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I poeti a sette anni sono alti come le scrofe, ma pi첫 alte sono le note che volano sopra e dentro i fili del cuore.


Elettromagneticaceleste

Massimo Lippi poesie

Tommaso Cascella disegni


Della mia prima eternità canto e racconto l’andare il divenire L’orologio a cucù delle stagioni e un progetto di fiori che mai s’avverò Come la rosa-sposa china la testa al bacio-davanzale così il tempo sull’omero sull’ulna riposa-risale fischiettando uno strano madrigale Dimmi Dimmi-dimmi-dimmi Del differente canto dell’olivo e delle ginestre.


Angeli i bianchi movimenti emarginati beati-colori-intatti

Nei vicoli del secolo un sintomo un oracolo un attimo un’impressione un fischio Queste palline queste palline colorate in mezzo alla strada che non trovano nido. E ridono e piangono le fisarmoniche?


Mattina chiara piena d’aria con distacco ti dipingo nelle mie vene intingo e il caso fa l’aurora.


Io sono un treno che non ferma a nessuna stazione non ho nĂŠ capo nĂŠ coda. Cammino su rotaie celesti.


Etra-Etruschi ... dicono venissero dal mare, altri dal cielo, il primo montava la canicola azzurra

In filamenti fumando la vitalba nacque il nostro spirito. I dolci cieli e le messi Intrise in orge-cantilene ci diedero il respiro. La menta creò l’essenza dei nostri baci, il tufo l’eternità.


La pazzia è un frutto d’autunno. Rotunno


Elettromagneticaceleste

Decorazione ultimo tocco-tatto tacco a spillo sul pianeta Bacco. Bocca tocca il sublime e scocca è corda e cocca peccaminosa-allocca trabocca la goccia barocca sulla celeste veste e macchia. Prende corda il movimento e stacca eccola là, sola e sublime imprendibile e pazza. Musica chi t’accorda. Bellezza chi t’attacca.


Padre poeta

Padre, padre mio come sei bello. la faccia scura del sole, la bocca tagliata del mare. Padre, la tua camicia bianca e le mani notturno preludio d’humus. Ora possiedo, il segreto delle piccole case. La tomba non ha ornamenti l’anima odora di pioggia. Com’era rosa il coniglio e che verde l’erba del mio sacco. Non vedere sento, il reticolato. Padre io sono cieco, posso scrivere in blu blu, basco blu, occhi. Mare-mare rosso-ritmo. Alle interferenza il tempo non fa caso posso incorniciare un giorno e respirando ridere di un’alba, la prima poesia è la luce.


Riserva di caccia e di rispetto

Nuvole in ornamento racchiudono verdi violenti ed acri, di gobbe imporporate. Gloria di tufo a volte e la storia, e freddi e trasparenti i suoi silenzi come alabastro. Inizio di camminamenti e simbolo in sarcofago intriso. Ah, dolore di popolo e di vita! Benvenuto piccolo passante, alla gente-gentile respira la mia voce.


Conosco...

Conosco il numero di targa della tua spina dorsale il passo il passante l’anello mancante del respiro anale. Conosco l’allegria dei fiocchi d’avena mutilata catena, filo della follia. Conosco quelli come te a basso numero di ottano che non hanno non ano la più pallida idea di una qualsiasi eternità. Conosco le stagioni il canto delle canne strofinate dal vento. Il ritmo contento di un granello di sabbia in mezzo al mare.


Conosco l’amarezza l’amaro l’ulcera duodenale il pendolo il perdono. Conosco l’abbandono conosco il tempo quello che fa male. Conosco le radici le cortecce le gazzarre dei passeri dentro i rami dell’alba. Conosco Rosalba le sue trecce nero fermaglio del tempo spartito lessicale. Conosco le caviglie, le doglie del gatto l’illusione del matto che non sente ragione. Conosco i muri a secco Cattedrali di sole e di muschio. Conosco il fischio dell’ultimo ramarro.


Io povero beduino cercatore di funghi professionista solo dello scatarro. Le ore disperate. Le speranze... stradali le note musicali del canto pneumatico il laccio emostatico le antenne. Conosco le rose innamorate l’incanto... e di Cesetti le Cantate. Io il capitano della nave dei Findus che non vuole salpare.

Giuseppe Cesetti (1902-1990), Le cantate.


Sera-serale

Stasera il sole corteggia la sera e la sera ci spera. La luna è una, i sugheri tre. Il cielo rosso è impenetrabile Il silenzio è nero macchioline verdi gli occhi del gatto. E il grillo? Il grillo è matto e matti i pensieri. Nel carnevale caldo-serale Urania * si gratta il canale. Il gallo rosa non sogna e non riposa lui suona il violino per primo. Sul pergolato, d’ombre di seta illuminato sorridono i pederasti a grappoli.

* Urania è la dea dell’armonia, miti e leggende.


Insistente gracchiare di corvo su tegole inclinate sbuca comignoli giocando con la storia. Fermo è il tempo sul sughero, sul tufo Lucumoni e vestali danzano sulla mia corda dolci accordi frecce scagliate dal cuore si conficcano in grappolo di stelle. Il cielo non è che un immenso pergolato e il tempo non si torce.


La piazza, i bambini, la fontana che suona

In un’età senza età ti riconobbi allo specchio fantasia. Sputo e polvere levigata-svelta era la mano dei giocatori di scalino a disputarsi le immagini. Allora Il mondo era una piazza-assolata-rumorosa l’orgasmo dei piedini rosa strofinava un mare di selci rampicanti in cima al monte CAMPANA * per diffonderti azzurrissimamente. La civiltà è uno schiaffo agli spigoli del tempo, un rossore che il pianto ricompone; unico testimone del giorno è l’affetto una cattedrale sorda dove ognuno sacrifica la sua ombra, poi sovviene la sera indefinita.

* Dino Campana, Canti orfici.


Pre-pro-vocale

L’extra tempo turba turbandosi suona bitubolare-bisax-bi-tri-voce. Bicerchio circonferenziale cerca cerchiandolo a dondolo un cerchio. Lo spartito Dei Miei-tuoi-suoi colori. Tremolio dodecafonico scrittura del mare. Poeti prima di nascere eravamo eterozigoti.


A Pier Paolo Pasolini

Fallo-Falloforie FarĂ -Furore Amore! Tiritillo-Sileno


Tommaso Cascella

Come di leggerezza fanciullando tu aspiri alla bellezza con le dita. Senza profondità-senza pensiero il cosmo gira intorno al tuo pennello. Femmina eternità? Spiga del tempo con i colori dell’incantamento. Certo sarà patire il tuo cammino inciampando tra i secoli e gli idioti... Ti prenderà per mano il Dio del caso e quando canta il senso del sublime.


Nel mio giardino “bambino” Le rose sono pluri-decorate in generale celesti e le finestre aperte all’ultimo rondone. La rosa del poeta non vista la rosa guardata a vista da bianchi frigoriferi che controllano l’eterna freschezza. Nel mio giardino “bambino” perfino gli orologi hanno appetito e le fiabe nascono da un dito ma le viole parole fiorite fiore.


Marina di Montalto

Alla marina io e lei dentro i calzoni. Parlano i rifiuti e le plastiche. Il mare sporco e totale.


Chi canta primavera chi le sere chi la notte stellata e chi le ore quando il mio tempo liquido compone le canzoni cantate, con dolcezza accostate alle finestre chiuse. Chi inventa petali per le tue rose chi le cose e le pose per le tue cosce languide sospese.


Voce del cuore è voce dell’anima. Mio e tuo tremito accarezzano le corde. Compagna di viaggio canti la nostra felicità e muori. Libertà è soltanto un’altra... ... parola... Non c’è più niente da perdere.


Dal mio studio

Seduto sulla nave dei verdi io guardo il Rivellino * e ascolto Andrea,* rammendo le parole per corteggiare il nulla. Maggio già spiga sulle mie mani sulla tua fica. Che è l’occhio verticale della sera.

*Il Rivellino è un antico palazzo nel centro storico di Tuscania, a ridosso delle basiliche romaniche, antica sede comunale. *Andrea Piazza, toscano. Compositore e suonatore d’arpa.


La luna di Bacco

Stanotte la luna di Bacco sogna la luna nell’occhio del gatto che sogna e sogna il mio-Rigoletto dentro la morta campana del cielo la fuma. Questa notte è mia ne odo i passi leggeri nei colmi bicchieri nell’intonaco delle ore nel seme. Tu mia stella uterina mi respiri dentro e mi elevi architetto liquido degli alfabeti e voli sulle democrazie. Com’è profonda la menzogna davanti alla bella verità. Stella stella-uterina chiara-mattutina strega-sirena, tu che conosci la mia carne e dolcemente la possiedi in orgasmi di sole parole Fammi morire sveglio.


I figli

Tra le mani le stelle le mille dita belle che cuore non afferra. Palpito senza tempo frammento d’armonia oggi senza domani bocca senza bugia. Giorno struggente-incanto canti all’indifferenza fiori-favole-pianto parole è sofferenza.


Cassandra 2000

Tu ridi a squarciagola mia sdentata Cassandra e nascondi in calici cristallini vizi e verità . Ed io potrò mai far entrare discoidi rossi nel bianco? Intanto alle tue risa fermentano nel mio ziro secoli di sperma.


Avevano...

Avevano i fiordalisi sorpreso di spighe e le cicale i sugheri. Come ragni l’estate sorprese anche noi un innesto sull’erba Àlzati! Corri incontro alle fanfare dei passeri nel mattino di menta che tenta e la farfalla rosa ogni tanto si posa e vola via. Siamo sospesi nella fragranza fiordalisi azzurri sul grano.


L’estate romana (o effimero) A piazza del Popolo con Allen Ginsberg

È sera in un bar sulla piazza centrale trafficato da troie e parole nell’angolo-angolato barocco primordiale c’è uno stronzo seduto che fuma tenendo al guinzaglio una rosa, Un caffè, costa quanto profuma Chissà quanto costa la luna! Dove andiamo, Walt Whitman? Le porte chiudono fra un’ora Dove punta stasera la tua barba Che pesche e che penombre Intere famiglie a far provviste la sera Corridoi pieni di Mariti! Mogli negli avocados, bambini nei pomodori! e tu, Garcia Lorca, che cosa fai laggiù in mezzo ai meloni? Allen cosa facciamo noi in mezzo alle strade asfaltate senza un appuntamento fisso! In questo mondo di gnomi senza Dio?


... era un volare, dolce cantare, placido

La carpa ha mangiato la luna e tu primavera-maremma nascondi l’inganno nel fiocca d’avena. La principessa ferula e il principe asparago rittono al sole.


La mia poesia oggi è scritta con il sangue le gocce cadono piano sulla carta che le assorbe, le macchie si espandono... non posso più leggere le parole, è incomprensibile. Dov’è la carta? Un nuovo foglio... senza nessun respiro sopra come da bambino a scuola, e potevo girare pagina. Una pagina senza macchie, vergine, io la carezzavo, e alla fine trovavo sempre la sottile, quasi invisibile vena marrone e pensavo a quell’albero e piangeva il mio cuore. Potevamo risparmiare quell’albero, la sua vita misteriosa. Alla fine di un giorno di scuola, quanti alberi buttati nel secchio.


Tra le righe sotto le spighe fra le pieghe di un bianco grembiule Negli occhi, nei calcinacci, nelle tasche sfondate si è spenta la mia primavera. Dove sei sulfureo sogno nocciolo di pesca papavero rosso. L’estate già arde sul tufo frigge l’ipocrita impero il passero è da volo l’anima nel sambuco e la morte è cazzuta. Temporali metallici, sulle strade asfaltate, l’autunno è programmato. Si può morire se non si cambia pelle. Per l’inverno il mio manto è il mio canto. Cielo che odori di mais non possiedo che momenti. Cicala ubriaca nel sole rana annegata nel canto falco senz’ala puledro impasturato. Io come un cristo in erezione muoio al tramonto e mi tramuto Sassi, sugheri, fratte sottili fili d’erba ammanto forse è un respiro il canto.


Poesia geometrica piana

Mi commuovo al riso bianco le dita possono piangere spingete un tasto chiedete un toast chiudete il rubinetto del sesso. Ascoltate le parole (elettriche-nude), nel frigider i cuori di gallina gli elettroni scoppiano marmellata ideologica in vetrina. La fame ha voce cristallina sulle tovaglie e sulle pance democratiche.


La primavera del fuco

Come pioggia di maggio cade dai cieli in balenii ripetuti la sintesi dei fiori. Tu, coleottero-dittero-ape regina danzi e all’aria indifferente regali un arabesco di fiati. L’anima mia polpastrello di fuco innamorato fa un solo volo.


Nei liquidi arancia Nei liquidi arancia il sole stampa sorrisi Etrusco-Saraceni che di profumi gribi cuori e cavalli ne sono pieni. Alla faccia delle macchine e delle teste pelate-asfaltate dell’era contabile, contabile è poco niente cantabile forse passo carrabile per qualche a divenire umanità. Con luce ... di poco luce accesa nello sfondo di un fondo quasi un fondale pellicola sottile esile frappalà Ultimo giorno-finale di un qualsiasi aprile la femmina gentile chiava chiave che fa fiorire lo scienziato scurrile il poeta bestiale l’atomica Cassandra per la solarità. L’estate l’estate scorsa era come d’inverno ti eri perduta nei mezzi-litri del tepore serale-invernale nel carnevale anale tutto speciale di un vaso vecchio apocrifo.


A me battevano le ciglia come le castagne che scoppiano nelle risate scoppiettanti di tutti-tanti-quanti a bere le parole allegrose e le streghe rognose nascoste nei fondi di bicchiere-cavalieri impasturati sulle corde di musicisti monchi in provincia di Tuscania. Se se i giochi di parole danno allegria agli inversi agli invertiti ai di traverso sorrisi ai poeti sbiaditi dalla noia e dal pianto a tutto quanto tu sogna e ti succede o ti succederà di sedere sulle cornici del tempo sui sedili del vento nei soffitti o negli armadietti su copriletto gentile di nanerottoli RE o di spighe REGINE ancora piÚ piccine. Per non vedere per non vedere gli arabeschi di mosche morte nel cervello Per non vedere questo-quell’altro o quello là Per non morire Per non morire di corpo per non morire dentro i calzini per non morire sulle tovaglie bianche da dodici-telefoni dodici che squillano-squillanti-squillati sui visi saporiti i folli e gli infedeli


culti affettuosi da casi-dei cosi curiosi. Le mutandine corte dei padri morti nel quattordici-quindici-diciotto nel sessantotto e qualcuno tenace in un sessantanove storto. Storto come le storie le contrastanti memorie memori della carne e del sangue gutturale che fluido-fluisce liquido inarrestabile Bacco alle bocche vogliose-peccaminose ai capelli-alle mimose ai mimi dei movimenti sottili della luce tagliata in infiniti spicchi-specchi colori. Che Che quando ti guardi ti vedi di culo la faccia-lo sterno-le braccia che abbracciano i bianchi labirinti che stanno davanti. In calamari-mari in ceri spenti o appena spenti la lingua tagliata fra i denti di un satiro-alcolico che non beve caffè ma fuma all’occasione solo sigari Avana di dentro la campana de sogni. Amore! In quale secolo vieni.


canto di me, dei miei (all’orecchio elettronico) 1-3-4-7-2-4. La macchina è blu profuma di bosco-di fungo di ferula. La sua pelle è bianca bianco di latte di mucca fuggita ai Tedeschi, nel mese di Aprile dell’anno millenovecento e quarantatré Leda, mia sorella (senza cigno) visto così in un canestro, bianca di latte e di lana bianca sotto le bombe-bombata. Il fragore del tuono! Le farfalle non hanno paura degli S.S. 20 perché sono la luce. A ben guardare, guardando e mirando dalle piccole cose alle grandi straripando, dai fluidi pianeti ai contatti stellari contemplando la gamma infinita dei colori dell’eternità, solo l’ignoranza è nera. Il mio amico “Satana” è un altro colore “Lui fuma il tabacco del Moro”. L’aspetto qui aspettando mi annoio, come in un bar morendo-quasi cadendo-ondeggiando (asterisco) contemplando contemplandomi e ridendo; a una manciata di grasse-grosse parole limando come limandosi, grasse-usate, grosse-compresse quasi riflesse parole avute in dono per l’eternità. E sì, da Toscana in Tuscania come, quando e per caso; in una stanza del Palazzaccio piena di fiori, di odori, di spighe di grano. Mese Novembre, giorno diciassette. Filippo-uno, Lippi-due, la Madonna-tre, col bambino-quattro.


Era ora di pranzo, calante di luna Urania sorrise e nel giorno-giornale-vaginale mi regalò al respiro. Riccioli, bianchi, biondi riccioli, riccioli, riccioli boccoli, moccoli, taccole. In armonia campestre le povere scordate-sudate fisarmoniche, della festa del dì di festa, dei fiori grossi, rossi, rosse bandite, imbandite bandiere. Quando si mangia, appetito-appetisce e patisce sparisce nella carie-antica dentaria la santa bruschetta, benedetta dal prete prelato e dall’Impero Romano incorporato incorporante la lingua o poetico etrusco, caldo di tufo, che attutisce la brezza marina, donde vengono i Cristi. Benedice-bene-ben detto santificato il tuo letto, sacrificato d’olio dello ziro-zirale. Uccelli cantano al volo involato. Cicale sui sugheri Sottili fili d’erba nascondono occhi di cavallette. Pascolano cinghiali, il pascolato prato ranocchi-steli fruscii mormorii d’acque leggere carezzano funghi d’oro tramutati in mattiniere rugiade Qualche, qualcuno, qualcheduno piccolo fiore bianco, adorna in capanna un ramaiolo. Pastore-pastorale, odi cantate-cantare. Dai corni all’aria, ariosa, areosa, areata comprendente il tutto e depurante; col tempo, nel tempo, delle storie istoriate. Caino e Abele polvere d’ossa, polvere di miele; ape-ape punta e trapunta, trapunta al gioco, lavoro chiamato, datato, dall’uomo studiato e macchiato.


Regola regolata, legge chiamata. Quotidiana giornata-indaffarata, per lo sviluppo-sviluppata per misura a dismisura nella corsa affrettata verso chi per chi. Per chi Baudelaire per chi Delacroix. per chi la comedia commediata-commedianti poeti buffoni, veri mendicanti senza testa, ma con sentire, con canto cantare vedere, un mondo d’orbati-penati, sfruttare e sfruttati occhi di bimba-bimbo affamati, nelle loro terre-calde primavere, inaridite e uccise dal caldo insopportabile dell’ipocrita estate monetaria; che non fa, non è armoniosa armonia di fantastici-sempiterni appuntamenti, dei silenziosi pianeti-planetari-vaganti. Niente è permesso, tutto è percettibile, è perplesso il piccolo essere che nulla ha... Io qui, con la mia ulcera duo-denale io qui, nel cemento che non sento, io che sento il piccolo vento del prato spettinato. A 60 anni in un canale-incanalato, lascio al momento, un testamento all’elettronico orecchio, che tutto registra, ma non filtra; la sintetica-sintesi-sintassi dei piccoli passi del magnetico nano che sale la scala musicale-emotiva e non ancora programmata poesia.


Invocazione

Oh Dio dei funghi non ti riconosco. Prima che il fulmine possente squarci la tua mela ricamata e abbandonata al tempo. Consacrerò la pioggia in lacrime. Ornerò la testa con penne di pavone. Intorno alla tua tenda capo Tommaso! Danzerò i corpi con forme d’occhio, spogliandomi d’ogni corteccia, berrò misture d’erbe. Tu ed io, (Soli) rapiti da femminee stelle ci ostineremo al verso e al segno, precorrendo il tempo col terrore dell’anima.


Tempo di poesia

Sebbene qualcuno si attenda un avvicinamento tra la pittura e la poesia di Massimo Lippi, diversamente, qui, non terremo conto di simile legame: i quadri di Lippi non sono i suoi versi, i suoi versi non sono i suoi quadri. Detto ciò, possiamo analizzare senza timore la nuova opera (la quale, al momento del nostro commento, è ancora priva di qualche titolo), che già alla sua apertura mostra una conseguenza di esperienza di vita – la propria –: «Della mia prima eternità / canto e racconto / l'andare e il divenire / l'orologio a cucù delle stagioni / e / un progetto di fiori che mai s'avverò»: sembra che al poeta quel che più l'appassioni sia mostrare adesso e senza riserve alcune un possibile intimo luna park del cuore: il suo battito, il suo alimentarsi del respiro possibile dell'amore, amore spirituale certo, che non si sminuisce affatto quando l'autore scrive che «Maggio già spiga! sulle mie mani / sulla tua fica / che è l'occhio verticale della sera»: ecco, è soprattutto questa verticalità di una sera che permette sia a Massimo Lippi sia a chi si appresta a leggerne i versi, un linguaggio che, sebbene evidenzi la netta unione con i corpi terresti usando un pensiero pudico, mostra senza ritegno una spiritualità in trance. Come dire che è, tramite l'accettazione dei sensi, lo sposalizio avverabile tra uomo e natura, tra essere e il cosmo, tra un misticismo clandestino e l'incantesimo della terra. Quest'opera nuova vede Massimo Lippi farsi carico di un dolore: l'emigrazione dell'intuizione verso una forma inedita: «La mia poesia oggi / è scritta con il sangue»; «Poeti / prima di nascere eravamo / eterozigoti»; «Ti prenderà per mano il Dio del caso / quando canta il senso del sublime»; «Chi inventa petali / per le tue rose chi per le cose e le pose / per le tue cosce languide / sospese» e, in ultimo, «Mare-mare rosso-ritmo! Alle interferenze il tempo non fa caso / posso incorniciare un giorno / e respirando ridere dell'alba: / la prima poesia è la luce». Di questi versi colpisce innanzitutto una sconosciuta percezione del tempo della poesia, la sua virtù melodica e allo stesso istante coloristica - di paesaggi, immagini e situazioni-, in queste pagine trasformata in una sorta di voce visionaria, che poi tende ad alterarsi in un vortice dove pensiero e istinto poetico assurgono a nuova proposta della scomodità dell'esserci, qui e ora. Se, prima di questa raccolta, Massimo Lippi aveva abituato il suo pubblico a una poesia-discorso, a una orazione dell'animo (non si dimentichi l'esperienza delle ottave, tipiche della Toscana, qui, nelle bettole del viterbese, re-inventate quale intrattenimento per pochi eletti), adesso, alla coralità e alla popolarità del suo canto, egli preferisce sì pubblicizzare la sua vita nella poetica, ma si tratta di una dichiarazione di altro tono, quasi nascosta, oseremmo dire vergognosa, dimostrazione che alla possibilità di essere fruita oralmente privilegia il riserbo di una ingenua spregiudicatezza. Ecco perché questi versi danno fresche e fruttuose indicazioni di intensità rispetto alle poesie del passato, quasi a dire che (forse) la possibilità di usufruire di strumenti multipli (vedi la pittura, per l'autore meno significativa rispetto alla parola), abbia concesso a Massimo Lippi il lume per vedere e capire come mai gli era capitato in precedenza il suo pensiero immaginato. La forma spesso sapiente della poesia di Lippi (che si avvale spesso di una prosa riparatrice) è qui chiamata a un rinnovamento: ossia investe la mediocrità dell'individuo postmodemo (l'individuo televisivo e narcisista della propria immagine, del proprio successo). L'autore lo fa iniziando a manovrare la sua ispirazione, scambiandone le motivazioni (quasi si trattasse di edificare un mondo diverso come si è soliti fare da bambini con le costruzioni di legno) e immettendovi quei lampi autobiografici capaci di affrontare temi di una creazione artistica, che include sia il martirio dell’esistenza, sia la sua transitorietà su questa dimensione. Ecco allora che le rime di quest'opera si arricchiscono di quello humour morale lanciato dentro il proprio tempo e dentro sé stessi, dentro la ri-scoperta del dettaglio infimo, quotidiano e privo d'ogni stupida suggestione: «Mattino che nascondi la notte di passione, fai nascere in un fiore d'amaranto / tutto il profumo suo ma bagna di rugiada, mai di pianto». E da spettro della immagine poetica costantemente votata alla sua consumazione, Massimo Lippi – perdutamente innamorato delle parole – sa intonare versi di perizia suprema e di squisitezza rara: «Come la rosa-sposa china la testa / al bacio-davanzale / così / il tempo sull’omero sull'ulna / riposa-risale / fischiettando uno strano madrigale: / Dimmi / dimmi-dimmi-dimmi / Del differente canto dell'olivo / e / delle ginestre». Maurizio Gregorini 2008


Questo volume è stato stampato a Viterbo nel mese di giugno del 2008 presso la stamperia Agnesotti del sig. Bruno Pierro. Elettromagneticaceleste è edito in 600 esemplari firmati dagli autori. 100 copie accompagnano un’acquatinta numerata firmata.

Questo volume è l’esemplare n°___________

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