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Anno 16, n. 2 - Giugno 2010 Sped. in Abb. Post. Art. 2, Comma 20/C, Legge 662/96 Filiale di Padova

“ I l S i g n o r e è p i ù f o rt e d e l m a l e e h a s e m pr e l ’ u l t i m a par ol a n el l a s t or i a”

B e n ed e t t o X V I

Cristianofobia in Francia pag. 6

La speranza di Fatima pag. 18

La cavalleria pag. 26


L

Un esame di coscienza

a Chiesa non deve seguire lo spirito del tempo!

Questa ammonizione, così spesso ribadita nelle pagine del Magistero oltre che negli scritti dei Santi e dei Dottori, contiene una regola d’oro.

La sua disattenzione o, peggio, la sua sostituzione con l’opposto (“la Chiesa si deve adeguare allo spirito del tempo”) è il cammino più sicuro verso la catastrofe. Se ce ne fosse mai stato bisogno d’una prova, ecco la feroce campagna pubblicitaria che, negli ultimi mesi, ha investito la Chiesa a proposito di scandali sessuali verificatisi nel clero negli anni 60-70.

è invece finiti troppo spesso nella noia e nello scoraggiamento. Ci si aspettava un balzo in avanti e ci si è invece trovati di fronte a un processo progressivo di decadenza».

Il demonio non dà mai ciò che promette, dicevano i maestri di vita spirituale d’un tempo. I progressisti pensavano che il mondo li avrebbe applauditi qualora si fossero omologati ai nuovi tempi, facendo ciò che tutti facevano, dicendo le cose che tutti dicevano, vestendo come tutti vestivano e suonando le musiche che tutti suonavano. E, infatti, è andata così finché di distruggere le tradizioni della Chiesa si è trattato.

Ma è bastato che Benedetto XVI cominciasse a difendere certi valori non negoziabili della Fede e a riscoprire la bellezza della liturgia tradizionale perché, quegli stessi ambienti mondani che avevano applaudito l’aggiornamento della Chiesa, adesso gli si ritorcano contro con una virulenza che molti pensavano facesse ormai parte del passato.

Come mai si sono potuto verificare tali scandali nel Corpo Mistico di Cristo?

Nella Lettera ai Vescovi irlandesi il Papa ha denunciato senza mezzi termini il vero motivo: «Negli ultimi decenni, la Chiesa nel vostro Paese ha dovuto confrontarsi con nuove e gravi sfide alla fede scaturite dalla rapida trasformazione e secolarizzazione della società irlandese. (…) Fu anche determinante in questo periodo la tendenza, anche da parte di sacerdoti e religiosi, di adottare modi di pensiero di giudizio delle realtà secolari senza sufficiente riferimento al Vangelo».

Il lassismo morale che ha cagionato gli scandali, è solo una delle tante “aperture al mondo” che hanno contrassegnato la storia del cattolicesimo contemporaneo. Aperture finite poi puntualmente in catastrofi. Nel suo ormai celebre e mai datato Rapporto sulla Fede, il cardinale Ratzinger era stato altrettanto chiaro: «Ci si aspettava un nuovo entusiasmo e si

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La soluzione? È sempre il cardinale Ratzinger che la propone: «Va affermato a chiare lettere che una reale riforma della Chiesa presuppone un inequivocabile abbandono delle vie sbagliate che hanno portato a conseguenze indiscutibilmente negative».

Avranno i progressisti l’umiltà di ammettere che le loro vie erano sbagliate, e i cattolici il coraggio di riprendere invece quelle vie che non avrebbero dovuto mai abbandonare? (Due foto, due epoche, due mondi. Sopra, il seminario di Treviso nel 1875. Nel cerchietto, mons. Giuseppe Sarto, futuro Papa S. Pio X. Sotto, propaganda vocazionale online della Diocesi di Houston, Texas. Ci possiamo meravigliare che l’ambiente di molti seminari si sia guastato?)


Sommario Anno 16, n. 2 - giugno 2010

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Un esame di coscienza Pedofilia, roba di sinistra Salute e famiglia tradizionale Il bio che fa male Cristianofobia in Francia La strada smarrita 1943: Una voce disattesa La speranza che scaturisce da Fatima Ralliement: esempio di dialogo fallito Dignity: una storia di tolleranza Riflessioni sullo spirito di cavalleria De laude novae militiae In cinese e giapponese l’opera di Plinio Corrêa de Oliveira La Contro-Rivoluzione in azione In sostegno del Papa Nuovo sito della TFP Nostro Signore caccia i mercanti dal Tempio

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Copertina: statua di S. Pietro paramentato da Papa, nella basilica di S. Pietro in Vaticano.

Tradizione Famiglia Proprietà Anno 16, n. 2 giugno 2010 Dir. Resp. Annamaria Scavo.

Offerta annua suggerita Euro 15,00

Direzione, redazione e amministrazione: Tradizione Famiglia Proprietà - TFP, Viale Liegi, 44 — 00198 ROMA Tel. 06/8417603 Aut. Trib. Roma n. 90 del 22-02-95 Sped. in abb. post. art. 2, Comma 20/C, Legge 662/96 — Padova Stampa Tipolito Moderna, via E. Mattei, 13 — 35020 Due Carrare (PD) TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / GIUGNO 2010 - 3


Attualità

Pedofilia, roba di sinistra

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o scorso 17 febbraio, L’Osservatore Romano riproponeva un interessante articolo del prof. Manfred Lütz (foto a sin.), apparso qualche giorno prima sul quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung. Psichiatra e teologo, il dottor Lütz è direttore dell’Alexianer Krankenhaus, l’ospedale psichiatrico di Colonia.

Il noto specialista difendeva il Papa e la Chiesa contro i feroci attacchi della stampa tedesca a proposito degli scandali di pedofilia nel clero. Tra i molteplici quesiti sollevati, ci preme sottolinearne due. Un primo punto è che è stata proprio la sinistra a proporre la depenalizzazione della pedofilia.

“Nel 1970 — scrive Lütz — il noto sessuologo Eberhard Schorsch durante un intervento al Bundestag, senza essere contestato dichiarò: ‘Un bambino sano in un ambiente intatto elabora le esperienze sessuali non violente senza che abbiano conseguenze negative durature’. L’ambiente di sinistra coccolava i pedofili. Nel 1969, prima di congedarsi per entrare nella Rote Armee Fraktion [le Brigate Rosse tedesche, ndr], Jan Carl Raspe nel suo Kursbuch elogiò la Comune II [il ‘68 tedesco, ndr], dove gli adulti spinsero i bambini, nonostante la loro resistenza, a tentativi di rapporti sessuali. Tra i Verdi, nel 1985 vi fu la richiesta di decriminalizzare il sesso con i bambini e nel 1989, la celebre casa editrice Deutscher Ärtzteverlag pubblicò un libro che chiedeva apertamente che venissero permessi i contatti pedosessuali. All’epoca si combatteva in particolare la morale sessuale cattolica in quanto ostacolo repressivo alla ‘emancipazione della sessualità infantile’”. Con quale faccia tosta può questa sinistra tedesca accusare uomini di Chiesa di aver compiuto atti che lei stessa propone come naturali e, anzi, auspicabili? Ma il prof. Lütz solleva anche un’altra domanda che forse ci porta al cuore del problema: perché questa sinistra se la prende proprio con la Chiesa cattolica?

Secondo lui, nella società moderna si è persa la figura paterna, vale a dire quella che ha “il compito di dettare le regole”. “Siamo in una società senza padre”, afferma Lütz. Si è persa nella famiglia con la sua crescente disgregazione. Si è persa nella società con la crisi di ogni autorità. Si è persa perfino nella politica: “il padre Stato non esiste più”. Questa soppressione della figura paterna corrisponde all’ideologia di sinistra, che è per natura ugualitaria e libertaria.

Nel mondo di oggi, resta appena una realtà che si attribuisce questo “ruolo paterno”: la Chiesa cattolica. La Chiesa è l’unica istituzione che rivendica il diritto, anzi il dovere, di dettare regole: regole di credenza (dogma), regole di condotta (morale), regole di governo (autorità). La Chiesa, dice Lütz, è “l’unica istituzione che riconosce delle norme e non nega la sua identità storica”. E questo non è tollerabile in una società che si fonda proprio sulla negazione di ogni regola, di ogni radice, di ogni principio di autorità. Donde questa animosità anticattolica, che rasenta veramente la ferocia.  Anticlericalismo 2010: mentre si esalta un terrorista, si diffama la Chiesa Cattolica, togliendogli al Papa il titolo di Infallibile

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Salute e famiglia tradizionale

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oseto è una piccola comunità italo-americana nello stato di Pennsylvania: famiglie numerose, festività religiose, lavoro onesto, belle mangiate e tanta musica, insomma un pezzo del Belpaese finito oltreoceano. L’eccellente salute dei rosetani sbalordiva gli osservatori: “Gli uomini del villaggio fumavano e bevevano vino liberamente. (...) A casa, le tavole erano cariche dei piatti della cucina tradizionale italiana. Un mix che farebbe urlare di disperazione un moderno dietologo”. Eppure, fino a qualche anno fa, Roseto vantava il più basso indice di malattie cardiovascolari in tutta la regione: meno della metà.

Oggi tutto questo è cambiato. I rosetani ormai muoiono come tutti gli americani. Che cosa è successo?

B. Egolf, J. Lasker, S. Wolf e L. Potvin, ricercatori dell’Università di Lehigh, hanno condotto un approfondito studio sulle cause di questo mutamento (The Roseto effect: a 50-year comparison of mortality rates). Le loro conclusioni danno da pensare: “Fino al 1965 vi era una sorprendente differenza tra l’indice di mortalità a Roseto e quello dei paesi vicini. Questa differenza è sparita quando Roseto si è ‘americanizzata’ negli anni ‘60. (...) Fra le cause dobbiamo rilevare l’erosione della famiglia tradizionale, coesa e solidale”.

Tutti vorremmo una salute migliore. Ma, possiamo scomettere che nessuno scienziato moderno oserà proporre il ritorno della famiglia tradizionale come soluzione per le malattie cardiovasculari? 

I

Il bio che fa male

l mondo moderno è fatto da tanti miti. Uno molto alla moda è quello degli alimenti biologici, cioè prodotti senza trattamenti con sostanze chimiche, ritenute nocive alla salute. Sembrava la panacea del futuro. Adesso la notizia arriva invece come una doccia fredda: secondo uno studio inglese certificato dalla Food Standard Agency, gli alimenti biologici non sarebbero migliori che il cibo ottenuto con l’agricoltura convenzionale e, in alcuni casi, potrebbero perfino essere pericolosi.

Lo studio, pubblicato dalla prestigiosa rivista American Journal of Clinical Nutrition, costituisce una delle ricerche più approfondite condotte negli ultimi cinquant’anni sull’argomento, con oltre 162 pubblicazioni confrontate tra loro. Il verdetto è secco: “Non emerge prova di alcun beneficio significativo per la salute derivante dal nutrirsi di alimenti cosiddetti biologici”. In altre parole, non esistono differenze, a livello di conseguenze per la salute, tra l’alimentazione “industriale” e quella “naturale”. Secondo il dott. Angelo Visconti, direttore dell’Istituto di Scienze delle Produzioni alimentari del Consiglio Nazionale delle Ricerche, l’uso adeguato e controllato di sostanze chimiche è anzi garanzia di qualità, una garanzia che manca a molti alimenti prodotti biologicamente. Si arriva quindi al paradosso che questi possano talvolta nuocere alla salute (Riflessi, ottobre 2009). 

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Attualità

Cristianofobia in Francia

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a taciuto, pro bono pacis, quando una chiesa della sua diocesi è stata svaligiata e incendiata da mani criminali. Ha taciuto quando sono stati profanati tre cimiteri cattolici. Ha taciuto perfino quando hanno decapitato una statua della Madonna. Però, quando i soliti “ignoti” hanno distrutto il tabernacolo e profanato il Santissimo Sacramento, disperdendo per terra e poi calpestando le Ostie nella chiesa di Morangis (Essone), mons. Jacques Dubost, vescovo di Évry-Corbeil, non ci ha visto più.

In un drastico comunicato, pubblicato lo scorso 19 febbraio, il prelato esalta “la prontezza delle istituzioni, dei politici e dei mezzi di comunicazione nel reagire quando una moschea o una sinagoga è attaccata”. Una prontezza che contrasta penosamente col “silenzio e l’inerzia quando si tratta di chiese cattoliche”. Basta una semplice scritta sul muro d’una moschea per scatenare la reazione delle istituzioni, mentre le chiese vengono sistematicamente derubate, incendiate, profanate senza che i media nemmeno diano la notizia e senza che le autorità muovano un dito.

Mons. Dubost accusa apertamente i poteri pubblici, “responsabili per la loro assenza” e “sospetti di non interessarsi alle aggressioni quando colpiscono i cattolici”. “Bisogna reagire! Ecco perché ho lanciato questo ruggito”, conclude il vescovo. Un “ruggito” che ha ricevuto l’appoggio della Conferenza episcopale, per bocca del suo portavoce mons. Podvin, che ha salutato la “collera costruttiva” del suo confratello. Il portavoce dei vescovi ha anche rincarato la dosi denunciando “la banalizzazione delle violenze contro il cristianesimo in Francia, il ché mostra una somma ingratitudine”.

Nella più assoluta indifferenza delle istituzioni, nel 2009 almeno quindici chiese sono state profanate e quattro incendiate, diversi cimiteri cattolici sono stati profanati e molti oggetti religiosi in oro ed argento rubati. Sopra: BRUCIA LA TUA CHIESA! Eloquente scritta sulla porta della chiesa di Morangis. A sin., mons. Jacques Dubost

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“Periodo di riflessione”

La strada smarrita A proposito degli scandali di pedofilia nel clero, Benedetto XVI — a chi in questo frangente va tutta la solidarietà dei cattolici — ha voluto aprire per la Chiesa un “periodo di riflessione”, le cui linee generali egli stesso ha esposto in diversi pronunciamenti.

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a campagna pubblicitaria a proposito degli scandali di pedofilia omosessuale nel clero che negli ultimi mesi ha colpito la Chiesa cattolica, giungendo perfino a toccare il Soglio Pontificio, ha destato sgomento e preoccupazione.

Fino a qualche decennio fa, era comune tra i cattolici, e anche tra molti non cattolici, considerare la Chiesa come un baluardo di ordine, di austerità e di saggezza, in mezzo a un mondo continuamente soggetto a cambiamenti destabilizzanti. I suoi solidi insegnamenti morali rasserenavano molte coscienze. La sua stabilità istituzionale fungeva da punto di riferimento. Il suo Magistero offriva una luce in mezzo al caos del pensiero moderno. Stat Crux dum volvitur orbis. La Croce, cioè la Chiesa, restava ferma mentre il mondo sembrava impazzire. Tuttavia, leggendo le notizie degli ultimi mesi, al di là dell’evidente intento denigratorio nei

confronti della Chiesa, è impossibile non porsi la domanda: ma come mai tutto questo è stato possibile? Come mai si è potuto tacere così a lungo su crimini abominevoli, praticati da persone che dovrebbero invece essere “sale della terra e luce del mondo”? Quali baluardi sono stati abbattuti per determinare un tale calo nella disciplina ecclesiastica?

Sono domande che ogni cattolico può e deve porsi.

Un periodo di riflessione

Il primo a porsele è stato proprio Benedetto XVI che, a proposito degli scandali, ha voluto aprire per la Chiesa un “periodo di riflessione”, le cui linee generali egli stesso ha esposto in diversi pronunciamenti, come la Lettera pastorale ai cattolici d’Irlanda. In questa riflessione, il Romano Pontefice invita a non indietreggiare davanti alle domande scomode né alle verifiche

di responsabilità, e a procedere “con coraggio e determinazione”.

Il giudizio sulla gravità del peccato è inappellabile. Il Papa parla di “crimini abnormi”, di “vergogna”, di “tradimento”, di “disonore”, di “danno immenso”. Questi crimini del clero, sentenzia, “hanno oscurato la luce del Vangelo a un punto tale cui non erano giunti neppure secoli di persecuzione”.

Le verifiche di responsabilità sono altrettanto chiare. Rivolgendosi ai sacerdoti e religiosi che si sono macchiati di questo peccato, il Papa non lesina parole: “Avete tradito la fiducia riposta in voi da giovani innocenti e dai loro genitori. Dovete rispondere di ciò davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti. Avete perso la stima della gente e rovesciato vergogna e disonore sui vostri confratelli. Quelli di voi che siete sacerdoti avete violato la santità del sacramento

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“Periodo di riflessione”

“Avete tradito la fiducia riposta in voi da giovani innocenti e dai loro genitori. Dovete rispondere di ciò davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti. Avete perso la stima della gente e rovesciato vergogna e disonore sui vostri confratelli” A sin., Benedetto XVI con i vescovi irlandesi nel Vaticano, lo scorso febbraio

dell’Ordine Sacro. (...) Un grande danno è stato perpetrato alla Chiesa e alla pubblica percezione del sacerdozio e della vita religiosa. Vi esorto ad esaminare la vostra coscienza, ad assumervi la responsabilità dei peccati che avete commesso e ad esprimere con umiltà il vostro rincrescimento".

Leggiamo parole altrettanto schiette nei confronti dei Vescovi: “Non si può negare che alcuni di voi e dei vostri predecessori avete mancato, a volte gravemente, nell’applicare le norme del diritto canonico. (...) Seri errori furono commessi nel trattare le accuse. (...) Furono commessi gravi errori di giudizio e che si sono verificate mancanze

di governo. Tutto questo ha seriamente minato la vostra credibilità ed efficacia”.

Alla radice del problema

Ma, come in ogni riflessione, non basta puntare il dito contro i colpevoli richiamandoli alla conversione. Bisogna andare alla radice del problema per risolverlo. I crimini di pedofilia omosessuale, troppo ripugnanti, troppo frequenti e troppo a lungo coperti da silenzi e da complicità perfino ad alto livello, non possono essere frutto di semplici fattori circostanziali. Questa incresciosa situazione, secondo un Comunicato del Vaticano, è attribuita dal Papa alla “più generale crisi della fede che colpisce la Chiesa”.

La domanda sorge naturale: come mai la fede nella Chiesa è entrata in crisi? È sempre Nella diagnosi del Papa, la crisi di fede è stata provocata dalla contaminazione con lo spirito della modernità rivoluzionaria

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Benedetto XVI che risponde: “Negli ultimi decenni la Chiesa ha dovuto confrontarsi con nuove a gravi sfide alla fede scaturite dalla rapida trasformazione e secolarizzazione della società. (…) Fu anche determinante in questo periodo la tendenza, anche da parte di sacerdoti e religiosi, di adottare modi di pensiero e di giudizio delle realtà secolari senza sufficiente riferimento al Vangelo”.

La crisi di fede è stata, dunque, provocata dalla contaminazione con lo spirito del tempo, vale a dire della modernità rivoluzionaria. In passato, Benedetto XVI aveva già più volte denunciato un elemento centrale di questa modernità, il relativismo, cioè il rifiuto di differenziare fra vero e falso, bene e male, bello e brutto: “Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie”.

Adesso il Papa denuncia un’altra componente, molto più profonda, di questo relativismo: l’atteggiamento molle e cedevole


Nella vita spirituale bisogna seguire la regola di Sant’Ignazio di Loiola (ovale a dx): “dobbiamo fare, per diametrum, il contrario della tentazione”. Storicamente, la Chiesa ha sempre applicato questo principio. Sopra, sessione del Concilio di Trento, realizzato contro le dottrine di Lutero (ovale a sin)

che ne costituisce l’anima. Usando le categorie insegnateci da Plinio Corrêa de Oliveira, diremmo che si tratta dell’aspetto “tendenziale” del relativismo. “Devo dire — afferma il Papa — che noi cristiani, anche negli ultimi tempi, abbiamo spesso evitato la parola penitenza, che ci appariva troppo dura”.

Ora, la repressione del peccato è, per definizione, “dura”, come anche le misure disciplinarie per punirlo. Evitando ogni “durezza” nel trattare i preti omosessuali e pedofili, le autorità ecclesiastiche altro non hanno fatto che esacerbare il problema, dando l’impressione che anche nella Chiesa tutto fosse permesso. Lo stesso Pontefice rimprovera i Vescovi irlandesi per questa mollezza: “In particolare, c’è stata una tendenza, dettata da

retta intenzione ma errata, ad evitare approcci penali nei confronti di situazioni canoniche irregolari”.

Questo venir meno della fermezza nella Chiesa è capitato in un momento storico in cui sarebbe servito esattamente il contrario. E ciò per una regola fondamentale della vita spirituale: l’agere contra.

Una regola d’oro l’agere contra

La vita spirituale non è sempre facile. Anzi. Bisogna, ad ogni momento, saper discernere le vie che il Signore vuole che seguiamo, e che possono variare a seconda delle circostanze. Ma, come possiamo discernere queste vie? Nei suoi celebri Esercizi Spirituali, Sant’Ignazio di Loiola

ci dà una regola d’oro: “dobbiamo fare, per diametrum, il contrario della tentazione”. È la regola nota come “agere contra”.

Bisogna sempre contrastare le nostre cattive inclinazioni. Se siamo propensi all’iracondia, dobbiamo meditare sulla mitezza di Nostro Signore; se, invece, propendiamo all’indolenza, gioverà contemplare la Sua collera divina. In ogni caso, si tratta di applicare il correttivo adatto alle nostre debolezze.

Allo stesso modo, bisogna sempre combattere la tentazione che, concretamente, il demonio ci propone: se egli vuole gettarci nell’accidia, dobbiamo riempirci di entusiasmo; se, invece, ci invoglia ad un’eccessiva giocondità, dobbiamo desiderare rigore e serietà.

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“Periodo di riflessione”

Storicamente, la Chiesa ha sempre applicato con superiore sapienza questa regola. Quando, per esempio, si è trattato di civilizzare i popoli nordici, contrastando la loro barbarie, la Chiesa li ha chiamati alla contemplazione del bello e al desiderio della perfezione in ogni campo. Quando invece, nell’apice del Medioevo, questa voglia di splendore rischiava di trasformarsi in mondanità, la Chiesa ha favorito uno spirito di austerità, come quello proposto da S. Bernardo e da S. Francesco d’Assisi.

La Chiesa applicò questa regola nel Concilio di Trento (1545-1563), dal cui operato si evince chiaramente l’intento di contrastare non solo le dottrine protestanti ma anche lo spirito che serviva loro di nutrimento.

Fino all’inizio del secolo XX, l’ambiente cattolico aveva difeso bene la sua identità contro gli assalti della modernità rivoluzionaria

Contro la negazione della Presenza Reale, il Concilio rispose non solo con precise definizioni teologiche, ma anche con un’esaltazione del Santissimo Sacramento che, attraverso processioni, adorazioni e altre celebrazioni, inculcava “tendenzialmente” la consapevolezza che nell’Ostia c’è veramente il Divino Salvatore. Contro il caos liturgico introdotto dalle sette protestanti, il Concilio rispose con una revisione del Breviario e del Messale romano, e la conseguente uniformità liturgica nella Chiesa occidentale: ovunque si andava, la liturgia era una, come una era la Chiesa.

Contro le tendenze ugualitarie tipiche delle correnti protestanti, il Concilio rispose con una rinnovata coscienza dell’autorità del Papa e della Curia romana. Contro il lassismo, tipicamente rinascimentale, che si era insinuato nel clero, il Concilio rispose con una rigorosa riforma dei seminari e della disciplina sacer-

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dotale. Parallelamente, il Concilio favorì stili architettonici, artistici e musicali che inculcavano uno spirito opposto a quello di Lutero e di Calvino.

In altre parole, contro la cosiddetta Riforma protestante — il male dell’epoca — la Chiesa rispose con una ControRiforma che affrontò il problema a 360°: dal campo teologico a quello liturgico, culturale, artistico e via dicendo. Questo colpo di timone fu inoltre accompagnato da una grande fioritura di santi. Basti ricordare S. Pio V, S. Carlo Borromeo, S. Roberto Bellarmino e S. Filippo Neri, per parlare solo dell’Italia.

In ogni epoca, il male assume caratteristiche proprie che richiedono, a contrario sensu, un’apposita pastorale per contrastarlo. È l’applicazione concreta del principio ignaziano dell’agere contra.

Ugualitarismo e libertinaggio

Nel XX secolo giunge all’auge il processo storico di scristianizzazione che, dalla caduta del Medioevo e attraverso successive e ben definite tappe, sta portando l’Occidente e il mondo intero verso indirizzi diametralmente opposti a quelli della Fede. Già denunciato da vari Papi, questo processo è stato magistralmente esposto dal prof. Plinio Corrêa de Oliveira nel suo capolavoro Rivoluzione e ControRivoluzione.

Due nozioni concepite come valori metafisici esprimono adeguatamente lo spirito di questa vera e propria Rivoluzione: uguaglianza assoluta, libertà completa. Nel secolo XX la metafisica ugualitaria della Rivoluzione si manifesta in molti modi:


— una crescente ostilità ad ogni forma di gerarchia; — una crescente proletarizzazione dei costumi e dei modi d’essere; — una crescente desacralizzazione di tutti gli aspetti della vita, che diventa sempre più pragmatica, materialista, laica.

A sua volta, la metafisica liberale della Rivoluzione si manifesta nella graduale demolizione di ogni regola morale e perfino di ogni convenzione sociale, il tutto servito da un atteggiamento molle e cedevole che vede ogni censura al male come un attentato alla libertà individuale. Ne è esempio la “rivoluzione sessuale” degli anni ‘60.

Il principio dell’agere contra avrebbe richiesto come risposta una pastorale atta a contrastare specificamente questo cattivo spirito nel suo duplice aspetto ugualitario e libertario. Ecco come descrive Plinio Corrêa de Oliveira le sue possibili linee maestre:

“Un profondo rispetto dei diritti della Chiesa e del Papato e una sacralizzazione, in tutta l’ampiezza possibile, dei valori della vita temporale, il tutto in opposizione al laicismo, all’interconfessionalismo, all’ateismo e al panteismo, così come alle loro rispettive conseguenze. Uno spirito di gerarchia che segni tutti gli aspetti della società e dello Stato, della cultura e della vita, in opposizione alla metafisica ugualitaria della Rivoluzione. Una cura costante nello scoprire e nel combattere il male nelle sue forme embrionali o nascoste, nel fulminarlo con esecrazione e con marchio d’infamia, e nel punirlo con fermezza inflessibile in tutte le sue manifestazioni, e particolarmente in quelle che attentano all’ortodossia e alla purezza dei costumi,

il tutto in opposizione alla metafisica liberale della Rivoluzione e alla sua tendenza a dare libero corso e protezione al male”.

Dallo scontro al dialogo

Purtroppo, nel secolo XX si fa largo nell’ambiente cattolico, fino a diventare quasi egemonico, un approccio diametralmente opposto, ovvero quello d’una acritica “apertura ai segni dei tempi”. Dallo scontro con la modernità rivoluzionaria si passa al dialogo, dal dialogo all’accettazione, dall’accettazione al cedimento.

A livello dottrinale questo cedimento si è manifestato nelle nuove scuole teologiche che cercavano di “parlare il linguaggio dello spirito del tempo”, come si legge nel Programma dei modernisti, stilato nel 1907 da Ernesto Buonaiuti. Ed ecco il Modernismo, la Nouvelle Théologie, la Teologia della liberazione e via di seguito. Ma, seguendo le linee di analisi proposte da Benedetto XVI, più che le manifestazioni dottrinali di questo cedimento, ci preme rilevarne quelle tendenziali.

Dagli anni 1960 si fa largo un approccio di acritica “apertura ai segni dei tempi”: dallo scontro si passa al dialogo e poi al cedimento

Il secolo XX è stato quello della “secolarizzazione”, cioè della crescente estromissione di ogni elemento che potesse rimandare a qualcosa di superiore e trascendente, al sacro. Si parlava della “morte di Dio”. Per i partigiani dell’apertura ai segni dei tempi, invece di lottare contro questa secolarizzazione, la Chiesa vi si sarebbe dovuta adattare. Frutto di questo approccio è stato il crescente silenzio sugli aspetti più prettamente soprannaturali della religione, e la loro sostituzione con l’impegno sociale e umano. Le chiese, una volta veri e propri monumenti alla Fede, dove tutto portava alla pre-

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“Periodo di riflessione” “Avremmo dovuto contrastare la cultura dominante” Mons. James Moriarty, vescovo dimissionario di Kildare, Irlanda

ghiera e alla contemplazione, diventano simili agli edifici civili dell’architettura contemporanea, superandoli perfino in bruttezza. Il Santo Sacrificio della Messa perde la sua solennità e diventa un “convivio comunitario”.

La liturgia è sempre più scialba. I paramenti sacri, che dovrebbero tradurre in termini visivi lo splendore dell’atto liturgico, diventano banali. Si abbandona la musica sacra per quella mondana. I sacerdoti, una volta contraddistinti non solo dal tradizionale abito talare ma anche da tutto un portamento che accentuava la sacralità della loro persona, tendono a mimetizzarsi con l’ambiente circondante fino a perdere l’identità.

Parallelamente, penetrando in ambienti di Chiesa, il liberalismo provoca un vistoso calo nella disciplina ecclesiastica. Nei seminari si abbandona l’abito talare, il cerimoniale, il silenzio, la clausura, il divieto di amicizie femminili, il divieto di frequentare certi ambienti e un lungo eccetera. In una parola, ci si “aggiorna”. Elemento importante di questo aggiornamento era un atteggiamento “sensibile” e “caritatevole” nei confronti del peccato, specie quello carnale, per il quale si evitava di fulminarlo con la dovuta durezza.

Ricca dell’esperienza di duemila anni, la Chiesa aveva sempre circondato il giovane seminarista, e poi il sacerdote, con tutt’una serie di paletti che, più che arbitrari divieti, costituivano vere e proprie garanzie per la sua personale santificazione e per il tranquillo svolgimento del suo ministero.

Esistevano norme molto precise che regolavano non solo i rapporti con l’altro sesso, ma anche con i confratelli. Ogni infrazione era punita, sia per la malignità del fatto in sé, sia soprattutto per il decadimento che esso poteva impostare. Concretamente, il minimo sospetto di tendenze omosessuali implicava ipso facto la radiazione del seminarista, oppure il ritiro del sacerdote in strutture religiose appropriate.

Tutto questo è venuto meno, come insegna il Papa, per causa dell’adozione di modi di pensiero e di giudizio improntati al relativismo e al liberalismo imperanti. E le conseguenze sono oggi alla vista di tutti...

Un rinnovato spirito di militanza

Qual è la soluzione? L’ha indicata, già nel 1984, l’allora cardinale Joseph Ratzinger nel celebre Rapporto sulla Fede: “Va affermato a chiare lettere che una reale riforma della Chiesa presuppone un inequivocabile

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abbandono delle vie sbagliate che hanno portato a conseguenze indiscutibilmente negative”.

A livello dottrinale, la soluzione passa per l’abbandono di quelle forme filosofiche e teologiche che tendono ad appannare la distinzione fra vero e falso, buono e cattivo, bello e brutto. Bisogna affermare e proclamare che esistono verità assolute e valori non negoziabili, ripristinando, di conseguenza, anche una morale che ne tenga conto.

Più profondamente, a livello “tendenziale”, la soluzione passa per l’abbandono dello spirito cedevole e possibilista che ha cagionato l’irruzione del relativismo in seno alla Chiesa, ed il conseguente ripristino di quella caratteristica della Chiesa così importante da costituire una delle sue definizioni: la militanza.

Militanza, vale a dire quell’atteggiamento per il quale il cristiano, consapevole dell’essenziale contraddizione fra verità e errore, fra bene e male, fra bellezza e bruttezza, assume come elemento integrante del suo essere cristiano l’accettazione dei primi e il rigetto dei secondi, l’amore per i primi e l’odio contro i secondi, la decisione di difendere i primi contrastando i secondi. Questo come un imperativo impostogli dalla Fede.

Ma ciò presuppone una profonda conversione di anima, proprio come quella richiesta dalla Madonna di Fatima, che il Pontefice ha venerato lo scorso maggio recandosi nel suo santuario in Portogallo. 


1943: una voce disattesa

I

n un’allocuzione agli allievi del Pontificio Seminario Lombardo, nel 7 dicembre 1968, Papa Paolo VI denunciava: “La Chiesa attraversa, oggi, un momento di inquietudine. Taluni si esercitano nell’autocritica, si direbbe perfino nell’autodemolizione. La Chiesa viene colpita pure da chi ne fa parte” (1). Qualche tempo dopo, il 29 giugno 1972, egli è stato anche più esplicito: “Riferendosi alla situazione della Chiesa di oggi, il Santo Padre afferma di avere la sensazione che «da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio». È venuta una giornata di nuvole, di tempesta, di buio” (2). Fino a quel momento, chi osava denunciare una crisi nella Chiesa era sommariamente liquidato come “profeta di sventura”. A partire da queste ed altre autorevoli dichiarazioni, però, non era più lecito dubitarne: la Chiesa

attraversava, infatti, un periodo di grande crisi.

Non è infrequente collocare l’inizio di questa crisi negli anni 1960. Qualcuno gli assegna addirittura una data: 1961, cioè l’indizione del Concilio Vaticano II; oppure 1962, l’anno della sua apertura; o anche 1965, quando fu concluso. Da qui l’espressione “crisi post-conciliare”.

Come è crollata la piramide di Cheope?

In realtà, come annota il prof. Plinio Corrêa de Oliveira, immaginare che una crisi così immane possa essere scoppiata dopo un periodo di incubazione tanto breve è come pensare che, dopo aver resistito impavida per millenni, la piramide di Cheope possa crollare in pochi anni: “Come si è potuto arrivare così in fretta a questo stato [di crisi]? (...) Immagini il lettore che, un bel giorno, legge sui

giornali l’incredibile notizia che, senza alcun terremoto, la piramide di Cheope si è spaccata e che una gran parte di essa è caduta a terra. Accanto a questa notizia, un dispaccio telegrafico informa che le cause del disastro hanno avuto inizio nel 1964. Sarebbe legittimo mettere in discussione queste informazioni. Come mai un edificio che ha resistito per millenni, in ogni condizione atmosferica, può incrinarsi fino a perdere pezzi nell’arco di pochi anni? Improbabile.

“La stessa osservazione di buon senso potrebbe essere fatta nei confronti della Santa Chiesa di Dio, edificio tutto spirituale e soprannaturale, immortale per disegno e per promessa divina e, quindi, molto più solido rispetto

Immaginare che una crisi così immane possa essere scoppiata dopo un periodo di incubazione così breve è come pensare che, dopo aver resistito impavida per millenni, la piramide di Cheope possa crollare in pochi anni

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“Periodo di riflessione”

Sopra, i Padri Conciliari arrivano a S. Pietro per la solenne apertura del Concilio Vaticano II. Sotto, quattro protagonisti della Nouvelle Théologie: Yves Congar, Henri de Lubac, Karl Rahner, Marie-Dominique Chenu

alla piramide di Cheope. Con le imperfezioni inerenti a qualsiasi confronto tra la Chiesa e ciò che è terreno, credo tuttavia che il paragone sia indicativo” (3).

Il pensatore cattolico brasiliano mostra, quindi, come i sintomi di questa crisi fossero già perfettamente visibili nel 1943, quando egli la denunciò.

La crisi neo-modernista

Nel 1907 Papa S. Pio X condanna la corrente “modernista” e

scomunica i suoi principali promotori. Lungi dal ravvedersi, però, i modernisti si nascosero furbamente in ciò che Antonio Fogazzaro chiamò una “frammassoneria cattolica” (4). Lo stesso Pontefice fu costretto a denunciare nel 1910: “I modernisti si stanno raggruppando in una lega clandestina, e non hanno abbandonato i loro disegni di perturbare la pace della Chiesa” (5).

Gli eredi di questa corrente cominciarono a rialzare la testa

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negli anni 1930 col cosiddetto “problema teologico”, proposto soprattutto dai domenicani Chenu e Charlier (6). Tutti e due furono condannati dal Sant’Uffizio e i loro libri messi all’Index. I tempi non erano ancora maturi.

Negli anni 1940, però, con l’affermarsi di un nuovo clima psicologico, liberale e ottimista, che soffiava soprattutto dagli Stati Uniti, questo tipo di condanna cominciò a diventare sempre più improbabile. Ne approfittarono gli alfieri di questa corren-


te, che in poco tempo misero le fondamenta di ciò che Pio XII chiamerà Nouvelle Théologie. Personaggi come Henri De Lubac, Jean Danielou, MarieDominique Chenu, Yves Congar, Karl Rahner e Henri Bouillard si presentavano come ciò che Rahner una volta chiamò “profeti d’una nuova Chiesa”. “Gli anni 1940 furono di grande fermento teologico”, ricorda Yves Congar (7). Fu una vera rivoluzione.

Bisogna rammentare che vi furono anche grandi teologi che si opposero strenuamente alle nuove dottrine. Vengono subito in mente i francesi Réginald GarrigouLagrange, O.P. e Michel Labourdette, O.P., gli spagnoli Joaquín Salaverry, S.J. e Juan Iturrioz, S.J., e l’italiano Mariano Cordovani, O.P. (8).

Lo stesso Pio XII, dopo aver ribadito in ben due encicliche la dottrina tradizionale della Chiesa, censurò duramente le manifestazioni più ardite di questa corren-

te in diverse allocuzioni e, specialmente, nell’enciclica Humani Generis del 1950 (9).

L’Azione Cattolica

Tutta questa polemica, però, restava largamente ristretta agli “addetti ai lavori”, cioè ai teologi, con qualche ricaduta sui seminaristi e sull’élite culturale. Il grande pubblico cattolico ne era quasi totalmente all’oscuro. Mancava ai “nuovi teologi” qualcuno che traducesse in spicciolo le loro dottrine e, soprattutto, un movimento di massa che ne permettesse la diffusione su larga scala. Mentre il primo compito veniva assunto da Jacques Maritain e da Emanuel Mounier, il movimento lo trovarono nell’Azione Cattolica.

nuove associazioni, quelle vecchie furono infiltrate e riorganizzate”, rivela P. Andrew Greeley, uno dei fondatori dell’Azione Cattolica negli Stati Uniti (10).

Questa infiltrazione innescò un processo di trasbordo ideologico verso sinistra, che cambiò talmente la fisionomia del movimento da far sospirare Pio XII nel 1948: “L’Azione Cattolica, per la quale sono stati fatti tanti sacrifici, non è più nostra...” (11).

Plinio Corrêa de Oliviera

Il prof. Plinio Corrêa de Oliveira visse in prima persona la crisi dell’Azione Cattolica. Nel

Già dagli anni 1930 nuclei di attivisti si erano insinuati in settori dell’Azione Cattolica, servendosene per la diffusione di questi errori e spingendola verso indirizzi opposti a quelli voluti dal Pontefice. “Furono fondate

7 settembre 1942, Plinio Corrêa de Oliveira, presidente dell’Azione Cattolica, tiene il discorso di saluto alle autorità nel Congresso Eucaristico Nazionale a San Paolo del Brasile

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“Periodo di riflessione”

1940, egli era direttore del settimanale O Legionário nonché leader delle Congregazioni mariane. A marzo veniva nominato presidente della Giunta arcidiocesana dell’Azione Cattolica di San Paolo, assumendo in questo modo nelle sue mani la direzione di tutte le forze del laicato cattolico. Aveva 32 anni.

Racconta il prof. Roberto de Mattei nella sua biografia del leader brasiliano: “Il giovane Presidente governò l’associazione con mano energica, reprimendo gli errori dottrinali che affioravano e cercando di modificare le nuove mentalità. Dopo tre anni di lavoro, i risultati non si fecero attendere: l’Azione Cattolica paulista conobbe una fioritura senza precedenti” (12).

Non tutto il cielo, però, era blu. Anzi, nere nuvole si addensavano all’orizzonte. Dal suo osservatorio privilegiato, Plinio Corrêa de Oliveira subito si accorse che all’interno dell’Azione

Cattolica serpeggiavano dottrine e tendenze innovatrici, provenienti perlopiù dai summenzionati ambienti neo-modernisti.

“Fu proprio a questo punto che scoppiò la tragedia provocata dai germi di progressismo infiltratisi nel movimento cattolico — racconta in un articolo autobiografico — Già dall’inizio della crisi O Legionário era stato attaccato come alfiere d’una mentalità che la cospirazione progressista voleva estirpare, per sostituirla con quella, purtroppo, oggi trionfante. Nelle riunioni del nostro gruppo, avevamo capito che il male veniva disseminato da una folta schiera di proseliti con arte sopraffina e facondia”.

Individuato il male, Plinio Corrêa de Oliveira non poteva rimanere indifferente: “Bisognava assolutamente lanciare un grido d’allarme che svegliasse il mondo cattolico! E fu così che pubblicai il libro-bomba In difesa dell’Azione Cattolica” (13).

Il “libro-bomba”

In questo libro, pubblicato nel 1943 con Prefazione del Nunzio Apostolico in Brasile, mons. Benedetto Aloisi Masella, il leader cattolico denunciava nei suoi vari aspetti questa vera e propria rivoluzione all’interno della Chiesa (14).

Senza sottostimare l’analisi prettamente teologica, che egli svolgeva in diversi punti ricollegando questa rivoluzione al “modernismo” condannato da S. Pio X trent’anni prima, il prof.

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Plinio Corrêa de Oliveira era soprattutto intento a denunciare la crisi come essa era concretamente vissuta nelle fila del movimento cattolico brasiliano, con speciale attenzione alla nuova mentalità che ne era alla base (15).

Di particolare interesse è la terza parte (“Problemi interni dell’Azione Cattolica”), nella quale il leader brasiliano denuncia il crescente lassismo, evidente per esempio nell’ammissione incauta di nuovi membri, privi dei requisiti statutari, nonché nella resistenza a espellere i membri che si erano resi indegni.

I fautori della nuova mentalità si rifiutavano di condannare le dottrine erronee o di punire gli atteggiamenti sconvenienti, giustificando questo liberalismo come obbligo di carità. Il carattere militante della Chiesa era esplicitamente respinto, mentre si affermava invece un “buonismo” tendente al relativismo. Le pratiche devozionali tradizionali erano sdegnate, per lasciare passo ad una spiritualità tutta centrata sulla liturgia, intesa come partecipazione comunitaria.

Diverse pagine sono dedicate poi al problema delle mode, gli ambienti, i gusti, la buona educazione e così via, mostrando quanto il dott. Plinio avesse già la sua attenzione rivolta agli aspetti “tendenziali” del fenomeno rivoluzionario. Particolarmente biasimato, l’apostolato detto “di conquista” per il quale i membri “aggiornati” di Azione Cattolica frequentavano ambienti normalmente vietati ad un cattolico, al fine di “portarvi la parola di Cristo”. Plinio Corrêa de Oliveira ammoniva come, lunghi dal convertire quegli ambienti, l’Azione Cattolica ne avrebbe subito la cattiva influenza come, infatti, accadde.


“Se si considera retrospettivamente la storia recente, ricordando questo lucido avvertimento e l’autentico cataclisma che ha scosso la Chiesa negli ultimi decenni e che non finisce ancora, possiamo solo esclamare: Ah! se questa voce fosse stata ascoltata...” Cardinale Bernardino Echeverría

Il libro chiude con un appello a reagire: “L’Azione Cattolica corre il rischio di rivoltarsi contro le sue stesse finalità se non fermiamo il passo, in maniera risoluta, a quei gruppi per fortuna ancora piccoli, nei quali l’errore viene abbracciato da seguaci entusiasti”.

“Ah! se questa voce fosse stata ascoltata...”

Alla luce di quanto sopra, resta chiaro perché Plinio Corrêa de Oliveira asseriva che la “crisi post-conciliare” non lo aveva affatto colto di sorpresa, in quanto egli la aveva già prevista più di vent’anni prima.

Per un lettore attento, In Difesa dell’Azione Cattolica costituisce una denuncia approfondita e complessiva dei germi di questa crisi che covavano nella Chiesa già negli anni 1940, nonché un grido d’allarme perché questi germi venissero contrastati quando erano ancora circoscritti.

Purtroppo, come dimostra il prof. Massimo Introvigne nella sua eccellente analisi di quel periodo in Brasile, non solo questo grido d’allarme venne disatteso ma, da lì a poco, alcuni settori della Chiesa avrebbero preso una piega opposta, con le disastrose conseguenze che oggi vediamo, e non solo in Brasile (16). Come non concordare col cardinale Bernardino Echeverría Ruiz quando, nell’elogio funebre

del prof. Plinio Corrêa de Oliveira nel 1995, scrisse: “Se si considera retrospettivamente la storia recente, ricordando questo lucido avvertimento e l’autentico cataclisma che ha scosso la Chiesa negli ultimi decenni e che non finisce ancora, possiamo solo esclamare: Ah! se questa voce fosse stata ascoltata...”  Note______________________________ 1. Insegnamenti di Paolo VI, Tipografia Poliglotta Vaticana, Roma 1968, pp. 1188-1189. 2. Insegnamenti di Paolo VI, Tipografia Poliglotta Vaticana, Roma 1972, pp. 707-708. 3. Plinio Corrêa de Oliveira, “Como ruiu a pirâmide de Quéops?”, Folha di S. Paulo, 08-02-69. 4. Antonio Fogazzaro, Il Santo, senza editore, Milano 1907, pp. 44, 48. 5. San Pio X, Decreto Sacrorum Antistitum, Acta Apostolicae Sedis, 9 settembre 1910, N° 17. 6. Marie-Dominique Chenu, Une école de théologie. Le Saulchoir, 1937; Louis Charlier, Essai sur le problème théologique, Le Saulchoir 1938. Per una confutazione di questi libri, Timoteo Zepelena, “Problema Theologicum”, Gregorianum, 24 (1943), pp. 23-47, 287-326; 25 (1944), pp. 38-73, 247-282; Raimondo Spiazzi, P. Mariano Cordovani dei Frati Predicatori, Roma 1954, I, 392-403. 7. Yves Congar, Situation et taches présentes de la théologie, Éditions du Cerf, Paris 1967, p. 12. 8. Cfr. Joaquín Salaverri, S.J., “El Problema de la Nueva Teología”, Sal Terrae Vol. 38, 1950, p. 145; Juan Iturrioz, S.J., “Nueva Teología. Actitud de la Iglesia”. Razón y Fé, luglio-dicembre 1950, p. 492; Michel Labourdette, “La Théologie et ses sources”, Revue Thomiste, gennaio-marzo 1946, pp. 353371; Réginald Garrigou-Lagrange, “La Nouvelle Théologie où va-t-elle?” Angelicum, 23 (1946), pp. 126-145. Per un elenco dei principali libri e articoli pubbli-

cati in favore e contro la Nouvelle Théologie, cfr. Revista Española de Teología, aprile-giugno 1949, pp. 303318; luglio-settembre 1949, pp. 527-546. Cfr. anche M. J. Nicolás e R. L. Bruckberger, Dialogue théologique. Pièces du débat entre la Revue Thomiste d’une part, les RRPP de Lubac, Danielou, Bouillard, Ferrand, von Balthasar, d’autre part, St. Maximin, Toulouse 1947. 9. Cfr. le encicliche Mystici Corporis Christi (1943) e Mediator Dei (1947). Cfr. anche Allocuzione ai Padri Gesuiti in occasione della loro XXIX Congregazione Generale, 17 settembre 1946; D.C. 978, 24 novembre 1946, cols. 1317-1318. Allocuzione ai Frati Dominicani in occasione del loro Capitolo Generale, Ibid., col. 1322. 10. Andrew Greeley, The Catholic Experience, Doubleday & Company, New York 1967, p. 257. Cfr. anche “Dal cattolicesimo sociale al catto-comunismo: storia d’una deriva”, Tradizione Famiglia Proprietà, maggio 2003, pp. 5-11. 11. Citato in Luigi Gedda, 18 aprile. Memorie inedite dell’artefice della sconfitta del Fronte Popolare, Mondadori, Milano 1998, pp. 153-154. 12. Roberto de Mattei, Il crociato del secolo XX. Plinio Corrêa de Oliveira, Piemme, Casale Monferrato 1996, p. 123. 13. Plinio Corrêa de Oliveira, “Kamikaze”, Folha de S. Paulo, 15-021969. 14. Plinio Corrêa de Oliveira, Em defesa da Ação Catolica, Editora Ave Maria, San Paolo 1943. 15. Massimo Introvigne, Una battaglia nella notte. Plinio Corrêa de Oliveira e la crisi del secolo XX nella Chiesa, Sugarco, Milano 2008, pp. 44-50. 16. Ibid., pp. 51 ss.

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“Periodo di riflessione”

B

L a s pe r a nz a c h e s c a t u r i s c e d a Fa ti m a

enedetto XVI si è recato a Fatima. Per ben tre giorni, il Pontefice ha visitato questo paesino del Portogallo dove, nel 1917, la Madonna è apparsa ai tre pastorelli. È il terzo Papa a compiere questo pellegrinaggio, dopo Paolo VI e Giovanni Paolo II. Oltre a rilanciare con forza l’attualità del messaggio di Fatima – “si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima si è conclusa” – il Pontefice ha voluto offrire ulteriori elementi di riflessione sulla crisi nella Chiesa nei giorni nostri.

Persecuzioni

A Fatima, la Madonna ha denunciato il terribile stato di decadenza in cui versava l’umanità, ammonendo che, nel caso in cui gli uomini non si fossero convertiti, sarebbe venuto “un grande castigo quale non si vide mai”. In almeno due passaggi del messaggio, la Madonna indicava come elemento precipuo di questo castigo un’immane persecuzione contro la Chiesa. Nella terza apparizione, per esempio, disse: “La Russia diffonderà i suoi errori nel mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa, i buoni saranno martirizzati, il Santo Padre dovrà soffrire molto”.

In una successiva visione privata, racconta Giacinta: “Ho visto il Santo Padre in una casa molto grande, in ginocchio davanti a un tavolo,

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piangente con le mani sul viso; fuori dalla casa vi era molta gente e alcuni gli tiravano pietre, altri gli lanciavano imprecazioni e gli dicevano molte brutte parole. Povero Santo Padre, dobbiamo pregare molto per lui!”

Ma forse la visione più drammatica di questa persecuzione è il “terzo segreto”, cioè quella parte resa pubblica solo nel 2000 e nella quale si parla di un Papa che viene ucciso insieme a molti cardinali, vescovi, sacerdoti e religiose. All’epoca, alcuni vollero vedere in questo Papa appena Giovanni Paolo II. Ma il documento della Santa Sede sulle apparizioni di Fatima è chiaro: “La visione di Fatima riguarda soprattutto la lotta dei sistemi atei contro la Chiesa e i cristiani e descrive l’immane sofferenza dei testimoni della fede dell’ultimo secolo del secondo millennio. È una interminabile Via Crucis guidata dai Papi del ventesimo secolo”.

Crisi interna

Finora, la quasi unanimità dei commentatori, sia ecclesiastici sia laici, metteva l’enfasi sulle persecuzioni che colpivano la Chiesa dall’esterno, come quelle messe in atto dal comunismo. Nel recente viaggio a Fatima, invece, Benedetto XVI ha denunciato che le persecuzioni più insidiose sono quelle che vengono dall’interno. Ecco le sue parole:

“Quanto alle novità che possiamo oggi scoprire in questo messaggio, è anche che non solo da fuori vengono attacchi al Papa e alla Chiesa,


ma le sofferenze della Chiesa vengono proprio dall’interno della Chiesa, dal peccato che esiste nella Chiesa. Anche questo si sapeva sempre, ma oggi lo vediamo in modo realmente terrificante: che la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato della Chiesa”.

Queste parole rilanciano un punto già sollevato da non pochi: il messaggio di Fatima riguarda non soltanto la crisi della società ma, e forse principalmente, quella che affligge la Chiesa.

Penitenza, conversione, speranza

Gli anni ’60 furono di grande ottimismo. Si accoglieva con gioia il mondo moderno che sbocciava. Questo clima di euforia a sua volta cagionava, in ambienti di Chiesa, non poco permissivismo e tolleranza. Si temeva che la repressione al peccato potesse in qualche modo intaccare l’aria fiduciosa prevalente. Si evitava quindi di parlare di giustizia, di penitenza e di conversione, prediligendo parole d’ordine come “pace”, “amore” e “fratellanza”. Forse non è azzardato ipotizzare che proprio per questo motivo non fu rivelato il “terzo segreto” nel 1960, quando lo aveva chiesto Suor Lucia.

Oggi, invece, nel dire di Benedetto XVI, la crisi denunciata dalla Madonna nel 1917 è fin troppo evidente perché sia trascurata: “oggi lo vediamo in modo realmente terrificante”. E quindi, sempre secondo il Pontefice, è giunta l’ora di cogliere appieno il richiamo alla penitenza e alla conversione rivolto dalla Madre di Dio: “La Chiesa ha profondo bisogno di ri-imparare la penitenza, di accettare la purificazione, imparare il perdono ma anche la necessità della giustizia. Il perdono non sostituisce la giustizia”. L’importanza di queste parole non potrà mai essere sopravalutata. Si tratta di rovesciare il falso ottimismo prevalente dagli anni ’60, e che

tanto male ha causato, e tornare invece allo spirito della Chiesa, che al perdono e alla misericordia affianca anche la giustizia.

Ma, e non poteva essere diversamente, così come la Madonna chiuse il suo messaggio del 1917 con una promessa di speranza – Infine il mio Cuore immacolato trionferà! – anche Benedetto XVI ha voluto concludere i suoi interventi con una parola di fiducia: “Siamo realisti. Il male attacca sempre, attacca dall’interno e dall’esterno, ma sempre anche le forze del bene sono presenti e, finalmente, il Signore è più forte del male. La Madonna è per noi la garanzia. La bontà di Dio è sempre l’ultima parola della storia”. 

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“Periodo di riflessione”

Ralliement

esempio di dialogo fallito

C

hi non conosce la storia è costretto a ripeterla. Così il classico detto. Al quale, però, va aggiunta una considerazione: a volte, pur conoscendo la storia, sembra che la si voglia proprio ripetere. Altrimenti non si spiegherebbero certi atteggiamenti che, dimostratisi fallimentari in passato, ci vengono puntualmente riproposti, con le stesse conseguenze disastrose. La storia è ricca di politiche di “dialogo”, “apertura” e “pacificazione” finite poi in catastrofi.

Un esempio archetipico fu il cedimento possibilista dell’Europa nei confronti di Adolf Hitler, condensato nel Patto di Monaco del 1938. “Inghilterra e Francia potevano scegliere fra la vergogna e la guerra — sentenziò Churchill — Hanno scelto la vergogna e avranno la guerra”.

Ma anche la storia religiosa, e più concretamente quella ecclesiastica, è ricca di esempi e di lezioni. Uno di questi è la politica detta di Ralliement, con la quale Leone XIII cercò di addolcire la persecuzione della Repubblica francese contro la Chiesa alla fine del secolo XIX. Dimostratasi fallimentare, le sue conseguenze si fanno sentire ancor oggi oltre le Alpi.

Una Rivoluzione anticattolica

La Rivoluzione francese del 1789 non fu soltanto antimonarchica ma anche, e profondamente, anticattolica. Ostili ad ogni gerarchia nel campo temporale, potevano i rivoluzionari tollerarla in quello spirituale? L’infame grido di Hébert “la pace non regnerà in Francia finché l’ultimo nobile non sia stato inforcato nelle budella dell’ultimo prete” sintetizza perfettamente questo duplice odio. La persecuzione contro la Chiesa non fu meno implacabile di quella contro la nobiltà: decine di vescovi e ben dodicimila sacerdoti furono massacrati, mentre più di trentamila dovettero prendere la via dell’esilio (1). Il culto pubblico fu proibito, le congre-

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La Rivoluzione francese non fu soltanto antimonarchica ma anche anticattolica Sopra, le due Francie simboleggiate da san Luigi IX e da un sansculotte. A sin, l’esecuzione di Luigi XVI, 21 gennaio 1793


gazioni religiose abolite e molte chiese e conventi andarono distrutti.

Al culmine del Terrore, Luigi XVI e Maria Antonietta, ambedue palesemente innocenti, furono ghigliottinati. Nel Concistoro del 17 giugno 1793, Papa Pio VI qualificò la morte del Re come “martirio” inflitto in odium fidei (2). Questo bagno di sangue svegliò bruscamente una società che si era lasciata addormentare dalle delizie di quella “douceur de vivre” vantata da Tallerand (3), innescando una reazione che, consolidandosi, costituirà la Contro-Rivoluzione. Dovendo affrontare il comune nemico, Trono e Altare si unirono in difesa dell’Ordine. Questa unione fu resa esplicita per la prima volta nel corso delle guerre della Vandea, quando venne costituita la celebre Armée Catholique et Royale.

Nei decenni successivi, mentre gli epigoni della Rivoluzione francese davano vita al liberalismo e al suo compagno di viaggio il “cattolicesimo liberale”, più volte condannato dai Romani Pontefici, i contro-rivoluzionari, fedeli alla Chiesa e alla Monarchia, si proclamavano invece “cattolici monarchici”, rifiutandosi di riconoscere le varie repubbliche nate dal 1789. Era la posizione nota come “intransigente”, vale a dire refrattaria alle innovazioni rivoluzionarie.

un nemico che si dimostrava sempre più il suo contrario. I campi erano nettamente delimitati, lo scontro era frontale. E mentre i Papi si ergevano contro l’assalto del liberalismo e, poco dopo, anche del socialismo, la persecuzione contro la Chiesa si faceva sempre più brutale, fino alla breccia di Porta Pia e alla prigionia del Papa nel Vaticano.

La Belle Époque

Verso la fine del secolo, però, si comincia a respirare in Europa un’aria nuova. Alleggia il sogno di costruzione della moderna civiltà tecnologica. Si prospetta il trionfo del Progresso. È l’epoca delle varie esposizioni universali che sembrano aprire un’era di generale benessere e di felicità. La stessa vita sociale diventa sempre più festosa e raffinata. Inizia la Belle Époque, che introduce un nuovo “spirito dei tempi”, sorridente ed ottimista, espresso nelle delicate armonie del valzer viennese.

Questa fu, sostanzialmente, la posizione dei vari Papi del secolo XIX, e specialmente di Gregorio XVI (1831-1846) e del beato Pio IX (1846-1878). Ritenevano di dover difendere un patrimonio non solo religioso ma anche di civiltà contro l’assalto di Il bagno di sangue provocato dalla Rivoluzione francese svegliò bruscamente una società addormentata, innescando una reazione che, consolidandosi, costituirà la ControRivoluzione, cattolica e monarchica A dx, il marchese Henri de la Rochejaquelein, uno dei capi dell’Armée Catholique et Royale. Sopra, scudo vandeano: Dieu et le Roi

TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / GIUGNO 2010 - 21


“Periodo di riflessione”

Leone XIII continuò la linea dottrinale di Pio IX, condannando il liberalismo in diversi documenti, specialmente nell’enciclica Libertas Prestatissimum del 1888. Il suo pontificato, tuttavia, non fu sempre immune al nuovo “spirito dei tempi” che dalla società soffiava forte perfino in ambienti di Chiesa. Il teologo E. Rivière parla del “clima di ottimismo che caratterizzò la seconda metà del pontificato di Leone XIII” (4).

Stimolata dal nuovo clima, la linea pastorale di Leone XIII si cominciò a discostare in alcuni punti da quella di Pio IX. Mentre quest’ultimo aveva sempre favorito i settori contro-rivoluzionari, Leone XIII cominciò ad attenuare le manifestazioni di antagonismo nei confronti della Rivoluzione, nella speranza che, vedendo la mano tesa della Chiesa, i suoi nemici si sarebbero a loro volta impietositi e avrebbero cessato la persecuzione. L’esempio più rilevante di questa nuova linea

pastorale fu il cosiddetto Ralliement, inaugurato in Francia nel 1891.

Il Ralliement

Facendo una distinzione teorica tra la Repubblica francese, la cui legislazione egli ammetteva fosse “irreligiosa”, e la forma repubblicana di governo in sé, che un cattolico può accettare come legittima, Leone XIII esortava i cattolici francesi a porre fine alla loro militanza monarchica e a unirsi (rallier) alla Repubblica, al fine di placare la sua ferocia anticattolica.

Questa distinzione era teoricamente valida ma politicamente sbagliata. Un cattolico può, certo, accettare la legittimità della forma repubblicana di governo. Questa è la dottrina della Chiesa. Ma, in concreto, la Repubblica francese era figlia della Rivoluzione del 1789 e la realizzazione dei suoi principi.

La Belle Époque (sopra) introduce un nuovo “spirito dei tempi”, sorridente e ottimista, che indebolisce i cattolici mentre lascia intatto l’odio dei laicisti Sotto, propaganda anticlericale in Francia alla fine del sec. XIX

22 - TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / GIUGNO 2010


“Sarebbe per Noi un dolore pungente e amaro, arrivati al crepuscolo della Nostra vita, se dovessimo vedere tutte le Nostre buone intenzioni riguardo alla nazione francese e al suo governo svanire senza aver dato alcun frutto” A dx., Leone XIII con due monsignori della Curia romana

Ciò che si chiedeva ai cattolici era quindi di cessare la loro militanza contro-rivoluzionaria, in modo non molto diverso in cui, quasi un secolo dopo con la Östpolitik di mons. Casaroli, si chiederà ai cattolici di cessare la loro militanza anticomunista.

Il Ralliement spaccò il campo cattolico e seminò disorientamento nella destra, poiché una continuazione della politica intransigente poteva essere vista come in contrasto con la linea del Papa. Mentre i cattolici liberali esultavano e quelli moderati si piegavano, volentes nolentes, alla nuova linea, alcuni ultramontani fecero notare che il privilegio dell’infallibilità non si estende alle scelte politiche e diplomatiche del Papa e che, quindi, erano moralmente liberi di rigettare il Ralliement. Il colpo, comunque, era stato devastante.

L’anticlericalismo

Lunghi dal placare la ferocia anticattolica della Repubblica francese, questa nuova linea, interpretata come segno di debolezza, non fece che acuirla.

La politica anticattolica avviata nel 1878 da Léon Gambetta al grido di “le cléricalisme, voilà l’ennemi” divenne una nota tonica della Terza Repubblica. Questa politica si manifestò in una serie di misure profondamente lesive dei diritti della Chiesa, come le leggi scolastiche del 1882 e del 1886, che mettevano tutta l’istruzione nelle mani dello Stato. L’anticattolicesimo raggiunse il suo culmine con il governo Waldeck-Rousseau (1899-1902), che nel 1901 approvava la legge delle Congregazioni, in base alla quale le congregazioni religiose dovevano essere regolate dallo Stato; e con il governo Combes (1902-1905), che nel 1905 approvava la legge di Separazione, per cui la Francia diventava ufficialmente uno Stato laico. Tale legge costrinse il successore di Leone XIII, Papa San Pio X, a rompere i rapporti con la Repubblica francese.

Lo stesso Leone XIII dovette ammettere con amarezza il fallimento della sua politica di accomodamento. Deplorando la totale mancanza di riscon-

tro da parte della Repubblica francese alle sue aperture amichevoli, egli scrisse al presidente Loubet nel 1900: “Sarebbe per Noi un dolore pungente e amaro, arrivati al crepuscolo della Nostra vita, se dovessimo vedere tutte le Nostre buone intenzioni riguardo alla nazione francese e al suo governo svanire senza aver dato alcun frutto”. Nello stesso anno il Pontefice scrisse al cardinale Richard di Parigi: “Fin dall’inizio del nostro pontificato, Noi non abbiamo risparmiato alcuno sforzo per realizzare in Francia questa opera di pacificazione. Sarà per Noi un’amarezza estrema se, nel crepuscolo della nostra vita, venissimo a sapere che le nostre speranze sono state ingannate e le nostre sollecitudini frustrate” (5). Ma ormai era troppo tardi...

Note________________________________________________

1. Robert Havard de la Montagne, Histoire de la Démocratie Chrétienne de Lamennais à Georges Bidault, AmiotDumont, Parigi 1948, p. 14. 2. Pius VI Pont. Max., Acta, Typis Sacra Congregatione de Propaganda Fide, Roma 1871, Vol. II, pp. 26-27. 3. “Non conosce la dolcezza di vivere chi non è vissuto prima del 1789”, Charles Maurice de Tallerand-Périgord. Citato in François Guizot, Mémoires pour servir à l’histoire de mon temps, M. Lévy, Paris 1859, vol. I, p. 6. 4. E. Rivière, “Modernisme”, Dictionnaire de Théologie Catholique, col. 2016. 5. Citato in Emmanuel Barbier, Histoire du Catholicisme social et du Catholicisme libérale en France, Imprimerie Y. Cadoret, Bordeaux 1924, , vol. II, p. 531. TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / GIUGNO 2010 - 23


“Periodo di riflessione”

Dignity: una storia di tolleranza

L

o scorso 22 febbraio, nell’Università gesuita di Fordham a New York, è morto P. Robert Carter. Sacerdote gesuita, era omosessuale militante, co-fondatore del gruppo cattolico-omosessuale (sic) Dignity, dirigente del National Gay Task Force. La vicenda di P. Carter ci permette di toccare con la mano il clima di tolleranza nei confronti del peccato contro-natura che ha imperversato, e che va ritenuto la causa principale degli scandali sessuali verificatisi nella Chiesa.

Poco dopo, l’assessore comunale alla Sanità Howard Brown, anch’egli omosessuale dichiarato, invitò Padre Carter a diventare membro dirigente del National Gay Task Force. La presenza di un sacerdote cattolico, e per di più gesuita, sollevò non poche proteste. In concreto, un gruppo di genitori delle scuole cattoliche di New York chiesero al Provinciale che P. Carter fosse allontanato dal contatto con i ragazzi, per evitare problemi. Lungi dal punirlo, però, i vertici dell’Ordine lo confermarono nelle sue cariche. Negli anni successivi, Padre Carter diventerà uno dei leader più in vista del movimento omosessuale americano.

Dignity è stato fondato nel 1972 dai sacerdoti John McNeill, Robert Carter e Bernard Lynch, all’interno del Centro pastorale Woodstock, dei Solo nel 1987, cioè ben quindici anni dopo la Padri gesuiti. Discostandosi dalla tradizionale fondazione pastorale di Dignity, della Chiecedendo sa, lo scopo alle presdi Dignity sioni del non era di Cardinale v e n i r e J o h n incontro ai O’Connor, bisogni i gesuiti spirituali allontanadi persone rono P. con tenC a r t e r denze omodalla chiesessuali, sa di San aiutandole Francesco a superare Saverio. questa tenMa egli tazione, semplicebensì di mente si indurli a trasferì f a r e I sacerdoti gesuiti Dan McCarthy, Bernard Lynch, John McNeill e Robert nella vici“outing”, Carter partecipano alla Gay Pride March a New York, nel 1981: perché non na Philasono mai stati richiamati all’ordine? cioè didelphia chiarare apertamente la loro omosessualità per dove, sotto l’egida di un altro vescovo, continuò viverla, da cattolici, senza nessun “pregiudizio”. indisturbato il suo “ministero omosessuale”. Ogni domenica, questi sacerdoti celebravano “Io sono stato il primo prete a dichiararmi una “Messa omosessuale” nella parrocchia di S. omosessuale militante – si vantava P. Carter – e Francesco Saverio col beneplacito del Provinciale questo è un fatto centrale nella storia del movimendell’Ordine. to di liberazione gay e lesbico”. Dal primo momento, Dignity partecipò attivaLa domanda è: come mai non è stato nemmemente nel movimento gay. Dignity prese parte alla no censurato quando era ancora tempo per evitare la prima Gay Pride, tenutasi a New York nel 1973. diffusione dell’errore?  24 - TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / GIUGNO 2010


Come n acque lo s pirito d i cavall eria

di Plinio Corrêa de Oliveira *

I condottieri della Prima crociata in una litografia di Gustave Doré: Raimondo di Tolosa, Goffredo di Buglione, Roberto di Fiandra, Roberto di Normandia TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / GIUGNO 2010 - 25


Il pensiero di Plinio Corrêa de Oliveira

Lo spirito di cavalleria

In cosa consiste, propriamente, lo spirito di cavalleria? Si tratta del coraggio nel combattimento?

Lo spirito di cavalleria è, prima di tutto un modo di essere, una mentalità. È fatto di logica, di coerenza e di forza d’anima che conferiscono all’uomo un’idea precisa della sua dignità in quanto uomo e in quanto cattolico. Una dignità che gli attribuisce una determinata posizione nella scala dei valori umani, che egli deve fare rispettare.

È proprio dello spirito di cavalleria amare quest’ordine gerarchico, e amarlo in modo combattivo. Il cavaliere non tollera nessuna forma di violazione di detto ordine, ed è disposto a intervenire anche con la forza per ristabilirlo. Questo, è chiaro, secondo le regole del buon senso. Il cavaliere è abitualmente serio, mai giocoso. È gentile ma non scherza e, soprattutto, con lui non si scherza. Le persone devono capire che si farà rispettare. Lo spirito di cavalleria è uno spirito elevato che ha sempre presente l’ordine gerarchico. E, siccome, al vertice di quest’ordine c’è Dio, più che la sua personale dignità, il cavaliere rispetta e difende i diritti

Il cavaliere ama la sublimità. Egli contempla tutto nel suo aspetto più elevato. Per questo ama le cose serie, elevate, nobili e non quelle banali e senza importanza. Per esempio, di fronte al campanile di una chiesa egli ne cercherà il significato sublime. Il cavaliere è naturalmente rivolto all’adorazione

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di Dio. In altre parole, l’ordine che il cavaliere rispetta e difende, prima di tutto, è quello cattolico. Il cavaliere pratica la religione non solo con tutta naturalità, ma con una certa nota di fierezza e di sfida propria del combattente. Guai a chi osa burlarsi della sua religiosità!

L’amore verso Dio del cavaliere proviene da una nozione molto limpida della Sua infinità, della Sua gloria, della Sua grandezza, del Suo splendore, della Sua bontà e misericordia. È proprio perché il cavaliere possiede questa nozione in alto grado che egli mostra, nei confronti di Dio, un devoto e profondo rispetto. Questo rivela una grande profondità di anima. Perché, per arrivare a questa nozione e a questo rispetto, serve molta profondità spirituale.

Profondità non vuol dire necessariamente intelligenza. Il cavaliere non è necessariamente un intellettuale. Egli è molto logico, molto coerente e molto forte. Non ha paura di tirare tutte le conseguenze delle sue idee, per sé e per la società, a qualsiasi costo.

Perciò il cavaliere ama la sublimità. Egli contempla tutto nel suo aspetto più elevato. Per questo ama le cose serie, elevate, nobili e non quelle bana-


li e senza importanza. Per esempio, di fronte al campanile di una chiesa egli ne cercherà il significato sublime. Davanti ad un’armatura medievale, egli cercherà i suoi aspetti più elevati. Il cavaliere è naturalmente rivolto all’adorazione.

Questo spirito si traduce poi nel coraggio del cavaliere. Un uomo non mette a rischio la propria vita senza una nozione esatta del motivo di quel rischio, e senza un amore elevato per ciò che deve difendere. Se questa nozione o questo amore difettano, il cavaliere non sarà coraggioso nell’ora della lotta. Il coraggio del cavaliere è, dunque, frutto dello spirito di Fede portato fino alle sue ultime conseguenze.

La combattività è la disposizione a sacrificare la vita per qualcosa che ne valga la pena. Questo sacrificio totale l’uomo lo compie per uno di due motivi: o per vanità o per amore verso sublime. Il vero cavaliere combatte sempre per amore del sublime.

Immaginiamo il cavaliere come un crociato, perché il perfetto cavaliere è il crociato, cioè colui che ha portato lo spirito e le azioni proprie della cavalleria alla loro massima espressione. Immaginiamolo come un crociato che carica l’avversario di uno stato spirituale allo stesso tempo teso e calmo, lucido e tuttavia entusiasta. Il primo Il crociato aveva una nozione elemento che spicca non è il chiarissima del valore mistico e metafisico della crociata. Da questo cavallo né l’armatura ma l’aniscaturiva il suo pulchrum ma del cavaliere. È proprio perché vediamo un certo riflesSopra, statua di san Luigi IX a Il pulchrum della Aigues Mortes, in Languedoc so dell’anima del cavaliere cavalleria nell’armatura e nel modo di Noi siamo membri della Chiesa militante. Lo condurre il cavallo, che possiamo distinguere in lui spirito militante della Chiesa è intimamente collega- una bellezza che è il lumen della cavalleria. to alla condizione di guerriero, che raggiunge l’apice nello spirito di crociata. Come possiamo definire Il pulchrum si riflette nell’anima questo spirito? Il pulchrum di un ideale si riflette nell’anima di Il crociato aveva una nozione chiarissima del valore mistico e metafisico della crociata. Egli si chi lotta per esso. Prendiamo l’esempio di s. lanciava con impeto nella lotta per la riconquista del Giovanna d’Arco. È impossibile non vedere il Santo Sepolcro di Nostro Signore Gesù Cristo per- pulchrum della sua figura: quello della vergine che fa la volontà di Dio. Siccome Dio voleva fare di lei ché ne comprendeva tutto il suo significato. una combattente, dalla sua debolezza verginale s. Cosa vedeva, per esempio, san Luigi IX di Giovanna aveva tratto forze straordinarie che le aveFrancia quando portava, a piedi nudi e vestito da vano permesso di sconfiggere gli uomini più potenpenitente, l’ostensorio che conteneva uno spino della ti del tempo. Era una fanciulla delicata, fragile e fine Passione di Nostro Signore? Quello spino aveva toc- come conviene al gentile sesso, e tuttavia era un cato l’Uomo-Dio, aveva cioè un nesso diretto con grande guerriero. Come si spiega questo? Lui. Cosa che s. Luigi percepiva nitidamente, sia dal È per l’equilibro interno fra tutte le potenzialipunto di vista soprannaturale che metafisico. Da tà della sua anima, anche quando sembravano conquesto scaturiva il pulchrum della crociata. TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / GIUGNO 2010 - 27


Il pensiero di Plinio Corrêa de Oliveira

traddittorie, come la forza dell’uomo e la delicatezza della giovane. Il pulchrum della sua figura, però, proveniva prima di tutto dal fatto che era un’anima a cui Dio aveva parlato per mezzo delle “voci”. Ella aveva sentito la voce di Dio e l’aveva accolta. In ogni momento della sua vita abbiamo l’impressione che s. Giovanna d’Arco irradiasse luce. Perfino nel momento tragico in cui le fiamme cominciavano a bruciarla sul rogo, ella risplendeva più delle stesse fiamme. Era il riflesso del grande amore per Dio che portava nell’anima.

L’anima del cavaliere

Caricando l’avversario, il cavaliere sa che corre un rischio di morte, che accetta per amore di Nostro Signore Gesù Cristo, per liberare il Santo Sepolcro. Si lancia contro l’avversario con un impeto distruttivo che è direttamente proporzionale al suo amore per il Santo Sepolcro.

Ama il Santo Sepolcro con tutta l’anima perché lì giacque il Corpo sacratissimo di Nostro Signore Gesù Cristo. Egli sa che fu in quel Sepolcro che si operò la Risurrezione, in mezzo a splendori inimmaginabili, alla presenza di miriadi di angeli che cantavano e acclamavano Nostro Signore nel momento in cui la Sua Anima santissima tornava nel

Suo Corpo. Il sole brillò con luce più diafana, i fiori diffusero un profumo più intenso, le acque rumoreggiarono con più forza, il mare diventò più blu, gli uccelli cantarono con più allegria. Soprattutto, il Cuore Immacolato di Sua Madre Santissima si rallegrò intensamente. Il Sepolcro, in cui erano successi tutti questi fatti prodigiosi, era stato espugnato dai seguaci di Maometto. Era caduto nelle mani degli avversari di Nostro Signore Gesù Cristo e della Sua Chiesa. Era necessario liberarlo a qualsiasi costo! Il cavaliere sente questo nel più profondo di sé, e sa che un’enorme schiera di fratelli nella Fede lo accompagneranno. Ma sa anche che troverà davanti a sé una moltitudine di nemici della Fede.

Egli sa che Nostro Signore, seduto alla destra di Dio Padre in Cielo, si aspetta da ogni cavaliere la determinazione assoluta di sconfiggere l’avversario. Determinazione che non è solo una velleità, una fantasia, ma una certezza: io libererò il Santo Sepolcro! Donde la mobilitazione di tutti i poteri dell’anima, di tutta la sua perspicacia, di tutta la sua capacità di riflessione, di modo che l’avversario non muova un passo, non faccia un movimento senza che la sua anima vibri, piena di vigilanza e di discernimento sacrale, in attesa dell’occasione per scagliare il colpo. È impossibile non vedere il pulchrum della figura di santa Giovanna d’Arco: quello della vergine che fa la volontà di Dio. Ma la sua bellezza proveniva, prima di tutto, dal fatto che era un’anima a cui Dio aveva parlato

Statua equestre della santa a Rouen, in Normandia

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Quando il cavaliere lotta per Nostro Signore Gesù Cristo, qualcosa della Sacra Sindone si riflette nella sua anima. Quella maestà sfolgorante, sovrana, affermativa e rigettante che vediamo nella Sacra Sindone fa di Nostro Signore Gesù Cristo il modello perfetto del cavaliere A dx, il Cristo dell’Apocalisse, Sainte Chapelle, Parigi. Sotto, Jacques de Molay, ultimo Gran Maestro dei Cavalieri Templari

Anzitutto, nell’anima del cavaliere vi è la percezione entusiasta del bene per il quale egli lotta, accompagnata dal rigetto del male che gli è opposto. Da qui la determinazione di sacrificare tutto per questa lotta e, quindi, una mobilitazione di tutte le sue fibre che determina un’attenzione acutissima, un discernimento finissimo di ogni opportunità per colpire, un desiderio infuocato e pieno di zelo di non lasciare passare la minima occasione senza approfittarne fino in fondo.

Il cavaliere sa, però, che ciò non basta. È bene essere vigilante. Ma è ancora meglio se, oltre ad essere vigilante, egli sarà anche forte. Egli deve essere consapevole delle proprie possibilità di azione come conosce i punti deboli dell’avversario. Deve conoscere quali movimenti del braccio compiere perché il colpo di lancia sia più profondo, quale inclinazione deve avere il suo corpo perché il taglio della sua spada sia più mortifero, deve conoscere la migliore posizione della testa, delle gambe, dei piedi sulle staffe e così via. È molto attento a tutto questo perché sa che un attimo di distrazione potrà rovesciare la fortuna e fargli perdere lo scontro.

Equilibrio non è la posizione di un uomo seduto pacatamente su una poltrona. Il vero equilibrio è quello del cavaliere sul suo cavallo, mentre realizza con la massima intensità tutte le sue potenzialità.

Cavaliere: riflesso della Sacra Sindone

Cosa fa sì che quando il cavaliere lotta in questo modo per Nostro Signore Gesù Cristo, qualcosa della Sacra Sindone si rifletta nella sua anima?

In un solo sguardo, nell’esaminare i punti deboli dell’avversario, egli considera anche i propri punti deboli, ma anche i suoi punti di forza. Regola tutto in modo che, con una sapienza straordinaria, il suo colpo sia il più efficace possibile, e faccia il maggior male al nemico. Mobilita, cioè, tutta la sua forza distruttiva.

La parola “equilibrio” è stata spesso profanata dagli irenisti fino a perdere il suo vero significato.

TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / GIUGNO 2010 - 29


De laude novae militiae

a qualche tempo si diffonde la notizia che un nuovo genere di Cavalleria è apparso nel mondo, e proprio in quella contrada che un giorno Colui che si leva dall’alto visitò essendosi reso manifesto nella carne; in quegli stessi luoghi dai quali Egli con la potenza della sua mano (Is, 10,13) scacciò i principi delle tenebre, possa oggi annientare con la schiera dei suoi forti seguaci di quelli, i figli dell’incredulità riscattando di nuovo il suo popolo e suscitando per noi un Salvatore nella casa di David, suo servo. (Ef, 2, 2; Lc, 1, 69).

D

“Un nuovo genere di Cavalieri, dico, che i tempi passati non hanno mai conosciuto: essi combattono senza tregua una duplice battaglia, sia contro la carne ed il sangue, sia contro gli spiriti maligni del mondo invisibile. (Ef, 6, 12). In verità quando valorosamente si combatte con le sole forze psichiche contro un nemico terreno, io non ritengo ciò stupefacente né eccezionale. E quando col valore dell’anima si dichiari guerra ai vizi o ai demoni, neppure allora dirò che questo è segno di ammirazione, sebbene questa battaglia sia degna di lode, al momento che il mondo è pieno di monaci. Ma quando il combattente ed il monaco con il coraggio si cingono ciascuno con forza la propria spada e nobilmente si fregiano del proprio cingolo chi non potrebbe ritenere un fatto del genere davvero degno d’ogni ammirazione, per quanto finora insolito?

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“È davvero impavido e protetto da ogni lato quel cavaliere che come si riveste il corpo di ferro, così riveste la sua anima con l’armatura della fede (I Ts, 5, 8). Nessuna meraviglia se, possedendo entrambe le armi, non teme né il demonio né gli uomini. E nemmeno teme la morte egli che desidera morire. Difatti cosa avrebbe da temere, in vita o in morte, colui per il quale il Cristo è la vita e la morte un guadagno? (Fil, I, 21). Egli sta saldo, invero, con fiducia e di buon grado per il Cristo; ma ancor più desidera che la sua vita sia dissolta per essere con Cristo (Fil, 1, 23): questa è infatti la cosa migliore.

“Avanzate dunque sicuri, cavalieri e con intrepido animo respingete i nemici della croce del Cristo! (Fil, 3, 18). Siate sicuri che né la morte né la vita potranno separarvi dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù (Rm, 8, 38). E ripetete nel momento del pericolo, ben a ragione: sia che viviamo sia che moriamo apparteniamo al Signore (Rm, 14, 8). Con quanta gloria tornano i vincitori dalla battaglia! Quanto beati muoiono i martiri in combattimento! Rallegrati o forte campione se vivi e vinci nel Signore: ma ancor più esulta e sii fiero nella tua gloria se morirai e ti unirai al Signore. Per quanto la vita sia fruttuosa e la vittoria gloriosa a giusto diritto, ad entrambe è da anteporre la morte sacra. Se, infatti, sono beati quelli che muoiono nel Signore (Ap, 14, 13), quanto più lo saranno quelli che muoiono per il Signore? “È senza dubbio preziosa al cospetto di Dio la morte dei suoi santi (Sal, 115, 15) ma la morte in combattimento ha molto più valore in quanto è più gloriosa. Oh, vita sicura, quando vi sia coscienza pura! Oh, dico io, vita sicura quanto la morte è attesa senza terrore, ma è addirittura desiderata con gioia ed accettata con devozione! Oh, Cavalleria veramente santa e sicura e del tutto immune dal duplice pericolo nel quale gli uomini corrono spesso il rischio di cadere quando la causa del combattimento non è solo in Cristo”.

(S. Bernardo da Chiaravalle, De laude novae militiae, 1136)


Il pensiero di Plinio Corrêa de Oliveira

Quella maestà sfolgorante, sovrana, affermativa e rigettante che vediamo nella Sacra Sindone di Torino fa di Nostro Signore Gesù Cristo il modello perfetto del cavaliere. Sulla Sacra Sindone non vediamo il minimo segno di condiscendenza. Quelle palpebre si sono chiuse nel rigetto e nell’orrore del peccato commesso dagli uomini. Si nota la matrice dell’incompatibilità e dell’odio più completo contro il male. È una lucida, ferma e serena ostilità verso i suoi carnefici, un rigetto totale della benché minima condiscendenza verso i suoi nemici, una posizione di totale orrore del peccato e di coloro che lo praticano. Se Egli montasse sopra un cavallo impugnando la spada — come ci viene mostrato nell’Apocalisse (Apoc. 19, 11ss) — non avrebbe nemmeno bisogno di un’armatura. Egli si butterebbe nella mischia e vincerebbe perché nessuno oserebbe niente contro di Lui!

Qual è l’aspetto più bello dell’anima del cavaliere, e che dà unità di bellezza al suo profilo morale, alle sue armi, al suo cavallo e ai suoi gesti? È la maestà di Nostro Signore Gesù Cristo che si riflette in lui, e che fa sì che quando egli attacca, l’avversario abbia più paura di lui che della sua lancia. La migliore arma del cavaliere non è la corazza, non è lo scudo, non è la spada, non è la lancia bensì lo sguardo, la fisionomia. È la forza d’animo con cui egli giudica, rigetta il male e parte per la sua distruzione. Giova avere tutti i mezzi materiali. È nel disegno della Provvidenza che egli possa contare su questi mezzi. Ma egli sarà un vero cavaliere solo quando i suoi avversari capiranno che questi mezzi sono per lui meri accessori, e che la sua vera arma è lui stesso.

Cristo. Era come se, in qualche modo, Nostro Signore vi fosse veramente presente, disprezzato e ingiuriato. Agli occhi dei crociati, Nostro Signore appare in tutta la Sua altezza, nella Sua infinita dignità, inondato da una luce divina. Ma, nonostante questa dignità, Egli manifesta una dolcezza come mai nessuno ha saputo fare. È quasi un paradosso: un’immensa elevatezza che patisce tuttavia le ingiurie con dolcezza. Proprio per questo la Sua elevazione splende con un fulgore speciale. Non è solo un’elevazione regale, ma un’elevazione che, per la dolcezza, si fa amare, attrae a Sé, offre perdono... La semplice grandezza non possiede questo fascino. La Sua è un’elevazione che si inchina misericordiosa e amorevole sopra coloro che la contemplano, abbassandosi al loro livello. E tuttavia viene trattata in questo modo! Questa elevazione è rappresentata nel portamento incredibilmente nobile e, allo stesso tempo, profondamente addolorato di Nostro Signore Gesù Cristo. Egli è stato torturato in un modo ingiusto oltre ogni limite. Tuttavia, la sua trascendenza assoluta, anche quando ingiuriata e miserevolmente profanata, desta in Lui un dolore che non è collera, ma una tristezza profonda che si esprime con la dolcez-

La sorgente della cavalleria

La bellezza della Cavalleria viene dall’idea del Santo Sepolcro calpestato, profanato, infangato, in balia dei musulmani, e dal conseguente bisogno di lottare con la spada per far cessare quella malvagità. Nella grazia che animava i crociati, il Santo Sepolcro appariva sotto una luce che non era la luce comune. Il Santo Sepolcro era considerato sacro in funzione della persona di Nostro Signore Gesù La bellezza della Cavalleria viene dall’idea del Santo Sepolcro calpestato, profanato, infangato, in balia dei musulmani, e dal conseguente bisogno di lottare con la spada per far cessare quella malvagità

Capella del Santo Sepolcro a Gesusalemme TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / GIUGNO 2010 - 31


Il pensiero di Plinio Corrêa de Oliveira

infliggere un castigo e una riparazione. Davanti al fallimento della dolcezza, il crociato mette mano alla spada. E parte indignato per sconfiggere con la forza coloro che la dolcezza non è riuscita a smuovere.

Questo si sente già dal primo momento della crociata, ancor prima del Deus vult! del beato Urbano II. I crociati avevano piena coscienza del tremendo rifiuto dei musulmani, un rifiuto che ai loro occhi configurava un peccato consolidato, brutale e irrimediabile. Ecco la causa profonda della loro indignazione e del loro furore, frutto dell’atto di amore di un’anima che si era lasciata toccare dalla dolcezza di Nostro Signore Gesù Cristo.

Vedendo che tutta la maestà e tutta la dolcezza di Nostro Signore Gesù Cristo non solo non conquista quella gente ma, anzi, la incita a ingiuriarLo e a percuoterLo, il crociato riceve una grazia speciale per vendicare il nome di Dio. Ma questa vendetta sarà perfetta solo se il crociato non vi introdurrà il tumultuare Il beato Urbano II convoca la crociata durante il delle sue passioni personali. Egli Concilio di Clermont, 1095, litografia di Gustavo Doré misura tutta l’immensità del peccato fatto, e il desiderio di voler vendicare Nostro Signore per za. Questo è un altro apparente paradosso. Per amore disinteressato e puro. Questo è esattamente il chiunque avesse sofferto tanto come Lui e in modo cavaliere indomito, che ha la forza per caricare il ingiusto, la reazione normale non sarebbe di dolcez- maomettano, spada in mano. za bensì di indignazione e di voglia di maledire. Ma Ecco la genesi psicologica di questo furore, che non Lui. In Lui si nota un dolore profondo che pro- proviene dal modo in cui i crociati, nel Santo duce una dolcezza d’una caratura morale tutta parti- Sepolcro, hanno “visto” Nostro Signore Gesù Cristo colare, molto attraente, che invita all’umiltà e alla offeso dai musulmani. contrizione. Ma una dolcezza che ha piena coscienÈ solo a questa luce che si comprende l’impeto za di essere fatta per conquistare! dei crociati. Non è l’impeto del soldato delle due È proprio il brutale rifiuto di questa dolcezza da Guerre mondiali, che lottava per questioni di confiparte dei musulmani che suscita l’ira dei crociati. ni nazionali violati. I crociati non lottavano per Ecco l’oggetto diretto del loro furore. Se l’infinita l’Alsazia-Lorena, per quanto legittima possa essere dolcezza di Nostro Signore non è capace di inteneri- questa rivendicazione, ma per qualcosa di molto più  re il cuore dei musulmani, allora bisogna ristabilire nobile. l’ordine sul filo della spada! Donde una formidabile combattività, che scaturisce dalla percezione dell’i* Brani tratti da diverse conferenze e riunioni del prof. Plinio nutilità di ogni sforzo pacifico, e dal bisogno di Corrêa de Oliveira. Senza revisione dell’autore. 32 - TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / GIUGNO 2010


Il mondo delle TFP

In cinese e giapponese l opera di Plinio CorrŒa de Oliveir

P

er interessamento di un gruppo di amici cinesi della TFP, coordinati da John Russell Spann della TFP americana, l’opera del prof. Plinio Corrêa de Oliveira è in corso di traduzione nella lingua del Celeste Impero, sia nella scritta tradizionale sia in quella semplificata moderna (foto sotto). Il desiderio di conoscere il pensiero del grande leader cattolico sta, infatti, aumentando non solo tra gli abitanti di Taiwan, ma anche tra quelli che, dietro la “Cortina di bambù” e nonostante la censura del regime, riescono a navigare in Internet a caccia di un’ispirazione che, ovviamente, non trovano nel sistema comunista tuttora imperante nel loro Paese. È interessante ricordare che fu proprio un prelato cinese, il cardinale Thomas Tien, arcivescovo di Pechino, uno dei primi a congratularsi con il prof. Plinio Corrêa de Oliveira per il suo capolavoro Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, nel 1959.

Ma anche tra i cattolici giapponesi aumenta l’interesse per l’opera di Plinio Corrêa de Oliveira. Per venir loro incontro, un sacerdote diocesano di Osaka ha recentemente tradotto e messo online il libro Rivoluzione e Contro-Rivoluzione (foto sopra).

TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / GIUGNO 2010 - 33


Il mondo delle TFP

La Contro-Rivoluzione in azione

Nel salone del tradizionale Circolo Artistico e Politecnico, nel centro storico di Napoli, si è tenuto un convegno di presentazione dell’edizione del cinquantenario di “Rivoluzione e Contro-Rivoluzione”, del prof. Plinio Corrêa de Oliveira. Organizzato dall’Associazione Tradizione Famiglia Proprietà e da Alleanza Cattolica di Napoli, l’incontro ha visto la partecipazione di numeroso pubblico, venuto anche dall’entroterra campano. Dopo l’introduzione del dott. Giovanni Formicola, dirigente locale di Alleanza Cattolica, hanno parlato Julio Loredo, della TFP, e Giovanni Cantoni, Reggente nazionale di Alleanza Cattolica. (Foto sopra)

Successivamente, sempre a Napoli, l’associazione Fraternità Cattolica ha accolto nella propria sede, gremita per l’occasione, un intervento di Julio Loredo sul tema “Plinio Correa de Oliveira. La combattività modello TFP”. La conferenza si è tenuta a conclusione del seminario “La Contro-Rivoluzione in azione”, che ha contato sulla partecipazione di diversi relatori. (Foto a sin.)

34 - TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / GIUGNO 2010

Nella foto in basso, i partecipanti al V Incontro Giovane Terra di Santa Croce, organizzato dalla TFP brasiliana nella città di Silveiras durante il periodo del carnevale. Il titolo fa riferimento al nome originale del Brasile, appunto Terra di Santa Croce. Il tema quest’anno è stato “Plinio Correa de Oliveira, il crociato del XX secolo”. Gli ideali della Contro-Rivoluzione trovano sempre più eco proprio fra i più giovani.


In sostegno del Papa

In occasione del quinto anniversario della sua elevazione alla Cattedra di Pietro, l’Associazione Tradizione Famiglia Proprietà ha inviato a Benedetto XVI un telegramma di filiali auguri e, nel contempo, di solidarietà in questo periodo in cui sono presi di mira la Santa Chiesa e la sua Augusta Persona.

Il telegramma esternava i sentimenti di affetto, di venerazione e di immutata fedeltà che animano i soci e collaboratori della TFP, in linea con l’esempio lasciatoci da Plinio Corrêa de Oliveira, che diceva: “Desidero che l’ultimo atto del mio intelletto sia un atto di fede nel Papato; che il mio ultimo atto di volontà sia un atto di amore per il Papato!”.

Con lettera della Segreteria di Stato, la Santa Sede ha risposto ringraziando a nome del Papa “per tale premuroso pensiero”. E, “mentre esorta ad accogliere con gioia la luce e la speranza che promanano dalla Risurrezione di Cristo, invoca la materna protezione della Vergine Maria e volentieri imparte a quanti si sono associati al delicato atto di omaggio la Benedizione Apostolica, estendendola alle persone care”.

Nuovo sito della TFP

È attivo il nuovo sito internet dell’Associazione Tradizione Famiglia Proprietà — TFP (www.atfp.it). Totalmente rinnovato nella sua veste grafica e nelle sue potenzialità, il sito si presenta prima di tutto come una biblioteca virtuale dove si possono consultare e scaricare le opere in italiano del prof. Plinio Correa de Oliveira. Novità assoluta è anche la mediateca, con un archivio fotografico del leader cattolico brasiliano, nonché una collezione di video che lo ritraggono in conferenze e cerimonie pubbliche. Finalmente, il sito intende essere anche un punto di ritrovo per gli amici e simpatizzanti della TFP, con un apposito blog dove si potranno scambiare commenti e domande.

TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / GIUGNO 2010 - 35


Nostro Signore caccia i mercanti dal Tempio

di Plinio Corrêa de Oliveira

N

el famoso affresco del Giotto, nella Cappella degli Scrovegni, è raffigurato il Tempio di Gerusalemme, dove i mercanti stanno vendendo i loro prodotti. Nostro Signore Gesù Cristo non può tollerare questa profanazione e, mosso da una santa ira, prende un flagello e caccia fuori tutti i venditori.

Due di essi, a destra, si appoggiano uno sull’altro. Nostro Signore li affronta con severità, con una espressione palesemente indignata, e li colpisce con l’aria di averne il diritto. I due non tentano nemmeno di reagire, ma si limitano a difendersi dai colpi. Dietro il Salvatore, un gruppo di persone, molto probabilmente gli Apostoli, assistono alla scena e ne vengono edificati.

Questo brano evangelico mette in evidenza un aspetto essenziale della personalità del nostro Divino Salvatore che, tuttavia, è poco diffuso nell’iconografia cattolica di oggi.

Rivista "Tradizione Famiglia Proprietà", Giugno 2010  

Rivista dell'Associazione "Tradizione Famiglia Proprietà", Giugno 2010

Rivista "Tradizione Famiglia Proprietà", Giugno 2010  

Rivista dell'Associazione "Tradizione Famiglia Proprietà", Giugno 2010

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