri da tradurre, la scelta dell’edizione e il discorso “meta-editoriale” sui metodi e le strategie che l’editore intende seguire nella pubblicazione di un determinato testo tradotto. In quest’ottica, lo spoglio sistematico della corrispondenza tra editori, redattori e traduttori conservata negli archivi delle case editrici italiane permette il reperimento di un discorso editoriale, in cui si intrecciano narratives plurime, che si realizzano nella pubblicazione dell’antologia straniera. Per individuare in esse la connessione tra i diversi livelli testuali che si evidenzia nel rapporto tra traduttore, editor, editore e testo tradotto occorrerà considerare due diverse, ma potenzialmente complementari, metodologie d’indagine. Come suggerito da Hélène Buzelin,

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un’opportunità è offerta dall’interazione tra il quadro concettuale

bourdieuiano con quello della teoria actor-network di Bruno Latour. Aspramente criticata dallo stesso Bourdieu e pur dotata di molti limiti, la teoria sociologica di Latour può tuttavia rivelarsi proficua nel caso specifico della traduzione, in quanto permette di far luce sulle reti di relazioni che interagiscono nel processo traduttivo, analizzando così la produzione editoriale del testo tradotto. In questo processo possono essere considerati tanto agenti umani, come il redattore, l’editore, il traduttore, l’autore e l’agente letterario, tra gli altri, quanto elementi inumani, come il testo stesso in lingua straniera. Nel caso specifico italiano, un tale approccio permette di osservare le dinamiche del processo editoriale a partire dagli elementi extra-testuali, notoriamente le corrispondenze editoriali. Il testo straniero entra così in un network di cui appare uno dei partecipanti all’azione ed interagisce nella sua materialità con i discorsi redazionali, entrando infine nell’universo ricettivo modellato dal discorso meta-editoriale. In questo senso, l’analisi delle traduzioni si colloca non più su un livello di close reading, che inoltre farebbe ricadere l’indagine nelle asfittiche dicotomie delle passate teorie della traduzione poetiche tra forma e contenuto, e nemmeno su un distant reading

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L. Venuti, World literature and translation studies, in T. D'haen, D. Damrosch and D. Kadir (eds), The Routledge Companion to World Literature, London, Routledge, 2012, p. 186. 27 Id., The Translator’s Invisibility, London, Routledge, 1995. 28 O. Paloposki, Limits of freedom: Agency, choice and constraints in the work ofthe translator, In J. Milton and P. Bandia (eds), Agents of Translation, Amsterdam-Philadelphia, John Benjamins, 2009, p. 191. 29 H. Buzelin, Unexpected Allies: How Latour's Network Theory Could Complement Bourdieusian Analyses in Translation Studies, «The Translator», 11, 2005, pp. 193-218.


7 totalmente scisso dalla testualità, bensì su un più proficuo thick reading, in cui il contatto con il testo viene bilanciato dallo studio culturale dello stesso, dando conto anche della realtà al di fuori della forma testuale. Così, nella sinergia tra l’esame del campo editoriale di poesia, in cui si costruisce il ruolo della traduzione, e l’analisi della corrispondenza editoriale che esplicita la progettualità dei redattori, sarà possibile individuare se e come l’interazione con la produzione poetica straniera comporti effettivamente un cambiamento nella pratica della diversità culturale nel contesto italiano che si andrà ora a studiare.

2. Antologie straniere e diversità culturale? Il caso italiano. Indagando i meccanismi di scelta che si celano dietro alle antologie di poesia straniera contemporanea, queste ultime riescono a fungere da cartina tornasole dei rapporti di forza transnazionali nell’interazione con le peculiarità specifiche del campo editoriale italiano alle soglie della globalizzazione. Le risultanti dell’incontro con la letteratura straniera si articolano infatti anche a partire dalle posizioni degli agenti editoriali nel campo specifico e in quello letterario. In questo senso, l’analisi di diversi momenti della produzione einaudiana

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permetterà di storicizzare il

processo di incontro con la cultura straniera, evitando di presumerne l’anodina linearità. Sarà così possibile analizzare le resistenze, le inerzie, le modifiche delle pratiche o le nuove articolazioni che risultano dall’interazione. Nelle intenzioni dei redattori, in particolare, la traduzione poetica diventa espediente nel realizzare un progetto culturale, che va dal recupero di teorie culturali in via d’esaurimento alla costruzione di un’identità transnazionale inserita nel vivace dibattito contemporaneo, ridiscutendo così gli stessi orizzonti culturali nazionali a ridosso degli anni Ottanta.

2.1.

L’antologia “mondiale”: in difesa del crocianesimo, oltre l’ermetismo.

Sul finire degli anni Cinquanta, il lettore di poesia italiano inizia con maggiore sistematicità a gettare lo sguardo oltreconfine, in un’apertura culturale che abbraccia uno spazio geo-linguistico significativo. In questi anni vengono date alle stampe tipologie antologiche che mirano ad offrire una panoramica “mondiale” della produzione poetica straniera: Poeti stranieri tradotti da poeti italiani (Scheiwiller, 1956), Poesia straniera del Novecento (Garzanti, 1960) e Poeti del Novecento italiani e stranieri (Einaudi, 1960). In esse, però, se lo spazio geografico viene espanso, i confini nazionali restano solidi, come evidenzia l’indicizzazione dei contenuti, rigidamente collocati entro segmenti nazionali (“poeti inglesi”, “poeti spagnoli”, eccetera). In questo contesto, fautore della coerenza tra le parti diviene la peculiare concezione geo-poetica offerta dal curatore, la quale si dispiega nel para/epitesto, così come nel discorso meta-editoriale. Mediando l’interazione con il flusso transnazionale, l’editor procede ad una duplice rifunzionalizzazione: da un lato, l’impostazione teorica scardina e riassembla la gerarchia stessa delle letterature straniere, offrendo una visione alternativa delle posizioni centrali/periferiche del sistema mondiale; dall’altro, teorie storicoculturali italiane che stanno perdendo vigore (il crocianesimo, nel caso in questione) riprendono ossigeno nel contatto con gli apporti stranieri. Paradossalmente, la traduzione diventa un potenziale strumento di resistenza al cambiamento, di cui si avvantaggiano paradigmi culturali in via di esaurimento. Una delle produzioni più interessanti in questa prospettiva è rappresentata dall’antologia Poeti del Novecento italiani e stranieri, curata da Elena Craveri Croce e pubblicata da Einaudi nel 1960. Più che un manufatto einaudiano, l’antologia sembra poter essere più compiutamente definita come l’opera della figlia di 30

Vedi nota 8.


8 Benedetto Croce, in vece di un capitale simbolico derivato dall’influenza che quest’ultima detiene nel campo letterario, come figura di spicco dell’intellighenzia italiana, attiva saggista e fondatrice di riviste.

31

anni Sessanta, stretta tra il monopolio mondadoriano e la forza crescente delle piccole case,

Nei primi

32

la casa

editrice torinese si colloca in effetti in una posizione debole nel campo specifico dell’editoria di poesia, a seguito anche del fallimento della collana “Poeti stranieri tradotti da poeti italiani”, chiusa nel 1959 dopo neanche una decina di titoli in altrettanti anni. Il ricorso ad un curatore di peso risulta pertanto una scelta editoriale quasi obbligata per dare visibilità al prodotto antologico. La libertà conferita alla editor nella selezione antologica è pertanto rilevante. Non solo, ma questa è usata strategicamente dalla Croce per rilegittimare la professione al crocianesimo storicista. L’incontro con la poesia straniera diventa occasione di resistenza all’anti-crocianesimo, tentando di ridare vigore alle teorie paterne con l’appropriazione di moduli stranieri dotati di maggiore capitale simbolico.

33

L’antologia si muove

pertanto verso una prospettiva estetica anziché etico-politica, tracciando una storia della poesia contemporanea, il cui metro di giudizio sia avulso da valutazioni culturali a carattere documentario. La concezione stessa della poesia moderna, non più baluardo di interpretazioni ideologiche e avanguardistiche, 34

diviene connubio di “classicità e storicità” . I ruoli e le posizioni in seno alla Weltliteratur sono pertanto (re)interpretati a partire dal punto di vista adottato, ridistribuendo capitali culturali e simbolici in maniera contrastiva rispetto al passato. In questo 35

senso, la poesia francese appare di un’ “innegabile povertà” , perché non più legata al semplice valore di documento o alle valenze avanguardistiche, che in passato le avevano conferito un ruolo di prestigio. Di contro, la poesia spagnola trova una collocazione maggiormente centrale come “misura più alta della 36

moderna poesia europea” , grazie alle figure di Antonio Machado, Federico Garcia Lorca, Juan Ramon Jimenez, Rafael Alberti e Jorge Guillén, che secondo la Croce spostano l’asse poetico verso un’adesione alla tradizione classica e popolare. Accomunata alla tradizione contemporanea spagnola, anche la poesia inglese è rivisitata a partire da Yeats e la sua riscoperta delle radici popolari. Nelle adiacenze si collocano le prove più mature di Dylan Thomas, “lasciando [invece] nell’ombra il fenomeno Thomas, ancora confuso nel chiasso di un’assordante 37

pubblicità” . Sempre in nome delle tradizioni nazionali e popolari, la poesia russa trova spazio nell’antologia ma, comparata alla produzione spagnola, è relegata in una posizione più periferica per la supposta mancanza di una storia poetica complessa di cui nutrirsi. Della poesia tedesca, invece, si sottraggono le correnti più distintamente ideologiche, come l’espressionismo, mentre la disamina della letteratura americana è rapida, a causa del livello “intellettualistico” che la Croce vi scorge e che non sembra apprezzare. Nella prefazione la curatrice dedica

31

Figlia di Benedetto e moglie di Raimondo Craveri con cui diresse la rivista Lo Spettatore Italiano, Elena Croce fu anche tra i fondatori di Botteghe Oscure. L’importanza che la Croce assunse nella cultura italiana è ricordato da Roberto Calasso attraverso il seguente parallelo: “Mi sembra che l’unica persona in qualche modo parallela a Elena in Italia in quegli anni fosse Marguerite Caetani, tenendo comunque presente la differenza di generazione” [AAVV (a cura di), Elena Croce e il suo mondo: ricordi e testimonianze, Napoli, CUEN, 1999, p. 23]. 32 Nota 17. 33 Si veda anche R. Capoferro, “Antologie e canone letterario”, cit., p. 321: “fungendo da riduzioni portatili del canone, le antologie possono reificare un progetto culturale, dargli peso e sostanza; grazie alla loro agilità possono garantirgli una diffusione più rapida, persino prolungarne la vita: non è un caso che Poeti del Novecento italiani e stranieri sia uno degli ultimi sussulti del crocianesimo agonizzante”. 34 E. Croce (a cura di), Poeti italiani e stranieri del Novecento, Torino, Einaudi, 1960, p. XV. 35 Ivi: X. 36 Ivi: XII. 37 Ivi: XIV.


9 perciò semplicemente poche righe a T.S. Eliot, normalmente privilegiato dagli ermetici,

38

impegnandosi

inoltre solo in un brevissimo riferimento a Pound. Quest’ultimo trovava al contrario sempre maggiore spazio critico nel dibattito culturale contemporaneo come ispiratore di modelli formali innovativi e veniva prontamente pubblicato da Guanda (1953), Scheiwiller (1953, 1956, 1958, 1960) e Mondadori (1960). In un progetto siffatto, assordante risulta il silenzio delle assenze, a cui si aggiunge il limite strutturale all’approccio transnazionale, il quale privilegia soprattutto i capitali culturali delle letterature già consolidate. Le recensioni scrutinate

40

39

criticano la mancanza di una sezione dedicata all’America Latina, al Portogallo e

all’Ungheria, soprattutto quest’ultima area in fermento politico e culturale nel 1956 e volutamente evitate dalla Croce per evitare una trattazione a suo dire superficiale.

41

L’impronta prettamente crociana imposta dalla curatrice all’antologia collide inoltre con l’atteggiamento che aveva pervaso la casa editrice Einaudi sin dal Secondo dopoguerra, esplicitato nella pubblicazione dei Quaderni del carcere gramsciani tra il 1947 e il 1951. Gramsci, che aveva mosso una critica approfondita al concetto crociano di storia e di arte come intuizione pura, è proposto come emblema per configurare forme innovative di impegno nella produzione della cultura, le quali passano necessariamente anche attraverso le pratiche editoriali.

42

In questa prospettiva, la funzione primaria che l’Einaudi attribuisce al progetto editoriale risiede nella sua capacità di informare i lettori in merito alle tendenze letterarie straniere, stabilendo così non una storia conchiusa, bensì un’interazione con la dimensione transnazionale che metta in discussione criticamente i termini del dibattito letterario e culturale italiano, sovvertendone le acquisizioni ormai superate. Un proposito di tal genere è esemplificato dalle parole di Italo Calvino, che con l’antologia vorrebbe offrire “un panorama ”43

che serva anche di informazione, oltre che di revisione critica : in altri termini, una scelta esaustiva della poesia contemporanea mondiale, il cui criterio selettivo rompa con la tradizione, per attingere a nuovi modelli culturali. La valutazione della poesia si fa dunque documento, riflessione storico-culturale. La casa editrice auspica pertanto l’inserzione di autori stranieri che siano fautori del vivace dibattito letterario mondiale, per plasmare l’orizzonte di attese dei lettori italiani. È sempre Calvino a lamentare l’assenza del poeta greco Kavafis, il quale ormai conosce una diffusione capillare in Europa nelle traduzioni in altre lingue. Nell’escluderlo, l’antologia correrebbe il rischio di cedere il passo rispetto al dibattito culturale che si sviluppa oltre i confini nazionali.

44

La polemica letteraria si riverbera anche a livello testuale, che diventa occasione per una critica strutturata alle pratiche canoniche di traduzione. In quest’ottica, la funzione assunta dall’antologia si inserisce nel più ampio dibattito sul ruolo della traduzione come pratica culturale per ridiscutere e forgiare nuovi modelli rispetto alla cultura vigente. Di fatto, l’antologia non solo si propone di suggerire autori contrapposti a quelli 38 Ciò differenzia notevolmente le intenzioni della Croce dalle antologie angliste dei primi anni Cinquanta: come ricorda anche Capoferro (“Antologie e canone letterario”, cit, p. 314), nel 1950 Izzo pubblicava per Guanda Poesia inglese del ’900, in cui l’opera di T.S. Eliot apriva il volume stesso, segnando una collocazione non solo spaziale bensì anche simbolica della notevole influenza assunta dal poeta nell’orizzonte ermetico ancora vigente in Italia. 39 Archivio Einaudi [in seguito AE], fascicolo Elena Croce, Elena Croce [in seguito omesso il nome del mittente/destinatario se coincidente con quello del fascicolo] a Italo Calvino, 08/11/1958. 40 AE, recensioni su Poeti del Novecento italiani e stranieri, in particolare Leone Traverso su “L’approdo letterario”. In “Paragone” (136, aprile 1961, pp. 141-7) la stroncatura del critico fiorentino Luigi Baldacci. 41 AE, fascicolo Elena Croce, a Italo Calvino, 26/09/1960. 42 Si veda anche F.Billiani, Culture nazionali e narrazioni straniere. Italia: 1903-1943, Firenze, Le Lettere, 2007, e Id., Renewing a Literary Culture through Translation: Poetry in Post-war Italy, in J. Munday (ed), Translation as Intervention, London, Continuum, 2007, pp. 140-60. 43 AE, fascicolo Elena Croce, Italo Calvino, 10/01/1958. 44 Ivi, Italo Calvino, 23/09/1960.


10 in auge nella fase ermetica, ma mette in discussione le modalità con cui quei modelli sono stati acquisiti dalla tradizione letteraria italiana tramite l’attività di traduzione. Nello specifico, la Croce intravede il limite delle traduzioni poetiche in Italia nella velleità di pedante raffinatezza che rischia piuttosto di risultare provinciale. Di contro, l’editor predilige un’adesione filologica al testo, suggerendo una resa letterale,

45

per cui afferma di voler revisionare l’opera dei traduttori-poeti

all’insegna di una fruizione più trasparente della poesia.

46

L’esattezza linguistica nell’appropriazione del testo

straniero si contrappone pertanto alla tendenza liricizzante avulsa dalle trame testuali, che la Croce ritrova ad esempio nella pratica traduttiva a volte “mostruosa, inesatta, ermetica”

47

di un traduttore di peso degli

anni Trenta come Leone Traverso. Nelle migliori intenzioni della curatrice, i traduttori prescelti dovrebbero dunque esulare dalle cerchie dei poeti, afferendo piuttosto ai circuiti universitari.

48

In questo modo,

l’antologia beneficerebbe del prestigio prettamente accademico dei traduttori, senza scadere nelle versioni stilisticamente oscure di letterati più radicali.

49

Se si confronta, a titolo esemplificativo, la versione di Traverso della poesia “Sailing to Bizantium” di Yeats contenuta nell’antologia garzantiana con la versione di Giorgio Melchiori, riportata nell’antologia della Croce, ci si accorge dello scarto evidente tra le due traduzioni. La prima dimostra a tutti gli effetti un intento poetico, ad esempio nel tentativo destrutturante del sintagma nominale: “nor is there singing school/e altra non c’è 50

scuola” . La seconda

51

si caratterizza invece per un’aderenza più letterale al dettato straniero, riuscendo

meno oscura sintatticamente e lessicalmente. In definitiva, l’antologia opta per una versione “popolarizzante”, suggerendo un’interpretazione chiarificatrice del testo straniero, utile per un pubblico di lettori colto, che conosce, anche se sommariamente, almeno due lingue straniere, ma utile anche per abbracciare un’area socio-culturale più ampia di quella dei soli addetti ai lavori.

52

In questa prospettiva, l’antologia della Croce definisce chiaramente

il passaggio tra la fase traduttoria ermetica “che vede legarsi a doppio filo traduzione e pratica poetica, con le conseguenti riletture “tendenziose”della storia letteraria” e quella che vede “imporsi la pratica, tuttora corrente, della traduzione sussidiaria”.

53

Le vendite sembrano premiare questa seconda linea (5000 copie solo nei primi due anni), che soddisfa non solo le esigenze di intelligibilità del lettore meno attrezzato per un’interpretazione aulica ed elitaria del materiale poetico, ma anche quella di superare una visione della traduzione di poesia ormai datata e asfittica, che nuoce alle potenzialità di dialogo transnazionale con le altre culture.

54

All’inizio degli anni Sessanta, l’interazione con la poesia straniera contemporanea produce dunque un doppio movimento: a livello culturale si configura come un atto di resistenza, con il recupero delle teorie crociane; nelle pratiche traduttive, promuove invece il superamento dell’ermetismo, abbracciando una fruizione più lineare del dettato straniero. Il processo storico di avvicinamento a una diversità culturale di

45

Ivi, a Italo Calvino, 26/10/1958. Ibidem. 47 Ivi, a Italo Calvino, 26/10/1958. 48 Ibidem. In una lettera a Calvino (08/11/1958) propone l’anglista Giorgio Melchiori, mentre per l’area francofona suggerisce l’assistente di Giovanni Macchia, De Nardis. 49 Ivi, a Italo Calvino, 26/09/1958. 50 A. Bertolucci (a cura di), Poesia straniera del Novecento, Milano, Garzanti, 1958, pp. 272-3. 51 “Non v’è altra scuola”, in E. Croce (a cura di), Poeti italiani e stranieri, cit., pp. 26-7. 52 Ivi, a Luciano Foà, 12/11/1958. 53 R. Capoferro, “Antologie e canone letterario”, cit., p. 304. 54 AE, fascicolo Elena Croce, a GE, 10/01/1962. 46


11 dimensione globale conosce pertanto tempistiche più lente e una fluidità minore di quanto la sola analisi dell’incremento dell’offerta editoriale di prodotti stranieri potrebbe far supporre.

2.2.

Nuovi orizzonti editoriali e culturali: le giovani antologie nel dibattito mondiale.

L’antologia “mondiale” rappresenta comunque un episodio sporadico nella produzione culturale italiana. Nel corso degli anni Sessanta, nei cataloghi editoriali torna a farsi largo con una certa coerenza l’antologia dedicata ad una particolare zona geografica o area linguistica. È in particolare l’Einaudi a proporre un numero crescente di antologie dedicate a singole nazioni, corroborando nell’operazione sia i confini europei, sia la funzione culturale del manufatto antologico. La posizione della casa editrice torinese all’interno del campo editoriale di poesia si è intanto modificata con l’apertura nel 1964 della serie “Collezione di poesia”: proponendo in agili ed economici volumi con testo a fronte espressioni poetiche di respiro mondiale, l’Einaudi contrasta il predominio delle piccole case specializzate e nella sua maggiore attualità erode anche il consolidamento delle concorrenti maggiori, come Feltrinelli e Mondadori. Si apre inoltre un nuovo settore di pubblico a cui diventa possibile rivolgersi, rappresentato dai giovani e dagli studenti universitari, allargando così le ristrette cerchie della fruizione di poesia. Forte di un ruolo più solido e di un mercato più dinamico, la casa editrice torinese si slega dall’esigenza di ricorrere ad editors influenti, preferendo semplici traduttori, esperti del settore, ma anche giornalisti (Gianni Menarini) e operatori culturali della RAI (Umberto Bonetti). In questa operazione editoriale, l’Einaudi avvia un progetto di traduzione più spregiudicato, discostandosi in modo significativo dalle velleità storicistiche dell’opera crociana. Si tratta ora di adottare una prospettiva critica nella selezione e nell’assemblaggio della raccolta antologica, per cogliere in determinate aree geolinguistiche le voci letterarie più vive e in genere non ancora consolidate in un repertorio canonizzato. L’antologia deve inoltre assumere quel carattere informativo sulle tendenze che si stanno sviluppando oltre i confini nazionali che già Calvino prospettava nel 1958. È il primo ottobre 1964, quando il collaboratore einaudiano Guido Davico Bonino suggerisce al traduttore Mordente di esplorare strade alternative nell’assemblaggio di un prodotto antologico che promuova un’impostazione critica innovativa. L’obiettivo è quello di allargare il pubblico oltre la cerchia degli addetti ai lavori con una selezione arguta di poesia straniera contemporanea, che parta dal lavoro compiuto dalle riviste contemporanee per allargarsi alle correnti in voga oltreoceano: così alla poesia di Emily Dickinson, già canonizzata da un volume mondadoriano nel 1956, si deve preferire un affresco pungente sulla beatgeneration.

55

In termini simili, nel 1969 Paolo Fossati illustra a Nereo Condini la necessità editoriale di una

prospettiva critica che possa suscitare dibattito o polemica. Nello specifico, la proposta di Condini abbraccia la poesia americana degli anni Sessanta, iscrivendovi anche autori (come Randall Jarrell) nati nel 1910, mentre la casa editrice torinese sposta i limiti cronologici nella piena contemporaneità, dal 1930 in poi. Queste date indicano la volontà di stimolare un’effettiva “inserzione operativa” nel panorama culturale degli anni Settanta, in cui la pubblicazione si andrebbe ad inscrivere.

56

Il tutto viene ribadito anche da Guido

Davico Bonino nella discussione in merito all’antologia dei poeti americani, in cui definisce chiaramente

55 56

AE, fascicolo Mordente, Guido Davico Bonino, 01/10/1964. AE, fascicolo Nereo Condini, Paolo Fossati, 21/01/1969.


12 come il criterio “anagrafico” risponda a un’esigenza di innovazione e scoperta di valori poetici, in cui la fama letteraria assume un ruolo meno significativo nella scelta.

57

L’intento suggerito dalle pubblicazioni einaudiane non è però avulso dalle dinamiche del campo letterario italiano del periodo. Come Elena Craveri Croce utilizzava il confronto con le letterature straniere per ricapitalizzare la propria visione teorica, così il ciclo delle “giovani antologie” vale a promuovere un dialogo culturale a livello transnazionale in cui la poesia italiana possa assumere una funzione di cardine. Il verbale della seduta editoriale del 20 maggio 1969 riporta in effetti il progetto del collaboratore einaudiano e teorico della neovanguardia Guido Davico Bonino di dar seguito a due antologie di poesia, la prima relativa ai poeti americani della generazione successiva alla scuola di San Francisco e l’altra, di competenza di Antonio Porta, incentrata sulla “neo-avanguardia” ispano-americana. Il nome rivela già l’intenzione di (ri)legittimare il movimento poetico italiano attraverso la creazione di una rete di scambi letterari transanzionali. Se si esamina con attenzione il catalogo della Collezione di poesia e si analizza il discorso che si sviluppa tra i collaboratori, si può concludere che volontà della casa editrice sia quella di creare tante antologie sul 58

modello dell’antologia dei Novissimi, alla quale le varie antologie devono fare da “pendant” . La fine degli anni Sessanta rappresentano però un momento di rottura per la forza dirompente dei movimenti studenteschi e di un tessuto storico-culturale in rapido mutamento. La produzione straniera penetra con forza nel campo editoriale e letterario, scardinando le traiettorie di partenza e suggerendo l’inserzione

di

una

componente

più

segnatamente

politica

problematizzazione dei processi letterari in fieri di culture altre

nell’offerta 59

poetica.

La

volontà

di

muove dunque verso una funzione

documentaria sul ruolo che la poesia sta assumendo non solo a livello di innovazione culturale, ma più largamente politica. Sempre a proposito dell’antologia Giovani poeti americani, Guido Davico Bonino suggerisce al curatore Gianni Menarini di insistere nella direzione di una poesia civile e rivoluzionaria,

60

affinché l’attenzione si concentri su una situazione storico-culturale e non semplicemente letteraria. Si tratta in questo caso di una tendenza alla critica sociale e al desiderio di cambiamento che il panorama circostante.

61

Le strategie di editing sostenute dai collaboratori einaudiani indirizzano, inoltre, quel contenuto suggestivo e politicamente dirompente al di fuori delle cerchie degli addetti ai lavori, in netta controtendenza rispetto alla concezione strettamente elitaria del genere poetico. Così gli elementi paratestuali devono sottolineare il carattere di attualità della scelta poetica condotta, come dimostra l’adozione da parte del curatore Menarini, già redattore per Il Resto del Carlino, di un tono giornalistico nella prefazione ai Giovani poeti americani. L’utilizzo di un linguaggio critico più rigoroso avrebbe in questo caso appesantito il volume, che deve invece restare a detta di Davico Bonino “invogliante”.

62

In linea con una tale strategia editoriale deve inoltre porsi la traduzione, la quale deve avvicinarsi quanto più alla prosaicità del testo originale, evitando una resa poetica che vanificherebbe il senso ultimo dell’operazione editoriale. È questo il caso dei Giovani poeti sudamericani, in cui la tendenza liricizzante deve far posto al tono quotidiano, che aderisce maggiormente al verso straniero.

63

La traduzione cessa

pertanto di essere occasione di esercizio poetico per farsi onesto supporto testuale alla produzione in lingua 57

AE, fascicolo Gianni Menarini, Guido Davico Bonino, 16/07/1970. AE, fascicolo Antonio Porta, Guido Davico Bonino, 22/04/1969. 59 Ibidem. 60 AE, fascicolo Gianni Menarini, Guido Davico Bonino, 21/07/1969. 61 AE, recensioni, Masolino d’Amico su Il Giornale, 28/05/1976. 62 AE, fascicolo Gianni Menarini, GDB, 08/03/1972. 63 AE, fascicolo Umberto Bonetti, a GDB, 22/10/1970. 58


13 straniera. Ma se si predilige un’aderenza filologica al testo straniero, questa non è più da interpretarsi in relazione alla diatriba ermetica, come nel caso dell’antologia crociana, bensì rispetto alla necessità di rendere il prodotto appetibile ad un pubblico che esuli i semplici critici e che raggiunga anche lettori giovani come gli studenti universitari di norma più attenti ai fermenti culturali e politici internazionali.

64

Le “giovani antologie”

si situano in una diversa realtà sociale, avvicinandosi pertanto a quelle aree di frizione politico-culturale che la Croce accuratamente tralasciava. Negli anni Settanta, la maggiore permeabilità del campo letterario e editoriale italiano nell’interazione con i fermenti politico-culturali del panorama mondiale ha permesso dunque un incontro produttivo con i modelli della poesia straniera contemporanea, contribuendo a segnare uno spostamento verso la produzione meno canonizzata che emerge alle periferie dello spazio globale.

3. E dopo gli anni Settanta? Riflessioni e proposte. Il passaggio dalle antologie “mondiali” degli anni Sessanta alle “giovani antologie” del decennio successivo suggerisce un ulteriore allargamento dei confini poetici nazionali, nella direzione di un interesse documentario verso i fermenti culturali stranieri. In quest’orizzonte, trovano spazio anche le manifestazioni extra-europee dei poeti sudamericani, o quelle relative a lingue del tutto periferiche tanto nel contesto mondiale quanto nella tradizione poetica italiana, come il danese. La mappa della letteratura mondiale subisce inevitabilmente variazioni, a dimostrazione della liquidità dei canoni rispetto alle strategie della produzione culturale. L’ampliamento significativo dell’orizzonte geografico rispetto alle antologie dei decenni precedenti è documentato in sede einaudiana anche dallo scambio di opinioni nelle cosiddette “riunioni del mercoledì”. Così, sul finire degli anni Settanta, il critico e scrittore Malcom Skey, entrato a far parte delle cerchie della casa torinese, suggerisce di aprire la collana anche a letterature afferenti a lingue totalmente estranee ai retaggi europei, a cui sarebbe dovuta seguire la costruzione di un apparato di supporto alla lettura per il lettore che si avvicinava a lingue maggiormente “esotiche” rispetto alle usuali: poeti cinesi, arabi e islandesi.

65

66

Il 23 gennaio 1980 Sergio Perosa propone il nome della poetessa australiana Judith Wright,

che dovrebbe poi essere inserita in un’antologia dei paesi anglofoni, mentre l’idea di pubblicare la letteratura 67

africana appare obbligatoria nell’offerta sempre più globale proposta nella collana di poesia.

Nella progressione verso gli anni Ottanta, lo spettro linguistico si fa dunque tendenzialmente più articolato e sembrerebbe comprovare l’ipotesi suggerita da Gisèle Sapiro in merito alla traduzione come strumento di affermazione della diversità culturale nei settori più elitari come la poesia.

68

Per non ricadere nel deficit di

riflessività che i transfer studies a volte suggeriscono, è però opportuno soffermarsi un momento sulle categorie di analisi prima di pronunciare giudizi. Il metodo dell’histoire croisée concepisce l’interazione anche tra l’osservatore e l’oggetto di studio, nella precisazione continua del processo riflessivo che sta alla base dell’analisi. Così, la progressione verso confini più allargati nella pratica traduttiva deve essere vagliata da una storicizzazione dell’evento,nonché – secondo una prospettiva sociologica – dall’inscrizione dello stesso nel campo letterario e editoriale di

64

AE, fascicolo Gianni Menarini, GDB, 08/03/1972. AE, verbale del 17/05/1978. Malcom Skey. AE, verbale del 23/01/1980. Sergio Perosa. 67 AE, fascicolo Sergio Perosa, Carlo Carena, 18 maggio 1978. 68 Si veda nota 3. 65 66


14 riferimento. Il passaggio verso gli anni Ottanta rappresenta per l’editoria un punto di svolta a livello industriale, coincidendo con una profonda crisi del settore editoriale, sia a livello economico sia a livello individuale, con la fine degli “editori-protagonisti”

69

e il subentro di figure dirigenziali più marcatamente votate

ad una pratica eteronoma. In questo mutato contesto, occorre analizzare l’articolazione delle posizioni degli agenti editoriali e come esse interagiscono con la letteratura straniera. In definitiva occorre ricostruire il ruolo che la traduzione assume a partire non solo e unicamente dallo spoglio dei cataloghi, ma dallo studio rigoroso delle interazioni dinamiche tra le componenti letterarie e editoriali, nazionali e transnazionali. Se un’analisi del campo editoriale italiano dagli anni Ottanta sino ad oggi esula il presente articolo, è però possibile mettere in luce alcuni elementi necessari all’indagine. Da un lato, innanzi tutto, le ricerche future di storia dell’editoria saranno avvantaggiate dallo spoglio dei sempre più affidabili cataloghi editoriali digitalizzati e dalla potenziale apertura degli archivi degli editori, almeno per il primo decennio (1980-1990). L’utilizzo nelle redazioni di forme di comunicazione digitalizzate ne consentirà inoltre uno scrutinio tendenzialmente più completo e rapido, rispetto a quello attuale. Dall’altro, nel contesto contemporaneo, diventerà necessario attrezzarsi per un’indagine ancora più globale del prodotto libro, in particolare in relazione alle problematiche legislative e di distribuzione, che una realtà ancora prevalmente artigianale come quella italiana del Secondo dopoguerra non ha forse evidenziato rispetto alla loro attuale importanza. Le stesse modalità di produzione della filiera editoriale si distaccano ora sempre più da un concetto manifatturiero, per entrare in relazione con i nuovi mezzi di comunicazione digitale e le nuove professionalità redazionali. Il ruolo dei gate-keepers, degli agenti editoriali come ponte di scambi e relazioni tra gli autori e gli editori non è così messo in luce da un’editoria ancora circostritta ai circoli del campo letterario e alla forza degli editori protagonisti,

70

mentre la contemporaneità offre dinamiche segnatamente più complesse e

articolate. A svelare le dinamiche soggiacenti di un processo sempre più complesso e articolato sarà, però, soprattutto l’adozione di una metodologia complessa e interdisciplinare, che faccia interagire la sociologia delle produzioni culturali, la storia culturale e la critica letteraria, come si è cercato di esporre nel presente contributo. In questo contesto, senza dubbio, il ruolo della traduzione non potrà più essere semplice corollario, ma in quanto elemento sempre più caratterizzante la produzione editoriale dovrà assumere una funzione di rilievo. Un’analisi della produzione culturale che non tenga conto anche della dimensione transnazionale risulta di fatto una visione miope sulla cultura nazionale, la quale si costruisce nel dialogo oltreconfine. D’altro canto, la produzione straniera deve essere inserita nell’orizzonte d’indagine della storia editoriale precipua, per un ripensamento critico della funzione delle letterature straniere nella produzione della cultura nazionale. Studiando i contesti specifici in cui la traduzione si inserisce, si potranno in fondo superare le sterili dicotomie tra ibridità e omologazione che i discorsi sulla globalizzazione portano talvolta con loro. L’equazione poesia e diversità culturale ha, in effetti, sfumature sensibili alle dinamiche cogenti di un particolare campo letterario e degli agenti specifici che in esso operano. La pratica di un metodo a un tempo empirico e riflessivo risulta dunque potenziale per restituire in modo più esaustivo le dinamiche in atto e offrire un’immagine più articolata dei flussi di traduzione. A un livello 69

Si veda G.C. Ferretti, Storia dell’editoria letteraria in Italia. 1945-2003, Torino, Einaudi, 2004, pp. 225-302. La funzione dell’agente letterario straniero è stata messa in luce nel caos di Erich Linder [vedi G. Alberti, “L’agent littéraire Erich Linder: création, définition et légitimation d’une nouvelle profession dans l’édition italienne après la Seconde Guerre mondiale”, in A. Boschetti (dir.), L’espace culturel transnational, cit., pp. 469-82], ma negli studi di editoria il suo ruolo appare ancora poco visibile – da questo il presente articolo non si discosta, per via soprattutto degli scambi di norma diretti tra redattori e traduttori per l’ambito poetico. 70


15 ulteriore, sarà possibile definire in modo più stringente lo stesso concetto, spesso poroso, di transnazionalità, visto non più soltanto come spazialità de-gerarchizzata dei rapporti di forza tra paesi (in opposizione a “internazionale”), bensì alla maniera dell’histoire croisée come dimensione che interseca e penetra i diversi livelli specifici, locali e nazionali, potenzialmente produttiva di cambiamento a seconda della storicità degli elementi. Una rottura dunque con la prospettiva monodimensionale e statica tipica della letteratura comparata, ma anche una problematizzazione rispetto alla linearità con cui gli scambi transnazionali sono di norma concepiti, le quali possono rivelarsi proficue tanto per lo studio della traduzione quanto per l’analisi della storia culturale.

2013_Interventi_08_Milani  
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