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PERIODICO della FIDA-Trento N.10 - Ottobre ANNO 2013

FIDAart


In copertina: Gianluigi Rocca, In un angolo dei miei ricordi, 2007, matite colorate su carta, 125x136 cm


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FIDAart sommario

Ottobre 2013 Anno 2 - N.10

Editoriale

Melamorfosi

pag. 4

Politiche culturali

Arte in cammino

pag. 5

Intervista ad un artista

Gianluigi Rocca

Mercato dell’arte?

Jeff Koons

Jeff Koons

pag. 6-21 pag. 22 pag. 23

Yue Minjun

Between men and animal

pag. 24-25

L’enigma Casa Malaparte - 4°

Una Casa come me

pag. 26-27

Storia e arte

James Turrell

pag. 28-29

Rassegna mostre in regione FIDA-Trento Mirta De Simoni Lasta LOME Rolando Tessadri Mauro Cappelletti Memorandum FIDA-Trento

Melamorfosi - Sanzeno

pag. 32-33

Luoghi dell’eco

pag. 34

è ORA

pag. 35

Casa Gallo

pag. 36

Opere recenti

pag. 37 pag. 38

Copyright FIDAart Tutti i diritti sono riservati L’Editore rimane a disposizione degli eventuali detentori dei diritti delle immagini (o eventuali scambi tra fotografi) che non è riuscito a definire, nè a rintracciare


EDITORIALE

MELAMORFOSI FIDA - Trento Federazione Italiana degli Artisti

Centro Culturale d’Anaunia Casa de Gentili - Sanzeno

Come spesso succede, FIDA-Trento si fa coinvolgere con le sue collettive in temi che rivestano un interesse culturale o sociale perché legati alla storia, al territorio o alla nostra identità. Ecco, quindi, la collettiva “Appunti di viaggio” in ricordo del pittore Renato Pancheri, quelle sulla montagna: “La montagna immaginata” e “Magica montagna”, quelle sul confronto con gli artisti russi: “Senza confine 4+4” e con la cultura giapponese: “Oriente-Occidente”, quelle sul Trentino, terra di confine e passaggio: “disORIENTAMENTI” e sulle città: “Le città invisibili e le città visibili”, quella sull’attualità e la continuità dell’astratto degli artisti trentini: “astrazioni 7”, le due sui libri e sulla poesia visiva: “Il libro che non c’è” e “parole, parole, parole...”, e infine: “I have a dream”, inaugurata il 21 settembre, Giornata Internazionale della Pace. Non amiamo molto le mostre in cui i soci si limitino ad esporre dei lavori privi di un filo conduttore e che non siano il punto di arrivo di un discorso comune sulla società e sul fare l’artista oggi. Nel caso di questa esposizione, che si svolgerà in concomitanza con Pomaria, abbiamo proposto alla Comunità della Val di Non di misurarci su un tema che potrebbe sembrare singolare, anche banale, come quello della mela. La proposta è stata apprezzata e, già nel corso della stessa riunione, è stato creato il bel titolo “Melamorfosi“ il quale, giocando sulla parola metamorfosi, sintetizzava in un neologismo i due concetti che si volevano valorizzare: la mela e la morfosi, cioè la forma nel suo divenire. Una tematica, dunque, apparentemente semplice e limitata ma rivelatasi in corso d’opera intrigante e stimolante poiché, ci sembra di poter affermare che nell’arte, non è il “cosa” che interessi, ma il “come”. La storia, infatti, dimostra che non esistono temi importanti e temi di secondo piano, ma solo artisti importanti e artisti di secondo piano. Vedremo come saranno giudicati i ventisette artisti della FIDA che espongono ben 54 opere attinenti al “mondo della mela”, frutto universalmente conosciuto che è stato trasformato in un qualcosa di nuovo e inaspettato, a seconda dell’occhio dell’artista che lo guardava. In conclusione, penso che per il pubblico sarà interessante scoprire come, nelle opere esposte, la mela sia stata interpretata mediante gli stili e i linguaggi più vari a dimostrazione che, in arte, non dovrebbero esistere preclusioni concettuali aprioristiche ma, sempre e solo, la capacità immaginifica di “ri-vedere e ri-disegnare la realtà”.

da sabato 12 ottobre a domenica 10 novembre Orari di apertura al pubblico: dal martedì al venerdì: 16.00/19.00 sabato e domenica: 10.00/12.00 – 16.00/19.00

Il Presidente Paolo Tomio 4

CENTRO CULTURALE D’ANAUNIA Casa de Gentili Sanzeno

PROVINCIA AUTONOMA DI TRENTOCOMUNITA’ DELLA PROVINCIA AUTONOMA DI TRENTO

VAL DI NON

COMUNE DI SANZENO

ALTA ANAUNIA

MANUALE UTILIZZO LOGO “VAL DI NON”

QUADRICROMIA

Con il patrocinio di

100M - 100Y 100C - 20M - 100Y - 20K 100K

PANTONE 485 C

CONSORZIO DEI COMUNI DELLA PROVINCIA DI TRENTO BIM DELL’ADIGE


POLITICHE CULTURALI tegie future e l’anticipazione dei bisogni e delle risposte. Anche in Trentino, invece, si profilano scelte che tengono la cultura, l’arte e la creatività dei loro autori in secondo piano. Per questo gli artisti trentini intendono mettersi in cammino in una giornata simbolica che rappresenti l’attraversamento di un “deserto” culturale, durante il quale porteranno loro opere in strada. SABATO 5 OTTOBRE 2013 alle ore 17 gli artisti si ritroveranno in piazza Dante a Trento. Ognuno porterà con sé una propria opera: un quadro, una scultura, una poesia, uno scritto, il proprio strumento musicale, lo spartito di una propria composizione, un libro. Insieme formeranno un corteo che attraverserà il centro storico di Trento (da piazza Dante a via Belenzani, per piazza Duomo, via Verdi, via Sanseverino). Si sosterà tutti insieme di fronte al Palazzo delle Albere, per poi concludere la marcia nei pressi del nuovo museo della scienza Muse, al quartiere delle Albere.

ARTE IN CAMMINO La Cultura si mette in marcia per conquistare dignità e attenzione

Il raduno ed il corteo saranno silenziosi: non saranno ammessi slogan, striscioni o bandiere e simboli di partiti e movimenti. Ogni artista sarà rappresentato dalla propria opera. Tutti insieme ricorderanno che non esiste futuro senza creatività, arte e spettacolo. Persone che con il loro talento e il loro lavoro sono spesso “invisibili” perché impegnate nei propri studi, nelle loro case e nelle aule, saranno per un giorno tutti insieme e visibili, per far sentire la propria voce.

Sabato 5 ottobre 2013 si tiene in tutta Italia la “Giornata del Contemporaneo”, iniziativa dell’Amaci (associazione dei musei italiani) dedicata alla promozione della cultura e dell’arte. A poche settimane dal voto per le elezioni provinciali in Trentino, un gruppo di artisti e di sigle che li rappresentano intende - in questa giornata simbolica - richiamare l’attenzione della società civile nei confronti della cultura e della creatività. La crisi economica non può essere una scusa o un alibi per tagliare le risorse alla cultura, che è il vero motore della crescita di una comunità, la sua espressione più vera, l’indicatore delle stra-

Per adesioni e informazioni scrivere a info@boscodei poeti o telefonare a 349.2585007 oppure 340.9666068

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Fragili solitudini 3, 2002, matite colorate su carta, 120x90 cm

A destra: La tazza, 2010, matite colorate su carta, 60x73 cm


Intervista a GIANLUIGI ROCCA Gianluigi Rocca è un artista che ha raggiunto la notorietà per diverse ragioni: perché pochi padroneggiano l’arte del disegno come sa fare lui, perché è un ‘personaggio’ con una storia personale del tutto particolare che affascina e, infine, perché la sua arte e la sua vita sono coerentemente intrecciate tra loro senza soluzione di continuità. Chi, come lui, ha vissuto fin da bambino la dura vita del lavoro di montagna, non potrà mai prescindere da queste esperienze formative del proprio carattere, della propria sensibilità e weltanschauung. Infatti, il suo passaggio ad un’attività intellettuale a tempo pieno non ha cancellato la memoria e la nostalgia di quel mondo pastorale governato da leggi che provengono dall’inizio della civiltà. E’ proprio dalla sua storia personale che nasce la necessità di raccontarsi attraverso i piccoli oggetti quotidiani del passato, assolutamente privi di valore ma tuttora impregnati di significati simbolici e sentimentali: la ‘roba’ diventa protagonista delle sue nature morte raccontando di persone e di mondi scomparsi o che stanno scomparendo. Gianluigi Rocca, è un romantico perché, attraverso i suoi disegni perfetti che “ricreano” atmosfere ed emozioni perdute, è alla ricerca di un modello di bellezza senza tempo in cui anche la realtà più cruda sia in grado di dare un senso alla vita dell’uomo. Ecco, quindi, i disegni di oggetti d’uso poverissimi: ciotole, piatti sbeccati, tazze di metallo smaltato, vecchie stoviglie e scarponi scalcagnati, oppure animali, tanti animali, tutti con una personalità, un’anima. Non uno stucchevole ammiccamento al ‘trentinismo’, ma vere e proprie composizioni classiche in cui anche le cose più umili acquistano il valore di simboli perché l’arte ha la capacità di trasmutare il reale nel meraviglioso. Gianni vanta anche un altro grande merito: piace alla gente comune e ciò dimostra che la vera riconoscibilità di un artista è ancora, e nonostante tutto, la qualità. Paolo Tomio


Quando e perché hai cominciato a interessarti al disegno e alla pittura?

Ho sempre osservato e disegnato molto. Se si può definire artistico, ricordo il primo lavoro di cui ancora oggi ne vado fiero, che mi commissionarono per l’appunto le due maestre. Ridipingere con la porporina e l’oro le targhe con le scritte dei defunti sulle antiche croci di ferro nel cimitero di Larido. Fu un lavoro tremendo nella calura dei pomeriggi di luglio. Ma ero felice. Le maestre mi diedero cinquecento lire e in dono un piccolo manuale sulla pittura che si fecero mandare per posta dalla libreria Artigianelli di Trento. Un regalo straordinario. Quel giorno mi parve per un istante di aver toccato il cielo con un dito. Avevo dodici anni, ma mi sentivo già un intraprendente artista.

L’interesse verso l’espressione arti-stica della pittura nasce sulla base di tre aspetti fondamentali del mio vissuto giovanile: una naturale predisposizione al modo del disegnare e del dipingere; la creatività artistica di un fratello straordinario che è stata di stimolo vitale per una scelta sulla strada dell’arte; la sensibilità delle due anziane maestre del piccolo paese dove abitavo che hanno difeso e incentivato quell’interesse. Sono stato bambino solitario e intro-verso, timido e vergognoso. Aspetti che mi hanno spinto a ritagliarmi un piccolo mondo di solitudine dove l’attesa, l’osservazione, la curiosità e la pazienza hanno contribuito alla costruzione della mia forma espressiva.

Quali sono stati le correnti artistiche e gli artisti che, inizialmente, ti hanno influenzato?

La preda e la provvista, 2007, disegno su carta, 73x102 cm

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I resti, 2006, matite colorate su carta, 101x150 cm

Non ho mai avuto interesse a una certa corrente artistica in particolare. Sono stato attratto più dal singolo artista, anche perché di un movimento o di una corrente non sono coinvolto allo stesso modo e con uguale emozione dall’espressione di tutti i suoi componenti. Per fare un esempio: del Surrealismo sono stato affascinato da Magritte più che da Salvador Dalì anche se quest’ultimo ha dipinto alcune cose straordinarie. Ma tutto ciò è soltanto una questione soggettiva. Sempre e comunque mi segue l’ombra e l’incanto di un genio infinitamente grande chiamato Leonardo. Forse il più alto. E poi una lunga scia. Da Giotto passando per Bellini e Mantegna, al Caravaggio e più in là Courbet, i Divisionisti e un magnifico Picasso giovanile fino alla solitudine metafisica degli oggetti di Morandi e non ultimo uno straordinario Lucien Freud,

che con una forza innaturale ha riportato la pittura a livelli di altezze mai raggiunte. E ancora tanti altri, di uguale grandezza.

Cosa ti piace dell’arte contemporanea e cosa non ti interessa o coinvolge? Credo che l’arte contemporanea in questo delicato momento storico viva una fortissima contraddizione. Da una parte quella di essere portata eccessivamente alla ribalta con ogni mezzo e a qualunque costo. Dall’altra, di essere il più delle volte non compresa. Personalmente mi affascina l’immediatezza e la sintesi risolutiva dell’idea e del concetto. Direi accattivante, tangibile e così coinvolgente in certi momenti. 9


Fagotto III, 2000, disegno su carta, 90x120 cm importanza nella mia formazione artistica. L’assenza di colori e quella certa malinconia monocroma sono ancora oggi alla base di questo racconto per immagini. L’incontro con la pittura avviene dopo la morte di mio fratello avvenuta nell’aprile del 1981. Per un intero anno non toccai carta e matite. Poi ripresi lentamente affidandomi al colore. Dipinsi ad olio su carta per circa due anni lavorando ad un ciclo chiamato “ABBANDONI”. Una serie di opere ispirate alla solitudine e al silenzio di porte e finestre di case chiuse e abbandonate dalla gente dei paesi di montagna. Un problema che in quegli anni divenne simbolo di un inesorabile mesto declino di abbandono e di perdita di identità. Dopo questa parentesi ripresi in mani i miei inseparabili lapis.

Sempre se il concetto essenziale sia poggiante su una base strutturata da un fondamento di memoria e di conoscenza, altrimenti diventa espressione banale, rifatta, già vista e orfana di emozioni.

Tu sei conosciuto principalmente per le opere realizzate a pastello. Hai dipinto anche quadri con altre tecniche? Ho sempre disegnato fin da bambino prediligendo il segno, il tratto la linea più che la campitura pittorica. Forse per una questione ambientale, nordica. Gli inverni nel mio vissuto e le stagioni fredde hanno avuto senza dubbio un ruolo di fondamentale 10


Hai adottato una forma di espressione figurativa classica; hai sperimentato anche linguaggi astratti? Sperimentare significava buttarmi dal precipizio. Anche perché era cosi forte la consapevolezza di quell’aspetto della figurazione che mi apparteneva senza dubbi, scarti o comode deviazioni che non mi hanno mai spinto oltre. Mancano ancora molti tasselli di conoscenza al compimento del messaggio di questa realtà espressiva che a volte mi sembra di essere appena alla prova di un inizio. Persevero con ostinata follia in una settorialità che indubbiamente ingabbia ad una forma di chiusura più che di apertura verso altre espressione di linguaggio. Ma non svendo questo aspetto cosi radicato per un richiamo allo specchio per allodole di altre più comode espressioni/illusioni.

Puoi spiegare perché, in controtendenza rispetto all’arte attuale che persegue un linguaggio globale, hai sempre riproposto le tue radici e la tua storia personale? Nel mio lavoro ripropongo un “VISSUTO“ di cui ne faccio parte e che racconta attraverso oggetti, momenti simbolici del tempo della memoria e del ricordo. Non posso farne a meno. Come potrei raccontare una condizione se non la vivo totalmente fino ai margini della sua profondità ? Potrei immaginare, ipotizzare e quant’altro. Per questo credo che le radici di un appartenenza tornino inevitabilmente a galla per diventare quella parte fondamentale che sta alla base del nostro percorso da cui non dobbiamo mai staccarci.

La scarpetta, 2010, matite colorate su carta, 52x73 cm


Le spoglie XX, 2005, matite colorate su carta 101x105 cm La tecnica è uno degli aspetti importanti dell’opera d’arte ma non il solo. Il rischio del compiacimento tecnico sta spesso in agguato e può diventare un ostacolo

Tu sei un vero virtuoso della matita; hai mai sentito il rischio di farti trascinare dalla tua bravura tecnica? 12


davvero pericoloso per quella che dovrebbe essere una visione ampia e di respiro del pensiero artistico. La prevaricazione di un singolo aspetto distrugge l’armonia nel rapporto di forze cancellando per esempio il contenuto che è una delle forze di trasmissione dell’opera portando il tutto alla deriva di una superficialità che a volte diventa persino banale, stucchevole, arida. Penso che l’importante sia riuscire a comprendere l’equilibrio dei vari aspetti che danno forma alla costruzione dell’opera. Distribuirne il giusto peso e soprattutto collocarli nel luogo dovuto con maestria. I virtuosismi tecnici trovano il tempo che trovano.

labirinti lontani della memoria e del ricordo. Premessa della mia forma poetica.

Si capisce anche che hai un rapporto speciale anche con gli animali, in particolare delle tue montagne. Cosa ti spinge a disegnarli? Sono nato e vissuto alla soglia di un bosco, sotto l’ombra di una montagna diventata la mia casa per tante stagioni. Gli animali, nel mio caso specifico la vacche i cani e le pecore, hanno condiviso il mio cammino. Essendo parte di questa storia viene naturale e per affetto descrivere nel racconto la loro presenza.

Ritieni di rappresentare nelle tue tele concetti o emozioni? Cerchi un “messaggio” nell’opera?

I tuoi quadri sono apparentemente iperrealisti ma, in realtà, dietro queste tue nature morte si deve leggere un racconto romantico?

Ritengo che il concetto e l’emozione nel mio lavoro si collochino con lo stesso peso e la stessa importanza anche se personalmente porto maggiormente ad evidenziare il fattore emozionale per una deviazione poetica che incide fortemente sul contenuto. Il messaggio lo cerco perché è fondamento e diventa l’azione primaria che mette in atto il linguaggio dal quale cerco di far lievitare minuscole vertigini di emozione.

Purtroppo c’è una certa confusione intorno al mio modo di operare, confondendo e inserendo spesso il mio lavoro dentro la forma della corrente iperrealista. L’ iperrealismo è altra cosa, da cui sono molto distante. Il mio lavoro nasce invece da un’interpretazione della realtà secondo una mia personale visione che a volta non rispecchia nemmeno la stessa realtà e fluttua su una buona e sana dose di metafisica invenzione, intrisa di aspetti malinconici e di nostalgia. Il racconto che si deve leggere nelle mie nature morte va cercato soprattutto nelle problematiche della solitudine e dell’abbandono, che rispecchiano inevitabilmente le stesse della specie umana.

Quale è il tuo rapporto con gli oggetti vecchi o antichi che rappresenti nelle tue nature morte? Il rapporto con i vecchi oggetti consunti, masticati dalla polvere del tempo è basato su una relazione che sta al principio del mio vissuto. Sono, per certi aspetti, parte di me stesso perché hanno condiviso e partecipato all’arcobaleno dei miei giorni. Ancora oggi, sebbene non più in uso, non mi sento di dimenticarli e li osservo con una speciale forma di affezione che mi conduce nei

I tuoi disegni denominati “fagotti”, seppur legati ad una realtà del passato, sono oggetti metafisici, forme plastiche decorative o simboli di qualcos’altro? I fagotti che disegno sono modelli sotto 13


Le scarpe dei pascoli, 2012, matite colorate su carta, 52x73 cm Il tema che sto affrontando da diverso tempo e che riguarda la figura umana, corre parallelo all’altro percorso sul tema dell’affezione e della memoria delle cose perdute. Non c’è una grande differenza tra l’uno e l’altro. In quelle problematiche ritrovo la stessa assenza di meraviglia e di incanto. Lo sguardo su quelle minuscole parti di vita e di mondo sono la traccia che ci spinge a leggere le cose nel profondo e con più intensità. Ci guida ad indagare e a conoscere altri territori sconosciuti per portarli alla luce. Forse il lavoro specifico sull’eros dei corpi a cui sto attualmente lavorando può cogliere di sorpresa perché è sempre così difficile da

forma di autoritratti personali legati a lontananze di visioni e scenari ascoltati e già vissuti. Dentro si nasconde la fame, l’amore, la pioggia, il silenzio, la solitudine e la guerra. Si cela quell’urlo soffocato del mistero di un dolore che all’apparenza non si vede ma si sente come un pugno violento allo stomaco.

Ho visto che stai affrontando anche temi legati alle forme del corpo maschile e femminile. E’ un nuovo passaggio del tuo lavoro dal mondo dell’oggetto a quello dell’umano? 14


raccontare. Credo però che, se descritto in un certo modo, possa finalmente uscire da quella melma di oscurantismo voluto e attraverso la poesia coglierne il valore assoluto della sua straordinaria, bellissima umanità.

Perché, secondo te, al contrario di molta arte contemporanea, riesci ancora a meravigliare e affascinare chi visiti le tue mostre? Parlerei di stupore, più che di meraviglia e di fascino (mi sembrano sempre eccessivi questi termini!). Lo stupore che si può cogliere visitando le mie rare esposizioni credo stia semplicemente nel fatto che qualcuno può riconoscersi in una certa situazione-condizione al cui principio si colloca inevitabilmente il forte senso della

memoria. Riconoscersi significa appartenere a un qualcosa che ci lega al tempo e ai suoi momenti. La poesia su cui poggia gran parte del mio lavoro indaga e coglie alcuni sguardi di questi attimi. Rimangono sulla carta tatuaggi indelebili. Tracce di un odore a cui non possiamo restare indifferenti. Quello della vita della memoria dei ricordi.

La tecnica dei tuoi dipinti è estremamente laboriosa, richiede tempi lunghi e tanta pazienza: vale la pena in un mercato in cui i quadri si realizzano in mezza giornata o le opere sono, sempre più, solo puri concetti? Vale sempre la pena se uno ci crede. Soprattutto se crede che il proprio lavoro

Pecora, 1981, matite colorate su carta, 42x48 cm


abbia ancora qualcosa da raccontare. Non c’entra il mercato o i mercanti, la tecnica e i tempi lunghi che possono essere presenti, per esempio, nel mio linguaggio. Quella è la modalità del percorso. Certamente non lo modifico o lo sostituisco per qualche espressione di facile e semplicistica attrattiva. Sono stato spesso bollato come un artista decadente, manierista, accademico e distante dalla contemporaneità. Tutto ciò non cambia la mia visione e il mio sguardo sul mondo. Credo, invece, secondo un mio punto di vista, che quello che dipingo abbia un legame molto stretto con gli aspetti della vita del mondo contemporaneo.

Segui la “politica culturale” trentina? Pensi si possa fare di più per far conoscere gli artisti locali? Non seguo la “politica culturale trentina” anche perché non ho riscontrato apertura e disponibilità ad un dialogo “LARGO“ tra gli artisti e mi sembra legata ad un “provincial campanilismo“ che spinge a chiusure più che a sbocchi culturali. Ho visto ombre di invidie e gelosie depositate negli sguardi di tanti colleghi. Questo non porta sicuramente ad uno scambio sereno di conoscenza e di crescita. Aspetti, questi ultimi, che dovrebbero essere la linfa vitale di un confronto finalizzato ad uno sviluppo culturale e umano esente da retoriche superficiali.

I resti, 2006, matite colorate su carta, 101x150 cm

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Fragili solitudini,2003, matite colorate su carta, 120x180 cm Cos’è la bellezza? La bellezza sta nell’armonia di ogni cosa della natura che ci vive attorno. (Con questo intendo dire della bellezza universale. Non di bellezza costruita dall’uomo secondo logiche estetiche). Ma sembra ce ne siamo dimenticati, cosi imprigionati dai nostri affanni e dalla follia di invincibilità che ci spinge a correre contro il tempo. Non alziamo più gli occhi per vedere. Siamo orfani dell’incanto e ciechi di sguardi. Eppure, non lontani da noi vivono cose meravigliose. Penso che alla fine tutto dipenda dalla nostra disponibilità d’animo, dalla sensibilità con cui ci poniamo in ascolto affinché le nostre aperture siano le più ampie possibili. Se tutto questo è attuabile, la bellezza è ovunque. Basterebbe fermarsi un’istante, e nell’attesa ricominciare

a guardare e ascoltare la meraviglia dell’universo.

E, per finire, la domanda più difficile: cos’è per te l’arte? E chi è l’artista? Penso che l’arte sia un grande messaggio che attraverso le espressione più varie corre sulle strade del mondo. L’artista è una sorta di apostolo, un viandante che lascia minuscoli doni alla soglia della porta degli occhi e del cuore degli uomini.

Pagina seguente: Fragili solitudini, 2003, matite colorate su carta,120x180 cm 17


la fanciullezza di Gianluigi. La sua è una storia dolce amara, di giorni indimenticabili. E sono le stagioni delle caccie invernali di frodo, dei furti di legname tra le selve e delle epiche transumanze che resteranno incise nella memoria come tatuaggio indelebile. Un vissuto che tornerà spesso rivisitato all’interno della sua arte. A scuola è un bambino timido e schivo. Balbetta pieno di vergogna. In quel contesto viene notata la sua naturale e spontanea attitudine alla pittura e al disegno. Dopo le scuole medie, su sollecitazione di alcuni insegnanti, decide di intraprendere gli studi in campo artistico, sebbene i genitori siano fortemente contrari a questa scelta. Nonostante il diniego e grazie all’interessamento delle due anziane maestre del paese che si prendono a cuore la sua situazione (facendo cambiare idea ai genitori), Gianluigi può iscriversi all’Istituto d’Arte di Trento. Per mantenersi gli studi lavora come servo pastore di greggi sugli alpeggi del Brenta. Il 1971 è l’anno che segna la scelta definitiva del suo cammino verso la strada dell’arte. Allestisce il suo primo studio nella porzione della vecchia casa della madre nel centro del paesino. Disegna al lume di candela, perché l’abitazione è priva di luce e di acqua. Nel 1974 consegue il diploma di maestro d’arte. Gianluigi vorrebbe continuare gli studi, ma nuovamente i genitori si oppongono a quella decisione. Se ne va di casa. Per vivere lavora come manovale e poi come taglialegna nei boschi della “Val Marcia”. Nell’autunno del 1975 s’iscrive all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. Dopo un grave incidente che lo terrà immobile in ospedale per diversi mesi, a gennaio del 1976 parte per Milano. Vive in un abbaino di via del Caravaggio insieme al fratello Gualtiero.

GIANLUIGI ROCCA Gianluigi Rocca è un’artista anomalo. Pittore, poeta, pastore, uomo di lapis e matite, ma anche uomo di bestie e di pascoli. Nasce nel settembre del 1957 a Larido, una minuscola frazione del comune di Bleggio Superiore nelle Giudicarie. Ai piedi di “Cima Sera”, la montagna che sarà rifugio di una parte segreta e selvaggia del suo percorso e che ancora oggi sta alla radice della sua esistenza. Trascorre un’infanzia solitaria, modellata nei boschi, vivendo spesso accanto ad un vecchio zio. La madre lavora come serva presso un’agiata famiglia milanese. Il padre emigrato per fame nella Svizzera Tedesca trova lavoro agli altoforni di una fonderia. Rientrerà in Italia quando Gianluigi ha già 8 anni. Lo zio è un uomo dolce e introverso. Personaggio emarginato, considerato “il tonto del villaggio” che con la sua saggia diversità segnerà profondamente

Inizia a frequentare l’Accademia sotto la guida di Domenico Purificato, ma presto entra in contrasto con il famoso docente

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per un insegnamento a suo parere superfluo. Con l’aiuto dell’assistente che gli permette l’assenza scolastica, decide di non frequentare più le lezioni di pittura. Disegna rinchiuso nell’abbaino, ripresentandosi in accademia solo per gli esami. Nel 1978 soggiorna diversi mesi a Parigi. Frequenta lo studio del pittore Karl Plattner. Poi ritorna a Milano, dove nel 1979 si diploma all’Accademia con una tesi sul pittore altoatesino. Nell’autunno del 1979 si ritira nella frazione abbandonata di Moline, nel comune di San Lorenzo in Banale, scegliendo la via di una solitudine artistica lontana dalle luci e dai bagliori del mondo dell’arte contemporanea. Organizza il suo studio nella vecchia scuola del paese. È questo il periodo in cui con rigore e perseveranza approfondisce in modo autonomo la sua ricerca sul disegno. Compaiono i primi sintomi del problema alla colonna vertebrale. Nel 1980 è nuovamente a Parigi. Rientra in Italia per il servizio militare. Tiene la sua prima mostra personale alla Galleria al Castello di Trento. Nell’autunno del 1981 si unisce a una carovana di Gitani e soggiorna diversi mesi a Saint Marie de la Mer in Provenza e in Andalusia. In quegli anni per vivere di sola pittura, lavora come guardiano di vacche nelle alghe. Nel 1985 è nominato assistente d’incisione all’Accademia di Brera. Dopo molti anni trascorsi in solitudine a scandagliare le tematiche del disegno si riaffaccia al mondo dell’arte con una serie di esposizioni personali (Venezia, Bologna, Bolzano, Roma, Trento). Nel 1999 è invitato alla tredicesima Quadriennale d’Arte di Roma. Nel 2004 si trasferisce nella frazione di Cillà nel comune di Comano Terme. Vive fra Trentino e Milano dove è docente alla cattedra del corso del disegno

Tutti i numeri 2012-2013 della rivista FIDAart sono scaricabili da: www.fida-trento.com Tutti i numeri 2012-2013 della rivista FIDAart sono sfogliabili su: http://issuu.com/tomio2013

FIDAart copertina del N.10 2013 Periodico di arte e cultura della FIDAart

PERIODICO della FIDA-Trento N. 10 - Ottobre ANNO 2013

FIDAart

dell’Accademia di Belle Arti di Brera. D.F.

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MERCATO DELL’ARTE ? stallazione da 15 milioni di dollari per le pulizie del soggiorno potrebbe risultare eccessivamente oneroso e, d’altro canto, non è neanche sicuro che le cinque “sculture” vendute da Koons siano funzionanti (probabilmente, nessuno ha mai osato provarle). La seconda caratteristica di questa opera è che si tratta di un’unica scultura composta, compreso il contenitore, da ben sei pezzi. E’, insomma, estremamente vantaggiosa e se uno fosse un po’ smaliziato, potrebbe tentare di rivendersela a pezzi, anche se non è detto che il Mercato risponderebbe in modo soddisfacente. Un’ulteriore caratteristica che salta agli occhi è abbastanza divertente: in realtà, l’unico manufatto creato dall’artista è proprio la vetrinetta la quale ha sicuramente una sua dignità formale, non fosse altro che per l’idea dei tubi al neon inseriti nelle due basi con il risultato di illuminare sia dal basso che dall’alto gli aspirapolverilucidatrici. In un certo senso, se Koons fosse stato un artista minimalista, si sarebbe limitato ad esporre il parallelepipedo di vetro che non avrebbe avuto nulla da invidiare alle opere di Donald Judd o Carl Andre. Che dire ancora dell’opera? Probabilmente ci sarà chi vi vede una critica lucida e caustica delle icone del consumismo degli anni sessanta, oppure la denuncia della subordinazione femminile ai dictat imposti dalla pubblicità sulla pulizia della casa come valore etico assoluto. Forse, l’unica nota positiva è che I’”espositore” era stato stimato da Sotheby’s dai 10 ai 15 milioni di dollari (pari a oltre 11 milioni di euro): ebbene, non è stato acquistato da nessuno. Insomma, se avete 15 milioni di dollari da investire in una bella vetrinetta e cinque aspirapolveri usati, sapete chi è l’artista che ve li può vendere ancora in buono stato.

JEFF KOONS; “New Hoover Celebrity 1V, New Hoover Convertible, New Shelton 5 Gallon Wet/ Dry, New Shelton 10 Gallon Wet/Dry Double Decker”, 1981-1986 - Sotheby’s maggio 2013 Quest’opera del celeberrimo Jeff Koons , noto in Italia per il suo matrimonio con Cicciolina-Ilona Staller, oltre a possedere, quasi sicuramente, il titolo più lungo del mondo di tutti i tempi, garantisce anche una serie di vantaggi: in caso di necessità la vetrinetta può essere aperta e le attrezzature ivi esposte possono essere utilizzate per la funzione per cui sono nate. Chiaro che maneggiare una macchina che fa parte di un’in22


JEFF KOONS Relativamente giovane (nato nel 1955), eclettico e immaginifico, Jeff Koons è diventato nel giro di un decennio uno degli artisti statunitensi più quotati. Le sue opere, ironiche, divertenti, dissacranti, sicuramente kitch, hanno creato uno stile (kitch, per l’appunto) che ha incontrato i gusti del pubblico americano, colto e non. Le sue sculture realizzate con i materiali industriali più vari, dai colori vivacissimi e da forme allettanti derivate dalla cultura di massa - o meglio “pop”- piacciono a grandi e piccini. La dura critica sociale e politica che esprimeva la Pop Art degli anni 60, in lui viene oggi edulcorata e riproposta in chiave blandamente satirica o peggio, nostalgica, di sostanziale adesione all’“american way of life”. Infatti, nella stessa asta di Sotheby’s dove gli “aspirapolveri” non hanno trovato un compratore, sono stati battuti altri lavori di Koons tra cui l’“Aragosta”, uno dei suoi buffi animaloni ‘gonfiati’ (cm 246x48x94) realizzati però in alluminio rigido policromato. Stimata tra i 6 e gli 8 milioni di dollari, è stata venduta per 6.325.000 $ (4.671.000 di euro) cifra che potrebbe sembrare relativamente modesta (per gli standard di Koons!) mentre, in realtà, questo lavoro eseguito nel 2003, è solo il numero 3 di una edizione di tre copie più una prova d’artista, vale a dire un valore complessivo di 25 milioni. Piatto ancora più ricco per una fotografia del piccolo Jeff che, evidentemente, già allora si dilettava di arte e sapeva mettersi in posa diligentemente per il fotografo. “The new Jeff Koons” del 1980, duratrans (stampa su display retroilluminato) in light box fluorescente, dimensioni 103x78x20 cm, lavoro unico valutato dalla casa d’aste 2,53,5 milioni di dollari, è stato venduto a 9.405.000 $ (pari a 6.943.000 euro). A parte il prezzo decisamente esagerato - il triplo della somma stimata dal venditore! - si può constatare che anche i milionari USA soffrono di buoni sentimenti perché davanti alla foto di un dolce bimbo americano, ben pettinato e con collettino stirato, non sanno resistere e mettono mano al libretto degli assegni. In compenso, nonostante sia una fotografia - per definizione riproducibile all’infinito - la stampa è stata tirata in un unico esemplare e tanto basta a spiegare i quasi nove milioni e mezzo esborsati. 23


VI RICORDA


A QUALCUNO?

YUE MINJUN: Between men and animal, 2005, olio su tela, 279.4x401.3 cm


L’ENIGMA CASA MALAPARTE - parte 4 Iniziata nel 1938, la costruzione di Casa Malaparte proseguì, nonostante la guerra, e si concluse nel 1942. Malaparte, richiamato nell’esercito, seguiva i lavori grazie ad una fitta corrispondenza con l’impresario Amitrano mentre l’architetto Libera era rientrato a Trento dove rimase senza più esercitare fino alla fine del conflitto. Le grandi decisioni erano già state prese (vedi parte 3, FIDAart n.8): l’ampliamento del corpo di fabbrica, il suo adeguamento alla conformazione fisica di Capo Masullo, la riorganizzazione degli interni completamente rielaborata dallo scrittore con l’intero primo piano occupato dallo spazio ‘padronale’ e gli altri locali posti al livello inferiore. La Casa stava diventando, poco a poco, la concretizzazione in pietra di tutte le sue idee e i suoi sogni. Ecco allora nascere uno strano ibrido in cui la forma e la funzione auspicati dal Razionalismo sono reinterpretati non più razionalmente, ma poeticamente: il risultato, infatti, è assolutamente funzionale qualora si comprendano i bisogni ‘particolari’ del suo proprietario. Ad esempio, la testata dell’edificio rivolta verso il mare aperto è occupata dallo studio e dalla retrostante zona camere e non, come sarebbe stato più

ovvio, dal soggiorno (vedi progetto Libera). Malaparte, invece, prevede un salone immenso di 125 metri quadri nell’area baricentrica dell’edificio finito con un pavimento in lastre di pietra posate a opus incertum (una strada romana) e illuminato da quattro finestroni di varie dimensioni ricavati nelle due facciate contrapposte: quattro “quadri naturali” spalancati sui faraglioni, chiusi solo con una vetrata priva di infissi e finiti all’interno con una cornice in legno. Unico arredo fisso un enorme caminetto il cui fondo è chiuso con un vetro ignifugo per essere visibile dal mare di notte. Avendo sfruttato tutto lo spazio occupabile sul promontorio, Malaparte destina a


UNA CASA COME ME terrazza-solarium l’intera copertura piana e per accedervi inventa una soluzione geniale: realizza una scalinata trapezioidale che taglia l’intero spigolo a monte dell’edificio. In un suo scritto, Malaparte spiega come fosse nato questo elemento che diventerà il segno distintivo dell’intera architettura. Pur di ottenere il volume stereometrico netto e pulito (erroneamente attribuito all’architetto Libera), sia la scalinata che la terrazza sono piastrellate in cotto rosso e non hanno parapetto, creando non poco timore a chi si avvicinava ai bordi a strapiombo sul mare. La casa viene ad assumere la forma di una nave incastrata nella roccia, oppure di un tempio pagano orientato verso l’orizzonte a cui si arriva lungo una scala devozionale. Anche la svolazzante e artistica ‘vela bianca’ posta sul terrazzo è un’invenzione dello scrittore che dà accurate indicazioni costruttive in un carteggio all’impresario. Questo interessante edificio necessiterebbe di molto più spazio per approfondirne i caratteri e i tanti dettagli che lo rendono irripetibile e inimitabile perché pensato per se stesso da un personaggio anticonformista e complicato. ‘Una casa come me’ è anche il prodotto specifico di ‘quel’ luogo: nasce dalla pietra con cui è costruita e segue la forma del promontorio adattandovisi come un animale disteso tra le rocce. Anche il suo colore rosso pompeiano - tutt’altro che mimetico - contribuisce a renderla unica. Un esempio magistrale di vera architettura organica italiana in cui si coniugano felicemente l’amore per la natura, il dialogo fecondo tra cultura classica e moderna e l’antica sapienza costruttiva locale. Paolo Tomio


JAMES TURRELL

Ci sono ancora artisti che credono nella capacità dell’arte di ‘meravigliare’, nel senso di creare il meraviglioso, cioè quell’attimo magico che riesca a suscitare nell’osservatore un senso di stupore primordiale, innocente, sgombrato da quelle sovrastrutture concettuali che sempre accompagnano la fruizione delle opere d’arte esposte nei luoghi deputati. Per ottenere questo scopo James Turrell, artista americano anomalo, opera con quell’elemento rarefatto, impalpabile, misterioso, quasi virtuale, che è la luce: una luce colorata, pura, priva di riferimenti di spazio e di tempo. Un po’ la differenza che esiste tra suono e musica. La sua luce, appunto, è come il suono che emerge dal profondo senza svilupparsi in una melodia e che, proprio per questa ragione, coinvolge emotivamente a livello inconscio. La luce è l’inizio del tutto, come già sapevano gli antichi (fiat lux), quindi della vita e dell’uomo, anche quello moderno il quale, anche se non sempre se ne rende conto, ha un rapporto continuo con tutte le sue manifestazioni. Basti pensare alla paura innata del buio, al piacere legato alla luce solare, al timore fantasmatico per le penombre o alla “vibrazione” dei colori nel corso delle ore o delle stagioni. Turrell ha compreso che la luce, prima ancora di rappresentare attraverso i colori dei dipinti il fondamento dell’arte, è la fonte della vita e la sua energia invisibile è alla base della nostra esistenza. Dopo anni di ricerche, esperimenti artistici e tecnici, è approdato ad un’esperienza che possiede il fascino delle grandi realizzazioni del passato come gli affreschi parietali o i bassorilievi. In questo evento, da poco inaugurato al Guggenheim Museum di New York, la lucecolore è trattata nel suo rapporto con uno spazio altamente simbolico, carico di connotazioni mistiche, che avvolge e coinvolge i fruitori.


STORIA E ARTE

Le curve ellittiche che definiscono il ‘grande vuoto’ verticale, attraverso progressive variazioni cromatiche e tonali, si piegano, si restringono, si dilatano, rimandando simbolicamente ad una dimensione cosmica dinamica e totalizzante. Dietro la semplicità ed essenzialità che appare, si nasconde una macchina culturale complessa e costosa che coinvolge contemporaneamente molte aree artistiche e scientifiche: scultura, architettura, psicologia della percezione, cromoterapia, tecnologia dei computer e dei materiali, anche un po’ di fantascienza. Un immenso utero che accoglie al suo interno gli spettatori per far loro vivere una rappresentazione totale. Possono sedersi sul sedile perimetrale e farsi trasportare in un viaggio psichedelico dentro trasformazioni cromatiche, spaziali, percettive, sensoriali che si succedono senza soluzione di continuità. E’ sicuramente un’esperienza che deve essere vissuta in prima persona perché è impossibile coglierne tutte le valenze attraverso le fotografie che rendono solo parzialmente le atmosfere ricreate in quello spazio. Che la “macchina teatrale” sia tutt’altro che semplice lo si comprende quando, indagando sul come siano ottenuti questi effetti spettacolari, si scopre la complessa struttura che è stato necessario innalzare nel cavedio del museo. Ben si comprende allora, come l’arte (d’oggi, ma non solo), sia anche un artifizio raffinato, un gioco di specchi, un’illusione ottica che l’artista crea davanti agli occhi dei presenti, suscitando le loro esclamazioni di stupore. Quando si spegneranno le luci nella torre che racchiude questo mondo virtuale, immateriale, fondato solo sulla pura apparenza, come avviene al cinema, gli spettatori si allontaneranno con un po’ di nostalgia ricordando la magia svanita. 29


Ottobre 2013, Anno 2 - N.10

Mostre in regione FIDA-Trento Mirta De Simoni Lasta LOME Rolando Tessadri Mauro Cappelletti

Melamorfosi - Sanzeno

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Luoghi dell’eco

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è ORA

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Casa Gallo

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Opere recenti

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MELAMORFOSI FIDA-Trento, Federazione Italiana degli Artisti Centro Culturale d’Anaunia, Casa de Gentili - Sanzeno

Inaugurazione: venerdì 11 ottobre 2013 ore 18.00 da sabato 12 ottobre a domenica 10 novembre 2013

no

Orari di apertura al pubblico:

00

lunedì: chiuso dal martedì al venerdì: 16.00/19.00 sabato e domenica: 10.00/12.00 – 16.00/19.00 Stefano Benedetti - Linnet Betta - Matteo Boato - Diego Bridi - Alessia Carli - Anna Caser - Roberto Codroico - Doris Cologna - Nadia Cultrera - Fabrizia Dalpiaz - Mirta De Simoni - Enrico Farina - Alessandro Goio - Graziella Gremes - Mauro Larcher - LOME Bruno Lucchi - Luciano Olzer - Aldo Pancheri - Roberto Piazza - Gentile Polo - Franco Ricci - Renato Sclaunich - Silvana Todesco - Paolo Tomio - Pietro Verdini - Paolo Vivian

Casa de Gentili Sanzeno

MANUALE UTILIZZO LOGO “VAL DI NON”

RO CULTURALE D’ANAUNIA

asa de Gentili Sanzeno

CENTRO CULTURALE D’ANAUNIA

QUADRICROMIA 100M - 100Y 100C - 20M - 100Y - 20K 100K

PROVINCIA AUTONOMA DI TRENTO PROVINCIA AUTONOMA DI TRENTO

COMUNITA’ DELLA VAL DI NON

COMUNE DI SANZENO

ALTA ANAUNIA

CONSORZIO DEI COMUNI DELLA PROVINCIA DI TRENTO BIM DELL’ADIGE

PANTONE 485 C 356 C Process Black C

BIANCO NERO POSITIVO

BIANCO NERO NEGATIVO

PROVINCIA AUTONO PROVINCIA AU

DI TRENT


Mostra personale di LOME “ è Ora “

Lido Palace – Viale Carducci,10 Riva del Garda ( TN)

Sul lago di Garda, certamente "è Ora". Ora (con l'accento sulla O) è il vento che spira regolare dalle acque, per tutta la bella stagione. Ora (inteso cronologicamente) è il momento in cui la bellezza diventa emozione. E da venerdì 6 settembre 2013 è l'ora dell'arte al prestigioso Lido Palace di Riva. Si intitola proprio “è Ora” l'esposizione che ci attende. In mostra ci sono le opere di Lome (Lorenzo Menguzzato), artista trentino con uno sguardo contemporaneo ed aperto al mondo: la sua ultima mostra si è tenuta al Botanikum di Monaco di Baviera. Opere che si sposano perfettamente con il luogo: due suoi lavori “site specific” fanno parte permanente degli arredi del Lido Palace, adornando il raffinato "Lounge bar" e il rilassante "centro benessere". Dal 6 settembre queste due creazioni nate in collaborazione con i progettisti del Lido Palace, possono dialogare con i nuovi lavori dell'artista, collocati dentro e fuori la struttura. Nel prezioso giardino del Lido Palace le sculture di Lome ritrovano la loro dimensione naturale: accarezzate dall'Ora del Garda, ritroveranno il significato del loro titolo: come "Pensieri al Vento", oppure "Vento tra i capelli", da cercare ed ammirare. All'interno opere su tela e carta, dove il protagonista è il colore. Insieme – sculture e pitture – definiscono un perimetro per la bellezza che si rivela. E ci fa dire: “è Ora”. La bellezza a disposizione di tutti, di chi la sa cercare, di chi la sa apprezzare. Le porte del Lido Palace si aprono per regalare emozione e sentimento. Venerdì 6 settembre alle ore 17.30 il maestro Gianfranco Grisi, musicista e compositore, accoglierà il pubblico suonando il pianoforte del Lido Palace: per l'occasione eseguirà in anteprima una sua composizione originale. Poi lo scrittore e poeta Luigi Zoppello proporrà la lettura di un suo brano intitolato “Pura luce del mattino”. La mostra sarà poi aperta mentre l'Antonio Colangelo Ensemble proporrà una miscellanea tra musica e parole. In cosa siamo disposti a credere? A cosa vogliamo aspirare? In cosa speriamo? Forse la storia di tutti noi è protesa verso la felicità. E la felicità, a volte, è a portata di mano tramite l'esperienza dell'arte. Con la mostra di Lome, con la magia del Lido Palace di Riva del Garda, la felicità “è Ora”. Cosa aspettate? La mostra rimarrà aperta fino al 31 ottobre 2013


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Mauro Cappelletti

opere recenti ne eue Werke

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MEMORANDUM INDIRIZZO FIDA-Trento C/o arch. Paolo Tomio Via Cernidor 43 - 38123 Trento Tel. 0461 934276 INDIRIZZO MAIL Indirizzo Mail ufficiale di FIDA-Trento è: info@fida-trento.com SITO FIDA-Trento Sito di FIDA-Trento è: www.fida-trento.com FIDA-Trento su FACEBOOK FIDA-Trento è presente con un sua pagina: www.facebook.com/fida.trento?ref=tn_tnmn

IMPORTANTE Per ragioni fiscali e contabili, TUTTI i versamenti (ad es. per l’iscrizione, la quota annuale, partecipazioni a mostre o eventi FIDA ecc.) dovranno essere effettuati sul conto corrente della FIDA-Trento: Volksbank-Banca Popolare dell’Alto Adige - Piazza Lodron 31 38100 Trento IBAN: IT47 B058 5601 8010 8357 1214 752 NB! INSERIRE SEMPRE LA CAUSALE (es. iscrizione 2013) Poiché questo Conto Corrente dovrà essere utilizzato sempre si consiglia di stamparlo e di tenerlo sul computer in una cartella FIDA Segretario-tesoriere: Alessando Goio info@alessandrogoio.it

QUOTA DI ISCRIZIONE PER L’ANNO 2013 E’ stata mantenuta la quota d’iscrizione di euro 50.00

Il versamento dovrà essere effettuato con la causale: ISCRIZIONE ANNO 2013

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FIDAart N.10 2013 Gianluigi Rocca  

Rivista di arte e cultura

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