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Quotidiano del Festival Trame n°5 - 25 Giugno 2017


Trame news | 25 Giugno 2017

Sfida alla pedagogia mafiosa I cattivi maestri smuovono le coscienze Don Giacomo Panizza con Karen Sarlo Un emigrato al contrario, don Giacomo Panizza. La sua è la storia di un profondo amore che dal Nord l’ha condotto verso il Sud Italia, oltre quaranta anni fa. Sul palco di Trame, il suo ultimo libro, Cattivi maestri (Edizioni Dehoniane Bologna), che porta in scena l’educazione e la contro-educazione delle giovani generazioni che vengono incanalate verso le organizzazioni criminali. «Servono cattivi maestri per rompere l’immaginario, per smuovere la maggioranza delle coscienze affermando: “il re è nudo!”», sostiene don Giacomo. La mafia «educa da millenni, nonostante non possieda scuole. Il banco di prova delle mafie sono la casa, il villaggio, il clan». Non si ferma neppure davanti a donne e bambini e, occorre sapere - continua il fondatore della comunità Progetto Sud - che, «quando viene piazzata una bomba, non viene danneggiato

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soltanto il locale oggetto dell’attentato, ma viene danneggiata tutta la città». Il sacerdote inoltre sottolinea che «esperienza di libertà può essere la formazione di un gruppo musicale, di una cooperativa che opera sul territorio». Insomma, una qualsiasi realtà che non abbia «né padrini né padroni», e che incida in maniera propositiva per il contesto sociale in cui si sviluppa. Per questo, esiste un’altra educazione «Si può reagire»¸ dichiara: «l’importante è non essere lasciati soli, come avvenuto a Don Peppe Diana, abbandonato dalla stessa Chiesa». Ma la gente cresce «quando vi è un ideale, un’educazione altra rispetto a quella criminale», commenta il parroco, il quale si aggancia anche alla tematica del perdono: «Nel libro ho utilizzato questa parola in modo molto umano -

e non solo in maniera religiosa - . Non prevede un comandamento, perché occorre la libertà, nel perdono». La vendetta, invece, uno strumento per continuare a condurre una vita da vittima. «La vendetta è un serpente che si insinua nell’individuo e impedisce di continuare a creare cose nuove». E invece bisogna andare avanti: «tutti quanti possiamo voltare pagina nella vita». Paura ne ha, don Giacomo, e continua ad averne. «Non so da dove prenderla e tirarla via; ce l’ho, è dentro di me e fa parte di me. Ma non mi metto sotto gli ‘ndranghetisti, mi tengo la paura»¸ forte dell’appoggio della sua famiglia e delle persone che gli stanno attorno, a cui lui vuole molto bene e a cui loro vogliono molto bene. Alessia Nicolazzo e Francesca Gatti

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Trame news | 25 Giugno 2017

Mafia e Chiesa cattolica Rapporto smentito o sottovalutato? Isaia Sales con Salvatore D’Elia «E’ mancato un atto di autocritica nella chiesa», con questa affermazione Isaia Sales, docente di storia delle mafie presso l’Università Benincasa a Napoli, apre la quarta giornata del Trame Festival. Sales, intervistato da Salvatore D’Elia, presenta la seconda edizione del suo libro: I preti e i mafiosi. Storia dei rapporti tra mafie e Chiesa cattolica (Rubbettino). Secondo l’autore, l’autocritica consiste nel fatto che la chiesa deve dare conto del perché, per quasi un secolo e mezzo ha utilizzato il silenzio nei confronti della mafia. «Se la scomunica del Papa fosse avvenuta cento anni fa, avremmo avuto la stessa forza delle mafie? Io penso di no». Lo storico afferma di non voler individuare dei responsabili da condannare, e che tutto questo poteva andare diversamente se solo la Chiesa avesse avuto più coraggio. In poche parole, «senza l’apporto della Chiesa cattolica, le mafie non avrebbero avuto il successo che hanno avuto»; questo è ciò che Sales afferma in relazione al libro, attraverso il quale non viene svolto un proces-

“Servi disobbedienti” La mafia spiegata da due uomini scomodi

so alla Chiesa, ma ci si interroga se la storia, in rapporto alla mafia, poteva andare diversamente. La risposta è sì. Abbiamo una situazione paradossale: tutte le religioni hanno come missione quella di limitare il male, noi invece «ci ritroviamo in una religione in cui, al posto di limitare il male, la religione assegna buona coscienza agli assassini». Com’è che la mafia ha trasformato una religione anti-violenta per eccellenza in una religione che invece giustifica la violenza? Il Dio dei mafiosi è diverso dal nostro? La religione contro il male diventa una religione che giustifica il male, ovvero che aiuta gli assassini a liberarsi dal senso di colpa. Sales conclude la presentazione affermando di essere più fiducioso: «se il mondo cattolico italiano facesse fino in fondo quello che è giusto fare, sconfiggeremmo le mafie nel giro di una generazione». Giorgia Rausa

Al Trame.7 è stato presentato “Sciascia e Pantaleone: storie di uomini scomodi” (Dario Flaccovio Editore) libro di Gino Pantaleone, con Gaetano Savatteri in un incontro moderato dal giornalista Nuccio Iovene. Sciascia e Pantaleone parlano di mafia, da letterato e da sociologo, cercando di descrivere gli anni che hanno visto e vissuto in Sicilia. Savatteri ha fornito una chiave di lettura per giustificare l’atteggiamento del velo “sociale” che vi era quando Sciascia e Pantaleone per primi qualificarono il fenomeno mafioso come criminoso, prospettandone dunque la condanna. Savatteri ha poi raccontato un aneddoto per sintetizzare la ferma posizione di Sciascia contro i malavitosi: l’incontro con Genco Russo, vecchio padrino della mafia di Mussomeli, e il suo avvocato durante un’intervista nel suo studio. I due si scrutarono con diffidenza, il boss con spirito irriverente chiese all’autore de “Il giorno della civetta” una dedica, e lo scrittore siciliano scrisse: «Allo zio di Sicilia, questo libro contro tutti gli zii». Durante il dibattito Gino Pantaleone, invece, si è soffermato sullo studioso Michele Pantaleone, trasportato non solo da una certa stima intellettuale nei suoi confronti, ma anche dall’emozione di aver vissuto il dramma di un uomo dal quale ha ereditato i valori di legalità. Un uomo abbandonato da tutti e condannato dalla sua stessa disobbedienza all’omertà. L’incontro si è concluso con una considerazione, il 30 maggio del 2017 è stata intitolata una strada a Michele Pantaleone questo non fa che testimoniare “ la forza di un libro”. Maria Rosaria Cardenuto

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Trame news | 25 Giugno 2017

Omar Di Monopoli, la perfida terra di Dio Il racconto di un’anima nera del Sud Opera complessa quella di Omar Di Monopoli, che nel suo ultimo libro “Nella perfida terra di Dio” (Adelphi) disegna la storia della sua Puglia con un pennello. Suggestioni visive, luoghi fittizi in cui si animano diversi personaggi che raccontano una terra meravigliosa. Personaggi che, eccezionalmente, rappresentano la marginalità, legati così tanto alle loro tradizioni da difenderle a costo della vita, come l’uomo che si batte per la sua “catapecchia” con la lupara. «Un attaccamento alla tradizione che rischia di sfociare in diffidenza verso tutto ciò che è nuovo e questo è l’unico dato che deve essere superato» ha spiegato Di Monopoli conversando con lo scrittore Andrea Di Consoli. Compito dei sociologi e dei politici intervenire. Perché - dice - questa realtà non deve essere necessariamente repressa ma conosciuta. Volontà dell’autore è, infatti, accendere

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i riflettori su una terra edulcorata dai recenti sviluppi turistici, “sollevare il tappeto per far vedere ciò che vi è sotto” perché il compito dell’arte, in tutte le sue sfaccettature, è quello di descrivere ciò che ci circonda in modo da sollevare quesiti e interrogativi. Gli attori del romanzo sono abietti, grotteschi, ignoranti perché rappresentano la realtà: violenza e macabra brutalità che sono «la sintesi di ogni rapporto umano». Una visione cruda, cinica e buia che cambia forma nel finale volutamente ambiguo dove è possibile intravedere un barlume di speranza, seppur flebile. Piccoli gesti di nobiltà e umanità che l’uomo a volte dimostra di poter fare e che acquistano un valore determinante in un contesto come quello che emerge dal racconto dall’autore tale da desiderare un ritorno al Sud, nella terra natia. Germana Termine e Valeria Mastroianni

Tango ’92.

Una produzione originale per Trame.7 Con Emanuela Trovato e Giovanni Carta Raccontato sulle note del tango il 1992, anno decisivo per la storia italiana e in particolare per quella siciliana. Tango ’92 è un’inedita opera teatrale scritta per il festival Trame da Germano Mazzocchetti – musicista e compositore italiano di cinema e di teatro – e interpretata da Emanuela Trovato e Giovanni Carta, con la regia di Giuseppe Dipasquale. Tanti i momenti da ricordare di quell’anno: dalla strage di Capaci che ha cambiato per sempre l’opinione comune sulla collusione tra Stato e mafia, all’omicidio del sovrintendente della Polizia di Stato di Lamezia Terme, Salvatore Aversa, che ha sconvolto la città. I giorni si snocciolano come grani di un rosario grazie alle battute alternate dei due interpreti, che passano dalla cronaca della quotidianità a quella degli omicidi più efferati. Gli attori con la loro performance comunicano al pubblico di non avere paura, di voler rompere il tabù su quegli eventi che nell’arco di un unico anno hanno portato la mafia siciliana, e non solo, ad essere ciò che noi conosciamo ora. I brani di sottofondo non sono un caso, musica classica resa popolare grazie al grande compositore Astor Piazzolla. Il quale grazie al tango – quel “un pensiero triste che si balla” come lo definì Enrique Santo – ha condotto le sue rivoluzioni. Eventi di rinnovamento che accomunano la portata delle sue innovazioni (musicali e sociali) al messaggio di cambiamento dello spettacolo Tango ‘92. «I mafiosi colpiscono come e quando vogliono nel loro territorio, la Sicilia recita Giovanni per concludere - non bisogna minimizzarli, bisogna considerarli veri nemici». Elena Scianna


Trame news | 25 Giugno 2017

Il virus dello sfruttamento

Dalle campagne del Sud alle grandi aziende Confronto tra Antonello Mangano, Yvan Sagnet e Leonardo Palmisano Caporalato: un modello economico moderno che incarna l’antico sistema dello sfruttamento. Questo il tema dell’incontro tra il giornalista e scrittore Antonello Mangano, l’etnografo e giornalista Leonardo Palmisano e Yvan Sagnet presidente dell’associazione “No cap”, all’interno della quarta giornata di Trame.7. «Oggi lo scopo del mercato è abbassare i prezzi e l’unico modo per farlo è quello di risparmiare sui costi di produzione e sulla paga della manodopera» interviene così Palmisano introducendo le criticità del sistema economico attuale. Yvan Sagnet ha spiegato i meccanismi che muovono – quella che lui definisce – “la mostruosa macchina schiavista”, ancora presente nell’Occiden-

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te civilizzato seppur non ce ne sia una effettiva percezione. I lavoratori non subiscono oppressioni venendo sottoposti a metodi violenti o vincolati da catene, ma l’assoggettamento al potere dei caporali si manifesta con nuove forme di coercizione meno evidenti e in egual modo repressive. A metterle in atto sono i“carcerieri” che seguono le direttive dei caporali presidiando i ghetti, oasi di criminalità e di lavoro nero situati nelle campagne, zone marginali e invisibili all’opinione pubblica. Ecco quello che avviene in questi luoghi di degrado sociale: i caporali sottraggono i documenti ai braccianti e continuamente ritardano la consegna della paga per mantenere nei lavoratori una dipendenza dal sistema. «Il caporalato non è mai stato un sem-

plice fenomeno meridionale – ha concluso Antonello Mangano –, ma se ne è presa conoscenza solo dopo il 2011 con le rivolte di Rosarno». Un evento che ha costretto il mondo intero a non negare più il problema e a interessarsene più da vicino. Viviamo un momento storico, come ha chiarito Yvan Sagnet, in cui “il lavoratore diventa invisibile per la società” ed è necessario che tutti si impegnino per evitare che ciò accada, proprio come tenta di fare quotidianamente l’associazione “No cap”. Precariato e caporalato sono i veri punti deboli dell’economia moderna, che non si pone limiti al sopruso della dignità, fatto ancora più inaccettabile nel 2017. Mario Bucaneve, Margherita Esposito, Sonia Forlimbergi

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Trame news | 25 Giugno 2017

La figura del “boss” secondo il regista Carlo Carlei

“The Passenger”, un thriller metropolitano che indaga sui lati oscuri dell’ultimo ventennio italiano Tanta gente ad attendere il ritorno a Lamezia del suo più noto regista: Carlo Carlei, che nella quarta giornata di Trame.7 ha indossato le vesti inedite di autore per la presentazione del suo libro “The Passenger” (Tunué). Una location particolare quella del Chiostro di San Domenico, come ha dichiarato lo stesso Carlei: «Questa è la palestra del mio liceo. Mancavo da questo posto da 39 anni. È un emozione speciale essere qui questa sera». Ad accompagnarlo nell’incontro Daniela Grandinetti, scrittrice e insegnante lametina e Antonio Cannone, giornalista di LTNews. Riguardo ai risultati del suo ultimo lavoro televisivo il regista lametino ha commentato: «Sono molto contento del successo dei Bastardi di Pizzofalcone. Diciamo che i Bastardi mi ha dato del successo che è comprensibile. Sono convinto anche di aver fatto cose migliori, ambientazioni migliori, ma molto spesso si ha successo con qualcosa che nemmeno ci si aspetta». Parlando del suo ultimo lavoro Carlei ha rivelato che è per saldare il conto in sospeso con il 1992 che ha scelto di realizzare “The Passenger”, una graphicnovel che si scopre “narrazione a tutti gli effetti, in cui le storie hanno struttura a romanzo. Un romanzo non scritto, ma disegnato”, precisa Daniela Grandinetti. «Il 1992 è l’anno in cui Falcone e Borsellino vengono massacrati dalla mafia, l’anno in cui “La Corsa dell’Innocente” è presentato a Venezia, l’anwww.tramefestival.it

no in cui decido di partire in America perché non mi era piaciuto come il mio lavoro era stato trattato dalla critica italiana» racconta il regista. «Potevo approcciarmi in tanti modi: anche facendo il solito santino televisivo» – dice Carlei riferendosi a quei prodotti televisivi che tendono a rendere popolare e a mitizzare la figura di criminali – «ma lasciatemi dire che realizzazioni come il Capo dei Capi umanizzano criminali che non andrebbero umanizzati – continua il regista, che intervenendo sull’attuale dibattito riguardo la dignitosa morte di Riina, commenta – Abbiamo visto tante persone che alla fine sono diventate moraliste. Hanno citato “Le mie prigioni” di Silvio Pellico o Cesare Beccaria. All’improvviso sono diventati magnanimi. Pensiamo che il male vada combattuto con mezzi che non sono gli stessi di quelli impiegati da questi signori. Ma bisogna avere un pizzico di fermezza. Uno Stato di diritto è tanto più di diritto quanto è forte». Carlei non cerca il compromesso mirato a render umani simili personaggi, ma dipinge il loro essere delusional, il loro delirare nel credersi nel giusto: «tanto più si pensa di essere nel giusto, tanto più è un abominio nei confronti dei 300 omicidi accertati e forse altrettanti ancora non attribuitigli», prendendo ancora come riferimento la figura di Riina. È un personaggio crudele e spietato quello di Masino Caligiuri, membro di un sistema che appartiene ad un altro mondo. Lo chiama “altro mondo” Carlo Carlei: «fatto di poteri

forti, che pensa di giocare, rispetto ai quali noi siamo formiche. Il rispetto che hanno per noi equivale al rispetto che un bambino ha verso le formiche: pressoché zero. Per questo dovremmo alzare la testa e comprendere perché è successo questo. Il fatto che Gratteri abbia avuto tanto successo, il fatto che un magistrato abbia toccato le coscienze di tutti noi e che non l’abbia fatto un politico ci dice tanto su come il Paese è governato. Non si ha fiducia in chi le cose dovrebbe costruirle da zero – commenta Carlei che chiude Mi auguro che Trame, continuando in questa tradizione riconosciuta a livello nazionale, prosegua negli anni questi appuntamenti in cui almeno si discute di queste cose, e discuterne è già qualcosa». Giovanni Nicolazzo

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Trame news | 25 Giugno 2017

Questione di rispetto L’impresa di Gaetano Saffioti contro la ‘ndrangheta Giuseppe Baldessarro, Riccardo Iacona e Gaetano Saffioti conversano con Attilio Bolzoni Gaetano Saffioti aveva paura. Da anni si scontrava con la mafia nei propri affari, erano incontri che diventavano quasi quotidiani nella sua Palmi. Non temeva la mafia, sapeva che non era imbattibile e conosceva il suo tallone d’Achille. Paventava di lasciare un posto orribile al proprio figlio, senza neanche aver provato a cambiarlo. In questa storia a cambiare le cose, a promuovere un’azione di denuncia, non è stato il coraggio, bensì la paura. Un timore più grande rispetto a quello per la ‘ndrangheta. Un’insicurezza che un giorno, a Palmi, portò Saffioti ad attrezzarsi di microfoni e telecamere e a riprendere segretamente gli incontri con i malavitosi. Non gli interessava ottenere un nemico in più e nemmeno rischiare di perdere degli appalti, diminuendo così i propri guadagni, voleva solo fare chiarezza.

ce in un paese non semplice» afferma Saffioti, parlando della sua esperienza sul palco di Trame. Durante l’incontro gli altri ospiti rimangono stupiti quando il protagonista del libro “Questione di rispetto. L’impresa di Gaetano Saffioti” (Rubbettino) dichiara di non essere un eroe, ma un uomo comune. Baldessarro ribatte: «Ho deciso di scrivere questo libro su di lui perché racconta le cose incredibili che ha fatto con grande semplicità» e Bolzoni: «Leggendo il libro mi sono sentito mancare il fiato, e mi sono chiesto se mai sarei riuscito a fare lo stesso, in quanto ci vuole veramente un grande coraggio». Riccardo Iacona, giornalista che con i suoi reportage racconta l’Italia da anni, sottolinea che quella di Saffioti è una storia esemplare: «Una storia da raccontare con orgoglio e passione» .

«La storia semplice di un uomo sempli-

«Per parlare di mafia - aggiunge il

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giornalista Attilio Bolzoni - non ci vuole la retorica perché estorce i fatti. Molte volte chi parla bene in piazza, poi ha rapporti con questa gente. Troppi giornalisti tacciono quando bisogna parlare di ciò che accade intorno a loro». Bolzoni dipinge l’Italia come un Paese dove si parla tanto del sistema mafioso nei momenti in cui si manifesta con forte evidenza – delitti efferati o operazioni di sequestri e arresti – per poi, però, dimenticare in fretta. È, dunque, fondamentale fare memoria e confrontarsi con chi ha dovuto lottare con questo fenomeno in prima persona. Saffioti ci ricorda infine che tutti come lui possono fare qualcosa ed invita gli ascoltatori ad «essere una locomotiva e non un pallone da far calciare a qualcun altro». Vanessa Coricello, Gabriele Ripandelli, Anna Zizzo


disegno di Elena Scianna

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Trame News. Il giornale del Trame Festival edito a scopo promozionale. Hanno collaborato: Mario Bucaneve Maria Rosaria Cardenuto Maria Colistra Vanessa Coricello Alessandra Corrado Tommaso De Pace Angela De Sensi Francesca Gatti Marcello Giannotti Sensi Margherita Esposito Sonia Forlimbergi Ilaria Mastroianni Valeria Mastroianni Francesco Molinaro Vincenzo Morello Alessia Nicolazzo Giovanni Nicolazzo Elvira Pelle Giorgia Rausa Gabriele Ripandelli Gaetano Savatteri Elena Scianna Mario Spada Alessia Sauro Germana Termine Anna Zizzo Sito internet: www.tramefestival.it Pagina FaceBook: @tramefestival Profilo Twitter: @tramefestival

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