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CREDEVO FOSSE UN HAMBURGER

DI TONI GUGLIELMINO


CREDEVO FOSSE UN HAMBURGER di Toni Guglielmino


PRIMA PARTE (Lui)


Capitolo 1

Maggio 2016 Ho voglia di entrare al Masetto. Solo in questo street-food sanno fare degli hamburger così buoni. -C'è troppa gente. Andiamo da un'altra parte-No- rispondo a mio figlio, cercando di stemperare il tono della mia voce. Non è da me. Ottengo l'effetto contrario. Se ne va offeso. Io per nulla. Nella mente faccio automaticamente il calcolo di quanto risparmierò. Sono ossessionato dai conti. Forse me lo impone la mia magra pensione. Sì, ma almeno a quella sono arrivato. Tutti i ragazzi e le ragazze della lunga fila che esce dalla porta del punto di ristoro la pensione rischiano di non vederla mai. Faccio i pochi metri che mi separano dall'ultimo della coda.


Mi rassegno ad aspettare. Sto già pensando alla carne che mangerò tra venti minuti. Così mi dice il cartello accanto alla cassa. Sempre che Ettore, il proprietario, non sia arrivato a scorgermi con la coda dell'occhio. In quel caso ha già messo sulla piastra la mia carne. Dopo dieci minuti mi rendo conto che non è stato così. Varco l'ingresso, salendo il gradino che separa il selciato del vicolo dal pavimento in marmo. Alla mia destra le bibite sono ad attendermi. E' passato da poco mezzogiorno e non voglio cedere alla tentazione di una birra. Rischio di alzare il mio budget di due euro e non va per nulla bene. Meglio la solita acqua minerale. -Sei tu l'ultimo?- qualcuno mi sta già chiedendo “Chi cazzo è a disturbarmi?” penso, prima di voltarmi. Ogni mia parola è arrestata. Non certo dall'educazione ma da chi ho davanti. Non riesco a crederci. E' proprio lei. Senza neppure salutarla ecco l'infelice esordio -Saranno quindici anni che non ci vediamo-. Mai parlare ad una donna di qualcosa che la


riporti alla sua età. In ogni caso non può nascondermela. Siamo nati nello stesso anno. Anche se lei non aveva fatto che vantarsi di essere di pochi mesi più giovane. -Non sei cambiato per niente- e mi fulmina con lo sguardo. Nella sua risposta l'unica cosa a sorprendermi è che in cinque parole non ha detto neppure una parolaccia. Non è da lei. La mia replica viene interrotta dalla ragazza della cassa. -Il solito?- mi chiede, scrivendo il mio nome sul foglietto dell'ordinazione. -Sì grazieMaria non riesce a trattenersi. -Sempre il solito abitudinario del cazzo-. -Adesso ci siamo-Cosa vuoi dire?-Mi stavo preoccupando-Perché?-Non ti avevo ancora sentito dire nemmeno una parolaccia-Ma vaffanculo- e sorride. Adoro la sua voce. Forse l'unica cosa a non essere cambiata nell'arco di tanti anni. Guarda la lavagna con la lunga lista degli


hamburger. -Un masetto completoHa ordinato la specialità della casa. Con un'abile mossa, io ho già pagato. Naturalmente solo per me. -Sempre tirchio- è il suo commento. All'interno nessun tavolino. Solo alti sgabelli. Sono dieci e tutti occupati. Sul lungo piano di appoggio spiccano i due grossi contenitori della senape e del katchup. Speriamo che, alla consegna, si liberino due posti. Guardo fuori e mi accorgo che una pioggia sottile ha preso a cadere. Nessuna possibilità di mangiare all'aperto. Mi attacco al muro, in modo da lasciar scorrere quelli che sono in attesa dietro di me. A giudicare dal numero, ho indovinato il momento giusto per arrivare. -Ti dispiacerebbe lasciarmi un po' di posto?Ridendo mi sposto. Lei si accosta ed arrivo a sentire il suo odore. Quello della sua pelle. Stranamente restiamo in silenzio per più di un minuto. Avevamo sempre parlato tanto. -Allora cosa mi racconti?- mi chiede. Non ho il tempo di replicare.


-Diego!- gridano dalla cassa. Ecco. E' pronto il mio hamburger piccante. Al formaggio. Lo sto prendendo e già la ragazza pronuncia un altro nome. -Maria!In quel momento avviene il miracolo. Si liberarono gli unici due posti che permettono di sedersi e guardare fuori, lasciando tutti alle proprie spalle. A giudicare, lei non sembra cosÏ pratica del locale. -Vieni- le dico. Istintivamente la prendo per mano. Ci sediamo per mangiare in silenzio. So che durante quel rito non vuole essere disturbata da nessun discorso. Inevitabilmente mi sporco la barba di katchup. -PuliscitiPer dispetto non lo faccio e continuo a mangiare. Adesso sorseggio l'acqua, attendendo che anche lei finisca. -Merda!- esclama. Non c'è bisogno di fare domande. Basta guardare la macchia rossa che le ha insudiciato i jeans. Scoppio a ridere.


Ecco la seconda occhiataccia partire verso di me. Le allungo il tovagliolino di carta che non ho voluto usare. -GrazieCon un gesto che di elegante non ha nulla, inizio a pulirmi la barba con il dorso della mano. Con la busta di carta che ha contenuto il panino termino l'operazione. Lei ha preso anche le patatine. -Non me ne offri neppure una?Lo stupore non riesce a celarsi dietro i suoi occhi scuri. -Prendile tutte!-Grazie, ne saranno rimaste quattro-AccontentatiLe mangio lentamente. Aspetto che sia lei a parlare. -Ti posso offrire un caffè- la sua non è una domanda. -Andiamo al Bar degli specchi-Esiste ancora?-Sì. Ha cambiato gestione ma il caffè lo fanno bene. Come una voltaSi alza per prima. Noto con quanta attenzione butta nei due diversi contenitori la carta e la plastica. Ci facciamo strada tra tutti i clienti.


Un cenno di saluto a Ettore. Sempre impegnato alle piastre. Con la sua strana barba ed i colorati tatuaggi. Conquistiamo l'uscita. Ha smesso di piovere e le nubi sembrano volersi diradare. Spero in un pomeriggio caldo e soleggiato. Uno di quelli tipici di questo mese. Guardo l'ora sul cellulare. Sono le 13 in punto. Rimango perplesso. Quel numero ha sempre avuto un senso nella mia vita. -Ti vuoi sbrigare?-ArrivoPercorriamo i pochi metri che portano alla curva oltre la quale si affaccia l'ingresso del bar. -Hai tempo per sederti?Lei guarda l'orologio e fa un cenno di assenso. Uno sguardo ai tavoli esterni. Tutti liberi. Solo perchÊ le sedie sono ancora bagnate. All'interno ecco gli inevitabili impiegati di banche e società di assicurazioni. Tutti intenti a mangiare dei pallidi tramezzini. -Speriamo che ci sia un tavolo libero-Il solito ottimista- e fa uno strano sorriso. Aprendo la porta ho rischiato di falciare il tizio che è in piedi proprio davanti all'ingresso.


Sono troppi anni che non entro in quel locale con una donna. Anche il ragazzo dietro il bancone rimane perplesso nel vedere che non sono solo. -Il tavolino c'è. Manca una sedia- dice lei. Mi guardo intorno. Se ne sono appropriati quelli seduti accanto. Solo per posare le loro cartelle e due borse. -Potrei riavere la mia sedia?- chiedo senza molta cortesia. In un certo senso ho ragione nel definire mia quella sedia. Tanti anni prima, sono stato io a rifarne la seduta di finto cannette. Del semplice tessuto stampato con la stessa trama delle viennesi. La rimetto al suo posto e lascio che sia lei a sedersi per prima. -Cosa prendi?-Un caffè corretto-Come?-Vedo che la tua memoria non è migliorata. Sambuca, come sempreHa ragione. Questo proprio non me lo ricordavo. Mi volto per dirigermi verso il bancone. Con la mia solita grazia riesco a centrare la punta del piede destro di una giovane segretaria che si è appena alzata.


Schiaccio una scarpa tacco 12 e lei non riesce a trattenere un urlo, prima di guardarmi. -Le ho fatto male?- le domando, senza preoccuparmene troppo. A fare da eco a quell'urlo mi arriva la risata di Maria. E' lei a beccarsi l'occhiataccia che toccherebbe a me. L'obiettivo è quasi raggiunto. La superficie del bancone è rigorosamente di marmo bianco. La parte inferiore invece abbonda di decorazioni dorate che in qualche modo vogliono ricordare un certo stile liberty. In realtà non c'è nulla di antico. Il pensiero che mi balza alla mente è che le due cose più antiche dobbiamo essere proprio io e la donna che adesso è con me. -Alberto- dico a voce alta. Il barista si volta e fa con le dita un segno di vittoria. Mi vuole prendere per il culo? Poi realisticamente penso che indica solo il numero di caffè da servire. -Sì. Uno corretto sambuca. E con la correzione a parteCome un serpente scivolo tra i clienti. Per molti si sta avvicinando l'ora di andare via. Adesso una certezza. Quelli che escono non


sono bancari ma assicurativi. E' ancora lontana l'ora in cui le banche riapriranno per il turno del pomeriggio. Sento il cellulare vibrare nella mia tasca sinistra. Con un gesto automatico lo prendo per guardare di chi è il messaggio. Su whatsapp ecco comparire il nome di mio figlio con le parole: “dove sei?”. Non voglio che mi raggiunga. Il suo “dove sei” può solo dire: offrimi il caffè. -Sono occupato- gli rispondo. Finalmente posso sedermi. Lei sta a sua volta mandando un messaggio con l'IPad. Arrivano i caffè prima che lei termini di scrivere. -Zucchero niente?- chiedo. Lei non lo aveva mai messo. Le abitudini possono sempre cambiare, ma allora non avrebbe nessun senso chiamarle tali. -Ovvio che non ne metto-Perché ti sembro grassa?- aggiunge, dopo una breve pausa. Ecco questa è la domanda più pericolosa e bastarda che una donna può farti. Qualunque sia la tua risposta, c'è una sola certezza. Stai dicendo qualcosa di sbagliato.


-In effetti non hai più la taglia di una volta-Cazzo! Non ricordo un solo complimento che sia uscito dalle tue labbraCerco subito di rimediare -La tua nuova pettinatura ti sta proprio bene-. La sambuca rischia di andarle per traverso. Non certo perché non sia abituata a quel liquore. -Ma non vedi che è la stessa che ho sempre portato?- e ruota il collo per mostrare meglio la corta coda intrecciata. Per fortuna non ho ancora finito il mio caffè. Afferro subito la tazzina e bevo l'ultimo sorso. Devo cambiare argomento. -Vai spesso a mangiare in quel locale?-Mai- replica, fissandomi in quel suo modo strano. -Oggi c'eriE' troppo tempo che non la vedo ed io sono troppo curioso. Non resisto alla tentazione. -Sei ancora sposata?- le chiedo. -E tu?-Io sì-Io noDentro di me quella sua affermazione suona come un campanellino magico. E' libera allora? Forse. Non posso farle una domanda del genere.


-Guarda che ti conosco, Diego. Se lo vuoi sapere la risposta è “sì”Non ho mai provato tanta simpatia per il mio cellulare. Proprio in questo istante prende a squillare. Sul display appare un nome: Roberta. -Non rispondi?-Ma un po' di cazzi tuoi non te li sai proprio fare-Sei buffo. Sarà una delle tue donne-Non ho nessuna donna-Se mi hai appena detto di essere sposato!-Funzioni meglio di un registratore-Perché-Sono sicuro che ricordi ogni singola parola scambiata da quando ci siamo visti-Sì, hai ragione-Mia moglie non è in città-E' via da tanti giorni?-Veramente sono due anni che siamo separatiFinalmente sulla sua testa si accende un luminoso punto interrogativo. Io non ho nessuna voglia di darle una spiegazione. -Ok, non ne vuoi parlare. Un altro dei tuoi misteriIl tempo sembra non voler passare. Intorno a noi i bancari sono ancora tranquillamente seduti od in piedi a mangiare.


Ecco aprirsi la porta. Enzo. Un vecchio compagno di università. Con lui ho preparato più di un esame a giurisprudenza. Non appena mi vede si dirige verso il nostro tavolino. Ed ora cosa devo fare? -Ciao Diego. Non mi presenti questa simpatica signora?-Maria. Una mia exA questo punto vorrei potermi fare un nodo alla lingua per non parlare più. Arrossisce lui per la gaffe che ho fatto io. Per fortuna è abituato a situazioni del genere. Bazzica da troppi anni nelle aule del tribunale. Si limita a presentarsi e poi scompare. -Vuoi un altro caffè?- le chiedo. -Non credere di riuscire a farmi dimenticare la cazzata che hai appena detto con un semplice caffè. Però è meglio che me ne ordini unoMi ritrovo al banco in un lampo. Ordino. Mi volto. Lei è scomparsa. Sul tavolo c'è ancora la sua borsa. Anche se definirla tale è leggermente riduttivo. Gira ancora con quel suo borsone enorme nel quale non riusciva mai a trovare quello che cercava.


Mi rassegno. Mi siedo e rimango a fissare la mia tazzina. Devo riuscire ad apparire in qualche modo dispiaciuto per quello che ho appena detto. Alle mie spalle ecco la sua voce. -Guarda che puoi evitare di fare il pentito. E poi non saresti tu se non dicessi certe cose-. Come darle torto? Torna a sedersi. Sembra avere fretta. -Hai qualche impegno oggi?-Forse- mi risponde e lascia la frase in sospeso. Do un'occhiata. Voglio accertarmi che non abbia ripreso a piovere. -Ti andrebbe di fare due passi?-Alza il culo. So che sei in pensione. Adesso accompagnami a casaBrutta storia. Lei abita dall'altra parte della cittĂ . Almeno cosĂŹ era stato. -Sono qui di passaggio e sto da mio padreProprio come immaginavo. Adesso mi tocca camminare e devo farlo in fretta per tenere dietro al suo passo. -Aspetta almeno che paghi-L'ho giĂ  fatto io- e mi mostra il portamonete che tiene nella mano destra. La fisso con attenzione. Le dita sono meravigliosamente lunghe e le unghie tagliate corte. Proprio come piace a me.


L'unico elemento nuovo: lo smalto. Anche se è trasparente non mi va. Ma non e il momento di aggiungere commenti. Con la mano sinistra spalanca la porta per uscire. Io non posso che tenerla aperta ai due impiegati che escono in fretta superandomi. Il pomeriggio è ancora lungo e si prospetta leggermente diverso per me, rispetto a quello dei due rassegnati bancari. -Dai sbrigati. Corriamo il rischio che la pioggia ci becchi proprio a metà stradaRallento. Non voglio esserle a fianco. La guardo camminare. Decisamente è ingrassata. Anche io non sono più quel mucchietto di ossa di quando avevo solo ventisei anni. Quando l'avevo vista per la prima volta. Tutta colpa di una sua cugina che è ancora mia amica. E' stata lei a farci incontrare quel lontano giorno. Non penso per una pura combinazione. Meglio non farmi trasportare dal filo dei ricordi. Adesso ho qualche cosa di molto concreto da seguire a passo spedito. Ha ancora un bel sedere e mi piace come lo muove.. I pantaloni che indossa sono sgualciti. Deve


essere lei a volerlo. E' una che lascia ben poco spazio al caso. Si volta. -Sei ancora lì? Ti vuoi sbrigare?E che cazzo. Lo sa che la sto mangiando con gli occhi. Si arresta proprio davanti all'edicola della piazza. Ancora una volta scava nel suo sacco e tira fuori il portafoglio. -Aspetta, devo comprare il giornale-Abitudinaria!- le dico. -Senti chi parla. Non sei riuscito a cambiare neppure un particolare di ciò che indossi da quando ti ho visto a quel funerale-Le scarpe- commento. -Non lo vedi che si stanno bucando?Non le poteva sfuggire il particolare del mio alluce destro che sta riuscendo ad aprirsi un varco nella punta delle mie economiche scarpe da corsa. -Cosa fai, continui a correre?-Non più-Si vede, Diego. Sei ingrassatoEro sul punto di decantare le meravigliose virtù del tai chi. La sua parola “ingrassato” cancella la mia frase. -Dai non offenderti. Qualche chilo l'ho preso


anche io-. -Pensa a ritirare il quotidianoNon ci posso credere. Legge ancora Il Manifesto.


Capitolo 2

Giugno 1979 -Aspetta che devo fermarmi a comprare il giornaleE' alla guida della sua 2CV. -Non ho fretta- le rispondo. In effetti nessuno ci corre dietro. E' sabato. Un caldo mattino di giugno inoltrato. La seconda volta che esco con lei ed ancora non sono riuscito a baciarla. Questo è molto grave. Con le tante ragazze che ho avuto prima di Maria, è avvenuto alla prima uscita. Lei non ha voluto. Ero convinto che non ci saremmo piÚ rivisti. Invece ieri sera è arrivata una telefonata. -E' per te- mi ha detto mia madre. Quando dall'altro capo del filo ho sentito la sua voce mi ha fatto piacere. Ha una voce bellissima. La prima cosa a colpirmi quando l'ho conosciuta.


A sorprendermi è stata poi la sua magrezza insieme ad i tanti particolari che ne fanno una bellissima ragazza. Torna a prendere posto alla guida. -Dove vuoi andare?- mi chiede. -Decidi tu-Allora si va a Camogli a mangiare-Ma sono le dieci!-Non ho detto che si debba fare solo quello- e mi lancia uno sguardo che mi spoglia dalla testa ai piedi. Non ci vuole molto. Indosso solo un paio di pantaloni corti ed una maglietta. Lei ha un leggero abito blu che non concede troppo spazio alla fantasia. Lascia ben intendere che reggiseno e mutandine le ha lasciate a casa o sono nel borsone che riposa sul sedile posteriore. Gli interni, di finto cuoio, sono di un color crema che non mi piace. Ma a compensare tutto c'è lei che guida come se ci stessero inseguendo. -Hai paura?-Se guidassi piÚ piano!-Se non ti va puoi sempre scendere- ed accenna ad accostarsi al largo marciapiede. -Non essere cosÏ permalosa- le dico con


un'insolita confidenza. Mi sembra che ci si conosca da una vita. -Allora cosa mi racconti?-. Cosa devo dirle? Le comincio a parlare di Portofino. Della villa che ho. -Questo lo so-Ecco, vedi! Paola deve averti raccontato tutto di me-PerchÊ? Credi che sia una che esce con uno sconosciuto?-Io lo sto facendo- borbotto. -Ti dispiace?Cazzo, no che non mi dispiace. Meglio tacere un secondo e lasciar scorrere il paesaggio alla mia destra. Il mare è calmo e di uno splendido colore che sembra voler sposare il blu del cielo con il verde del fondale. Poche navi attendono di entrare in porto. -Non facciamo l'autostrada?-A me va di guidare sulla statale-Vai dritta allora. Dobbiamo arrivare alla mia villa-PerchÊ? Io voglio fermarmi a Camogli-Lo facciamo. Al ritornoProprio non riesco a toglierle lo sguardo da dosso. Lo sa e fa finta di nulla.


All'improvviso da una frenata. -Ora cosa cazzo c'è?-Voglio prendere un caffèNon è una cattiva idea anche se sarà il quarto da quando mi sono svegliato. Compreso quello che ho bevuto prima ancora di fare colazione. Siamo all'altezza dei giardini di Quinto. Il bar lo conosco. Accosta in doppia fila e scende. Lascia il motore acceso. Sembra un macinino dal rumore che fa. Apro la portiera e la raggiungo. Sta già pagando. Questa sì che è una novità per me. Per anni nessuna ragazza ha mai accennato a voler tirare fuori neppure una lira. -Non mi ringraziare. Il pranzo lo paghi tuDevono ancora passare due ore prima che si avvicini il momento di andare a mangiare ma tra poco più di mezz'ora saremo nella mia casa al mare. Ma adesso voglio godermi il caffè. Neppure lei mette lo zucchero. Proprio come me e non certo per la linea. I capelli neri li tiene raccolti in una treccia che fa risaltare le linee del suo volto. Non ho dubbi. Quella ragazza mi piace. Inevitabile un paragone con la mia prima ed


unica fidanzata. Tutto sommato è meglio Maria. Sembra molto più sicura di sé. Vorrei farmi vedere con lei da qualcuno dei miei amici della palestra di karate. A pochi metri dal bar ce n'è una dove vado spesso. Ma questa non è la giornata ne l'ora in cui si allenano. La cassiera mi saluta chiamandomi per nome. Le sorrido e vedo la sua espressione ammiccante. Devo correre verso la 2CV. -Se non ti sbrighi vado via da solaEntro dal finestrino. Senza aprire neppure la portiera. Giusto il tempo di atterrare sul sedile ed eccola ripartire. Lungo la strada parliamo di quello che sta facendo. -Tutti i giorni, dal lunedì al venerdì, devo andare in treno a Milano per il mio lavoroFrancamente non mi interessa molto quello che sta dicendo. E' solo il timbro della sua voce a rendere tutto piacevole da ascoltare. Siamo al bivio che porta a Camogli, la nostra destinazione iniziale. -Mi vuoi dire che strada devo prendere per


arrivare a questa tua villa?-Prosegui lungo l'Aurelia-Ok- si limita a rispondere e, quasi sia un gioco, tira una accelerata proprio mentre stiamo imboccando la prima salita dopo Recco. La costa della collina è uno spettacolo. Sotto di noi possiamo vedere il mare fino alla punta del Monte di Portofino. Un battello sta per fare ingresso nel porticciolo di Camogli. Proprio in quell'istante, scalando rapidamente le marce, arriva ad accostarsi al basso muretto che ci divide dagli uliveti. La macchina si ferma. Senza che proprio me lo aspetti, si appoggia a me e mi bacia sulla bocca. Come se non fosse avvenuto nulla, riparte. Bastano pochi minuti e mi ritrovo all'ingresso della villa. Non le ho dato nessuna indicazione. -Sapevi dov'era!Lei mi guarda e sorride divertita. Sta giocando con me e questo gioco comincia a piacermi. Salendo i gradini in pietra che fiancheggiano il giardino, le dico di stare attenta. -PerchÊ?-Non ho le chiavi e dobbiamo scavalcare.


Dall'altra parte c'è OmbraOmbra è il mio splendido pastore tedesco. Ufficialmente deve fare da guardia al giardino ed alla casa. Non lo si direbbe proprio in questo momento. Dall'altra parte della bassa inferriata c'è un cane che sta facendo le feste. Il piccolo particolare è che le fa a lei. Scavalca agilmente per prima ed eccola sul prato. L'erba è stata tagliata da pochi giorni. Quanto basta per attutire completamente il suo atterraggio nella mia proprietà -Dai entra, Diego. Non avere paura del caneBrutto venduto. Ecco cosa è pronto a fare per una bella ragazza. Anche se ha tutta la mia comprensione. Come dargli torto? Saliamo le scale che portano all'ingresso. Recupero la chiave dal solito posto dove ci ostiniamo a nasconderla. Entriamo e lei si fa da parte. -Ora dove si va?- mi chiede. A questo punto non le rispondo proprio nulla. La prendo per la vita. Si lascia andare e le ricambio, con tanti interessi, il fugace bacio che mi ha dato. L'importante per lei è che l'iniziativa non sia


partita da me. -Dai vieni a vedere la casa- e le indico la breve scala che porta al grande soggiorno ed alla splendida terrazza dalla quale si vede tutto il Golfo. -Non ho voglia di fare all'amore- e guarda divertita l'espressione che si disegna sul mio volto. -Pensiamo piuttosto dove andare a mangiare. Dopo, forse!-Andiamo in paese a piedi?- le propongo. -Ovvio!Non c'è niente di ovvio in quello che ho appena detto. Il fatto è che deve sempre avere lei l'ultima parola. Non posso contraddirla in questo momento. Rischio di rovinare quanto mi si prospetta dopo mangiato. -Spilorcio come sei mi offrirai un panino ed un bicchiere d'acqua- dice mentre accarezza quello che fino al giorno prima è stato il mio cane. Ora non mi degna neppure di uno sguardo. -A dopo- gli dico e chiudo alle mie spalle la pesante cancellata. L'aria è meravigliosamente fresca e pulita. Farei una nuotata, anche se l'acqua deve essere ancora fredda. Solo adesso mi prende per mano e si lascia


portare verso il sentiero che in pochi minuti ci conduce a quel meraviglioso borgo. Poche case affacciate sul mare. Il ristorante non può che essere aperto. I turisti cominciano ad arrivare ed il giorno di chiusura è già stato messo nel dimenticatoio. Il mio solito tavolino è libero. -Ciao, Diego- mi saluta il proprietario. Ci conosciamo ormai da cinque anni. Lascia che ci sediamo e poi mi fa un cenno. Con la testa dico di no. Non ho voglia di scorrere il menù. Meglio lasciar fare a Franco ed alla moglie che si intravvede dalla piccola finestra aperta sulla cucina. Fossi da solo ordinerei una birra fresca. -Cosa vuoi bere?-Non sono astemia-Questo non risolve il problema. Bianco o rosso?-Non abbiamo neppure ordinato. Mangiamo solo un primo?-Forse- le borbotto, prima di aggiungere -Ti dispiace se prendiamo del vino rosso? Il bianco proprio non mi va-Allora cosa me lo hai chiesto a fare?Sembriamo un marito e moglie intenti nella solita discussione a tavola. Scoppio a ridere a quel pensiero.


Come risposta lei mette mano al suo borsone e tira fuori le sigarette. -Ne vuoi una?-No. Ho smessoNon accenna neppure a porgermi il pacchetto. La accende e comincia a fumare. Grazie alla superba zuppa di pesce, tutto fila liscio. Parliamo di tante cose. Nessuna che merita di essere ricordata. E' il momento del caffè. -Lo vuoi macchiato?-No, corretto sambuca- e mi soffia una nuvola di fumo in faccia. Per fortuna in quel preciso istante mi volto verso l'ingresso della trattoria. Ecco Franco arrivare con il conto. Lei non batte ciglio. Se l'è cavata con il caffè della mattina. Adesso è il mio turno. Aprendo il portafoglio mi accorgo di avere ben pochi soldi con me, come al solito. -Ti devo chiedere un prestito, Maria-Ah, iniziamo bene. Guarda che io faccio pagare degli interessi molto cari-Ok, ma adesso dammi cinquantamila lireNon avevo previsto il vino e che a sceglierlo fosse lei. Era maledettamente cara quella


bottiglia che abbiamo bevuto fino all'ultima goccia. -Aspetta che guardo- e riprende la ricerca nel suo borsone. Alla fine i soldi escono fuori. Non parla di quando restituirli. Si limitata ad aggiungere -Non accetto pagamenti in natura-. Mi alzo per primo e seguo il proprietario. Voglio salutare sua moglie e farle i complimenti per quello che ha preparato per noi. La piccola porta della cucina è aperta. Entro e le do un bacio su una guancia. E' rossa per il vapore che continua ad uscire dalle pentole. Mi sorride. Non è carina ma molto simpatica. Una di quelle che si tengono come amiche, per intenderci. Maria sta aspettando, accendendosi un'altra sigaretta con quella che ha quasi raggiunto il filtro. -Non fumi un po' troppo?-Fatti i cazzi tuoi. Le sigarette non me le devi pagare tuVorrei aggiungere “per il momento” ma temo la risposta. Meglio incamminarsi. Adesso il sentiero è tutto in salita. Con la pancia piena impieghiamo il doppio del tempo. Tiro un sospiro di sollievo quando


imbocchiamo l'unico tratto in discesa che riporta alla villa. Un'occhiata all'orologio. Sono le due passate. Alle quattro mi aspettano in palestra per gli allenamenti. Devo prendere una decisione. O si sale in casa oppure è meglio rimettersi in macchina. -Hai da fare oggi pomeriggio?-Alle quattro ho un allenamento-Allora lascia quel portone chiuso e sali in macchina. Guida tu. Io voglio godermi il panorama-Come vuoiPrendo al volo le chiavi che mi lancia e faccio il giro della sua potente 2CV. Sono impacciato con lo strano cambio che ha quella vettura. Non sembra preoccupata. Anzi. Dall'espressione da l'idea di aver ottenuto quanto voleva. Apre il finestrino ed ecco un'altra sigaretta spuntare magicamente. Ho appena imboccato la via principale. Con la mano sinistra mi accarezza una coscia. -E' meglio che ti fermi- mi dice. Ha sortito l'effetto desiderato. Ancora pochi metri e mi arresto, nel primo punto che me lo consente.


Senza neanche accorgercene ci ritroviamo stretti a baciarci. Questa volta si tratta di un bacio profondo e sensuale. Comincio a toccarle il seno. E' come avevo notato. Niente reggiseno e neppure un minuscolo paio di mutandine. Facciamo all'amore superando tutti gli ostacoli che ci frappone quella dannata macchina. Non si possono neppure abbassare i sedili. Non siamo in aperta campagna. In quel caso scenderei. Meglio il prato. Accontentiamoci Provo a baciarla ancora. -No. Dopo ho bisogno di fumareCome non prevederlo? Si limita a tirare giĂš il vestito, mentre io sto cercando di richiudere i pantaloni. Rimetto in moto ed aspetto che a parlare sia lei. -Ti va di rivedermi?-Spiritosa. Certo che sĂŹ-Allora telefonami. Domani sera sono a casaAncora una nuvola di fumo per poi gettare la sigaretta dal finestrino. Solo silenzio da quel momento a quando rientriamo in cittĂ . Nel fermare la macchina sotto casa mia, si


sveglia. -Adesso è meglio che guidi tu. Io sono arrivatole dico. Prima di ricevere chissà quale commento, le tappo la bocca con un bacio. Finalmente sono io ad avere l'ultima parola. Mi affretto verso casa. Sono quasi le tre e mezzo e devo ancora salire a prendere la sacca della palestra e le chiavi della mia macchina.


Capitolo 3

Maggio 2016 Infilando Il Manifesto nel borsone aspetta solo un mio commento. Non voglio darle questa soddisfazione. Come se nulla fosse, la prendo a braccetto. Proseguiamo verso piazza De Ferrari. Continua ad avere il passo piÚ lungo del mio. Obiettivamente siamo della stessa altezza. Di questo ne sono certo. Do un'occhiata ai suoi piedi. Mi aspetto di vederla con le sue eterne Superga blu. Oggi porta un bel paio di scarpe modello ballerina. Il colore del cuoio è chiaro ed il tacco praticamente inesistente. Si accorge di cosa ho notato. -Ti piacciono le mie scarpe?-SÏ. Ma le tue scarpe blu?-Tra poco le vedraiQuelle parole suonano come un invito a mettere nuovamente piede nella casa di suo padre dopo


tanti anni. Per il momento devo camminare. -Perché non prendiamo il 42?-Pigro!- e nel pronunciare quell'unico aggettivo viene colpita da una delle prime gocce che hanno ripreso a cadere. Una grossa goccia le sporcherebbe la lente degli occhiali, quelli che si ostina a non portare. In questo, siamo proprio diversi. Io tengo sempre i miei occhiali da lettura, sulla punta del naso. Lei non lo fa quasi mai. Tranne i casi di estrema necessità. Magicamente dalle sue mani spunta un carnet da dieci biglietti del bus. -Ok. Forse e meglio. Ripariamoci sotto la pensilina della fermata-Sempre uguale?- mi limito a dire, senza aggiungere nulla. La frase la termina lei -Sì. Il 42 passa ogni mezz'ora, se va bene-. Non mi dispiace affatto che il nostro autobus ci sia appena passato davanti al naso. Tempo in più da trascorrere con lei. Sta soffrendo. Non può accendersi una sigaretta. Troppe persone accanto. In uno spazio che si va facendo sempre più ridotto. Le metto un braccio attorno alle spalle. Lei non fa alcuna resistenza. Al contrario, si


stringe a me. -Vuoi una liquirizia?-Con piacere- le rispondo. Un tempo quel gesto era l'inizio del nostro rituale, prima di fare all'amore. Apro il palmo della mano. Lei fa scivolare due minuscole caramelle dal contenitore di plastica. Me le infilo in bocca imitando il suo gesto. -Mi prendi per i fondelli?- chiede subito. Non devo cedere alla tentazione di risponderle. Fingo di distogliere lo sguardo. Fisso la pioggia che non da alcun segno di voler terminare. Le nuvole si stanno facendo ancora più scure ed arriva la luce di un fulmine. Non mi muoverei per nulla al mondo dal punto in cui sono. -Ho voglia di fumareCome non detto. Si è già liberata dal mio braccio e sta guardando dove poter andare. -Non puoi aspettare? Tra poco arriva il 42-Non dire balle. Non sei mai stato capace di farlo. Guarda il tabelloneVede che il prossimo autobus passerà tra più di venti minuti. -Andiamo sotto i portici di Palazzo DucaleSono poco più di 50 metri. Con quell'acqua


arriverò comunque zuppo. Le mie scarpe sembrano chiedere pietà. Non sono proprio fatte per camminare con quel “meraviglioso” tempo. Lei è già a metà strada. Devo farmi largo tra la gente che attende impaziente. Finalmente varco l'ingresso principale del palazzo. Per un soffio riesco a non cadere sulla superficie piastrellata di uno dei due gradoni. -Contenta?- le dico, facendole vedere come mi sono bagnato. -Il solito egoista. Dai. Tutto sommato ti meriti un altro caffè-Sei tu ad aver voglia di prenderlo. Non mi convince questo tuo altruismoI tavoli esterni del bar, piacevolmente riparati dai portici, sono tutti occupati. -Andiamo dentro. Lo sai che non mi piace bere in piediOttengo la sua approvazione. Quanta generosità. Intanto continua a diluviare. Ora non me ne importa nulla. All'interno, proprio nell'angolo in fondo a sinistra, un tavolino sembra reclamare la nostra presenza. Ci sediamo contemporaneamente. A dividerci


nettamente solo la sua borsa. -Ma non avevi detto di aver voglia di fumare?-La sigaretta può aspettare-Da quando hai ripreso a fumare?-Questo non ti riguarda. Fumo molto meno di alloraEra stata capace di viaggiare anche sui due pacchetti al giorno. Fino a quando era consentito fumare praticamente dappertutto. Evidentemente si è adeguata. -Ordinami un caffè-Corretto?-Non sono un'ubriacona. Adesso lo voglio macchiato caldo-E senza schiuma- aggiungo. Questo particolare lo ricordo. Si limita a fare di sì con la testa. Do un'occhiata al cellulare. Abbiamo venti minuti da poter trascorrere in quel locale. Non è uno dei miei preferiti. Troppo passaggio. Troppi volti che mi scorrono davanti. “Strano che non ci sia qualcuno che conosco” penso. Come non detto. Passa una frazione di secondo ed ecco comparire l'unico che non deve vedermi insieme a Maria.


Un mio vecchio compagno di scuola. Uno di quelli che si incontrano sempre con piacere. Quasi sempre. Non oggi. Si da il caso che sia anche il fratello di una ragazza che avrebbe con piacere incenerito chi è con me. Mi scorge ed accenna un sorriso. Ci vuole un attimo perché quel sorriso si spenga. Il suo sguardo ha superato le mie spalle, cosa non facile vista la sua altezza, e si è reso conto della presenza di Maria. -Sei con lei?- mi chiede senza neanche salutarmi. Faccio un cenno di assenso. -Allora è meglio che vada da un'altra parteaggiunge. Come dargli torto? “Non ci pensare” mi ordino. Prendo le due tazzine e ritorno al tavolo. Sta ridendo. Ed ha il coraggio di dire a me che sono poco sensibile! Ossessionato dalla precisione, continuo a prendere in mano il cellulare per guardare quanto manca all'arrivo del bus. -Non riesci a stare un po tranquillo?-No!-Tanto non devi tornare al lavoro- ed aggiunge


-Anche io sono in pensione-. -Questo non lo sapevo- commento. -Non è l'unica cosa che non sai- e prende la borsa per spostarla alla sua destra. -Sei sordo? Guarda che sta suonando il tuo telefonoHa ragione. La mia mania di cambiare sempre suoneria. Uno sguardo. Non vale la pena di rispondere. Maria si sta pericolosamente avvicinando a me. -Allora che si fa?- mi chiede. Tra pochi minuti arriverà quel malefico autobus. -Hai degli impegni per stasera?A quella domanda risponde con un'occhiata che dice tutto. -Spero che tu non abbia intenzione di tenermi qui tutto il pomeriggioPer me andrebbe benissimo. Quello che conta è essere con lei. -Dove hai intenzione di portarmi?- mi chiede. Cazzo! A casa non possiamo andare. E' presidiata da mio figlio. -Andiamo da te- le rispondo. -Questo ha un prezzo-Quanto mi costa?-Come minimo una cena e non certo nel posto dove ti ho trovato oggi-


-Per questo non ci sono problemi. Il mio ristorante cinese è aperto la sera-Accetto-Andiamo prima ad un bancomat-Come al solito viaggi senza soldi-E' vero. Ma non è più come una volta. Inutile che ti racconti tutto. Tanto c'è chi ha già provveduto a farlo-Il solito maleducato- ed afferra il borsone, alzandosi. -Fammi passare- dice con un tono scocciato. -Hai intenzione di andartene?-Non ci penso neppure. Alza il culo ed andiamo a prendere il 42-Come vuoi tuMi piace che sia lei a portare avanti il gioco. Riusciamo a prendere al volo l'autobus, Sono quasi le tre ed ora c'è poca gente. Addirittura due posti a sedere. Uno accanto all'altro. -I biglietti?-Non ti preoccupare per me- e con il cellulare sto per comporre il numero per comprare un biglietto via sms. Lei mi porge il carnet che ha. -Dai che questo lo pago io. Timbrane due-. Mi rialzo e faccio come ha ordinato. Con la gente che ci sta intorno non possiamo


parlare di nulla di personale. Meglio tacere. Do un'occhiata. Nessun viso noto. Lei, seduta alla mia sinistra, mi prende la mano ed intreccia le dita nelle mie. Per più di dieci minuti non ci scambiamo alcuna parola. Siamo prossimi al momento di scendere. -Il nonno ci aspetta!- esclama. -Da quando è diventato tuo nonno?-Mi piace chiamarlo cosìSono appena sceso dal bus e già mi viene impartito un nuovo ordine. -Dobbiamo comprare da mangiare per mio padre. Ricordami il vino-Perché?-Perché voglio che smetta di bere quel vino nel cartone. Ha preso l'abitudine di comprarlo. Vuole risparmiare“Per chi?” mi domando. Giusto il tempo di formulare quel pensiero ed eccomi alla guida di un enorme carrello all'interno del supermercato. -Non mi ricordavo ce ne fosse uno vicino a casa tua-L'hanno aperto da due anni, non male vero?- si limita a dire Mi legge nel pensiero? No. Mi conosce troppo


bene. Sa che sto pensando esattamente a quello a cui ha appena dato una risposta. Cominciamo a serpeggiare per i corridoi del negozio. Mi viene in mente l'immagine che ho visto pochi giorni fa su facebook. Risponde esattamente alla realtĂ . Riproduceva il percorso di un uomo e quello di una donna all'interno di un grande magazzino. Quello dell'uomo era fatto di poche linee rette che non si intersecavano mai tra loro e conducevano rapidamente alle casse. Quello della donna sembrava un labirinto. SĂŹ, era esattamente come stiamo procedendo noi. Deve essere la terza o quarta volta che passiamo davanti al banco dei salumi e dei formaggi. -Hai intenzione di trascorrere qui il resto del pomeriggio?-Non rompere- e da un'occhiata al minuscolo foglio che contiene la lista di quello che deve comprare. -Manca solo il vinoTiro un sospiro di sollievo. Meglio tacere. La scelta sta a lei. Opta per una bottiglia di Nero d'Avola. -Non male. E' per noi?-Non fare il furbo. Hai detto che stasera mi porti


al ristoranteSono di buon umore. E' riuscita a cambiare radicalmente il corso della mia giornata. Le porte automatiche si aprono per lasciarci uscire. Sono carico con due sacchi enormi di plastica. In questo è come tutte le altre donne. Non poteva fare a meno di avere nella borsa una collezione di sacchetti di ogni grandezza, accuratamente piegati. Forse li danno in dotazione a loro quando raggiungono la maggiore età. Siamo solo noi uomini a chiederli immancabilmente. Anche quando compriamo poca roba. Giro alla mia destra per essere subito richiamato. -Ti sei dimenticato la strada per arrivare a casa mia?-Del nonno- la correggo. In effetti ha ragione. Non ricordavo quella scorciatoia che porta davanti al suo palazzo. Guardando oltre la vetrata noto che non c'è piÚ la portineria. Lei estrae un enorme mazzo di chiavi. Giusto il tempo di rendersi conto che sono quelle della sua casa di Milano.


Le ha prese istintivamente. Ecco materializzarsi quelle giuste. Vorrei baciarla. E' già arrivata sul pianerottolo, al primo piano. -Papà!- esclama, entrando nell'appartamento. Io la seguo e nel mettere piede all'interno provo una strana sensazione. E' come entrare in una macchina del tempo. Qui dentro non è cambiato nulla.


Capitolo 4

Giugno 1979 Varco la porta della palestra e già mi pento di essere sul punto di iniziare una nuova lezione di karate. “Potevo restare con lei”, mi ripeto per l'ennesima volta. Ed ecco arrivarmi un sonoro pugno sul naso. -Dove hai la testa?- chiede chi mi ha colpito. -Fatti i cazzi tuoi- faccio in tempo a rispondergli. Quello che mi sta colando dal naso è sangue. -Ti ho fatto male?-No, è stato un piacere!- e lascio il parquet. Mi avvio verso i bagni per lavarmi la faccia. Anche il kimono si è macchiato. “Questa me la paga” penso. Torno dentro giusto in tempo per sentire l'ordine dell'istruttore di cambiare compagno di combattimento. Ecco davanti a me Giorgio.


Anche lui spera di diventare cintura nera al prossimo esame. Manca poco meno di un mese alla fatidica data che dovrà darci il primo Dan. Cintura nera? Ma cosa me ne importa questa sera. Non vedo l'ora di tornare a casa per telefonare a Maria e mettermi d'accordo per uscire domani sera. Guido verso casa ed ecco farsi strada un dubbio. Non è che lei si è riferita a domani solo per la telefonata? Ad ogni curva che supero, il dubbio si fa più pesante. Mi è addirittura passata la fame. Gran brutto segno. Cosa ben difficile che dopo la palestra non sia pronto a sbranare tutto quanto mi mette nel piatto mia madre. Nell'aprire la porta un odore meraviglioso mi giunge alle narici. Davanti al profumo delle polpette ogni altro pensiero viene velocemente accantonato. -Vuoi ancora una polpetta? Ne sono rimaste tremi dice mia madre. -Sì! TutteNon ho certo la preoccupazione di ingrassare. Sono alto un metro e settanta o quasi. Manca


solo mezzo centimetro. La bilancia, quando mi peso la mattina, sembra essersi bloccata su cinquantatré chili e mezzo. Rientro quindi nella categoria under cinquantacinque per il karate. Ottimo. Ed ecco riaffiorare il pensiero di Maria. Adesso, aiutato dal fatto di essere sazio, sono sicuro di ciò che devo fare. Esco dalla cucina per andare subito verso il telefono e comporre il suo numero. Basta lasciar squillare una volta il telefono. E' lei a rispondere. -Ciao, sei già tu?Non so cosa dire. Deve aver avvertito il mio imbarazzo. Sento che sta ridendo. -Stavo scherzando, scemo. Mi fa piacere che mi abbia chiamatoTiro un sospiro di sollievo. -Ti passo a prendere domani sera?-Va bene. Aspettami in macchina-Non c'è problema-Che ne dici di mangiare insieme?-Ottimo. Passo per le otto?-Sì, a domani. Buona notte-Anche a te- replico. Non posso che riattaccare. Non mi rimane altro da fare se non andare in


soggiorno a guardare la televisione. Una volta a letto non riesco a prendere sonno. Voglia di leggere, zero. Se potessi salirei in macchina per andare da lei. Guardo l'ora. Manca poco alle otto. Ci vuole un attimo. Giusto il tempo di dire che sto uscendo. Mi cambio solo la maglietta. Prendo portafoglio e chiavi della Mini. Dieci minuti di strada e sono sotto il suo palazzo. Scendo e suono al citofono. Questa volta a rispondermi è una voce maschile. Deve essere il padre. -Buonasera. Sono Diego. Può chiedere a Maria di scendere?-ArrivaSi guarda bene dall'aprire il grosso portone in legno scuro e non ci pensa neppure a ricambiare il mio saluto. A questo punto non mi rimane che sedermi in macchina ed aspettare che lei arrivi. Adoro queste attese. Sono momenti sospesi nel tempo. Non c'è nulla che debba o voglia fare. Di solito vago liberamente con la fantasia. Questa sera è diverso.


Ogni pensiero non fa che riportarmi a chi sta adesso aprendo il portone. E' vestita proprio come immaginavo. Una giacca sopra un maglione leggero ed un paio di jeans. Porta le Superga. -Ciao. Dove mi porti?-AspettaLa mia meta è Paraggi. -Dove stiamo andando?- torna a chiedermi mentre imbocchiamo l'autostrada. -Non ti preoccupare. Non ti faccio morire di fame- e nel dirlo mi volto a guardarle le gambe. Lunghe e fasciate da quei pantaloni leggeri. -Pensa a guidareI cartelli scorrono veloci. Quella piccola macchina conosce la strada a memoria. In un baleno siamo al casello di Rapallo. So quale è il dubbio che sta sorgendo in lei. -Non stiamo andando a casa mia. Ho fame ed al Carillon si mangia bene-Io non ho mai mangiato là. Sporco capitalistae sorride. Come darle torto. I prezzi per una cena sono forse esagerati. Dico forse perché solo il paesaggio che si gode da quel locale merita quanto chiedono. E' una bellissima serata. Non è ancora


completamente buio. -Cosa ne diresti di un aperitivo a Santa?-Mi sembra una buona idea- mi trovo costretto a dirle. Gli aperitivi non sono la mia passione. Tutte quelle cosine che danno da mangiare mi rovinano l'appetito. Lei le adora. Come non assecondarla? In un lampo arriviamo davanti al mio bar. Con i suoi tavolini all'aperto, sulla passeggiata e con vista mare, questo bar è perfetto. Quasi ogni settimana vengo qui a prendere il caffè insieme a Ombra, quel traditore! Fermo la macchina. -Hai fretta?Sono costretto a mentire. -NoIn realtà ho fame. Sono quasi le nove. Scendo per primo e la guardo mentre si alza dal suo sedile. Ho voglia di baciarla. -Adesso no- dice, guardandomi. Non sono più libero di pensare. Ogni volta che lo faccio è come nei fumetti. Sembra che una nuvoletta si materializzi sulla mia testa. E lei ne legge il contenuto. Meglio. Questo mi fa sentire ancora più spensierato.


E' una bella serata e si sta facendo largo il buio della notte. -Per quanto tempo vuoi restare seduta qui?-Io ho fame- mi dice. Solo adesso mi rendo conto che è passata quasi un'ora. Un cenno d'intesa al cameriere e lui risponde con un sì del capo. Ho il conto aperto. -Non vai a pagare?-No! Andiamo, sbrigati-Sbrigati lo dici ad un'altra. Non prendo ordiniNon posso aver rovinato tutto con una sola parola! O sì? -Allora che si mangia?A quella domanda tiro un sospiro di sollievo. -Non lo so. Dipende-Da cosa?-Da te. Oppure lasciamo fare al cameriere?-Sei tu che conosci il ristorante-Ok. Allora scegliamo solo il vino-Io preferisco il biancoQuesto è un minuscolo problema. Io sono decisamente per il rosso. L'unica soluzione è optare per lo champagne. E poi non è vero che penserà a tutto il cameriere. Nel prenotare il tavolo ho chiesto di lui e gli ho già detto cosa doverci servire.


Tutto fila liscio. Lei sembra gradire. Si accende la sigaretta e me ne offre una. -Ho smessoGuardo l'ora. -Proprio non ne puoi fare a meno?-Di cosa?-Non fai che guardare l'orologioHa ragione. E' passata la mezzanotte ed ancora non sono riuscito a baciarla. -Portami sulla spiaggiaSenza attendere una mia risposta si alza, diretta verso la porta che conduce ad una scala in legno. Pochi gradini e si è subito sulla spiaggia. Ora sembra essere lei ad avere fretta. Non è un'impressione sbagliata. Mi prende per mano ed abbassando la testa mi porta sotto il soppalco in legno che ospita poche cabine. Non dico una parola. In un attimo siamo stesi sulla sabbia, ancora umida. Inizia a baciarmi mentre le sue mani visitano lentamente il mio corpo. -Non guardi che ore sono?- mi chiede con la voce resa piÚ sensuale dal desiderio che la pervade.


Come risposta la bacio ancora, fino a quando non facciamo all'amore. Dopo, resto disteso su di lei. -Aspetta che mi rimetto in ordineMi giro su un fianco e lascio che si rimetta i jeans. Recupera le sue sigarette. Fuma ed io aspiro il fumo che esce dalla sua bocca. -Andiamo!- sembra un ordine categorico. Nulla a che vedere con la dolcezza che aveva fino a pochi minuti fa. Mi alzo di scatto. Troppo di scatto. Prendo una fragorosa testata nell'asse di legno soprastante. -Scemo!- e nel dirlo mi accarezza il capo e mi da un piccolo bacio dove ho sbattuto. Ci dirigiamo verso la macchina. Tenendoci per mano. -Guida tu?- le dico, dandole le chiavi. Non se lo fa ripetere due volte. Per me solo la possibilitĂ  di poterla guardare per tutto il tratto che ci riporta davanti al suo palazzo. Nel ripartire mi accorgo che sono giĂ  passate le quattro. Sento di aver trascorso una delle piĂš belle notti della mia vita.


Infilandomi a letto non riesco a dormire. Mi rassegno. Con le mani sotto il capo fisso il soffitto che sta cominciando a catturare i colori dell'alba. Per alzarmi aspetto che la sveglia suoni. Maria non mi ha detto nulla prima di lasciarci.


Capitolo 5

Maggio 2016 Ecco i passi di suo padre. Lo vedo. Non mi tornano i conti. Quaranta anni fa mi sembrava un anziano signore. Adesso nel guardarlo vedo ancora un anziano signore. “L'hanno ibernato!” è il mio primo pensiero. Poi la logica ha il sopravvento. Quando l'avevo salutato l'ultima volta doveva essere più giovane di me. Non riesco a capacitarmene. -Diego! Che piacere rivederla- si ricorda ancora il mio nome e sembra lucidissimo. Lo saluto. Non ottengo risposta. -Devi parlare forte. E' quasi sordo-Buon giorno!- Ripeto. Devono essere riusciti a sentire la mia voce anche dall'ultimo piano. Lui si riattiva.


Comincia un breve dialogo che mi lascia stremato. Poi guardo a sinistra. La porta della sua camera da letto è socchiusa. La poltrona, sulla quale mi sono tante volte seduto, sembra chiamarmi. -Ti dispiace se mi siedo?-Fai pure. Vuoi qualcosa da bere?-Un tè-Vado in cucina a prepararloAdesso mi sta viziando. In questo è cambiata o forse no. E' sempre stata gentile, dietro quell'aria spregiudicata che le piace darsi. Entro e mi siedo. Non riesco a focalizzare la mente su un pensiero ben definito. Ogni oggetto sul quale poso lo sguardo non fa che riportarmi a lei. Eccola di ritorno con il tè fumante ed i biscotti. -Tu non prendi nulla?Si mette un dito davanti alla bocca e mi impone di stare zitto. Accosta la porta ed accende una sigaretta. Tenendo il portacenere con l'altra mano, si siede sul bordo del letto ed accavalla le gambe. Riesco a distogliere lo sguardo da lei. Fisso la mia attenzione sui due gabbiani che si sono appena posati sul cornicione.


-Non è cambiato nulla- mi dice. -Solo noi due- le rispondo. -Ne sei così sicuro?- e socchiude le palpebre. Il papà è in soggiorno a guardare la TV. Poso la tazza ancora mezza piena. Poi mi siedo sul letto accanto a lei. Le prendo una mano e la porto alla bocca. -Guarda che mio padre sarà anche sordo ma ci vede ancora e senza occhiali-Sta benissimo, lui-Cosa vuoi dire?-Non sono più quello di una volta- sussurro. -Grazie, neppure io. E con questo?Lascio andare la sua mano e le accarezzo i capelli. Sento di non dover fare nulla. Rischio di rovinare quello strano istante. Mi sento avvolto da una splendida realtà che avevo chiuso in un angolo della mia mente. Tolgo di tasca il cellulare per guardare l'ora. -Questo vizio non lo perderai maiLe sorrido. Ha ragione. Mi lascio andare e poso il capo sul cuscino che è dietro di me. Maria sembra attendere che faccia un passo. Accende una sigaretta e si alza per andare alla finestra. -Sai che non mi da fastidio-


-E' mio padre che protesta- dice, riavvicinandosi e soffiandomi il fumo in faccia. Torna alla finestra. Continua a guardare nel cortile interno del suo palazzo. Io chiudo gli occhi. Li riapro subito nel timore che tutto sia solo un sogno. E' tutto vero. -Quando rientri a Milano?-Domani mattina. Al più tardi nel primo pomeriggio. Devo ancora comprare il biglietto. Hai fatto bene a ricordarmeloDal suo borsone tira fuori l'IPad. Ha una cover azzurra ed usurata. Sembra implorare di essere sostituita. In quello siamo l'uno l'opposto dell'altro. Lei conserva tutto. Io appena posso mi sbarazzo di qualunque cosa non mi sia più di utilità. Rifiuto di avere intorno a me oggetti che mi ricordino il passato. Sono sempre stato così. Questo Maria lo sa. Si siede sulla poltrona. Di fronte a me. Accavalla le gambe e prende a cercare sul sito per acquistare il biglietto. -Ti va se parto domani per mezzogiorno?Perché me lo ha chiesto? -Di solito quale treno prendi?- cerco di essere diplomatico. Non è proprio la mia specialità e


lei lo sa. -Quello di mezzogiorno e cinque- e non risparmia di aggiungere -Così domani non corri il pericolo di dovermi invitare a pranzo-. -Veramente a quello proprio non avevo pensatoesclamo, sentendo che sto diventando rosso. Si mette a ridere. -Pensa piuttosto dove andare a cena staseraQuesto sì che mi piace. Vuol dire trascorrere altre ore con lei. La sua sveglia mi dice che sono quasi le sei. Mando un messaggio a mio figlio: “Stasera mangio fuori”. Abbiamo ancora tempo per oziare nella sua camera da letto. In quel momento da dietro la porta fa capolino la testa di suo padre. -Diego mangia con noi?- chiede a Maria. Dal tono della voce non gli dispiacerebbe affatto. -No, papà. Andiamo fuori a cena- urla per farsi sentire. Fa caldo. Tutte le finestre sono aperte e penso che in questo momento tutto il condominio viene aggiornato sul nostro programma per la sera. “Dove possiamo andare?” penso. -Al posto penseremo dopo- dice, iniziando a


digitare il codice per accendere il tablet e fissare il viaggio di ritorno. Mi rilasso. Continuo a fissare una parte del suo corpo che ho sempre adorato. Ha ancora la pelle magicamente fresca all'attaccatura del collo. Tra il collo e la spalla c'è una infossatura che ho baciato tante volte, troppi anni fa. Eppure ne conservo il ricordo come se lo avessi appena fatto. -So cosa stai guardando- sentenzia, senza alzare lo sguardo. -Ok. Il biglietto è fatto- e ricopre il video con la sua vecchia cover. Non farei altro che stare fermo a godermi questi attimi. Ma so che con lei è praticamente impossibile. A meno che con gli anni non sia cambiata. -Allora che si fa prima di andare a cena?No. Non è cambiata. Non riesce proprio a stare calma un minuto Nell'attesa che nel mio cervello si materializzi un'idea, eccola di nuovo in piedi ad accendersi l'ennesima sigaretta. -Ma quante ne fumi?-Perché? Ti preoccupa?“No, mi fa piacere” vorrei risponderle. Non mi sembra il caso.


Meglio dirottare su un altro argomento, prima di cadere nell'ennesima gaffe. -Andiamo a prendere un aperitivo?- le propongo. -Mi sembra una buona idea-Andiamo a Boccadasse?- e mi sto già pentendo di averlo detto. La parte del mio cervello addetta ai calcoli è impegnata a valutare la lunghezza della strada da percorrere. -A piedi- sentenzia. Non ci sono molte alternative. Anche perché la macchina io non la posso più guidare da tanti anni. Lei ha lasciato scadere la sua patente. -Sarà meglio muoversi allora-Esci un attimo che mi devo cambiare-Devo proprio?Dallo sguardo è troppo facile capire che è meglio andare a tenere compagnia al padre per pochi minuti. Esco e lei accosta la porta senza chiuderla. Allungando il collo vedo il papà che sonnecchiava sul divano, davanti alla televisione. Meglio approfittare ed andare in bagno. Imbocco il breve corridoio che porta anche alla cucina. “Per fortuna è chiaro” penso, dopo aver provato


ad accendere la luce sopra il lavandino. -La luce non funzionaAdesso me lo dice! -Me ne sono accorto!Non ottengo alcuna replica. Meglio sbrigarsi. Voglio essere a Boccadasse prima delle sette. Dobbiamo prendere l'aperitivo e poi passeggiata sulla spiaggia. Come cavolo arriviamo al ristorante cinese ad un'ora decente? Per il titolare di quel locale non è certo un problema. Tiene aperto fino a tarda notte. Per me sì. Alle otto la fame si preoccuperà di bussare alla porta del mio stomaco. Mi rendo conto che ancora una volta sto facendo conti su conti. Sono in pensione. Lei pure. Che fretta abbiamo? Quale sacro testo impone dove andare per cena? Mi rendo conto che ho cominciato a stringere i denti. Brutto segno. Sto diventando più nervoso. E' lei ad interrompere il vortice dei miei pensieri. -Sei ancora lì dentro? Io sono prontaMi fisso nello specchio, senza darle alcuna risposta. Apro la porta. Eccola ad aspettarmi. Cosa c'è di diverso in lei? Non si è cambiata il vestito.


Ha un leggerissimo profumo. Il suo. E' quello che ha sempre usato. Stranamente mi sorride. Sembra divertita. -Sai che con la barba stai meglio?Non posso ringraziarla. Ammetterei che il suo complimento mi ha fatto piacere. -E' più comoda. Almeno non devo tagliarla tutti i giorni-Vorrei sapere perché voi uomini migliorate con gli anni- e sembra lasciare la frase in sospeso. -Andiamo a salutare tuo papà- taglio corto. -Io l'ho già fatto-Allora aspettaEntro nel salotto e lui automaticamente si alza dal divano. Non riesco ad evitare che ci accompagni alla porta. Scendendo i gradini che ci portano all'uscita del palazzo, sento che ci sta seguendo con lo sguardo. Finalmente il rumore della porta che si chiude. La prendo sottobraccio. Ci attende un lungo tratto di strada. -A te scegliere il percorso- le dico. Siamo nel suo quartiere Ho appena finito di parlare e già mi strattona giù dalla discesa che porta sul lungo mare. Ottima scelta.


Poteva anche dirlo. Ma è fatta così. Duemila e seicento metri. Ancora un numero affiora nella mia mente. -A cosa stai pensando?Non posso confessarle che sto riflettendo sulla lunghezza della strada. -Guarda che ti conosco- mi ammonisce. Per punizione nessun cartellino giallo. Peggio. Lascia andare il mio braccio e si stacca da me. Continuiamo a camminare affiancati. Adesso è lei a raccontarmi qualcosa di tutti gli anni trascorsi a Milano. Praticamente non apro bocca fino a quando raggiungiamo Boccadasse. O meglio la chiesa costruita sul promontorio. -Che ne dici del primo bar della discesa?E' una domanda provocatoria. Non può aver dimenticato che quel bar non mi va a genio. -Arriviamo alla spiaggia. Poi decidiamorisponde, infatti. Inesorabilmente infilo una mano in tasca e tiro fuori il cellulare. -Guarda che quella mano te la taglio. Smettila di guardare l'oraCome darle torto? Lentamente rimetto il telefono al suo posto. Ho fatto in tempo a vedere che sono le sette e


mezzo. Ed ecco intervenire, come nella scena di un film, gli effetti speciali. Arriviamo in fondo alla discesa quando il sole, ancora alto nel cielo, si sta nascondendo dietro il campanile della chiesa. L'acqua sembra risplendere di una luce irreale. Quel posto non riuscirà mai a perdere proprio il suo fascino. Mi prende per mano. -Vieni. Ho adocchiato un baretto che non deve essere niente male- e me lo indica. C'è poca gente. Siamo in un giorno feriale. Questo può solo farle piacere. -Sediamoci ad uno dei due tavolini all'apertoLe sedie hanno lo schienale appoggiato alla parete di una casa a tre piani. Come può essere altrimenti? Così, stando seduti, si gode a pieno la vista della piccola spiaggia fatta di minuscole pietre grigie e legni trasportati dal mare nei giorni di tempesta. Questa sera è calmo e si sente solo il lento fruscio della risacca. A catturare subito la nostra attenzione è il cucciolo di un cane che gioca al limite del bagnasciuga. Cerca di afferrare un bastone lungo il doppio di lui.


-Ralf, vieni qui- gli ordina il padrone. E' un ragazzo alto. Deve aver fatto certamente del nuoto. Me lo dicono le sue spalle quadrate. Non resisto alla tentazione. Mi alzo ed vado da quel cucciolo. In un primo momento sembra incerto. Continua a stringere il suo trofeo. Poi lo lascia cadere e si prepara a ricevere tutte le mie coccole. Mi ricorda, anche se è tanto più piccolo, il mio pastore tedesco. -Ti fa pensare a Ombra?- mi chiede lei, seduta a due passi da me. Come può ricordare ancora il nome del mio cane? Vorrei poter scavare nella sua memoria per recuperare tutti quei momenti che io ho dimenticato. Meglio tornare a sedermi accanto a lei. Ad impormelo è la stessa voce del ragazzo che richiama Ralf. Deve essere arrivata l'ora della cena. Beato lui. A me tocca prendere ancora l'aperitivo. La cena rimane un'incognita. -Cosa bevi, Maria? Così vado dentro ad ordinare-Calmati un attimo, adesso arriva la ragazza a prendere l'ordinazione-


Questo non sposta il problema. -Cosa ordino per te? Un succo di pomodoro?Bello vedere lo sgomento disegnarsi sul suo volto. Praticamente ho bestemmiato. -Non ti ricordi piĂš?Certo che me lo ricordo. Prendeva sempre un Martini, rigorosamente senza l'oliva. Ne ordino uno anche per me. -Sono anni che non ne prendo uno-Sei sicuro?- e sorride. So benissimo a cosa sta alludendo. Al fatto di reggere l'alcol molto meglio di me. -Salute!- le dico e porto la coppa alla bocca per il primo sorso. E' fatto bene. Lei posa il bicchiere e torna a stringermi forte la mano. Il cielo sta cominciando a cambiare colore. Adesso non ho piĂš bisogno di prendere il cellulare per sapere l'ora. Navigo a vista.


Capitolo 6

Agosto 1979 Siamo seduti al tavolo del bar. Aspetto di andare a prendere da bere. Questa sera non è iniziata affatto bene. -Devo parlarti- mi ha detto salendo in macchina. Brutto segno. E poi quel mutismo per tutto il tratto fino a Bogliasco. Non è da lei. -Cos'hai?- le ho chiesto, nella speranza di rompere in qualche modo il silenzio. -Andiamo a bere qualcosa di forte“Sai che novità” volevo risponderle. Meglio tacere e continuare a guidare. E' buio ormai. Sotto i pantaloni corti ho messo il costume. Uscendo di casa speravo in un bagno notturno. Questa adesso non sembra proprio assere la notte adatta. Meglio ordinare due whisky. Doppi.


-Si può sapere cosa ti passa per la testa?Mi prende una mano e la accarezza. Troppa gentilezza. La cosa si sta mettendo veramente male. -Volevo parlarti di noi dueLa peggiore delle premesse. -Vuoi lasciarmi?La risposta e interrotta dall'arrivo dell'ordinazione. La fisso negli occhi. Lei non abbassa lo sguardo. Fa solo un segno di assenso con il capo, quasi impercettibile. -Perché?La più stupida delle domande. Deve esserci un altro. -E' di Milano?-SìComincio a bere lentamente. Lei accende una sigaretta. Non ha ancora toccato il suo whisky. Ho bisogno di aria. -Aspettami- le dico e mi alzo per uscire dalla sala. Mi accorgo che siamo gli unici clienti del bar, questa notte. Prendo il mio bicchiere, prima di allontanarmi. Voglio finire di bere sulla terrazza. Il silenzio è accompagnato solo dal frangersi del


mare sulla spiaggia. Sembra chiamarmi. Poso il bicchiere e mi avvio verso la riva. Percepisco il peso del suo sguardo. Ho sentito la porta aprirsi. Mi tolgo in fretta la maglietta ed i pantaloni. Con il costume e le scarpe devo essere veramente ridicolo. Mi siedo sulle pietre piatte della battigia e mi slaccio le Nike che ho comprato negli Stati Uniti, solo pochi mesi fa. Lentamente mi immergo nell'acqua ed il freddo mi da una scossa. Prendo a nuotare con delle lunghe bracciate. Quando torno a riva, lei non c'è piÚ.


Capitolo 7

Maggio 2016 -Certo che quella notte sei stata proprio stronzale dico, lasciando che continui a stringermi la mano. Sa benissimo a cosa mi riferisco. -Eravamo un po' matti, a quel tempo-Sicura? Guarda che non mi sembri molto cambiata-Sono grassa-Questo non ho potuto appurarlo- e continuo a bere il malefico aperitivo. Ogni goccia sembra portarmi via la fame. Non riesco proprio a capire perchÊ li chiamino aperitivi. -Guarda che non devi mica berlo per forza!- e prende una patatina dalla ciotola che le contiene. -Sai benissimo che ...- inizio. -‌ non riesco a lasciare quello che mi hanno servito- è lei a terminare la frase. -Anche questo ti ricordi!-


-Non sono praticamente priva di memoria, come teMeglio continuare a godermi la vista del mare. Dall'interno del locale giunge una musica che si adattava perfettamente ad attimi come questo. -Ci sei?-Perché me lo chiedi?-Non cominciare a volare con la fantasia-Sai che quella non mi mancaLa sua espressione la dice lunga. Mi vorrei alzare per baciarla. Uno strano pudore mi impedisce di farlo. -Il mio aperitivo è finito-Ne vuoi un altro?-Voglio andare a mangiareFinalmente! Si tratta di decidere dove. La trattoria Dindi è alla nostra destra ed ha dei tavolini meravigliosamente accostati al bordo della spiaggia. -Andiamo là?- le propongo. -Non mi rinfacciare di averti fatto spendere troppo!-Quando mai l'ho fatto?mento spudoratamente. Si diverte. Proprio come sto facendo io. In pratica sembriamo vivere due realtà.


C'è un fitto dialogo silenzioso tra noi che corre parallelo alle frasi che pronunciamo. -Vado a pagare- e mi alzo. Lei non aggiunge nulla. -Ha già provveduto la sua amica- dice il proprietario del bar. Maria sta ridendo. -La cena tocca a te-Ovvio- mi limito a confermare. Ci avviamo verso la trattoria. Era ora. Le piace uno dei piccoli tavoli. L'ultimo di quelli affacciati alla spiaggia. Io mi siedo alla sua sinistra. CosÏ posso godere della vista del mare e non solo. Prima ancora che il cameriere ci porti il menÚ, eccola accendere l'ennesima sigaretta. E' l'ultima del pacchetto. -Almeno per stasera smetterai di fumare, dopo quellaCome risposta mette mano all'interno del borsone ed estrae un pacchetto ancora incartato. -Ne avrai fumate almeno dieci da quando ci siamo incontrati-Adesso ti metti a contare anche le sigarette che fumo? Fatti i cazzi tuoiPer fortuna interviene il cameriere a


consegnarci i menĂš. Lo leggo ed una maschera di terrore si disegna sul mio volto. -Guarda che prendo solo un primo ed il dolce. Puoi smetterla di essere cosĂŹ spaventato. Avaro!Per il vino non oserei pronunciarmi. -Lo so che non ti piace il bianco. Pensa ad ordinare mezzo di rosso- ed aggiunge -Della casa-. -Cosa prendi?-Spaghetti ai frutti di mare-Lo stesso anche per me-Ci avrei scommesso-Come dolce?-Al dolce pensiamo dopoAspetto che il cameriere si allontani. Nell'attesa si volta ad ammirare il tramonto. Il tempo sta passando troppo velocemente. Mi piace vedere il suo profilo tratteggiato dagli ultimi raggi del sole. -Versami il vino- le dico. -Dovresti essere tu a farlo!- afferma perentoria. Posso anche provare. Ecco, come al solito lo sto versando sulla tovaglia. -Lascia, Diego. Scusa-


Il fatto che mi stia chiedendo scusa mi stupirebbe, in un altra circostanza. In questo momento, no. Ha capito. Con la vista da un occhio solo si crea in me uno strano effetto ottico. E' pressoché inevitabile che rovesci il vino o l'acqua. -Hai ragione- mi sussurra, prendendo il manico della piccola caraffa che ho appena posato. La tovaglia si sta macchiando di un denso colore rosso. Maria porta la conversazione su un tema che non ha nulla a che vedere con quanto appena accaduto e soprattutto su ciò che lo ha determinato. Allunga un braccio e mette la sua mano sinistra sul palmo della mia. -Hai le mani freddeIn effetti è così. -Di solito la hai molto caldeQuella frase innegabilmente mi fa piacere. Mangiamo in silenzio. Beviamo anche il caffè. Le suggerisco di tornare al nostro bar per un liquore. Adesso mi farebbe piacere. -Preferisco fare prima due passi-Nessun problema. Aspetta solo che vada a


pagare-Non soffrire troppo. Ricordati piuttosto di lasciare una mancia al cameriere. E' stato gentilissimo-SarĂ  fatto- anche se non ho avvertito tutta quella gentilezza che lei va lodando. Si alza per rimettersi la leggera giacca. Per guardarla inciampo nel piccolo gradino. -Non ti ammazzare. Si tratta solo di pagare il contoRimane ad attendermi. Eccomi di ritorno. Cominciamo a camminare e le metto il braccio destro sulle spalle. -Nuoti ancora?-Poco. Adesso faccio tai chi-Non ci credo!-PerchĂŠ non dovresti?-Da qualche settimana ho iniziato anche io a farlo. In una palestra vicino casa-Io sono dieci anni che pratico. Mi trovi su YouTube-Il solito esibizionista-Tu una critica proprio non te la sai risparmiare. Morditi quella lingua!Veramente vorrei essere io a farlo. Ma lĂŹ, davanti a tanta gente, proprio non mi sembra il caso di baciarla sulla bocca.


Accosto la sua testa alla mia spalla destra e le accarezzo i capelli. Avevo già notato che ne ha parecchi bianchi. Ma almeno li ha. Io maschero il fatto di essere quasi calvo con un taglio che definire corto è riduttivo. Di più. Praticamente li porto della stessa lunghezza della barba che vorrei far sembrare casualmente non rasata da qualche giorno. -Adesso dove vuoi andare?-Smettila di preoccuparti. Lascia fare a meInutile replicare. La accompagno lungo la ripida salita. Dopo una breve camminata imbocchiamo un vicolo strettissimo, in discesa. E' la prima volta che lo percorro. Come posso aspettarmi quello che si presenta ai miei occhi? Stiamo arrivando sulla spiaggia di Vernazzola. Tutto è perfetto. La luna, a metà della sua fase crescente, illumina discretamente il mare. Sento abbaiare. Mi volto. Accanto ai miei piedi ecco il padrone di casa che ci saluta. E' proprio lui: Ralf. Mi piego sulle ginocchia e torno ad


accarezzarlo. Adesso appare soddisfatto. Muove la coda in segno di gioia e torna a riprendere il suo fido paletto. Poco lontano il ragazzo ci fa un saluto con la mano. Lo ricambiamo sorridendo. Siamo ufficialmente ammessi nella proprietà privata di quel cagnolino. Io ho già adocchiato il punto dove voglio andare a sedermi con lei. La notte è calda. Solo un vento leggero comincia a soffiare dal mare. Ci sediamo, appoggiando la schiena ad un grosso sasso meravigliosamente piatto. Mi avvicino a lei e lascio che faccia scorrere la mano sul mio capo. Non ho nulla da dirle in questo istante. O meglio non c'è proprio nulla da aggiungere. Tutti e due abbiamo capito. Senza rompere l'incanto del nostro silenzio mi invita a baciarla. Attendo di farlo da quando l'ho rivista.


SECONDA PARTE (Lei)


Capitolo 8

Maggio 2016 “Si è deciso finalmente” E' il primo pensiero a balenarmi per la mente. Anche l'ultimo, fino a quando la sua bocca si stacca dalla mia. Quanti anni erano che un uomo non mi baciava? Non ha più importanza. Lo lascio riprendere fiato. Poi gli avvicino il capo e torno a baciarlo. E' un bacio profondo. Gli accarezzo il collo e con una mano gli percorro il petto. Ma questa è pancia! Non sento alcuna resistenza da parte sua. Al contrario, ogni attimo è come fare un passo avanti. Verso dove? Questo proprio non lo so. Anzi, continuo a chiedermi perché l'ho portato in questa splendida spiaggia. Dopo essere usciti


dal ristorante. Già. Non deve essere ancora mezzanotte. Stare con lui mi fa sentire bene. La luna illumina il suo viso e mi lascia intravvedere lo sguardo che è balenato nei suoi occhi. Sembra timoroso. -Dove passiamo la notte?-A casa c'è mio figlio- mi risponde. -E da me c'è mio padre- replico. -Peccato- si limita a dire. -Guarda che esistono gli alberghiNon risponde. Scuote solo il capo. -Forse è meglio che ti riaccompagni a casa-Come vuoi- e dal tono della voce deve aver colto la mia delusione. -Domani mattina sono da te. Ti porto la colazione. Poi andiamo insieme alla stazioneNon mi piace che mi diano ordini. Lui lo sta facendo. In quella sua testa deve aver già programmato tutto. Non mi va di essere solo una comparsa nello scenario che ha disegnato. Sono sul punto di rispondergli seccamente di no. Mi trattengo. -Restiamo ancora qui per qualche minuto- gli


dico, nel tentativo di riafferrare il controllo della situazione. -Quanto tempo è che non vai con una donna?-Tanti anni. Perché me lo chiedi?-Sei cambiato, Diego-Cosa vuoi dire?-Non era una critica!-E cosa allora?-Un complimento. Mi sembri più dolce-Tu sei uguale- ed aggiunge -Hai lo stesso odore di quando eri una ragazza-. -Stronzo!- e questo mi viene spontaneo. -Tu puoi dirmelo-Non sempre. Non sarebbe la prima volta che ti offendiMeglio recuperare la mia cara borsa ed alzarmi. Sento che sta diventando nervoso e so anche per quale ragione. -Forse è meglio chiamare un taxi- mi dice. -Prima arriviamo a BoccadasseLo guido per la stessa stradina che avevamo percorso all'andata. Ecco la salita e finalmente l'acciottolato che porta fino al bar. Sta chiudendo. Non ci scambiamo nemmeno una parola. Adesso sono io a tenerlo per mano. Si libera per poter prendere il cellulare e comporre il numero. Non lo ha in memoria.


-Proprio come te. Anche il cellulare. Chiamo io il taxiLo guardo nella penombra. Adesso mi fa solo tenerezza. Ho scoperto quale è la ragione di tutto questo suo nervosismo ed il perché vuole andare a dormire a casa. Ne parleremo domani, forse. Anzi, questa mattina. Spero che venga a prendermi come promesso. Non ne sono così sicura. Quando la macchina si ferma sotto casa mia, lui mi saluta con un bacio sulla guancia. Io gli sorrido e mi dirigo verso il portone. Ho sentito che diceva al tassista di aspettare un attimo. Non è come speravo. Vuole solo essere sicuro che entri e mi chiuda la porta alle spalle. Nulla di più. Non vedo il taxi partire. Chiudendo avverto solo il rumore del motore. Mi sembra di aver già vissuto quel momento. Una sensazione che dura solo pochi attimi. Salgo le scale e scelgo la chiave della cricca. Apro lentamente per la paura che qualcuno possa sentirmi. Come quando ero una ragazza. All'interno mio padre non si sveglierebbe neppure se sfondassero questa porta.


Finalmente posso distendermi sul letto. Afferro il cuscino e lo abbraccio. Ha ancora il suo odore. Guardo il comodino. Strano. Stanotte non ho voglia di leggere neppure una riga del mio libro. Desidero solo che volino le ore che mi separano dal mattino. A svegliarmi ecco mio padre. Si affaccia alla porta e lo saluto -Ciao Nonno-. Quando ho cominciato a chiamarlo così? La cosa certa è che il farlo mi fa sentire più giovane. -Maria, hanno suonatoLancio un'occhiata alla sveglia che mi ostino a tenere. Sono da poco passate le dieci. -Apro io- gli rispondo. Mi rendo conto di essere impresentabile. -No, papà, è meglio che apra tu-Cosa hai detto?Come al solito non mi ha sentito. Faccio solo un cenno di assenso con la testa e mi alzo. E' destino che mi trovi così. Dietro la porta che si apre, eccolo. -Ti sei appena alzata- è il suo saluto. -Gentile come sempre- lo vorrei uccidere per


quella frase. -Dimmi che non è vero!- aggiunge. -Ti dispiace aspettare che vada in bagno?replico stizzita. Ed ora perché sorride? Meglio non fargli domande. L'unica certezza è che non risponderebbe con un complimento. Avaro pure in quello. Quando ritorno in me, dopo una veloce doccia, penso che devo ancora fare la valigia. Lasciando che l'accappatoio provveda ad asciugarmi, esco e lo trovo in cucina a prendere un caffè. -Potevi aspettare, lo prendevamo giù insieme- e vado a vestirmi. Cosa vuole adesso dietro la porta? -Posso entrare?-No! Aspetta che finisca- e metto nel trolley quello che la mia povera borsa non riesce a contenere. “Devo comprarmene una nuova” penso. -Sono pronta- e spalanco la porta. -Andiamo allora-Guarda che non sei tu che devi partire, Diego. Che fretta hai?-Non avevi detto che dovevamo passare al bar?-GiàStrano che da quando l'ho rivisto non abbiamo


ancora litigato. A pensarci bene una vera lite non c'è mai stata tra di noi. Mi piego per guardarmi nello specchio della mia cara scrivania. Sembra salutarmi. Le voglio bene come ad ogni oggetto contenuto in questa stanza. -Sicura di non dimenticare nulla?-Perché?-Io, per sicurezza, le sigarette le porterei- ed indica il pacchetto poggiato sul ripiano. -Hai ragione. Me le puoi prendere?-Ovvio- e lo afferra divertito. -Cosa c'è da ridere?-Adesso ti compri anche le sigarette porno?Allude alla foto dell'uomo nudo riprodotta su una delle facce del pacchetto. “Questa te la sei cercata” penso, pregustando quella che sarà la sua reazione. -Leggi qui- gli dico, mostrandogli il retro del pacchetto. Quello sul quale spicca la scritta in grassetto: IL FUMO RENDE IMPOTENTI. Diventa rosso in viso prima di riuscire a parlare. -Stronza-Scemo. Credi che non me ne sia accorta ieri sera?L'ho lasciato senza parole. Forse ho esagerato. -Scusa. Andiamo nel piccolo bar affianco al portone a prendere il caffè-


Lui fa un cenno di assenso ed afferra la mia piccola valigia. Si sta addirittura dimenticando di salutare mio padre. Questo non è da lui. -Aspetta che saluto il nonno- gli dico. Poi tutti e due ci dirigiamo verso il soggiorno. Mio padre è già in piedi. Con la luce della finestra dietro di lui appare ancora più piccolo. Se penso a come mi sembrava grande quando ero una bambina. Adesso è di qualche centimetro più basso di me. -Non hai mangiato niente per colazione, Maria-Prendiamo qualcosa al bar, papà- e gli do un bacio. Lui non stacca lo sguardo da Diego. Lo saluta con un sonoro -Arrivederci-. -Chiudo io la porta- rivolto a me. -Ti chiamo appena arrivo- lo rassicuro, prima che sia lui a chiedermelo. Finalmente liberi. Scendo in fretta. Al primo gradino Diego rischia di cadere. -Vuoi che porti io la valigia?- ma non c'è nessuna ironia nella mia domanda. -Guarda che ce la posso fare- mi replica. Meglio rimandare tutto a dopo il bar. La conversazione rischia di prendere una brutta


piega. Non avrebbe alcun senso. “Probabilmente è l'ultima volta che lo vedo” penso istintivamente. -Sediamoci- gli dico entrando nel bar. Lui guarda il cellulare. -Abbiamo tutto il tempo, DiegoIl caffè proprio ci vuole. -Latte?-No. Lo prendo liscio. Come fai sempre tuUna vocina dentro di me continua a ripetermi “Rimani con lui”. Non avrebbe alcun senso. Di sicuro si è già programmato tutto il pomeriggio. -Cosa fai dopo avermi accompagnata?-Nulla di particolare. Devo andare a fare la spesa. Questo sì-Passiamo il pomeriggio insiemeLa mia proposta non sortisce l'effetto che mi aspettavo. Nessuna reazione negativa. Solo il commento -Hai già comprato il biglietto-. -Guarda che i biglietti si possono sempre cambiare-Allora sì- commenta. Come se tutto fosse legato al prezzo di un biglietto del treno. -Come facciamo per la valigia?-Se mi aspetti un attimo la riporto su. Anzi, non ho voglia di sconvolgere il nonno-


-Ed allora?-La lascio ai ragazzi del bar. La passiamo a prendere più tardi-Ok. Dove mangiamo?-Non mi rompere le scatole. Calmati, dannazione. Ho scelto di stare con te, oggi. Il problema non me lo crea il dover mangiare a mezzogiornoLa realtà è che sento tutta la voglia di baciarlo. Lo farei anche in questo bar. -Hai visto che hanno aperto una trattoria a pochi passi da qui?-Sono anni che non vengo in questo quartiere. Come posso saperlo?-In questo ti do ragione. Ti va di provarla?- ed aggiungo, prima che abbia il tempo di rispondermi -A questo punto mi prendi un altro caffè? Macchiato caldo, per piacere-OkApprofitto per tirare fuori il tablet dal borsone e cambiare il biglietto. -A che ora parti?-Questo non te lo dicoQualcosa sta cambiando in lui. Prima di andare verso il banco a prendere il caffè mi ha guardato con un'espressione che non avevo mai letto nel suo volto. -Cosa c'è?- non posso fare a meno di chiedergli,


quando si risiede. -NienteDalla risposta o meglio dal tono con il quale ha pronunciato quell'unica parola, sento di avere ragione. E' come se un lato di lui che non conosco stesse per scoprirsi. -Andiamo a mangiare- mi dice. Ho appena finito di bere. -E' prestoDiego si limita a fare un cenno di assenso con il capo. Comincio a pentirmi di aver rimandato la partenza. Ecco, è forse questo il fattore scatenante. -Se non volevi stare con me oggi, potevi dirmeloNessuna risposta da parte sua. E' chiuso in sÊ stesso. La cosa comincia da un lato a darmi fastidio ma dall'altro a destare uno strano interesse in me. Dubito che tutto sia solo frutto della mia immaginazione. Il ragazzo che ho conosciuto tanti anni fa non si comportava cosÏ. Soprattutto quella lontana sera in cui eravamo finalmente potuti rimanere soli, nella sua villa al mare.


Capitolo 9

Luglio 1979 -Siamo sicuri che non arrivino i tuoi?-Sono all'estero“Speriamo che sia come dice” penso mentre il suo cane lupo ci viene incontro. Almeno lui è allegro. La grande casa di allegro non ha nulla. Mentre saliamo le scale percepisco una strana atmosfera. Non mi sorprenderebbe il veder spuntare da dietro il maestoso pino alla mia destra un licantropo. Guardo la luna. Per fortuna non è piena. Almeno questo pericolo non lo corro. Diego sembra più tranquillo. Tutto quel lusso gli da una sicurezza che solo lui percepisce. Non certo io. Arriviamo davanti alla piccola porta che immette in una stanza umida e triste. Lui adesso mi tiene per mano.


Saliamo le scale ed eccoci nel grande salotto. Neppure il tempo di dare un'occhiata al Monte di Portofino e mi ritrovo nella sua camera da letto. -Non c'è stato verso di farmi comprare un letto matrimoniale- dice sedendosi nell'unica poltrona. -Non potevi comprartelo con i tuoi soldi?- non riesco a trattenermi dal commentare. -Non volevo casini- si limita a dire. Si sta già spogliando. Che fretta, non poteva cominciare prima a baciarmi? E' la cosa della quale ho voglia in questo preciso istante. -Dai, spogliati anche tu- mi dice stendendosi sul letto. Suona come un ordine e questo mi da fastidio. Non ha neppure tolto il copriletto! Ha paura che gli sporchi le lenzuola? -Devo andare in bagno!Non è vero. Tutta questa fretta! Devo in qualche modo arginarla. -E' la porta di fronte- si limita a dire. Senza neppure sollevare la testa. L'unica cosa a brillare, nel buio del corridoio, sono gli occhi del cane. E' di vedetta. Anche se cosÏ grosso mi fa


tenerezza. Gli accarezzo il pelo tra le orecchie e lui muove la coda, felice. Quando torno nella camera da letto lui è ancora nella stessa strana posizione. Tiene la gamba sinistra sopra il ginocchio della destra. Sembra una posizione di yoga. -Facevi il contorsionista prima di lavorare con tuo padre?Una domanda che sembra aver toccato un tasto delicato. Cambia subito espressione. Poi, davanti al mio corpo nudo, non dice una parola. Inizia a baciarmi la pancia. -Sono grassa?-Moltissimo- risponde. Mi afferra per i fianchi. Non oppongo alcuna resistenza. Adesso ho voglia di fare all'amore. Affondo le unghie nella sua schiena. Sento che si sta eccitando sempre di più. Non lo lascio andare fino a quando anche lui non raggiunge l'orgasmo. Ora, mettendosi su un fianco, mi chiede di accarezzarlo. “Tutto qui?” penso. Avrei continuato per tutta la notte. -Io sono fatto così- mi dice. Quasi a volersi


giustificare. E' strano il suo comportamento. Sembra chiudersi nuovamente in sé stesso. L'impressione che mi da è quella di un ragazzo che si sta vergognando di non riuscire a soddisfarmi ancora. Il mio pensiero corre a Carlo. Se fossi con lui, la notte assumerebbe una piega completamente diversa. E' capace di andare avanti per ore. Non mi ha mai trattato però con la dolcezza che sta rivelando Diego, nell'accarezzarmi. Le sue mani sono sottili ed dalla pelle liscia. Sembrano quelle di una donna. Chiudo gli occhi e fantastico di essere io stessa ad accarezzarmi. Ma ecco nuovamente l'immagine di Carlo. Sono stata io a lasciarlo. E' sposato e la nostra relazione non poteva andare avanti. O forse sì. Non ne sono certa. Il fatto è che ho troncato con lui. Con Diego tutto è iniziato quasi per gioco. Una scommessa con me stessa che sarei subito riuscita a conquistare il cuore di un altro ragazzo. -Che si fa adesso?- mi chiede. Che cazzo di domanda! -Passami la borsa. Ho bisogno di fumare-


Non se lo fa ripetere due volte. Si alza e, dopo avermi allungato la borsa, si dirige verso il bagno. Quasi a cercare un rifugio. Ombra è accucciato nello stesso punto dove l'avevo lasciato. Noto con sorpresa che lo sta accarezzando esattamente come ho fatto io. Ho molte cose in comune con Diego. “Forse troppe” penso, mentre la porta si chiude alle sue spalle. Mi sto già accendendo la seconda sigaretta. -Credevo te ne fossi andato- gli dico. -Dai andiamo a bere qualcosa-Non possiamo farlo qui?Dall'espressione capisco che la risposta sarebbe negativa. Ha una gran fretta di uscire. -Cosa c'è in me che non ti piace?- gli chiedo. Voglio provocarlo. -Proprio nulla- risponde, iniziando a rivestirsi. -Ti dispiace riportarmi a casa?- gli dico. Potrei aggiungere la solita scusa del mal di testa. Non ce n'è bisogno. -Assolutamente no- e guarda l'orologio. Quello non se lo era tolto. Neppure quando abbiamo fatto all'amore. Dire che sembra stupito anche il cane della sua


velocità non mi pare una esagerazione. Ci segue fino all'uscita. Scendendo con noi tutte le scale. E non sono poche. -Ciao, cucciolo- lo saluto. Eccolo a pancia all'aria pronto per farsi coccolare come se fosse un barboncino Non si rende conto di quanto è grosso. Un ultima carezza sulla schiena e poi di corsa in macchina. Diego è già salito ed ha messo in moto. Neppure a dirlo fa l'Aurelia. “Così risparmia l'autostrada” penso. Credevo che non avremmo spiaccicato una parola per tutto il percorso. Lui invece, dopo poche curve, prende a parlarmi del suo lavoro. -Guarda che non sei l'unico a lavorare- ed aggiungo -Parliamo d'altro-. Non l'avessi mai detto. Attacca con il karate ed il buddismo. Io convinta atea. Non mi interessa quello che esce dalla sua bocca. -Che ne diresti di prendere un caffè?- gli propongo quando siamo all'altezza di Recco. -Buona idea. Pago io-Vorrei vedere! Capitalista- e scoppio a ridere. Più ci allontaniamo dalla sua villa e più il suo umore sembra risentirne. In meglio.


Allora non ero l'unica ad avere una impressione negativa di quella casa. Anche se Diego non lo ammetterebbe mai. -Questo bar ti va bene?Strano che abbia chiesto la mia approvazione. -Sì, non è male- commento mentre lui posteggia l'auto. Rigorosamente in seconda fila. -Ci sediamo?- gli propongo. -Mi sembra una buona idea. Ti farebbe piacere un liquore?Che domanda. Certo che sì. Sono stufa di prendere solo caffè. -Per me un Porto- aggiunge Diego. Meglio che niente. -Va bene anche per me- accetto. Se riesco a fargliene bere almeno altri due è fatta. Lui il vino proprio non lo regge. Al terzo giro comincia a parlare come non aveva mai fatto. Mi racconta finalmente qualcosa di lui che non ha a che fare con il lavoro o con i suoi sport. -E così mi sono ritrovato solo- conclude dopo un lungo monologo. Adesso lo riesco a guardare in un ottica diversa. Uscendo dal bar preferisco mettere le mani avanti. -Ti dispiace se guido io?- propongo. Non mi


sembra proprio il caso di lasciarlo al volante. Metto in moto. Tornerei con piacere a letto con lui. Mi volto per proporglielo. Si è già addormentato. Meglio tirare dritta ed andare a casa. Domani devo recarmi al lavoro.


Capitolo 10

Maggio 2016 Riesco a trascinarlo fino alla trattoria. Adesso mi voglio godere l'espressione che farà. -Mi sembra troppo cara- è il suo commento. Almeno questo è scontato. Anzi, non costa nulla. -Qualunque posto ti sembra troppo caro. Senti mi hai rotto. Decidi tu dove andare. Almeno non me lo potrai rinfacciareL'ho messo all'angolo. Ancora una volta con quel suo telefono in mano. -Guarda che non perdo il treno!-Lo so. Abbiamo il tempo per andare nella mia friggitoria, nel Centro Storico-Per me va bene- gli rispondo. -La valigia vai tu a recuperarla e la portiamo con noi- aggiungo. -Perché?-Smettila di porti dei problemi. Per una volta fai


come dico io-Va bene-Ci vediamo al capolinea del bus- propongo. Così ho tutto il tempo per fumarmi in pace una sigaretta. Senza che lui stia a contare quante ne ho già fumate. Arrivo per prima alla fermata. Recupero dalla borsa la scatola delle mie adorate caramelline. Ne prendo due ed aspetto che lui compaia sulla piazza. Eccolo. Mi raggiunge giusto in tempo per salire. Due posti liberi. “E' un miracolo” penso. Anche se io ai miracoli non ci credo. -Andiamo a sederci- gli dico. Per tutto il tratto che ci divide dalla nostra fermata, nessuno dei due apre bocca. -Quale sarebbe la tua friggitoria?- chiedo, appena scesa. -Lasciati guidare. Forse non ti ricordi neppure più come addentrarti nei vicoliHo paura per il mio povero trolley. Come ad ogni cosa, sono affezionata anche a lui. Il mio fedele compagno. Nel guardare come lo fa sobbalzare sulle pietre del vicolo, penso che potrebbe rompersi da un


momento all'altro. E' colpa sua. Cammina troppo in fretta. Vuole battere il tempo scandito dal suo cellulare? -Rallenta un attimo, Diego. Voglio guardare i palazzi antichi che si affacciano su questa stradaE' una scusa. Mi fermo. Questa volta sono io a tirare fuori cellulare. Voglio fare una foto al meraviglioso bassorilievo che adorna la parete proprio sopra l'infisso del portone che ho davanti. Scatto e mi rassegno a tenergli dietro. Ecco la sua friggitoria. Finalmente! Ha un qualche cosa di familiare, anche se non ricordo di essere mai stata qui a mangiare. A dire il vero non sapevo neppure che esistessero i vicoli appena percorsi. Sono disorientata. Ma basta guardare oltre l'edificio accanto ed ecco uno squarcio del Porto Antico. Adesso ho capito dove ci troviamo. Davanti a noi solo una anziana coppia aspetta di potersi sedere. Tutti i tavoli sono occupati. Lo stesso vale per quelli dell'altro salone. PiĂš grande.


Mi sorprende la pulizia di questo locale. Tutte le pareti sono piastrellate di bianco. Con un leggero motivo azzurro a fare da contorno ad ognuna di esse. Basta aspettare pochi minuti ed ecco un tavolo liberarsi per i due. Li guardo meglio. Tutto sommato non devono essere molto più anziani di noi. Arriva il nostro turno. Andiamo a sedere nel salone, in un lungo tavolo in parte occupato da altri clienti. L'importante è che si siano liberati due posti. Accanto a me è intento a mangiare un grosso uomo con una tuta blu. E' all'assalto di un'abbondante pasta al pesto. Guardo Diego. Sembra mangiarsela con gli occhi quella pasta. -Prendi la pasta?-Decidi tu- mi risponde. In questo non è cambiato. -Può portarci due piatti misti?- ordino alla signora, senza neppure leggere il menu. L'ho fatto per dispetto. -Sì. Cosa bevete?-Mezzo di rosso. Quello della casa-Può portare anche dell'acqua?- aggiunge Diego. Lei sta prendendo nota. Quindi si dirige in fretta


verso la cucina per passare l'ordinazione. -Non mangi?Assorta nei miei pensieri non mi sono neppure accorta che hanno già portato quello che ho ordinato. -Buon appetito-AltrettantoLa sua risposta è accompagnata da un rumore che mi è familiare. Giunge dalle finestre. Ha cominciato a piovere. Sta rinforzando. -Può spostarsi un attimo?- mi chiede uno dei ragazzi che servono ai tavoli. Giusto in tempo. Chiude la finestra prima che il vento, levatosi all'improvviso, spinga dentro la pioggia. Rischiavo di finire tutta bagnata. Sono seduta a pochi centimetri dalla finestra. Il suono cambia. Adesso non è più pioggia ma vera e propria grandine. Mi volto a guardare tutti quelli che si sono già alzati ed hanno pagato. Sono bloccati all'interno del locale. -Questo non ci voleva- mi dice. -Perché? Siamo qui. Nessuno ci obbliga ad alzarci prima che sia passato questo scroscio di


pioggia-Questo è vero- conviene e per una volta, quasi la pioggia abbia fermato lo scorrere del tempo, non tira fuori quel malefico cellulare per controllare l'ora. -Te lo brucerei quel telefono-Perché?-Lo sai benissimo. Tanto da quando siamo insieme non hai fatto neppure una telefonataFa un'espressione imbronciata. Sa che ho ragione. Sorrido. -Ed ora cosa c'è di buffo?-Tu-Spiegati-Ti immagino su un'isola deserta. Come in quel programma della televisioneNessun commento. -Se ti chiedessero quale oggetto portare con te, non più di uno, sceglieresti una sveglia. Una di quelle antiche-Forse- si limita a commentare. -Non un cellulare- proseguo -Così non dovresti spendere i soldi delle ricariche-Spiritosa! Guarda, piuttosto- e mi indica il cielo. Quel piccolo tratto che si scorge da dove siamo seduti. -Ha smesso di piovere- commento, prima di


bere l'ultimo sorso di vino che è rimasto nel mio bicchiere. -Hai ancora quell'indirizzo?- mi chiede. -Quale?- anche se so a cosa si sta riferendo. -L'albergo dove andare-Sei sicuro di quello che stai dicendo?-Sì. Ho voglia di stare con te-Se è per quello anche io- e tiro fuori l'IPad. Digito l'indirizzo dove prenotare una stanza solo per il pomeriggio. -Ormai è tardi. E' difficile trovare un posto a quest'ora-Tu provaci-Come vuoi- e prendo a visitare il sito. Non è possibile! Uno di questi alberghi risulta avere ancora una stanza libera. -Dov'è questa strada?- e giro il tablet. -E' un vicolo parallelo a questo-Guarda che io prenoto. Poi sono cazzi tuoi!-Dai. Vai avanti a fare la spiritosa. Prenota- mi conferma. -L'albergo lo pago io. Scommetto che non hai neppure il bancomat con teHo ragione. Do invio. Sul mio indirizzo di mail arriva la conferma della prenotazione. -Dai muoviamoci. Certo che potevi deciderti anche prima-


-Ho i miei tempi!-Alla faccia. Bradipo!Ci alziamo contemporaneamente, lasciando il grosso uomo seduto al mio fianco impegnato con il dolce. -Offrimi almeno un caffè prima di andare-C'è un bar proprio qui all'angolo. Fa un ottimo caffè-Allora mi va beneLo prendo sotto braccio. Sembrava conoscere bene quel labirinto di strette viuzze. -Avevi ragione. Era proprio un buon caffè- gli dico. E' la verità. Non gli ho mai mentito. Mi rimprovero da sola. Una volta l'ho fatto. E' stato tanti anni fa.


Capitolo 11

Agosto 1979 Non l'ha certo presa bene. E' stato lui a chiedermi -Hai un altro?-. A questo punto mi sento con le spalle al muro. E' così chiaro che con la testa sono da tutt'altra parte? -E' di Milano?- continua. Non me la sento di dirgli la verità. -Sì- gli rispondo. Si alza per uscire. Lo seguo con lo sguardo. Si dirige verso la spiaggia. Io di fare il bagno proprio non ne ho voglia. Continuo a pensare a chi abita a pochi isolati da me e non certo a Milano. In quella città sono costretta ad andare e tornare con il treno tutti i giorni. Non ho né il tempo né la voglia di avere una storia che mi leghi a doppio filo a quella città. All'interno del locale il telefono, appeso ad un


lato del bancone, sembra chiamarmi. Apro la porta giusto in tempo per vedere Diego tuffarsi, diretto verso il largo. Solo allora vado, quasi di corsa, a farmi dare un gettone per comporre il suo numero. -Sei tu?- mi risponde Carlo prima ancora che abbia il tempo di aprire bocca. Se dice così, deve essere solo a casa. Sua moglie è in montagna? Non è questo il punto. L'importante è che non ci sia. -Sì, sono io. Ho voglia di vederti-Dove sei? Sento dei rumori-Sono fuori con un amico, ma posso liberarmigli rispondo. -Dimmi dove e vengo subito a prenderti. Possiamo passare tutta la notte insiemeNon mi lascia neppure il tempo di rispondergli. -Domani ti accompagno io a Milano. In macchina- aggiunge. Gli do il nome del locale. -Lo conosco. Il tempo di arrivare. Prenditi un caffè e sono lìSulle mie labbra sento che si sta disegnando un sorriso. Guardo fuori dalle vetrate del locale. Sta ancora nuotando. “Proprio non gli importa nulla di me” mi dico.


So che non è vero. Cosa posso fare con Diego? Non c'è altra strada. -Ho bisogno del tuo aiuto- rivolgendomi al proprietario. -DimmiMi conosce da parecchio tempo. Ricordo la sua espressione sorpresa quando sono entrata con un ragazzo diverso da quello che lui si aspettava. -Carlo sta per arrivare. Mi devo nascondere-Vieni qui- e mi indica una piccola porta che da sul retro. -Cosa gli dici a quel ragazzo?- e gli indico Diego. -Di lui non preoccuparti. Non c'è proprio niente da dirgli-Ovvero?-Quando arriva qui, mi limiterò a dire che te ne sei andata-Non ho mai fatto una cosa del genere-C'è sempre una prima volta, Maria. Questa mia complicità la pagherai con il caffè che di sicuro mi chiederaiConosce i miei gusti. Posso solo seguire il suo suggerimento. Dopo pochi minuti sento la porta del locale aprirsi. Sono nascosta come fossi una ladra.


Sarebbe stato così semplice farmi riaccompagnare a casa da Diego e poi pensare al resto. Troppo semplice. -Dov'è la ragazza che è con me?- sento che chiede. -E' andata via- è la risposta che riceve con un tono di voce piatto ed incolore. Uno di quelli che non danno spazio ad alcuna replica. La porta si richiude. Questa volta con violenza. Ecco l'auto che parte. Con la testa spunto da dietro l'anta della porta. Giusto in tempo per vedere i fanalini rossi di coda della vettura. Ha già imboccato la salita che lo riporta sulla strada principale. -Vieni fuoriEsco e mi siedo al più vicino dei tavoli. -Ecco il caffè!Adesso posso rilassarmi. Guardo il grosso orologio che è appeso dietro la macchina del caffè. Segna le undici. Tra quanto arriva? E' inutile fare calcoli. Posso solo limitarmi ad aspettare. Dentro di me trovavo buffo che tra qualche istante Carlo e Diego probabilmente si incroceranno sull'unica strada che si può prendere per rientrare in città.


L'importante è che nell'auto diretta verso di me ci sia Carlo. Eccolo, finalmente. Si avvicina lentamente al tavolo dove sono ancora seduta. -Vieni, Maria- mi dice, dopo avermi baciata. -Dove andiamo?- gli chiedo. Anche se in realtà il posto non ha alcuna importanza. Potrebbe assumerla quando mi risponde. -Andiamo a casa mia-E tua moglie?-Lo sai che è in vacanza. Non fare l'ingenua con meSpengo la sigaretta mentre lui sta per pagarmi il caffè. -Lascia, Carlo. Quello tocca a me-Non dire sciocchezze- poi, avvicinandosi, sussurra -Pagherai caro questo caffè-. Sorride. Non vedo l'ora di essere a letto con lui. -Però sei stata proprio stupida- mi dice, avviando la macchina. So benissimo a cosa si sta riferendo. Faccio un cenno con il capo che può sembrare anche un assenso. Guida come un pazzo. Ci vogliono veramente pochi minuti per essere sotto il suo portone.


Salgo le scale che mi erano così familiari e lo stanno ridiventando. Entrando, mi accarezza il sedere. Io mi sto già togliendo la camicetta leggera. Poi la gonna corta. Sono rimasta con le mie Superga blu. E' lui stesso a slacciarle per poi sfilarmele con delicatezza. Prima di spogliarsi mi copre il corpo di piccoli baci. Quando sente che sono eccitata, si stacca. -Aspetta. Vado in bagno-SìNon mi da il tempo di fumare neppure una sigaretta. Sto prendendo il pacchetto dalla mia borsa e lui e già di ritorno. E' completamente nudo. Si stende sopra di me . Ricordo tutto di quello che c'era stato tra noi e la ragione per la quale avevamo deciso di lasciarci. In realtà ero stata io a volerlo fare. “Che stupida” penso. Quando ci stacchiamo, è lui a farmi una proposta. -Datti per malata domani-


-Oggi, vuoi dire- lo correggo, guardando la sveglia sul comodino. Sono quasi le due. -Come preferisci. Abbiamo ancora tutto un giorno per fare all'amore-Non voglio uscire da questa casa fino a domani- gli dico. -Mia moglie starĂ  via fino a domenica- e torna a baciarmi.


Capitolo 12

Maggio 2016 Sembra esitare. -Allora andiamo?Cerca di convincersi che quanto ha deciso è giusto? Non sono stata certo io ad imporgli di andare in albergo. L'ha voluto e io l'ho prenotato. Anche a mio nome per giunta. Mi sorprende la velocità con la quale raggiungiamo l'ingresso dell'albergo. Ci basta percorrere un vicolo stretto ed eccoci all'indirizzo che compariva sul sito. Visto da fuori non sembra poi cosÏ male. E' solo a tre stelle. Come il numero delle ore che rimangono da trascorrere insieme. Un anonimo portiere, che deve avere giusto qualche anno meno di noi, ci chiede i documenti. La chiave della stanza la da a me.


Non mi fa piacere. Perché non l'ha data a Diego? Per un attimo mi percorre la mente il pensiero che forse aveva ragione lui. Non lo ammetterei mai. Eppure sono sicura che ha notato tutta la mia reticenza a ritirare la chiave. Dopo aver consegnato il documento, sembra aver acquisito una sicurezza che un secondo prima non aveva. Cosa può essere passato per quella sua testa? Per me rimane un intricato labirinto. E' proprio questo che fa di lui un uomo interessante. Non mi illudo di riuscire, in poche ore, a trovare la via d'uscita. E' bello iniziare a penetrare più a fondo nel suo pensiero. Non l'ho fatto da ragazza. Adesso ne ho tutto il tempo. Strano il valore che al tempo attribuivo una volta. Da giovane sembrava che tutto andasse troppo in fretta. Tanto che neppure io riuscivo a stare dietro allo scorrere degli avvenimenti. Adesso tutto è più pacato. Una tranquillità, la mia, che forse sono riuscita in parte ad infondere anche in lui. Questo per me sarebbe già un grosso traguardo.


-Andiamo-ArrivoPercorro i pochi metri tra me e l'ascensore. -Una volta non sarei mai entrato in un albergo come questo- dice. Siamo chiusi nell'ascensore. Gli darei uno schiaffo. Ma non è da me. Non l'ho mai fatto. -Sei uno stronzo-Cosa vuoi dire?Non capisce il senso che do alle sue parole? Oppure sono io che non riesco a ragionare con la testa di un uomo ormai anziano? Lui che da giovane ha avuto tutto. -Scusa se non ti ho portato in un albergo di lusso. La prossima volta mi porti in un cinque stelle. E paghi tu!Parallelamente corre il mio pensiero “Se ci sarà una prossima volta”. -Lo sai che non me lo posso permettere. Pensa a quanto prendo di pensione-Cazzo! Per una volta la vuoi finire di parlare di soldi?- e sono sul punto di schiacciare il pulsante che mi riporterebbe al pianterreno. Ma le porte si stanno già aprendo ad uno stretto corridoio. Il pavimento è coperto da una moquette rossa che deve aver visto giorni migliori.


-Qual'è la stanza?-Centodieci. Tieni- e gli allungo la chiave. E' l'ultima stanza in fondo. Entriamo ed è quasi tutto proprio come mi aspettavo. Tranne un particolare. E' insolitamente pulita. Cosa che mi fa solo piacere. Non l'ho detto a lui. Sono tanti anni che anche io non bazzico per un albergo così modesto. Con mio marito avevamo sempre frequentato posti lussuosi. Mi accorgo che sto sbagliando anche io. Non è questo il momento dei ricordi. Stiamo vivendo il presente. Chiudendo la porta è come se io e lui stessimo facendo un silenzioso accordo. Lasciarci tutto il nostro passato alle spalle. -Non parliamo di cose che non ci sono più- gli dico. -Hai ragione-Non devi andare in bagno?-Sì- ed apre la porta alla sua sinistra. Anche il bagno appare pulito. Avrei voglia di farmi una doccia. Chissà che odore ho? Io non lo posso sentire. Quello che mi arriva alle narici è l'odore della pelle di lui, quando gli bacio il collo.


-Perché?- mi chiede. -Perché mi fa piacere farlo. Non cercare oscure ragioni in ogni mio gesto-Che ne dici di farci una doccia?-Lo fai per risparmiare l'acqua a casa?-Lo vedi! Adesso sei tu a parlare di soldi. Un attimo fa mi hai detto che non dovevamo farloInvece di replicare, poso la borsa sull'unica sedia. Aspettando che esca dal bagno, apro il piccolo frigo-bar. E' semplicemente vuoto. Hanno paura che si consumi senza avvisarli. Poi sposto le tende per guardare il panorama. -E' inutile che spalanchi le persiane-Perché?-Fallo, alloraApro la finestra e giro la maniglia per sbloccare le due pesanti ante delle persiane. Sono rigorosamente pitturate di verde. Che delusione quando ne scosto una. Il palazzo accanto deve essere a poco più di un metro da noi. -Sei già stato qui?Scoppia a ridere. -Brutta merda!-Continua ad insultarmi!-Sei già stato qui e facevi l'ingenuo-


Dal sorriso che si disegna sul suo volto capisco di aver centrato la verità. -Proprio non ci riesci a fare una cosa senza mascherarla con una bugia-Forse è meglio che ti rilassi. Fumati una sigarettaSento che siamo ad un passo dal litigare. Anche lui ne è cosciente. Non ho voglia di farlo. Dichiariamo una tregua ed a siglarla arrivano due delle mie caramelline. -Tieni- gli dico. -Ho appena preso il caffè-Ed ora te le mangiNon sa rifiutare. Prendo il pacchetto e tiro fuori una delle ultime sigarette. -Sto fumando troppo-Io non osavo dirtelo- commenta. Ho nella mia magica borsa il completo da viaggio per lavarmi i denti. E' il momento di usarlo. -Se non ti fa schifo-Non dire sciocchezze- e lo prende. Approfitto per togliere il leggero copriletto. Sulle lenzuola bianche c'è solo una sottilissima coperta. Mi accorgo che il condizionatore è acceso. Ecco


da dove viene il ronzio. -Ti dispiace se lo spengo?-Neppure io sono abituato all'aria condizionata, a casa-E tu cosa ne sai della mia casa di Milano?-Me la immagino-Come?-Faccio prima ad immaginare tutti i libri che devi avere. Il resto farà da contorno a loro-Lo sai che mi è sempre piaciuto leggere-Lo so. Anche se non dobbiamo avere esattamente gli stessi gustiNon è possibile! Se fossi entrata anni prima in una stanza come quella, adesso sarei già stesa sul letto con lui sopra di me. Invece stiamo parlando di libri. La cosa non mi dispiace. Anche perché finalmente sta parlando di qualcosa che non riguarda solo lui. Sta entrando in particolari che toccavano la nostra vita. Gli faccio vedere il libro che sto leggendo. L'ultimo che ho comprato di Camilleri. -Vedi, leggo libri scritti da gente delle tue parti-Dai. Posa quel libro e vieni a lettoSi spoglia velocemente, rimanendo nudo sul letto. Io lo faccio lentamente e poi mi sdraio accanto


a lui. Sembriamo due ragazzini. O forse sono io ad illudermi di questo. Il patto va rispettato. Tutto è rimasto fuori da quella magica porta. C'è un piacevole silenzio in questa stanza. Qualcosa a cui non sono proprio abituata a Milano. Il mio appartamento è bellissimo e non lo lascerei per nulla al mondo. L'unico difetto è il fatto che sia al primo piano. Il più lungo dei due balconi da proprio su una piazza terribilmente rumorosa di giorno. E non solo. Anche la notte è spesso solcata dalle sirene delle ambulanze dirette all'ospedale vicino. Mi alzo per andare a chiudere la finestra. Cominciavo a sentire freddo. -Sei una bella donna- mi dice. Guarda il profilo del mio corpo disegnato dalla luce che entra ad illuminare la stanza. -Bugiardo- gli rispondo. Torno accanto a lui. Finalmente inizia a baciarmi. Quello lo sa fare bene. Con la mano gli accarezzo la pancia e poi provo ad eccitarlo con piccole carezze. Lui si gira su un fianco ed abbassa il capo per baciarmi il seno.


Poi scende. Meglio lasciare che sia lui a fare quello che si sente. Inizio ad eccitarmi. Sempre più intensamente. Sono anni che non succedeva. Credevo di aver chiuso con il sesso. Invece proprio oggi, in questa stanza, sento di essere ancora viva. Eccome! Lui continua a baciarmi. Mi porta all'orgasmo. A questo punto l'unica cosa che desidero veramente è che anche lui possa arrivarci. Meglio farmene una ragione. Mi sta dando un piacere nuovo. Più forte di quello che avrei creduto. Poi risale lungo il mio corpo. Ci baciamo a lungo. Con una mano mi prende la testa e la avvicina alla sua spalla. Mi sento bene. Tanto da non accorgermi neppure che sto lentamente scivolando nel sonno. Quando riapro gli occhi, il primo particolare a colpirmi è la luce. Non è più così intensa. “Cazzo. Che ore sono?” penso.


Lui sta ancora dormendo. Russa come un trombone. Strano che non me ne fossi accorta. “Non è possibile” mi dico guardando il cellulare. Sono le otto. Ho dormito per tre ore. Abbracciata a lui. A quest'ora il mio treno sta probabilmente entrando nella Stazione Centrale. Senza di me. Posso prendermela con calma. Vado in bagno. Faccio una doccia e quando rientro nella camera da letto lui è con gli occhi aperti ad aspettarmi. -Russi- esclamo. -Perché, ti dispiace?-Quanti anni erano che non ci vedevamo?-Troppi- mi risponde. Con la mente vado all'ultima volta in cui ci eravamo incontrati.


Capitolo 13

Marzo 2001 E' sabato. Sono in cucina. Mio marito è come sempre via per lavoro. Almeno, così devo far finta di credere. Mio figlio non si sveglia certo a quest'ora. Sono solo, si fa per dire, le nove. Ho appena finito il mio caffè ed ora può avere inizio il sacro rito della prima sigaretta. Un piacere ad un passo da me. Chiuso nel pacchetto posato sulla credenza. Allungo una mano per prenderlo. Il cellulare comincia a vibrare. Ho tolto la suoneria. Lui in ogni caso deve far sentire la sua presenza. “Sarà mio marito” è il primo pensiero. Guardo il nome sul display. Compare un numero anonimo. Non è in rubrica. La tentazione di non rispondere è forte. Vince la curiosità. -Ciao, Maria, sono Emma-


“Cosa è successo?” non posso fare a meno di pensare. E' più di un anno che la mia vecchia compagna di banco non mi chiama. Io non sono stata da meno. -Hai saputo di Paolo?- prosegue. Io di ragazzi che hanno quel nome ne conosco almeno dieci. Però se è Emma a chiedermelo può riferirsi solo ad uno di questi. -No. Un altro divorzio?-Sei rimasta indietro, Maria. E' morto!-Quando?-Ieri. Io sono quella incaricata di avvisare te. E' un passaparola tra noi compagni di scuola-Era malato?-No. Dicono un incidente. Poi ti racconto. Vieni al funerale domenica?-Domani?-SìTutto il tranquillo programma che mi sono costruita nella mente per il fine settimana crolla come un castello di carte. Devo andare a Genova. -A che ora?-Alle undici. Nella chiesa del Carmine. Sai, quella di fianco al mercatoSì. Me la ricordo. -Ci vediamo là- e termina la conversazione.


Passo tutta la giornata a casa. Non vedo l'ora di partire. Il treno migliore è l'Inter-city delle sette. Alle sei e mezzo sono già alla Stazione Centrale. Dopo il controllo del biglietto, eccomi pronta a salire. Ho ancora tempo per prendere un caffè. Mi sono svegliata tre ore fa. Dopo una notte nella quale sono riuscita a dormire due o tre ore al massimo. Quando salgo fa troppo caldo. Sono in prima classe. Tutti i posti in seconda erano occupati. Non riesco a leggere neppure una pagina del mio libro. Continuo a pensare a quel ragazzo. Non lo rivedrò più. Dalla stazione di Genova alla chiesa ci sono solo cinque minuti a piedi. Arrivo che la messa è appena iniziata. Mi siedo in fondo. Di spalle tante ragazze e ragazzi, ormai uomini e donne della mia età, che conosco. Il mio sguardo si ferma su uno di loro. Non può essere che Diego. Alla fine, quando tutti prendono a mettersi in fila per uscire, lui mi passa accanto senza


guardare verso di me. Uscendo, con il sole che scalda la giornata, gli metto una mano sulla spalla. Si gira ed in un primo momento non mi riconosce. Sono cosĂŹ cambiata? Solo quando apro bocca, riesce ad associare il suono della mia voce ad una ragazza che conosceva. -Maria, sei tu?Il che vuol dire: come sei ingrassata. Meglio non rispondergli come vorrei fare. Non mi sembra proprio il momento. -SĂŹ, sono io- mi limito a dire. -Vieni con noi a prendere qualcosa al bar?- mi chiede. -No. Devo tornare subito a MilanoMi incammino verso la strada che conduceva direttamente alla stazione. Non ho neppure salutato Emma. Sul treno di ritorno ogni volta che cerco di immergermi nella lettura mi tornano alla mente il viso e le spalle di Diego. Eppure sono stata io, tanti anni fa, a lasciarlo.


Capitolo 14

Maggio 2016 -Mi hai fatto perdere il treno- gli rinfaccio. Senza riuscire a trattenermi dal ridere. Sono allegra. Mi sento bene. -Devi proprio partire?- mi chiede, vedendo che prendo in mano l'IPad. -Devo essere a Milano domani mattina presto. Fammi controllare gli orariHo in memoria il sito delle ferrovie. Basta cliccare sul logo delle ferrovie ed ecco comparire le due possibilità che mi restano. Una è da escludere. E' un treno che parte tra mezz'ora. Non ho voglia di fare tutto di corsa. Meglio la seconda opzione. Però non posso permettermi di perdere questo treno. E' l'ultimo della notte. -Devo partire alle ventidue e trenta-Da quale stazione?-Brignole-Guarda che da qui in un attimo siamo a


Principe- mi dice. E' l'altra stazione di Genova. Questa volta può avere ragione. Ma non ho idea però di come arrivarci. -Mi devi accompagnare-Farò questo sacrificioSento il rumore della ciminiera di una nave. -Che cazzo di suoneria hai messo?-L'hai appena sentita. Mi passi il telefono?-Magari se mi chiedessi per piacere!Piuttosto preferisce alzarsi lui. Tira fuori il cellulare dalla tasca dei pantaloni appoggiati alla sedia. Non sembra dispiacergli quello che appare sul messaggio che ha ricevuto. -Mio figlio arriva tardi stasera. Mangia dalla sua ragazza-Hai il permesso per stare fuori un po' di piÚ?Invece di rispondermi si avvia verso il bagno. -Sai che nella versione donnina Michelin non sei niente male?Chiude la porta alle sue spalle prima che io faccia in tempo a tirargli la prima cosa che mi capita sotto mano. -Stronzo!-Lo soHo voglia di una sigaretta.


Eccolo tornare ed è già vestito. Non mi sono neppure accorta che si era portato i vestiti in bagno. -Dai andiamo a fare il bigliettoSolo in quel momento mi viene in mente la valigia. -Ricordami di ritirare il trolley- gli dico. -Dai vestiti! Se ci sbrighiamo possiamo anche non fermarci al bar della stazione-Cosa vuoi dire?-Conosco un ristorante cinese a pochi passi dalla biglietteriaIn effetti mi accorgo solo ora che il mio stomaco ha cominciato a reclamare. Un'ultima occhiata alla porta di quella camera. Il numero mi rimarrà impresso nella memoria. Ne sono certa. E non solo quello. Chiudendo mi da un piccolo bacio sulla guancia. Scendiamo. Inutile prendere l'ascensore. Solo una breve rampa di scale ci divide dal pianterreno. Dietro il banco della reception non c'è più il tizio anonimo di quando siamo arrivati. Un ragazzo, con una giacca azzurra, ci saluta con cortesia. Lui stesso prende la piccola valigia e me la


porge. Guardo Diego. -Messaggio ricevuto- mormora e senza certo esagerare gli da cinque euro di mancia. -Avaro- gli dico, varcando la porta che si sta aprendo automaticamente per lasciarci uscire. -Dai sbrighiamoci. Maria-Non ricominciare ad avere fretta. Non sei tu quello che deve partireIn questo momento lo vorrei rapire e portare a Milano con me. Che differenza tra Genova e quella che è diventata la mia città. Qui tutto è a portata di mano. Pochi minuti ed eccoci alla biglietteria. Lui rimane indietro. -Guarda che non devi pagare per starmi vicino in coda-Spiritosa. Ti do il cambio. Ci saranno cinque minuti di attesa. Tutto il tempo per fumarti una sigaretta-Alimenta il mio vizio!-Non ci posso fare nulla. Quando fumi mi piaci di piùCosa devo rispondergli? Nulla. Lascio a lui il posto ed esco all'aperto. Sono quasi le nove. Me lo dice il grosso orologio che sovrasta l'ingresso principale.


L'aria è piacevolmente fresca. Il sole sul punto di nascondersi dietro le colline a ponente. Le poche nubi che tracciano il cielo si stanno tingendo di rosso. Un colore che rapidamente si fa più acceso. In quell'attimo sento di avere tutto. -EccomiCon una parola rompe l'incanto di quel momento. Coglie l'espressione che devo avere. -Ora cosa c'è?-Non ti preoccupare. Portami a mangiareMi prende per mano. Con naturalezza. Il ristorante cinese non sembra male. Non c'è il solito arredo pacchiano. Tutto è molto soft. Quello che ha tutta l'aria di essere il proprietario saluta Diego. Devono conoscersi bene. Me lo conferma quando ci sediamo al tavolo, nella stanza più piccola. Tutta per noi. -Facciamo tai chi insieme tutte le domeniche. E' il nipote del mio maestro-E' simpatico. Stranamente alto per essere un Cinese-E' tipico della zona dalla quale viene la sua famiglia, a ridosso della catena dell'Himalaya-Interessante- gli rispondo.


Non è questo a catturare la mia attenzione. Continuo ad accarezzargli il dorso della mano. Lui intreccia le dita nelle mie e rimaniamo stranamente zitti, fino a quando vedo arrivare il primo piatto. Non so cosa sia. -Fai tu- ha detto Diego al suo amico. Io ho provveduto a farmi portare del vino. Rosso come piace a lui. Mangiamo senza ritornare su quello che c'è stato tra di noi. -Si sta facendo tardi-Che ore sono?-Tra mezz'ora parte il treno-Abbiamo ancora il tempo per prendere un caffè- gli dico. Lui fa un cenno al proprietario. Solo un minuto ed ecco i caffè. -Sì, ora possiamo andare- mi dice, alzandosi. -Maleducato!-Lo so-Dovevo essere io ad alzarmi per primaSolo quando vuole conosce la buona educazione. Il tempo di pagare e ci incamminiamo verso la stazione. Ecco la scala mobile. Il trolley mi segue fedele.


Sono pronta a lasciarlo. O forse no. Non mi aspettavo di provare un senso di vuoto già in questo momento. -Stai bene?- mi chiede. -Sono stata bene- gli rispondo. Percorriamo il lungo sottopassaggio, fino ad arrivare alla scala che porta al binario otto. Ancora quindici minuti da passare con lui. Dopo lo perderò. Ci sediamo ad attendere. Lontano altre tre persone stanno aspettando lo stesso treno. Mi mette il braccio intorno alle spalle e mi avvicina ancora di più a lui. Ci baciamo. Sembra di vivere la scena di un film. Quale sarà il seguito? E soprattutto, ci sarà un seguito? Non ho nulla da dire nell'attimo in cui ci stacca da me. Gode di ogni istante accanto a me. Lo sento. Un fischio. Ecco arrivare il treno. -In che vagone sei?Controllo il biglietto. -Nel terzo-Allora andiamo più avantiPrende lui il trolley e mi porta una decina di metri più in là.


-Sei sicuro?-Vedrai- mi risponde. Il treno sta visibilmente rallentando. Quando si ferma, ecco una delle due porte del terzo vagone proprio davanti al mio naso. -Sporco calcolatore- gli dico. Ma sono ben altre le parole che mi percorrono la mente. Un ultimo bacio furtivo. -Sali! Così ti passo la valigia-Ciao- mi limito a dire. -Ciao- replica. Ed ora? Lui si sta scurendo in volto. Alza una mano, accennando un saluto, e si incammina verso le scale che lo porteranno via da me. Il treno non ha ancora accennato a muoversi. Cerco il numero del mio posto a sedere. E' dal finestrino. Guardo oltre il vetro, cercandolo. Non c'è più. E' tutto finito. Anche la luce del giorno si è spenta. Adesso mi aspettano tutte le gallerie, prima di superare le colline che cingono la città. Prendo il cellulare e lo accendo. Voglio controllare se ci sono dei messaggi. Mi decido a tirare fuori dalla borsa anche gli


occhiali. Mi ostino a non volerli portare. In questo sono l'opposto di lui. Li porta sempre. O quasi. Li metto e guardo il display. Nessun messaggio. Solo una chiamata non risposta. A che ora è stata fatta? E' di pochi minuti fa. E' stato lui a chiamarmi. Cosa può volere? Non so neppure io se richiamarlo. Schiaccio il tasto. Due squilli e mi risponde. -Sei già a casa, Diego?-Sì. Come fai a saperlo?Non so cosa rispondergli. Sento aprirsi la porta, proprio quando all'altro capo lui interrompe la chiamata. Sento dei passi. Deve essere il controllore. Non ho neppure il tempo di recuperare il biglietto. Mi volto a guardare il corridoio. Diego è in piedi accanto a me. -Stronzo- riesco solo a sussurrare. -Un po'- risponde. Il suono che arriva dal finestrino cambia e mi fa capire che il treno sta uscendo dalle gallerie. -Sono un ingenuo- mi dice, adesso che le sue


labbra si staccano dalle mie. -PerchĂŠ mai?-A portarti ieri in quello street-food credevo fosse stata solo la voglia di mangiare un hamburger-



Credevo fosse un hamburger