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Alla ricerca di Austenland. Riflessioni sul ruolo di Jane Austen nella cultura popolare contemporanea. Carlotta Farese (Università di Bologna) La prospettiva di genere è stata un elemento costante della mia formazione e del mio percorso di ricerca. Ripercorrendo la mia attività scientifica da questo punto di vista, vorrei indicare due filoni fondamentali che corrispondono ad aree su cui mi sono concentrata con passione negli ultimi anni. Il primo di tali filoni trova la sua origine negli anni della mia formazione londinese presso l’attivissimo laboratorio di studi culturali e di genere del Queen Mary College e si incentra sui fermenti femministi della letteratura e della società vittoriana, espressi in particolare dalle scrittrici appartenenti al movimento della New Woman1. Il secondo filone ha invece preso forma nel corso dell’attività di ricerca che ho svolto presso il bolognese Centro Interuniversitario per lo Studio del Romanticismo, ed ha avuto al proprio centro da un lato la rappresentazione letteraria della lettura femminile, cui ho dedicato una monografia2, dall’altro l’opera e la ricezione di autrici come Elizabeth Inchbald3, Christina Rossetti4 e Jane Austen5. La mia attuale attività di ricerca è appunto concentrata sulla ricezione dell’opera di Jane Austen, un argomento le cui implicazioni di gender sono particolarmente interessanti. Esse riguardano in particolare due aspetti. Il primo è la ricostruzione della figura biografica dell’autrice e del modo in cui ella affrontava la propria attività creativa. Tale ricostruzione si è infatti conformata per lungo tempo a stereotipi ottocenteschi di genere che facevano di Jane Austen una “zitella

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C. Farese, Una liberazione conservatrice. Sarah Grand e il movimento della New Woman, in «Contesti. Raccolta di Studi e Ricerche», n. 10 (1998), pp. 135-165; “La New Woman” in L. M. Crisafulli, K. Elam (a c. di ), Manuale di letteratura e cultura inglese, Bononia University Press, Bologna 2009, pp. 303-306. 2 C. Farese, Creature dell’illusione. Figure di lettrici nella letteratura europea dell’Ottocento, Pensa, Lecce 2007. 3 C. Farese, Elizabeth Inchbald: scandalo e convenzione. Romanzo e teatro nell’Inghilterra della Reggenza, Aracne, Roma 2012; From German into English, from Novel into Play: “Lovers’ Vows” and “Das Kind der Liebe”, in L. M. Crisafulli, C. Pietropoli (eds.), The Languages of Performance in British Romanticism, Peter Lang, Oxford 2008, pp. 201-217; Nello specchio di un “massacro”: il dramma storico di Elizabeth Inchbald, in L. M. Crisafulli, C. Pietropoli (a c. di), Il dramma storico delle donne in Europa, numero speciale de «La Questione Romantica», n. 14, Liguori, Napoli 2005, pp. 73-85. 4 C. Farese, “The country half my own”: l’Italia e i paradossi dell’identità in Christina Rossetti, in corso di stampa. 5 C. Farese, Le eroine di Jane Austen e l’ambiguo incantesimo della lettura, in B. Battaglia (a c. di), Jane Austen oggi e ieri, Longo, Ravenna 2002, pp. 181-193.


2 illetterata”6, modesta e priva di ogni ambizione. Solo di recente si è aperta a nuove interpretazioni che vedono in lei una scrittrice ambiziosa, determinata e consapevole dei propri mezzi. Il secondo aspetto è invece legato al carattere gendered della ricezione di una autrice donna che è stata dapprima canonizzata da un pubblico essenzialmente maschile (la cui lettura non è stata priva di caratteri talvolta misogini) per poi diventare, fra la seconda metà del ventesimo e l’inizio del ventunesimo secolo, un fenomeno culturale e mediatico di massa legato ad un pubblico soprattutto (anche se certo non esclusivamente) femminile. Proprio a questi aspetti, e in particolare allo straordinario successo dell’opera di Jane Austen nell’ambito della cultura popolare postmoderna, sono dedicate le pagine che seguono, in cui vorrei esporre alcuni risultati di una ricerca tuttora in corso. Jane Austen, la sua biografia e l’intera sua produzione narrativa ci offrono infatti l’esempio straordinario e forse unico di una scrittrice ottocentesca e ‘canonica’ che è divenuta protagonista della cultura popolare e del mercato multimediale che ha attinto alla sua opera per un numero infinito di adattamenti, riscritture, imitazioni, sequels, prequels, spin-offs. Nel recente programma televisivo The Many Lovers of Jane Austen, la storica Amanda Vickery ha tentato di investigare proprio questo aspetto: “how has this genteel fiction become a twenty-first century global phenomenon?” 7. Ella si è chiesta, cioè, come una scrittrice del periodo della Reggenza, che a suo tempo non godette di particolare popolarità, si sia trasformata in un brand letterario globale che ha raccolto l’entusiasmo di lettori diversissimi per estrazione e background culturale. Non senza una punta di stupore e di ironia si legge oggi la Biographical Notice pubblicata da Henry Austen (fratello molto amato dell’autrice) per accompagnare, nel 1818, l’uscita postuma dei due romanzi Northanger Abbey e Persuasion, in cui viene proposta per la prima volta al pubblico di lettori quell’immagine di Jane come “scrittrice per caso”, modesta e disinteressata alla fama, “remissiva e rassegnata proper lady”8 che la famiglia Austen per prima costruirà e che a lungo cercherà di custodire. “Few so gifted were so truly unpretending”, scrive ancora Henry Austen, sottolineando che “no accumulation of fame would have induced her, had she lived, to affix her name to any productions of her pen. In the bosom of her family she talked of them freely, thankful of praise, open to remark, and submissive to criticism. But in public she turned away from any allusion to the

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B. Battaglia, La zitella illetterata. Parodia e ironia nei romanzi di Jane Austen, Longo, Ravenna 1983. 7 The Many Lovers of Jane Austen (BBC 2012). 8 B. Battaglia, Introduzione. La commedia “nascosta” di Jane Austen, in J. Austen, Sir Charles Grandison, Editori Riuniti, Roma 2011, p. X.


3 character of an authoress”.9 Come ormai ben sappiamo – grazie soprattutto alla rivoluzionaria biografia di David Nokes10 – l’immagine di una Jane puritana e timorata, poi consolidata in età vittoriana, non corrisponde affatto alla realtà, Jane era infatti “rebellious, satirical and wild” e “as motivated and ambitious as all possessors of great gifts are”11, e probabilmente sue affermazioni del tipo “I write only for Fame, and without any view to pecuniary Emolument”12, ironizzavano, in tipico stile austeniano, proprio su ciò a cui ella teneva di più: essere riconosciuta come scrittrice di talento riuscendo anche a guadagnare bene. Tuttavia, la nostra autrice non avrebbe mai potuto immaginare il successo globale che i suoi romanzi avrebbero un giorno incontrato, e l’ironico contrasto fra il modesto riconoscimento ottenuto dalla Austen in vita e quanto è avvenuto dopo la sua morte rimane il tratto distintivo della storia della sua ricezione critica. Se è vero che, come sottolinea Claire Harman, “the significance of Jane Austen is so personal and so universal, so intimately connected with our sense of ourselves and of our whole society, that it is impossible to imagine a time when she or her works could have delighted us long enough”13, è tuttavia estremamente affascinante cercare di analizzare la ragione di un tale peculiare trionfo e dei diversi modi in cui esso si è declinato nel corso di due secoli. Per quanto riguarda, in particolare, l’argomento che intendo affrontare in questo contributo, la fama e la popolarità di cui godono i personaggi e le trame dei suoi romanzi, per quanto innegabile, non è una spiegazione sufficiente per il loro intramontabile successo come soggetto di innumerevoli trascrizioni, transcodificazioni e adattamenti transmediatici. Molteplici sono le spiegazioni proposte dalla critica per il travolgente e “globale” successo dell’opera austeniana: “the ‘3 or 4 Families in a Country Village’ formula, in plots dealing almost exclusively with money and marriage, speaks to

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H. Austen, Biographical Notice, in J.E.Austen-Leigh, A Memoir of Jane Austen and Other Family Recollections (ed. by K. Sutherland), Oxford University Press, Oxford 2002, p. 140. 10 Cfr. D. Nokes, Jane Austen. A Life, Fourth Estate, London 1997. L’innovativa biografia di Nokes ha ha avuto un ruolo fondamentale nel fare giustizia di una serie di fuorvianti, ma consolidate, interpretazioni della figura di Jane Austen. Tra gli studi che più hanno contribuito a rinnovare l’immagine del “personaggio” Austen e della sua produzione letteraria, si vedano almeno: B. Southam, Introduction in B. Southam (ed. by) Jane Austen’s ‘Sir Charles Grandison’, Clarendon Press, Oxford 1980; B. Battaglia, La zitella illetterata, cit.; C. Tomalin, Jane Austen. A Life, Viking, London 1997; P. Knox-Shaw, Jane Austen and the Enlightenment, Cambridge University Press, Cambridge 2004, P. Byrne, Jane Austen and the Theatre, Hambledon and London, London-New York 2002; J. Todd (ed. by), Jane Austen in Context, Cambridge University Press, Cambridge 2005; K. Sutherland, Jane Austen’s Textual Lives. From Aeschylus to Bollywood, Oxford University Press, Oxford-New York 2005; P. Byrne, The Real Jane Austen. A Life in Small Things, Harper Press, London 2013. 11 C. Harman, Jane’s Fame. How Jane Austen Conquered the World, Canongate, Edinburgh 2009, p. 280. 12 J. Austen, Letter to Cassandra Austen, 14-15 January 1796, in D. Le Faye (ed. by), Jane Austen’s Letters, Oxford University Press, Oxfrod-New York, 1995, p. 3. 13 C. Harman, Jane’s Fame, cit., p. 281.


4 millions the world over”14. Lo stesso si potrebbe dire anche dell’altra formula classica che fornisce tutti gli ingredienti per la perfetta commedia romantica: la giovane eroina che incontra il proprio partner, le traversie da superare per poi ricongiungersi felicemente nel finale. Muovendosi dal piano del contenuto a quello dello stile, si può anche notare l’ingannevole “trasparenza” e accessibilità della sua lingua che ci fornisce “a consciousness and a discourse that by its commonsense clarity, ironic detachment and specificity gives us continuing access to possibilities of continuity in terms of acute change”15. Di là da queste considerazioni generali, e forse un po’ generiche, può essere più utile, per comprendere la vitalità dell’afterlife intertestuale di personaggi e situazioni austeniane, rifarsi alle considerazioni di Beatrice Battaglia16, che ha messo in evidenza la presenza di voci narranti multiple, spesso inaffidabili o contraddittorie che rendono i testi di Jane Austen esempi privilegiati di polifonia, e di “opera aperta”, nel senso che Umberto Eco ha attribuito a questa espressione: e cioè, un testo che incita, provoca e che attribuisce uno scopo particolarmente ampio alla “cooperazione interpretativa” del lettore17. Quale che sia la spiegazione, è certo innegabile che i personaggi austeniani siano particolarmente disposti a prolungare la propria esistenza immaginaria oltre i confini del testo in cui appaiono per la prima volta. La loro attitudine ad una ‘extended life’ sembra essere un elemento essenziale della loro natura e una caratteristica decisiva e determinante che lettori di tutte le epoche non hanno mancato di sottolineare. Infatti, l’espressione che ho appena utilizzato fu coniata dallo scrittore E. M. Forster, il quale, nel suo intramontabile Aspects of the Novel (1927), rimarca argutamente come tutti i personaggi della Austen “function all round, and even if her plot made greater demands on them than it does they would still be adequate”; egli sottolinea ancora come “all the Jane Austen characters are ready for an extended life, for a life which the scheme of her books seldom requires them to lead and that is why they lead their actual lives so satisfactorily”18. Abbiamo in realtà, per usare le parole di un lettore più moderno, un ampio corpus testuale a suggerirci che Jane Austen stessa, “if not exactly scripting the terms of her future sequelisation, was as happy as her sequel-providers to play with the conventions of narrative teleology and closure”19. E questo è ulteriormente confermato da un passo molto conosciuto del Memoir of Jane Austen pubblicato da suo nipote James Edward Austen-Leigh

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Ivi, p. 245. M. Hayes, Why Jane Austen Made it a Movie, in B. Battaglia (ed. by), Jane Austen Oggi e Ieri, Longo, Ravenna 2002, p. 31. 16 Cfr. B. Battaglia, La Zitella Illetterata, cit. 17 Cfr. U. Eco, Opera aperta, Bompiani, Milano 1962. 18 E.M. Forster, Aspects of the Novel, Penguin, London 1990, p. 79. 19 D. Shauna Lynch, Sequels, in J. Todd (ed. by), Jane Austen in Context, Cambridge University Press, Cambridge 2005, p. 167. 15


5 nel 1871, in cui egli ricorda come sua zia fosse sempre disposta a proiettare la vita dei personaggi ben oltre la fine dei romanzi di cui erano protagonisti:

She would, if asked, tell us many little particulars about the subsequent career of some of her people. In this traditionary way we learned that Miss Steele never succeeded in catching the Doctor; that Kitty Bennet was satisfactorily married to a clergymen near Pemberley, while Mary obtained nothing higher than one of her uncle Philip’s clerks, and was content to be considered a star in the society of Meriton; that the ‘considerable sum’ given by Mrs. Norris to William Price was one pound; that Mr. Woodhouse survived his daughter’s marriage, and kept her and Mr. Knightley from settling at Donwell, about two years; and that the letters 20

placed by Frank Churchill before Jane Fairfax, which she swept away unread, contained the word ‘pardon’.

Non sorprende pertanto che i primi a lavorare sui manoscritti incompleti della Austen nel tentativo di portarli a compimento siano stati propri alcuni membri della sua numerosa e tentacolare famiglia. Ad esempio Catherine Hubback, figlia di Francis, fratello più giovane di Jane, che scrisse nel 1850 un romanzo intitolato The Younger Sister, basato su The Watsons; e Anna Austen Lefroy che verso il 1830 tentò, senza riuscirvi, di trovare una prosecuzione per il romanzo incompiuto della Austen, Sanditon. Tuttavia, il libro che viene di solito considerato dalla critica il primo vero sequel (e che rivendica esplicitamente di esser tale) fu pubblicato nel 1914 da Sybil Brinton: Old Friends and New Fancies. An Imaginary Sequel to the Novels of Jane Austen. All’origine di una lunga serie di testi dello stesso tipo, il libro della Brinton è rimasto uno dei più riusciti e piacevoli di essi. Esso intreccia in un unico plot le vite di alcuni dei più amati personaggi dei sei romanzi della Austen mischiandoli ad altri creati dalla Brinton. I protagonisti sono Georgiana Darcy, il colonnello Fitzwilliam e Kitty Bennet di Pride and Prejudice che, nel corso della narrazione, incontrano una serie di personaggi tratti da altri romanzi come la Mrs. Jennings di Sense and Sensibility, o Emma Woodhouse Knightly di Emma, sempre impegnata a gestire le vite altrui. È proprio per questo motivo che lei e suo marito hanno lasciato Highbury alla volta di Londra, perché il setting dei suoi complotti possa offrirle maggiori opportunità. Nel sequel della Brinton la nuova vittima di Emma diventa Kitty Bennet che, pur sempre vanesia e interessata a balli e vestiti, sembra però intraprendere un percorso di crescita e maturazione. Kitty e Georgiana, coetanee e ormai unite da un legame di parentela, diventano amiche, anche se ciò che realmente le accomuna è la passione per un affascinante ufficiale di marina, il William Price di Mansfield Park. Pur senza avere il wit della Austen e il suo genio satirico, la Brinton riesce a rimanere fedele allo spirito originario dei 20

J.E.Austen-Leigh, A Memoir of Jane Austen, in A Memoir of Jane Austen and Other Family Recollections, cit., p. 119.


6 personaggi e a mantenere inalterato il ‘tono’ della voce narrante e il registro stilistico del suo modello. Questo effetto di sostanziale fedeltà all’opera di Jane Austen e di ‘ventriloquismo stilistico’ è probabilmente in gran parte dovuto al fatto che questo sequel è molto vicino, sia culturalmente sia cronologicamente, all’originale da cui trae ispirazione. Certo è che Old Friends and New Fancies avrebbe dato il via ad una vera e propria tradizione o, se si preferisce, ad un sottogenere letterario il cui successo era davvero difficile da prevedere quando il libro apparve nel 1914: se si includono anche i remake e gli adattamenti cinematografici e televisivi, si contano ormai ben più di 150 sequels austeniani. Tale numero è aumentato drammaticamente negli ultimi due decenni del ventesimo secolo e nei primi anni del ventunesimo secolo: si va quindi, per citare solo alcuni fra i più recenti, da opere come Mansfield Revisited (1984) e Jane Fairfax (1990) di Joan Aiken a Jane Austen’s Guide to Dating (2005) di Lauren Henderson; da Me and Mr. Darcy (2007) di Alexandra Potter a Searching for Captain Wentworth (2012) di Jane Odiwe; da The Darcys of Pemberley (2011) di Shannon Winslow, autrice anche di Mr. Collins’s Last Supper (2012) e del recentissimo Return to Longbourn (2013), a Pride, Prejudice and Zombies (2009), un mash-up di Seth GrahameSmith in cui il grande classico austeniano è addirittura trasferito nell’improbabile mondo degli zombie. La scrittrice americana Linda Berdoll, specialista del genere21, spiega sul suo sito web i motivi che l’hanno spinta a scrivere dei sequels ispirati, in questo caso a Pride and Prejudice:

I am not, nor do I pretend to be, a Jane Austen expert. I began to write only to satisfy my own longing to know what happened to Darcy & Elizabeth. Many others have written their own versions of the story. I wrote mine with nothing if not a sense of fun. Readers of the various Austen sequels seem to fall into two categories – those who yearn to know what Darcy might have whispered into Lizzy's ear in their nuptial chamber and those who fall into a swoon at the notion of such heresy. If you, Dear Reader, happen to fall into the latter category, please heed this caution before you read either of my sequels. Hang onto your bonnet, you're in for a bumpy ride. 22

Carrie Bebris, autrice americana di una vera e propria crime series intitolata Mr. and Mrs. Darcy Mysteries, pubblicata a scadenza quasi annuale a partire dal 2004 – Pride and Prescience (2004), Suspense and Sensibility (2005), North by Northanger (2006), The Matters at Mansfield (2008), The Intrigue at Highbury (2010), The Deception at Lyme (2011) – decise di combinare due generi di sicuro successo: la detective story e l’Austen sequel, come ella stessa ammette nella pagina di presentazione del suo sito web: “Shortly after I sent the final draft of Pride and 21

Ella è infatti autrice autrice di: Pride and Prejudice continues. Mr. Darcy Takes a Wife (2004); di Darcy and Elizabeth. Nights and Days at Pemberley (2006); e da ultimo di The Ruling Passion: Pride and Prejudice Continues (2011). 22 www.lindaberdoll.us [consultato il 28/03/2013]


7 Prescience off to my editor, a British survey of 1,900 female readers identified Mr. Darcy as the literary character with whom women would most like to go out on a dinner date. Of the next six characters on the list, five were detectives or crime fighters. So I figure Mr. Darcy as a detective makes him pretty much the perfect hero!”23 La combinazione detective story-Austen sequel non ha d’altronde lasciato indifferente neanche una maestra della detective story come la notissima giallista britannica P.D. James che nel 2012 ha pubblicato il suo Death Comes to Pemberley, alzando notevolemente il livello qualitativo di questo tipo di produzione, generalmente scadente.24 All’interno di questa lunga lista di seguiti e adattamenti austeniani – che ci ricordano la perdurante vitalità commerciale del brand Austen – vorrei concentrare la mia attenzione da una parte sul rapporto tra passato e presente e dall’altra sul rapporto tra realtà e finzione che alcuni di questi testi tendono a presentare. Ogni tipo di romanzo storico (e molti sequels austeniani altro non sono se non dei romanzi storici estremamente naif) implica infatti una dialettica tra passato e presente – tra la realtà contemporanea in cui l’atto della lettura e della scrittura ha luogo e il tempo (spesso evocato con un senso di struggente nostalgia) in cui la storia è ambientata. Tuttavia, in molti dei sequels austeniani questo dialogo, o confronto, fra il presente (ovvero il mondo reale) e il passato (ovvero il mondo della finzione), non è mai esplicitamente tematizzato o consapevolmente elaborato, ma costituisce piuttosto una sorta di sfondo inconscio della narrazione. Per questa ragione è particolarmente interessante notare i modi in cui alcune opere recenti tematizzino proprio questa dialettica, e anzi tendano a farne il fulcro tematico e/o strutturale della narrazione. Ad esempio, nel romanzo The Jane Austen Bookclub (2004) di Karen Joy Fowler, da cui nel 2007 è stata tratta una versione cinematografica di un certo successo, la scrittrice, partendo dal presupposto che “each of us has a private Austen”25, narra la storia di un gruppo di sei Janeites contemporanei, i quali, nella Sacramento Valley in California, decidono di incontrarsi una volta al mese per discutere un romanzo della Austen. La lettura dei classici austeniani avvicina queste persone in un momento in cui alcuni di essi affrontano complesse crisi esistenziali e altri – sempre grazie alla sapiente mediazione di ‘Jane’ – si innamorano. Nel trailer del film hollywoodiano, la voce narrante dichiara: “To survive romance in the modern world they’ll have to ask themselves one simple question: What 23

www.carriebebris.com [consultato il 28/03/2013] Nella sua recensione sull’Evening Standard, Claire Harman sottolinea infatti che“there have been lots of riffs on Austen’s beloved novels over the years, including recent zombie and vampire mash-ups, but P. D. James has the advantage in having both the skill and the intelligence to hold her own in Austen’s company. Her charmingly conceived murder mystery unfolds like a big soft comfort blanket just in time for the nights drawing in: the nation's best-loved crime writer and best-known romance in a magic meld, with Downtony moments below stairs, spooky moonlit bits and some police procedural thrown in for good measure”. http://www.standard.co.uk/arts/book/death-comes-to-pemberley-by-p-djames--review-6361880.html [consultato il 28/03/2013] 25 K.J. Fowler, The Jane Austen Book Club, Penguin, London 2007, p. 1. 24


8 would Jane do?”, sottolineando con ciò un atteggiamento tipico che i cosiddetti ‘Janeites’26 tendono ad assumere nei confronti del testo austeniano. Tale atteggiamento risale agli inizi del ventesimo secolo e si è sempre basato, come sostiene Katherine Sutherland, sull’idea di una sorta di intersezione simbolicamente significativa esistente tra letteratura e vita grazie a cui frasi come ‘reading for life’ assumono un significato letterale.27 Questo atteggiamento pare suggerire che, come Humberstall, il protagonista del racconto The Janeites di Rudyard Kipling aveva già evidenziato (“I mean that ’er characters was no use! They was only just like the people you run across any day”)28 uno degli elementi caratterizzanti dell’arte di Jane Austen è proprio la capacità di annullare il confine tra realtà e finzione e di assimilarli l’una all’altra. Ecco allora che una più recente interpretazione, tipicamente postmoderna, di questa tensione tra il mondo reale del lettore e quello immaginario del romanzo tende a descrivere – in perfetta sintonia con quello che fu sempre il personale interesse della Austen per varie forme di parodia metaletteraria – la possibile eliminazione delle barriere tra i due campi come una sorta di assimilazione del lettore all’interno del romanzo. La forma più elementare e, allo stesso tempo estrema, di questo tipo di tentativo è probabilmente esemplificata da testi para-letterari come la “game novel” di Emma Campbell Webster: Being Elizabeth Bennet: Creat Your Own Jane Austen Adventure (2007), in cui i lettori vengono incitati a diventare i protagonisti del libro che stanno leggendo grazie a sollecitazioni del tipo: “It is a truth universally acknowledged that a young Austen heroine must be in want of a husband, and you are no exception. Christened Elizabeth Bennet, you are tolerably beautiful, moderately accomplished, with a sharp wit and quick mind”. E ancora: “Equipped with only your wit and natural good sense, your mission is to marry both prudently and for love”.29 Il libro della Campbell Webster è senza dubbio un gioco, o uno scherzo, in cui il lettore, in modo da poter portare a buon fine la propria missione (che è naturalmente quella

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Il termine Janeite era stato coniato originariamente da George Saintsbury nel 1894, nella sua introduzione ad una nuova edizione di Pride and Prejudice. Esso ottenne però la propria consacrazione nel 1924, anno della pubblicazione di The Janeites di Rudyard Kipling, storia di un gruppo di soldati della prima guerra mondiale, di estrazione sociale diversa ma tutti accomunati dal culto, quasi massonico (essi avevano creato al fronte una vera società segreta: The Society of the Janeites) della divina Jane. 27 Cfr. K. Sutherland, Jane Austen’s Textual Lives, cit., p. 18; si veda inoltre in proposito S. Cobb, What Would Jane Do? Postfeminist Media Uses of Austen and the Austen Reader, in G. Dow, C. Hanson (eds.), Uses of Austen: Jane’s Afterlives, Palgrave Macmillan, Basingstoke 2012, pp. 208-227. 28 R. Kipling, The Janeites, 1924: http://www.jasna.org/membership/janeites.html [consultato il 28/03/2013] 29 E. Campbell Webster, Being Elizabeth Bennet. Create Your Own Jane Austen Adventure, Atlantic Books, London 2007, p. IX.


9 di sposare un uomo danaroso) deve accumulare punti nelle seguenti cinque categorie: INTELLIGENCE, CONFIDENCE, CONNECTIONS and FORTUNE30. Il romanzo Confessions of a Jane Austen Addict (2007) di Laurie Viera Rigler fornisce un ulteriore esempio. La protagonista, Courtney Stone, è una trentenne californiana che, dopo aver passato una notte a rileggere Pride and Prejudice, si sveglia il mattino successivo nell’Inghilterra della Reggenza. Non solo ella si ritrova nel 1813, ma una fugace occhiata in uno specchio rivela anche che è intrappolata in un corpo non suo. Incapace di ritornare nella Los Angeles dei nostri giorni, Courtney deve adattarsi ad essere Jane Mansfield, la donna la cui vita ormai ella incarna. Per anni Courtney era stata del resto una fan indefessa di Jane Austen e un membro della Jane Austen Society of North America. Il secondo episodio della serie, intitolato questa volta Rude Awakenings of a Jane Austen Addict (2009) presenta l’esperienza uguale ed opposta di Jane Mansfield, figlia di un gentiluomo dell’Inghilterra del primo Ottocento, che si risveglia nel corpo e nella quotidianità di Courtney Stone, californiana trentenne dei giorni nostri. Tuttavia, la più interessante e la più riuscita di queste avventure, è probabilmente quella vissuta da una giovane lettrice contemporanea, Amanda Price, nella serie TV in quattro episodi prodotta nel 2008 da ITV – “intelligently amusing and profoundly Austenian”31 – intitolata Lost in Austen. Amanda, giovane e disincantata londinese, fugge dalla sua vita monotona e deludente per rifugiarsi appena può tra le pagine del suo libro prediletto, Pride and Prejudice, di cui conosce ormai ogni pagina a memoria. La serie, diretta da Dan Zeff e scritta da Guy Andrews, gioca in maniera arguta e divertente, sin dalle primissime battute, con le costanti sovrapposizioni e contraddizioni tra la finzione letteraria e l’attualità, il testo e la realtà quotidiana: “It is a truth generally acknowledged that we are all longing to escape. I escape always to my favourite book, Pride and Prejudice. I’ve read it so many times now the words just say themselves in my head, and it’s like a window opening, it’s like I’m actually there. It’s become a place I know so intimately, I can see that world... I can touch it. I can see Darcy…” La vita di Amanda è così ossessivamente dominata dalla presenza di Pride and Prejudice (“I know I might sound like a terrible loser, it’s just sometimes I’d rather stay in with Elizabeth Bennet. [...] I love the love story, I love Elizabeth, I love the manners and the language, the courtesy. It’s become part of who I am and what I want”) che una sera ella trova Elizabeth Bennet nel bagno del proprio appartamento: “Ok, Elizabeth Bennet in my bathroom. Clearly I’m hallucinating”.32 L’eroina austeniana è arrivata da una porta che sembrava murata ma conduce invece direttamente alla soffitta

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Ivi, p. XI. K. Sutherland, She’s, like, universal, Review to Lost in Austen, in The Times Literary Supplement, 26 September 2008, http://www.the-tls.co.uk/tls/ [consultato il 29/03/2013] 32 Lost In Austen, directed by D. Zeff, ITV 2008. 31


10 di casa Bennet. Attraverso quella porta Amanda entra nel mondo romanzesco di Pride and Prejudice scambiandosi di ruolo con Elizabeth che rimane invece nella Londra contemporanea. Uno dei tanti elementi interessanti di questa riuscitissima serie TV è il dialogo intrecciato con quello che viene ormai considerato dagli appassionati austeniani un classico a sé, e cioè la celeberrima serie della BBC del 1995 dedicata per l’appunto a Pride and Prejudice in cui l’attore Colin Firth ha dato corpo e vita al sogno romantico di milioni di lettrici, trasformando Mr Darcy in un vero sex symbol. Ed è proprio con questa nuova ossessione delle Janeites di tutto il mondo che gioca ad esempio Shannon Hale nel suo romanzo Austenland (2007), in cui Jane, una giovane donna newyorkese sembra incapace di trovare l’uomo giusto proprio a causa della sua fissazione per il Mr. Darcy interpretato da Colin Firth. Un giorno, una ricca prozia le regala un viaggio in un curioso luogo di villeggiatura nella campagna inglese – frequentato da persone, soprattutto donne, ossessionate come lei da Jane Austen e dal suo periodo storico – dove trascorrere una o due settimane vivendo in un finto mondo Regency. Circondata da una fake Austenland, Jane diventa ogni giorno più sicura di sé e, quando sembra ormai davvero guarita dalle sue fantasie romanzesche, scoprirà di aver forse incontrato il proprio tanto agognato Mr. Darcy. In attesa di vedere l’adattamento cinematografico del libro, prodotto dalla scrittrice Stephenie Meyer e appena presentato al Sundance Film Festival, gli appassionati Janeites possono sperimentare la visione di The Lizzie Bennet Diaries, una “online modernised adaptation of Pride and Prejudice”33 inaugurata il 9 Aprile 2012 su Youtube e seguita da un affezionato e nutrito pubblico. Raccontata sotto forma di vlogs (video blogs o video logs), vede protagonista Lizzie Bennet, una studentessa americana che sta completando un Master in Comunicazione di massa, costretta a vivere con i suoi genitori per problemi economici. I video da lei girati – la maggior parte nella sua camera da letto – sono presentati come dei video diari cui la ragzza sta lavorando per la propria tesi di master. Anche in questo adattamento ci sono delle sorelle che si chiamano Jane e Lydia, una migliore amica di nome Charlotte e un fascinoso Mr. Darcy, seppur decisamente deromanticizzato. Insomma la serie è decisamente interessante, per gli strumenti meta-narrativi che utilizza; per i confronti ben riusciti tra la condizione delle eroine austeniane e quella delle giovani donne dei nostri giorni, meno libere ed emancipate di quanto vorremmo credere; per la grande ironia e il senso dell’umorismo. A conclusione di questa lunga carrellata di testi, film, serie per la TV e per il web esplicitamente ispirati alla vita e ai romanzi di Jane Austen, non possiamo che concordare con Anna Rosa Scrittori, quando scrive che: “the remake industry of our days looks at the literary work not so

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Cfr. http://www.lizziebennet.com/


11 much for its mimetic value, but as a communication model centred on the participants’ response”34, e potremmo aggiungere, riprendendo ancora una volta le parole di E.M. Forster, che, così come i personaggi, anche i lettori dell’opera di Jane Austen sono “ready for an extended life”35, e che il regno verso cui le loro vite tendono ad espandersi, è proprio quello della finzione. Certo, è innegabile che spesso gli interessi di carattere commerciale sembrino prevalere su ogni altra motivazione e che questo tipo di rielaborazione dell’immaginario austeniano ne proponga spesso una banalizzazione e talvolta una vera e propria profanazione. Tuttavia, non si può negare che “underneath the dressing up and the role play, the spin-offs and the merchandise, there are plenty of committed Austen readers”36. Questa inesausta fioritura di riscritture, proseguimenti e rivisualizzazioni non cessa di testimoniare, anche nei suoi aspetti degradati, la vitalità dell’opera di Jane Austen, il fascino che essa continua ad esercitare da due secoli sui propri lettori, e il loro appassionato coinvolgimento in quella straordinaria opera di cooperazione immaginativa a cui essa li invita.

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A.R. Scrittori, Rewriting Jane Austen, in B. Battaglia, D. Daglia (eds.), Re-Drawing Austen: Picturesque Travels in Austenland, Liguori, Napoli 2004, p. 262. 35 E.M.Forster, Aspects of the Novel, cit., p. 79. 36 The Many Lovers of Jane Austen, BBC 2012.

2013_Interventi_02_Farese  
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