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Anno 25, n. 84 - Dicembre 2019 Sped. in Abb. Post. Art. 2, Comma 20/C, Legge 662/96 Filiale di Padova

“Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà” (compresi i popoli indigeni)


«Mi

Pace in terra

è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo. (…) Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato» (Mt. 28, 18-19; Mc, 16,16).

Ubbidendo a questa divina ingiunzione, la Santa Madre Chiesa ha sempre ritenuto suo dovere evangelizzare tutti i popoli, senza eccezione. Tutti gli uomini sono destinatari della salvezza soprannaturale che ci viene attraverso Nostro Signore Gesù Cristo. Nessuno escluso. Ecco l’epopea missionaria che, dai primi secoli, ha sempre contraddistinto la storia della Chiesa.

Dopo aver convertito il mondo romano e mediterraneo, la Chiesa si lanciò alla conquista del mondo nordico con tale impeto che, dissipando le tenebre del paganesimo e della barbarie, pose le fondamenta di ciò che da lì a poco sarebbe stata la Civiltà cristiana medievale. Nel 1492, Cristoforo Colombo aprì alla Chiesa uno sterminato campo di apostolato. In poco più di un secolo, Europa spedì nel Nuovo Mondo non meno di sedicimila missionari, alcuni dei quali già canonizzati. Da Alessandro VI, con la Bolla Inter caetera, del 1493, tutti i Romani Pontefici approvarono e incoraggiarono lo sforzo missionario nelle Americhe. Con la Bolla Illius fulciti praesidio, del 15 novembre 1504, Papa Giulio II eresse sull’isola La Española la prima Arcidiocesi del Nuovo Mondo: Yaguata.

Papa Leone XIII scrisse: “L’impresa in sé stessa è la più grande e meravigliosa di quante mai se ne videro nell’ordine delle cose umane. Un nuovo mondo sorse dall’inesplorato grembo dell’Oceano: centinaia di migliaia di creature vennero dall’oblio e dalle tenebre a integrare la famiglia umana; dalla barbarie furono condotte alla mansuetudine ed alla civiltà: e quel che infinitamente più importa, da perdute che erano, furono rigenerate alla vita eterna mercé la partecipazione dei beni che Gesù Cristo procurò” (Enciclica Quarto abeunte saeculo, 1892).

Nel 1948, Pio XII definì l’evangelizzazione delle Americhe “un fatto colossale”. E ancora nel

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1951, con l’enciclica Evangelii praecones, il Pontefice incoraggiava l’opera missionaria “nelle regioni interiori dell’America Latina”.

Trascorso poco più di mezzo secolo, ecco che dalla stessa Cattedra petrina arriva un messaggio diametralmente opposto: la Chiesa ha fatto male a evangelizzare quei popoli, anzi, siamo noi che dobbiamo imparare da loro; siamo noi che dobbiamo apprendere il “buon vivere” dai loro costumi primitivi; anziché predicare Cristo dobbiamo stare in ascolto degli “spiriti della foresta”…

Ci riferiamo, ovviamente, al Sinodo speciale per la Regione Pamazzonica, conclusosi recentemente a Roma. Capovolgendo cinque secoli di teologia e di pastorale, questo Sinodo ha preteso trasformare l’Amazzonia in un “locus theologicus”, in un “luogo epifanico” in cui ricercare la vera Rivelazione, insita nella natura selvaggia, tale per cui tutta la Chiesa dovrebbe assumere un “volto amazzonico”. Il Sinodo ha destato non poco scompiglio tra i fedeli di tutto il mondo. C’è un diffuso sentimento di smarrimento e d’insofferenza.

In mezzo alla confusione, però, risuona ancora una volta cristallino il messaggio di speranza del Santo Natale: “Gloria a Dio nell’alto dei Cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”. Compresi gli indigeni, verrebbe da aggiungere.

La Pace, insegna Sant’Agostino, è la tranquillità dell’ordine, e l’ordine è la retta conformazione di tutte le cose al proprio fine, naturale e soprannaturale: la retta conformazione delle anime secondo la dottrina di Cristo e lo spirito della Chiesa, e la retta conformazione della società secondo il diritto naturale e il Magistero della Chiesa. È questo l’augurio che facciamo a tutti i nostri cari lettori in questo Santo Natale 2019, proprio mentre la nostra rivista compie venticinque anni. Che la Madonna e il suo Divino Figlio vi ricolmino delle migliori grazie. 

(Nella foto, S. Francesco Solano, chiamato il “Taumaturgo del Nuovo Mondo”, battezza indigeni, Scuola cusqueña, sec. XVIII)


Sommario Anno 25, n° 84, dicembre 2019

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Editoriale: Pace in terra 25 anni! Apparuit benignitas “Amazzonia: la posta in gioco” Il Brasile è nato sotto la Croce del Sud L’Amazzonia dal punto di vista dei nativi Il Verde è il nuovo Rosso Il barocco andino e la “grazia battesimale” dell’America Latina Corpus Domini a Cusco: esempio di buona “inculturazione” Un matrimonio sigilla l’unione fra due popoli La Scuola Quiteña La Madonna di Guadalupe e l’inculturazione Santurantikuy, il mercatino di Natale delle Ande Il mondo delle TFP Olanda: Congresso conservatore L’ultima cartolina di Natale di Plinio Corrêa de Oliveira

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Copertina: Adorazione dei Magi, Scuola cuzqueña (anno 1740-60, Museo d’Arte di Lima, Perù)

Tradizione Famiglia Proprietà Anno 25, n. 84 dicembre 2019 Dir. Resp. Julio Loredo

Offerta annua suggerita Euro 15,00

Direzione, redazione e amministrazione: Tradizione Famiglia Proprietà - TFP, Via Nizza, 110 — 00198 ROMA Tel. 06/8417603 Fax: 06/85345731 Email: info@atfp.it Sito: www.atfp.it CCP: 57184004 Aut. Trib. Roma n. 90 del 22-02-95 Sped. in abb. post. art. 2, Comma 20/C, Legge 662/96 — Padova Stampa Everprint s.r.l., Via Guido Rossa, 3 — 20061 Carugate (MI) TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2019 - 3


25 anni

25 anni!

di Julio Loredo

tare avanti questa crociata nello spirito di Plinio Corrêa de Oliveira.

Qual è la finalità della nostra rivista? Per rispondere possiamo fare nostre le parole del prof. Plinio Corrêa de Oliveira riferite alla rivista “Catolicismo”, da lui fondata nel 1951: “Giornale fatto da cattolici militanti e praticanti, vogliamo che esso sia un sale molto, molto salato, una luce posta in cima al monte e molto brillante. (…) Il nostro leit-motiv dev’essere la Civiltà cattolica, apostolica, romana nella sua integrità, nella sua assolutezza e minuziosità. Ecco quello che dobbiamo desiderare!”.

N

el marzo del 1995 usciva il primo numero della rivista “Tradizione Famiglia Proprietà” – allora un semplice bollettino di sedici pagine – organo dell’omonimo Ufficio, oggi Associazione, con sede a Roma.

Il numero era dedicato quasi integralmente alla campagna di diffusione del libro di Plinio Corrêa de Oliveira «Nobiltà ed élites tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII al Patriziato e alla Nobiltà romana», rivelatasi poi la sua ultima opera. Una lunga intervista all’autore su “Il ruolo della nobiltà oggi” occupava le pagine principali. Nell’Editoriale, intitolato “Una suprema battaglia in signo Crucis”, affermavamo che la rivista voleva “divulgare questo supremo sforzo per la salvezza della civiltà cristiana e occidentale dal naufragio finale”, presentando ai lettori “questa grande iniziativa al servizio di un grande ideale: la crociata del XX secolo”. Venticinque anni dopo, ormai al suo ottantaquattresimo numero, la nostra rivista continua a por4 - TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2019

Il secondo numero della rivista, luglio 1995, pubblicato in vista della nostra partecipazione al Convegno Mondiale per la Vita organizzato a Roma dal Pontificio Consiglio per la Famiglia, fu dedicato alla difesa della vita profuso dalle TFP nel mondo intero. Infatti, quando il dott. Plinio fondò la TFP brasiliana nel 1960, dandole appunto il nome di “Società per la difesa della Tradizione, Famiglia e Proprietà”, ben sapeva che la lotta per la vita innocente e per la famiglia sarebbe stata un punto centrale della battaglia dei decenni a venire. La TFP si configura, così, come la più antica associazione pro-life e pro-family del mondo. Con profonda tristezza, ma con l’animo integro, dovemmo dedicare il terzo numero al nostro fondatore, deceduto il 3 ottobre di quell’anno: “Plinio Corrêa de Oliveira: Un uomo di Fede, di pensiero, di lotta e di azione”. Era l’omaggio filiale delle TFP e associazione affini, allora esistenti in 26 Paesi dei cinque continenti. Chiudevamo il numero speciale con le stesse parole del dott. Plinio:

“In mezzo a questo caos (in cui va sprofondando il mondo moderno), una cosa sola non muterà. È, nel mio cuore e sulle mie labbra, come pure in quelli di tutti coloro che la pensano come me, l’orazione trascritta poco sopra: ‘Levo i miei occhi a te, che abiti nei Cieli. Come gli occhi del servo sono fissi sulle mani dei suoi padroni, come gli occhi della serva sulle mani della sua padrona, così i nostri occhi sono fissi sulla Signora e Madre nostra, finché Ella abbia misericordia di noi’. È l’afferma-


“È l’affermazione dell’immutabile fiducia dell’anima cattolica, inginocchiata ma ferma in mezzo alla generale convulsione. Ferma, sì, con tutta la fermezza di coloro che, in mezzo alla bufera e con una forza d’animo maggiore di questa, continueranno a proclamare dal più profondo del cuore: ‘Credo in Unam, Sanctam, Catholicam et Apostolicam Ecclesiam’!”

Plinio Corrêa de Oliveira

zione dell’immutabile fiducia dell’anima cattolica, inginocchiata ma ferma in mezzo alla generale convulsione. Ferma, sì, con tutta la fermezza di coloro che, in mezzo alla bufera e con una forza d’animo maggiore di questa, continueranno a proclamare dal più profondo del cuore: ‘Credo in Unam, Sanctam, Catholicam et Apostolicam Ecclesiam’, ossia, Credo nella Chiesa cattolica, apostolica, romana, contro la quale, secondo la promessa fatta a Pietro, le porte dell’inferno non prevarranno”. Il Terzo millennio si aprì con una nuova esplosione rivoluzionaria: la duplice tenaglia dell’attentato alle Torri Gemelle e la distruzione del centro di Genova per mano dei Black Block. Proprio al nuovo panorama di allora dedicammo il primo numero del 2001.

altro che l’ulteriore inasprimento dei fattori rivoluzionari che ci hanno portato poi all’attuale situazione.

Al contrario, noi cattolici dobbiamo proclamare ad alta voce: Sì, un’altro ordine è possibile, anzi c’è già stato. Si tratta solo di restaurarlo. È l’ordine della civiltà cristiana, come spiega Papa S. Pio X: “La civiltà non è più da inventare. (...) Essa è esistita, essa esiste; è la civiltà cristiana. Si tratta unicamente d’instaurarla e di restaurarla senza sosta sui suoi fondamenti naturali e divini contro gli attacchi sempre rinascenti della malsana utopia, della rivolta e dell’empietà”. 

Come non menzionare poi il numero speciale pubblicato nell’ottobre 2005, che commemorava i dieci anni della scomparsa di Plinio Corrêa de Oliveira? Vi pubblicammo una breve biografia illustrata del leader cattolico brasiliano che ebbe una larga diffusione: venticinquemila esemplari distribuiti.

La vita esemplare di Plinio Corrêa de Oliveira e le sue battaglie in difesa della Civiltà Cristiana hanno dimostrato a schiere di giovani, in tutto il mondo, che un ordine temporale improntato agli insegnamenti del Vangelo è l’unico antidoto contro il disfacimento morale e sociale odierno. Da parte sua, nei primi anni Duemila, la sinistra ha saputo cogliere la sensazione di disagio che serpeggiava nelle persone, lanciando lo slogan propagandistico “un’altro ordine è possibile”. Visto da vicino, però, questo nuovo ordine proposto all’epoca non era

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Apparuit benignitas et humanitas Salvatoris Nostri Dei di Plinio Corrêa de Oliveira

La rivista “Tradizione Famiglia Proprietà” quest’anno compie 25 anni, e vuole celebrare il felice anniversario offrendo ai suoi lettori ampi stralci di un saggio di Plinio Corrêa de Oliveira, pubblicato in occasione del Santo Natale del 1955, in cui l’illustre pensatore cattolico spiega la missione della rivista “Catolicismo”, da lui fondata. Missione nella quale noi ci identifichiamo appieno.

I

n questo Natale 1955, quante persone si inginocchieranno davanti a un presepe per pregare il Bambino Gesù in questo giorno particolarmente ricco di misericordia divina, in cui le porte del Cielo si spalancano per l’umanità? Anche noi, direttori, collaboratori e lettori di “Catolicismo”, ci disponiamo a venerare il sacro presepe. Vogliamo meditare sulle lezioni che da esso derivano, rafforzando la nostra volontà con la gioia che da esso zampilla.

La Provvidenza ha voluto che Gesù Bambino fosse visitato da tre saggi - che secondo una venerabile tradizione erano anche re - e da alcuni pastori: proprio i due estremi della gerarchia sociale. Il re è, per diritto, all’apice del prestigio sociale, dell’autorità politica e del potere economico. Il saggio è la massima espressione della capacità intellettuale. In materia di prestigio sociale, di potere e di scienza, il pastore è, invece, al grado più basso. La grazia divina, che chiamò a Betlemme i re, chiamò anche i pastori. Ora, la grazia non fa nulla

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di sbagliato o incompleto. Avendoli chiamati e avendogli mostrato il cammino, avrebbe anche insegnato loro a stare davanti al Figlio di Dio. E come si presentarono? Ognuno com’era, naturalmente. I pastori col proprio bestiame e vestiti in modo caratteristico, senza passare prima dalla città per fare una “toilette” che coprisse la loro umile condizione. I magi con i loro tesori – oro, incenso e mirra – senza cercare di velare la loro grandezza per paura di urtare l’ambiente umile in cui giaceva Gesù Bambino. La pietà cristiana, espressa nell’abbondante iconografia, ha sempre capito che i Magi si presentarono alla grotta in tutta la loro pompa, senza camuffamenti o attenuazioni. Perché c’è spazio per tutti, grandi e piccoli, forti e deboli, saggi e ignoranti, è solo una questione di conoscersi per sapere come stare davanti a Gesù. *

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E noi di “Catolicismo”, chi siamo? Dov’è il nostro posto nella casa di Dio?


Sappiamo che in Paradiso gli angeli, distribuiti in nove cori, contemplano direttamente l’essenza divina, nella cui infinita ricchezza ognuno vede più chiaramente certe perfezioni. Nella Chiesa avviene un fatto analogo. Ogni ordine e congregazione religiosa ha il suo spirito, la sua forma, la sua scuola di santificazione. E così ognuno contempla e imita in modo particolare certe perfezioni del Divino Redentore. Questo si ripercuote sulla vita spirituale dei fedeli. Stimolati dalle più svariate e feconde correnti di spiritualità, anche i laici sono distribuiti in grandi famiglie spirituali.

conta che i saggi portarono al presepe non solo oro e incenso, ma anche mirra amara.

* * * Alcune verità incantano gli uomini come l’oro. Altre sono soavi e profumate come l’incenso.

La mirra è più modesta. La radice etimologica si riferisce alla parola “mur”, che in arabo significa amaro. La mirra è una resina gommosa di colore rosso, con un sapore amaro. Il suo odore è gradevole ma penetrante. Ha la bellezza discreta, austera e forte del sangue. Il suo profumo è quello della disciplina e della sobrietà. Direi che, in campo ideologico, la grande verità rappresentata dalla mirra è il principio di contraddizione, per cui il Sì è Sì e il No è No. Ed è proprio di questa mirra che il mondo di oggi ha bisogno.

Ciò ha conseguenze nel campo dell’apostolato. E c o s ì v e d i a m o n el l a Chiesa militante un’ammirevole varietà di opere apostoliche, ciascuna agendo con i propri mezzi e parlando con la propria lingua, tutte lavorando per la realizzazione del Regno di Non dobbiamo Gesù Cristo sulla terra. confondere il principio Così ha voluto Dio. Egli di contraddizione, che è ha creato gli uomini dila quintessenza della loversi gli uni dagli altri, gica, della coerenza e delcon bisogni, aspirazioni e l’obiettività, con lo spirito modi molto personali. La di contraddizione. Questo è Chiesa è come un immenso un vizio che nasce dal vano campanile, in cui ogni campiacere di contraddire il prospana emette il proprio suono, alsimo. È volatile, e fa del Sì No e cuni potenti e gravi, altri soavi e del No Sì a seconda delle circocristallini. Tutte, insieme, formano stanze. la bellissima armonia della Chiesa. Inginocchiati ai piedi di Gesù Il mondo di oggi si proNell’immenso campanile Bambino, qual è il nostro dono? clama incline a tutto ciò che ridelle opere di apostolato nella tiene buono, senza essere allo Chiesa, qual è il ruolo di “Catolicismo”? Nel gi- stesso tempo avverso a tutto ciò che è cattivo. gantesco sforzo per costruire il Regno di Dio, qual Quando si ama una verità, naturalmente si doè la nostra quota di collaborazione? Inginocchiati vrebbe odiare l’errore contrario a essa, e viceversa. ai piedi di Gesù Bambino, qual è il nostro dono? Nella psicologia moderna, tuttavia, l’odio esplicito Rileggendo la collezione della nostra rivista e dichiarato per checchessia è raro. Il mondo motroverete una buona dottrina. Per quanto modesta derno proclama l’amore. Quando, però, si tratta di possa essere, ha il valore dell’oro agli occhi della dedurre da tale amore per una cosa un atteggiadivina misericordia, ed è a essa piacevole come mento militante contro il suo contrario, allora teml’incenso. Sicuramente c’è molto oro e incenso poreggia. Il principio di contraddizione è antipatico sulle nostre pagine. Ma c’è anche molta mirra. Ne per la mentalità moderna.

siamo davvero contenti, poiché il Vangelo rac-

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“O Signore, noi vogliamo essere un sale molto, molto salato, una luce posta in alto sulla montagna e molto luminosa. Ecco, Signore, il nostro dono. Questo è il regalo di Natale che, accumulato durante l’anno, abbiamo da offrirVi. Altri Vi daranno l’oro delle loro opere e l’incenso della loro lode. Da parte nostra, abbiamo bruciato in abbondanza la mirra austera ma profumata del “Sì, Sì; No, No!”

Qualcuno dirà: ma cosa c’è di sbagliato nell’essere sempre simpatico e rassicurante, sprizzando bontà?

Studiamo l’argomento nel campo della morale. Si tratta di analizzare se questa tendenza psicologica è conforme alla legge di Dio. Non è con semplici sorrisi, ma con serietà che si risolvono i problemi morali.

Colui che venne nel mondo per predicare le Beatitudini, ci lasciò anche il precetto di essere fedeli al principio di contraddizione: “Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno” (Mt. 5,37). E se tale deve essere il nostro linguaggio, tale deve essere il nostro pensiero. In materia morale ogni eccesso è un male, anche l’eccesso di bonomia e di dolcezza. È un male che, secondo i casi, può diventare molto serio.

Facciamo un esempio. Sul piano religioso, non è vero che l’attenuazione del principio di contraddizione spesso ci porta ad atteggiamenti la-

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mentevoli? Quanti cattolici si credono oggi nel diritto di discordare dal Magistero della Chiesa in uno o più punti? Con ciò, sebbene si vantino di essere cattolici, peccano contro la Fede. Perché? Semplicemente perché immaginano un tertium genus tra l’essere cattolico e il non esserlo. Lo stesso vale per la naturalezza con cui una certa categoria di cattolici “non praticanti” è ammessa tra noi. Non si rendono conto di quanto la loro situazione sia cacofonica, antitetica, contraddittoria? Infine, un altro esempio. Quante famiglie oggi sono secondo la legge di Dio? Perché tante famiglie, che dicono di apprezzare la virtù, non combattono il vizio e si lasciano penetrare dalle cattive mode? La risposta è semplice: non vivono secondo il principio di contraddizione.

* * * L’attenuazione del principio di contraddizione produce il gusto, direi la smania per le soluzioni intermedie. Di fronte a due possibili soluzioni, il mondo di oggi sceglie sempre la via di mezzo, né carne né pesce. E spaccia ciò per “saggezza”... Ora, se rifiutare per principio le soluzioni intermedie è un errore, è anche un errore adottarle per principio. Ci sono casi in cui la Saggezza li condanna formalmente: “Tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca” (Ap. 3,15-16).

La persona viziata dalle soluzioni intermedie è facile vittima dei vigliacchi. L’abilità del vigliacco consiste nel far accettare agli ingenui, sotto mentite spoglie, ciò che nudo e senza trucco provocherebbe rigetto. Gli eretici sono i campioni


contro la quale il nemico non può fare nulla.

della vigliaccheria, sono imbroglioni per natura. Rifiutando il pelagianismo, ottennero l’adesione di innumerevoli ingenui al semi-pelagianismo. Condannando l’arianesimo, fecero circolare il semi-arianesimo. Dopo il protestantesimo, inventarono il giansenismo. I l comunismo e il socialismo, condannati, fabbricarono un “socialismo mitigato”, che alla fine non è altro che un comunismo velato. E così via

I cattolici militanti e praticanti sono, anch’essi, il sale della terra e la luce del mondo. In parte dipende dalla loro collaborazione che il mondo non sia corrotto né cada nelle tenebre. O Signore, noi vogliamo essere un sale molto, molto salato, una luce posta in alto sulla montagna e molto luminosa. Ecco, Signore, il nostro dono. Questo è il regalo di Natale che, accumulato durante l’anno, abbiamo da offrirVi. Altri Vi daranno l’oro delle loro opere e l’incenso della loro lode. Da parte nostra, abbiamo bruciato in abbondanza la mirra austera ma profumata del “Sì, Sì; No, No”.

Questa tattica si è particolarmente sviluppata ai nostri giorni. Siamo nel secolo della quinta colonna. Ecco come stanno minando il mondo cattolico. Nulla di più periPossa Maria Santissima accettare questa mirra nelle sue mani indicibilmente sante perché venga coloso oggi delofferta a Voi. Oltre l’amarezza c’è la Croce, che l’attenuazione del è luce. Ecco il senso, la bellezza e la gioia del principio di conPossa Maria nostro apostolato. Ecco il nostro posto davanti traddizione! E nulal tuo sacro presepe, o Signore! Santissima accetla è più meritevole tare questa mirra che lavorare pernelle sue mani inché questo prindicibilmente sante perché venga offerta a Voi. Vocipio si affermi con più forza, più colore e più ef- stra Madre avrà per Voi il fascino dell’oro e ficienza nella mentalità dell’uomo contemporaneo. dell’incenso. Ma vi porterà anche qualcos’altro: il *

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Il nostro dono a Gesù Bambino è, quindi, principalmente la mirra. Siamo una rivista fatta da cattolici militanti e praticanti. Vogliamo, o Signore, che le persone Vi amino senza attenuazioni, che Vi servano senza indecisioni. Vogliamo che ciascun cattolico sia una cittadella senza divisioni,

sangue, il sudore e le lacrime di un apostolato che ha momenti molto amari. Oltre l’amarezza c’è la Croce, che è luce. Ecco il senso, la bellezza e la gioia del nostro apostolato. Ecco il nostro posto davanti al tuo sacro presepe, o Signore!  (Tratto da “Catolicismo” Nº 60, dicembre 1955)

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Speciale Sinodo Panamazzonico

“Amazzonia: la posta in gioco” Convegno internazionale a Roma Oltre duecento persone hanno partecipato al convegno internazionale “Amazzonia: la posta in gioco”, organizzato dall’Istituto Plinio Corrêa de Oliveira e svoltosi a Roma, presso l’Hotel Quirinale, sabato 5 ottobre.

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ltre duecento persone hanno partecipato al convegno internazionale “Amazzonia: la posta in gioco”, organizzato dall’Istituto Plinio Corrêa de Oliveira (IPCO) e svoltosi a Roma, presso l’Hotel Quirinale, lungo tutto il giorno di sabato 5 ottobre.

L’evento, seguito con molta attenzione e interesse, si è tenuto sotto lo sguardo della Madonna di Guadalupe, Patrona delle Americhe, la cui immagine, presente in sala, ha voluto ricordare che è stata proprio la Madre di Dio, apparendo in Messico all’indio Juan Diego, a confermare la bontà della conquista e della conseguente evangelizzazione del Nuovo Mondo da parte di spagnoli e portoghesi.

La sessione mattutina, che ha visto la presenza del cardinale Raymond Burke, ha dato voce ai brasiliani.

Ha inaugurato i lavori il principe Bertrand de Orleans e Braganza, discendente dell’ultimo imperatore del Brasile. Il principe ha sottolineato che la più grande ricchezza del Paese (chiamato tradizionalmente “Terra della Santa Croce”) risiede nella civiltà nata dal lavoro dei missionari, che hanno saputo creare una vera integrazione, variegata e armoniosa, tra popoli e ceti sociali. Una civiltà, insomma, in cui 10 - TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2019

non esiste lo spirito della lotta di classe, nonostante gli enormi sforzi della sinistra, cattolica e non, per instillarlo. In seguito, ha destato un grande interesse il pacato ma convincente discorso del capo indio amazzonico Jonas Marcolino Macuxì, avvocato e professore di matematica, noto esponente della tesi per cui gli indigeni devono integrarsi nella vita della Nazione e nei suoi sistemi produttivi. Citando il profetico libro “Tribalismo indigeno, ideale comunomissionario per il Brasile del secolo XXI”, scritto da Plinio Corrêa de Oliveira nel lontano 1977, Marcolino Macuxì ha denunciato l’opera dei nuovi missionari cattolici che negli ultimi decenni hanno lavorato e continuano a lavorare per tenere i popoli nativi in uno stato di arretratezza e ghettizzazione. Ha preso poi la parola il climatologo prof. Luiz Carlos Molion, dell’Università di Alagoas, uno dei massimi studiosi dell’influenza esercitata dal bioma amazzonico sul clima continentale e globale. Con grande chiarezza, ha smontato completamente la tesi propagandata dai grandi media, da molte ONG e purtroppo anche da buona parte delle gerarchie ecclesiastiche cattoliche, secondo cui l’Amazzonia sarebbe il


polmone del mondo e che certe deforestazioni porterebbero a una sorta di apocalisse climatica.

La mattinata è stata conclusa da James Bascom, dell’IPCO, il quale ha dimostrato che l’ecologismo attuale altro non è che una nuova maschera indossata dal marxismo per portare avanti le sue istanze rivoluzionarie.

Nella sessione pomeridiana, alla presenza del cardinale Walter Brandmüller, gli interventi hanno trattato più specificamente le questioni teologiche oggetto del Sinodo Panamazzonico. Il Prof. Stefano Fontana, direttore dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân, ha dimostrato in modo brillante che né la teologia india né la teologia della liberazione – alla base dei documenti preparatori del Sinodo – sono invenzioni dell’America Latina, bensì il risultato della filosofia e della teologia immanentiste che, a partire di Hegel, sono poco a poco penetrate nella Chiesa cattolica europea, in modo particolare in quella tedesca.

Il Prof. Roberto de Mattei, presidente della Fondazione Lepanto, ha rilevato la differenza radicale tra lo spirito che anima l’Instrumentum Laboris del Sinodo e quello che ha ispirato le missioni cattoliche nelle Americhe. José Antonio Ureta, dell’IPCO, ha fatto invece una esposizione di tutti quei punti dell’Instrumentum Laboris e dei Lineamenta per il Sinodo che contrastano chiaramente con quanto la Chiesa ha insegnato per duemila anni, invitando il pubblico presente in sala a una legittima resistenza nel caso in cui tali linee guide venissero imposte nella pastorale di tutto l’orbe cattolico.

Sopra, da dx.: cardinale Raymond Burke; principe Albert von Thurn und Taxis; Gianfranco Amato, presidente Giuristi per la Vita; Mario Navarro da Costa, direttore TFP Washington Bureau, Roberto de Mattei; Chiara Chiessi, presidente Universitari per la Vita Sotto, da dx.: principessa Gloria von Thurn und Taxis; cardinale Walter Brandmüller; principe Bertrand de Orleans e Braganza; Mario Navarro da Costa; prof. e signora Luis Carlos Molion

L’ultimo atto della giornata è stata la proiezione di un audiovisivo sulla carovana di 10.000 kilometri percorsa nella regione amazzonica dai giovani collaboratori dell’IPCO, i quali hanno raccolto firme per chiedere al Papa e ai padri sinodali di non permettere che l’Amazzonia rimanga nell’arretratezza e di evitare di proporre il modello ideologico tribale come soluzione ai problemi che assediano il mondo contemporaneo.

La conferenza si è chiusa con l’Angelus presieduto dal Cardinale Brandmüller e una Salve Regina cantata a pieni polmoni da tutti i partecipanti, per chiedere alla Madonna di Guadalupe il suo intervento provvidenziale al fine di evitare i mali che il Sinodo potrebbe arrecare alla Chiesa, alla civiltà e all’Amazzonia stessa.  (Dal blog di Marco Tosatti)

TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2019 - 11


Speciale Sinodo Panamazzonico

Il Brasile è nato sotto la Croce del Sud di S.A.I.R. Principe Bertrand de Orleans e Braganza

Il Brasile nacque come Terra della Santa Croce, ad opera dei missionari. La religione cattolica fu il fondamento dell’unità nazionale. Il Principe Imperiale del Brasile racconta aspetti poco noti della storia della sua Patria.

Il

primo nome del Brasile fu Terra della Santa Croce; il primo monumento innalzato, la Croce; il primo atto pubblico celebrato, una Santa Messa.

Lo scrivano della flotta che approdò in Brasile, Pedro Vaz de Caminha, così scrisse al re del Portogallo, Don Manuel il Fortunato, sulle terre scoperte: “Ma il migliore frutto che in esse si può portare, mi sembra, sarà salvare quella gente, e questo dovrà essere il principale seme che Vostra Altezza deve gettare sul terreno... e fare quello che Vostra Altezza tanto desidera, e cioè la crescita della nostra Santa Fede”. Nel 1548 il re Giovanni III scrisse un “regimento” a Tomé de Souza, primo Governatore generale del Brasile: “La principale motivazione che mi ha ispirato a ordinare il popolamento delle terre del Brasile è che la gente si converta alla Santa Fede Cattolica”.

Si può affermare che tutta l’espansione del Brasile è stata guidata dai missionari, specialmente i gesuiti, arrivati già nel XVI secolo.

Nel 1532, venne creata la prima città e la prima Camera Municipale, San Vincenzo, attorno alla Chiesa di Nostra Signora dell’Assunzione. 12 - TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2019

Nel 1537, in una manifestazione di zelo apostolico per gli indios, Papa Paolo III, nella Bolla Sublimis Deus, decise di sostenere i missionari in difesa degli aborigeni, affermando che questi ultimi “non solo sono capaci di capire la Fede cattolica ma, stando alle nostre informazioni, si manifestano desiderosi di riceverla”.

Qualche tempo dopo, Papa Urbano VIII promulgò il breve Commissum Nobis con cui proibì, sotto pena di scomunica, di “catturare i suddetti indios, venderli, comprali, scambiarli, regalarli, allontanarli dalle loro mogli e figli, privarli dei loro beni e fattorie, portarli altrove, privarli della loro libertà, trattenerli in servitù, o dare a chi lo faccia consiglio, favore e opera, con qualsiasi pretesto e colore, o predicare o insegnare che ciò sia lecito, o cooperare con quanto sopra detto”.

San Giuseppe de Anchieta – il gesuita che fondò la città di San Paolo nel 1554 – stabiliva, per le comunità cristiane che gli furono affidate, l’orario da osservare nel corso della giornata. All’aurora, la campana chiamava all’Angelus e tutti dovevano iniziare la giornata salutando la Madonna e implorando il suo soccorso. Dopodiché, i bambini si riunivano di fronte alla chiesa e recitavano attentamente la corona del Rosario, seguita dall’assistenza al Santo Sacrifico da parte dell’intera comunità, separata in due ali, una di uomini e una di donne. Seguiva la spiegazione


del catechismo e, ad un’ora determinata, mentre gli adulti andavano a occuparsi dei loro affari, bambini e ragazzi si recavano a scuola, per imparare a leggere e scrivere, nonché a servire le cerimonie in chiesa; ricevevano anche lezioni di canto e di musica, con cui poi potevano accrescere lo splendore delle funzioni liturgiche. Alle cinque del pomeriggio la popolazione tornava in chiesa e ascoltava una predica sui novissimi o su qualche verità di fede. Il giorno si chiudeva con una processione di bambini che imploravano la misericordie divina per le anime del Purgatorio. Si può affermare che l’integrazione dell’Amazzonia nei rispettivi Paesi si deve ai missionari. Nel secolo XVII, la Chiesa iniziò ad addentrarsi nell’Amazzonia. Le prime missioni in Brasile furono opera dei gesuiti, grazie a padre Diogo Nunes. Dopo, iniziarono le missioni dei francescani.

Nel 1693, con una Regia Lettera, re Pedro II divise le terre di missione tra francescani e gesuiti, dopo una negoziazione con gli ordini religiosi. A partire dal 1694 incominciarono ad arrivare anche carmelitani e mercedari. Tutte le principali città che oggi abbiamo nell’Amazzonia sorsero attorno alle cappelle e agli aldeamentos (villaggi) missionari.

L’espansione del Brasile si deve non solo ai famosi bandeirantes, i quali marciavano verso ovest accompagnati da cappellani, ma nel caso dell’Amazzonia si deve specificamente ai missionari. Lo studioso Evaristo de Miranda dice che “la presenza gesuita nella regione nota come Testa del Cane (Cabeça do Cachorro), fu fondamentale per la sua incorporazione al Brasile. La connessione fra il bacino del fiume Negro e quello dell’Orinoco (canale di Cassiquiare), fu confermato per la prima volta dal sacerdote gesuita Manuel Roviare nel 1744”. Invece, l’espansione verso il centro-ovest – oggi il granaio del Brasile – fu aviata da missionari salesiani, venuti grazie ad un accordo tra la principessa Isabel e Don Bosco nel secolo XIX; questi salesiani catechizzarono gli indios xavante.

Il rinomato sociologo brasiliano Gilberto Freire afferma che “il Brasile si formò senza nessuna preoccupazione da parte dei colonizzatori per l’unità o purezza della razza. Durante tutto il secolo XVII la colonia fu aperta agli stranieri, preoccupandosi solo che le autorità coloniali fossero di fede e religione cattolica. Il cattolicesimo fu realmente il fondamento dell’unità nazionale”.

Appena sbarcati sul litorale di Bahia, il 26 aprile 1500, i portoghesi celebrarono una Santa Messa, ufficiata da Fra Henrique de Coimbra, con folta partecipazione dei nativi incuriositi Quadro di Victor Meirelles, Museo Nazionale di Belle Arti, Rio de Janeiro

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Speciale Sinodo Panamazzonico

Due opposte concezioni di “missione”

Sopra: Padre Ignacio Rivadeneira, sacerdote della Congregazione di San Giuseppe fondata da S. Leonardo Murialdo, predica ai fedeli radunati sulla riva del fiume Bobonaza, nell’Amazzonia ecuadoregna, negli anni Venti del secolo scorso. Lo scopo era di catechizzare e civilizzare, portando gli indigeni nel grembo della Santa Chiesa e della civiltà cristiana. Sotto: Padre Justino Sarmento Rezende, missionario salesiano nell’Amazzonia brasiliana, partigiano della “spiritualità indigena inculturata”. A dx., una sua “Messa” nella quale incorpora riti pagani, come l’assunzione di una droga allucinogena soffiata nelle narici. Lo scopo adesso è di difendere gli indigeni contro la “contaminazione” della civiltà, mantenendoli nel paganesimo ancestrale.

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“L’Amazzonia brasiliana non è più cattolica”

Mons. Josè Luis Azcona, vescovo emerito di Marajó, Brasile

In cinquanta anni, la Teologia della liberazione è riuscita a dimezzare il numero dei cattolici nell’Amazzonia. Ed è proprio su questa scia che il Sinodo dei vescovi vuole continuare?

Si potrebbe dire che la colonizzazione e l’espansione della fede camminarono insieme per compiere il mandato dato da Nostro Signore Gesù Cristo agli apostoli: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. Dallo scambio di buoni uffici tra la Chiesa e la monarchia sorse una delle maggiori nazioni del mondo. La scritta “In hoc signo vinces” veniva coniata sulle monete dell’Impero. Ed è così che si formò il Brasile, con i suoi 8.5 milioni di kilometri quadrati, il settimo Paese più esteso del pianeta e quello con l’area coltivabile più grande.

Nell’Impero, oltre il 75% della sanità pubblica era gratuita grazie alle Sante Case di Misericordia, sostenute dalla carità cristiana.

Fino alla metà del secolo XX, il 95% dei brasiliani si dichiaravano cattolici; le élites venivano per lo più formate in scuole cattoliche, come ad esempio quelle dei gesuiti. I ceti più popolari invece venivano spesso educati dai salesiani. Le chiese erano sempre aperte e le Messe affollate. *

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Con la crisi del cosiddetto progressismo cattolico, ovvero della Teologia da liberazione post-conciliare, con mons. Helder Câmara, anima del Patto delle Catacombe firmato a Roma, siamo precipitati da quel 95% al 50% circa di oggi; tanti sono quelli che si dicono cattolici. Un nunzio apostolico a Brasilia mi ha detto, non molto tempo fa, che i fedeli cattolici diminuiscono l’1% all’anno.

Al posto delle missioni tradizionali sorse la “missiologia aggiornata” la quale capovolse il lavoro fatto prima. Questa autentica Rivoluzione fu ampiamente denunciata e confutata nel 1977 dall’opera dell’insigne pensatore e leader cattolico, il prof. Plinio Corrêa de Oliveira, nella sua opera “Tribalismo Indigeno - Ideale comunista-missionario per il Brasile nel secolo XXI”. Dopo il Concilio Vaticano II, tutta l’epopea evangelizzatrice e civilizzatrice cattolica subì una re-

gressione nell’intera regione amazzonica, facendo registrare una stupefacente espansione delle sette “pentecostali”.

Secondo mons. José Luiz Azcona, vescovo emerito della prelatura di Marajó, della quale è stato pastore per oltre 30 anni, oggi “l’Amazzonia, almeno quella brasiliana, non è cattolica” e “questo dato di partenza è cruciale per la celebrazione del Sinodo”. “In alcune parti dell’Amazzonia la maggioranza pentecostale arriva all’80%”, ha detto il prelato missionario.

Certo, secondo quanto afferma il già citato libro del prof. Plinio Corrêa de Oliveira, già nelle conclusioni della Prima Assemblea Nazionale di Pastorale Indigenista si affermava perentoriamente: “Gli indios ancora non sono stati corrotti da questo sistema in cui viviamo. (...) Gli indios già vivono le beatitudini. Non conoscono la proprietà privata, il lucro, la concorrenza. Possiedono una vita essenzialmente comunitaria in equilibrio perfetto con la natura. Non sono predatori, non attentano contro l’ecologia. Vivono in armonia. Le comunità indigene sono una profezia futura per un nuovo stile di vita in cui la cosa più importante sia l’uomo”. In un altro documento del gruppo pastorale “Animazione dei cristiani nell’ambiente rurale”, dell’Arcidiocesi di Recife si affermava: “(Gli indios) tutti erano uguali. La terra dove la tribù era localizzata apparteneva a tutti i suoi membri. (...) Tutti partecipavano allo stesso modo al lavoro e avevano gli stessi diritti nella spartizione del prodotto del lavoro. TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2019 - 15


Speciale Sinodo Panamazzonico Già nel 1977, Plinio Corrêa de Oliveira aveva denunciato la neo-missiologia ispirata alla Teologia della liberazione, nel suo libro «Tribalismo indigeno, ideale comunistamissionario per il Brasile del secolo XXI»

Tale missiologia tradizionale è ricordata con chiarezza dal Professor Plinio Corrêa de Oliveira nel suo libro sopra citato: “Nella dottrina missiologica della Chiesa, vecchia di venti secoli, il concetto di Missione cattolica, i suoi fini e i suoi metodi, è perfettamente definito.

“Missione deriva dal verbo “missio”, da mitto, ovvero “io invio”. Il missionario è l’inviato (vescovo, sacerdote e, per estensione, anche una religiosa o un laico).

“Inviato, il missionario lo è dalla Chiesa, in nome di Gesù Cristo, che rappresenta presso i popoli non cattolici, con il fine di portarli alla vera fede.

Fra gli indios non esistevano né poveri né ricchi, come del resto non esistevano le classi sociali. Perciò, fra di loro non esisteva la pratica del furto, né il crimine, né la prostituzione”.

Tra gli indios vi sarebbe una comunione dei beni e, come suo corollario, una comunione sessuale. Pertanto – pensano i neo-missionari – se il Vangelo è l’antiegoismo, catechizzare è secondario e persino superfluo.

Quali sono gli obiettivi del missionario “aggiornato? Difendere queste comunità indigene non ancora contagiate dalla nostra civiltà, cioè dalla civiltà dell’egoismo. Renderli coscienti dell’eccellenza della situazione in cui vivono e della necessità di rifiutare lo stato a cui li chiamano gli uomini di oggi, che vanno alla ricerca di ricchezze e di manodopera indigena, portando denaro, alcol, vizi, macchine, leggi, strutture, etc. Di rifiutare soprattutto il macrocapitalismo mondiale che vuole coltivare la terra e mercanteggiarla. *

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Com’è diversa questa neo-missiologia da quella nata da venti secoli di sapienza cristiana e che ha fatto la grandezza della Cristianità, e del Brasile in particolare! 16 - TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2019

“La Chiesa insegna che la via normale affinché gli uomini si salvino consiste nell’essere battezzati, credere e professare la dottrina e la legge di Gesù Cristo.

“Portare gli uomini alla Chiesa è dunque aprir loro le porte del Cielo. È salvarli. È questo il fine della Missione. Questa missione ha come fine supremo la gloria estrinseca di Dio.

“La gloria di Dio e la perpetua felicità degli uomini non impediscono che la missione abbia effetti temporali, e anche dei più elevati. “In effetti, Dio ha creato l’universo con un ordine sublime e immutabile. E poiché l’uomo è il re dell’universo, tale ordine è soprattutto ammirabile in ciò che a Lui si riferisce.

“I precetti dell’ordine naturale si esprimono nei dieci Comandamenti della Legge di Dio, confermati da Nostro Signore Gesù Cristo e da Lui perfezionati.

“Ora, l’osservanza dell’ordine, in qualunque sfera dell’universo, è condizione non solo per la sua stessa conservazione, ma anche per il suo progresso, il che è specialmente vero per gli esseri viventi e più ancora per l’uomo.

“Cristianizzare e civilizzare sono, dunque, termini correlati. È impossibile cristianizzare senza civilizzare. Come, viceversa, è impossibile scristianizzare senza disordinare, abbrutire e tornare alla barbarie.


“Come abbiamo detto all’inizio, il Brasile è nato sotto il segno della Croce, sotto la Croce del Sud. E nelle monete stava scritto: “In hoc signo vinces”. È pertanto sotto il segno della Croce e sotto la protezione della Madonna Aparecida, che il Brasile supererà la crisi attuale!”

P.pe Bertrand de Orleans e Braganza

“Essere missionario in Brasile significa principalmente portare il Vangelo agli indios. È portar loro anche i mezzi soprannaturali affinché, attraverso la pratica dei dieci Comandamenti della Legge di Dio, raggiungano il loro fine celeste. Significa persuaderli a liberarsi dalle superstizioni e dai costumi barbari che li schiavizzano nella loro millenaria e infelice stagnazione. Pertanto, significa civilizzarli.

sto quella di tornare a fare quanto la Chiesa ha sempre fatto nel passato, con risultati tanto magnifici?

“Presentandosi agli indigeni, i missionari di Gesù Cristo hanno il diritto di dir loro: ‘Cognoscetis veritatem, et veritas liberavit vos — Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi’ (Gv 8,32)”.

Mi viene in mente un detto di Socrate di quando, in un momento di crisi, i greci gli domandarono cosa avrebbero dovuto fare per tornare ad essere felici: “Fate quello che facevate quando eravate felici!”.

Secondo il più recente censimento realizzato dall’IBGE – Istituto Brasiliano di Geografia e Statistica – vi sarebbero 896 mila indigeni, dei quali solo il 20% vive nell’Amazzonia. Si giustifica un intero Sinodo di fronte a un numero tanto ridotto? Anche per questi indigeni, la soluzione non sarebbe piutto-

Come abbiamo detto all’inizio, il Brasile è nato sotto il segno della Croce, sotto la Croce del Sud. E nelle monete stava scritto: “In hoc signo vinces”. È pertanto sotto il segno della Croce e sotto la protezione della Madonna Aparecida, che il Brasile supererà la crisi attuale! 

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Indigenismo, primitivismo, comunismo

“Gli indios ancora non sono stati corrotti da questo sistema in cui viviamo. (...) Gli indios già vivono le beatitudini. Non conoscono la proprietà privata, il lucro, la concorrenza. Possiedono una vita essenzialmente comunitaria in equilibrio perfetto con la natura. Non sono predatori, non attentano contro l’ecologia. Vivono in armonia. Le comunità indigene sono una profezia futura per un nuovo stile di vita in cui la cosa più importante sia l’uomo”. (...)

esistevano classi sociali. Perciò, fra di loro non esisteva la pratica del furto, né il crimine, né la prostituzione”. (...)

“Tutto è di proprietà comune. Gli indios vivono in fraternità, condividendo tutto”.

(Prima Assemblea Nazionale di Pastorale Indigenista, Brasile 1975, “Boletim do CIMI”, anno 4, numero 22)

“(Gli indios) tutti erano uguali. La terra dove la tribù era localizzata apparteneva a tutti i suoi membri. (...) Tutti partecipavano allo stesso modo al lavoro e avevano gli stessi diritti nella spartizione del prodotto del lavoro. Fra gli indios non esistevano né poveri né ricchi, come del resto non TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2019 - 17


Speciale Sinodo Panamazzonico

L’Amazzonia dal punto di vista dei nativi

di Jonas Marcolino de Souza Macuxí

ll Sinodo Panamazzonico afferma di fondarsi sull’“ascolto”. Eppure, non ha ascoltato la vera voce dei nativi amazzonici. Nel corso del Convegno a Roma dell’Istituto Plinio Corrêa de Oliveira, l’avvocato Jonas Macuxí, leader indigeno di Roraima, ha smascherato l’azione della Teologia della liberazione e dei missionari “aggiornati”, presentando il vero punto di vista dei nativi.

C

on orgoglio vengo a rappresentare i popoli nativi dell’Amazzonia in questo convegno organizzato dall’Istituto Plinio Corrêa de Oliveira. Apprezzo l’invito a parlare in questo luogo simbolico, questa piattaforma per il mondo, la Roma eterna del millenario Impero e dei Papi.

Urî Jonas Marcolino, macusi, brasiliano, Maikan Pisi Wei Tî´pî po, tîko´mansen urî. Sono Jonas Marcolino, Macuxí, brasiliano, vivo nella terra indigena Raposa Serra do Sol.

I migliori complimenti all’Istituto Plinio Corrêa de Oliveira perché dà voce agli indigeni brasiliani dell’Amazzonia. La nostra leadership e la nostra lotta vengono da lontano. Nel 2008 eravamo a San Paolo al seminario “Amazzonia, minaccia alla sovranità farsa o realtà?”, un’iniziativa patrocinata da oltre cento associazioni.

Durante questo seminario, io, come leader indigeno Macuxí e uno dei direttori dell’Associazione di difesa degli indigeni del Nord Roraima, ho dichiarato che fino all’età di diciotto anni mi dedicavo

“Siamo integrati, utilizziamo l’elettricità, le automobili, gli autobus e abbiamo villaggi produttivi. Vogliamo progredire (...) Io stesso sono divenuto insegnante di matematica e ho una laura in Giurisprudenza” 18 - TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2019


esclusivamente alla caccia e alla pesca. Sono nato da genitori analfabeti, sono diventato un insegnante di matematica e mi sono laureato in Giurisprudenza. Io e il mio popolo siamo totalmente contrari alla demarcazione della nostra Riserva.

Siamo la maggioranza e non siamo stati ascoltati né dal governo socialista del PT né dalla Corte Suprema. Interpellato dalla stampa, sono stato chiaro sulla situazione dei Macuxí che vivono in quella Riserva: ci sono circa dodicimila Macuxí a Raposa Serra do Sol. Noi, che siamo contro la demarcazione della Riserva, rappresentiamo il 70%.

Siamo integrati, utilizziamo l’elettricità, le automobili, gli autobus e abbiamo villaggi produttivi. Vogliamo accedere a questi strumenti, vogliamo progredire. Il problema è che alcuni ritengono che nel XXI secolo ci siano ancora persone che possano sopravvivere cacciando e pescando. La FUNAI (Fundação Nacional do Indio) vieta l’accesso allo sviluppo. Questa politica ci condanna a vivere in un passato primitivo.

L’Amazzonia dal punto di vista dei nativi

Alcuni popoli indigeni vivono nelle Americhe da molto prima che arrivassero i portoghesi e altre nazioni del Vecchio Mondo. Lì hanno vissuto e combattuto, alcuni si sono estinti e altri sono emigrati.

Nel corso di secoli, in Amazzonia è arrivato un po’ di tutto: esploratori, avventurieri, pirati, missionari, naturalisti, botanici, zoologhi, etnologhi, antropologhi e scienziati. Molti erano gli studiosi che vedevano l’opportunità e la possibilità di offrire un nuovo stile di vita agli indigeni.

Tutto questo processo di incontri con culture diverse ha consentito, in realtà, un interscambio e una parziale fusione con tradizioni, comportamenti e sentimenti estranei all’identità indigena. Si condivideva una stessa storia. Si è trattato di un processo naturale e non imposto.

Disgraziatamente il frutto fecondo di questo processo di interscambio culturale fu avvelenato dai missionari della cosiddetta Teologia della liberazione, da alcuni membri di movimenti ecologisti e ambientalisti, nonché da alcune ONG, che con il pretesto di tutelare i poveri indigeni hanno in realtà raccolto ingenti somme di denaro, più per interessi propri e dei propri finanziatori piuttosto che per i nativi dell’Amazzonia. Le influenze esterne sono state davvero moltissime. È a partire dalla metà del XX secolo che entrano in scena molti sostenitori degli indios, i cosiddetti “indigenisti”, religiosi e civili, politici e ONG sia

“I nuovi missionari della Teologia della liberazione volevano distruggere, smantellare, diffamare, separare e lottare. L’esatto opposto di ciò che noi, indigeni, volevamo” A dx.: illustrazioni tratte da alcuni manuali di catechesi usati dalla CPT (Commissão Pastoral da Terra) e dal CIMI (Conselho Indigenista Missionário) in Brasile

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Speciale Sinodo Panamazzonico

“L’integrazione degli indigeni raggiunse il suo apice con la prestigiosa presenza del maresciallo Cândido Rondon nei villaggi Macuxí dello stato di Roraima. Rondon è stato un eroe unico” Sopra, Rondon (1865-1958) mentre presiede l’alzabandiera in un villaggio dell'Amazzonia Sotto, l'apprezzamento degli indigeni per il maresciallo. I missionari della Teologia della liberazione hanno, invece, praticamente distrutto la sua opera civilizzatrice

nazionali che internazionali. Costoro seguivano l’ideale indigenista ispirato a una nuova concezione della Chiesa cattolica, profeticamente denunciato nell’opera del 1977 di Plinio Corrêa de Oliveira «Tribalismo indigeno, ideale comunista-missionario per il Brasile del 21° secolo».

Questi nuovi missionari hanno lavorato sodo per realizzare il falso ideale descritto dal Professor Plinio. Volevano tornare indietro nella storia, prendendo l’aborigeno per modello. Volevano distrug-

gere, smantellare, diffamare, separare e lottare. L’esatto opposto di ciò che noi volevamo.

Noi indigeni non intendiamo affatto tornare al passato. Noi vogliamo godere di tutte le libertà e di tutti i diritti umani fondamentali, inalienabili e indispensabili per garantire una piena dignità umana. Migliaia di indigeni sono già pienamente integrati nella civilizzazione universale, non vivono più nell’età della pietra e non praticano il cannibalismo. Le pochissime tribù che ancora oggi praticano l’infanticidio in Brasile lo fanno perché la legge glielo consente ritenendo tale barbara pratica espressione di una tradizione culturale, in totale spregio del diritto inviolabile alla vita, alla libertà, alla sicurezza e alla dignità. Molte pratiche tra gli indigeni in Amazzonia, come camminare per lunghe distanze, trasportare manioca nello zaino, o caricare tronchi sulla spalla o paglia sulla testa, sono pratiche necessarie per la sopravvivenza e non per tradizione o valore culturale.

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In Roraima, il primo contatto permanente tra indiani e bianchi avvenne con l’inizio della costruzione del Forte São Joaquim, nel 1775, per volere della corona portoghese, dove confluiscono i fiumi Uraricoera e Tacutu, che formarono il Rio Branco. Fu


usato lavoro schiavo, compresi gli indigeni. La Fazenda São Marcos fu fondata nel 1787.

Il processo di interazione tra indiani e bianchi ha indubbiamente portato alla reciproca assimilazione della cultura di entrambi i popoli e alla loro successiva integrazione. I missionari cattolici e protestanti hanno iniziato il lavoro di evangelizzazione tra le popolazioni indigene nelle regioni di Surumu e Cotingo in modo permanente dalla seconda decade del XX secolo. Tra i cattolici, spicca come grande missionario l’arcivescovo Dom Alcuin. L’autore Zé Massaranduba afferma: “Dom Alcuin ha vissuto in modo permanente con gli indiani. Parlava fluentemente la lingua macuxí. Oltre a celebrare Messe, battesimi e matrimoni, ha lavorato nei campi, partecipato alle danze di parichara, alleluia, Tukui e guadagnato la fiducia degli indiani”. Tra i missionari protestanti, Harold Burns si distinse perché rimase tra i Macuxí dal 1950 al 2006, fondando tre grandi chiese evangeliche, a Contão, Araçá e Pacu. In queste comunità indigene, i balli di Natale sono stati sostituiti da Conferenze natalizie e cerimonie. Nel 1939 fu aperto il primo commercio locale a Surumu, che nel 1960 sarebbe stata elevata alla categoria di villaggio.

Nel 1949 furono istituiti la Missione di São José, l’Ospedale di São Camilo e la Scuola di Padre José de Anchieta, dove lavoravano principalmente i missionari della Missione della Consolata, iniziando una nuova fase nella storia delle popolazioni indigene dello stato di Roraima.

Questa missione era iniziata bene, ma in seguito, con l’arrivo dei nuovi missionari della Teologia della liberazione, queste stesse strutture - Missione, Ospedale e Scuola - vennero utilizzate per attuare una politica opposta: quella di smantellare l’economia locale, che si basava sull’allevamento di bestiame, sulla cultura del riso e sull’agricoltura di sussistenza.

vazione del riso nel 2005, a seguito della sfortunata demarcazione della riserva Raposa Serra do Sol

È interessante notare che allora gli indiani erano già integrati, un’integrazione che ebbe il suo apice con la prestigiosa presenza del maresciallo Cândido Rondon nei villaggi indigeni Macuxí dello stato di Roraima. Rondon è stato un eroe unico. Dopo la sua morte, la sua figura ha ispirato università, professionisti, accademici, esercito e marina nella creazione del Progetto Rondon, che ha portato gli studenti universitari a conoscere la realtà brasiliana e a partecipare al processo di sviluppo di queste regioni lontane. Questa istituzione diventò permanente nel giugno 1968, al tempo del governo militare, con il motto: “Integrare, non consegnare”, che sostituì il primo “La giungla non è nostra nemica”.

L’Amazzonia, sebbene appartenga al Brasile, spesso non è così amata e ambita dalla maggior parte dei brasiliani. Tuttavia, noi indiani e amazzonici in generale, abitanti di questo immenso territorio, lo amiamo e lo difendiamo in modo incondizionato, perché tutta la nostra vita dipende da esso, con le sue immense risorse idriche e naturali.

Dobbiamo unire le persone che hanno uno spirito altruistico per offrire agli indiani un’istruzione tecnica, scientifica e umanistica di qualità, libertà economica, sicurezza, pace e armonia per garantire un presente e un futuro felice e dinamico.

La nuova missiologia

I missionari della Consolata arrivarono nel territorio di Rio Branco nel 1948 per continuare la missione iniziata dai Benedettini, avendo come scopo la catechizzazione degli indiani.

Questo processo di smantellamento culminò con la chiusura delle fattorie negli anni Novanta e la fine della colti-

“Adesso le suore missionarie istigano gli indios a uccidere il bestiame dei fazendeiros” A dx., mucche uccise in una fazenda a Juazeiro TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2019 - 21


Speciale Sinodo Panamazzonico

Mons. Pedro Casaldáliga, vescovo emerito di São Felix do Araguaia, chiamato “il profeta dell’Amazzonia”, alfiere della Teologia della liberazione indigenista, mentre indossa una divisa da guerrigliero comunista nel corso della “Notte Sandinista” a São Paulo del Brasile, il 2 febbraio 1980: “La guerriglia e la Messa sono la stessa celebrazione che ci spinge verso la stessa speranza. Dobbiamo testimoniare il nostro impegno fino alla morte!”

Negli anni Settanta, però, arrivarono i nuovi missionari collegati alla Teologia della liberazione e iniziò il cambiamento, con effetti nettamente negativi.

Faccio un esempio. I fazendeiros facevano un grande sforzo per aiutare e far crescere la Missione di São José, donando ogni anno 100, 200 e persino 300 buoi alla Missione. Non avrebbero mai immaginato che i nuovi sacerdoti missionari, che loro pure trattavano con il massimo rispetto e affetto, avrebbero usato queste risorse per espellerli dalla regione. Perfino i comandamenti della legge di Dio furono rovesciati.

Edmilson das Neves, popolarmente noto come Nêgo da Guanabara, afferma che nel 1971 Padre Jorge celebrò il suo matrimonio nella comunità indigena di Contão. All’epoca, Padre Jorge predicava la parola di Dio e parlava dei Dieci Comandamenti, tra cui “Non rubare”. Già a metà degli anni Ottanta, quando Edmilson incontrò di nuovo questo sacerdote nella comunità di Canta Galo, gli chiese perché avesse cambiato la sua predicazione inducendo gli indigeni a rubare il bestiame ai fazendeiros, contraddicendo ciò che egli stesso predicava prima. Padre Jorge rispose: “Esistono molti tipi di furto. Furto per necessità, perché qualcuno è cleptomane e così via…” Edmilson conclude: “Padre Jorge parlò e parlò fino a quasi convincermi che rubare è giusto”. 22 - TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2019

Allo stesso modo, racconta il Tuxaua [Capo] Hilario che Suor Augusta, dopo una Messa, ancora all’interno della chiesa, chiese agli indiani di espellere il fazendeiro dalla fattoria di Aratanha. Per farlo, avrebbero dovuto tagliare il filo della recinzione. Se l’agricoltore avesse riparato la recinzione, gli indiani avrebbero dovuto uccidere il suo bestiame fino a costringerlo ad andarsene. Così gli indiani avrebbero riavuto le loro terre rubate dai bianchi. Esistono molte storie di questo genere, che mostrano l’enorme inversione di tendenza introdotta dalla Teologia della liberazione. Oltre alla predicazione del furto, c’è il sospetto di tradimento e di morte.

Nonna Monica, un’anziana della comunità di Camararém, racconta ad esempio che Padre Jorge Dalden arrivato a Maturuca chiese il permesso di vivere lì. Il Tuxaua Lauro Merikior, in un gesto di umanità, lo accolse. Dopo alcuni mesi, il prete scomparve dalla comunità, portando con sé il giovane Jaci. Quando tornarono, il Tuxaua Lauro morì improvvisamente. Per Nonna Monica, fu Padre Jorge a far uccidere il Tuxaua Lauro Merikior, per permettere che Jaci ne prendesse la carica, e raggiungere così il suo scopo nella regione. Lauro Merikior aveva ereditato il bastone di capo da suo padre Meriquior, che lo aveva ricevuto dal maresciallo Rondon. Potrei moltiplicare racconti di questo genere. Questi religiosi propagano la Teologia della libera-


zione sotto l’egida del comunismo, e viceversa. In tre decenni, sono riusciti ad annullare tutto ciò che era stato costruito nello stato di Roraima in più di un secolo. Un secolo di prosperità basato sulla libertà economica, sulla proprietà privata e sui principi dell’economia capitalista, con un’enfasi sul principio della libertà nel lavoro. In breve tempo tutto fu distrutto in nome di un primitivismo rivoluzionario.

proprio fratello, il padre, il cognato è diventato un nemico. Dividere il popolo è un’opera tipicamente satanica. Questi non possono essere i frutti di uomini e donne di Dio. Questa politica di divisione e isolamento degli indigeni veniva attuata praticamente in tutto il Brasile.

Tutto questo processo di introduzione del comunismo tra gli indigeni non aveva legittimità nelle nostre idee. Furono religiosi della Teologia della liberazione, come Padre Jorge, Padre Sabino, Padre Pedro, Padre Tiago, Suor Augusta, Suor Teresa e altri che hanno indottrinato gli indigeni, spingendoli a rubare e uccidere i proprietari, insegnando loro a odiare chi non fosse della corrente liberazionista, a invadere la proprietà privata, a rigettare l’energia elettrica, le strade, a opporsi alla presenza dell’Esercito e così via. Ci hanno insegnato persino a odiare i propri parenti di sangue. In questo modo, il

Ma i nativi confinati nelle Riserve non sono affatto liberi, sono controllati dagli “indigenisti” che godono di privilegi a discapito degli stessi indigeni. Ho potuto verificare personalmente la mancanza di libertà quando io e altri due macuxi abbiamo tentato di andare a vivere una settimana tra gli indigeni wamiri. Giunti al posto di confine della Riserva, strettamente sorvegliato, e chiuso ogni giorno dalle 18,00 alle 06,00, il capo della comunità, Mário Paroê, ci intimò di andare nella città di Manaus per chiedere l’autorizzazione a soggiornare nella riserva, autorizzazione che poi ci fu negata.

La Funai (Fundação Nacional do Indio)

Nel 1993, la Comunità indigena di Contão utiUn’altra tattica fu la divisione dei villaggi. Le lizzava già l’energia elettrica, l’acqua corrente e pergrandi malocas, descritte nel Diario di Rondon, fusino un’antenna parabolica comunitaria. In quello rono disgregate in numerose piccole comunità, stesso anno ricevemmo un documento sottoscritto ognuna con un capo, allo scopo di occupare più spazi. dai capi villaggio e leader della comunità indigena I grandi capi persero la loro influenza, poiché un sem- di Surumu, in cui affermavano di essere contro i plice capofamiglia poteva essere un tuxaua con lo bianchi e i politici, contro le stesso potere di un grande tuxaua. strade, l’energia elettrica, l’EserIn questo modo, i nuovi missionari cito e le bevande alcoliche. Noi, furono in grado di inserire come indigeni che godevamo del becapi persone con le loro stesse con“Questi missionari nessere dovuto a quelle cose da vinzioni, invitati poi a partecipare a più di cinque anni, non abbiamo predicavano una società grandi assemblee, che potevano potuto stare zitti. Nel settembre comunista, in cui non ci durare intere settimane, nelle quali dello stesso anno, abbiamo desono padroni e operai, e era loro fatto una sorta di lavaggio ciso, quindi, di costituire la Sodove i beni sono messi in del cervello, la cosiddetta “concomune. Tutto questo pro- cietà di Difesa degli Indigeni scientizzazione”. È così che hanno Uniti di Raraima-SODIURR, cesso di introduzione del consolidato il comunismo nelle coper promuovere lo sviluppo comunismo tra gli indigeni munità indigene. socio-economico e culturale non ha nessuna legittimità delle nostre comunità. Questi missionari predicanelle nostre idee” vano una società comunista, in cui A quel tempo, sotto il coornon ci sono padroni e operai, e dinamento del vescovo Dom dove i beni sono messi in comune. Aldo Mongiano, la FUNAI Ma, secondo un filosofo inglese, (Fundação Nacional do Indio) “lo svantaggio del capitalismo è l’ineguale distribu- della diocesi di Roraima si unì al CIMI (Conselho zione della ricchezza; il vantaggio del socialismo è Indigenista Missionario) e ad alcune ONG, allo la distribuzione equa delle miserie”. Secondo il dot- scopo di confinare gli indiani nelle Riserve, senza tor George Bry, uno dei maggiori difensori del prin- la presenza dei bianchi (tranne loro, ovviamente…). cipio della libertà nel lavoro, “senza libertà e senza Questa politica di isolamento fu attuata in tutto il proprietà, una società è immobilizzata nell’inerzia e Brasile, specialmente con gli indiani Yanomai e Wamiri-atroari. nella miseria”.

TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2019 - 23


Speciale Sinodo Panamazzonico

“La maggioranza assoluta degli indiani dell’Amazzonia aspira alla piena libertà, affinché possa avere un’educazione di qualità, sviluppare al massimo il proprio potenziale, la propria volontà, il proprio spirito creativo e le proprie iniziative. Vogliamo diventare grandi imprenditori di attività nostre e produrre da noi ricchezza” Sopra, inaugurazione della Expo Amazónica 2019, a Loreto, Perù

Racconto un altro fatto, successo nel 1987 e sul quale ci sono i verbali delle testimonianze. In un’assemblea di tuxaua a Surumu, i partecipanti furono sfidati dai missionari a uccidere il maggior numero di bestiame dei fazendeiros. Il Tuxaua Sivaldo, della comunità indigena di Ticoça, riferisce che nei giorni successivi alla sfida era normale trovare tre o quattro mucche morte ogni mattina. Questa strage di bestiame fece arrabbiare i fazendeiros, che rafforzarono perciò la sicurezza, anche con agenti di polizia e guardie private. Il signor Jair Reis, considerato uno dei più grandi fazendeiros, mi disse nel 1993 che avevano sempre rubato in media circa il 5% della sua mandria, ma dal 1987 in poi ne avevano rubato il 50%. In queste condizioni non fu più in grado di rimanere nella zona. Se ne andò.

Era il consolidamento del piano strategico del vescovo Dom Aldo Mongiano, che mirava a sconvolgere e distruggere l’economia di Roraima. Purtroppo, vi riuscì.

La diocesi di Roraima si è opposta al concetto di integrazione e di assimilazione. I vescovi e i sacerdoti della Teologia della liberazione vogliono liberare gli indiani dai bianchi, salvo poi loro stessi soggiogarli. 24 - TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2019

Dai frutti possiamo sapere chi è buono e chi no. In Amazzonia ci sono centinaia se non migliaia di ONG, alcune brasiliane altre straniere. Tra queste spiccano Greenpeace, il Club di Roma, Survival International, ISA, MST, CIR, SODIUR e altre. Ad eccezione di Sodiur, tutte le altre ONG sembrano seguire il documento stilato dal Consiglio mondiale delle Chiese indirizzato alle organizzazioni missionarie in Brasile, approvato nel luglio 1981.

Il primo paragrafo afferma che l’Amazzonia è patrimonio dell’umanità. Il possesso di questa vasta area da parte dei paesi amazzonici sarebbe semplicemente circostanziale. Ciò per decisione unanime delle organizzazioni membri del Consiglio, e per decisione filosofica dei vari Consigli di difesa degli Indigeni e dell’Ambiente. Diamo un’occhiata ad alcuni brani del documento:

- È nostro dovere mantenere la foresta pluviale amazzonica e i suoi esseri viventi – gli indiani, gli animali selvatici e gli elementi ecologici – nello stato in cui la natura li ha lasciati prima dell’arrivo degli europei; - È nostro dovere garantire la conservazione del territorio dell’Amazzonia e dei suoi abitanti aborigeni, affinché possano essere sfruttati dalle grandi ci-


viltà europee, le cui aree naturali siano state ridotte a un limite critico;

- L’indigeno deve essere consapevole che il missionario è l’unica salvezza.

Nonostante il documento sia stato ritenuto apocrifo da alcuni, è proprio quello che vediamo applicato. Il comportamento ostile degli indigeni nei confronti di qualsiasi bianco che non sia missionario della Teologia della liberazione, i discorsi per la preservazione dell’ambiente, le proteste contro l’apertura di strade nelle riserve indigene e contro tutto ciò che la civiltà chiama progresso, sono cose pubbliche e notorie nell’Amazzonia.

Sono state le ONG, guidate dal CIMI, a esercitare pressione sul Parlamento affinché approvasse il capitolo VII della Costituzione federale, che contiene gli articoli 231 e 232 riguardanti gli indiani. Per gli studiosi, l’articolo 231 ha posto fine alla politica di integrazione inaugurata dal Maresciallo Rondon: “Sono riconosciuti agli indios la loro organizzazione sociale, i costumi, le lingue, credenze e tradizioni, e i diritti originari sulle terre che occupano tradizionalmente, spettando all’Unione la loro demarcazione, la protezione e il rispetto di tutti i loro beni”. L’interpretazione letterale di questo articolo implica nel riconoscimento di tutti i mali – infanticidio, cannibalismo, guerre, ecc – che c’erano fra gli indigeni prima dell’arrivo degli europei.

Conclusione

La nostra linea sta guadagnando sempre più spazi fra le popolazioni indigeni, che così si staccano dalla sciagurata dittatura dei missionari della Teologia della liberazione legati al CIMI e alle ONG indigeniste. Il monopolio di capi come Raoni, ricevuto da Papa Francesco e dal presidente francese Macron, sta finendo: essi non rappresentano i popoli dell’Amazzonia. Col presidente Bolsonaro adesso abbiamo più libertà. Lo scorso 24 settembre, in occasione dell’apertura della sessione delle Nazioni Unite, il presidente brasiliano ha portato con sé l’india Ysani Kalapalo con il sostegno delle associazioni indigene che rappresentano almeno cinquantadue popoli amazzonici.

Le testimonianze ottenute dalla rivista Catolicismo confermano il desiderio di nuovi leader come l’india Kaynä Munduruku. Kaynä mostra che la situazione è cambiata per le popolazioni indigene: “Ci stiamo risvegliando, vogliamo più libertà e non ac-

cettiamo che gli antropologi e gli indigenisti impongano la nostra identità. Noi sappiamo chi siamo, e non abbiamo bisogno degli antropologi”.

Conclude Kaynä: “Dobbiamo dare alle popolazioni indigene l’opportunità di lavorare. Non possiamo continuare a vivere con l’aiuto dello Stato, questa non è una vita buona e sana. L’indio deve produrre. Non è pigro, egli è capace e ha una grande intelligenza. Sa come piantare, come produrre, ha solo bisogno di opportunità. Con il loro lavoro, gli indigeni daranno un grande contributo all’economia brasiliana”. In conclusione:

La maggioranza assoluta degli indiani dell’Amazzonia aspira alla piena libertà, affinché possa avere un’educazione di qualità, sviluppare al massimo il proprio potenziale, la propria volontà, il proprio spirito creativo e le proprie iniziative. Vogliamo diventare grandi imprenditori di attività nostre e produrre da noi ricchezza. Tutto ciò sarà possibile se ci sarà l’unione tra indiani, neri, bianchi, gialli, meticci… Se ci sarà un’unione di sforzi, idee e risorse, insomma, se ci sarà l’unione di tutti i brasiliani con spirito di umanità e di virtù, che lottano per la libertà e la dignità di tutti, senza discriminazioni.

Concludo congratulandomi ancora una volta con l’Istituto Plinio Corrêa de Oliveira per aver dato voce ai brasiliani nativi dell’Amazzonia e lamentando che il Sinodo Panamazzonico che inizia domani non abbia invitato alcuna voce indigena discordante da questa missiologia descritta nel mio intervento oggi. Nella campagna piemontese Napoleone si rivolse ai suoi soldati con le seguenti parole:

“Avete vinto sanguinose battaglie senza cannoni, avete attraversato fiumi impetuosi senza ponti, avete percorso incredibili distanze a piedi nudi, accampato innumerevoli volte senza mangiare nulla, tutto grazie alla vostra audace perseveranza! Ma, guerrieri, è come se non avessimo fatto nulla, perché c’è ancora molto da realizzare!”. Abbiamo ancora molto da fare per garantire agli indiani una vita di pace, armonia e prosperità. Grazie! 

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Speciale Sinodo Panamazzonico

Il Verde è il nuovo Rosso

A

prima vista sembrerebbe che marxismo, socialismo e comunismo abbiano poco a che fare con l’ecologia. Dopotutto, i paesi comunisti ed ex comunisti come Russia e Cina sono probabilmente i peggiori trasgressori ambientali della storia. Basta citare Chernobyl per ricordare limmenso disprezzo dei governi comunisti per la natura. Ed oggi la Cina è di gran lunga il paese che inquina di più al mondo. Tutto ciò non sorprende, in quanto Marx, Lenin, Stalin e Mao elogiavano l’industria pesante – le acciaierie, le raffinerie di petrolio e le fabbriche chimiche - come parte integrante del comunismo. Nei loro scritti difesero la necessità di dominare in maniera brutale e opprimente la natura, costruendo enormi centrali idroelettriche, canali e altri simili progetti.

di James Bascom

Perché, allora, a partire dalla caduta del muro di Berlino, i socialisti hanno abbracciato l’ecologia in modo così entusiasta? Perché le persone che vivevano il marxismo come un credo e trascuravano la devastazione comunista dell’ambiente durante la guerra fredda sono diventate adoratrici di Gaia? Perché il colore verde è diventato il nuovo rosso?

Perché, dopo un’attenta analisi, è chiaro che il marxismo e l’ecologia moderna hanno davvero molto in comune. L’ecologia è sia il naturale successore che l’applicazione più radicale dei principi del marxismo, del socialismo e del comunismo. Tutti condividono gli stessi principi e gli obiettivi finali. L’ecologia, infatti, è una tappa più avanzata dello stesso processo storico descritto dal professore brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira nel suo libro «Rivoluzione e Controrivoluzione». Gli stessi desideri anarchici ed egualitari, evidenti nella rivolta protestante, nella Rivoluzione Francese e in quella comunista, trovano la loro realizzazione e il loro sbocco nell’ecologia e nella sua incarnazione del XXI secolo: il tribalismo indigeno, che il Sinodo dell’Amazzonia sta proponendo alla Chiesa. “Le piante, gli animali, le pietre, l’aria, la luce, sono una parte della vita umana. L’uomo è una parte della natura. Siamo una sola carne e un solo sangue con la natura, siamo un solo cervello con la natura. Viviamo nel suo grembo”

26 - TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2019

Karl Marx


Sinodo panamazzonico

Il marxismo, ispirandosi alla Rivoluzione francese, adottò l’uguaglianza economica assoluta come principio fondamentale. Nel pensiero comunista, la giustizia e la moralità esistono nella misura in cui vengono eliminate le disuguaglianze di ricchezza. Applicando alla società gli stessi principi utilizzati da Charles Darwin alla biologia, il comunismo sposa anche l’evoluzionismo.

Comunismo ed ecologia

Per il marxismo, la lotta di classe è il principale mezzo per raggiungere la perfetta uguaglianza. “La storia di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classe”, scrissero Karl Marx e Friedrich Engels nel «Manifesto del Partito Comunista». Per imporre l’utopia comunista, le classi superiori devono essere eliminate, se necessario anche con la violenza. Il fine ultimo è una società utopica senza classi, gerarchie, disuguaglianze e soprattutto proprietà privata. “I comunisti - continuano Marx ed Engels - possono riassumere le loro teorie in questa proposta: l’abolizione della proprietà privata”.

Pochi sanno, tuttavia, che Karl Marx e Friedrich Engels incorporarono l’ecologia nelle loro teorie comuniste.

Secondo Marx, l’uomo è un tutt’uno con la natura: “Le piante, gli animali, le pietre, l’aria, la luce, ecc., costituiscono (...) una parte della vita umana e dell’umana attività (...). (Il fatto che) l’uomo viva della natura vuol dire che la natura è il suo corpo, con cui deve stare in costante rapporto per non morire. Che la vita fisica e spirituale dell’uomo sia congiunta con la natura, non significa altro che la natura è congiunta con se stessa, perché l’uomo è una parte della natura” (Karl Marx, Manoscritti economici e filosofici, p.110-111).

“Non dominavamo la natura come un conquistatore domina un popolo straniero, opprimendolo. Non dominavamo la natura come qualcuno diverso da lei, ma come qualcuno che è un tutt’uno con la natura. Apparteniamo alla natura, siamo una sola carne e un solo sangue con la natura, siamo un solo cervello con la natura. Viviamo nel suo grembo” (Dialettica della natura, 1876). Questo stato idilliaco - che Engels identifica con le tribù primitive - è stato reso possibile dall’assenza di proprietà privata. Gli uomini non pensavano nei termini di “io” e “mio”, ma in termini di “noi” e “nostro”. Non c’erano gerarchie e quindi nessun dominio dell’uno sull’altro.

Ad un certo punto, ci fu una violenta rottura nelle relazioni umane. Il “noi” comunitario ha lasciato il posto all’“io”, e quindi al “mio” individualista. Alcuni iniziarono a esercitare il proprio dominio sugli altri. Innanzitutto appropriandosi delle donne (da cui viene la famiglia). Quindi dei mezzi di produzione (da cui la proprietà privata). Infine, appropriandosi dei meccanismi del potere (l’emergere dello Stato). Nacque così la gerarchia, e con essa l’oppressione e l’alienazione. Tale rottura influì anche sui rapporti con la natura, in relazione alla quale l’uomo iniziò a esercitare lo stesso tipo di dominio oppressivo esercitato dalle classi superiori sulle quelle inferiori (Engels, L’origine della Famiglia, della Proprietà Privata e dello Stato, 1890). Engels conclude che l’epitome di questa oppressione dell’uomo sulla natura è il capitalismo basato sulla mentalità borghese, il cui unico scopo è il profitto indipendentemente dal danno ambientale. Un pensatore comunista italiano ha ben riassunto questo pensiero: “Le radici della violenza contro la natura

A sua volta, Engels afferma che, essendo “una sola carne” con la natura, inizialmente l’uomo la rispettava. Il suo dominio sulla natura era fraterno più che oppressivo:

Marx e Engels vedevano nella vita tribale la realizzazione ultima dell’utopia socialista: il “socialismo in un livello superiore” TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2019 - 27


Speciale Sinodo Panamazzonico “Il monismo riconosce una sostanza unica nell’universo, che è allo stesso tempo Dio e natura, corpo e spirito, materia ed energia. Il monismo porta al panteismo”

Ernst Haeckel, fondatore dell’ecologia

luppando ulteriormente queste idee, le correnti rivoluzionarie degli anni ‘50 e ‘60 arrivarono a mettere in discussione l’intera società industriale per essere intrinsecamente oppressiva della natura. Da qui sono nati i movimenti ecologisti e anti-consumisti.

Ecologia

e l’ambiente vanno cercate nella proprietà privata, nelle leggi del massimo profitto, nelle ragioni e regole della società capitalistica” (Giorgio Nebbia, L’Ecologia è 'una scienza borghese?).

Da queste premesse, pensatori comunisti e anarchici come Piotr Kropotkin e Henry David Thoreau iniziarono ad analizzare le radici della violenza dell’uomo contro la natura come intrinseca al sistema capitalista e borghese basato sul consumismo. Di conseguenza, videro l’ecologia come un elemento necessario della rivoluzione socialista / comunista / anarchica dei quali erano alfieri.

Essi sostenevano che la Rivoluzione avrebbe trionfato del tutto solo se la “liberazione” del proletariato dalla borghesia sarebbe stata accompagnata dalla “liberazione” della natura dell’oppressione dell’uomo. Non c’è da stupirsi che Marx abbia chiesto la liberazione degli animali, citando Thomas Münzer, leader della rivolta contadina tedesca all’inizio del XVI secolo: “Tutte le creature sono state trasformate in proprietà: i pesci nell'acqua, gli uccelli nell’aria, le piante sulla terra; anche le creature devono liberarsi!” (Sulla questione ebraica, 1844). Più tardi, le scuole neo-marxiste svilupparono il concetto di “imperialismo di specie”, cioè l’imperialismo dell’uomo sulla natura, che rispecchia quello esercitato dalle classi superiori su quelle inferiori e da quelle più forti su quelle più deboli. Svi28 - TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2019

L’ecologia moderna è nata nello stesso periodo in cui Karl Marx e Friedrich Engels svilupparono le teorie comuniste. Il termine “ecologia” venne coniato nel 1866 dal naturalista tedesco Ernst Haeckel. Per ecologia egli intendeva una sorta di “economia della natura” che studiava lo scambio di materia ed energia tra gli organismi viventi e l’ambiente. Con questo, creò le basi scientifiche del moderno movimento ecologico. Discepolo fanatico di Charles Darwin, Haeckel vedeva la natura come un ecosistema in cui organismi più capaci lottano per la sopravvivenza. Come Darwin, anche lui fondò una nuova religione naturalista e panteista che intendeva sostituire il cristianesimo in Germania: la Lega Monista. A differenza del cristianesimo, che fa una distinzione tra l’universo materiale e Dio, il principio primo del monismo è che l’universo è composto da un’unica sostanza. Haeckel scrive:

“Il dualismo (…) divide l’universo in due sostanze completamente distinte: il mondo materiale e un Dio immateriale, rappresentato come suo creatore, reggitore e sovrano. Il monismo, al contrario (...) riconosce una sostanza unica nell’universo, che è allo stesso tempo ‘Dio e natura’, corpo e spirito (o materia ed energia), che considera inseparabili. Il Dio extra-mondano del dualismo conduce necessariamente al teismo; e il Dio intra-mondano del monismo porta al panteismo”.

Secondo Haekel, il monismo vede l’intero universo come un’unità fatta della stessa sostanza. Pertanto, umani, animali, piante e minerali hanno tutti lo stesso valore morale e una fondamentale uguaglianza. Il monismo è essenzialmente panteismo. Come ha scritto lo stesso Haekel: “L’idea monistica


di Dio (...) riconosce lo spirito divino in tutte le cose (...) Dio è ovunque (...) Possiamo quindi rappresentare Dio come la somma infinita di tutte le forze naturali, la somma di tutte le forze atomiche e di tutte le vibrazioni eteree”.

Haeckel insegnava che la natura è la fonte di ogni verità, la sola guida del comportamento umano. Disprezzava la Rivelazione cristiana come un mito abominevole che allontana le persone dalla vera fonte della verità, che è la natura stessa. “Solo nel tempio dello studio della natura si può trovare la verità non adulterata, e (…) la dea della verità dimora nel tempio della natura, nei boschi verdeggianti, nel mare azzurro e sulle cime innevate delle colline - non nell'oscurità del chiostro (...) né nelle nuvole di incenso delle nostre chiese cristiane (…) I percorsi che conducono alla nobile divinità della verità e della conoscenza sono lo studio amorevole della natura e delle sue leggi (...) e non delle cerimonie insignificanti e delle preghiere prive di pensiero”. La società umana, insegnava, deve essere demolita e riorganizzata secondo le regole del mondo naturale. Tutte le istituzioni sociali, le tradizioni e le religioni che separano l’uomo dal mondo naturale devono essere abolite.

Le idee di Haeckel sull’ecologia si diffusero rapidamente alla fine del XIX e anche nel secolo XX. Charles Darwin, Konrad Lorenz, Alexander von Humbolt e Carl Ritter in Europa, e Henry David Thoreau, John Muir, Aldo Leopold, Rachel Carson e David Brower in America, tra gli altri, contribuirono o svilupparono le idee di Haeckel e del monismo. Non c’è da stupirsi che fossero tutti socialisti o di estrema sinistra.

Ecologia profonda

La cosiddetta “ecologia profonda”, sviluppata dal filosofo norvegese Arne Naess negli anni ‘60 e ‘70 e resa popolare dal filosofo americano George Sessions, ha portato ancora più avanti le idee del monismo e dell’ecologia; su di essa si basa quasi tutto il pensiero ecologico attuale.

L’ecologia profonda va oltre le idee radicalmente egualitarie del monismo. Ritiene che tutta la vita non umana, dagli animali agli organismi monocellulari, abbia pari valore dell’uomo e un obiettivo ultimo che non si trova nell’uomo ma in se stessa. Un cane, un fiume, un serpente, una mosca, un microbo, una montagna e un bambino hanno tutti lo stesso valore. Pertanto, la Terra non esiste per servire l’uomo, ma ha un fine in sé stessa.

I suoi seguaci detestano ciò che chiamano “arroganza cristiana verso la natura”. Fu la Chiesa Cattolica che insegnò all’uomo occidentale ad usare la natura per i suoi fini egoistici e a non vivere in comunione con essa, in perfetta uguaglianza, come fanno i buddisti o gli indiani delle Americhe. L’ecologista profondo Chellis Glendinning arriva persino a comparare gli effetti della nostra civiltà moderna al dogma cattolico del peccato originale, definendolo il “Trauma Originale” che presumibilmente causa diffusi disturbi psicologici ed emotivi .

Nel 1890, il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer parlò a nome di molti scrivendo che “l’errore fondamentale del cristianesimo [è] (...) la distinzione innaturale che fa tra l’uomo e il mondo animale, a cui effettivamente appartiene. Considera l’uomo come molto importante e gli animali semplicemente come delle cose”.

“La confusione deriva dal fatto che ci consideriamo indipendenti e superiori alle altre forme di vita, piuttosto che accettare di partecipare come uguali in un mondo apparentemente caotico e totalmente interdipendente dalla vita selvaggia”

Gary Snyder, ecologista profondo

TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2019 - 29


Speciale Sinodo Panamazzonico “Dobbiamo vederci come cibo per gli altri animali, così come loro servono di alimento per noi. Gli esseri umani devono abitare l’ordine biologico, senza privilegi, per essere in armonia con Gaia”

Jack Turner, ecologista profondo

della biosfera”, cioè l’ideologia radicalmente egualitaria dell’ecologia profonda. Altrimenti, ammette che “avremo bisogno di una dittatura per salvare ciò che resta della diversità delle forme di vita (...). Una via ‘morbida’ che richieda una vita in armonia con la natura o una via ‘dura’ che richieda dittatura e coercizione - sono le opzioni”. “Quanto più aspettiamo per apportare le modifiche necessarie, tanto più drastiche saranno le misure richieste”. L’ecologista profondo americano Gary Snyder scrive che quando gli esseri umani si considerano superiori alle piante e agli animali, “ignoriamo la nostra stessa natura e ci confondiamo sul concetto di essere umano. Tale confusione deriva dal fatto che ci consideriamo indipendenti e superiori alle altre forme di vita, piuttosto che accettare di partecipare come uguali in un mondo apparentemente caotico e totalmente interdipendente dalla vita selvaggia”.

Gli ecologisti profondi odiano la civiltà occidentale per il suo ruolo nello stabilire una gerarchia dell’uomo rispetto alla natura. Thomas Berry, un sacerdote passionista nord-americano autonominatosi “geologo”, descrive la civiltà umana contemporanea come una forma di “patriarcato” che opprime il mondo naturale. Per lui, esistono quattro oppressioni patriarcali di base che devono essere distrutte: quello dei governanti sulle persone, degli uomini sulle donne, dei proprietari sui non proprietari e degli umani sulla natura.

Questo egualitarismo arriva a un punto tale che l’ecologista profondo Jack Turner scrive che dovremmo “vederci come cibo” per gli altri animali così come loro servono di alimento per noi. Gli esseri umani devono “abitare” l’ordine biologico senza privilegi rispetto agli altri animali, “per essere in armonia con Gaia”. Se i bisogni umani dovessero entrare in conflitto con quelli dei non umani, gli umani dovrebbero dare loro la priorità. Arne Naess ammette che la società deve cambiare il suo atteggiamento verso la Terra e sottomettersi a quella che chiama la “democrazia del nucleo 30 - TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2019

Gli ecologisti profondi sono entusiasti della vita in comunità e rifiutano la proprietà privata. Gary Snyder scrive che “la complicazione di possedere dei beni, le nozioni di ‘mio e miei’ sono ostacoli che ci impediscono di avere una visione vera, chiara e libera del mondo”.

In effetti, per gli ecologisti profondi, le società più vicine all’ideale sono le tribù primitive degli indiani delle Americhe. Il loro stile di vita è di sussistenza, senza tecnologia, civiltà, gerarchia o proprietà privata, e adorano come divinità la terra, il sole e la natura.

L’ecologista profondo George Sessions elogia le “culture della maggior parte delle società primitive (di caccia/raccolta) in tutto il mondo (...) permeate da religioni orientate alla natura che esprimevano la prospettiva ecocentrica”.

Odio a Dio

Come abbiamo visto, il comunismo e l’ecologia hanno molti principi in comune. Entrambi sono utopici e radicalmente egualitari, rifiutano il cristianesimo e la nozione di un Dio personale, odiano la civiltà dell’Europa occidentale, sono anarchici, difendono l’evoluzione e rifiutano qualsiasi forma di proprietà privata. Di fatto, l’ecologia moderna può essere vista semplicemente come una forma più avanzata di socialismo, con connotazioni quasi religiose. Questo tipo di ecologia fa parte del processo rivoluzionario analizzato da Plinio Corrêa de Oliveira in «Rivoluzione e Controrivoluzione». Commentando l'incontro di Eco 92 sponsorizzato dall’ONU a Rio de Janeiro, dichiarò:


“[La] Rivoluzione ha voluto rovesciare l’autorità ecclesiastica attraverso il protestantesimo, l’autorità temporale attraverso la Rivoluzione Francese e le disuguaglianze socioeconomiche attraverso il comunismo. Ora vuole rovesciare la gerarchia in modo che l’uomo non possa più dominare la natura, ma debba obbedirle. Da re della natura, l’uomo ne diventa servo. A quanto pare, l’ecologia altro non è che la metamorfosi del comunismo. La rivoluzione vuole distruggere l’autorità che Dio ha dato all’uomo sulla natura e metterlo al servizio di qualcosa a lui inferiore. Questo è contro l’ordine della creazione stabilito da Dio. Quindi, a coloro che affermano che il comunismo è morto, rispondiamo che questo egualitarismo ecologico realizza l’utopia egualitaria e anarchica del comunismo”.

Tuttavia, l’elemento comune più importante tra ecologia e socialismo è l’entusiasmo per la vita tribale primitiva, pagana e precristiana, esemplificata dagli indiani delle Americhe.

Già nel 1928, al Sesto Congresso Mondiale dell’Internazionale Comunista a Mosca, i partiti comunisti dell’America Latina furono istruiti a lottare per l’autodeterminazione delle tribù indigene, a produrre propaganda nelle lingue indigene e a tentare di conquistare gli indios alla causa comunista. Negli anni ‘30, i partiti comunisti peruviani e cileni iniziarono a muoversi per la creazione di repubbliche indigene indipendenti nei rispettivi paesi. Nel 1950 i comunisti messicani lanciarono lo slogan: “Autonomia nell’amministrazione regionale e locale” per le popolazioni indigene. E la Seconda Dichiarazione dell’Avana, pubblicata nel 1962 a Cuba da Fidel Castro, invocava la causa degli indios, dei meticci e dei neri con il fine di trasformarli in un potente esercito per la rivoluzione.

L’indio primitivo pre-cristiano delle Americhe funge da modello per il socialismo e per l’ecologia. Fu in America Latina, e in particolare in Brasile, negli anni ‘70, che la sinistra cattolica adottò e attuò tali idee. Il marxista Leonardo Boff, ex frate francescano brasiliano, teologo della liberazione e coautore della Laudato Sii, lo riassume bene quando afferma che “il grido della Terra è il grido dei poveri e il grido dei poveri è il grido della Terra, la nostra Madre Terra” che è “crocifissa ed è nostro compito salvarla, come abbiamo fatto con i poveri per decenni”.

In risposta a questa rivoluzione, nel 1977 Plinio Corrêa de Oliveira scrisse «Tribalismo indigeno: ideale comunista-missionario per il Brasile del XXI secolo».

Lì, il professor Plinio mostrò come i missionari della sinistra cattolica in Brasile vedevano nello stile di vita, nella morale e nella religione degli indios brasiliani l’espressione, nel suo più alto grado, dei principi del socialismo e dell’ecologia. Gli indios primitivi vivono senza capitalismo, proprietà privata, fede o morale cristiana, in armonia con la terra. In altre parole, vivono l’utopia socialista ed ecologica. Pertanto, per salvare la Terra e sé stessi dalla distruzione, gli occidentali devono distruggere le loro istituzioni economiche, politiche e sociali e imitare la vita tribale degli indios amazzonici.

Il vescovo Pedro Casaldáliga, una delle figure di spicco del tribalismo indigeno in Brasile negli anni Settanta, descrive sé stesso e il movimento come “transcomunista”, cioè basato sugli stessi principi del comunismo, ma portati alle più radicali conseguenze, ovvero alla perfetta realizzazione del comunismo. Allo stesso modo, il tribalismo indigeno ecologico che il Sinodo Panamazzonico intende sposare non è altro che il vecchio progetto comunista metamorfizzato.

Il comunismo non è morto, ma vive sotto forma di ecologia. Il verde è il nuovo rosso. L’ecologia è la perfetta realizzazione del sogno egualitario di Karl Marx e la totale sovversione dell’ordine gerarchico che Dio ha stabilito nell’universo. Sarebbe impossibile concepire un maggiore rifiuto di questo ordine.

Preghiamo la Madonna di Guadalupe, patrona delle Americhe e simbolo del trionfo del cattolicesimo sul paganesimo, e della civiltà cristiana sulla barbarie, affinché smascheri e schiacci questa diabolica manovra dentro la Chiesa e nella società. 

Il vescovo “transcomunista” Pedro Casaldálida TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2019 - 31


La vera “inculturazione”

Il barocco andino e la “grazia battesimale” dell’America Latina di Alejandro Ezcurra

32 - TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2019


La civiltà cristiana ha lasciato in America Latina un’ammirevole eredità culturale e artistica che attira sempre più l’attenzione degli studiosi. Tale patrimonio è particolarmente ricco in Perù, in virtù di circostanze storiche e geografiche che risalgono alle origini del cristianesimo nel Nuovo Mondo. Ecco un esempio di buona “inculturazione”, molto diversa da quella proposta oggi dal Sinodo Panamazzonico.

La Plaza de Armas di Cusco, Perù. A sin. la Cattedrale, a dx. la Compagnia di Gesù TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2019 - 33


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La vera “inculturazione”

evangelizzazione dell’America spagnola e portoghese fu un’impresa missionaria senza pari nella storia della Chiesa. Iniziata allo scoccare del Cinquecento, appena un secolo e mezzo dopo era ormai praticamente giunta a compimento su un territorio di oltre 20 milioni di chilometri quadrati: dal Cile all’attuale stato nord-americano dell’Oregon. Un risultato così eccezionale che Papa Giovanni Paolo II potè affermare che, mentre le nazioni europee avevano impiegato diversi secoli per convertirsi, “le nazioni dell’America Latina sono nate cristiane”. L’eroico sforzo per civilizzare i popoli nativi, giuntamente all’opera evangelizzatrice, fece prevalere le usanze cristiane sulle sordide abitudini pagane come il cannibalismo, i massacri rituali, la poligamia, l’incesto, l’aborto, l’infanticidio e altre abominazioni. E mentre la civiltà cristiana si estendeva e prosperava, addolcendo ovunque i costumi, fioriva anche l’ammirevole talento indigeno, dando origine a un meticciato culturale che produsse espressioni artistiche di straordinario valore.

Il Perù e l’espansione del cristianesimo latinoamericano

Per l’espansione di quel primo cristianesimo nell’emisfero meridionale, il Perù ebbe un ruolo provvidenziale, molto analogo a quello della Roma imperiale nella propagazione della Chiesa primitiva. La sua posizione geografica, al centro della costa sudamericana del Pacifico, e l’unità politico-amministrativa raggiunta dagli Incas nel secolo XV, offrivano ottime condizioni per l’avventura evangelizzatrice.

All’arrivo degli spagnoli, l’Impero Inca o Tahuantinsuyo (Federazione dei Quattro Suyo) si estendeva per oltre 5 mila chilometri, dalla Colombia all’Argentina. Su questo immenso territorio si parlava il quechua, originario del Cusco e imposto dagli Incas come lingua franca, esattamente come il latino nelle regioni dominate da Roma. Così, quando al Tahuantinsuyo subentrò il Vicereame del Perù, esso divenne naturalmente l’epicentro dell’emergente civiltà cristiana, sia negli aspetti religiosi sia in quelli socio-culturali.

Come era avvenuto con la Roma imperiale, gli spagnoli costruirono sopra le fondamenta inca. Sotto, il Convento di S. Domenico, costruito sull’antico tempio pagano di Coricancha Pagina a fianco, un magnifico esempio di archittetura coloniale andina: l’Università San Antonio Abad, di Cusco, fondata nel 1692

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Un centro per eccellenza di questa irradiazione fu la città di Cusco, l’antica capitale imperiale inca, situata vicino al versante orientale delle Ande. Lì emerse una scuola d’arte autoctona, che raggiunse l’apogeo verso la fine del secolo XVII, sia nell’arte sacra che in quella profana. Incorporando in una felice sintesi elementi europei e indigeni, questa scuola - chiamata per l’appunto cusqueña - estese la sua influenza su tutto il Vicereame del Perù, ossia su buona parte dell’America meridionale.

Dopo un inizio timido e incerto, in cui l’architettura, la musica e la pittura ricevettero varie influenze - fiamminga, italiana, tedesca e persino gotica (in un’epoca in cui questo stile era già stato abbandonato in Europa) - lo stile autoctono infine si consolidò, assumendo quindi il nome di “barocco andino”. A differenza del barocco europeo, che rappresenta piuttosto una fase di declino rispetto allo stile ogivale del Medioevo - una diminuzione di tono e di profondità, dovuta all’influenza del naturalismo, accompagnata dalla mondanità e dalla conseguente perdita dello spirito soprannaturale - il barocco andino mostra invece una nota di candore e di senso soprannaturale che, nella relativa rusticità delle forme, conferisce a tutte le sue espressioni un grande fascino. È lo stile che esprime al meglio l’identità cattolica dell’America Latina, mostrando l’intensità

della grazia che convertì quei popoli incorporandoli nel cristianesimo. In questo stile possiamo intravedere, se così possiamo dire, l’“innocenza battesimale”, cioè il fascino dell’ingenuità del neoconvertito. Ecco la sua nota più caratteristica e il suo punto di massima attrazione.

Meticciato culturale

Le grandi città del Tahuantinsuyo erano poche e distanti tra loro. L’Impero era, piuttosto, costellato di piccoli centri urbani, fortezze, santuari, centri di stoccaggio di cibo per l’esercito e luoghi di riposo per i viaggiatori chiamati tambo. Ma la popolazione risiedeva soprattutto nelle aree rurali, ed era dunque molto dispersa.

Il lavoro missionario iniziò perciò col raggruppare quelle popolazioni sparpagliate nelle cosiddette doctrinas, cappelle molto semplici circondate da case per i religiosi ed altre costruzioni. Successivamente, le doctrinas furono trasformate in villaggi, con una vita urbana incipiente. Al meno un migliaio degli attuali comuni del Perù provengono da queste doctrinas.

Per evangelizzare queste popolazioni, i missionari applicarono una metodologia davvero geniale, che oggi sarebbe chiamata “inculturazione”, senza però i vizi dell’inculturazione predicata oggi dalle TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2019 - 35


La vera “inculturazione”

Corpus Domini a Cusco: esempio di buona “inculturazione”

Con grande tatto e senso psicologico, i missionari spagnoli seppero trasformare la fastosa ma macabra festa pagana del solstizio d’inverno, in onore del Dio Sole - Inti nel Corpus Domini cattolico Nelle foto, da sopra in senso orario: due confraternite indigene; San Giacomo, Patrono di Cusco; la Madonna di Betlemme; San Biagio

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correnti progressiste che consiste nell’accettare promiscuamente gli elementi buoni e cattivi delle culture pagane native. Con un tatto straordinario, quei religiosi cercarono di salvare e di preservare ciò che nelle usanze aborigene apparteneva alla legge naturale, dandole un senso cattolico e ripulendole da ciò che era invece sbagliato. Un esempio tipico fu la processione del Corpus Domini a Cusco.

Gli Incas erano oltremodo inclini alle grandi e solenni celebrazioni. Ogni solstizio di inverno, che nell’emisfero meridionale corrisponde al 21 giugno, adoravano il Dio Sole, chiamato Inti, realizzando in suo onore, a Cusco, una grande processione, allo stesso tempo magnificamente sontuosa e orribilmente macabra. Dissotterravano i cadaveri mummificati dei monarchi defunti, li ornavano con ricchi tessuti, gioielli e piume, li ponevano sopra lettighe magnificamente addobbate e li portavano in corteo per la città. Ogni mummia aveva il suo seguito di nobili e di guardie del corpo, preceduti da musicisti e ballerini. Donne vestite di gala bruciavano palissandro e altri legni profumati. La chicha, bevanda a base di mais fermentato, scorreva abbondantemente e la cerimonia finiva nell’ubriachezza generale.

Una volta conquistato Cusco, gli spagnoli fecero sparire quelle mummie, dando loro degna sepoltura in un luogo segreto, fino ad oggi sconosciuto. Con tatto, invece di sopprimere la cerimonia, i missionari la adattarono alla solennità del Corpus Domini, che cade nello stesso mese. In questo dimostrarono un notevole senso psicologico. Il falso Dio Sole cedette il passo al Sole di Giustizia, il Santissimo Sacramento, portato in una grande custodia di argento massiccio. Gli orrendi corpi mummificati degli Incas furono sostituiti da splendide e graziose immagini protettrici delle chiese di Cusco – la Madonna di Betlemme, San Giuseppe, San Sebastiano, San Cristoforo, San Biagio e altri – splendidamente vestite. Ogni statua aveva il suo seguito di portatori, musicisti e turiferari.

Questa festa del Corpus Domini “inculturata” soddisfaceva appieno il gusto degli indigeni per il meraviglioso e il fasto. In pochi anni la festa raggiunse un tale prestigio, che da ogni regione del Vicereame, e fino dall’America Centrale, i villaggi inviavano le proprie statue per parteciparvi. In alcuni momenti la processione ebbe più di quattrocento statue! Anche ai nostri giorni, il Corpus Domini di Cusco è una delle più grandi e pittoresche feste del Perù, che attira nella Città Imperiale folle sempre crescenti di fedeli e turisti.

I mitologici huamingas diventati arcangeli archibugieri

Un altro magnifico esempio di “inculturazione” si diede nell’adattamento del culto agli huamingas nella forma di arcangeli archibugieri, tipici della Scuola di Cusco.

La mitologia precolombiana adorava esseri invisibili, metà uomo e metà uccello rapace, chiamati huamingas. Avevano il corpo di un guerriero alato con testa di falco. Nel periodo Inca, gli huamingas furono accreditati come spiriti guardiani dell’Inca e della sua famiglia. E anche qui, con grande senso psicologico, i missionari seppero trasferire questo culto a esseri immaginari al culto dei veri angeli. Per questo crearono un’iconografia completamente originale, in cui gli angeli appaiono come guerrieri alati, riccamente vestiti e impugnando pistole o archibugi. In questo modo davano l’idea di guerrieri estremamente potenti e allo stesso tempo estremamente nobili, simili ma di gran lunga superiori agli inesistenti huamingas. Il risultato di questa trasposizione si rivelò un completo successo: in tutto il Vicereame del Perù, e anche oltre, i nativi adottarono questa iconografia come propria. TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2019 - 37


La vera “inculturazione” A sin. e nella pagina precedente: arcangeli archibugieri, trasposizione al culto cattolico dei mitologici huamingas indigeni

grandi altari dorati, immagini policrome, una grande varietà di dipinti su affreschi o su legno e tessuto, magnifiche cornici, pezzi di argenteria e via dicendo.

Questo magnifico tesoro è figlio del doppio impulso, missionario e civilizzatore, della Chiesa, nato dalle mani di generazioni successive di artisti indigeni e meticci, per lo più anonimi. È degno di nota che fino ad oggi queste opere d’arte continuino ad essere realizzate in Perù e in Ecuador in stile barocco andino. E anche i magnifici pezzi musicali barocchi prodotti in quell’epoca, e a lungo caduti nell’oblio, godono oggi di un rinnovato e sorprendente pubblico favore.

Un evento pittoresco, accaduto qualche anno fa, illustra la persistenza di questo culto. Nel 1993, alcuni dipinti di arcangeli archibugieri nella chiesa del villaggio indigeno di Calamarca, in Bolivia, dovettero essere restaurati. Furono dunque portati al Museo Nazionale d’Arte nel cuore della capitale, La Paz. Gli abitanti di Calamarca, indigeni dell’etnia pacajes, inizialmente si opposero al trasferimento, acconsentendovi solo a condizione che una delegazione del paese accompagnasse i dipinti durante tutto il tempo del restauro, per proteggerli. Fu così che uno stuolo di indiani armati di fucili rimase nella capitale, davanti alla porta del Museo, per l’intera durata del restauro, più di sei mesi. Questo zelo dimostra fino a che punto i nativi si identificarono con l’iconografia barocca in generale, e con i “loro” angeli in particolare.

Una riflessione alla luce della fede

In tutte le Ande, con Cusco al centro, il viaggiatore può trovare fino ad oggi, anche in luoghi molto remoti, bellissimi esempi di arte barocca andina: chiese ed edifici civili in pietra scolpita, con ammirevoli dettagli, come portici, torri, campanili, sculture, soffitti a cassettoni finemente scolpiti,

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Dalla seconda metà del XVIII secolo, tuttavia, le idee illuministe penetrate negli ambienti colti e nella stessa monarchia spagnola, portarono a un declino dello spirito missionario in America. A ciò si aggiunsero le convulsioni della Rivoluzione francese, che provocarono la disgregazione dell’impero spagnolo in decine di repubbliche liberali, segnando l’inizio di un periodo di forte instabilità politica, sociale e religiosa. Con ciò, l’evangelizzazione di quelle vaste regioni ebbe una battuta d’arresto, e il processo di civilizzazione, che è il suo frutto naturale, si troncò quando c’era ancora molta strada da fare. A partire dalla seconda metà del secolo XIX, sotto i pontificati del Beato Pio IX e dei suoi successori, Leone XIII e San Pio X, la Chiesa in America Latina riuscì a recuperare molto del terreno perduto. Ci fu una chiara rinascita della fede e della cultura cristiana tradizionale. Purtroppo, dopo la prima Guerra mondiale, con la diffusione prima dell’American way of life e poi del Comunismo, iniziò un processo inverso di scristianizzazione neopagana, che continua oggi a produrre la sua devastazione.

Così, lo sviluppo culturale e artistico dell’America spagnola, di cui il barocco andino costituisce un’auge, è come rimasto fermo nel tempo, in uno stato di vita latente. Nessun stile successivo è riuscito a tradurre la vera identità spirituale del Paese.

Ma le opere del barocco andino sono tutt’ora visibili. Ci stupiscono e ci invitano a riflettere su quel magnifico passato, nonché sullo splendore culturale che la Cristianità americana avrebbe potuto raggiun-


Un matrimonio sigilla l’unione fra due popoli

È

risaputo che la maggior parte dei Conquistadores prese moglie indigena. Francisco Pizarro, conquistatore del Perù, sposò prima Inés Huaylas Yupanqui, figlia dell’Inca Huayna Capac, e poi Cuxirimay Ocllo, vedova dell’ultimo Inca Atahualpa.

Un matrimonio, però, è rimasto nella storia del Perù come simbolo dell’unione fra i due popoli: quello nel 1572 fra il capitano Martín García de Loyola, nipote di Sant’Ignazio, e la principessa Beatriz Clara Coya, figlia dell’Inca Sayri Tupac, della dinastia Hanan Cusco. Ebbero una figlia: Ana María de Loyola Coya, prima marchesa di Oropesa, unita poi in matrimonio a Juan de Henríquez de Borja, nipote di S. Francesco di Borgia. L’evento venne rappresentato in diversi dipinti di epoca, tutti contenenti elementi simili, compresi Sant’Ignazio di Loyola e S. Francesco di Borgia, quasi fossero stati testimoni di nozze. Il fatto fu portato anche al teatro e alla letteratura.  (Anonimo, Scuola di Cusco, Museo Pedro de Osma, Lima)

gere se gli uomini avessero corrisposto alla grazia di Dio.

Tale riflessione, fatta alla luce della Fede, porta a una certezza: l’“era dell’Immacolata” che San Massimiliano Kolbe previde “per il mondo intero” in sintonia con le promesse di Fatima, metterà fine a tale stagnazione. E anche in America Latina, il “continente della speranza”, il cristianesimo riprenderà il suo cammino ascensionale, in tutti i campi, compresso quello della cultura.

Quale sarà, in quella rinascita, il ruolo del barocco andino e dei suoi derivati?

La storia non va indietro. Non ci sono ritorni al passato. Ma il passato può ispirarci. E nel caos diffuso in cui stiamo entrando - che sta mettendo il Perù e la nostra intera area di civiltà in una situazione paragonabile a quella del figlio prodigo del Vangelo – l’unica via di uscita è il ritorno alla “casa paterna”, cioè allo spirito cattolico del passato.

E in quel ritorno, le meraviglie del barocco e la “grazia battesimale” che simboleggia fungeranno senza dubbio da pista di decollo, da punto di partenza, da ispirazione e da guida per i nuovi stili che emergeranno in armonica continuità con esso. 

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La vera “inculturazione”

La Scuola Quiteña

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entre a Cusco splendeva la Scuola Cusqueña, a Quito, attuale capitale dell’Ecuador, fioriva la Scuola Quiteña. Quest’ultima abbracciava un insieme di manifestazioni artistiche sviluppatesi nel periodo coloniale (sec. XVI-XVIII) che andavano dal nord del Perù fino al sud della Colombia. Come a Cusco, anche questa scuola incorporava elementi europei ed indigeni, in uno stile tipicamente metticcio. Il suo maggior esponente fu, senza dubbio, Manuel Chili (1720-1796), chiamato il Caspicara.

La Scuola Quiteña raggiunse un tale prestigio, anche in Europa, che si dice che il re Carlo III di Spagna abbia affermato: «Non mi interessa che l’Italia abbia Michelangelo, nelle mie colonie d’America io ho il maestro Caspicara». La Scuola fu fondata dalla Corona Spagnola nel 1552, ed era destinata agli indigeni e ai creoli. Comprendeva le facoltà di pittura, scultura, ebanisteria, architettura e copisteria. Contestualmente, si insegnava anche la lettura e la grammatica. La Scuola funzionò fino al 1830 quando, con la proclamazione della Repubblica, venne meno l’ambiente culturale che l’aveva alimentata. 

(Da sopra: Caspicara, La Sacra Famiglia; Anonimo, Madonna del Rosario; la chiesa della Compagnia a Quito, in stile barocco quiteño, tutta ricoperta d’oro zecchino)

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La Madonna di Guadalupe e l’inculturazione

I

l 9 dicembre 1531, e poi in altre quattro occasioni nei giorni successivi, sul colle del Tepeyac vicino a Tenochtitlán, attuale Città del Messico, la Santa Vergine apparve a un giovane indigeno, oggi canonizzato: Juan Diego Cuauhtlatoatzin: “Juanito, il più piccolo dei miei figli, io sono la sempre Vergine Maria, Madre del vero Dio per cui tutto vive, e voglio mostrare tutto il mio amore, compassione, ausilio e difesa per gli abitanti di queste terre”. Era l’inizio dell’evangelizzazione del Messico.

Faceva parte della mitologia azteca l’attesa del ritorno di Quetzalcoatl, il Dio-Serpente piumato. La data, secondo le profezie, coincideva con l’anno 1519. Così, quando il conquistador Hernán Cortés si presentò, l’imperatore Montezuma lo accolse come una divinità. Dieci anni dopo, la stessa Madre di Dio apparve per sigillare l’unione fra i due popoli.

La Madonna si presentò come una giovane donna meticcia, adornata con attributi indigeni e spagnoli, quasi a indicare la via “inculturata” scelta dalla Provvidenza per l’evangelizzazione del Nuovo Mondo. Parlava in nahuatl, non in spagnolo; portava i cappelli sciolti, che nei costumi aztechi indicava verginità, ma, allo stesso tempo, portava attorno al petto il nastro (in spagnolo cinta), che ne indicava la gravidanza; posava i piedi sulla luna, come Regina di quelle terre, poiché in nahuatl Metz-xic-co vuol dire “al centro della luna”; i fiori ai suoi piedi sono Nahuin Olli, simbolo azteca della presenza divina; l’angelo che la sorregge ha le ali con i colori del tzinitzcan, uccello di buon augurio.

Sopra, la Madonna di Guadalupe Patrona delle Americhe e anche dell’inculturazione Sotto, il vero ritratto di San Juan Diego

Gli indigeni videro in Lei Tonantzin, la Madre di Dio, che veniva a mostrare il Vero Dio, Gesù Cristo. La Madonna era gravida dell’Uomo-Dio, ma era anche gravida del nuovo popolo messicano che stava per nascere. Non a caso, la prima cronaca delle apparizioni – Nican Mopohua – fu redatta in nahuatl nel 1556, mentre Juan Diego era ancora vivo, ed era destinata specialmente agli indigeni.

Fu così che, sotto la protezione della Madonna di Guadalupe, gli indios si convertirono in massa. “Vedevamo scene che non si vedevano sulla terra dai tempi dell’Antico Testamento”, scrisse il cronista fra Bernardino di Sahagún, dopo aver battezzato più di diecimila indigeni in un solo giorno.

Dichiara mons. Eduardo Chávez, postulatore della causa di Juan Diego: “Per me, il Messico nasce il 12 dicembre 1531, perché la Madonna prende l’indigeno e lo spagnolo, e da qui manda un messaggio a tutto il mondo. Parla in nahuatl, è stampata su un tilma nahuatl, il suo messaggero è un indiano tolteco. Lei assume la mentalità indigena per dare il messaggio di Gesù come vero Dio vivente. Ma non trascura gli spagnoli, poiché appare come l’Immacolata Concezione, che gli ispanici conoscevano perfettamente”.  TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2019 - 41


La vera “inculturazione”

Santurantikuy, il mercatino di Natale delle Ande

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uando si pensa ai mercatini di Natale, vengono subito in mente i paesi nordici, in particolare quelli germanici. Ebbene, dalla metà del secolo XVI a Cusco, già capitale dell’Impero Inca, si realizza in occasione del Natale il Santurantikuy, ovvero il “mercato dei Santi”, un vero e proprio mercatino di Natale nel cuore delle Ande.

Originalmente, nel mercato si vendevano quadri e statue natalizie di scuola cusqueña. Un tema ricorrente era il Bambino Gesù vestito da Inca, con tanto di mascaipacha (corona imperiale), a simboleggiare la sua regalità (foto sopra). Si vendevano anche mobili in legno intagliato, acquistati soprattutto dalle famiglie benestanti. Con alti e bassi, il mercato natalizio di Cusco è arrivato fino ai giorni nostri, attirando migliaia di visitatori, tra cui non pochi turisti. Si realizza dal 23 al 25 di dicembre, e resta aperto tutta la notte di Natale, fungendo anche da punto di ritrovo per i festeggiamenti dopo la Messa del Gallo. Oggi, la figura più usata è quella del Niño Manuelito, da Emanuele (“Dio è con noi”), nome affettuoso con cui gli indigeni si riferiscono al Bambino Gesù. Un’altra versione è il Bambino della Spina, che raffigura il piccolo Gesù seduto su una sedia mentre si toglie una spina dal piede (foto a sin.).

Tra le tante attrazioni natalizie vanno menzionati anche il grande presepe, in cui si mischiano elementi indigeni e spagnoli, e i famosi retablo ayacuchano, ovvero i colorati presepi in legno di Ayacucho, la seconda città più importante delle Ande peruviane (foto sotto). 

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Il mondo delle TFP

Svizzera: Rosario pubblico

Nel 2017, il Comune di Lugano, Svizzera, aveva negato a Helvetia Christiana (la TFP svizzera) l’autorizzazione a pregare un Santo Rosario in piazza pubblica in riparazione per il pride omosessuale realizzatosi in quella città. Oltre alla solita lobby lgbt, anche il vescovo di Lugano si era schierato col Comune. Helvetia Christiana ha quindi aperto un contenzioso, arrivato fino al Consiglio di Stato (la Corte Suprema del Cantone Ticino), che ha sentenziato a favore della TFP, condannando il Comune di Lugano per “abuso di potere” e “persecuzione religiosa”. Forte di questa sentenza, Helvetia Christiana ha iniziato una serie di Rosari pubblici in diverse città ticinesi. Venerdì 1° novembre, Festa di Ognissanti, è stata la volta di Locarno e Bellinzona (a dx.). 

Bergamo: conferenza sul Sinodo

Organizzata dall’Associazione Charitas in Veritate, di Bergamo, e dalla TFP italiana, nella bellissima cornice dell’Auditorio San Sisto si è realizzata nel capoluogo orobico la conferenza “Sinodo amazzonico: la posta in gioco”. Introdotti da Lorenzo Vitali, del Commitato Summorum Pontificum di Bergamo, hanno parlato Filippo Bianchi, consigliere comunale (Lega), Julio Loredo, della TFP italiana, e José Antonio Ureta, della TFP francese. Ha chiuso la serata S.A.S. Principessa Maria Luisa Gonzaga di Vescovato, presidente di Charitas in Veritate. Hanno partecipato diversi sacerdoti diocesani. 

Colombia: in difesa della vita

Nel 2018, la Corte Costituzionale della Colombia ha emesso una sentenza intimando al potere legislativo di aprire il dibattito sulla depenalizzazione dell’aborto. Seguendo la propria coscienza, i deputati si erano tuttavia rifiutati. È quindi intervenuto il Ministero della Sanità cercando di imporre, tramite una circolare, la pratica abominevole dell’uccisione dei nascituri. Immediata la reazione del Centro Cultural Cruzada, la TFP colombiana. In vistose campagne pubbliche i giovani di Cruzada hanno percorso il Paese distribuendo un manifesto in cui difendevano la vita umana dal concepimento fino alla morte naturale. Rompendo il suo consueto riserbo, anche la Conferenza episcopale ha criticato la circolare del Ministero.  TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2019 - 43


Il mondo delle TFP

CPAC in Brasile

Ogni anno si realizza il Conservative Political Action Committee (CPAC), che raduna gruppi conservatori di tutto il mondo in una sorta di “Stati Generali” del centro-destra. L’incontro, normalmente tenuto a Washington, questa volta ha avuto luogo a San Paolo del Brasile, attirando più di duemila partecipanti. Invitato d’onore, il principe Bertrand de Orleans e Braganza, dell’Istituto Plinio Corrêa de Oliveira. Tra gli applausi della folla, Sua Altezza ha affermato: “Siamo contro il comunismo e contro il socialismo in tutte le sue forme, e non permetteremo che i nostri paesi siano soggiogati da queste ideologie”. 

Brasile: numero speciale di “Catolicismo”

Giovani dell’Istituto Plinio Corrêa de Oliveira hanno diffuso per le vie e piazze delle maggiori città del Brasile un numero speciale della rivista “Catolicismo”, dedicato al Sinodo Panamazzonico. Dopo gli articoli dottrinali, che analizzano in profondità i cambiamenti teologici e pastorali proposti dal Sinodo, la rivista pubblica ben dieci interviste con altrettanti leader indigeni, tutti concordi nel dire che il Sinodo non rappresenta affatto la voce del popolo amazzonico. 

Perù: conferenze nelle scuole

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Come parte del suo apostolato giovanile, Tradición y Acción por un Perú Mayor, la TFP peruviana, ha avviato un ciclo di conferenze nelle scuole medie e superiori della capitale, Lima. Nella foto a sin., per esempio, una conferenza nel Colegio Inmaculado Corazón, nel quartiere popolare San Juan de Lurigancho. Le conferenze si prefiggono di offrire ai ragazzi una visione della Chiesa, della Cristianità, dei problemi che la Fede cattolica deve oggi affrontare e del dovere morale dei cattolici di fronte a tale situazione. Alle conferenze seguono poi circoli di studio e attività ludiche. 


Germania: TFP alla Buchmesse

Da venticinque anni, la TFP tedesca partecipa regolarmente alla Buchmesse di Francoforte, la più grande fiera di libri del mondo, con più di 7.500 espositori provenienti da 109 Paesi. Molto visitato, lo stand della TFP esibiva, in particolare, le pubblicazioni delle sue due grandi campagne: SOS Leben, l’iniziativa per la vita, e Kinder in Gefahr, in difesa della famiglia. Molto richieste anche le pubblicazioni dell’altra campagna della TFP tedesca, Deutschland braucht Mariens Hilfe, dedicata alla diffusione della devozione alla Madonna e al messaggio di Fatima. Il momento storico che attraversa la Germania, con una grande crescita del sentimento conservatore, ha aumentato anche l’interesse del pubblico per la TFP. 

Francia: ciclo di conferenze sul Sinodo Panamazzonico

La TFP francese ha promosso un ciclo di conferenze in diverse città sul Sinodo Panamazzonico, in quei giorni in corso a Roma. Spiegando che il Sinodo ha una lunga storia alle spalle, quella della Teologia della liberazione e, in concreto, della Teologia indigena, il relatore José Antonio Ureta, autore del libro «Il cambio di paradigma di Papa Francesco», ha fatto un’approfondita disanima dei documenti preparatori del Sinodo e del dibattito che esso ha innescato. “Se tutte queste proposte verranno approvate – ha detto – ci troveremo di fronte alla reale possibilità di uno scisma, poiché tutte queste cose non sono secondo il Magistero della Chiesa”. 

Pellegrinaggio al Monte Carmelo

Dopo aver realizzato un pellegrinaggio in Terra Santa, un gruppo di volontari delle TFP si è recato sul Monte Carmelo, dove ha venerato la figura di S. Elia Profeta. Molto sentita la veglia di preghiera nella grotta dove il Dux et Pater Carmelitarum pregava in solitudine (a dx.). Va ricordato che il prof. Plinio Corrêa de Oliveira è stato, per lunghi anni, Priore del Terz’Ordine Carmelitano a San Paolo del Brasile, del quale era divenuto membro proprio per allacciarsi all’eredità spirituale di S. Elia. 

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Olanda: Congresso conservatore

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el prestigioso auditorio della Filarmonica di Haarlem, nei Paesi Bassi, l’associazione Civitas Christiana (la TFP olandese) ha realizzato il suo primo Congresso conservatore, con la partecipazione di 625 persone. L’evento ha avuto molta eco sulla stampa. I più sconcertati erano, chiaramente, i media della sinistra,

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stupiti dal fatto che “un gruppo estremista (sic) abbia potuto riempire l’auditorio della Filarmonica”. Un giornale legato al Partito socialista ha commentato: “Civitas Christiana è un gruppo piccolo. Ma l’esperienza mostra che non va affatto sottovalutato”. Un altro ha espresso incredulità: “In pieno secolo XXI vi sono persone in Olanda che vogliono tornare al Medioevo!”.

L’evento ha avuto inizio alle ore 13,30 con un audiovisivo sul prof. Plinio Corrêa de Oliveira. Introdotto da Hugo Bos, ha aperto i lavori il Duca Paul von Oldenburg, cugino della Regina Juliana e direttore di Civitas Christiana, che ha parlato sulla scristianizzazione del mondo occidentale e sul dovere morale di reagire. “L’Europa è nata cattolica”, diceva Sua Altezza. Questa Europa è oggi minacciata da una rivoluzione liberale e ugualitaria, che finisce per attaccare anche la Santa Chiesa. È seguita una tavola rotonda con quattro relatori, che hanno toccato alcuni temi di attualità: socialismo, immigrazione, ambientalismo, Unione Europea. Fra i relatori, Henk Ryjkers, già direttore


Il mondo delle TFP

del Katholiek Nieuwsblad, che ha parlato sul marxismo culturale. Padre Elias ha, invece, descritto con profondità la crisi dell’uomo moderno, prigionere della sua stessa ragione.

Alla fine, Hugo Bos ha riferito al pubblico le attività della campagna Cultuur onder Vuur (Cultura sotto Fuoco), che si prefigge di difendere la cultura tradizionale nei Paesi Bassi.

Dopo la pausa caffè – allietata dalla musica del grande organo suonato da un giovane volontario – è seguita una nuova tavola rotonda, con l’intervento di due relatori. Mentre uno smascherava le bugie ambientaliste, l’altro allertava contro la minaccia islamista.

Bos ha poi concesso il premio Civitas Christiana 2019 a Jenny Douwes, un’attivista distintasi nella campagna in difesa dello Zwarte Piet, una tradizione natalizia olandese oggi minacciata dalla sinistra laicista. Dopodiché ha rivolto la parola ai presenti, incoraggiandoli a continuare nell’impegno per la difesa della Civiltà cristiana, concretamente in Olanda e in Europa, spiegando il ruolo di apripista di Civitas Christiana.

L’atto si è concluso col canto in piedi dell’inno nazionale Het Wilhelmus. All’ingresso c’erano diversi tavoli con materiale stampato, nonché una mostra fotografica sulle TFP di tutto il mondo.

Dopo l’evento, una cena di gala ha raccolto una cinquantina di collaboratori e amici più intimi, soprattutto giovani, molti dei quali hanno partecipato alle campagne dell’Associazione. Un volontario di Civitas Christiana ha preso la parola per spiegare l’importanza di difendere la bellezza nel mondo di oggi. Alla fine, un signore ha proposto un brindisi in mezzo agli applausi: “Dobbiamo ringraziare Civitas Christiana per aver fatto quello che nessuno riteneva possibile in questo Paese: avviare una reazione contro-rivoluzionaria”. Il giorno prima, un gruppo di “antifa” aveva inscenato una manifestazione contro la TFP all’ingresso della Filarmonica, ma poi non ha avuto il coraggio di mostrarsi durante l’evento stesso. Questa contestazione è una prova che la TFP sta dando fastidio alla Rivoluzione nei Paesi Bassi. 

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L’ultima cartolina di Natale di Plinio Corrêa de Oliveira

Ogni anno, rispondendo agli auguri che gli arrivavano da ogni parte del mondo, il prof. Plinio Corrêa de Oliveira inviava una cartolina di Natale. Trascriviamo il testo dell’ultima cartolina, scritta nel dicembre 1994.

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ella notte di Natale, calma e sublime, nella notte di Capodanno, carica di timori e di speranze, posiamo tutti i nostri desideri ai piedi di Gesù Bambino, che sorride misericordioso sotto lo sguardo rapito di Maria e di Giuseppe. Chiediamo Loro che, per la grazia di Dio, i giorni a venire possano conoscere una profonda rigenerazione della moralità pubblica, oggi in catastrofica decadenza, e che di nuovo si possa levare il soave profumo della Fede vittoriosa.

Che la Santa Chiesa possa finalmente liberarsi dalla drammatica crisi che la attanaglia in questi giorni di confusione e di angoscia, affinché sia riconosciuta da tutti i popoli come l’unica vera Chiesa dell’unico vero Dio, come ispiratrice e Madre di ogni bene spirituale e temporale. Chiediamo a Gesù Bambino che, aprendo gli uomini il cuore alla Chiesa, Essa possa illuminare con la sua luce sfolgorante ogni persona, ogni famiglia, ogni istituzione, ogni nazione.

Profile for Tradizione Famiglia Proprietà

Rivista "Tradizione Famiglia Proprietà", dicembre 2019  

Rivista "Tradizione Famiglia Proprietà", dicembre 2019, dedicata al Sinodo Panamazzonico

Rivista "Tradizione Famiglia Proprietà", dicembre 2019  

Rivista "Tradizione Famiglia Proprietà", dicembre 2019, dedicata al Sinodo Panamazzonico

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