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SOCIETA’ COOPERATIVA PER AZIONI Fondata il 4 Maggio 1902 Sede legale e Direzione Caltanissetta Corso Umberto I, 113/119 Tel. 0934 530111 - Fax 0934 583843 Agenzie di: Caltanissetta Agenzia presso la Sede, Corso Umberto 119, tel. 0934 530111; Agenzia di Città n. 1, Via Libertà 2, tel. 0934 554244; Agenzia di Città n.2, Via E.Vassallo 27/41, tel 0934 585151; Agenzia di Città n.3, Via S. D’Acquisto snc, tel 0934 594211. Milena (CL) - tel. 0934 933000 Pietraperzia (EN) - tel. 0934 461059 Barrafranca (EN) - tel. 0934 464417 - 0934 467191 Piazza Armerina (EN) - tel. 0935 681278 - 0935 682910 Enna - tel. 0935 29404 www.bccsanmichele.it info@bccsanmichele.it


Sommario La storia

4

Tra folklore e religione 16 Caltanissetta a tavola 24 San Cataldo Alberghi e B&B

28

Agriturismi

31

Ristoranti e pizzerie

34

Pub

37

Pasticcerie

38

Take away

39

Bar

40

Enoteche

40

Gastronomia e Torrefazioni

41

Erboristerie

41

Mappe

42

30

Realizzato da:

TERMINAL02 Web Agency www.terminal02.it THAOS Comunicazione Integrata www.thaos.it

Testi:

Evelin Milazzo

Foto:

Giuseppe Castelli Filippo Sproviero

Stampa:

Tipografia Paruzzo Zona Industriale Caltanissetta

Sito internet: www.clvip.it

Per segnalare eventuali errori o omissioni di attività commerciali inviare una mail a: info@thaos.it info@clvip.it

Guida ai Sapori Abbiamo scelto di realizzare una “Guida ai Sapori” perché il nostro territorio è ricco di storia e il cibo non è da meno. Questa vuole essere una guida del territorio di Caltanissetta e San Cataldo. Al centro della Sicilia in una zona in cui da secoli si coltivano grano e vigneti, un territorio in cui la gastronomia ha sviluppato caratteristiche completamente diverse dalle città della costa, una cucina carica di elementi legati alla terra, a volte poveri ma pieni di sapore, nel cuore di un territorio ricco di atmosfere. La “Guida ai Sapori” nasce da un progetto congiunto fra Thaos e CLvip.it, con l’intento di far conoscere l’offerta legata al mondo della ristorazione e dell’ospitalità, affermandosi come strumento utile sia per il cittadino che per il turista. La “Guida ai Sapori” è uno strumento dove sono catalogate per tipologia tutte le attività che svolgono ristorazione (ristoranti, pub, enoteche, etc.) ed altre strutture come alberghi ed agriturismi. Alla fine della guida sono presenti le mappe dei centri storici di Caltanissetta e San Cataldo per poter meglio individuare le attività commerciali. Speriamo quindi che la “Guida ai Sapori” venga accolta con entusiasmo, lo stesso che noi abbiamo messo per crearla, ma speriamo soprattutto che diventi un appuntamento fisso nell’editoria Nissena, in modo da poter informare ogni anno, sempre più cittadini di Caltanissetta e della sua meravigliosa provincia.


LA STORIA La Sicilia è meta turistica tra le più ricercate e meno conosciute. Al di là dei più noti posti di mare, delle città più rinomate, esistono difatti luoghi più insoliti ma non meno suggestivi che suggellano il perfetto connubio tra natura e arte. Scegliere la Sicilia non è difficile. Meno abituale è però scegliere una meta che non sia litoranea. Optare per percorsi alternativi, si sa, può risultare rischioso ma esiste una non remota possibilità di riceverne gradite sorprese. Scegliere l’entroterra siculo è sinonimo di curiosità e da la possibilità di poter raccontare qualcosa di nuovo su quest’isola. Natura, arte, storia, gastronomia: quattro punti cardinali le cui coordinate puntano dritte su Caltanissetta. Non c’è aeroporto. Occorre raggiungere la città via strada o col treno e questa è una grossa fortuna perché permette da subito di godere delle colline ricoperte di grano, di assaporare un paesaggio antico dove greggi di animali pascolano liberamente, dove l’aria odora ancora di campagna. Tutti sanno che questa è stata terra di numerose conquiste: greci, arabi, normanni e non solo. La storia di un luogo è il punto di partenza fondamentale per comprendere la città e i suoi cittadini. Il nostro viaggio a Caltanissetta sarà una macchina del tempo che ci farà viaggiare nei secoli passati e la rampa di lancio sarà ogni volta un diverso luogo, monumento o area della città. Caltanissetta, “castello delle donne”? L’origine del nome della città è legato proprio al Castello di Pietrarossa e all’arrivo degli arabi nell’isola intorno al 900. Essi si

stanziarono alle pendici della collina dove si erge il castello e lì fondarono il borgo originario dalla cui successiva estensione si costituì il centro cittadino. E’ proprio da quel periodo che si fa risalire l’etimologia del toponimo “Caltanissetta”. Secondo lo storico normanno Goffredo Malaterra, il nome deriverebbe dall’arabo “Qal’at an-Nisa”, che egli tradusse in “Castra feminarum”, letteralmente “Castello (o rocca) delle donne”. Questa traduzione è alla base di una leggenda, tramandata fino ai giorni nostri, secondo la quale, presso il castello di Pietrarossa, si trovavano le mogli dell’emiro di Palermo, una delle

quali, nell’attesa dello sposo, realizzò uno tra i dolci tipici siciliani: il cannolo. In realtà però, il castello, con le sue caratteristiche torri e le sue feritoie era certamente una fortezza militare e non aveva la struttura tipica degli harem. La spiegazione del nome della città, piuttosto, si può far risalire a ragioni socioeconomiche legate all’agricoltura. Gli uomini, infatti, trascorrevano gran parte dell’anno nei campi,


Nova per distinguersi dall’antica Parrocchia cittadina di Santa Maria La Vetere. Questa Chiesa ci riporta ad un ampio periodo della storia di Caltanissetta: dal dominio dei Moncada che ne decretarono la costruzione fino al 1948, anno in cui i lavori vennero del tutto completati. La costruzione della Cattedrale si era resa necessaria per l’esten-

lasciando così nel borgo solo le donne e i bambini. Il retaggio della cultura araba è,ancora oggi presente nella toponomastica siciliana, in moltissime forme dialettali, nelle tradizioni agricole e culinarie e in alcune tradizioni popolari. Per fare le presentazioni con Caltanissetta occorre partire dal suo centro storico, punto nevralgico e cuore pulsante di qualsiasi genere di attività cittadina: qui ci si ritrova sin dal mattino per lavorare o semplicemente per chiacchierare; alla sera diventa tappa obbligatoria per accedere ai numerosi ristorantini e trattorie nascosti tra le piccole viuzze. Dal 1956 il centro della Piazza è dominato dalla Fontana del Tritone, posta fra la Cattedrale Santa Maria la Nova e la Chiesa di San Sebastiano L’attuale Fontana, opera monumentale dello scultore nisseno Michele Tripisciano (1860-1913) e dell’architetto Michele Averna, raffigura un bronzeo cavallo domato da un tritone ed insidiato da due mostri marini. Alle spalle della Fontana si erge l’odierna Cattedrale, che prende nome dall’omonima Capella preesistente, Santa Maria La

- 1570: viene benedetta la prima pietra - I lavori di costruzione durano ben 52 anni. - Dal 1718 al 1720: il pittore fiammingo Guglielmo Borremans affresca la volta e i pilastri - 1840: viene completato il prospetto con i campanili laterali e il frontone centrale, su prospetto dell’arch. Gaetano Lopiano - Dal 1934 al 1948: hanno luogo i lavori per la costruzione della cupola, su prospetto dell’arch. Gaetano Averna

GLI INTERNI DELLA CATTEDRALE

dersi del territorio nisseno e fu voluta nel 1570 da donna Luisa Moncada. L’inaugurazione e l’apertura al culto avvenne solo nel 1622. Con questa famiglia Caltanissetta strutturò il centro storico nel modo in cui oggi si presenta. Qualche curiosità sull’evoluzione architettonica e artistica della Cattedrale:

La pianta della Chiesa è a croce latina (termine architettonico per indicare che il corridoio verticale è più lungo di quello che vi si interseca a metà) con tre navate e quattro cappelle su ciascun lato. Sarà necessario ed è vivamente consigliato ora volgere lo sguardo verso l’alto per godere degli affreschi in stile tromp d’oeil dipinti dal Borremans. Essi rappresentano: “Il trionfo della religione”, “Il coro dei vergini e delle vergini”, “L’Immacolata Concezione”, “L’incoronazione della Vergine” e, infine, “Il trionfo di S. Michele sugli spiriti ribelli”. La divisione in navate è data da due colonnati i cui pilastri


sono uniti da ampie arcate. Ognuno di questi elementi è stato affrescato con storie tratte dall’Antico Testamento. Questo era anche il modo per istruire il popolo in merito alle Sacre Scritture. L’analfabetismo era la regola e gli affreschi erano i “libri illustrati” dell’epoca. Allo stesso modo sono raffigurate ai lati della volta centrale le storie dei Santi Pietro e Paolo, e delle Sante Agata, Barbara e Orsola che di Caltanissetta sono le protettrici minori.

Le opere d’arte custodite nella Cattedrale. All’interno della Chiesa Madre è possibile usufruire di numerose opere sia pittoriche che scultoree. Tra le prime è doverono annoverare le tele raffiguranti “La Madonna del Carmine” del pittore toscano Filippo Paladini esposte nel transetto di sinistra e quelle del nisseno V. Roggeri. Nella Cappella dov’è custodito il Santissimo Sacramento risalta la pregevole maestosità del Tabernacolo stesso, tutto in argento, donato alla città da Papa Leone XIII. Nella stessa cappella è esposta anche una tela della seconda metà del ‘600 raffigurante la “Madonna dei Monti”. Le opere scultoree sono fruibili visitando le cappelle laterali e due di esse sono legate a storiche processioni tuttora svolte a Caltanissetta. Nella cappella alla desta dell’Altare centrale c’è una statua del 1627 dello scultore S. Li Volsi che raffigura San Michele Arcangelo, patrono della città da quando, che sia storia o leggenda, evitò il diffondersi della peste entro le mura nissene. Essa viene portata in processione il 29 Settembre, giorno dedicato al Santo. Nelle cappelle laterali si trovano invece un Crocifisso ligneo del XVII secolo attribuito a frate Umile da Petralia e una preziosissima statua della Vergine rivestita d’argento cesellato del 1760. Infine è custodita qui la “Sacra

Urna”, uno dei simulacri portato in processione il Giovedì Santo. La peste è stata paradossalmente spunto per diverse opere d’arte ma anche architettoniche. Ne è un esempio la chiesa di San Sebastiano, che si erge dall’altro lato della Fontana del Tritone, sorta nel Cinquecento proprio come omaggio popolare al Santo per la liberazione da questa malattia. Secolare dunque la storia racchiusa in questa piccola Piazza. Ma la passeggiata per il centro storico nisseno è ricca e riserva ancora splendidi edifici costruiti da nobili e regnanti, destinati ad essere ammirati da noi passanti. Da Piazza Garibaldi si dipartono due vie: Corso Vittorio Emanuele e Corso Umberto I. Su Corso Vittorio Emanuele ci si imbatte nel prestigioso Teatro


Regina Margherita, del 1870, dedicato alla consorte di re Umberto di Savoia, la Regina Margherita da cui il teatro prende il nome. E’ uno dei più antichi teatri dell’isola, un gioiello incastonato nel cuore della città. La facciata sobria e austera nasconde i tratti barocchi tipici dell’architettura ottocentesca. Oggi, dopo un lungo restauro si è ripreso a viverlo nella funzione originaria come palcoscenico d’arte ma anche come sede ricercata per manifestazioni di varia natura. Il Corso è chiuso dalla facciata della Chiesa di Santa Croce, antica sede di un monastero benedettino, fondata nel 1531.

Secondo la tradizione popolare il nome è legato ancora una volta a donna Luisa Moncada che pare abbia donato alle monache una reliquia della croce di Cristo. L’altra metà del Corso è invece prettamente commerciale: ricco di vetrine e negozi, è destinato in particolari giorni e orari ad area pedonale. E’ stato realizzato un ampio slargo per permettere di passeggiare con tranquillità anche quando la via è aperta al traffico cittadino. Corso Vittorio Emanuele si in-

crocia con Corso Umberto I. Ad angolo fra le due strade sorge il Palazzo del Carmine, sede del Municipio cittadino Poco oltre, sullo stesso lato della via, si incontra la salita Matteotti dove ha sede il prestigioso Palazzo Moncada. Il disegno originario voleva che il Palazzo fosse un blocco chiuso, sviluppato su tre elevazioni, con una grande corte al centro, di quest’ultimo rimangono solo pochi elementi che lasciano intuire la presenza di grandi arcate. Tra un piano e l’altro si inseriscono mensoloni antropo e zoomorfi a sostegno di una balconata il palazzo non fu mai terminato. Oggi restaurato viene utilizzato come teatro, cinema multisala e museo civico. Sempre su Corso Umberto si affacciano il Palazzo Sillitti-Bordonaro, elegante dimora di una delle famiglie più in vista del XIX secolo, ed altri edifici signorili adibiti, alla fine dell’Ottocento, a residenze di illustri casati nisseni. In una prospettiva scenografica, sopraelevata rispetto alla strada, si erge la bellissima chiesa intitolata a S.Agata. Essa sembra essere introdotta dal monumento bronzeo del Tripisciano raffigurante Umberto I che dal 1922 è antistante la chiesa. L’impatto con Sant’Agata al Collegio (così chiamata in quanto ex sede del collegio gesuitico) è notevole con le sue due ali di gradinate che si dipartono a destra e sinistra dalla scalinata centrale alla quale si accede da una cancellata in ferro. A far da cornice le imponenti balaustre. Era il 5 Febbraio del 1605 quando seguendo il progetto dell’architetto gesuita Natale Masucci iniziarono i lavori di costruzione. Anche per questo edificio ci ri-


porta alla famiglia Moncada: fu infatti donna Luisa a volere fermamente la presenza dei gesuiti in città. La sua facciata si impone prepotentemente ai passanti è suddivisa in tre livelli: il primo e più ampio accoglie il portone ligneo che ne è l’ingresso principale: su ciascuno dei suoi lati, due colonne reggono un timpano curvo spezzato. Il secondo livello, più

stretto rispetto agli altri, ospita una lunga balconata protetta da un’inferriata. Il terzo livello si estende solo sulla parte centrale di tutta la costruzione e va scemando verso i due estremi laterali con volute e balaustre. E i particolari interni, dai marmi policromi agli affreschi, non deludono le aspettative create da questo bel prospetto. La pianta è a croce greca e divisa in tre navate: la centrale fa puntare lo sguardo dritto sulla pala dell’altare, del pittore messinese Agostino Scilla , raffigura il martirio di Sant’Agata cui furono estirpate le mammelle; le navate laterali accolgono invece altre cappelle, tra cui quella della Madonna del Carmelo. Quella di sinistra porta al tabernacolo dov’è custodito il Santissimo Sacramento. All’interno possiamo ammirare una pregevolissima decorazione di marmi misti policromi: tra questi un prezioso paliotto che rappresenta un “bestiario“ di uccelli esotici posto nella cappella di S. Ignazio, a sinistra rispetto all’entrata. Al di sopra dell’altare un bassorilievo in marmo che rappresenta S. Ignazio nell’atto di scrivere la regola della compagnia di Gesù. Al di sotto, a fianco del globo terrestre sono rappresentate quattro figure femminili che simboleggiano i quattro continenti allora conosciuti. Gli affreschi che arricchiscono le pareti, alcuni dei quali sono “firmati” dal Borremans. In genere, vista la facciata, apprezzati gli interni, avremmo concluso la visita di una chiesa. Non così per Sant’Agata, la quale va oltre.


Occorre infatti dedicare attenzione anche alla sua parte posteriore: originariamente collegio dei padri gesuiti, attualmente occupata dalla Biblioteca Comunale Luigi Scarabelli. Il nome viene dall’omonimo professore di letteratura piacentino, nonché deputato in Parlamento, il quale inviò migliaia di libri per l’apertura di questa biblioteca. Questo avveniva tra il 1861 e il 1864, anno in cui la biblioteca fu aperta al pubblico. Si accede da un imponente portale fiancheggiato da due nicchie e sormontato da una balconata in ferro battuto. Il cortile interno, lungo il cui perimetro scorre un porticato, è variamente protagonista durante le processioni pasquali che si svolgono a Caltanissetta. Volgendo lo sguardo in alto, ci accorgiamo che il livello superiore è costituito da cinque aperture ad arco separate da paraste sormontate da acroteri al livello del cornicione. Scendendo per una delle tante stradine antiche di Corso Umberto I si arriva alla via del mercato cittadino, la Strata ‘a foglia: colorato e caratteristico mercato ortofrutticolo fatto di bancarelle e venditori le cui grida invogliano all’acquisto di prodotti genuini e tipici, si accavallano tra loro e, in un attimo, ci riportano indietro nel tempo.

Vicolo

Duomo

RISTORANTE Piazza Garibaldi, 3 - Ingresso Vicolo Neviera, 1 tel. 0934 582331 - Caltanissetta


Sempre nel centro storico della città il Viale Regina Margherita ricco di storia e di cultura lungo il quale troviamo il Seminario Vescovile con annesso Museo. L’interno del Seminario Vescovile è da vedere non solo per la bellezza del Palazzo in sé ma in quanto è sede permanente del Museo Diocesano. Esso accoglie numerose e bellissime testimonianze dell’arte sacra locale. Tra paramenti, calici e patene di notevole valore, si trovano tele pregevoli tra cui una tela della Madonna del Rosario, di Gian Battista Corradini, 1614, e una copia cinquecentesca dello Spasimo di Sicilia attribuita a Raffaello Sanzio, Il passaggio del mar Rosso di Luigi Borremans, una Adorazione dei pastori e altre tele di Filippo Paladini e del nisseno Vincenzo Roggeri. Inoltre, sculture marmoree come la Madonna e il Presepio della Bottega dei Gagini o di terracotta come il San Giovanni Battista di Antonello Gagini del Cinquecento. Dipinti e sculture non sono le uniche opere visibili. Il museo custodisce ed espone anche altre manifatture quali paramenti sacri, oreficerie, opere d’arte in cera, fino a coprire un arco di tempo che va dal XV al XIX

secolo e un territorio che va oltre il nisseno e si riferisce in particolar modo alla città di Palermo. Inoltre può ca-

pitare la fortuna di visitarlo durante l’allestimento delle mostre a tema che periodicamente il museo ospita. Di fronte al Seminario c’è il Palazzo della Provincia che, oltre gli uffici amministrativi provinciali, ospita la Prefettura, l’abitazione del Prefetto. Caltanissetta divenne capoluogo di provincia nel 1918. Il Palazzo risale alla fine dell’800 e si sviluppa su due elevazioni: quella inferiore, in pietra da taglio locale estratta dalle cave di Comiso e Sabucina e usata per i rivestimenti e i fregi, presenta un portale d’ingresso inquadrato da colonne in granito grigio d’Elba; in quella superiore gli infissi sono sormontati da timpani triangolari. Il materiale di base proveniva invece dalla cava di Santa Lucia. I piani sono tre e all’interno vi è

un’elegante corte delimitata da un portico con colonnato. Le sale di rappresentanza sono tutte riccamente decorate e abbellite. Il maestoso progetto architettonico iniziale era dell’architetto Giuseppe Di Bartolo e prevedeva la presenza anche degli uffici comunali. Tale progetto fu ridimensionato e sostituito nel 1870 con quello meno complesso dell’ingegnere Agostino Tacchini. Sopra il cornicione dell’edificio spicca lo stemma della città. Attraverso l’imponente scalone si accede alla sala consiliare (entrambi del nisseno Luigi Greco), sul cui soffitto nel 1902 venne ritratto Cicerone nell’atto della perorazione finale contro Verre. Nel palazzo sono contenuti inoltre un altorilievo di Vincenzo Biangardi e un bozzetto del monumento funebre di Ugo Foscolo nonché sculture di Michele Tripisciano e affreschi degli artisti Salvatore Frangiamore e Giuseppe Cavallaro. Continuando la passeggiata, che ci siano bambini con noi o no, è possibile ristorarsi all’interno della Villa Amedeo, realizzata dopo il 1820, anno in cui la città fu messa a ferro e a fuoco, per dare lavoro alle maestranze locali. Un giardino dal tipico impianto ottocentesco piuttosto regolare con un viale centrale ai lati del quale vi sono le aiuole fiorite e i busti in marmo realizzati dall’artista nisseno Giuseppe Frattallone, che abbellivano la Villa e al contempo onoravano uomini illustri, da Foscolo a Rossini a Bellini, da Garibaldi


a Mazzini. Al centro la fontana circolare detta secondo la tradizione “fonte dei sospiri”,

nome di Isabella e successivamente intitolata ad Amedeo di Savoia Duca d’Aosta nel 1890 anno della morte di costui. E’ ricchissima la pagina di storia che leggiamo lungo questo Viale. Esso infatti ci porta di molto indietro nel tempo: la Villa sorge in una vasta zona acquistata nel 1589 da Donna Luisa De Luna e Vega e donata ai frati Cappuccini nella cui cappella venne custodito il sarcofago di Donna Luisa con numerose reliquie e quello di Francesco Moncada.

col caratteristico Cupido. In origine c’era anche un laghetto, progettato dall’Ing. Pasquale Saetta, suggestivo e pittoresco ospitava una varietà di animali acquatici. Fu Francesco I, re delle Due Sicilie a volere che Gaetano Lo Piano progettasse il parco pubblico che ospita la Villa, inaugurata nel 1828 con

ben visibile. Qui sorge la statua del Redentore, in bronzo, alta circa 5 metri e poggia su un basamento in pietra arenaria, a base quadrata che in alto diventa circolare per un migliore supporto alla statua. Al suo interno si trova una cappella realizzata in stile liberty dall’architetto palermitano Ernesto Basile, figlio di Giovan Battista Filippo Basile architetto del Teatro Massimo di Palermo. Tornando giù dalla via che ci ha portati al monte e proseguendo verso l’esterno della città, dopo qualche chilome-

Alla fine del Viale sorge il Monumento ai Caduti realizzato nel 1922 dallo scultore palermitano Cosimo Sorgi in collaborazione col padre Francesco dedicata ai caduti della Grande Guerra rappresentante un eroe che stringe il tricolore ai piedi della “patria riconoscente” che indossa l’elmetto fregiato di alloro e che regge il libro della storia e la palma della pace. Nel 1965 la statua sarà trasferita dove si trova attualmente a decorare la Rotonda che chiude il Viale Regna Margherita. Alle spalle del monumento si può ancora ammirare, anche se in parte ostruito dalla visione di moderni edifici, lo splendido panorama dei colli nisseni. Tutt’altro panorama si può ammirare dal monte San Giuliano, che domina la città. Da qui sono ben visibili nelle giornate terse molti paesi dell’entroterra (Sutera, Montedoro, Santa Caterina) le Madonie e persino l’Etna è

tro ci imbattiamo in una delle meraviglie nissene. Fu Ruggero il Normanno, nell’anno 1095, a farla costruire su un preesistente casale arabo fortificato. Il suo scopo era cristianizzare l’isola conquistata e convertire i contadini lontani dalla città. Affidata inizialmente ai monaci agostiniani, la chiesa in stile paleocristiano, ha una struttura romanica, semplice e severa, a navata unica con-


clusa da tre absidi. Retaggi delle maestranze arabe sono la torre quadrangolare, le feritoie e gli archi a sesto acuto. Fu consacrata nel 1151 per volontà del conte Ruggero e di sua moglie Adelasia. All’ interno spicca, nel catino dell’abside maggiore, il Cristo Pantocrator, affresco che in origine si trovava all’esterno della chiesa fu rimosso, portato all’interno e sostituito da una copia; il fonte battesimale, di epoca normanna, intagliato in un unico blocco di pietra tufacea di impronta musulmana; un raro calice di stagno del XII secolo; il Crocifisso “dello Staglio”, di matrice spagnolo, risalente al XV secolo; un pregevole fonte battesimale per il battesimo a immersione; un’ urna cineraria in marmo con iscrizioni del periodo romano, proveniente dal cimitero che si trovava dietro alla chiesa; sulla sinistra rispetto all’altare vi sono due affreschi che raffigurano rispettivamente i simboli della passione e della morte di Cristo e Sant’Agostino nello studio. Quest’ultimo, molto deteriorato, alterna la tecnica pittorica a quella del rilievo con cui sono state realizzare l’aureola e la mitra. Entrambe le opere in seguito a restauri vennero ricollocati sulla

parete originaria in cui si trovavano ma distanziati dalla stessa per proteggerli dalla forte umidità. Sulla parete accanto all’altare è posta poi una lapide su cui è riportata la storia dell’Abbazia dalla fondazione alla consacrazione. Un affresco quattrocentesco chiamato La messa di San Gregorio. La statua della Madonna delle Grazie è una terracotta policroma dipinta del ‘500. In questo secolo si riteneva che il corallo proteggesse i bambini dalle malattie e infatti il Bambino ha al collo un rametto di corallo A circa 150 metri si trova il Museo Archeologico Regionale di Caltanissetta, il quale custodisce reperti risalenti al neolitico provenienti dalle zone archeologiche di Sabucina, Gibil Gabib nonché dal Monte Capodarso e dal Monte S. Giuliano. Tornando indietro, alle porte di Caltanissetta fra la storica Abbazia di Santo Spirito e la zona archeologica di Sabucina, si trova l’azienda Averna, produttrice dell’omonimo amaro conosciuto in tutto il mondo. Fondata da Salvatore Averna nel 1868, grazie al dono, fatto da un frate cappuccino della vicina Abbazia, di una ricetta a base di erbe , radici e scorze di agrumi per la prepa-


razione di un prezioso elisir, inizia una attività nel campo liquoristico di qualità. L’azienda, dopo cinque generazioni, si trova sempre nello stesso sito e produce con l’identica ricetta originaria l’amaro Averna, oggi esportato in circa 60 paesi, insieme ad altri prodotti come grappe, sambuche e liquori di agrumi. In anni più recenti ha acquisito un’importante azienda piemontese nel settore dolciario: Pernigotti,

L’antica casa di Salvatore Averna (vista dal cortile interno), adibita oggi ad erboristeria.

produttrice di cioccolato, torrone e leader nel gianduia con il suo gianduiotto. Averna è un’azienda storica nel panorama economico della città di Caltanissetta ed è possibile visitare, su appuntamento, la parte della produzione di amaro Averna. La visita in erboristeria, situata ancora all’interno dell’antica casa costruita dal fondatore Salvatore, riserva particolari emozioni olfattive

alla scoperta delle sostanze naturali sapientemente miscelate dal frate cappuccino che ne creò il delicato e profumato equilibrio. Continuando per la Statale 122, all’altezza del Villaggio Santa Barbara, ci imbattiamo nella “Maccalube” di Terrapelata. Il nome Macalube (o secondo alcune versioni Maccalube) deriva dall’arabo Maqlùb che significa letteralmente “ribaltamento” L’area di maggiore interesse è la collina dei Vulcanelli, un’area brulla, di colore dal biancastro al grigio scuro, popolata da una serie di vulcanelli di fango, alti intorno al metro. I vulcanelli sono il frutto di un raro fenomeno geologico definito vulcanesimo sedimentario. Il fenomeno è legato alla presenza di terreni argillosi poco consistenti, intercalati da livelli di acqua salmastra, che sovrastano bolle di gas metano sottoposto ad una certa pressione. Il gas, attraverso discontinuità del terreno, affiora in superficie, trascinando con sé sedimenti argillosi ed acqua, che danno luogo ad un cono di fango, la cui sommità è del tutto simile ad un cratere vulcanico. Il fenomeno assume talora carattere esplosivo, con espulsione di materiale argilloso misto a gas ed acqua scagliato a notevole altezza. Essendo una zona poco utilizzata a fini industriali e turistici il nostro è un territorio ricco di suggestive zone naturali incontaminate. La particolarità della riserva “Monte Capodarso e Valle dell’Imera meridionale” consiste nella compresenza, in un’unica vasta area che si estende tra le province di Enna e Caltanissetta, di zone archeologiche, masserie e miniere di zolfo. Infatti l’intera riserva da secoli accoglie le sedimentazioni di minerali e microorganismi la cui presenza ha dato origine a rocce tenere. Tra il monte Capodarso e il monte Sabucina scorre il fiume Imera meridionale, zona adesso dichiarata riserva naturale orientata. Qui possiamo visitare lo splendido Ponte Capodarso, imponente struttura di epoca Spagnola voluta dall’Imperatore Carlo V.


TRA FOLKLORE E RELIGIONE La Sicilia è una terra ricca di feste religiose, che affondano le proprie radici in epoche storiche e in terre lontane e caratterizzano alcuni periodi dell’anno. Anche se nate da riti antichi spesso legati all’agricoltura sono tuttora particolarmente sentite dai cittadini e sono motivo di un grande afflusso di turisti e visitatori. La più suggestiva è la Settimana Santa, che prevede diverse processioni e riti a partire dalla Domenica delle Palme fino al giorno di Pasqua. In realtà quanto concerne i riti inizia già mesi prima, le festività pasquali sono invece concentrate in questa Settimana Santa. Gli appuntamenti sono davvero tanti e benché possa costare fatica fisica, vale la pena seguirli tutti dall’inizio alla fine.

DOMENICA DELLE PALME Gli appuntamenti di questa giornata sono molteplici. Per chi è mattiniero (e se si vuole godere a pieno dell’unicità di questa settimana occorre esserlo) già dalle 7 del mattino (a volte anche prima) ci si può recare nell’atrio della Biblioteca Scarabelli dove ha luogo l’allestimento dell’abbarcu, la vara (termine dialettale con cui si indica il basamento su cui vengono portate in processione le statue o i gruppi di statue) di Gesù Nazareno. Si chiama abbarcu come il fiore di campo che si usava (e si usa tuttora) per adornare questa splendida vara che ha una forma di barca: su una base metallica tutta ricoperta di alloro (per dare uno sfondo uniforme) i fiori (gerbere, rose e fiori di campo) delineano uno scafo e nella parte anteriore campeggia l’acronimo WGN (W Gesù Nazareno). L’allestimento va avanti fino a mattino inoltrato. Verso mezzogiorno un gruppo di ladatori (i Fogliamari) vanno a rendere omaggio al Nazareno cantando alcune strofe della ladata (o lamentanza): essa è cantata per intero durante la processione del Venerdì Santo.


Intanto a metà mattina presso la Cattedrale, il vescovo benedice le palme e gli ulivi. Nel primo pomeriggio la vara del Nazareno viene portata a spalla fuori dalla biblioteca: questo momento rappresenta l’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme. La processione vera e propria inizia al tramonto: la vara viene portata su un carro provvisto di ruote. E’ la processione con cui il ceto contadino di Caltanissetta iniziò a partecipare alla Settimana Santa che era in mano solo ai ceti artigianali nisseni; essa organizzata da sei famiglie che hanno costituito l’Associazione Gesù Nazareno. LUNEDÌ SANTO Il Lunedì Santo è il giorno in cui si eseguono due riti legati alla processione della Real Maestranza che ha luogo il Mercoledì Santo. Si tratta dei riti di Intronizzazione e Velazione del crocifisso: una piccola processione va dalla Cattedrale alla cappella sita nell’atrio della Biblioteca Scarabelli portandovi il crocifisso ligneo che il Capitano della Real Maestranza porterà poi in processione. L’in-

tronizzazione è l’atto di mettere sul trono un sovrano: in questo caso, trattandosi di un rito cristiano, il crocifisso intronizzato sacralizza il luogo. Viene poi velato di nero in segno di penitenza. Di solito in questo giorno, ma i programmi possono variare di anno in anno quindi è bene procurarsi un depliant con date e orari precisi, viene rappresentata la prima parte (l’Ultima cena) delle tre di una rappresentazione della passione, morte e resurrezione di Cristo. Tale rappresentazione si chiama Scinnenza (dal verbo siciliano scinniri che significa “scendere” e indica la deposizione di Cristo dalla croce) e viene fatta in itinere per le vie della città con attenzione soprattutto ai costumi e alle scenografie. I testi sono tratti dai vangeli apocrifi.

MARTEDÌ SANTO Si mette in scena la seconda parte della Scinnenza: il Processo e la crocifissione di Gesù. Anche per queste rappresentazioni è bene consultare i programmi annuali per l’orario e i luoghi di partenza delle rappresentazioni.

MERCOLEDÌ SANTO Questo è uno di quei giorni in cui è bene rinunciare al riposo perché abbiamo la possibilità di assistere e seguire da vicino diversi avvenimenti. Le processioni del Mercoledì Santo sono due: la Real Maestranza al mattino e le Varicedde alla sera. Che cos’è la Real Maestranza? Essa è la processione con cui ceti artigianali nisseni partecipano alla Settimana Santa. Si tratta di più 400 artigiani divisi in dieci categorie (fabbri, stagnini e idraulici, barbieri, pittori e decoratori, muratori, panificatori, marmisti, falegnami ed ebanisti, carpentieri e


ferraioli, calzolai-pellettieritappezieri) che sfilano portando il crocifisso (che è stato intronizzato e velato di nero il Lunedì). La Maestranza affonda le sue radici nel medioevo feudale: nata come milizia difensiva di Caltanissetta, perse man mano le caratteristiche militari trasformandosi in picchetto d’onore per le visite di personaggi illustri e per le processioni. La milizia cittadina nissena nacque nel 1551 per far fronte alle spese di difesa della città. Era il tempo della dominazione spagnola ed essendo Caltanissetta in una posizione centrale, quindi poco o per niente soggetta alle incursioni turche dal mare, si organizzò un esercito cittadino (sempre sotto il comando spagnolo) che si doveva organizzare per la difesa del territorio (oltre che delle proprie case e donne) a seconda delle proprie possibilità economiche. Il capitano d’armi era scelto direttamente dal viceré e aveva l’obbligo periodicamente di fare la mustra, cioè di passare in rassegna la milizia urbana e valutarne la preparazione. Il titolo di “Reale” di cui ancora si fregia, gli venne

dato nel 1806 da Re Ferdinando VI di Borbone, colpito durante una sua visita dalla magnificenza e bellezza di questo corteo.

Essendo di natura militare, la Real Maestranza è divisa in una rigida gerarchia che rispecchia quella dell’Esercito Italiano ed è la seguente: - Capitano (paragonabile al grado di Colonnello); - Alfiere Maggiore (è il porta vessillo della Real Maestranza, scelto all’interno della Categoria Capitanale);

- Scudiero (paragonabile al grado di Sergente Maggiore, è solo della categoria capitanale); - Portabandiera (paragonabile al grado di Sergente, ogni categoria ne ha uno); - Alabardiere (paragonabile al grado di Caporalmaggiore, ogni categoria ne ha uno); - Maestri d’Arte (erano i milizioti ovvero i soldati semplici); Quello che era il Capitano d’armi è ora il Capitano d’arte. Egli viene eletto ogni anno a rotazione tra le dieci categorie artigianali. Tutti questi elementi storici li ritroviamo in questa emozionante giornata. Di primo mattino, alle ore 7.00, la banda musicale e i rappresentanti di ciascuna categoria si riuniscono in Corso Umberto I per andare a prelevare da casa il Portabandiera, l’Alfiere Maggiore e lo Scudiero. Quindi si ritorna in Piazza e si forma il corteo che andrà a prelevare il Capitano in casa sua. Il Capitano intanto ha compiuto il rito della vestizione. Possiamo scegliere se partire dal centro col corteo o se attenderlo in casa del Capitano: è uso infatti andare in casa sua a congratularsi con lui.


Una volta giunto il corteo, il Capitano esce da casa scortato da due guardie di polizia penitenziaria (reminiscenza del suo antico potere di liberare un detenuto facendogli la grazia) e allo squillo di tromba fa la mustra, passa cioè in rassegna l’antica milizia, quindi si mette a capo del corteo (lo precedono soltanto i tamburi reali e l’Alfiere Maggiore) dirigendosi verso il Municipio. Qui il Capitano riceve dal Sindaco le chiavi della città, simbolo, insieme alla fascia tricolore che indossa, dell’antico potere politico. Tutto il corteo si dirige quindi verso la Cappella della Biblioteca Scarabelli dove il Capitano riceve il crocifisso velato di nero. Qui tutti gli artigiano indossano guanti e cravattino nero; anche le insegne sono cinte di nastri neri. Il Capitano ha anche le calze di questo colore. Il corteo va ora in Cattedrale dove, in segno di Resurrezione, tutti cambiano guanti, cravattini e nastri alle insegne: tolgono quelli neri e li mettono bianchi. Il Capitano intanto procede al

rito del cambio delle calze: il Cerimoniere esegue il rito, togliendogli le calze nere e facendogli indossare quelle bianche. Le calze del Capitano sono a vista in quanto

indossa un abito settecentesco che prevede una coulotte fino al ginocchio. Ha anche uno spadino di quel periodo, simbolo dell’antico potere militare. I ceri che portano gli altri artigiani sono invece la reminiscenza degli antichi archibugi. Il corteo processionale torna nuovamente alla Biblioteca Scarabelli per tornare infine in Cattedrale per la conclusione della processione. La sera, alle ore 20.00 o 21.00, inizia la Processione delle Varicedde, 19 gruppi statuari che riproducono perfetta-

La Pasqua coincide con la Primavera, la natura si rigenera, i simboli e le usanze pagane sono rimaste immutate nel tempo. Primavera significa rinascita, resurrezione e i dolci pasquali sono piccoli capolavori creati come rappresentazione metastorica della Passione e della Resurrezione, ma anche come rito propiziatorio per il raccolto. I Cannileri, l’ “aceddi cù l’ova”, i “pupi cù l’ova”, ”campanari”, sono sempre la stessa ricetta che in altre parti della Sicilia prende un nome diverso, ma tutte contengono un uovo sodo, intero, colorato. A Caltanissetta hanno la forma di piccolo paniere che sorregge uno o più uova, a secondo della dimensione del pane. Nascono come “pani speciali” quando, al pane tradizionale si è aggiunto lo zucchero, segno di migliorate condizioni economiche.

mente in piccolo i soggetti delle Vare del Giovedì Santo. Si tratta di rappresentazioni dei momenti della Passione e morte di Cristo: un sorta di via crucis. Questa processione è nata in seguito a quella del Giovedì Santo per volontà dei garzoni di bottega di partecipare anche loro ai riti di questa Settimana. Gli artisti che le hanno realizzate sono i sancataldesi Giuseppe e Salvatore Emma e Salvatore Capizzi. Ogni Varicedda, durante il suo tragitto, è accompagnata da una banda musicale. La celebrazione si conclude a tarda notte con la cosiddetta spartenza che avviene circa alle 3.00 o 4.00 del mattino. Le varicedde sono di proprietà di singole famiglie nissene e durante l’anno vengono custodite nelle rispettive case.

GIOVEDÌ SANTO E’ il giorno della processione delle Vare, sedici gruppi statuari rappresentanti, a grandezza naturale, i momenti della passione e morte di Cristo.


In origine, i membri della Congregazione di San Filippo Neri portavano 5 barette con sopra delle statuette di carta alte circa 50 cm e con esse facevano la tradizionale visita ai sepolcri presso cinque chiese. Tale processione, nata in semplicità, senza nessuno sfoggio, subì un graduale declino a partire dal 1790 fino al 1801, anno in cui fu soppressa. Venne quindi ripresa nel 1840 grazie all’interesse del farmacista nisseno Giuseppe Alesso che, facendo parte della Congregazione di San Filippo Neri, ne conosceva l’antico uso e volle riproporlo in maniera più coinvolgente. La ripresa della processione fu da subito un successo e dal 1847, con la cessione dei gruppi alle associazioni cittadine, le cose migliorarono sempre più.

Non possiamo parlare di questa processione senza parlare dei minatori di Caltanissetta. Il 12 Novembre 1881 una terribile esplosione nella miniera di Gessolungo causò la morte di 65 minatori tra cui 9 carusi (erano i bambini che le famiglie a causa della povertà affidavano ai minatori per portare lo zolfo all’esterno delle profondissime gallerie). I minatori scampati alla tragedia fecero costruire ex-novo il gruppo statuario della Veronica dando così il via ad una sorta di gara tra ceti per rendere sempre più bella la propria Vara. Tutte le Vare, da questo momento in poi, furono commissionate agli scultori napoletani Vincenzo e Francesco Biangardi, già operanti in Sicilia. Le miniere di Gessolungo e Trabonella, sono chiuse e inagibili. E’ possibile però andare sul posto e guardarle almeno dall’esterno approfittando degli splendidi panorami che la campagna nissena offre. Durante le giornate del Mercoledì e del Giovedì, camminando per la città è facile incontrare i gruppi fermi lungo le strade; è altrettanto abituale incontrarli lungo il tragitto che percorrono per riunirsi in Piazza Garibaldi, punto di partenza della processione.

IL MITO DELLA SPARTENZA La spartenza (letteralmente “separazione”) è l’atto finale delle processioni delle varicedde e delle vare. In particolare per queste ultime essa ha assunto, sin dagli inizi della processione, un fascino indimenticato: tutte le vare arrivano una alla volta in P.zza Garibaldi, ciascuna preceduta dalla propria banda che continua a suonare ininterrottamente, viene accolta da numerosi bengala il cui fumo misto alle luci ambrate dell’illuminazione notturna, crea un’atmosfera suggestiva e avvolge ogni cosa, fa un giro a vuoto intorno alla Fontana del Tritone e un altro per riprendere il proprio posto di partenza. Ogni vara prima di entrare nella Piazza deve aspettare che la precedente abbia preso posto. In questo modo si arriva alla situazione in cui tutti i gruppi, arrivando da Via XX Settembre, si accodano in Corso Umberto e attendono. Man mano che i gruppi arrivano le musiche, tutte diverse, si sovrappongono le une alle altre e quando ogni vara passa davanti alle altre per andarsi a riposizionare ai bordi della pizza, le bande che la incrociano suonano più forte nell’intento di far sbagliare l’altra banda. Quando quasi tutte le vare sono ritornate nella piazza, la vara de “l’Addolorata” si affianca alla vara de “La Sacra Urna” ed insieme percorrono l’ultimo tratto di Corso Umberto e girano intorno alla fontana. Sembra quasi che la Madonna Addolorata segua l’Urna, come per dare un ul-


timo saluto al Figlio. È un momento di grande commozione, e le due vare sembrano prendere vita. A suggellare il momento di festa è la tradizionale maschiata (giochi d’artificio che hanno sostituito i colpi di moschetto anticamente

sparati). Spartenza significa separazione, infatti anticamente le vare venivano conservate in diverse chiese della città, ed al termine della processione ogni gruppo si separava dall’altro per andare nel luogo dove doveva essere custodito. Quando la Sacra Urna e l’Addolorata si incontrano davanti la Cattedrale, l’una di fronte all’altra, la Sacra Urna sparisce dietro il portone della Chiesa Madre, tutte le altre vare lasciavano correndo la propria postazione, come se uno starter avesse dato il via, e si dirigevano ciascuna nel luogo che l’avrebbe custodita fino alla prossima Pasqua. Non è più un giorno di festa, in pochi attimi la piazza rimane muta, la città ormai dorme, prende vita il triste lutto del Venerdì Santo. Da quando le vare sono tutte custodite nei locali adiacenti la Chiesa di San Pio X la spartenza ha


perso il suo significato d’essere, perché i gruppi non si separano più gli uni dagli altri ma tutti si dirigono, a passo lento, verso lo stesso luogo.

VENERDÌ SANTO E’ il giorno della processione più sentita e suggestiva del nisseno: la processione del Cristo nero. Si tratta di un crocifisso ligneo, alto appena 85 cm, ritrovato da due Fogliamari (raccoglitori di erbe selvatiche) all’interno di una grotta, posto fra due ceri e annerito dal loro fumo. Fu ripulito più volte ma puntualmente il crocifisso tornava scuro: da qui il nomignolo di Cristo nero e anche la sua venerazione in quanto miracoloso. Il Cristo nero, chiamato Signore della città, fu patrono di Caltanissetta fino al 1625, anno in cui si proclamò patrono San Michele Arcangelo il quale aveva indicato dove si trovava un appestato appena fuori le mura della città evitando così il diffondersi della malattia a Caltanissetta. Durante il pomeriggio nella Chiesa del Signore della città, in cui si custodisce il Crocifisso durante l’anno, i Fogliamari (gli unici che hanno accesso al Cristo nero e che possono toccarlo) intonano i versi della ladata, canto tramandato ancora oggi da padre in figlio. Successivamente il simulacro esce in processione portato a spalla e a piedi scalzi e preceduto dalla Real Maestranza, dal clero e seguito da tutti i fedeli molti dei quali per grazia ricevuta fanno “il viaggio” anche loro scalzi. Alcuni Fogliamari reggono vassoi con petali di rosa in cui bruciano l’incenso. I Fogliamari sono 96 e sono un gruppo chiuso al quale si accede solo se discendenti diretti di un Fogliamaro, quando uno dei componenti muore se ne seleziona un altro che deve prima superare un lungo periodo di prova di ben tre anni durante i quali dimostra la sua fede e venerazione al Cristo.

Quello del fogliamaro è un mestiere ormai perduto. Rimangono però i discendenti di chi questo mestiere lo faceva per vivere e solo un discendente diretto può entrare a far parte dei 96 Fogliamari della processione del Cristo nero.

DOMENICA DI PASQUA Dopo un giorno di lutto e silenzio per la morte di Gesù, si concludono i riti della Settimana Santa con la Santa Messa di Pasqua alla fine della quale avviene la riconsegna delle chiavi della città da parte del Capitano al Sindaco. A seconda dei programmi annuali, potrebbe essere il giorno in cui viene messa in scena la terza ed ultima parte della Scinnenza, quella riguardante la Resurrezione.

ALTRE FESTIVITÀ La Settimana Santa non è l’unico momento in cui la popolazione nissena celebra le proprie festività. Il 6 agosto infatti sul monte S. Giuliano, in cui si erge il monumento del Cristo Redentore, ha luogo l’omonima festa. Dopo la tradizionale passeggiata fino in cima al monte, capitanata dal Vescovo e dalle Autorità locali, viene celebrata la Santa Messa a cui fanno seguito svariati festeggiamenti, un tempo si rimaneva tutta la notte sul monte a festeggiare e fare fuochi. Il giorno di Ferragosto viene celebrata a Caltanissetta la festa dell’ Assunzione di Maria Vergine. Un tempo i festeggiamenti, preceduti dai cosiddetti “sette sabati”, avvenivano in modo solenne e coinvolgevano l’intera popolazione. La statua della Vergine, realizzata dal Biangardi nel 1887, raffigura la Madonna nel momento in cui ascende al cielo ed è circondata da sette angioletti. Nel passato, il giorno della processione, si usava accendere le “vampe”, cioè dei piccoli falò, e venivano erette delle piccole edicole raffiguranti l’Assunta. Inoltre vi era


l’usanza di astenersi dal mangiare frutta almeno quindici giorni prima della festa. Molto sentita ancora oggi è la festa del 29 Settembre data in cui si festeggia San Michele patrono di Caltanissetta. Secondo la credenza locale il Santo sarebbe apparso in sogno ad un frate cappuccino indicandogli il luogo in cui si trovava un appestato in procinto di entrare in città. In tal modo il Santo ha evitato il diffondersi della peste a Caltanissetta che, in segno di gratitudine, ha eletto San Michele a patrono della città al posto del Crocifisso, venerato fino ad allora. Viene condotta in processione la statua dell’Arcangelo, scolpita da Stefano Livolsi nel 1600, raffigura il Santo con corazza ed elmo, secondo l’iconografia tradizionale. San Michele, che sovrasta il maligno ridotto in catene, simboleggia la vittoria del bene contro il male. La celebrazione cittadina prevede la sfilata di bambini, abbigliati alla maniera del Santo, che precedono la banda musicale ed il fercolo del Patrono, portato a spalla dai fedeli . La caratteristica principale della processione consiste nel fatto che il fercolo è trasportato e seguito dai fedeli che, per grazia ricevuta, esprimono la loro devozione camminando scalzi. La statua di San Michele, che normalmente si trova in Cattedrale, nel mese di Maggio, in occasione della ricorrenza dell’apparizione, viene trasportata nell’omonima chiesa dove rimane per circa due settimane. In concomitanza con la festa cittadina per la celebrazione del patrono viene allestita un’importante fiera, la cui durata varia da sei ad otto giorni


CALTANISSETTA A TAVOLA Anche la gastronomia è parte del patrimonio culturale in quanto rappresenta gli usi e le abitudini di un popolo e aiuta a far comprendere meglio la storia di un paese. L’arte culinaria siciliana varia di provincia in provincia, a seconda della collocazione dei centri, sulla costa o nell’interno e della conseguente disponibilità di prodotti. La varietà dei piatti è anche l’effetto delle diverse dominazioni che si sono susseguite in Sicilia. Possiamo, quindi, immaginare la tradizione gastronomica isolana come una tavolozza di colori che passa da tonalità forti a tinte sfumate ricca di sapori intensi e delicati, spesso sapientemente mescolati. Unico suo comune denominatore è l’utilizzo di ingredienti poveri, frutto sia delle coltivazioni locali che dei prodotti spontanei della terra come le erbe amare molto utilizzate nella cucina tipica nissena. Si tratta quindi di una cucina naturale, senza sofisticazioni, che si avvale unicamente di condimenti semplici come olio d’oliva, sale, aceto ed erbe aromatiche. Come in tutte le cucine povere è ricorrente, ad esempio, l’abitudine del piatto unico. Nascono così piatti come la pasta “‘ncaciata”, fatta con il cavolfiore e la salsiccia, della pasta “ccu i mazzareddi”, una verdura, a foglie strette, molto amara che viene condita con del sugo o con la ricotta, per finire, della frascatula, minestra a base di finocchio selvatico, sedano e sugo. I secondi piatti caratteristici del luogo sono il pollo

alla nissena, i cui ingredienti principali sono la cipolla ed il caciocavallo, il falsomagro ovvero un grosso rotolo di carne con ripieno di prosciutto, formaggio e uova. Tra le specialità amate dai nis-

seni va ricordato un cibo che pur essendo di origini palermitane viene molto consumato, le panelle, costituite da un impasto di farina di ceci, acqua e sale che, spianato e ridotto in dischetti, viene fritto nell’olio bollente e può essere consumato sia come antipasto rustico, sia col pane come pasto alternativo a una serata in pizzeria. La raffinata pasticceria siciliana anche a Caltanissetta non è da meno, essendo provincia ricca di pascoli e quindi di ricotta, questa è presente in quasi tutti i dolci nisseni. Oltre ai cannoli alla ricotta e alla cassata, vanno annovera-


ti il rollò, dolce tipico nisseno, un sottile rotolo di pan di spagna farcito di ricotta con un cuore di martorana (la città ha vinto il Guinness dei Primati per il rollò più lungo) ed il torrone per la bontà del quale Caltanissetta è ancor oggi famosa. La produzione del torrone a Caltanissetta affonda le radici nel nono secolo dopo Cristo, epoca in cui l’isola era sotto la denominazione araba. A fianco della cubaita araba, fatta di zucchero caramellato e sesamo, il torrone nisseno utilizza come ingredienti i prodotti dell’ agricoltura locale e cioè le mandorle, i pistacchi ed il miele. A Caltanissetta è viva anche la torrefazione del caffè, sono presenti infatti alcune antiche torrefazioni, fra le quali ricordiamo la torrefazione Caffè Vancheri. Anche se oggi molti prodotti sono presenti per quasi tutto l’arco dell’anno molte sono le festività celebrate con i cibi rituali. A Natale ad esempio nei forni si trovano i buccellati o “vucciddati”, biscotti di pasta frolla a forma di anello o a piccoli tocchetti, farciti di fichi secchi, noci, mandorle e bucce di arance. Per San Martino è tradizione fare gli omonimi biscotti, impastati con semi d’anice e i mustazzoli di miele e mandorle. In quest’occasione “si esce” il vino nuovo e si mangiano le muffolette, soffici panini di farina impastati con i semi di finocchio e farciti con un denso sugo di maiale oppure con ricotta e miele. Per Carnevale si suole preparare le chiacchiere strisce di farina, uova e strutto poi fritte e le sfinci d’uova o di pane. Nato come dolce di carnevale, ma ormai presente tutto l’anno nelle pasticcerie è la “raviola” con ricotta e miele, una squsitezza imperdibile! Oggi grazie all’interesse dell’associazione Slow food è molto conosciuta anche la “Cuddrueddra” di Delia (cittadina in provincia di Caltanissetta): divenuto presidio Slow food infatti viene messo in commercio questo delizioso biscotto fritto che per tradizione si faceva nel periodo di carnevale.


Una delle ricorrenze ancora oggi molto sentita è la “Festa dei morti” e di “Ognissanti” a Novembre. In questi giorni è possibile gustare la frutta martorana, pasta reale modellata a forma di frutta; ai più piccoli si regalano invece i pupi di zucchero: realizzati con lo zucchero fuso in stampi di gesso, inizialmente rappresentavano personaggi di un tempo, cavalieri dalle armature variopinte e dame settecentesche, oggi anche personaggi dei cartoni animati più famosi. In occasione della Pasqua si fanno i panareddi cestini di pasta dolce al cui interno vi è un uovo di gallina; il tutto cotto insieme al forno.


SAN CATALDO A pochi chilometri da Caltanissetta sorge San Cataldo. Nata per volere del barone Nicolò Galletti nel 1607. Relativamente giovane la città vanta però un discreto numero di edifici civili e religiosi. Arrivando in città il primo è il Monumento ai Caduti aggirandolo ci si immette nel Corso Sicilia e più avanti nel Corso Vittorio Emanuele lungo i quali si trovano le chiese della Madonna della Mercede, rifacimento di una antica chiesetta, all’interno della quale si trova una raffinata statua lignea della Madonna delle Grazie prodotta dalla bottega palermitana del Bagnasco (sec. XIX) e diverse tele ottocentesche e simulacri lignei. Poco più avanti la chiesa madre fondata dal principe Galletti nel 1633, chiesa intitolata all’ Immacolata sviluppa una massa ariosamente scenografica con innesti barocchi e manieristici nello stesso tempo pur mantenendo equlibrio lessicale. All’ interno tre navate con una volte a botte al centro ornato di stucchi di impronta neoclassica, a destra e sinistra cappelle dei patrono San Cataldo e la cappella del SS. Sacramento con la settecentesca statua lignea indorata del Santo, il simulacro in legno indorato dell’Immacolata, all’interno anche alcune tele del sancataldese Michele Butera, più avanti la chiesa di San Giuseppe ricostruita su un originaria struttura del 1708 con un bel portale rinascimentale. All’interno aggraziati decori in stucco e gli affreschi del gelese Emanuele Catanese. Ritornati sul Corso Vittorio Emanuele si arriva alla Madonna del Rosario, del 1702 e interamente ricostruita a metà dell’ottocento, con un esterno severo e un bel portale in pietra bianca e affiancata da un campanile con forti cornici aggettanti marcapiano. L’interno è ad unica navata con decori in stucco e un affresco nella volta con scene della vita di Gesù e della Madonna, del Gelese Emanuele Catanese. Di pregevole fattura anche due simulacri in cartapesta dei santi Pietro Paolo, Domenico e Caterina, del sancaltaldese Giuseppe Emma nel 1927 e le statue lignee del Bagnasco . Più avanti è la chiesa di Santa Lucia interessante espressione di architettura minore siciliana con

un portale rinascimentale che emerge sulla compattezza dell’edificio. Sul Corso Vittorio Emanuele la chiesa di S. Stefano con la sua facciata policroma del 1970 è inatteso documento di un moderno neoclassicismo. Al termine della strada la Chiesa dei Cappuccini a cui si accede da uno scarno portale ma che custodisce all’interno cinque bellissimi altari lignei con sculture e decori finemente modellati e tra questi l’imponente altare maggiore il retablo reliquario che accoglie al centro la statua della Vergine. A pochi chilometri da san Cataldo sorge il sito archeologico Vassallaggi posizione strategica da cui osservare un paesaggio di straordinaria bellezza. Il primo insediamento umano in questo sito risale alla prime metà del Bronzo (1880- 1400 a.C) il sito vive alterne vicende di spopolamento e ripopolamento fino all’età paleocristiana in cui si attesta la presenza della comunità cristiana (IV-V d.C.), di quel periodo ci restano la cinta muraria il tempietto con altare quadrangolare circondato da un fitta rete di edifici contenenti offerte votive e diverse tipologie di sepolture con ricco e variegato corredo sepolcrale monili e suppellettili che si trovano nei musei di Agrigento Gela Siracusa e Caltanissetta. LE FESTE Come tutti i paesi della Sicilia anche San Cataldo vanta radicate tradizioni legate a ricorrenze religiose e non, trasmesse da generazione in generazione. Una delle più radicate è legata ali riti della Settimana Santa. Statue in cartapesta e figuranti in costume conferiscono alle cerimonie una solennità e una teatralità che cattura. Si entra nel vivo delle manifestazioni con la Domenica delle Palme, il Mercoledì una processione di personaggi vestiti con sfarzosi costumi romani, legionari, centurioni e cavalieri conducono Gesù davanti a Pilato, il corteo arriva a Piazza degli eroi, il giorno seguente Maria e San Giovanni vanno alla ricerca di Gesù attraversando il centro storico fino all’oratorio del Sacramento dove per tutta la notte veglieranno il Cristo agonizzante fra preghiere, canti e ladate. L’indomani la ricerca si conclude con “l’Incontro” in piazza, si assiste all’abbraccio commovente tra la


Madre e il Figlio la banda musicale e un corteo accompagnano i due verso il Calvario dove avviene la Crocifissione, a sera si rappresenterà la Scinnenza dramma recitato sulla Crocifissione di Gesù. La Settimana Santa si conclude con la Resurrezione e i “Sampauluna” giganti di cartapesta, figuranti gli undici apostoli preceduti dal Cristo che sfilano per il centro. Numerose le altre ricorrenze legate sempre alla religione: l’Immacolata a dicembre, San Cataldo patrono della città viene festeggiato in primavera come propiziatore di buon raccolto e sempre alla fine dell’anno viene portato in processione il Bambino Gesù una statua settecentesca attribuita al Bagnasco che regge in una mano un dolce tipico del periodo natalizio “u’ucciddatu” e viene accompagnato da pastori con “ciaramedda e friscalittu”. I SAPORI E LA CUCINA Terra di frumento e cereali, nella cucina sancataldese non possono mancare ingredienti come cereali, erbe aromatiche, l’olio d’oliva i formaggi e la carne. Paste con condimenti di verdure come i “mazzareddi” o i “finocchietti” la cuccia fatta di frumento e ceci tipica del periodo natalizio. E molti sono i dolci tipici, tra cui la Ciambella, i “ucciddati” e le muffolette, panini con i finocchietti che si mangiano il giorno di San Martino ripieni di ricotta e miele. Una vera squisitezza!


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Foto: Archivio Provincia Regionale di Caltanissetta


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