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Anno 1 - Numero 2

Gennaio 2013

Registrazione del tribunale di Napoli numero 6406/12 del 15/11/2012

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Alessandro Liccardo Direttore Editoriale, Responsabile Music Academy

Fabio D’Avino Direttore Responsabile, Graphic designer

Numero di GENNAIO 2013 Hanno collaborato: Marialberta Lamberti, Salvatore De Chiara, Luca Di Lauro, Alessandro Germanò Foto di copertina: per gentile concessione di Adam Rogers Foto p. 6: Per gentile concessione di Adam Rogers Foto p. 8-9: per gentile concessione di Andy Newcombe Foto p. 15: per gentile concessione di Andy Newcombe Foto p. 25: Roberto Scorta - ringraziamento speciale a Riccardo Arena Progettazione grafica: Fabio D’Avino Sito internet: Oriana Gaeta Comunicazione e social network: Alessio Strazzullo I nostri Partners: Riccardo Arena, Plindo, Live to Rock, Maelstrom, Oktopus Music Agency, MusicOff - La Grande comunità online per i musicisti, Live to Rock, Rock Brootherhood, I Make Records, Abeat Press Info e contatti: www.tourbusmagazine.it - info@tourbusmagazine.it Registrazione del tribunale di Napoli numero 6406/12 del 15/11/2012 Tutti i diritti sono riservati

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SCALETTA ON STAGE

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Un Jazzman dal cuore rock: Adam ROGERS BACK STAGE

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Mimmo LANGELLA, da Los Angeles a Soul Town MUSIC ACADEMY

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FOCUS ON: Adam ROGERS BRAND NEW

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Il meglio della musica emergente italiana INTERPLAY

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Antonio Amurri, una penna per la musica

Soundcheck Jimi Hendrix, durante un suo concerto, diede alle fiamme la propria chitarra. Tra i numerosi commenti, è stato detto da molti che il suo gesto fu come un sacrificio. E grazie al sacrificio di qualcosa a cui si tiene molto, si possono raggiungere i propri scopi. Qualcuno, molto prima di lui, disse che “senza sacrificio non c’è salvezza”. Non è un caso che la figura di Jimi Hendrix sia stata interpretata come messianica, oltre che misteriosa, rivoluzionaria e affascinante. Questo mese, in un museo di Napoli, nell’ambito della rassegna intitolata Rock!, è stato dedicato un ampio spazio al chitarrista statunitense, e pezzo forte della mostra è proprio la sua storica Fender Stratocaster. Nel numero di questo mese abbiamo dedicato un piccolo spazio per segnalare questa manifestazione che si pone a metà strada - proprio come la nostra Interplay - tra musica e cultura. E parliamo ancora di chitarra perché il caso ha voluto che stavolta dedicassimo il nostro spazio a questo meraviglioso strumento, pilastro della musica suonata del nostro tempo. In On Stage, abbiamo intervistato in esclusiva ADAM ROGERS, un jazzista dal cuore rock, con un’esperienza alle spalle da far invidia ai più

grandi del momento e di una profondità d’animo fuori dal comune. Adam alle nostre domande si è aperto in maniera sincera e spontanea, regalandoci un’intervista che non dimenticheremo molto presto. In Back Stage, invece, ospitiamo MIMMO LANGELLA, chitarrista napoletano, mirabile didatta e punto di riferimento per un’intera generazione di musicisti napoletani e non che sono cresciuti seguendo i suoi consigli e studiando il suo modo di suonare. Una simpatica notizia per chi ci segue sul web e sulla nostra pagina facebook: proprio negli ultimi giorni il nostro staff ha inaugurato TBM_Review, un blog che accompagna la rivista e che, quotidianamente, viene aggiornato fornendo news sui contenuti dell’ultimo numero, approfondimenti ma soprattutto tanta buona musica, da quella famosissima alla scena underground italiana, che vanta numerosi talenti che aspettano solo di essere scoperti e ascoltati. Sperando che, in questo modo, TBMag possa tenervi compagnia durante tutto l’arco del mese. Buona lettura a tutti. Fabio D’Avino

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ADAM ROGERS

a cura di Alessandro Liccardo

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Un Jazzman dal cuore Rock: Adam ROGERS ADAM ROGERS è un musicista molto complesso da catalogare. Tra i principali esponenti del jazz più moderno, le etichette che addetti ai lavori, riviste di settore e semplici appassionati hanno riferito al suo stile sono diverse e vanno dal post bop all’avantguard, fino ad arrivare, non senza verve polemica da parte dei più intransigenti tradizionalisti, al jazz rock. Ma come tutti gli artisti sinceri, anche Adam Rogers tende a sottrarsi a qualsiasi definizione univoca: nella lunga e intensa intervista che ci ha rilasciato, abbiamo scoperto un lato forse meno noto a chi lo conosce solo come caposcuola di un certo linguaggio chitarristico jazz, superstar al fianco di artisti del calibro di MICHAEL e RANDY BRECKER, JOHN PATITUCCI, CHRIS POTTER, NORAH JONES. Musicista sinceramente appassionato, aperto a 360 gradi e costantemente teso alla ricerca di idee nuove.

Definirti solo un chitarrista jazz è certamente riduttivo. Il tuo stile molto personale risente di influenze diverse, dal funk al rock, dalla musica classica al bebop. Come hai sviluppato un linguaggio così caratteristico? A.R. Essendo cresciuto a New York negli anni Settanta, sono stato esposto a tantissimi stili e generi musicali. I miei genitori erano musicisti e a casa c’era sempre della musica classica o del jazz da suonare o ascoltare. La musica che ascoltavo alla radio da piccolo era di tutti i tipi, dai Temptations a Curtis Mayfield, dai Led Zeppelin agli Steely Dan tra i tanti, ed è stata fondamentale nel mio processo di sviluppo come musicista. Avevo da poco imparato qualcosina sulla chitarra quando qualcuno a scuola mi fece ascoltare JIMI Hendrix. Ne rimasi assolutamente sconvolto, per il suo modo di suonare e per la sua concezione della musica. Mi ricordo di aver pensato che suonasse come una sorta di spirito impossessato, ma psichedelico ed elettrico. Dopo aver ascoltato Hendrix, fui ossessionato dall’imparare a suonare la chitarra in quel modo.

Solo un paio di anni dopo venni esposto al Bebop attraverso un amico che suonava il sax alto. Ebbi un’esperienza simile a quella di Hendrix ascoltando Charlie Parker, John Coltrane e Miles Davis. Così iniziai a cercare di capire come funzionasse ritmicamente, armonicamente e melodicamente quello stile che suonava così diverso da tutto ciò che avevo suonato fino a quel momento. Quando scoprii i Weather Report ebbi anche uno shock simile. Mio padre aveva Heavy Weather e quando lo ascoltai ne fui folgorato. Andammo insieme ad ascoltarli live, credo fosse in occasione del tour per Mr Gone. Fu incredibile per me come per chiunque altro ascoltare qualcuno suonare il basso come faceva Jaco, non si era mai sentita prima una cosa così. In quell’occasione suonarono anche pezzi di Hendrix e avevano uno spettacolo molto curato anche sotto il profilo visuale. La cosa mi fece pensare che anche a loro piacesse il rock, la musica che più di tutte mi aveva affascinato. Sentivo le varie influenze anche se non capivo proprio tutto quello che stava accadendo. Fu probabilmente l’influenza

più grande per la mia ricerca di una chiave per capire cosa succedesse realmente nel jazz. Ho avuto fantastici insegnanti quando iniziai come Barry Galbraith e Howard Collins, mentre un grandissimo maestro di nome Tony Baruso mi mostrò le basi teoriche del jazz in modo molto chiaro e comprensibile. Quando arrivò il momento di decidere se volevo continuare con una formazione accademica avanzata, decisi di studiare musica classica pensando che mi avrebbe dato grandi benefici anche per lo studio del jazz, per questo non sentii la necessità di andare in una scuola dove si studiasse esclusivamente jazz. Pensai che la mia musicalità sarebbe migliorata studiando la chitarra classica e le sue tecniche, cosa che effettivamente avvenne in maniera drastica e articolata. La chitarra classica mi attraeva anche perché iniziai ad ascoltare grandi interpreti come Julian Bream e Andres Segovia tra i tanti. A quel tempo credevo che per diventare un musicista professionista dovessi essere in grado di padroneggiare stili e generi anche molto diversi. Certo la mia attenzione principale era rivolta alla musica improvvisata

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suonare con Michael Brecker e’ stata una delle piu’ grandi esperienze musicali che abbia mai avuto. Era un grande uomo dal quale ho imparato tantissimo

ma pensai che fosse una buona idea essere quanto più possibile preparato per fare i conti col mondo reale del lavoro. Tutto quello che ho studiato è stato molto utile nella costruzione del mio stile personale. Dopo la scuola ho iniziato a suonare molto e qualsiasi cosa mi si proponesse, dalla classica al funk al jazz. Ho sempre avuto un interesse che definirei organico per diversi stili e generi. Imparare a suonare generi diversi richiede che almeno in alcuni momenti la tua identità venga messa da parte per suonare esattamente quello che un dato stile richiede, cosa che reputo molto utile quando sei un professionista al quale è richiesto un certo grado di versatilità. Se poi la tua identità è particolarmente forte verrà fuori comunque in qualsiasi genere tu suoni. La chitarra ha così tanti suoni interessanti e fantastici. La Telecaster, la Stratocaster, il suono dell’accoppiata Les Paul–Marshall, ma anche la chitarra classica… Amo esplorare tutti i colori che una chitarra può produrre. Sei senza dubbio uno dei principali esponenti di quello che è il jazz contemporaneo. Credi che questo stile si stia evolvendo in qualcosa di diverso aprendosi a contaminazioni con altri generi?

Credo che il jazz nel corso della sua evoluzione sia stato estremamente caratterizzato da artisti che hanno incorporato nel loro stile influenze stilistiche molto diverse. L’impatto della musica indiana in John Coltrane per esempio, l’influenza del rock e del funk in chiunque da Miles ad Alber Ayler, dai Weather Report ad Herbie Hancock e così via, la stessa musica classica che ha rappresentato un riferimento importante per molti come Duke Ellington ed Anthony Braxton. Non credo in un cambiamento radicale. Piuttosto penso che ci sia in ogni forma d’arte in momenti precisi della sua evoluzione, una tendenza più generale ad allargare lo sguardo al di fuori del proprio perimetro alla ricerca di stimoli ed altre informazioni. Per me il requisito necessario per queste influenze è che trovino una dimensione organica nella musica della quale divengono parte. Se un particolare artista cerca di integrare varie influenze nel suo stile perché trova queste “altre musiche” rilevanti per lui, questa è un’ottima cosa. Come ascoltatore io voglio ascoltare queste influenze pienamente espresse, per esempio se uno vuole avere un sound che suoni rock deve farlo esplicitamente, senza allusioni. A volte la combinazione poco chiara di stili diversi crea

degli ibridi un po’ confusi e questo non è molto interessante. Se uno è profondamente influenzato da uno stile particolare, credo che sia quasi impossibile tenere queste influenze nascoste nel suo modo di suonare o comporre se c’è onestà e sincerità artistica. Che cosa puoi raccontarci della tua esperienza con Michael Brecker? Suonare con Michael è stata una delle più grandi esperienze musicali che abbia mai avuto. Non c’è bisogno di dire quanto lui fosse incredibile come musicista, ma aggiungo che era realmente un grande essere umano dal quale ho imparato tantissimo non soltanto suonandoci insieme ma anche standogli intorno. Oltre alle sue ovvie abilità musicali e sassofonistiche, era in grado di esprimere una straordinaria energia comunicativa ed un senso profondo di passione e intensità nel suo modo di suonare. Suonando con lui non si poteva rimanere indifferenti al suo talento. La sua energia, abilità e trasporto emotivo tra le altre cose rappresentano una grandissima influenza nel mio modo di pensare la musica. Suonare con lui mi ha fatto riflettere molto profondamente sulla mia relazione con tutto questo. L’influenza derivata dal suonare con lui molto

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frequentemente, del ricercare dentro di sé qualcosa da mettere in musica e condividere con gli altri, è una cosa alla quale non posso rendere giustizia cercando di descriverla a parole. È stato estremamente e profondamente determinante per me. Credo che fosse, come tutti i grandi artisti, in costante ricerca di nuove idee da scoprire ed elaborare. Mi sento veramente fortunato per aver avuto la possibilità di suonare con lui. La tua musica e le tue composizioni sono molto articolate ma sembrano sempre molto naturali e fluide, mai artificiose. Quale è il tuo approccio alla composizione,

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come nasce la tua musica? Il mio modo di comporre è molto vario e dipende da diverse cose. Di solito parto da idee iniziali molto naturali e spontanee che poi cerco di sviluppare. Può essere una melodia o un groove o qualcosa che riguarda una linea di basso o una progressione armonica per esempio. Alcune volte parto dall’idea di scrivere un particolare tipo di brano basato su di un’esigenza programmatica di un disco: se per esempio sto cercando di equilibrare alcune tipologie di brani con tempi e stili diversi per la sequenza di un disco posso decidere di voler scrivere un pezzo veloce o lento sebbene molto spesso

finisco col comporre cose che si allontanano drasticamente dall’idea di partenza. Cerco di mantenere sempre una mentalità aperta riguardo a ciò su cui sto lavorando. Utilizzo anche una sorta di tecniche astratte di contrappunto come per esempio cercare di mettere insieme due linee melodiche che non necessariamente seguono regole armoniche prestabilite. Mi interessa cercare di esplorare aree insolite che possono sorprendermi compositivamente. Dopo che ho scritto qualcosa che reputo sia finito o quasi, cerco di riascoltarla e suonarla il più possibile per capire se realmente funziona. Se scrivo cose in tempi dispari, ripeto


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la parte molte volte per essere sicuro che il tutto suoni naturale, cioè che quella melodia o quel groove siano sinceri nella metrica che ho scelto. Cerco sempre di essere sicuro che tutto ciò che scrivo lo sento davvero. Quali sono I tuoi progetti per il nuovo anno appena iniziato? Oltre ai progetti nei quali sono coinvolto come sideman, al momento ho due gruppi sui quali mi sto concentrando. Uno è una sorta di quartetto acustico per il quale ho composto musiche nel corso degli ultimi due anni che è formato da vari musicisti a rotazione. Diciamo che suona come la sintesi dei concetti che

ho sviluppato nei miei precedenti cinque dischi. Chitarre elettriche ed acustiche, pianoforte, basso acustico e batteria. Sto cercando di esplorare nuove idee compositive ed esprimerle con questi strumenti. Ho in programma di registrare questo progetto quest’anno dato che oramai ho la maggior parte del repertorio pronto. L’altro impegno al momento è un gruppo col quale lavoro da un po’ di anni che si chiama Dice. È composto da me, Fima Ephron al basso e Nate Smith alla batteria. Ci sono un sacco di influenze funk, rock e non solo, espresse nella musica che scrivo per questa band. È un progetto molto divertente. Era qualcosa

che volevo esplorare da tanto tempo così che potessi comporre e suonare con quell’idea di sound in una sorta di trio rock molto essenziale. Nate e Fima sono perfetti per questo progetto ed entrambi hanno un groove pazzesco, musicalità e tecnica. Anche per Dice è previsto che registreremo quest’anno. Con questi due progetti e con tutte le altre cose che faccio, cerco sempre di continuare ad imparare, crescere e scoprire nuove cose nel mio modo di suonare e comporre. Il processo di scoperta per un artista ed un essere umano in generale, è forse l’aspetto più importante della ricerca, ed è anche estremamente divertente!

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MIMMO LANGELLA

a cura di Alessandro Liccardo

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Mimmo LANGELLA, da Los Angeles a SOUL TOWN Chi conosce anche solo superficialmente l’universo chitarristico tricolore non può non essersi imbattuto almeno una volta nel nome di MIMMO LANGELLA. Chitarrista napoletano di grande esperienza, Mimmo è un professionista di prim’ordine che ha saputo costruirsi nel corso degli anni una carriera di tutto rispetto costellata da collaborazioni illustri unite ad una produzione personale di grande qualità e spessore.

Dopo i due ottimi The Other Side del 2002 e Funk That Jazz del 2008, dove compariva come guest d’eccezione SCOTT HENDERSON in due brani, nel 2012 MIMMO LANGELLA ha dato alle stampe un nuovo lavoro discografico dal titolo SOUL TOWN (Smoothnotes Publishing - GBMUSIC) dove la pronuncia groovy dei primi due dischi si arricchisce di colorature soul jazz. Le influenze di Grant Green e John Scofield si uniscono a richiami ad Herbie Hancock e Joe Zawinul creando un’alchimia ed un sound d’insieme molto caratteristico che ben supporta lo stile chitarristico personale ed ispirato di Langella. Ad una sezione ritmica più che rodata ed affidabile formata da Guido Russo al basso

e Pasquale De Paola alla batteria, si affianca l’hammond di Tommy De Paola che per tutte ed otto le tracce del disco dialoga ed interagisce con la chitarra dividendosi tra ritmica e solista. Tra i momenti di maggiore intensità del disco sicuramente si segnala l’opener Green Tuesday dove Mimmo mette in mostra un fraseggio solido e maturo, la delicata ballad Messers P.N. e la bella versione di Work Song di Nat Adderley. Abbiamo avuto l’occasione di scambiare quattro chiacchiere con Mimmo in occasione di un suo recente concerto in un bel club del napoletano, dove ci ha regalato la sua testimonianza di passione per la musica e grande professionalità.

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back stage Mimmo partiamo da Soul Town. Raccontaci la genesi del nuovo disco. M.L. Tutto è iniziato un paio d’anni fa quando ho messo su un Organ Trio con i fratelli De Paola. Abbiamo suonato un po’ in giro nei club con un repertorio di classici del Soul Jazz e qualche brano originale. Inizialmente volevo registrare in trio questo materiale, poi, su suggerimento del mio batterista Pasquale De Paola, ho scritto nuovi brani apposta per il disco ispirandomi ai classici che erano in scaletta. Inoltre ho pensato di registrare con il basso per avere un suono più groovy. È appena uscito il nuovo disco. Cosa è cambiato nel tuo approccio al fare ed al vivere nella musica nel corso degli anni? M.L. Beh, i tempi cambiano e negli ultimi anni devo dire che si suona e si registra sempre meno, anche perché si vendono sempre meno dischi, questo anche prima della crisi economica che ha investito il nostro paese. Era dura, oggi è durissima; è davvero

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difficile trovare le energie per nuovi progetti, la passione c’è sempre, ma a volta questa da sola non basta. La competizione è aumentata e si deve combattere anche con la concorrenza sleale di chi suona anche solo per le “spese”. Per quanto riguarda il fare musica, non è cambiato molto: compongo da sempre con il mio strumento con l’aiuto di un piccolo sequencer Yamaha, provo il materiale con la mia band in sala prova e poi dritti sul palco. Dopo una decina di concerti di rodaggio, si entra in studio per registrare il disco suonando tutti insieme, senza sovraincisioni, né riprese di errori, tutto live, senza trucco e senza inganno. Così ho registrato tutti e tre i miei dischi. Fai parte della prima generazione di chitarristi italiani che hanno attraversato l’oceano per andare a studiare al famigerato GIT di Hollywood. Quanto questa esperienza ha determinato il tuo essere professionista nella musica e che differenze sostanziali hai riscontrato con la mentalità e la didattica italiana?


www.tourbusmagazine.it M.L. L’esperienza americana mi è servita molto per acquisire una maggiore fiducia in me stesso e approfondire le mie conoscenze musicali e strumentali. Per me è stato un sogno diventato realtà, da quando avevo 17 anni sognavo di andare a studiare negli USA, dopo un’esperienza ai seminari estivi della Berklee a Umbria Jazz. In quindici giorni imparai tantissimo e mi resi conto che nella didattica moderna gli americani erano avanti anni luce, decisi allora che dovevo andare a studiare lì. Avevo 24 anni quando sono partito per Los Angeles, è stata un’esperienza fantastica; hanno una didattica efficiente e pragmatica, hai un insegnante per ogni materia, fai lettura con uno bravo in lettura, fai improvvisazione con uno bravo nell’improvvisazione, e così via, con programmi chiari, concisi e funzionali.

FUNK THAT JAZZ (2008)

In una vecchia intervista ti definivi troppo blues per essere jazz e troppo funky per essere blues. Etichette troppo stringenti possono rappresentare un freno alla creatività ed alla ricerca della propria voce sullo strumento?

Soul Town arriva a quattro anni di distanza dal precedente Funk that jazz che proprio in questi giorni è di nuovo disponibile con edizioni GBMUSIC, nel quale la chitarra di Mimmo duettava con un pezzo di storia del jazzfusion d’oltreoceano: SCOTT HENDERSON. Il chitarrista americano che nel corso della sua carriera ha collaborato con artisti incredibili, da CHICK COREA a JOE ZAWINUL, compariva in due brani, Up two e Harmony of soul, aggiungendo col suo stile chitarristico unico e coinvolgente, valore ad un disco già molto interessante di suo.

M.L. Sì, sai? Quando non sei “catalogabile”, non riesci neanche a essere presente nei cartelloni dei festival di jazz, né in quelli di blues, tantomeno nelle programmazioni dei club specializzati, è una strada in salita, ma a me piace questo mix di jazz, funk, blues e R&B, è un “suono” che ho in testa e che cerco di perfezionare a ogni nuovo disco. Fino a dieci anni fa un musicista professionista era impegnato in studio di registrazione quanto e forse più che nel suonare live. Con la diminuzione dei turni in studio come si è evoluta la professione del chitarrista oggi? M.L. Semplice: è diminuito il lavoro! Personalmente ho fatto sempre poche session, sono sempre stato più attivo nel campo della didattica e dei live, ma ho realizzato anche musiche per spettacoli teatrali e ho prodotto il disco Naïf di Marcello Coleman tra le altre cose; oggi l’unico settore che tiene ancora mi sembra sia quello della didattica.

soul town Per concludere, che consiglio puoi dare ai giovani che vogliono fare della musica il proprio lavoro? M.L. Studiate e suonate più che potete, non siate superficiali, la musica è una cosa seria. E... comprate i dischi!

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MUSIC ACADEMY

a cura di Alessandro Liccardo Classe 1987, dopo il diploma in chitarra alla TECH MUSIC SCHOOL di Londra rientra in Italia dove è molto attivo come session player in ambito pop, rock e jazz. Nel 2010 ha pubblicato il suo primo disco fusion dal titolo MAIN STREET PROJECT. Si occupa da anni di insegnamento collaborando con diverse scuole italiane. Maggiori info su www.alessandroliccardo.com.

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Focus on: Adam ROGERS Adam Rogers si è imposto negli ultimi anni come vero e proprio caposcuola di un certo modo di intendere il jazz moderno dove la tradizione del bebop si unisce a contaminazioni ed influssi eterogenei. Dunque oltre il jazz sono tante le influenze evidenti nel suo modo di suonare che vanno dalla classica al funk e su tutte il rock-blues. Il tipico suono clean a toni chiusi della 335 che utilizza nei brani più pop e nelle ballad, lascia spazio a crunch grintosi ed aggressivi conditi con bending e vibrati chirurgici che gli permettono di sfruttare al massimo le potenzialità delle sue Telecaster, Strato e Les Paul. Un jazzista molto sui generis per tecnica, linguaggio e ricerca del sound.

Questo mese, traendo spunto dalla ghiotta intervista che trovate nella rubrica On Stage, abbiamo deciso di focalizzare la nostra attenzione su questo fantastico musicista ma non potendo sintetizzare in poche pagine il suo universo musicale complesso e variegato, abbiamo optato per una tematica specifica molto interessante che, tra le altre, trova spazio nel suo approccio chitarristico. In questo numero di TBMag ci occupiamo di combinazioni triadiche per improvvisare su accordi di settima alterati. L’idea di scomporre accordi estesi in gruppi triadici (spesso due triadi secondo il sistema detto triad pairs) è un meccanismo molto diffuso nell’universo jazz e fusion americano ed anglosassone. Già in uso negli anni Settanta, è tornato particolarmente in voga negli ultimi anni grazie a musicisti come Michael Brecker e George Garzone (che ha inventato un complesso ed interessante sistema per il fraseggio triadico detto triadic chromatic approach) e affiora spesso nelle idee melodiche di improvvisatori dal gusto moderno come Adam Rogers, Chris Potter, Tim Miller. Nel jazz l’abitudine di alterare la quinta o la nona (o entrambe) negli accordi di settima dominante

funzionali è talmente frequente da essersi diffusa la pratica di indicare questi accordi usando solo il nome di “settima alterata” lasciando alla sensibilità degli improvvisatori e quindi degli accompagnatori, la scelta di quali note andare a modificare di volta in volta. Come è noto l’alterazione della quinta o della nona in senso ascendente o discendente contribuisce ad accrescere la tensione armonica interna all’accordo di settima in funzione della sua risoluzione successiva. Vediamo di seguito una serie di esempi triadici volti ad enfatizzare le chord tones di un C7alt (alterato). Le triadi prese in esame derivano dall’armonizzazione della scala di Db minore melodica. Questa soluzione armonica, cioè quella di utilizzare su un accordo di settima alterato la scala minore melodica costruita mezzo tono sopra, è piuttosto diffusa: la scala risultante considerando la tonica dell’accordo alterato (Db minore melodica suonata partendo dalla nota C), ha tutte e quattro le note potenzialmente alterabili, le due quinte diminuita ed aumentata (Gb e Ab/G#) e le due none diminuita (o più correttamente minore) ed aumentata (Db e Eb/D#). Questa scala non è altro che il settimo modo della minore melodica chiamato superdorico, anche detto (jazz) altered.

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music academy Nei primi due esempi vediamo delle frasi che utilizzano la coppia di triadi Bbdim e Eaug (enarmonica di Fbaug, terzo grado di Db minore melodica). La triade di Bbdim è formata dalle note Bb, Db e Fb (enarmonica di E), rispettivamente settima, nona bemolle e terza maggiore di

C7. Eaug è formata invece da E, G# e B# (enarmonica di C) che rispetto a C7 sono terza, quinta aumentata e tonica. L’unione di queste due triadi suonate sopra C7alt enfatizzano l’alterazione della nona (bemolle) e della quinta (aumentata).

ESEMPIO 1

L’ESEMPIO 2 presenta una figurazione più interessante:

Nelle prossime frasi vediamo la superimposizione delle due triadi di Db minore e Eb minore all’accordo di C7alt. Questa soluzione va scelta con particolare cura essendo decisamente dissonante: queste due triadi presentano infatti al loro interno tutte le alterazioni possibili di quinta e

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nona rispetto alla tonica C. Db: Db (nona bemolle di C), Fb (enarmonica di E) e Ab (enarmonica di G#, quinta aumentata di C) Eb: Eb (enarmonica di D#, nona aumentata di C), Gb (quinta diminuita di C), Bb (settima minore di C).


www.tourbusmagazine.it ESEMPIO 3

Nell’ESEMPIO 4 possiamo osservare un esempio di rhythmic displacement con accenti spostati che cadono ogni cinque sedicesimi:

Nell’ultimo esempio vediamo l’utilizzo sopra un C7alt di varie triadi derivanti dalla scala di Db minore melodica combinate con la scala stessa. Abituarsi a visualizzare le triadi all’interno delle scale semplifica di molto questo approccio; avendo padronanza dell’andamento intervallare e

quindi triadico interno alla scala minore melodica e alle scale ottofoniche diminuite, sarà possibile ampliare di molto le combinazioni possibili per enfatizzare le chord tones dell’accordo di settima alterato con ulteriori soluzioni rispetto a quelle proposte.

ESEMPIO 5

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BRAND NEW

a cura della Redazione

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Emergenti, la promozione è targata INDIEVIDUI

La musica emergente ha un altro canale per dare spazio alle sue novità: da un’idea di Saverio Monda, insieme alla grafica Sanny Di Sarli e la criticamusicale Micaela De Bernardo, nasce INDIEVIDUI, progetto che ha come scopo quello di valorizzare la cultura e il territorio campano attraverso la musica indipendente. Armati di telecamera, lo staff di INDIEVIDUI si avventura nei luoghi più bui e silenziosi della regione, trasformandoli in set musicali dove si esibisce la band di turno. E’ dal 7 settembre che INDIEVIDUI rinnova l’appuntamento settimanale su Youtube invitando artisti in piena attività nella panorama degli emergenti italiani. Le location per i video sono scelte accuratamente in base anche al messaggio lanciato dalla band, e la musica si trasforma in componente essenziale per la rinascita del territorio che la ospita. Per comprendere pienamente la mission di INDIEVIDUI non resta che andare su Youtube, digitare il nome del progetto, e dare uno sguardo ai numerosi video pubblicati fino a oggi.

l’appuntamento è ogni settimana su YOUTUBE

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brand new

Giuseppe del re: un crooner d’alta scuola Giuseppe Delre non è certo un nome nuovo nel panorama jazzistico tricolore. Basti ricordare su tutti il premio come Best Jazz Singer 2010 attribuitogli agli Italian Jazz Awards 2010. Una carriera relativamente giovane ma in grado di far invidia a molti: già docente di canto pop presso il conservatorio di Piccinni di Bari, la passione per il jazz è ciò che più di ogni altra cosa caratterizza la voce calda ed avvolgente di Delre che oltre ad essersi contraddistinto come raffinato interprete (è del 2009 un ottimo disco nel quale si confrontava col repertorio di Cole Porter affiancato da una big band di dieci elementi guidati dal trombettista beneventano Luca Aquino), si dimostra nel suo ultimo disco Gateway To Life, uscito nel 2012 per Abeat Records, autore elegante ed ispirato. Le dodici tracce che compongono il disco sono tutte composte dal cantante pugliese

ad esclusione dell’arcinota E se domani di Carlo Alberto Rossi e Yesterday del combo LennonMcCartney. Alternandosi tra brani in italiano e in inglese, Delre ha tutte le caratteristiche del crooner di grande classe riuscendo a non essere mai nostalgico o di

maniera negli arrangiamenti e nella performance vocale dove mette bene in luce uno stile riconoscibile e personale. Un artista da seguire con molta attenzione per tutti gli amanti del jazz ed in generale della musica di qualità.

Hiro, In The Middle Of Nowhere È napoletano il quartetto Hiro che ha appena pubblicato per la 80055 Records il suo disco d’esordio, ma sentendo i dieci brani dell’album potreste tranquillamente scambiarli per una band originaria di Manchester o Liverpool. In The Middle Of Nowhere sembra uscito dal garage di un qualsiasi sobborgo del Regno Unito, miscelando proto punk, new wave e psichedelia, in una parola indie rock come oggi va tanto di moda definire un genere che fa dell’originalità e dell’anticonformismo il suo carattere principale. I quattro ragazzi hanno grinta ed energia e tra un richiamo ai Joy Division e ambienti larghi ed eterei in perfetto stile Pink Floyd, hanno messo su una track list intensa e senza dubbio degna d’attenzione. La sensazione che si percepisce è quella di ascoltare una band che seppure con qualche incertezza tipica delle opere prime, ha sintetizzato nelle sue canzoni un percorso di ricerca lungo e forse anche doloroso, dove composizione, arrangiamenti e produzione sono stati curati con l’attenzione necessaria. In definitiva un progetto come se ne vedevano tanti anni fa, quando chi faceva musica aveva ancora voglia di gavetta, sacrifici e passione. In un tempo di musica da fast food, successi che non durano una stagione e meteore che di reality hanno solo la provenienza, gli Hiro ci regalano una cartolina da un’epoca che sembra dimenticata.

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INTERPLAY

a cura della Redazione

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Antonio Amurri, una penna per la musica “La morte è il momento più importante della vita: godiamocelo. Bisogna che mi concentri. Non voglio perderne neanche un attimo: si muore una volta sola”. Attraverso le parole di Antonello Rossi, il protagonista di Stavolta m’ammazzo sul serio (Mondadori, 1977), Antonio Amurri, poliedrica figura della letteratura italiana, ci insegna a prendere la vita con leggerezza, perché, per quanto ci si sforzi, nessuno ci prenderà sul serio.

A vent’anni dalla sua scomparsa, datata 18 dicembre 1992, vogliamo rendere omaggio alla figura dell’autore musicale. La sua penna, infatti, ha firmato decine e decine di brani della musica leggera italiana. Un umorista che sapeva far riflettere e, a volte, anche innamorare. Nel 1958 presta le sue parole a Piccolissima Serenata, brano cantato da Teddy Reno (il cantante preferito da TOTÒ) e da Renato Carosone. “Mi farò prestare un soldino di sole perché regalare lo voglio a te”. Versi leggeri che ricordano un’Italia lontana. Gli anni ’60 sono anni di protesta, dei Beatles, del boom economico. Antonio Amurri scrive brani per i più grandi interpreti del decennio, da Domenico Modugno (Come si fa a non volerti bene) all’Equipe 84 (Prima di cominciare), da Gianni Morandi (Si

fa sera e Chimera) a Fred Bongusto (Gi), passando per quella con Mina che, in musica, è sicuramente tra le sue collaborazioni più note. Nel 1962 il brano musicato dal maestro Gianni Ferio ci racconta del totale abbandono all’amore: “Il mondo è diventato niente improvvisamente, improvvisamente, perduta tra le tue braccia”. Il totale abbandono diviene il marchio di fabbrica per le liriche di Amurri. 1966, Sono come tu mi vuoi (brano che, nel recente passato, è stato ripreso da Irene Grandi). “Sono come tu mi vuoi e t’amo come non ho amato mai, io sono la sola che possa capire tutto quello che c’è da capire in te”. L’amore è gioco a due ed Amurri sottolinea, anche grazie ad una sensualissima Mina, come ci si possa annullare per qualcuno, “aspettando in silenzio che tu ti accorgessi di me”.

Nel 1967 l’adattamento in italiano del brano A banda di Chico Buarque insieme a Se c’è una cosa che mi fa impazzire consentì alla Mazzini di restare in classifica per ben tre mesi. Sulla scia de La banda, grazie all’arrangiamento del Maestro Canfora, il brano Conversazione fonde le sonorità brasiliane alle liriche della musica leggera nostrana. Una storia ormai finita e per la quale “è inutile tentare ancora, non c’è soluzione” e ancora “cerca un altro argomento di conversazione”. Vorrei che fosse amore (1968) riprende il canovaccio del totale abbandono all’amore, “Se c’è una cosa al mondo che non ho avuto mai è tutto questo bene che mi dai. Vorrei che fosse amore, ma proprio amore amore, la cosa che io sento per te”. Luca Di Lauro

IL RICORDO Ad Antonio Amurri va dato atto del suo immenso lavoro, anche nel mondo della musica. Le sue liriche ci consegnano un autore sincero, semplice ed indubbiamente lontano dal satirico scrittore di Come ammazzare la moglie, e perché. Un autore che, attraverso le sue infinite collaborazioni (tra i tanti, Vito Pallavicini, Lelio Luttazzi, Bruno Canfora) ci ha consegnato oltre un decennio di storia della musica italiana, lasciando la possibilità di riporlo in un cassetto, oppure di ricordarlo e riascoltarlo, facendo nostro quanto di meglio gli anni ’60 ci hanno regalato.

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interplay

NAPOLI,”ROCK!” al museo PAN di Napoli: in esposizione la chitarra di jimi hendrix BEEN CAUGHT STEALING ARTISTA: Jane’s Addiction REGIA: Casey Niccoli ANNO: 1990

Al museo PAN di Napoli, fino al 24 ottobre, il rock si mette in mostra con la manifestazione denominata ROCK!, diretta da Carmine Aymone e Michelangelo Iossa e organizzata in collaborazione al Comune di Napoli. La rassegna, arrivata al terzo appuntamento, ha in serbo una sorpresa particolare per tutti gli appassionati di musica, specialmente per i chitarristi: in occasione del 70esimo anniversario della nascita di Jimi Hendrix, gli è stato dedicato un ampio spazio dove è stata esposta tra le altre cose, pezzo forte della mostra, la sua mitica Fender Stratocaster.

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Non se la prendano a male i fan dei NIRVANA, degli SMASHING PUMPKINS e soci. Il vero alternative rock, a cavallo tra gli ’80 ed i ’90, era in mano al quartetto costituito da Perry Farrell (voce), Dave Navarro (chitarra), Eric Avery (basso) e Stephen Perkins (batteria), di origine losangelina, annata 1985: ovvero, i JANE’S ADDICTION. Sono bastati loro due album per entrare nell’olimpo del cult (e nelle grazie della Warner): nel 1988, Nothing’s Shocking strapazza le platee con ritmi indiavolati mai ascoltati prima ed influenze new age e sonorità mai così melodiche, che conquista il pubblico di nicchia, fondendolo con l’audience più elevata (l’acustica Jane Says rimane la loro hit per eccellenza – grazie anche alla sua esorbitante semplicità d’esecuzione). Due anni dopo, è il turno della consacrazione con Ritual De Lo Habitual, che li porta all’apice creativo (con pezzi degni del miglior prog-rock e di scatenati pezzi per i metallari più sfegatati), ma anche al precoce scioglimento (salvo poi ritornare insieme, con lievi cambi di formazione, nel 2003, rimanendo attivi ancora adesso). La traccia più famosa dell’album rimane tuttora Been Caught Stealing, che raccolse un deciso successo, merito anche del relativo clip. Diretto da Casey Niccoli, godette di una meritata fortuna, grazie al brio delle immagini, che seguono un ladruncolo vestito da donna che si aggira per un supermarket in cerca di vari prodotti da arruffare. Il tutto con grandangoli spassosi, scene di danza improvvise ed un pizzico di non sense che deliziano il nervo ottico dello spettatore, con scene policromatiche e variopinte, che nel loro insieme formano uno dei migliori video rock della storia. Curiosità: nel 1991 vinse il premio come Best Alternative Rock agli MTV Video Music Awards, battendo un concorrente del calibro di Losing My Religion dei R.E.M. a cura di Salvatore De Chiara


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Marco MENDOZA al CROSS ROADS di ROMA ph. Roberto Scorta

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Tour Bus Magazine - Gennaio 2013  

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