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PREFAZIONE Questo volume raccoglie scritti pubblicati negli anni ‘87-’91, sotto forma di articoli, sulle pagine di alcuni quotidiani. Solitamente, raccolte di tale genere presentano l’evidente limite di offrire materiale che diviene nel tempo inattuale, una volta sottratto alle occasioni che io hanno provocato. Ed invece, noi stessi che notammo eleggemmo quegli articoli al loro primo apparire, li percepimmo subito come tali da essere di fatto legati, e purtuttavia indipendenti dalle situazioni che di momento in momento li occasionarono e quindi tali da trovare una loro collocazione negli spazi di una più generale riflessione politica rivolta ad individuare e definire i punti di incidenza di un partito di forte ispirazione riformista, il P.S.I., appunto, nella travagliata e complessa realtà di una regione meridionale. Pensammo che anche ad altri lettori, attenti ai contenuti ed alla linea di discorso di quegli interventi, era difficile che potesse essere sfuggito quel che veramente li contrassegnava, e cioè uno spessore considerevole (che ora balza in evidenza subito e meglio nel volume)di conoscenza e di analisi. Essi ci parvero già dotati di una idea centrale, già legati da un filo unitario, già rispondenti ad una ispirazione di fondo cui il loro autore, il giovane deputato socialista Sandro Principe, ha saldamente ancorato il suo impegno politico di parlamentare e di amministratore di un Comunemodello dì un’area meridionale difficile e degradata. Ci sembrarono perciò facilmente componibili nei disegno unico di un volume che alla fine risultasse essere testimonianza del raccordo che deve sempre esistere tra l’azione immediata, la quotidiana presenza sul campo, e la riflessione che ne segue le tendenze ed i fini. Conoscevamo da tempo alcune qualità personali dei giovane deputato - i suoi ottimi studi, la sua propensione agli approfondimenti storico-sociologici, le sue doti di intelligenza critica e rifllessiva - ma, sinceramente, credevamo che una intensa attività politica, che solitamente fa a meno di tali qualità, avesse depauperato quei ricco patrimonio, io avesse disperso o quantomeno costretto a celarsi nel timore che la parte irriflessiva dell’elettorato lo guardasse con diffidenza. Ed invece, ci pare di poter dire ora che quelle qualità e quelle doti hanno diversamente ed opportunamente interagito, hanno finito per costituire un filtro critico attraverso cui è potuta passare la composita azione politica 5


che così si depura da tutte le scorie di una dispersiva empiricità e può elevarsi all’altezza di un disegno orientato da tutti gli elementi offerti dalle situazioni reali. Come dimostrano le analisi e le riflessioni di cui fa uso Sandro Principe, quel che avviene nella realtà calabrese per effetto degli eventi politici che visi producono, è, per colui che la osserva con occhio attento, un processo in atto al quale concorrono elementi molteplici, positivi e negativi, armonici e disfunzionali, che non può essere lasciato a se stesso. Il politico si rende conto in quali contesti storici, economici, sociali, culturali, è chiamato ad operare e pertanto si chiede cosa voglia dire che in Calabria, specificamente, arrivi a realizzarsi un largo processo innovativo, non astrattamente disegnato, tra condizionamenti dì fatto alla cui rimozione è teso lo sforzo di chi appunto opera per un progetto di cambiamento. Questa consapevolezza è di per sé una forma elevata e compiuta di coscienza di un compito al quale deve sentirsi chiamata [a classe dirigente, devono attendere le forze politiche: per il giovane deputato è questione di vivere fino in fondo una tradizione, quella socialista, fortemente sua, riconfermandone le potenzialità di dottrina e di prassi con vocazione, antica e nuova, riformista e meridionalista. Insomma, era facile intuire che le cose che Sandro Principe andava pensando e scrivendo costituivano un bisogno ulteriore di intervenire a riflettere sulle tante congiunture che scandiscono il lento accedere della Calabria alle forme di una società avanzata. La constatazione più frequente riguarda tutti i nodi da sciogliere, gli ostacoli da eliminare al fine di fluidificare i processi di sviluppo: qui alla fine deve guardare chi opera per introdurre spinte di trasformazione possibili. Essendo tale la natura degli scritti di Sandro Principe, contenendo cioè una significativa griglia di problemi ed un opportuno stile metodologico, pensammo che non sarebbe stato fuoriluogo o eccessivo presumere che degli interventi immediati e occasionali potessero essere ripresi a disegnare una organica piattaforma di idee. In realtà, c’era una verace, personale esperienza che poteva giustificare la pretesa di presentare, attraverso un libro, una agile ed efficace messa a fuoco di difficoltà e contraddizioni in cui si dibatte la Calabria di tutti questi anni, dinnanzi alle quali Sandro Principe, più che assumere l’atteggiamento di un asservatore imparziaie che si limita a registrare, o del moralista che cerca responsabili da condannare, mette in discussione progetti e ruoli politici in quanto seriamente capaci di prospettare il futuro moderno delta Calabria. In tutti i suoi interventi, il giovane deputato non si affida a 6


prevalenti ragioni teoriche, bensì fa emergere esigenze concretamente connaturate alle sue funzioni di dirigente politico, parlamentare ed amministratore. In un momento in cui diffidenze e sospetti circondano la figura del politico la cui immagine viene fatta coincidere, in moltissimi casi, can quella di un mediatore di affari, col modesto faccendiere che può solo simulare non già realmente possedere e praticare [e qualità di chi deve leggere e capire la complessa nomenclatura della vita sociale, avanzare una esigenza di riflessione, di analisi, di ragionamento, di argomentazione, rifuggendo dal vaniloquio, dalla vuota fraseologia, come nel caso del nostro autore, è il miglior modo per riguadagnare una fiducia sulla base di una etica del discorso coniugata ad una etica del ruolo pubblico. Se il lettore ora, reso convinto (o meno perplesso) della opportunità di riproporre quel che Sandro Principe veniva riflettendo sotto l’impulso degli avvenimenti, ma anche dietro i[ bisogno di esplicitarne il senso, volesse, per così dire, comporre un indice-sommario di tutti i problemi che via via sollecitarono puntuali considerazioni e valutazioni, non avrebbe certo difficoltà a fissarli in una articolazione che al tempo stesso suggerisce certe coordinate di una storia politica contemporanea del[‘Italia e della Calabria. Su di uno scenario sfaccettato che di anno in anno sembra rimanere lo stesso, sebbene macchie e crepe vi si allarghino a volte paurosamente, le questioni ricorrenti che si pongono con immutata urgenza, punti cardine di ogni serio e coerente discorso, non nascono tuttavia da una semplicistica individuazione. Senza alcuna concessione ai gusti di un imperante quanto inconcludente sociologismo, Sandro Principe affida alla specificità del ragionamento politico, supportato a volte da preziosi richiami storici, le analisi con le quali si offrono al lettore tutti gli spaccati della situazione meridionale, regionale, nei suoi inevitabili legami con quella nazionale. Ma ecco un quadro di problemi che costituiscono i contenuti dello specifico politico (che, in tal modo, non è una divisa per esercitare l‘arte della vaniloquenza), con i quali il lettore si imbatte ora anche in questo volume: il ruolo di forza riformista, rappresentativa di nuove soggettività ed aggregazioni sociali, che il Partito Socialista deve saper assumere in Calabria; la necessità di fare di quella italiana una democrazia compiuta; il rapporto che vi è tra instabilità politica ed inefficienza del sistema; il collegamento necessario da stabilire con i movimenti solidaristici cattolici in favore di una scelta pluralistica in politica; la base elettorale diversa tra nord e sud che 7


porta il partito della Democrazia Cristiana a perpetuare se stessa e la sua politica con danni irreparabili per la Calabria e le regioni meridionali; la riforma istituzionale resa necessaria dai grandi mutamenti verificatisi, nella società con preferenza per il sistema francese (collegio uninominale, ecc.); le condizioni per un nuovo meridionalismo; la condanna di una politica di “neo-consociazione” cui viene costretto il Partito Socialista; il nesso di libertà-giustizia-eguaglianza da far valere sia contro ogni presunta “ineluttabilità di un capitalismo senza regole” sia contro un pessimismo che non vede altra prospettiva dopo il crollo del mito comunista; il giudizio storico e politico sugli ideali riformatori che ispirarono i governi di centro-sinistra; gli effetti positivi, comunque da favorire, rafforzare ed estendere, della formazione in Calabria di una istituzione universitaria. Un ventaglio, come si vede, motto ampio e vario di rilevazíoni, alle quali altre se ne potrebbero aggiungere e che non sfuggiranno al lettore, che Sandro Principe va facendo con un argomentare equilibrato, fuori da toni accesi o polemici, attento alle soluzioni che gli sembrano potersi trovare, per quanto riguarda le compIesse situazioni della Calabria, in una grande politica di concreta solidarietà nazionale, in una capacità della Calabria stessa dl “far da sé”. Ma al di là di queste ultime indicazioni, che senza dubbio testimoniano dello sforzo di prospettare modalità da praticare onde mettere in moto processi di sviluppo, l’analisi politica che il giovane deputato socialista viene conducendo, si presenta ricca di tante sfumature cosicché appare assai difficile omologarla a quelle più corrive o monotonamente ripetitive. Banalità e luoghi comuni giornalistici rimangono lontani dalle trame di un discorso che non è allettato da miraggi politotogici e perciò costretto a ricalcare le note di questo o quello opinionista, ma ha un suo proprio modo di accostarsi alle situazioni più complicate e problematiche che la realtà nazionale e regionale va vivendo. E certo l’esperienza di prima mano cui Sandro Principe può attingere non è una causa secondaria della facilità con la quale si determina in special modo il suo scandaglio dei problemi vecchi e nuovi che si addensano sul quadro politico meridionale e calabrese o come prodotti da una storia locale passata e recente o come effetti di uno stato nazionale di profondo malessere per il quale lenti, incoerenti ed inconcludenti risultano finora i rimedi. In tutte queste direzioni, Sandro Principe si mostra desideroso di aiutare ad intravedere prospettive credibili: egli non si rifugia, e questo non deve essere trascurato dal lettore, in comode direttive ufficiali, consegnandosi agli acritici appiattimenti, ai mascheramenti di un 8


qualche genere e così rinunciando ad un apporto originale da mettere a confronto con altre indicazioni, vie e possibilità. Viene fuori nettamente un percorso di pensiero che sollecita ai confronti e non alla chiusura degli orizzonti, alle personali assunzioni di responsabilità e non agli astuti allineamenti. Da tutti gli interventi, dalle pagine, ora, di questo volume, traspare il limpido convincimento che quell’arte del possibile che è la politica sia al tempo stesso rappresentanzione organica e cogente di finalità ideali, impegno vitale di studio, elaborazione e progetto, tensione civile e morale. Non crediamo di esagerare se ci pare di vedere presenti nelle riflessioni (ma non sono poi queste intimamente legate ad un costume, ad una condotta di vita, ad un equilibrio dì comportamenti?) di Sandro Principe tutte quelle connotazioni essenziali e positive indispensabili oggi a chi vuole dare motivazioni forti alla attività di uomo politico convinto della validità dei programmi del proprio partito. Insomma, in questo volume non è certo da cercare una “summa” ideologica, ma sicuramente vi sono molti elementi per capire cosa anima davvero l’attività del giovane deputato socialista, quali ne sono le fonti ispiratrici, quali le strade che indica, quali le mete che propone. Non è poco, in un momento di grande confusione dei linguaggi e delle idee, di travisamento e stravolgimento della natura stessa del “politico”; di smarrimento della sua collocazione autentica nei confronti e nei rapporti col/del “sociale”. La semplicità, chiarezza, immediata fruibilità dei ragionamenti ed analisi di Sandro Principe riscattano, se non altro, da quella tendenza oramai invincibile, alla confusione, oscurità, sfacciata vacuità, tuttologia a buon mercato che rendono intollerabili alla gente i discorsi dei politici nei quali invano si cercherebbe una seria preoccupazione per tutto ciò che minaccia e sclerotizza l’intero tessuto della società nazionale e meridionale. Anche da questo punto di vista, ci pare utile aver sottratto alla dimenticanza, allo sporadico, distratto interesse di un solo giorno, una funzione sostanziale e non esornativa e aggiuntiva, di continua, puntuale problematizzazione critica delle tante prospettive in cui vengono ad inscriversi le reali possibilità e condizioni di avanzamento per la Calabria e il Mezzogiorno.

FRANCO CRISPINI Preside Facoltà di Lettere e Filosofia Università della Calabria 9


1 PER COSTRUIRE IN CALABRIA UNA GRANDE CITTÀ MODERNA ED A MISURA D’UOMO


INTRODUZIONE AL PROGRAMMA ELETTORALE DEL PSI PER L’ELEZIONE DEL CONSIGLIO COMUNALE DI RENDE - 1985 È difficile stendere un consuntivo dell’attività Amministrativa svolta in questi cinque anni a partire dal luglio del 1980. Tali e tante sono state le iniziative, i provvedimenti e realizzazioni, da rendere estremamente ardua una loro sistemazione organica per materia e per settore. Non si riuscirà, però, a far recepire al cittadino quali sono stati gli obiettivi dell’Amministrazione Comunale, come, in realtà. le numerose realizzazioni si riconducono in un unico filone logicopolitico, se la illustrazione dei singoli atti e provvedimenti non viene preceduta da una necessaria ed opportuna premessa circa l’analisi da noi fatta della Città e dei suoi problemi nel 1980 e su quali settori puntare per affrontare e risolvere tali problemi. Dopo la stagione delle infrastrutture che aveva impegnato tutti gli anni cinquanta nella realizzazione delle grandi opere dì civiltà (strade, acquedotti, reti idriche, fognanti, elettriche) e dopo la lungimirante azione di progettazione della città, attraverso la lunga fase della politica urbanistica, a cui sono stati dedicati gli ultimi anni sessanta e tutti gli anni settanta, nel 1980 Rende si presentava come un territorio in cui era stata impostata la struttura della futura città. Un territorio molto vasto, largamente urbanizzato, in cui coesistono, pur dotate di tutte le opere di civiltà, due realtà: la vecchia Rende, con le sue numerose contrade e frazioni e la nuova Rende. sorta tra il Campagnano e Quattromiglia. Oasi di benessere e di efficiente buona amministrazione nel deserto calabrese e pur non ancora città. Risaltava all’occhio attento del l’osservatore politico impegnato a capire la realtà delle cose, il distacco tra la vecchia e la nuova realtà rendese, la mancanza di alcuni servizi. l’assenza. soprattutto, di quelle attività, di quel pulsare di iniziativa che rendono città un agglomerato edilizio. È pur vero che le Città non si formano in 10 anni, non bastando forse nemmeno un lasso di tempo molto più lungo; così come è evidente che nei tempi che noi viviamo, la organizzazione istituzio13


nale degli Enti locali e le norme regolanti la vita economica impediscono al Comune di intervenire come in passato nella costruzione delle città, ma è indubbio che qualcosa si doveva e si deve pur fare per stimolare il processo formativo della comunità Rendese. Si vuole dire, in altri termini, che oggi non è più possibile realizzare la città come avveniva nel ‘400, oppure nel cinquecento. In quell’epoca l’Ente Pubblico, non importa se organizzato in Comune o Signoria, aveva forza e mezzi Finanziari (derivanti la prima dall’organizzazione istituzionale, i secondi dal fatto di essere la Città, la capitale di uno stato minuscolo quanto si voglia, tanto da coincidere spesso con la città-stato. ma sempre stato), che gli consentivano di intervenire con efficacia per la costruzine del tessuto urbano, tanto che, ancora oggi, nelle più belle ed affascinanti città italiane, sono i quartieri costruiti in quei secoli a dare quell’effetto-città di cui noi siamo alla ricerca. Oggi l’Ente pubblico retto da Anuninistratori attenti, però, deve programmare lo sviluppo della città, può e deve intervenire direttamente perla realizzazione di determinate opere e per la gestione di determinati servizi, ma l’effetto città non si crea se insieme a ciò nel processo formativo non si coinvolgono i cittadini, soprattutto quei ceti commerciali, imprenditoriali e produttivi che più di altri operano nel circuito dell’economia. Avendo ben presente i problemi e le situazioni sopra esposti nel 1980 ci siamo cimentati nell’impresa difficile, ma esaltante, di operare per raggiungere l’obiettivo dell’amalgama della nostra realtà urbana, inteso nel significato più genuino ed autentico della creazione di segmenti di raccordo tra la vecchia e la nuova Rende, non mancando però, di assicurare al tutto, all’insieme, quei servizi e quelle strutture pubbliche capaci dì aumentare il tasso di qualità della vita. In questo quadro è bene considerare un’altra enorme difficoltà che l’Amministrazione Comunale ha dovuto affrontare. e cioè la provenienza del nuovo cittadino Rendese che è la più diversa. nel senso che a Rende abbiamo certo gente che arriva da Cosenza e dai comuni limitrofi, ma anche tanti cittadini che sono originari di altre Regioni d’Italia, se non addirittura di altre nazioni; tale origine ha creato nuove difticoltà al processo di formazione e di omogeneizzazione della città, difficoltà di tipo umano, che sommandosi a quelle strutturali, hanno reso più ardua la risoluzione dei problema. 14


Dunque, necessità di amalgamare, di omogeneizzare, di creare il tessuto urbano, in una parola di costruire la città. Se questa era la diagnosi, però, il problema era di stabilire la terapia, individuare i settori di intervento necessari per il raggiungimento dell’obiettivo, reperire gli strumenti per operare in quei settori e, soprattutto, reperire i mezzi finanziari. Ed. infine, in questa ricerca dei settori trainanti e degli strumenti, bisognava tener presente le difficoltà economiche in cui versavano gli enti locali, il periodo di “vacche magre” che si profilava all’orizzonte, per acquisire la consapevolezza sulla necessità di affrontare i problemi ponendo in essere una politica amministrativa improntata al più assoluto rigore. Necessità, quindi, di una programmazione realistica, con la scelta degli obiettivi effettuata seguendo un metodo pragmatico e non utopistico e concentrazione dei pochi mezzi finanziari disponibili sugli obiettivi prescelti. seguendo rigorosamente le priorità e non facendosi prendere nella gestione della spesa dal demone del clientelismo. La necessità di programmare, individuando gli obiettivi funzionali al processo di amalgama c di omogeneizzazione della città, l’importanza di concentrare sugli obiettivi prescelti i limitati mezzi finanziari a disposizione del Comune, pose l’Amministrazione Comunale nella condizione di dover fare una scelta di fondo: l’amalgama ed il potenziamento dei servizi andava perseguito nella città come realizzatasi strutturalmente negli anni ‘70, oppure attraverso una espansione della città stessa, con la creazione di nuovi quartieri? In altri termini, gli obiettivi prefissi andavano perseguiti con un raccordo in senso fisico delle componenti del la città, con una scelta di quantità, oppure era opportuno completare il tessuto urbano così come si era strutturato, inserendo in esso nuove strutture pubbliche, nuovi servizi, creando punti di riferimento, operando cioè, in una parola, una scelta di qualità? Ebbene, è necessario chiarire subito che la nostra scelta e stata quella dì operare sulla città come stnuturata negli anni ‘70, senza spingere per una nuova fase espansiva. Abbiamo pensato infatti, che Rende con i suoi 30000 abitanti, con la presenza dei circa 7.000 operatori dell’Università avesse raggiunto la dimensione ottimale per avviare un miglioramento

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qualitativo del modo di vivere nella città e che solo dopo aver raggiunto un accettabile livello di qualità della vita in un contesto più omogeneo ed equilibrato fosse giusto pensare a nuove stagioni espansive. Ci preoccupava, invero, la realtà dì disgregazione che sempre accompagna le città sorte troppo in fretta sotto la spinta quantitativa di realizzare nuovi quartieri favorendo un processo di espansione indiscriminato, senza concedere la dovuta attenzione al processo di consolidamento, e sul piano dei servizi e sotto l’aspetto sociale, dei quartieri già realizzati. Le classi dirigenti che nell’amministrare le loro città hanno operato in modo sbagliato si sono trovate dopo pochi decenni dinanzi ad interi quartieri ghetto, disgregati, poiché il processo formativo del tessuto urbano così tumultuoso e superficiale, non aveva concesso i tempi necessari, ai vecchi come ai nuovi quartieri, per consolidarsi ed amalgamarsi. Inoltre, non va trascurato il periodo di crisi finanziaria che ha attraversato gli Enti Locali al momento delle nostre scelte, per cui nel decidere non poteva certo esser trascurato questo dato di grande importanza. È chiaro, infatti, che se in periodi di opulenza finanziaria, amministratori accorti avevano la possibilità di fare, nello stesso tempo, investimenti per la creazione di nuovi quartieri e per il consolidamento dei vecchi. ciò non era più possibile in momenti di crisi finanziaria. con bilanci comunali esigui e organici bloccati, dal momento che bisognava scegliere se dirottare le poche risorse negli investimenti che sempre accompagnano le fasi espansive, oppure utilizzare, quelle risorse per completare ed equilibrare l’esistente. Fatta la scelta della qualità, il problema consisteva nell’individuare i settori da potenziare con una massiccia concentrazione degli investimenti disponibili, per centrare l’obiettivo di fondo assegnato all’amministrazione Comunale nel quinquennio ‘80-85. E qui la ricerca non fu difficile poiché operare in direzione di un potenziamento e di una definizione della città così come strutturata negli anni ‘70, non poteva che significare fare degli anni ‘80-’85, il quinquennio dei servizi e, quindi, una scelta di operatività in settori quali la scuola, lo sport ed il tempo libero, la casa, i trasporti, il verde, il recupero del centro storico, la Chiesa, gli insediamenti 16


produttivi, l’organizzazione dei servizi amministrativi, la distribuzione dell’acqua, la raccolta dei rifiuti solidi e l’ambiente in generale. Nella consapevolezza che lavorare per potenziare i suddetti settori, significava ad un tempo migliorare la qualità della vita della città e apportare dei contributi concentrici per raggiungere il fine ultimo dell’amalgama e dell’omogeneità. Questo ci siamo sforzati di fare nella legislatura che si chiude. Oggi dopo cinque anni di lavoro e di realizzazioni possiamo dire con soddisfazione che l’obiettivo dell’amalgama incomincia ad intravvedersi al l’orizzonte e che se la futura classe dirigente rendese saprà proseguire con coerenza su questa strada molto presto esso sarà raggiunto. II PSI che ritiene di aver onorato con l’impegno dei suoi amministratori i consensi ottenuti nel 1980, si rivolge agli elettori chiedendo un voto che sia di fiducia, di riconoscimento e di stimolo per operare ancora meglio nel futuro.

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RENDE: UNA CITTÀ A MISURA D’UOMO 1952-1985: un arco di tempo importante per Rende che in questi 33anni, grazie ad un’azione amministrativa lungimirante, all’insegna della programmazione e della efficienza. è stata trasformata da sperduto paese rurale del Mezzogiorno d’Italia, in una moderna cittadina. sede dell’Università della Calabria. i cui 30 mila abitanti godono di molteplici servizi erogati dall’ente pubblico, grazie ai quali è stata raggiunta una notevole qualità di vita, Dopo aver affrontato e risolto negli anni ‘5O tutti i problemi infrastrutturali. con la costruzione dei servizi primari su tutto il territorio comunale, l’Amministrazione Comunale negli anni ‘60 e’70, si è cimentata nella politica di programmazione territoriale, è del 1964, infatti, il primo Panno Regolatore Generale, la cui attuazione ha portato alla costruzione di una città armonica ed ordinata. con ampi spazi, strade larghe. con moltissimi parchi. tanto che Rende è al primo posto in Italia quanto a dotazione di verde per abitante l30 mq, pro-capite). E tutto questo nella Calabria della speculazione edilizia. che ha devastato il nostro territorio, particolarmente sulle coste e nelle zone montane. In questi anni è stato realizzato il primo “Piano di Zona” per l’edilizia economica e popolare, localizzato nel cuore della città, con la costruzione di ben 700 alloggi, immersi in un gravide parco di 40 ettari, dotato di centro commerciale, biblioteca civica, scuola materna, elementare e media, attrezzature sportive, una caserma dei Carabinieri; questo quartiere, che è stato classificato al secondo posto in Europa nel concorso di Bruxelles per l’edilizia economica e popolare. vedrà quanto prima la costruzione di un grande centro religioso, con chiesa e seminario, due palestre ed auditorium, localizzato su 20 mila mq di terreno messi a disposizione della Arcidiocesi di Cosenza da parte dell’Amministrazione Comunale di Rende. Negli anni ‘80 l’Amministrazione Comunale ha iniziato un lavoro per amalgamare la città dotandola di strutture e servizi pubblici che agevolino la ricerca di punti di riferimento per il cittadino, per stimolare una sua maggiore presenza nel sociale. In questa legislatura, pertanto. sono state costruite innumerevoli scuote di ogni ordine e grado (18 in quattro anni), nella 18


convinzione che in una Regione come la Calabria l’investimento sull’uomo, nella sua formazione culturale e sociale, è quanto di più meritevole possa fare una classe dirigente. Inoltre, un particolare impegno l’Amministrazione Comunale ha profuso nel dotare la città di attrezzature sportive, quali campi di calcetto, di tennis, una palestra polifunzionale. Grande attenzione è stata tributata, inoltre, ai problemi di tutela dell’ambiente; questa politica culminerà nella costruzione dell’impianto di trasformazione dei rifiuti liquidi e solidi, in corso di real izzazione, che servirà 19 comuni, compresa la città di Cosenza. II Centro Storico di Rende è stato, in questi anni, recuperato con interventi di acquisto e ristrutturazione di vecchi fabbricati, con il restauro di tutte le chiese barocche, con interventi di pavimentazione a porfido, tanto che “Rende Centro” è diventato uno dei paesini più suggestivi della Calabria e già annovera tra i suoi gioielli anche il Museo civico, con tele di Mattia Preti e Francesco Solimena; questo impegno per il Centro Storico ha fruttato al Comune dì Rende il primo premio Civiltà del Mezzogiorno per il 1982. Rende dimostra, in definitiva, che un’amministrazione democratica, quando ad essa viene data la forza necessaria per governa-re, può essere protagonista dello sviluppo di un territorio, in quanto non c’è dubbio che i risultati ottenuti a Rende sono anche dovuti alla stabilità politica che ha consentito all’Amministrazione Comunale di attuare i suoi programmi senza compromessi e condizionamenti. La nostra cittadina è anche un esempio importante di tolleranza e di collaborazione tra potere civile e mondo cattolico che ha dovuto constatare come I’Amministrazione Comunale, con molteplici interventi, abbia riconosciuto la funzione della Chiesa di naturale punto di riferimento per le nostre popolazioni. In questi cinque anni l’amministrazione Comunale, oltre a proseguire una lungimirante politica della casa con l’adozione del 2° 3° e 4° Piano per l’edilizia economica e popolare, ha adottato, nell’ultima riunione del Consiglio Comunale, un piano per gli insediamenti produttivi che prevede, in località Lecco. l’insediamento di 50 piccole e medie industrie. nonché laboratori per artigiani, che arricchiranno il già consistente polo produttivo esistente nella zona, polo produttivo che sarà alimentato, dal punto 19


di vista energetico, dal metano, di cui la nostra città è servita. prima in Calabria dal 1975. Questo programma, che sarà finanziato con fondi della Comunità Europea permetterà di legare l’Università di Calabria al processo di industrializzazione della città, privilegiando i settori dell’informatica della telematica ed, in genere. dei terziario avanzato, processo, del resto già avviato con la creazione del Crai (Centro Ricerche Applicazioni Informatica) che già occupa sessanta addetti con un fatturato di oltre quattro miliardi, di cui il comune è socio, ed al quale l’Amministrazione comunale ha concesso in diritto di superficie ben sette ettari di terreno per costruire la sua sede. In questa legislatura, in definitiva. l’Amministrazione comunale di Rende ha avviato con successo il processo di amalgama del territorio comunale per costruire una città. certamente efficiente e moderna dal punto di vista materiale. dei servizi e delle strutture pubbliche, ma anche equilibrata sotto l’aspetto sociale dei rapporti umani ed interpersonali, per una migliore qualità della vita. Una città equilibrata anche nel rapporto tra antico e moderno. che guarda tranquilla al futuro ed è in grado di accoglierete sfide proposte dai tempi moderni, ma nello stesso tempo legata alle sue tradizioni, ai suoi usi e costumi, in una parola, alle sue radici. (da Gazzetta dei Sud - 4maggio 1985)

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COSENZA: RECUPERARE IL TEMPO PERDUTO A Cosenza è ripreso il dibattito sull’assetto urbanistico e tutti si interrogano su cosa fare per recuperare il tempo perduto, per correggere i tanti errori commessi, per riaffermare un ruolo di guida che alla Città compete, non solo perché Capoluogo di Provincia, ma per la sua storia, le sue tradizioni, la sua cultura. Francamente non si può condividere la solita rincorsa nella ricerca delle altrui responsabilità per quello che doveva e poteva essere e non è stato. per il progressivo degrado che ha avvolto la Città, per il disordine urbanistico, per i servizi che non funzionano, per l’abbandono imperdonabile del Centro Storico, per il preoccupante impoverimento sociale, derivante dalla fuga di gran parte dei ceti più dinamici, moderni e sensibili ai valori forti di una comunità che aspira ad una qualità della vita migliore. Sotto questo profilo, infatti, si può tranquillamente affermare che chiunque negli ultimi decenni ha svolto funzioni di amministratore comunale o regionale, di parlamentare o di governo porta, sia pure in misura diversa una parte di responsabilità. Ecco perché il di battito in corso è una occasione da non perdere per offrire contributi sereni, responsabili e costruttivi, senza indulgere nella tentazione di assumere posizioni tattiche o, peggio, strumentali. I tanti mali di cui la Città soffre possono essere ricondotti, in definitiva, a due fattori: un territorio comunale limitato e la miopia delle classi dirigenti che, non avendo tenuto conto di questo handicap hanno fatto un uso così distorto del territorio stesso da trasformarlo in una ulteriore causa di debolezza. Nel trentennio in cui è stata edificata la nuova Cosenza. sarebbe stato necessario programmare lo sviluppo della Città con rigore, privilegiando la qualità sulla quantità, attraverso una politica che mirasse alla creazione di servizi efficienti, di punti di riferimento forti, di spazi verdi e di parcheggio con infrastrutture moderne e con un sistema di trasporti misto. pubblico e privato, che favorisse i flussi di mobilità con l’hinterland, delegando ai Comuni della cintura alcuni ruoli, senza, nel contempo, abbandonare il Centro Storico, il cui recupero andava iniziato in concomitanza con la prima ondata espansiva. La nuova Cosenza, in definitiva, andava costruita puntando 21


decisamente al rafforzamento del suo ruolo direzionale e di guida, con l’obiettivo di trasformare, in un rapporto continuo, proficuo e complementare con il territorio fuori dai confini comunali, l’elemento di debolezza di cui si diceva, in un punto di forza. Purtroppo, quasi niente di tutto questo si è fatto ed il risultato è quello che sta sotto gli occhi di tutti. Si è preteso di avere tutto, in termini di funzioni e di ruoli, correndo forte il rischio di avere comunque poco, almeno sotto il profilo della qualità. La Regione avrebbe potuto favorire il necessario processo di una programmazione territoriale che abbracciasse ciò che sta oltre gli angusti confini municipali, ma dopo venti anni manca ancora il Piano Territoriale di coordinamento, la Legge Urbanistica e non si è fatto neanche il tentativo, per altro insufficiente, di adottare i Piani Regolatori Intercomunali, con l’obiettivo di evitare spreco di risorse, interventi ripetitivi e sovrapposizioni di ruoli. E d’altronde, sperare nell’Ente Regione, nelle condizioni in cui attualmente versa, sarebbe oltremodo colpevole. Ecco, quindi, che va segnalata positivamente e va incoraggiata la presa di coscienza che sembra trasparire dal dibattito in corso a Cosenza di puntare, attraverso l’adozione di un nuovo strumento urbanistico, al recupero ed alla riqualificazione del tessuto urbano, dei servizi e del Centro Storico; alla realizzazione di interventi qualificati e finalizzati a rafforzare il ruolo direzionale della città; alla necessità di un rapporto nuovo, all’insegna della collaborazione e della integrazione con i Comuni dell’hinterland, anche attraverso la costruzione di sistemi di trasporto di massa. II Ministro Conte è stato più volte sollecitato, anche pubblicamente da chi scrive, a prendere in considerazione il problema del Centro Storico e dei collegamenti con l’hinterland e l’Università della Calabria e, complessivamente, l’area urbana di Cosenza, che necessita di un’azione di coordinamento affinché le iniziative egli interventi degli Enti Locali interessati e delle Amministrazioni Pubbliche, Statali e non, abbiano a riferimento il comprensorio e le sue esigenze, piuttosto che gli angusti ambiti municipali, come finora si è fatto da parte di tutti. Se i segnali che arrivano da Cosenza stanno a significare che al confronto ci si presenterà con spirito realmente nuovo e costruttivo, forse sarà possibile recuperare il tempo perduto. (Gazzetta del Sud - 14 dicembre 1989) 22


PER IL RINNOVAMENTO ED IL PROGRESSO DI COSENZA Con la elezione a Cosenza di una Amministrazione comunale di “rinnovamento e di progresso”, sostenuta dai partiti storici della sinistra, dai laici e degli ambientalisti e, quindi, con una forte connotazione alternativa nella struttura e nei contenuti programmatici, si riprende a discutere di grandi progetti, di prospettive, di cose da fare per recuperare la Città al suo ruolo, alle sue funzioni, per superare il degrado che progressivamente ha avvolto Cosenza, con preoccupanti effetti sul suo tessuto Urbano e Sociale. I tanti mali di cui soffre la città, mi pare, siano ormai noti a tutti: una struttura urbana superata, frutto di una crescita distorta e disordinata, grandi carenze nell’erogazione dei servizi di base, ormai sotto la soglia della decenza, abbandono e degrado del Centro Storico, enormi quartieri ghetto carenti di tutto per i ceti popolari, traffico caotico, assenza di parcheggi, infrastrutture di raccordo con il territorio insufficienti, una struttura amministrativa da ricostruire, tanta è la sua inefficienza, un clima complessivo e di illegalità diffusa, un tessuto sociale squilibrato e sofferente. Che la nuova amministrazione abbia posto al primo punto del la sua agenda di lavoro la lotta alle “trasgressioni ed ai favoritismi” ed il recupero, quindi, di una situazione di rispetto delle leggi e di rapporto corretto tra il cittadino e l’istituzione è lodevole ed importante; così come da condividere è il proponimento di utilizzare l’attuale stagione costituente, che porterà al varo dello Statuto e dei regolamenti, per una vera e propria rifondazione della struttura Comunale, al fine di ridare efficienza alla macchina amministrativa ed alla erogazione dei servizi di base. Ma tutto ciò è solo un presupposto per avviare una inversione di tendenza e, come tale, evidentemente non basterà, se queste azioni non sarranno accompagnate da una politica che abbia a riferimento l’Area Urbana, che la Città deve, nel contempo, guidare, riappropriandosi del proprio ruolo ed utilizzare, per risolvere i suoi problemi più difficili e spinosi. Non può cader dubbio, infatti, che gran parte delle disfunzioni di cui oggi soffre Cosenza trovano la loro origine in una politica quarantennale miope, che non avendo avuto coscienza del ruolo direzionale della città, non ha mai guardato al di là degli angusti confini comunali e che 23


ha preteso, quindi, di imbottire il territorio municipale di tutte le funzioni, puntando sempre alla quantità a scapito della qualità. Ecco, quindi, che torna prepotentemente di attualità la questione dell’Area Urbana coni suoi duecentomila abitanti, con le municipalità che da sole sono insufficienti per risolvere tutti i problemi e che, quindi, necessita di una azione di coordinamento che sia promossa e guidata dalla Città capoluogo, che deve prendere finalmente coscienza che solo in uno scenario territoriale più vasto del suo ristretto territorio può recuperare ruolo, efficienza ed un’accettabile tasso di qualità della vita Una politica di Governo dell’Area Urbana è stata sino ad oggi assente a causa di molti fattori: per gli egoismi delle varie municipalità, per carenza di strumenti giuridici, ma soprattutto, per l’assoluta incapacità ed assenza di volontà politica della Classe Dirigente del Capoluogo, la cui cecità, spesso, ha determinato l’abdicazione al ruolo di guida da parte di Cosenza. La nuova legge sulle autonomie locali fornisce lo strumento giuridico per mettere in piedi un progetto di sviluppo dell’Area Urbana: ci riferiamo all’Istituto dell’Accordo di Programma, che può essere utilizzato per il coordinamento delle attività delle Amministrazioni interessate, per realizzare le infrastrutture di servizio al comprensorio, per la programmazione territoriale concordata, al fine di localizzare sul territorio, con equilibrio, i punti di riferimento, nonché perla gestione comune di alcuni servizi di base. Cessa, quindi un alibi. Anche sul fronte politico si riscontrano interessanti novità: il programma della nuova amministrazione di Cosenza si pone il problema dell’Area Urbana ed il nuovo Sindaco, in dichiarazioni ufficiali e nel corso di dibattiti, ha espresso il convincimento che il recupero del ruolo direzionale della Città capoluogo passa attraverso un rapporto di collaborazione con le municipalità dell’hinterland, ed ha annunciato per ottobre l’organizzazione di un incontro per affrontare con spirito e proposti nuovi questa importante questione. Nel riconoscere la positività di questi segnali restiamo in fiduciosa attesa, non mancando di ribadire, sin da ora, una forte volontà di collaborazione, nell’interesse di duecentomila cosentini che aspirano a vivere in una città diversa, più giusta, più efficiente, più umana. (Gazzetta del Sud - 30 settemb re 1990) 24


PER COSTRUIRE UNA GRANDE AREA URBANA La discussione sulla delimitazione dell’Area Urbana di Cosenza, è emblematica di quanto sia difficile far politica seriamente in Calabria. Un’idea di alto profilo, portata avanti con fatica negli ultimi due anni con articoli sui giornali, proposte di legge, convegni, dibattiti, lettere aperte a Ministri, ed un programma in grado di realizzare in Media Valle del Crati, tra il Centro Storico di Cosenza e lo Scalo di Montalto, la città più importante della Calabria, con servizi moderni ed efficienti e con un apprezzabile tasso di qualità della vita, rischiano di fallire per la superficialità, con la quale si sta affrontando la delicata fase di avvio della loro attuazione. Individuate le tematiche dell’Area Urbana e sottoscritto il Protocollo d’Intesa a Roma tra il Ministro delle Aree Urbane, il Presidente della Regione, il Presidente della Provincia, il Sindaco di Cosenza ed il Sindaco di Rende, si è proceduto alla firma di un Protocollo di identico contenuto a Cosenza, con gli altri Enti Locali interessati, al fine di favorire una diretta partecipazione di tutti i protagonisti nella ricerca delle soluzioni da dare alle varie questioni, da trasfondere, poi, nell’accordo di programma. In questa fase, invece di passare celermente allo sviluppo delle tematiche prescelte, si è preferito innescare una polemica artificiosa e sterile per dividere i protagonisti e l’opinione pubblica in due schieramenti: da una parte, quelli che vogliono un’Area Urbana ristretta e dall’altra, i fautori di un allargamento dei suoi confini, dimenticando, però, che l’Area Urbana, a nostro parere, non rappresenta qualcosa di puramente concettuale e di oggettivamente indefinito, ma, viceversa, una realtà materiale ben individuata, per come si è sviluppata concretamente in questi anni e, pertanto, non estensibile o restringibile a piacimento. Questa nostra posizione seria e responsabile ha spinto coloro che vogliono far fallire il progetto, o altri che intendono fare dell’elettoralismo, ad iscriverci d’ufficio tra i fautori dell’area urbana ristretta, adducendo la motivazione, sicuramente provocatoria, che in un contesto più piccolo alcune realtà possono ottenere di più. É forse il caso di chiarire, una buona volta per tutte, che per 25


parte nostra abbiamo ritenuto e riteniamo prioritarie la programmazione concordala e la risoluzione del delicato problema del trasporto di massa, poiché senza un sistema efficiente in questo settore non è possibile, per ovvie ragioni, pensare ed operare in termini di area urbana, nonché le questioni che riguardano l’Università ed il recupero e la rivitalizzazione dei Centri Storici, in primo luogo quello di Cosenza; tutte problematiche, cioè di evidente interesse intercomunale, essendo, peraltro, noto che alcune Amministrazioni comunali hanno saputo risolvere con le proprie esclusive forze le questioni specifiche della propria comunità. La verità è che non si può giocare con gli interessi reali della gente e che è assolutamente ingiusto e scorretto ingenerare aspettative che poi non si è in grado di appagare. L’estensione artificiosa dell’area urbana, infatti, determinerà l’inserimento di territori comunali che non presentano una problematica di tipo urbano che, pertanto, successivamente si vedranno esclusi da una serie di servizi che sarà impossibile ampliare oltre i confini oggettivi e naturali del tessuto urbano. Ciò determinerà una perdita di tempo nel momento della decisione, se non addirittura il rischio concreto del non decidere, ed, inoltre, grande delusione e scontento nella fase della attuazione degli interventi. Questo non significa che l’area urbana debba essere intesa come un sistema chiuso. Affrontati e risolti i problemi che le sono peculiari e specifici essa deve, invece, interagire con gli altri sistemi della nostra Provincia, con cui è in rapporto di relazione e cioè il Savuto, la Sila, il Tirreno, il Castrovillarese e la Sibaritide. Ed è proprio per questo motivo che uno dei protagonisti, tra i più importanti, è l’Ente Provincia, oggi arricchito di delicate competenze in materia ambientale e dell’assetto del territorio. La politica è l’arte del possibile. Per farla in modo serio bisogna avere la capacità di misurarsi con valori e realtà che spesso essa non può governare a suo piacimento: tra questi ci sono la geografia e l’economia. Demagogia ed elettoralismo spesso spingono a proporre delle forzature che illudono il cittadino senza risolvere i suoi problemi. Non è questo il nostro metodo di lavoro, né il nostro stile. (Gazzetta del Sud - 28 aprile 1991) 26


UNIVERSITÀ DELLA CALABRIA: UNA GRANDE OCCASIONE PER LO SVILUPPO DELLA CALABRIA Le riflessioni sulle prospettive di sviluppo della nostra Città, con possibili effetti positivi su gran parte della Provincia e della stessa Regione, portano sempre a due conclusioni: l’importanza decisiva dell’attuazione del progetto di Area Urbana ed il completamento dell’Università della Calabria. Dell’Area Urbana abbiamo trattato diffusamente, e c’è da augurarsi che prevalga il senso di responsabilità e l’equilibrio di quanti sono chiamati ad assumere decisioni, sulle pressioni eterogenee che, mirando ad uno snaturamento del progetto, perseguono di fatto l’obiettivo del suo fallimento. La questione dell’Università merita un’attenzione forse maggiore e su di essa è bene si apra un serrato confronto, che coinvolga le più importanti istituzioni locali, le forze politiche, il mondo accademico, la società civile e, particolarmente, i suoi ceti più dinamici. Non può cader dubbio che in questi anni molto è stato fatto, anche se obiettivamente poteva e doveva farsi di più e meglio. Certo, è inopportuno a diciotto anni dall’istituzione dell’Ateneo rimettere in discussione il progetto Gregotti, il suo inserimento ambientale, i suoi costi di costruzione e digestione, la qualità delle condizioni di lavoro per docenti, ricercatori e studenti, chiamati ad utilizzare le strutture dei dipartimenti appoggiate al Ponte. Basta dire che coloro i quali hanno, all’epoca, evidenziato qualche perplessità hanno contato poco, zittiti dalle scelte partorite da una Commissione Giudicatrice Internazionale di alto livello ed intimoriti dal pericolo reale di vedere strumentalizzata una posizione che, con il senno di poi, incomincia a rivelarsi giusta. Il punto, comunque, oggi è un altro. Che fare per il completamento del Campus, che, per diventare tale, necessita di una serie di interventi che vadano oltre la realizzazione delle strutture didattiche. Siamo convinti che, in primo luogo, è necessario costruire tutto ciò che può agevolare una effettiva residenzialìtà. Certo per gli studenti, possibilmente nel numero massimo previsto nelle ipotesi iniziali; ma, bisogna favorire condizioni di residenzialità, soprattutto, per i docenti, poiché gli studenti passano, 27


mentre i primi debbono restare, per “fare l’Università”, che significa, innanzitutto, formare una scuola per ogni singola disciplina, una scuola che se degna di questo nome sopravvive ai suoi fondatori, arricchendosi in ricerche, aggiornamenti, in una parola in prestigio, di generazione in generazione. Questa impostazione è tanto più necessaria ed urgente se si riflette su cosa ruoterà intorno alle Università Italiane appena sarà varata la legge sulla autonomia. Con l’avvento, il 1992, della Unità Economica Europea ed in un mondo in cui ì mercati avranno sempre di più una caratterizzazione internazionale, le aziende saranno necessitate ad intensificare gli investimenti in ricerche per nuovi prodotti e per nuovi procedimenti e tecniche produttive; ciò avverrà in concomitanza con l’introduzione del regime di autonomia degli atenei, che diventeranno interlocutori privilegiati della grande impresa nazionale ed internazionale, nella misura in cui saranno in grado di corrispondere con ricerche di qualità ai flussi finanziari che le Aziende saranno disposte ad incanalare verso le Istituzioni Universitarie. Si aprirà, in altri termini, un mercato della ricerca e le Università saranno messe in concorrenza tra di loro. Il nostro Ateneo in un lasso di tempo infinitamente breve di vita rispetto al mondo universitario, ha già raggiunto un ottimo grado di apprezzamento e di prestigio per la sua qualità didattica. Per reggere al confronto, ormai imminente, dovrà potenziarsi in uomini, mezzi, strumentazioni, apparecchiature, laboratori di ricerca, eliminando la figura del docente di passaggio, puntando, perciò, ad un radicamento in Arcavacata della migliore espressione dell’Accademia. Completamento del Campus, quindi, deve significare la realizzazione di tutte le infrastrutture che attualmente mancano: rete viaria, piazze, centri commerciali, biblioteche, impianti sportivi, residenze per docenti e studenti, laboratori di ricerche. Senza trascurare quanto sia importante per la sua complementarietà con l’Università della Calabria favorire la localizzazione in Cosenza del Parco tecnologico calabrese, che non può non essere inserito in un contesto culturale, scientifico, accademico ed urbano di qualità; condizioni e requisiti che si riscontrano in Calabria appunto nel comprensorio di Cosenza, grazie alla presenza dell’Ateneo e di altre Istituzioni. 28


Un progetto di questa portata, che punta in modo prioritario al rafforzamento dell’Istituzione Universitaria, alla sua interlocuzione con la grande impresa nazionale ed internazionale, ed al suo radicamento sul territorio, è l’unica occasione che rimane alla Calabria per organizzare un tessuto produttivo di qualità con caratteristiche di innovazione di alto livello tecnologico. Del resto, la fortuna sino ad oggi riscontrata da iniziative quali il Cud, il Crai, l’Intersiel, il Tebaid, la Bull, etc, sta a dimostrare che in Calabria si può puntare sull’impresa produttiva e non assistita e che, quindi, è questa la strada da seguire in futuro. Lo Stato ha fatto molto poco per la Calabria in questi anni. L’unico intervento serio finora avviato riguarda, appunto, la realizzazione di un grande Ateneo, che ha assorbito flussi finanziari che complessivamente hanno dato un’apprezzabile contributo per il miglioramento delle condizioni civili, culturali ed economiche della società calabrese. Sta ora a noi, con serenità ma con fermezza, senza divisioni, ma unitariamente, rappresentare il buon diritto dei calabresi, affinché l’opera iniziata venga portata a compimento. (Gazzetta del sud - 6 maggio 1991)

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2 PER IL MEZZOGIORNO E LA CALABRIA


POLITICA DEL MEZZOGIORNO: COME INVERTIRE LA TENDENZA Le ragioni dei ritardi del Mezzogiorno d’Italia rispetto al resto del Paese sono molteplici. In primo luogo, se si vuole essere osservatori attenti e non superficiali, troviamo ragioni storiche: è dall’epoca della dominazione Sveva e, precisamente, dalla morte di Federico II, infatti, che incomincia un lungo periodo di decadenza che ha visto progressivamente retrocedere una economia, produttiva e commerciale, allora fiorente ed una società che, sotto il profilo culturale e dell’organizzazione statuale, non aveva, all’epoca, pari in Europa. Dal dodicesimo secolo le regioni meridionali per cause geopolitiche si trovarono in posizione periferica rispetto ai processi di evoluzione, il cui baricentro era, ormai, il cuore dell’Europa, con la conseguenza che tutte le rivoluzioni politico-culturali che si succedettero in 7 secoli, dal rinascimento all’illuminismo, sino alla rivoluzione francese, hanno soltanto lambito il Sud del Paese, dove si perpetuarono tutte le negatività di cui erano stati portatori i secoli bui del Medioevo, negatività tuttora riscontrabili in alcune aree. È opportuno aggiungere che l’assenza in Italia di uno Stato unitario ha prodotto le conseguenze più deleterie e negative proprio nelle regioni meridionali, la cui marginalità geografica ha impedito che gli influssi benefici dei processi di modernizzazione dell’Europa; si espandessero anche su queste aree, per come avveniva nelle regioni del Nord ed in alcune del Centro. Gli Stati pre-unitari del Nord, come per esempio il Piemonte, avevano, infatti, legami stretti sotto il profilo diplomatico, militare, economico e culturale con le Nazioni più progredite d’Europa; mentre altri, come il Lombardo-Veneto, la Toscana, i Ducati di Parma-Piacenza e Modena-Reggio E., facevano direttamente parte, in qualità di Province, o indirettamente, come stati satelliti, di grandi entità politiche dell’Europa. Al Mezzogiorno Borbonico, invece, su una società con una organizzazione già sostanzialmente feudale, toccarono gli influssi decadenti, goderecci e parassitari del regno di Spagna. Questo stato di cose non è sostanzialmente cambiato con l’avven33


to dello Stato unitario, sia di espressione monarchico-liberale, che monarchico-fascista che, per ragioni che non è possibile analizzare in questa sede, non ha avuto né la capacità né la volontà politica di modificare e correggere le tendenze in atto e questo pur avendo espresso la società meridionale figure politiche di rilievo sullo scenario nazionale. Nonostante tutto, i guasti prodotti, in termini di ritardi ed arretratezza economica e sociale sino al 1945, potevano e dovevano, in questi quarantaquattro anni di Repubblica, essere colmati o, quantomeno, sensibilmente ridotti. È in questi anni, infatti, che il Paese è avanzato nel suo complesso, per prodotto nazionale lordo, per tecnologia, per cultura, per progressosociale e civile, moltodi più che intutta la sua millenaria storia. Ed anche se è innegabile che la società meridionale ha fatto registrare un generale avanzamento, soprattutto nelle aree urbane, bisogna riconoscere che il suo tessuto rimane fragile e fortemente a rischio, come stanno a testimoniare la disoccupazione intellettuale dilagante, il degrado delle città, lo stato di abbandono dei Centri Storici e delle campagne, la gracilità del sistema produttivo, l’occupazione di vasti territori da parte della delinquenza organizzata, tutti indicatori ì quali ci dicono che del complessivo progredire del Paese il Mezzogiorno ha goduto solo in parte. Come è potuto succedere che la Repubblica abbia così clamorosamente fallito in uno dei suoi obiettivi di più alto profilo? La Democrazia Cristiana, negli oltre 40 anni di egemonia, ha instaurato nel Paese un sistema di potere e di rapporti con la società civile non univoco geograficamente ma caratterizzato da legami, metodi e modo di far politica del tutto diversi nel Nord e nel Sud. Nelle Regioni Settentrionali la D.C., pur perseguendo un disegno sostanzialmente moderato, si è sforzata di rappresentare gli interessi della piccola e media borghesia produttiva, non ha disdegnato il confronto e le alleanze con i circoli dell’alta finanza e della grande industria, potendo contare sempre, inoltre, sul sostegno delle organizzazioni collaterali cattoliche e delle parrocchie, che le hanno assicurato l’apporto dei ceti popolari, che hanno goduto, in definitiva, del processo di accumulazione del capitale e di ristrutturazione industriale, in termini di occupazione operaia e di 34


trasformazione dell’artigianato in piccole iniziative industriali. Ecco, quindi, una massiccia localizzazione nelle regioni del Centro-Nord di ingenti risorse dello Stato per infrastrutture, per servizi, per ricostruire prima e ristrutturare dopo l’apparato industriale, diffuso prevalentemente in quelle regioni, comprese le aziende a Partecipazione Statale, il cui contributo per la creazione a Sud di un tessuto produttivo è stato assolutamente deficitario e carente. Cosa questa di una gravità inaudita che chiama direttamente in causa la responsabilità delle classi dirigenti italiane, ponendo non pochi dubbi sulle ragioni vere della presenza dello Stato in Economia, dal momento che lo Stato imprenditore non ha fatto nulla per correggere storture e diseguaglianze geografiche come era in suo dovere di fare. Nel Sud d’Italia, invece, la Democrazia Cristiana è immediatamente diventata il partito di tutti i camaleonti e gattopardi, di cui era ed è purtroppo ricca la società meridionale, rappresentanti di un ceto sociale parassitario, cultore della rendita, privo di fantasia e di iniziativa e che era stato in precedenza borbonico, liberale e fascista. Il consenso dei ceti popolari e del sottoproletariato meridionale non costituiva e non costituisce un problema: bastava e basta la utilizzazione spregiudicata delle strutture centrali e periferiche della Repubblica, con tecniche clientelari ed assistenziali che profittano del grande stato di bisogno della gente, al punto da far pensare che scientemente non si voglia lo sviluppo del Mezzogiorno, perché venendo a cessare lo stato di necessità il cittadino verrebbe a trovarsi in una condizione di libertà sostanziale e, quindi, in grado di fare, senza condizionamenti, le sue scelte. Ecco che, fidando su un consenso basato sulla perpetuazione dei privilegi feudali delle classi dirigenti e sulla condizione di bisogno dei ceti popolari, lo stato democristiano non ha mia inteso aggredire seriamente il problema del Mezzogiorno, limitandosi a concepire leggi per l’intervento straordinario, attuato, però, sempre in termini sostitutivi e mai aggiuntivi a quello ordinario dello Stato, in assenza di programmazione ed attraverso l’intervento a pioggia, che, in definitiva, è servito ad alimentare il sistema di potere messo in piedi dalla D.C., anche se bisogna riconoscere che tante infrastrutture primarie, tanti ospedali, forse non sarebbero mai sorti nel Sud senza l’intervento straordinario. 35


L’avvento delle Regioni piuttosto che modificare ha accentuato questo stato di cose, dal momento che, al contrario del CentroNord, nel Mezzogiorno la mappa del potere regionale e degli altri Enti Locali è caratterizzata, quasi ovunque, dalla supremazia democristiana. Non è difficile, pertanto, trovare le cause del la assoluta mancanza di programmazione, generale e settoriale, nell’attività delle Regioni e degli Enti Locali meridionali, la loro incapacità a concentrare gli investimenti su grandi progetti, selezionati con oggettivi criteri di priorità, e la loro predilezione per l’intervento a pioggia con conseguente polverizzazione delle risorse. L’oggetto degli atti amministrativi risponde, infatti, sempre più al soddisfacimento di interessi particolari e non generali, in quanto l’assenza di programmazione e l’esaurirsi delle attività degli Enti nella pura gestione privilegia il rapporto interpersonale; al punto che non è azzardato affermare che le connessioni tra mafia e settori politici, se non la stessa presenza mafiosa, trovino alimento in questo sistema di potere. In conclusione si individuano tre condizioni, tutte necessarie, per avviare una seria politica meridionalistica. In primo luogo una reale, concreta, seria solidarietà del Paese che lo Stato deve promuovere, facendosene in larga parte carico; in secondo luogo una chiara inversione di tendenza, all’insegna della programmazione, della progettualità e dell’efficienza nel funzionamento delle amministrazioni delle Regioni e degli Enti Locali meridionali, un modo nuovo, cioè, di governare che deve veder protagonisti il PSI e le altre forze della sinistra, che devono essere alternativi nella sostanza, allorché assumono responsabilità di governo; in terzo luogo un processo di maturazione della nostra democrazia che renda possibile il ricambio politico. Compete al PSI democratico e riformista promuovere le iniziative politiche necessarie perché queste condizioni si verifichino, per aiutare il Mezzogiorno d’Italia a recuperare il tempo perduto. (Gazzetta dei Sud - 23 settembre 1989)

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LA QUESTIONE MERIDIONALE La questione meridionale, con le sue acute emergenze civili, sociali ed economiche non è più di attualità, se non a livello di sterile e controproducente denuncia e di feroci e penalizzanti strumentalizzazioni, senza che alcuno ardisca di affrontarla attingendo al ragionamento per proporre soluzioni e rimedi. Volendo dare un contributo serio di analisi e di proposta, a noi sembra che per riprendere un’azione organica, che consenta alla società Meridionale e Calabrese di tentare di ridurre le distanze dal resto del paese, sia necessaria una politica che miri: 1. a sconfiggere o, comunque, a lenire la presenza, nelle aree meridionali più sofferenti, della delinquenza organizzata di tipo mafioso; 2. a garantire in queste Regioni una maggiore presenza della Amministrazione Centrale dello Stato, attraverso un robusto impiego di risorse ordinarie; 3. a rilanciare l’intervento straordinario con reali caratteristiche aggiuntive, sulla base di un programma che consenta di concentrare le risorse finanziarie su obiettivi prioritari, recidendo la vecchia, inutile e dispendiosa politica di interventi scoordinati ed a pioggia; 4. a riportare te Regioni egli Enti Locali meridionali ai loro ruoli istituzionali, che attraverso una rigorosa programmazione, li metta in grado di esercitare con efficacia le loro competenze e funzioni, nella convinzione che gli attuali ritardi del Mezzogiorno siano da addebitare anche all’azione spesso negativa delle Autonomie Locali, poiché è impensabile parlare di sviluppo senza una partecipazione convinta e concreta delle collettività meridionali e delle istituzioni che le rappresentano; 5. a modificare gli attuali meccanismi elettorali, con l’introduzione di un sistema che aiuti la società meridionale a prendere coscienza dei suoi problemi e del ruolo che possono e debbono svolgere i cittadini per contribuire a risolverli, un sistema cioè che agevoli l’elettore meridionale ad esprimere il proprio voto su un progetto politico e non come momento di scambio per attenuare il suo stato di bisogno. 37


Ecco che l’emergenza meridionale si scompone in diverse questioni connesse, ma singolarmente complesse e delicate, che riteniamo sia utile trattare separatamente al fine di dare un contributo di analisi e di soluzioni il più compiuto possibile. La prima questione (lotta alla criminalità organizzata) è ormai chiara a tutti: un processo di rinnovamento del Mezzogiorno e della nostra Regione non è nemmeno ipotizzabile senza aver prima affrontato e sconfitto il fenomeno della criminalità organizzata, un’impresa che costituisce una vera e propria condizione per avviare lo sviluppo. Anche potendo contare sulla solidarietà del Paese e su un rinnovato e diverso modo di amministrare delle Regioni e degli Enti Locali, il Mezzogiorno e la Calabria non avvieranno mai un processo di sviluppo che li trasformi da territori assistiti e che consumano ad aree che producono, senza la presenza del Mercato, che rimane, evidentemente, lontano, attesa l’immagine che ci siamo costruiti in questi anni. Ecco che la lotta alla Mafia diventa obiettivo primario da perseguire, in una associazione di impegno dello Stato, delle nostre Istituzioni Locali, dei Partiti, delle categorie sociali, insomma con uno sforzo comune della intera società Meridionale e del Governo di Roma. In primo luogo occorre capire, una buona volta per tutte, che una risposta puramente e semplicemente militare non serve e che il potenziamento degli apparati di polizia e della magistratura, in uomini, mezzi, tecnologie e con adeguati strumenti giuridici, deve servire certamente per aumentare la capacità di repressione delle istituzioni ma, soprattutto, il momento investigativo come punto importante per una politica di prevenzione. Ed è, infatti, nella prevenzione che bisogna puntare con coerenza e con decisione. Ciò significa, innanzitutto, avviare con il concorso dello Stato, attraverso l’intervento ordinario, e delle Autonomie Locali, con un nuovo modo di intendere l’Amministrazione, un processo di sviluppo che riduca il mare di degrado, di povertà, di bisogno in cui la Mafia reperisce il “plancton” per il suo alimento; ecco, quindi, come la questione criminalità viene ad intrecciarsi in termini di forte connessione con le altre che tratteremo in seguito e che attengono la necessità di una politica di sviluppo. 38


Significa, inoltre, fare in modo che le Regioni e gli Enti Locali minori esercitino il loro ruolo istituzionale di Enti di programmazione, al fine di impedire che gli atti ed i provvedimenti amministrativi siano emessi avendo a riferimento solo interessi particolari e sulla base del rapporto interpersonale tra politico e cittadino, in cui la mafia si inserisce così bene facendo prevalere la sua legge, che è quella della forza e della violenza. Prevenzione significa, ancora, attrezzare i nostri partiti a tenere lontani dalla propria organizzazione persone sospette di collusioni, od anche di semplice contiguità, con la delinquenza organizzata, attraverso una rigorosa selezione della classe dirigente e, soprattutto, dei candidati nelle varie consultazioni elettorali, avendo il coraggio di pagare, se necessario, anche in termini di quantità del consenso. Prevenzione deve significare, infine, creare, con il concorso della scuola, della chiesa, della cultura, e delle strutture di partecipazioni, a livello di società civile, un movimento di opinione che punti all’isolamento della Mafia e delle forze, che con il loro comportamento, diretto od indiretto, ne rafforzano la presenza. La seconda questione (necessità dell’intervento ordinario) non può essere considerata espressione del solito, stucchevole meridionalismo piagnone, dappoiché nell’economia complessiva del ragionamento che qui si sta cercando di fare è indubitabile che un peso importante debba spettare all’impegno della Amministrazione Centrale. Questo impegno deve rispecchiare una forte volontà politica, che può riscontrarsi solo nelle leggi annuali e pluriennali di bilancio e finanziarie, nelle previsioni di spesa per il Mezzogiorno dei singoli Ministeri. Una volontà politica che è assolutamente assente nella legge Finanziaria del 1991, la quale esprime il prosieguo di una tendenza ormai quarantennale di concentrazione dell’intervento ordinario nelle aree forti del Paese, tendenza che si è addirittura accentuata sull’onda dl un antimeridionalismo diffuso, che le Leghe affermano palesamente, ma che molti esponenti politici del nord, appartenenti a tutti i partiti, in privato ormai non si preoccupano nemmeno più di nascondere. Ma volendoci per un attimo soffermare sulla Calabria, al fine di far comprendere il nostro pensiero, come è possibile pensare 39


seriamente alla lotta alla criminalità senza incrementare i bilanci dei ministeri dell’Interno, della Giustizia e delle Finanze, per irrobustire gli organici ed aumentare mezzi e strumenti, tradizionali e moderni, della Magistratura, degli addetti ai Tribunali ed alle Procure, degli Agenti di Pubblica Sicurezza, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza? Come sarà possibile avviare una azione organica di sviluppo senza un forte programma di completamento e modernizzazione delle grandi infrastrutture, che consenta alla Calabria di far parte in modo più agevole del circuito europeo, per entrare nel quale è assolutamente necessario riqualificare ed ammodernare l’autostra-da SA-RC e la 106 Jonica, velocizzare la linea Ferroviaria Tirrenica e raddoppiare ed elettrificare quella Jonica, programmare ed attuare una rete di porti Turistici, ammodernare i porti di Crotone, Vibo Valentia e Reggio Calabria, completare il Porto di Sibari, assegnare un ruolo al Porto di Gioia Tauro, attrezzandolo adeguatamente anche in vista del prossimo e necessario rilancio del cabotaggio ed, infine, realizzare le opere per fare di Lamezia un aeroporto internazionale e pera mmodernare l’aeroporto di Reggio Calabria? Come pensare ad una inversione di tendenza senza organizzare sul territorio calabrese un tessuto produttivo nei settori dell’Agricoltura, del Turismo e dell’Industria, fatto di una maglia di piccole e medie aziende, che certamente deve vedere in prima fila l’imprenditoria calabrese, ma con un forte concorso di operatori economici privati e pubblici, sulla base di un programma economico e di indirizzo di livello Nazionale? Ed, a tal proposito, quale è stato in questi decenni il ruolo delle Partecipazioni Statali, dello Stato imprenditore, se non di suscitare tante illusioni alimentatrici, spesso, di reazioni sbagliate e, per il resto, di essere totalmente assenti dai problemi calabresi, perché sempre impegnate ad irrobustire il tessuto industriale delle aree forti del Paese? Come sarà possibile realizzare un programma così corposo senza che alcuna previsione compaia nei bilanci del Ministero dei Lavori Pubblici, dei Trasporti, della Marina Mercantile e delle Partecipazioni Statali? La terza questione (l’intervento straordinario) è importante quanto delicata, perché l’intervento straordinario, non solo ha 40


registrato in questi anni un fallimento, ma ha costituito un aggravamento della situazione complessiva, rappresentando spesso un alibi della nostra classe di governo per sviare al di fuori del Mezzogiorno e della Calabria l’intervento ordinario. Non si vuole dire con questo che l’intervento straordinario è inutile, ma viceversa si vuole ribadire la convinzione che il Mezzogiorno e la Calabria non sanno che farsene di risorse straordinarie con carattere sostitutivo rispetto alle spese ordinarie, erogate con interventi a pioggia, scoordinati tra loro, perché non previsti in un documento di programma. L’intervento straordinario và, invece, rilanciato con caratteristiche realmente aggiuntive, con interventi strategici rispondenti agli obiettivi prioritari previsti dalla programmazione generale. Interventi che accompagnino una forte ripresa della presenza nel sud dell’Amministrazione Centrale dello Stato. A1 mezzogiorno ed alla Calabria, non serve il finanziamento degli innumerevoli progettini per realizzare fontane, marciapiedi e pavimentazioni, che hanno caratterizzato l’intervento straordinario soprattutto negli ultimi anni, ma grandi opere nei settori dell’Agricoltura, dei servizi, del risanamento e del disinquinamento ambientale, del recupero e della valorizzazione dei beni culturali, della vivibilità e della qualità della vita nelle aree urbane. dell’innovazione tecnologica, della promozione ed incentivazione di attività produttive. La quarta questione (ruolo delle Autonomie Locali) è, a nostro avviso, non secondaria per importanza rispetto alle problematiche già trattate; ed, invero, è assolutamente inconcepibile, illusorio e non corretto pensare e ritenere che basti un impegno forte di solidarietà del Paese, che si esprima attraverso l’azione dello Stato, perché il Mezzogiorno recuperi il tempo perduto. Dobbiamo, invece, prendere coscienza che l’azione dello Stato, che và invocata e sollecitata con forza, deve necessariamente essere accompagnata da una restituzione delle nostre Regioni e dei nostri Enti Locali al loro ruolo istituzionale di organismi deputati alla risoluzione, per quanto di loro competenza, dì problemi generali, sulla base di una programmazione rigorosa che sappia concen¬trare su obiettivi prioritari le risorse disponibili, nonché sulla base di una moderna produzione di regole certe che permetta di estirpare il cancro della illegalità diffusa, che se proprio non determina il 41


fenomeno della delinquenza organizzata di tipo mafioso, quantomeno alimenta una sorta di cultura della mafiosità, su cui la mafia innesta con relativa facilità la sua opera ed i suoi interessi. Se vogliamo essere onesti con noi stessi dobbiamo affermare che al Mezzogiorno ed alla Calabria non servono Regioni, Province, USL e Comuni, che utilizzano la spesa pubblica per alimentare clientele e cultura dell’assistenza, che sono capaci di produrre soltanto provvedimenti amministrativi personalizzati, che sono incapaci di fare leggi e regolamenti, che in decenni di attività non ci hanno dato la soddisfazione di varare strumenti di Programmazione né generale, né di dettaglio. Che, pertanto, così operando hanno impostato in termini di assoluta debolezza il confronto con il Governo, favorendo una politica della lesina, perché nell’assenza di capacità di programmazione e di progettualità, non sono stati in grado di portare l’Amministrazione Centrale a farsi carico di ciò che realmente serve alle col lettività meridionali, che essi, Regioni del Sud ed Enti locali, per primo avevano il dovere di prevedere. Diciamo la verità, tanto per restare alla Calabria, se il nostro sistema sanitario non funziona, se abbiamo deturpato con milioni di metri cubi di cemento le nostre coste e le nostre montagne, se manca una città degna di questo nome, se tratti importanti del nostro mare sono inquinati, se in molti dei nostri comuni manca l’acqua e le strade sono sporche, le scuole sono insufficienti o sono alloggiate in strutture inidonee, possiamo forse accusare il Governo di Roma? Né vale eccepire che le Autonomie locali calabresi non hanno i mezzi per rispondere alle esigenze delle collettività amministrate; poiché questo solo in parte è vero, nel senso che utilizzando al meglio compiti e funzioni, le poche risorse disponibili e le leggi della Repubblica qualcosa di positivo poteva pur essere fatto, come plasticamente è dimostrato dalle esperienze di Altomonte, di Rende, Trebisacce, Cassano, S. Demetrio, etc., che stanno lì a dirci che se tutti i Comuni della nostra Regione avessero fatto sino in fondo la loro parte, la situazione complessiva della Calabria sarebbe non paradisiaca ma certamente meno drammatica di quella attuale. La quinta questione (Riforme istituzionali e delle leggi elettorali) è forse decisiva per l’avvenire del Mezzogiorno, perché una 42


evoluzione del nostro sistema politico verso forme di democrazia compiuta è condizione necessaria, ancorché non sufficiente, per una presa effettiva di coscienza da parte dei partiti nazionali della drammaticità della condizione meridionale, e della conseguente necessità di attivare i meccanismi precedentemente invocati. Con l’attuale sistema elettorale che favorisce il voto di scambio, il mezzogiorno viene considerato, soprattutto, come serbatoio elettorale che esprime consenso su sollecitazione clientelare ed assistenziale e non certo su una linea politica; infatti ciò avviene perché lo stato di bisogno in cui versa l’elettore meridionale e la fragilità complessiva della società meridionale sul piano della coscienza civile selezionano una classe dirigente che, paradossalmente, opera ritenendo quello stato di bisogno immodificabile e produce, quindi, azioni individualizzate, quanto ad efficacia, ritenendo, a torto, che non ci siano margini per un agire politico in favore di interessi generali. Si innesta così un meccanismo perverso che vede cittadinoelettore e dirigente politico concorrere alla realizzazione di una politica che al Mezzogiorno non serve, a scapito dell’azione organica di cui ci sarebbe assoluta necessità. Ecco, quindi, che una riforma elettorale che favorisca l’alternanza nella responsabilità del Governo del Paese di schieramenti di segno moderato o progressista, servirebbe per avviare a soluzione la questione meridionale, perché, in uno scenario politico siffatto, forze concorrenti dovrebbero necessariamente dire nel programma di Governo, per ottenere il consenso delle masse elettorali meridionali, come intendono affrontare il problema del Sud, con quale impegno ordinario e straordinario dello Stato, con quale politica nelle Autonomie Locali. Un sistema, in definitiva, che favorisca nel nostro Paese una democrazia compiuta, serve certamente all’Italia nel suo complesso ma anche al Mezzogiorno, poiché metterebbe finalmente la questione meridionale al centro del dibattito politico. (Gazzetta del Sud - 4 dicembre 1990 - Avanti! 4 dicembre 1990)

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LA SA-RC DEVE DIVENTARE UN’AUTOSTRADA EUROPEA Le autostrade meridionali, con particolare riferimento al tronco SA-RC dell’Autosole, versano in uno stato pietoso sotto il profilo della manutenzione, ponendo gravi problemi di sicurezza per gli utenti, per come è stato, giustamente, sottolineato dalla grande stampa nazionale. Il riequilibrio tra le diverse modalità di trasporto che è esigenza obiettiva, fortemente sostenuta dai socialisti non pub e non deve significare una avversione quasi ideologica all’ammodernamento e potenziamento delinfrastruttura autostradale, soprattutto per i tronchi che pongono gravissimi problemi di sicurezza o che interessano aree che soffrono di un vero e proprio stato di isolamento economico. Questo stato di cose è inammissibile ed è assolutamente urgente porre in essere tutte le azioni idonee per far ritornare la situazione ad un soddisfacente livello di normalità, che significa porsi il problema della sicurezza e dell’omogeneità dei grandi itinerari nazionali sul piano della efficienza del servizio offerto. Per il tronco autostradale SA-RC è urgente, pertanto, predis-porre quanto necessario perché questa infrastruttura abbia garantita l’ordinaria e la straordinaria manutenzione, sia avviata immediatamente la progettazione generale per il suo ammodernamento comprensivo della terza corsia, ponendosi, infine, il problema di come mantenere la gratuità del transito assicurando, nel contempo, una gestione moderna ed efficiente, comprensiva della custodia del tracciato. Il P.S.I., a livello politico e parlamentare, intende impegnarsi con forza in questa direzione, dal momento che lo sviluppo del mezzogiorno e della Calabria non può prescindere da una forte iniziativa dello stato, a livello di intervento ordinario, nel settore delle grandi in infrastruttura. Ed è evidente, con riferimento alla Calabria che questa impostazio¬ne, oltre che per l’Autostrada del Sole, debba valere per il completa-mento e l’ammodernamento delle litoranee SS lO6 Jonica e 18 Tirrenica. Sarà, pertanto, opportuno e necessario che questa problematica venga già affrontata nell’ambito dei provvedimenti legislativi già in corso d’esame da parte del Parlamento. (Avanti! - 10 luglio 1988 - Gazzetta del Sud - 16 luglio 1988) 44


GRANDI INFRASTRUTTURE: PER LA CALABRIA NON BASTA IL PONTE SULLO STRETTO Durante la discussione, alla Camera dei Deputati, dei Disegno di Legge Speciale per la Calabria, non fu trascurata una riflessione sul ruolo delle grandi infrastrutture per lo sviluppo della Nostra Regione. In questo quadro furono affrontate le questioni della elettrificazione e del raddoppio della rete ferroviaria Jonica, della Portualità, degli Aeroporti e l’ammodernamento della SS 106 Jonica e della Autostrada SA-RC. Sono passati da allora più di tre anni; il disegno di legge speciale sulla Calabria è ancora fermo al Senato e per altre vie nulla è stato fatto per avviare un serio programma di completamento delle grandi infrastrutture Calabresi. Anzi, in questo lasso di tempo, è stato varato il terzo stralcio per l’attuazione del Piano Decennale della Viabilità di Grande Comunicazione, in cui non c’è traccia di un impegno meridionalista e, quindi, di una qualche attenzione verso i gravi problemi della Calabria. Si continua, però, a parlare di attraversamento stabile dello Stretto di Messina, per meglio collegare il territorio Nazionale Continentale alla nostra isola più grande, la Sicilia; e, grazie all’ottimo lavoro svolto dal Presidente della Società Ponte sullo Stretto Dr. Calarco, potrebbe iniziare presto il lavoro di progettazione, per cui è previsto un finanziamento di 40 miliardi nella finanziaria. Viene naturale di chiedersi: questo progetto in quale realtà delle infrastrutture meridionali viene a calarsi; in che modo si raggiungerà, per ferrovia o per autostrada, la mitica Scilla, per un agevole e veloce arrivo in Sicilia di merci e passeggeri, usufruendo del ponte sullo stretto. Ecco che ritorna di grande attualità la velocizzazione della dorsale ferrovia tirrenica e la trasformazione della autostrada SA-RC in una grande infrastruttura con caratteristiche adeguate al ruolo che essa è chiamata a svolgere. E lecito domandarsi se I’ANAS, nelle attuali condizioni di organico e finanziarie in cui versa, rimane idonea, non solo e non 45


tanto ad effettuare una efficiente manutenzione ordinaria e straordinaria, che, comunque, non riesce a fare, ma a programmare ed attuare le necessarie modifiche di tracciato e l’ammodernamento, comprensivo di tratti con tre corsie, che la SA-RC richiede, per esser adeguata alla rete autostradale europea ed al suo ruolo essenziale di grande itinerario per il collegamento con il resto del Paese di tre grandi Regioni meridionali. Si pone, quindi, con forza la necessità di una riflessione sul ruolo e sul futuro di questa grande arteria. Partendo dai confini alpini del Paese, dalla Francia alla Jugoslavia, dalla Svizzera sino a Salerno ed a Taranto, la rete autostradale italiana è di grande livello, comunque adeguata agli standards Europei e gestita, in modo egregio, attraverso l’Istituto della concessione, dalla Società Autostrade del Gruppo IRI. Non si comprende perché si insiste nel mantenere perla SA-RC la gestione diretta dell’ANAS, che certamente ha il grande merito di avere realizzato questa grande arteria, ma che palesemente non è più in grado di assicurare il suo adeguamento ai livelli di efficienza richiesti. Sorge legittimo il sospetto che sia frutto di pura demagogia continuare a mantenere una sprerequazione così netta tra il centronord ed il sud del Paese, giustificandola con lo status di percorrenza gratuita di questa autostrada. E bene, a questo punto, che ognuno si assuma le proprie responsabilità, evitando di ricorrere ad argomentazioni artificiose, per costruire alibi o per alzare cortine fumogene, al fine di non affrontare le grandi questioni del mezzogiorno; la Campania, la Calabria e la Sicilia meritano una autostrada che sia moderna, europea, custodita, assistita con sistemi di manutenzione adeguati, con un tracciato meno disagevole e pericoloso. (Gazzetta del Sud - 23 maggio 1991)

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IL COMPITO DEI SOCIALISTI IN CALABRIA DOPO IL SUCCESSO ELETTORALE DEL I990 I commenti e le analisi sul voto del 6 e 7 maggio sono pressocché unanimi nel considerare diverso il risultato elettorale al Nord ed al Sud del Paese, che si divide in due anche nella espressione del consenso elettorale. Al Nord si registra una forte avanzata delle Leghe, come risposta isterica alle inefficienze dello Stato e dei servizi pubblici che esso eroga ed all’arretratezza del sistema politico e dei partiti, sempre più distanti dalla società civile; al Sud, la gracile società meridionale si affida, secondo i principali analisti, ai partiti che si presentano con una immagine di forza, di potere e di gestione, alla D.C. ed al P.S.I.. È così anche per la Calabria? Siamo convinti che questo giudizio è estensibile alla nostra Regione, anche se ciò non è corretto nella sua globalità: sicuramente esso è veritiero per quel che concerne il consenso ottenuto dalla Democrazia Cristiana, ma lo è solo in parte per il voto socialista. Certo, anche i socialisti hanno ottenuto voti di scambio, ma il consenso forte che ha fatto del PSI il primo partito della sinistra in Calabria è il risultato della immagine di Partito autenticamente alternativo che esso ha saputo costruire nella nostra Regione in questi anni, con la sua azione politica e con le opere, che hanno fatto confluire sul simbolo del garofano gran parte del voto progressista, espressione di una Calabria onesta, laboriosa, colta, della Calabria delle professioni, dell’imprenditoria, delle università, dei cattolici popolari, dei giovani e delle donne; della Calabria che non si riconosce nella D.C., nella sua assenza di idee e di programmi, nei suoi metodi di gestione e nel suo modo di sentire e praticare la politica. E ciò è tanto vero che la Calabria è forse l’unica Regione del Paese in cui il PSI assorbe quasi per intero i consensi di quanti hanno abbandonato il Partito Comunista. Questa interpretazione del voto Calabrese, la assoluta impossibilità della ricostituzione di una Giunta di Sinistra, che non è stata premiata complessivamente dal l’elettorato perché avrebbe potuto e dovuto fare di più, il nostro giudizio sulla D.C. calabrese, ci fanno 47


comprendere quanto è difficile il compito che spetta ai socialisti, anche alla luce delle maggiori responsabilità attribuite dall’elettorato, che ha rafforzato il ruolo centrale del P.S.I. ed il suo buon diritto a rivendicare la guida dei processi di cambiamento. Ecco che si pongono una serie di questioni. In primo luogo, la Calabria, oggi più che mai, ha bisogno di un governo forte, credibile, che sappia esprimere programmi ed idee, una visione nuova della politica, che faccia recuperare alla nostra Regione prestigio e dignità di ascolto anche nel confronto, ormai ineludibile, con lo Stato. In secondo luogo, come impostare, e su quali basi, una collaborazione con la D.C., che appare necessaria alla luce del risultato elettorale. Ed ancora in che misura mantenere un rapporto politico con il Partito Comunista, pur dovendo svolgere i due partiti storici della sinistra ruoli diversi nella legislatura che ci porterà al 1995, passando per il 1992 e cioè per il Mercato Comune dell’Europa. I primi due quesiti impongono ai socialisti comportamenti rigorosi e degni del loro ruolo, la capacità di pervenire ad accordi che restituiscano la Regione ai suoi compiti istituzionali di legiferazione e di programmazione, di abbandono della perversione gestionale; la capacità cioè di pretendere che la collaborazione si instauri su un terreno nuovo che porti al rispetto dei patti, ai programmi che si attuano senza restare sulla carta; la tensione ideale per capire che questo rispetto lo si può chiedere agli altri se i socialisti, per primi, sapranno essere coerenti negli atti e nei comportamenti alle impostazioni di principio; la consapevolezza che tutto ciò non può ottenersi con il ritorno ad accordi politici che in passato hanno fallito completamente questi obiettivi, anche per la presenza di forze che hanno sostenuto la D.C. nelle sue espressioni negative, piuttosto che esaltarne le positività. Il terzo quesito per ottenere risposte positive esigerà una forte presa di coscienza dei comunisti calabresi, che devono rendersi conto che, in una democrazia moderna, si diventa partito di governo anche attraverso stagioni di esercizio di una corretta opposizione, che in Calabria va espletata non perdendo di vista un forte rapporto politico con i socialisti sui temi istituzionali, di rafforzamento della democrazia, sui temi del cambiamento e dello sviluppo, su come restituire la politica al suo ruolo di servizio, anche nell’Ammini¬strazione degli altri Enti Locali e che tutto ciò non richiede neces48


sariamente la titolarità di ruoli istituzionali nell’Ente Regione. È in questo contesto che trova una lettura corretta lo sforzo che si sta cercando di fare da parte dei dirigenti socialisti investiti delle maggiori responsabilità, di mobilitare tutte le energie disponibili nel partito per arrivare uniti e con le idee chiare ai difficili appuntamenti che sono dinanzi a noi. Per parte nostra siamo decisi a dare sino in fondo il nostro contributo, nella consapevolezza che così è e sarà anche per gli altri compagni, e nella certezza che dai dirigenti nazionali del Partito arrivino segnali di incoraggiamento per la costruzione di un forte P.S.I. calabrese, capace di autogestirsi e di essere degno del ruolo centrale attribuito dalle elettrici e dagli elettori di Calabria. (Gazzetta del Sud - 19 giugno 1990)

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NECESSITÀ DI UNA POLITICA DI PROGRAMMAZIONE IN CALABRIA Siamo certi che il Presidente Olivo e gli Amministratori Regionali appena eletti hanno coscienza dell’alto e difficile compito che loro compete: restituire la Regione Calabria, da venti anni immiserita in perversioni gestionali, al ruolo costituzionale di Ente di legiferazione e di programmazione, che lo renda degno di rappresentare le speranze ed i bisogni dei Calabresi. Non può cader dubbio, infatti, che il rapporto con il Governo del Paese in questi venti anni ha risentito negativamente della assoluta incapacità dì proposta della Regione, dovuta, in gran parte, a gravi carenze del ruolo di programmazione; ciò ha finito per favorire un cattivo utilizzo delle risorse disponibili ed ha prodotto l’immagine esterna di una Calabria incapace di far da sé per quanto di sua competenza, con la conseguente perdita della necessaria autorità di pretendere che lo Stato facesse sino in fondo il suo dovere. La Giunta Regionale, quindi, oltre a vivere da protagonista la necessaria stagione istituzionale volta alla Riforma dello Statuto della Regione e del Regolamento del Consiglio, deve avere come suo primo obiettivo quello di fare della quinta legislatura il quin¬quennio della programmazione, partendo dalla adozione del Piano Regionale di sviluppo per finire ai programmi di settore. In questo scenario, non possiamo che salutare con favore ed entusiasmo la circostanza che la Politica dell’Assetto del Territo¬rio, dell’Urbanistica e dell’Ambiente sia stata affidata ad un Socia-lista; un entusiasmo che, però, non fa scemare la consapevolezza che il compito, certamente alto, è, allo stesso tempo, arduo e difficile, dovendosi produrre in un lasso di tempo medio-breve ciò che non si è riusciti a fare in venti anni. E da tutti riconosciuto, invero, che lo sviluppo della nostra Regione, non possa prescindere da un uso corretto del suo splendi-do territorio, con una politica equilibrata che sia capace di sfrutta-re le sue enormi potenzialità e di salvaguardare e tutelare, nel contempo, le sue caratteristiche naturali ed ambientali. Ma l’obiettivo dell’equilibrio territoriale si può raggiungere con un radicale cambiamento degli indirizzi urbanistici seguiti in 50


questi venti anni che, sinteticamente, hanno ubbidito, a livello regionale, alla politica del “laissez faire”. Non c’è dubbio, infatti, che l’assalto della speculazione più selvaggia alle magnifiche coste calabresi, ai monti ed alle aree urbane è da addebitare, in primo luogo, alla assenza di un piano territoriale di coordinamento; ciò ha consentito ai comuni di programmare il proprio territorio ritenendolo idoneo a recepire tutte le destinazioni d’uso, con previsioni assurde sull’incremento degli abitanti ed in spregio alle vocazioni naturali, che si sono volute forzare al di 1à del limite di sopportabilità. Pur apprezzando le nobili ragioni che hanno spinto l’Assessore Reale a rendersi promotore della L. n° 23/90, bisogna lealmente riconoscere che la risposta a questo stato di cose non può essere semplicemente vincolistica, per cui è necessario pervenire nei tempi più brevi possibili alla approvazione della Legge Urbanistica Regionale, del Piano Territoriale di coordinamento e del Piano Paesaggistico. Ciò permetterà anche alla Regione di aumentare il suo prestigio e la sua forza contrattuale nel confronto con lo Stato nel settore delle grandi infrastrutture (autostrade, strade statali, aeroporti, porti, ferrovie, etc.) che, inserite in un quadro di programma, si potrà pretendere che siano realizzate, completamente od ammodernate al servizio di una ipotesi Regionale di sviluppo e non più sotto la spinta di interessi particolari, campanilistici o contingenti. Ci preme segnalare, infine, all’attenzione dei responsabili Regionali che porranno mano a questo grande sforzo di programmazione, di tenere nel debito conto l’esigenza di una politica di sostegno per lo sviluppo corretto e funzionale delle Aree Urbane. Le arretratezze della nostra Regione dipendono, tra l’altro, anche dai limiti delle nostre città, che non hanno saputo o potuto svolgere un ruolo di guida e di punto di riferimento trainante per lo sviluppo. Ciò si è verificato anche perché non si è riusciti ad assicurare il necessario coordinamento tra gli Enti territoriali e non, che hanno funzioni e compiti nei comprensori che costituiscono le aree urbane; noi siamo convinti che sia compito della Regione di fare in modo che questo coordinamento, sotto la guida delle città capoluogo, finalmente avvenga. In definitiva, solo attraverso una intelligente azione di program51


mazione, volta a considerare e dimensionare le vocazioni comunali e comprensoriali, tenendo conto delle prioritarie esigenze del livello Regionale, si perverrà all’obiettivo di sfruttare al meglio le enormi potenzialità del nostro territorio per il progresso della Calabria, raggiungendo un punto di giusto equilibrio tra lo sviluppo e la necessità di tutela e di salvaguardia dell’ambiente. (Gazzetta del Sud - 14 settembre 1990)

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3 POLITICA DEI TRASPORTI E DELLE GRANDI INFRASTRUTTURE


UNA NUOVA POLITICA DEI TRASPORTI PER IL NOSTRO PAESE Nel processo di evoluzione ad ogni livello, che sta interessando il Paese nel suo complesso, non c’è dubbio che la modernizzazione e l’efficienza del sistema dei trasporti, è un tema centrale da affrontare con urgenza, riprendendo, con una forte iniziativa politica, una stagione programmatica purtroppo conclusa. Ciò comporta una ripresa delle iniziative parlamentari e della stessa attività governativa nel settore, tenendo presente, da un lato, le sue implicazioni economiche, industriali, occupazionali, ambientali; dall’altro, che nel 1992, in modo traumatico, passeremo dalle dichiarazioni di buona volontà, alla concreta attuazione della Comunità Economica Europea. Ciò comporta una rilettura ed un aggiornamento del P.G.T., frutto della fantasia e della volontà politica programmatoria dei Socialisti, e, soprattutto porre in essere tutti gli atti ed i comportamenti per la sua concreta attuazione. É necessario premettere che, a nostro avviso, il nostro Paese per mettersi in linea con gli altri Paesi della Comunità Economica Europea, deve necessariamente avviare un riequilibrio tra i diversi modi di trasporto, oggi pericolosamente squilibrati a favore del modo su gomma, mentre si dovrebbe privilegiare soprattutto il trasporto ferroviario e marittimo. Su questo riteniamo ci sia convergenza unanime di posizioni. Ma l’obiettivo difficilmente sarà raggiunto sino a quando l’organiz-zazione della funzione pubblica “trasporto”, non avrà unitarietà programmatoria ed i vari soggetti competenti seguiranno ognuno una propria via non correlandosi tra loro. In altri termini, è indispensabile arrivare ad un’unica unità di comando, per ovviare all’attuale svolgimento disomogeneo e non coordinato della potestà pubblica in materia di trasporti, fra numerosi Ministeri e realtà territoriali. Sotto questo profilo l’ultimo tardivo atto propositivo del Governo Goria e cioè la istituzione del GIPET, rappresenta un passo in avanti. In prospettiva, però, non c’è dubbio che bisogna porsi il problema di accorpare tutta la competenza amministrativa del settore in un unico Ministero. 55


Il riequilibrio di cui si parlava richiede un potenziamento del modo ferroviario che oggi trasporta solo 1’11% del comparto passeggeri ed il 9% del comparto merci. Il processo di ristrutturazione funzionale delle Ferrovie dello Stato, avviato con la riforma dell’Azienda in Ente F.S. deve, pertanto, essere portato a compimento in termini di assoluta priorità ed urgenza. Bisogna riconoscere che vincoli ed atipicaità rendono estremamente difficoltoso un simile lavoro. Basti pensare che l’Ente F.S. dovrebbe essere gestito con criteri di tipo privatistico, ma le sue entrate sono per la maggior parte di provenienza pubblica, che la rete ferroviaria è solo per il 50% commerciale, che il numero dei dipendenti è molto lontano dai livelli fisiologici (14 dipendenti per km di rete al posto di 6-8). È necessario, pertanto, ridefinire i rapporti con lo Stato attraverso accordi di programma tra l’Ente F.S. e i pubblici poteri per stabilire contrattualmente i reciproci impegni; tali impegni dovranno consistere per l’Ente nel pareggio del Bilancio e nell’Equilibrio Finanziario, almeno per la parte commerciale della rete, e per lo Stato realistiche previsioni pluriennali dei trasferimenti. Ciò comporta affrontare delicati problemi quali quelli relativi alle tariffe, al personale, ai rami secchi ed agli investimenti, precisando che è giusto che lo Stato versi all’Ente quanto questo rimette nello svolgi-mento di servizi sociali. Pur ammettendo, però, che vincoli ed atipicità rendono molto difficile il processo di ristrutturazione funzionale delle ferrovie, bisogna riconoscere che questo non basta a giustificare i ritardi nell’attuazione del piano di investimenti, le inefficienze del servizio, gli sprechi che hanno caratterizzato la gestione dell’Ente F.S.. Nonostante ciò, i Socialisti ritengono che il commissariamento sia una risposta sbagliata per ovviare alle difficoltà. Appare, invece, urgente un chiarimento della Legge 210/85 istitutiva dell’Ente, per approdare a modifiche concordate che articolino diversamente competenze, funzioni e poteri dei vari organi. Non c’è dubbio, infatti, che l’attuale composizione del Consiglio di Amministrazione pletorico, politicizzato e legato ai partiti, abbia rappresentato un ostacolo alla efficienza, snellezza e capacità operativa dell’Ente. I Socialisti sono, pertanto, in un discorso complessivo di riforma della 210, favorevoli all’istituzione di un Comitato Esecutivo, mentre 56


esprimono forti perplessità su progetti che prevedano uno spezzettamento della Direzione Generale, che deve restare unica in coerenza con l’impostazione di mantenere in una sola azienda il grande corpo della produzione. Stiamo, comunque, preparando una proposta di modifica della 210, per offrire un nostro contributo alla discussione ed al confronto che, certamente, vedrà impegnate prossimamente in Parlamento le forze politiche. La portualità è un altro tema centrale della politica dei trasporti, con una spiccata valenza comunitaria. Nel Piano Generale dei Trasporti è contenuta la intuizione di recuperare alla logica di sistema portuale la ormai asfittica realtà gestionale dei vari porti in una visione che consideri il porto non come terminale del flusso di traffico, ma come punto di transito. Questa impostazione va ripresa in termini attuativi, inserendo i porti in un discorso di intermodalità. Insieme a ciò, non c’è dubbio, inoltre, che nelle strategie di politica industriale del settore, nuovo impulso va dato alla cantieristica, se realmente si vuole riequilibrare il sistema dei trasporti, attraverso un potenziamento del modo marittimo. L’impostazione che tende ad un necessario riequilibrio tra le varie modalità di trasporto, non deve significare, però, una opposizione quasi ideologica a qualsiasi investimento finalizzato ad un miglioramento delle infrastrutture autostradali. Dove esistono situazioni di isolamento economico o quando le attuali infrastrutture non garantiscono sufficienti margini di sicurezza e funzionalità, non può cadere dub bio che le infrastrutture autostradali vanno ammodernate e potenziate. Inoltre, se la dominanza del trasporto su gomma nel settore delle merci è in sé un fattore negativo, ancora più grave è l’assenza di un assetto organico ed imprenditoriale nel mondo dell’autotrasporto, di operatori che garantiscano tutto l’itinerario del trasporto merci, e la indisponibilità degli autotrasportatori verso l’intermodalità. Occorre, pertanto, con urgenza affrontare e risolvere detti problemi. L’attuazione della Comunità Economica Europea impone di affrontare la questione dei valichi e degli scali aereo-portuali. Il nostro Paese è costretto a vivere, in realtà, più in un sistema insulare che continentale, in quanto i valichi impongono passaggi obbligati, sempre più carichi di flussi di traffico. 57


Ciò comporta, a nostro avviso, nel breve e nel medio periodo la creazione di nuovi valichi. Per gli scali aereo-portuali, oltre a completare gli interventi in corso per gli aeroporti di Fiumicino e Malpensa che diventeranno così due importanti realtà intercontinentali, vanno potenziati anche gli altri scali con spiccata funzione internazionale, in grado di creare nuovi bacini d’utenza. La politica della Città e dei servizi pubblici al suo interno è un altro tema nodale dell’assetto trasportistico italiano. Negli ultimi 30 anni, infatti, le Città, sono diventate sedi della produttività del Paese, sedi del terziario banale ed avanzato, le Città sono diventate cioè sedi di aggregazione delle convenienze. Qui più che altrove si riscontra la totale assenza di integrazione tra i vari modo di trasporto, tra reti delle Ferrovie dello Stato e delle Ferrovie Concesse, tra reti ferroviarie e rete urbana su gomma. Le stazioni sono quasi sempre prive di aree di parcheggio e mancano le aree attrezzate a servizio dei nodi di interscambio modale. Occorre, pertanto, seguendo le indicazioni del P.G.T. in gran parte inattuate, definire per ogni singola area urbana i “Progetti Integrati”, strumenti di programmazione lungimirante, per risolvere i problemi di responsabilità e di coordinamento tra le varie autorità preposte ai tanti modi di trasporto presenti sul territorio. Quel tanto di miglioramento nella funzionalità dei servizi di trasporto che si è registrato in questi anni, ha interessato solo le aree set-tentrionali del nostro Paese. In prospettiva non può non notarsi che il progetto ad Alta Velocità delle F.S. si ferma a Battipaglia, che la linea ferroviaria jonica è assolutamente arretrata con un solo binario e non elettrificata, che l’Autostrada Adriatica si ferma a Taranto, che il Tronco Autostradale SA-RC è in uno stato di totale abbandono, di insufficienza e pericolosità. Esiste, insomma, anche nel settore dei trasporti una questione meridionale, di cui le forze riformiste si debbono far carico, per cui il ritorno alla programmazione ed alla progettualità avviato dai Socialisti nel comparto, deve rappresentare un momento di riequilibrio territoriale del Paese e non un’ulteriore tappa per accentuare il divario tra Nord e Sud. (Avanti! - 8 giugno 1988) 58


UNA POLITICA PER IL CABOTAGGIO PROSPETTIVE PER IL PORTO DI GIOIA TAURO È stato presentato dal Governo un disegno di legge sul Cabotaggio, che è stato assegnato in prima lettura alla Camera dei Deputati, Commissione Trasporti, in sede legislativa. Si tratta di un provvedimento importante, che può facilitare un riequilibrio fra le varie modalità del trasporto, in favore del modo marittimo, che indubbiamente va potenziato insieme a quello ferroviario per raggiungere l’obiettivo del riequilibrio di cui si diceva. È importante che dopo tanti studi e convegni si addivenga ad una fase operativa, intervenendo per rimuovere le cause che hanno impedito lo sviluppo del Cabotaggio, che produrrebbe una positiva conseguenza per l’economia nazionale e, in particolare, per quella meridionale, riducendo in maniera significativa i costi sociali conseguenti alla saturazione del traffico stradale ed autostradale. Esprimiamo, pertanto, la nostra piena adesione alle finalità della legge ed il nostro impegno per una sua rapida approvazione, ma anche l’esigenza di necessari chiarimenti ed approfondimenti capaci di rendere l’articolato pienamente rispondente agli scopi enunciati. Ci sembra estremamente importante la parte della legge che tende a rimuovere i tanti lacci e lacciuoli che rendono oggi antieconomico il trasporto via mare; in particolare, siamo d’accordo sugli orari di apertura dei porti, la cui attività deve essere garantita per tutto l’arco delle 24 ore in relazione al traffico; sull’abolizione dei controlli doganali per le merci nazionali e nazionalizzate, fermo restando il diritto per le dogane di effettuare i controlli ritenuti opportuni; sulla semplificazione ed omogeneizzazione delle tariffe ed infine sull’adattamento del lavoro portuale alle necessità di questo particolare tipo di traffico. Perplessità dobbiamo esprimerle, invece, su due aspetti del disegno di legge: in primo luogo su come viene affrontato il problema degli articoli 108/110 del Codice della navigazione. Non siamo pregiudizialmente contrari ad esaminare l’argomento, ma data la sua rilevanza riteniamo che debba essere affr ontato nel quadro della legge sui sistemi portuali. Si tratta, infatti, di 59


considerare globalmente il problema dell’efficienza e della produttività nei porti, eliminando tutte le strutture burocratiche monopolistiche oggi esistenti, sostituendole con strutture imprenditoriali. Il problema riguarda allora i CAP, le Aziende Mezzi Meccanici e non solo le Compagnie portuali. Toccare solo un aspetto, senza nemmeno indicare quali soluzioni si propongono in alternativa, è una strada non percorribile e sbagliata. Il secondo punto che ci lascia perplessi è quello della concessione di aree portuali ad alcuni armatori. Il cabotaggio non può interessare i soli vettori marittimi ma esaltare viceversa il processo di intermodalità e permettere lo sviluppo di aziende capaci di gestire il traffico con itinerario completo; con la scelta di attribuire spazi ai singoli armatori si privilegia l’esistente rispetto alla necessità di stimolare il nuovo. Un’ultima considerazione deve riguardare il Mezzogiorno. Lo sviluppo del cabotaggio può trovare nel nord strutture e aziende capaci autonomamente di sviluppare questo traffico, nel sud occorre invece uno sforzo programmato per permettere alle imprese armatoriali ed alle imprese autotrasportistiche di essere in grado di partecipare attivamente a questa attività. Concludendo un discorso sul Mezzogiorno in relazione allo sviluppo del cabotaggio non pub non parlarsi dei Porto di Gioia Tauro, oggi inutilizzato. A nostro modesto avviso questa infrastruttura portuale, per la cui realizzazione lo Stato ha speso ingenti capitali, potrebbe essere un naturale punto di approdo per il cabotaggio ed anche per l’attività del traffico giramondo. E una ipotesi che va valutata attentamente e su cui sarà necessario un confronto con tutti i soggetti istituzionalmente competenti. (Avanti! - 15 agosto 1988)

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LA VENDITA DEI BENI IMMOBILI DELLO STATO AL SERVIZIO DELLA RINASCITA DELLE NOSTRE CITTÀ L’Italia Repubblicana si è distinta, almeno sinora, per la sua schizofrenia normativa nella produzione di leggi in materia Urbanistica e dell’Assetto del Territorio e nel delicato settore degli Appalti. Questa tendenza negativa è destinata, purtroppo, a continuare. Nel disegno di legge sul regime dei suoli, si affronta, infatti, l’annoso problema degli espropri, ma si rinuncia ad inserire tale questione in una legge organica sull’urbanistica, che non si ha alcuna intenzione di fare; parimenti, ogni provvedimento che finanzia un programma di lavori pubblici prevede il suo particolare sistema di affidamenti, ma si evita con cura di porsi il problema di una legge fondamentale sugli appalti, che metta con organicità la parola fine ad uno dei problemi più scottanti che ha la pubblica amministrazione e cioè le procedure per pervenire alla scelta del contraente. Questo “patrimonio” normativo accumulato all’insegna del con-tingente sta per arricchirsi di una nuova gemma, che sotto il titolo altisonante di “Disposizioni sulla gestione produttiva dei beni immobili dello Stato”, consiste, in realtà, in un provvedimento legislativo, già approvato al Senato, che permetterà allo Stato di vendere i suoi Beni immobili, per motivi di bilancio; un provvedimento, quindi, che trova la sua ragione d’essere nella manovra finanziaria del Governo e non viceversa, nella esigenza di una migliore utilizzazione del patrimonio immobiliare della Pubblica Amministrazione. Volendo per ragioni di brevità prescindere da una analisi e da una critica sulle procedure e sulle modalità stabilite dal provvedimento per individuare i beni immobili da alienare ed il loro valore, in questa sede ci limitiamo ad un’analisi sui riflessi di natura urbanistica del disegno di legge. L’articolo 5 del testo già approvato dal Senato ed attualmente all’esame dell’VIII Commissione Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici della Camera dei Deputati, stabilisce: 1. che il Ministro delle Finanze trasmette ai Comuni, nel cui territorio insistono, l’elenco e la descrizione dei beni da cede 61


re, per favorire la loro piena valorizzazione o per le necessarie modifiche di volumetria e di destinazione d’uso, ove sia prevista una diversa utilizzazione; 2. che il Comune provvede, entro quattro mesi dalla comunicazione, ad adottare una o più varianti per modificare volumetrie e destinazioni d’uso degli immobili da cedersi adeguandole alle necessità ministeriali, con deliberazione immediatamente esecutiva; 3. che, ove il Comune non provvede ad adottare le varianti richieste, queste debbono esser deliberate dalla Regione competente ed, in caso di inerzia di quest’ultima, dal Ministro dei Lavori Pubblici con proprio decreto; 4. che i Comuni solerti, che eviteranno al Ministro dei Lavori Pubblici il “fastidio” di emettere un decreto che approva le varianti, saranno premiati con parte del denaro ricavato dalla vendita degli immobili o con la cessione gratuita di una quota dell’area da cedersi. Di fronte a provvedimenti in così palese contrasto con la Costituzione, che contengono previsioni normative in grado di assestare un colpo mortale all’assetto urbanistico delle nostre martoriate città, c’è da restare attoniti ed allibiti. Ed, infatti, se il provvedimento venisse licenziato dalla Camera dei Deputati nel testo approvato dal Senato, verrebbe leso in modo gravissimo il Potere dei Comuni, garantito dalla Carta Costituzionale, di programmare lo sviluppo del proprio territorio; ed, inoltre, si perderebbe una delle ultime possibilità di intervenire in modo incisivo sul tessuto urbano delle nostre città, per migliorare la loro vivibilità complessiva ed i servizi offerti ai cittadini e per colmare i limiti, le carenze e le disfunzioni di cui soffrono interi quartieri, sorti sotto la spinta della rendita fondiaria e della speculazione edilizia e non certo con l’obiettivo di avere un alto tasso di qualità urbana. E, pertanto, molto importante che i comuni non vengano costretti ad adottare varianti forzose per venire incontro ad esigenze finanziarie dello Stato, che, pur di tentare un riequilibrio del bilancio, si comporta da speculatore edilizio. E, invece, necessario che si colga l’occasione di una migliore utilizzazione degli immobili di proprietà dello Stato, per stimolare i Comuni ad una riflessione sui problemi urbanistici e dei servizi 62


delle loro comunità, che sia indirizzata a recuperare, anche se in parte, i guasti che sono stati prodotti nelle nostre città negli ultimi decenni. Per arrivare a questo risultato si dovrà ragionare avendo lo scopo di privilegiare la funzione che il bene immobile deve svolgere nel tessuto urbano di cui fa parte, rispetto alla esigenza di ricavare dalla sua vendita il più alto beneficio economico. Un’impostazione di questo tipo impone che si ricorra ad una procedura che permetta al Comune, nel rispetto della Costituzione, di decidere liberamente la destinazione d’uso e la volumetria del bene che l’Amministrazione finanziaria ha deciso di cedere e, successivamente, che consenta allo Stato di stabilire il prezzo di vendita del bene stesso, sulla base delle determinazioni urbanistiche Comunali. (Il Sole 24 ore - 26 giugno 1991)

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NECESSITÀ DI UNA NUOVA LEGGE URBANISTICA NEL NOSTRO PAESE È all’esame della Camera dei Deputati il disegno di legge sul “Regime Giuridico dei Suoli”, già approvato dal Senato. Sarebbe un’occasione da non perdere per un confronto serrato sull’assetto del territorio nel nostro Paese e per varare finalmente in Italia la riforma urbanistica; da quanto si evince leggendo il testo del Senato ed i verbali della Commissione Ambiente della Camera, sembra che così non sarà, in quanto appare prevalente l’indirizzo di limitare l’efficacia del provvedimento al problema degli espropri, che è questione, per la verità, di grande importanza, anche se la sua regolamentazione per essere incisiva va necessariamente legata ed inserita in un contesto più generale con valenza urbanistica. L’Italia in tanti secoli di storia è stata in grado di regalare all’umanità le più belle città del mondo, le meglio impostate in termini urbanistici, le più ricche di tesori d’arte, le più attrezzate nell’offrire un modello di comunità urbana, con il più alto tasso di qualità della vita. Ma questo giudizio vale, al più, sino agli anni quaranta di questo secolo, e non pub essere esteso all’ultimo cinquantennio, durante il quale abbiamo fatto di tutto per sciupare le cose eccezionali realizzate in precedenza costruendo pezzi di città tra i più brutti del mondo, non funzionali, senza servizi, privi di identità e di memoria storica, immense, spettrali e degradate periferie urbane; un fenomeno che ha interessato ed interessa ancora l’intero territorio Nazionale, dalle Alpi alla Sicilia, che per la sua omogeneità, diffusione e violenza deve quantomeno farci chiedere il perché di tutto questo. Una domanda che se avesse avuto una giusta risposta legislativa negli anni sessanta, avrebbe evitato lo sfascio urbanistico , le Città invivibili e la cementificazione del territorio dell’ultimo trentennio. In termini politici e giuridici la diagnosi corretta porta alla conclusione che l’Italia della Repubblica non ha saputo, con le sue leggi, determinare ciò in cui erano riusciti, certo con l’arbitro tipico dei regimi autoritari, gli Stati Italiani in epoche storiche preceden64


ti, dall’età dei Comuni al Fascismo: l’indifferenza dei proprietari rispetto alla destinazione d’uso dei suoli, che consiste nel riconoscere al terreno un valore oggettivo ed intrinseco non influenzabile dalla sua prevista utilizzazione edilizia. Ecco perché la ricerca del sistema urbano migliore e più funzionante ha prodotto in epoche passate progetti di Città poi realizzati ed, invece, nel nostro tempo, Piani Urbanistici sempre rimasti sulla carta, mai attuati. Il nodo non sciolto rimane la titolarità del diritto ad edificare, che nella legislazione vigente rimane conglobato nel diritto di proprietà, per cui il valore di questa viene ad essere fortemente influenzato dalla destinazione d’uso del terreno. Ciò rende, di fatto, velleitari gli atti di programmazione degli Enti Locali, poiché il Comune non è in possesso di strumenti per costringere il proprietario che resiste ad attuare le previsioni degli strumenti urbanistici. A questo stato di cose si è cercato di ovviare, in modo incisivo, con la proposta di legge urbanistica Sullo, negli anni sessanta; ma il tentativo non solo falli, ma fu addirittura una delle cause che determinarono quelle fortissime resistenze, legittime e non, al processo di cambiamento avviato dal primo Centro Sinistra, resistenze che immediatamente ne affievolirono la spinta riformatrice. Né può essere considerata sufficiente la soluzione adottata con la legge Bucalossi del 1977, che introduce nell’ordinamento l’Istituto della Concessione Edilizia, che, però, a ben vedere non è altro che una autorizzazione onerosa, un vero e proprio “mostro giuridico”, dal momento che il diritto ad edificare rimane nella titolarità del proprietario del suolo, per cui, in definitiva, il Comune non concede assolutamente nulla ed il nome dell’istituto serve solo a giustificare il pagamento degli oneri di urbanizzazione e del costo di costruzione. Rimane, perciò, di attualità l’esigenza di separare il diritto ad edificare dal diritto di proprietà, attribuendo la titolarità del primo ai Comuni, che potranno concederne lo sfruttamento edilizio al proprietario del suolo, dietro pagamento di oneri di urbanizzazione e di un adeguato costo di costruzione, sanzionando con l’esproprio la non attuazione, entro un termine stabilito, delle previsioni contenute nel Piano Regolatore Generale e nei Piani Esecutivi. 65


E non c’è dubbio che in uno scenario di questo tipo lo strumento dell’esproprio diventerebbe utile ed efficace per impostare una politica di assetto del territorio mirante a tutelare l’ambiente, da un lato, ed a costruire Città armoniche, vivibili e con un alto tasso di qualità della vita, dall’altro. Si avrebbero, infatti, due conseguenze positive: in primo luogo, sarebbe sopportabile il costo finanziario degli espropri, in quanto l’indennità verrebbe ad essere commisurata al valore oggettivo ed intrinseco del terreno, divenendo ininfluente la sua destinazione d’uso; in secondo luogo, il Comune potrebbe assegnare in diritto di superficie i suoli colpiti da esproprio per inerzia del proprietario, a terzi disponibili ad attuare le previsioni di piano. Ci rendiamo conto che la strada suggerita è ardua e difficile, per le fortissime opposizioni che incontrerebbe negli ambienti che in questi decenni si sono arricchiti, oltre ogni misura, grazie alla rendita fondiaria ed alla speculazione edilizia. È questo, però, l’unico sbocco politico-legislativo in grado di consentire all’Italia di recuperare il tempo perduto, mettendosi al passo con gli altri Paesi moderni ed avanzati dell’Europa nella Gestione del Territorio, e di riprendere il luminoso cammino percorso dalla sua cultura urbana per tanti secoli, che si è interrotto con l’avvento della Repubblica. (Gazzetta del Sud - 24 febbraio 1991)

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ENTE F.S.: NECESSITÀ DI UN RILANCIO ALL’INSEGNA DELLA EFFICIENZA E DELLA FUNZIONALITÀ Suscitano molta meraviglia le reazioni irate di alcuni settori politici e giornalistici alla presa di posizione del P.S.I. per il cambiamento dei vertici delle F.S., dopo l’approvazione del Piano di Risanamento da parte del Consiglio di Amministrazione dell’Ente, accolto, del resto, molto criticamente dal sindacato e da esponenti politici. Approfittando di queste polemiche i soliti campioni di antisocialismo hanno cercato anche di mettere sotto accusa la gestione socialista del Ministero dei Trasporti, dimenticando che quella fu indubbiamente una stagione, purtroppo conclusa, di ricchezza programmatica, culminata con il varo del P.G.T. e con la trasformazione dell’Azienda in Ente F.S., una stagione in cui si pose con forza il problema, ancora attuale, della istituzione di un’unica unità di comando nel settore. E da molto tempo, invero, che abbiamo posto all’attenzione del Paese e delle altre forze politiche la centralità della questione ferroviaria, dal momento che una seria politica trasportistica che miri al riequilibrio tra le varie modalità di trasporto del nostro Paese ed a presentare in modo decente l’Italia all’appuntamento del 1992, non può prescindere dal potenziamento, dall’ammodernamento e dalla efficienza del sistema ferroviario. Non è forse inutile, pertanto, riassumere quanto da noi sostenuto e denunciato in passato, al fine di evidenziare ai nostri immemori critici come l’attuale posizione dei Socialisti sulle ferrovie non rappresenti un pretesto per inserire elementi di conflittualità tra i partiti che compongono la maggioranza parlamentare, ma viceversa la logica e prevedibile conclusione ai nostri pressanti e seri appelli a cambiare direzione di marcia, purtroppo rimasti inascoltati. Che il processo di ristrutturazione funzionale delle Ferrovie fosse estremamente difficoltoso e che un simile lavoro fosse aggravato da vincoli ed atipicità è stato sempre da noi riconosciuto; le questioni relative alla rete gestita dall’Ente, che è commerciale solo per il 50%, ai servizi sociali offerti a prezzi non renumerativi, alle tariffe inadeguate, al numero dei dipendenti che è lontano dai 67


livelli fisiologici, vanno affrontate e risolte, in parte, attraverso decisioni governative, per farne oggetto di un accordo di programma tra lo Stato e l’Ente, ed in parte con determinazioni autonome degli organi decisionali dell’Ente. Sta di fatto che il piano di risanamento approvato dal Consiglio di Amministrazione tenta di sciogliere alcuni di questi nodi con determinazioni semplicistiche o traumatiche: la proposta di riduzione del personale di 40 mila unità entro 111993 non chiarisce quali effetti si produrrebbero sul servizio pubblico, non preoccupandosi, inoltre, di ricercare un’intesa con il sindacato, intesa possibile tenendo presente il rilevante numero degli inidonei e degli anziani; il proposito di trasferire alle Regioni 3.000 km di linee di interesse locale, non tiene conto delle capacità gestionali delle Regioni in un settore così delicato, senza considerare che anche per questa parte di potrebbe seguire la strada degli accordi di programma, essendo giustissimo che su una stessa linea non ci sia sovrapposizione tra servizio ferroviario e servizio automobilistico su concessione Regionale. Emerge, inoltre, una diversità di impostazione per quanto concerne il piano degli investimenti circa gli obiettivi prioritari da raggiungere. Assolutamente fuorviante è ridurre la questione ad un contrasto tra i fautori e gli oppositori del progetto Alta Velocità: il problema vero, in vista del 1992, è quello di ammodernare, potenziare e velocizzare, sia per il settore passeggeri che per quello merci, l’attuale rete principale, è in questa direzione che vanno concentrati i finanziamenti e gli sforzi gestionali, dal momento che, non sempre sono sufficienti i mezzi finanziari per risolvere i problemi, come dimostra la ridottissima capacità di spesa dell’Ente. Non si tratta, pertanto, di essere contrariai progetto Alta Velocità, per realizzare il quale si possono percorrere altre strade, in particolare coinvolgendo l’imprenditoria nazionale, ma si tratta, viceversa, di indirizzare risorse ed energie per centrare, nei tempi stretti a disposizione, gli obiettivi possibili. I vincoli e le atipicità segnalate, affrontati, oltretutto, per come si diceva, in modo semplicistico e non lineare, non giustificano; però, i ritardi nell’attuazione del piano di investimenti, la limitata capacità di spesa dell’Ente, le inefficienze del servizio, gli sprechi. Se si procedesse, infatti, ad un’analisi rigorosa sulle cause che hanno determinato i 16.000 miliardi di disavanzo, si scoprirebbe 68


che insieme ai vincoli ben noti hanno contribuito a determinare il deficit difetti di gestione che forse non è esagerato definire poco oculata; senza contare che insieme al danno del disavanzo finanziario, le F.S. offrono all’utenza anche la beffa di un servizio scadente ed inadeguato. Non bastano queste considerazioni che sono di opinione comune, per giustificare delle decisioni governative che insieme alla eliminazione dei vincoli e delle atipicità da tutti riconosciuti, siano anche caratterizzate da una azione di rinnovamento e cambiamento dei vertici dell’Ente, responsabili di questo stato di cose? Certo è opportuno e necessario procedere ad una rivisitazione della 210/85 che articoli diversamente i poteri e le competenze tra i vari organi dell’Ente, istituendo un Comitato Esecutivo, in modo da favorire un recupero di efficienza e funzionalità, attraverso decisioni rapide ed oggettivamente valide, ed attraverso una struttura organizzativa capace di attuare nei tempi programmati le decisioni prese. Ma, di grazia, se l’attuale Consiglio di amministrazione, certamente pletorico, non ha funzionato a dovere, come non intravedere limiti di direzione e di coordinamento in chi aveva la responsabilità di presiederlo? I socialisti, a differenza di altri, non fanno questioni di tessere o personali, ma pongono un problema di efficienza nell’interesse del Paese e degli utenti, ben consapevoli che un reale cambiamento di marcia nella gestione delle F.S. deve necessariamente passare attraverso la scelta di dirigenti inattaccabili sotto il profilo della competenza e della professionalità. Non possiamo non far notare, infine, che le F.S. non sono proprietà privata di nessuno, ma appartengono allo Stato, che assume le proprie decisioni, nel nostro sistema, attraverso le maggioranze parlamentari e che una componente essenziale dell’attuale maggioranza non ripone la propria fiducia nei vertici dell’Ente. Al Governo, pertanto, le opportune irrimandabili decisioni. (Avanti! - 6 settembre 1988)

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4 NECESSITÀ DELL’ALTERNATIVA PER RIFORMARE LE ISTITUZIONI ED IL SISTEMA POLITICO


QUALE IMPEGNO PER LA CALABRIA? Il risultato elettorale che ha premiato il P.S.I. nel paese, per le indubbie capacità di governo dimostrate negli ultimi anni, e per le prospettive di cambiamento che esso avanza, è stato positivo per i socialisti anche in Calabria, grazie certamente all’impegno di tutto il gruppo dirigente e dei militanti del partito, ma anche per il consenso che si riscontra nella società Calabrese intorno alla Munta di sinistra a guida socialista, che ha avviato con impegno una grande opera di rinnovamento nella nostra Regione, pur tra mille difficoltà e resistenze e, spesso, senza gli opportuni, necessari e preventivati sostegni. Il successo, poi, è stato netto e chiaro in provincia di Cosenza avendo avuto il partito la capacità di unire all’impegno delle sue strutture ed al buon governo una forte rappresentatività dell’idea di rinnovamento. Il dato elettorale, però, se da un lato, dopo tante delusioni ed amarezze, esalta il ruolo del P.S.I. nel paese, dall’altro assegna ai socialisti compiti non facili e grandissime responsabilità. Non è certamente agevole, infatti, esser ad un tempo partito di governo e forza politica a cui guardano strati sempre più larghi ed emergenti della società che aspirano ad un effettivo cambiamento, ritenendo i socialisti il nucleo centrale di una auspicabile grande forza politica di progresso, la cui costruzione darebbe un grande contributo di maturazione e di compiutezza alla nostra democrazia, fin qui bloccata da egemonie ed immobilismi. Questo compito che è delicato e difficile nel paese e che richiederà un’azione politica, che ad un tempo, sappia assicurare la governabilità di tutte le questioni contingenti e la capacità del partito di rappresentare le spinte più moderne, innovative ed avanzate della società, i nuovi bisogni ed i nuovi diritti, come l’esigenza di superamento di mali antichi e cancerosi, non è per nulla semplice in Calabria, in una Regione cioè, che prima di guardare avanti, ovvero insieme al guardare avanti, deve recuperare nel più breve tempo possibile le-’occasioni perdurate, per sua o per altrui responsabilità. Questo recupero è possibile a condizione che da parte della classe dirigente calabrese, ed in un primo luogo dei socialisti, si 73


abbia la capacità di svolgere in Calabria un’azione politica in grado di sfruttare al meglio le grandi potenzialità della Regione, utilizzando i nuovi soggetti, le professionalità che ci sono, un’imprenditoria seria, attiva e moderna in formazione, le forze della cultura e delle Università, attivando procedure, metodologie e sistemi di governo che mirino ad una migliore e possibile funzionalità dei nostri Enti Locali, iniziando dalla Regione come si sta cercando di fare. ‘Ma creare le condizioni per l’affermarsi della cultura del far dà se a tutti i livelli, evidentemente non basta se, come classe dirigente Calabrese, non avremo la capacità di creare condizioni politiche, che a livello centrale, facciano emergere una grande solidarietà nazionale sulla questione del Mezzogiorno e della Calabria, da considerare come nodo centrale dell’intero paese. Solidarietà che oggi la nazione, ormai risanata, più forte e più ricca pub indubbiamente permettersi, con spirito egualitario e perequativo, nella convinzione che la maggiore ricchezza conseguita va redistribuita non solo a livello sociale, ma anche in senso geografico. Se questi sono i compiti a cui siamo chiamati, sarà necessario un forte e serio impegno dei partiti, dei sindacati, delle categorie produttive, degli Enti Locali e delle rappresentanze parlamentari, per partorire iniziative politiche adeguate ed, intanto, per centrare con sollecitudine il primo obiettivo sul tappeto, e cioè l’approvazione della legge Calabria. All’indomani delle elezioni, però dobbiamo constatare con meraviglia ed amarezza, sulla base delle prese di posizione di alcuni partiti odi singoli esponenti politici, che in Calabria non ci si vuole muovere in questa direzione e ci si attarda a seguire vecchie logiche di contrapposizione e di rissa tra i partiti ed all’interno di essi, invece di avviare un sereno e serrato confronto sulle cose da fare e sulle iniziative da prendere, sia pure nel rispetto dei ruoli e partendo dalle varie posizioni politiche assunte. E un modo di procedere vecchio è superato, sul quale non possiamo esser d’accordo, perché esso ritarda l’avvio del processo di formazione della cultura del far da sé di cui si parlava, immobilizza, spesso, strumentalmente, l’azione degli Enti Locali (per criticare, poi, la presunta inerzia), e presenta a Roma un’immagine distorta della Regione, di perenne litigiosità ed incapacità della 74


sua classe dirigente, che, piuttosto che stimolare, allontana il formarsi di quella solidarietà Nazionale intorno ai nostri problemi, pur necessaria ed imprescindibile. Negli anni scorsi un po’ tutti i dirigenti dei vari partiti e, purtroppo, anche del P.S.I., invece di segnalare con forza ai rispettivi dirigenti Nazionali l’esplosività della situazione Calabrese, i ritardi le le emergenze della nostra Regione, l’interesse del Paese nel suo complesso alla loro risoluzione, hanno spesso sprecato le occasioni di confronto per ricercare protezioni Romane in relazione alle risse ed alle beghe locali, che alla fine creano nei vertici nazionali dei partiti disinteresse, se non fastidio e, comunque, disimpegno rispetto ai problemi reali della Calabria. Per la parte che ci compete, con umiltà ma con fermezza abbiamo la volontà di interpretare il mandato ricevuto cercando di dare contributi per aggregare i nuovi soggetti, espressione della parte migliore ed emergente della società Calabrese, intorno ad un progetto di sviluppo che preveda l’utilizzo di tutte le potenzialità della Regione e per presentare a Roma un’immagine nuova della Calabria e della sua Classe dirigente che agevoli le testimonianze di solidarietà Nazionale. Ed è confortante poter affermare che questi nostri convincimenti, con riferimento al P.S.I., sono stati incoraggiati dai dirigenti Nazionali ed in prima persona dal Segretario On. Craxi, che ha manifestato grande attenzione e volontà di impegno verso i problemi della Calabria, partendo dall’emergenza occupazionale. Il grande consenso ricevuto, agevolato da condizioni favorevoli e da altrui inadempienze, ma certamente determinato da una grande ansia di rinnovamento dell’elettorato, e dalla speranza, stimolata dai nostri impegni passati, del riaffermarsi del primato della politica al servizio dei problemi, ci pone nelle condizioni di non rispondere alle contumelie ed agli insulti, ma di continuare a svolgere un ruolo politico con uno stile caratterizzato da concretezza, da serenità, da impegno per la risoluzione dei problemi, pro-muovendo con spirito democratico il confronto per ricercare le necessarie convergenze. (Gazzetta del Sud - luglio 1987)

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È GIUNTO IL TEMPO DELLE STRATEGIE Volendo analizzare con serenità ed obiettività Il risultato elettorale del 18 giugno non pub non rilevarsi che esso è ricco di novità che devono indurre ad un’attenta ed approfondita riflessione i socialisti italiani; una riflessione che richiede la partecipazione ed uno sforzo analitico possibilmente di tutto il partito. Volendo procedere in questo modo, deve ammettersi che il risultato elettorale dei P.S.I. non è soddisfacente avendo fatto registrare un modesto avanzamento pari allo 0,5% rispetto alle elezioni politiche, determinato principalmente dal voto delle regioni meridionali, che tenendo necessariamente conto del contributo, per quanto eseguo, dell’U.D.S., induce a pensare ad una vera e propria battuta d’arresto dell’onda lunga , che aveva caratterizzato le prestazioni elettorali del P.S.I. negli ultimi anni. Questo risultato non pub non preoccuparci, tanto più se si riflette che esso si è verificato in uno scenario che vede la D.C. perdere terreno, i laici sconfitti, una forte resistenza del P.S.D.I., una buona tenuta Comunista rispetto alle previsioni, con una crescita addirittura sulle politiche, ed un indubbio successo delle liste Verdi. Mentre i fatti cinesi ci confermano la sconfitta del comunismo storico, e l’elettorato italiano si pronuncia chiaramente dicendo che nonostante questo non sono venute meno le ragioni per una battaglia di progresso per introdurre elementi di uguaglianza nei sistemi politici retti da istituzioni democratiche, assegnando complessivamente alta sinistra la maggioranza assoluta, i socialisti vedono ridimensionare le loro ambizioni raccogliendo molto poco di questa grande spinta per il cambiamento. Perché tutto questo? Certamente sul risultato non esaltante del P.S.I. hanno influito vari fattori: l’incapacità del Governo De Mita di attuare il programma concordato, i contrasti con il Sindacato sullo sciopero generale, la posizione ondeggiante sui provvedimenti del Governo, le smentite ai Ministri socialisti, l’isolamento politico degli ultimi mesi derivante dai pessimi rapporti con i partiti laici e della sinistra, una campagna elettorale impostata sul presidenzialismo, senza precisare in quale assetto complessivo delle istituzioni questa 76


proposta si calasse, e sulla punibilità dei tossicodipendenti, che indubbiamente hanno favorito la campagna strumentale degli avversari nel presentare un’immagine autoritaria del P.S.I., una crisi di Governo, giusta nella sostanza, ma aperta con modi e forme che hanno intaccato il ruolo del P.S.I. , come partito della governabilità; ma la ragione fondamentale e decisiva del mancato successo consiste, a mio modesto avviso, nel fatto che non si regge a lungo su una posizione che vuole essere ed è progressista e di cambiamento nelle enunciazioni verbali e di principio, ma che costringe di fatto il P.S.I. a praticare una politica di segno moderato. L’anomalia italiana di una democrazia incompiuta e zoppa, senza ricambio e possibilità di alternativa, è diventata ormai la spina nel fianco delle ambizioni dei socialisti italiani, li porta fuori campo, costringendoli a fare una politica che non compete ai riformisti ma ad altre forze politiche. Non può cader in dubbio che il Paese ha bisogno di essere governato e che i socialisti occupano una posizione delicata che li costringe ad assicurare la governabilità; e del resto non possono tacersi le responsabilità storiche dei comunisti italiani, che con il loro attardarsi su una posizione conservatrice di segno leninista, accompagnata da una lentissima evoluzione all’insegna del continuismo, hanno favorito l’immutabilità dei sistema politico italiano, avendo perseguito una politica consociativa e compromissoria per colmare una riconosciuta delegittimazione democratica. Ma oggi sono i socialisti a correre gravi rischi di vedere svilita la loro spinta riformista in una pratica politica che è di neoconsociazione, dal momento che costringe una forza autenticamente riformista e di sinistra democratica a dar vita a governi di coalizione con i partiti del fronte moderato. Ed allora che fare? Intanto vanno analizzate con serenità ed obiettività le novità che arrivano da casa comunista. Il P.C.I. non più comunista, si dice democratico, riformista, europeo e socialista. Al di là delle questioni formali, quali quella del cambiamento del nome, che è questione che pure esiste e va affrontata dal nuovo gruppo dirigente comunista, io penso che il buon risultato elettorale deve essere visto da Occhetto come un incoraggiamento a proseguire sulla strada della revisione, che deve portare a recidere, pur senza abiure che non è corretto chiedere, ogni legame con un 77


passato che serve poco per attribuire al P.C.I. una identità autenticamente socialista, di partito cioè democratico che insieme ad altri deve dare il suo contributo per la formazione di uno schieramento progressista e di sinistra di governo. Il P.S.I. deve favorire questo processo, attivando un serrato confronto con i comunisti e le altre forze di progresso per capire prima e favorire poi il processo evolutivo in atto. Un confronto che deve vertere su una verifica delle posizioni politiche e, soprattutto, sui contenuti, per accertare se sulle questioni più importanti, quali il contenimento del deficit pubblico, le leggi fiscali, l’efficienza dei pubblici servizi, il problema del mezzogiorno, la lotta alla criminalità organizzata, è possibile pervenire ad una piattaforma comune una volta trovata una sintesi di segno progressista su eventuali posizioni divergenti. Un confronto ed una sintesi delle posizioni da ricercare necessariamente sulle riforme istituzionali e sulla nuova legge elettorale, che certo non deve avere un carattere truffaldino, ma deve favorire la formazione di schieramenti alternativi; e sotto questo profilo si dovrà pervenire, nell’ambito della sinistra, a patti elettorali che garantiscano la presenza di tutte le forze progressiste ed un riequilibrio tra le aree più importanti, al fine di favorire l’adesione di ceti, che pur auspicando un rinnovamento della società italiana, rimangono distanti dalla sinistra nel suo complesso per la sua attuale composizione in termini di rapporti di forza. In definitiva per i socialisti italiani, per essere protagonisti del nuovo scenario politico, è giunto il momento di lasciare il porto sicuro della rendita di posizione per navigare nel grande mare della strategia, mirante a costruire una grande sinistra di governo, ben sapendo che per far questo essere bravissimi in tattica non basterà più. (Il Giornate di Calabria - 5 luglio 1989)

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RIFORME ISTITUZIONALI: CONIUGARE DEMOCRAZIA ED EFFICIENZA Non so se si ha memoria di quella serie di films di fantascienza apparsi una quindicina di anni fa; a me fece una strana impressione vedere quei lavori cinematografici ambientati nel futuro, con astronavi impegnate in viaggi interplanetari, scontri tra abitanti di pianeti diversi, utilizzo di armi ultramoderne ad alta tecnologia, ma con protagonisti immersi in ingombranti armature feudali, armati di sciabole al laser, che richiamavano alla mente i cavalieri deI Medioevo. Per un rappresentante della sinistra storica e progressista, l’accostamento di elementi di modernità ad espressioni di un periodo storico, ritenuto oscurantista, buio ed arretrato, sembrò una stranezza, una fantasia contraddittoria del regista; una contraddizione confermata dalla constatazione che quelle società del futuro erano rette da un sistema autocratico, un aspetto che, per la verità, all’epoca non valutai. E, però, non può cader in dubbio che di una grande contraddizione si trattasse, perché, per un progressista quindici anni fa, come del resto oggi, appariva ed appare inconcepibile pensare che un avanzamento della società, in termini di evoluzione scientifica, tecnologica ed economica, non sia accompagnato da una parallela evoluzione in senso democratico dei sistemi politici e di governo. Ma quei registi erano portatori di stranezze o veri artisti e, come tali, anticipatori di tendenze? Da qui l’atroce interrogativo: è alle porte un medioevo tecnologico? Le società evolute di questi ultimi anni del secondo millennio sono, invero, afflitte da un grande problema che consiste nella ricerca di sistemi politico-istituzionali che siano in grado di assicurare l’efficienza, intesa nel senso di risposte pronte ed idonee delle istituzioni alle domande di una società che cambia in fretta e che accompagna i suoi veloci cambiamenti ponendo questioni sempre nuove e diverse. I rappresentanti di aree che culturalmente e politicamente possiamo definire conservatrici, ritengono che l’efficienza può essere assicurata solo da sistemi retti da esecutivi forti, muniti di poteri che consentano di fare una sintesi delle questioni più diverse, poste da una società sempre più articolata, senza dover ricorrere a defatiganti mediazioni, con assemblee rappresentative ridotte ad organi di pura ratifica delle decisioni. 79


Questi settori sono convinti cioè che al quesito posto si debba dare una risposta di segno autoritario. I progressisti, e tra questi in primo luogo i socialisti democratici e riformisti, siamo invece convinti che la grande sfida dei prossimi anni sia rappresentata dalla possibilità di assicurare alla società sistemi politici efficienti, in grado di affrontare e risolvere le questioni, ma in una cornice istituzionale che esalti i valori di democrazia e di libertà, aumentando in senso sostanziale gli spazi di partecipazione dei cittadini alle scelte di governo. È una problematica questa ormai di attualità anche nel nostro Paese. Il nostro sistema costituzionale, infatti, è ormai inadeguato a reggere le sorti di una società avanzata ed evoluta come quella italiana, in quanto il funzionamento delle istituzioni, con i suoi meccanismi farraginosi, è di ostacolo alla pronta risoluzione dei tanti problemi che si sono accumulati in questi anni. È indubbio che la nostra Costituzione, per essere nata in una stagione politica successiva a venti anni di fascismo, sia stata progettata dai nostri padri costituenti per fungere da baluardo a nuovi pericoli autoritari e che abbia svolto egregiamente questa funzione. Ma oggi, dopo 40 anni di vita democratica, essa rischia di diventare con le sue lentezze, i suoi riti, una rigida armatura che compri-me lo sviluppo della società civile. Che fare? Nella necessaria stagione costituente che prima o poi si aprirà, si porrà anche in Italia il problema del segno da dare alla domanda di cambiamento istituzionale; i riformisti a questa domanda non potranno che dare una risposta di contenuto progressista che assicuri al Paese istituzioni adeguate per efficienza all’evoluzione della nostra società, ma che siano capaci di valorizzare al massimo la coscienza democratica degli Italiani, che è ormai una grande conquista della Repubblica. Con quali idee e proposte? Per rispondere a queste domande affideremo le nostre riflessioni ad un prossimo articolo, ma sin da ora possiamo dire che le riforme istituzionali dovranno favorire la alternativa di schieramenti alla guida del governo, cioè il ricambio politico che è la vera essenza della democrazia. (Gazzetta del Sud - 11 luglio 1989) 80


RIFORME ISTITUZIONALI: FAVORIRE UNA DEMOCRAZIA COMPIUTA Cl siamo lasciati con l’assunto che la ricerca dell’efficienza da parte dei sistemi politico-istituzionali contemporanei è necessaria, con la precisazione, forse ovvia, ma a mio avviso importante, che l’efficienza deve convivere con istituzioni con forte caratterizzazione democratica. Molteplici sono le ragioni che determinano l’inefficienza complessiva di un sistema; esse possono essere di natura istituzionale, amministrativa, organizzativa. Ma alla radice del problema noi troviamo sempre la instabilità politica, ovvero la mancanza di governabilità che è, quindi, la causa prima da cui tutte le altre derivano dalla mancanza di efficienza del sistema. Pertanto, una classe dirigente che in modo serio vuole porsi il problema di aumentare, così come richiesto dalla società civile, il tasso di efficienza del sistema deve necessariamente riformare quelle istituzioni i cui meccanismi funzionali sono generatori di instabilità politica, di ingovernabilità, di lentezze esasperanti. Il sistema istituzionale italiano offre un esempio di tutta evidenza di questo fenomeno: a fronte di una società dinamica e moderna, sia pure piena di contraddizioni e diseguaglianze, capace di produrre una ricchezza complessiva tra le più rilevanti del Pianeta, l’interfaccia istituzionale si segnala per le sue lentezze e disfunzioni, particolarmente riscontrabili nella cattiva funzionalità dei servizi pubblici, nell’arretratezza del sistema fiscale, in una macchina burocratico-amministrativa inadeguata per una società così avanzata. E proprio nel nostro paese si coglie con chiarezza come questi effetti negativi siano dovuti alla instabilità politica, che si manifesta nelle forme di governi di coalizione di breve durata, incapaci di fare scelte di fondo per riformare i settori in crisi, perché nelle compagini governative coesistono, in uno scontro perpetuo, tendenze moderate e riformatrici. Contrasti che sono necessariamente incomponibili sino a determinare la caduta dei ministeri, con una media di durata che non supera l’arco di un anno, la più breve dell’Europa occidentale. È evidente, perciò, che se si vuole ricercare l’efficienza del 81


sistema, il male va curato alla radice, mediante riforme istituzionali che favoriscano la formazione di governi stabili, in grado di durare possibilmente un’intera legislatura, sorretti da maggioranze politicamente omogenee in grado, quindi, di compiere le scelte di fondo, per adeguare l’apparato pubblico nel suo complesso alla dinamicità della società civile. Al fine di favorire la stabilità politica la questione rilevante e centrale non è se l’Italia debba continuare ad essere una Repubblica parlamentare o se debba essere trasformata in Repubblica presidenziale; importante è invece una evoluzione complessiva del sistema capace di favorire decisioni celeri ed incisive in una cornice di esaltazione dei valori democratici. Sotto questo profilo si deve necessariamente ammettere che le riforme da taluno ipotizzate sono solo dei palliativi, essendo una modifica radicale delle leggi elettorali la vera questione da affrontare, perché capace di risolvere in modo risolutivo il problema. Personalmente sono convinto da più tempo che il sistema francese, basato sul collegio uninominale con eventuale secondo turno di ballottaggio perla elezione del Parlamento e con uguale meccanismo per la elezione diretta del Presidente della Repubblica, possa servire magnificamente allo scopo. Questo sistema, infatti, è in grado di assicurare governi di legislatura, sorretti da maggioranze omogenee, capaci di assumere decisioni di segno moderato o progressista sulle questioni più importanti, poiché la omogeneità politica richiesta dalle leggi elettorali evita che si formino compagini governative dove debbano coesistere moderati e riformisti, aspetto che costituisce la vera anomalia del nostro Paese. D’altronde questo sistema assicura un alto grado di democrazia: il cittadino, infatti, non vota solo per un partito ma, invece, per uno schieramento omogeneo che con il suo consenso vuole che sia maggioranza; vota, inoltre, per un premier che necessariamente viene indicato prima e corrisponde al leader dello schieramento prescelto; vota, infine, per un programma di governo da attuare nella legislatura, avendo la possibilità di cambiare le sue scelte dopo cinque anni se i risultati non sono quelli indicati. È questa la vera essenza della democrazia: la possibilità per il cittadino di scegliere un governo, un programma, il Presidente del Consiglio e, dopo cinque anni, di verificare la giustezza delle proprie scelte ed, eventualmente, di cambiare. 82


Ma evidentemente il problema non è di meccanismi istituzionali od elettorali: il problema è politico. L’evoluzione dei sistemi istituzionali non è, infatti, che lo sbocco normativo dell’evoluzione dei sistemi politici. Nuove regole possono accelerare i processi politici in atto, ma mai precorrerli, imponendo una evoluzione. questo il punto. E in atto in Italia una evoluzione dei processi politici rispetto allo scenario dominante negli ultimi 45 anni, tale da approdare a sbocchi positivi con l’aiuto di una accelerazione impressa cambiando le regole dei gioco? Io ritengo di si. Questi 45 anni sono stati caratterizzati dalla immutabilità politica, dovuta alla impossibilità di costruire un’alternativa progressista all’egemonia democristiana, per la presenza a sinistra di un forte partito comunista, di matrice leninista, legato all’URSS e, pertanto, incapace e non credibile per rappresentare un’alternativa di governo. Un partito comunista conscio esso stesso dei suoi limiti, tanto da partorire la teoria del Compromesso Storico e la pratica consociativa. Oggi quello stesso PCI si dice socialista, democratico, riformista e vuole diventare parte integrante della sinistra europea. Trattasi di una vera e propria mutazione genetica, un processo autocritico che abbraccia 68 anni di storia politica del nostro Paese, tanti quanti ci separano dalla scissione di Livorno del 1921. E chiaro che per essere credibili non bastano le affermazioni frettolose, né basta aggiungere l’aggettivo nuovo alla vecchia sigla P.C.I.. Ci vogliono tempo ed atti concreti, fatti di comportamenti conseguenti. Il compito dei socialisti non è di fare processi alle intenzioni, ma è, viceversa, quello di favorire questo processo, pur ribadendo che l’unità socialista avverrà soltanto sulla piattaforma politica che dal 1892 ha caratterizzato il movimento riformista in Italia. Quando questo processo evolutivo, ormai ineludibile, raggiungerà uno stadio avanzato, occorrerà riformare le regole del gioco, per imprimere al corso degli eventi la dovuta accelerazione. (Avanti! - 6 agosto 1989 - Gazzetta del Sud - 24 agosto 1989) 83


CATTOLICI E SOCIALISTI Nei primissimi anni ‘80, immediatamente dopo la mia ascesa alla carica di Sindaco di Rende, con alcuni amici Cattolici progressisti, tra cui Salvatore Magarò, allora Presidente Provinciale delle Acli ed attualmente capogruppo socialista nel Consiglio Provinciale di Cosenza, avviai una fervida discussione riguardante questioni sulle quali, a mio avviso, socialisti e cattolici potevano trovare un comune terreno di incontro e di impegno politico. La ricerca, da parte del Sindaco di una città giovanissima, di momenti unificanti ed amalgamanti sul piano sociale di una cittadinanza composta da uomini e donne improvvisamente partecipi di una comunità in formazione e la constatazione che la Chiesa rappresenta uno di questi momenti con la sua forza aggregante di punto di riferimento naturale, mi illuminarono sulla necessità e sulle enormi potenzialità di una collaborazione nel sociale tra l’area cattolica e quella socialista. Nel lavorare su un progetto di formazione sostanziale della comunità, si riesce a percepire, infatti, che il cemento non può essere rappresentato soltanto dal benessere materiale, traguardo ritenuto sufficiente dell’ideologia capitalistica e marxista, ma da quei valori di fratellanza, pace, solidarietà che pongono l’uomo ed i valori spirituali di cui è portatore al centro della comunità, che si realizza compiutamente con il superamento dell’individualismo materialista, il cui appagamento non può esaurire le spinte sociali e le tensioni dell’uomo-cittadino, che non pub non percepire l’importanza e la necessità del rapporto con gli altri. Questi valori, queste tensioni ideali e morali, questa percezione forte del sociale e dell’impegno politico inteso come servizio, mi sembrarono patrimonio comune del movimento socialista umani tarlo e riformista, liberato dalle scorie marxiste, e del movimento cattolico popolare non condizionato dalle esigenze temporali della propria sovrastruttura ma, piuttosto, in sintonia con la missione squisitamente pastorale della Chiesa. Una impostazione di questo tipo sembra cogliersi nel documento della Congregazione per l’Educazione Cattolica, pubblicato di recente dall’Osservatore Romano, documento che riveste un grande interesse culturale e politico, poiché, prendendo spunto dalla 84


considerazione che il destino dell’uomo non si può rinchiudere tra i due progetti storicamente contrapposti, il marxista ed liberalcapitalista, fa intravvedere nei movimenti cattolici popolari e socialisti democratici le alternative possibili per l’impegno politico del cattolici, perché queste correnti di pensiero possono esaltare la creatività e la libertà dell’uomo. Questa presa di posizione trascurata dal dibattito politico in corso nel Paese è, viceversa, a mio avviso, di primaria importanza per il contributo che essa può dare, volendosi trarre le dovute e logiche conseguenze, alla necessaria maturazione dei sistema politico italiano, per realizzare nel nostro Paese, come nel resto d’Europa, una democrazia compiuta Intanto essa fa giustizia di un dogma che per 45 anni ha condizionato la vita politica italiana: l’impegno politico dei Cattolici può avvenire attraverso scelte pluralistiche e non più all’insegna dell’unità politica dei Cattolici nel partito della Democrazia Cristiana. La D.C. è, in altri termini, un Partito Cattolico non il Partito dei Cattolici. Questo assunto nella sua novità potrà produrre in futuro importanti conseguenze politiche, perché è suscettibile di liberare forze e movimenti cattolici autenticamente progressisti, sinora trattenuti nell’ambito della Democrazia Cristiana, vero partito moderato dello schieramento italiano, da motivazioni non politiche ma religiose, giustamente preminenti nei credenti. Cadute, pertanto, le motivazioni di natura religiosa, per il cittadino cattolico si apre uno scenario nuovo in cui gli sarà possibile fare le sue scelte politiche liberamente ed in pace con la propria coscienza, potendo aderire ad un progetto moderato ovvero riformista seguendo esclusivamente il proprio convincimento politico-sociale, senza per questo entrare in conflitto con le proprie convinzioni religiose. Ecco, quindi, la possibilità nuova, per coloro che si battono per il cambiamento in Italia, di poter contare potenzialmente su forze di progresso di cultura cattolica sino ad ieri forzatamente inserite in un contenitore a loro socialmente non congeniale. Un processo di cui si avvertono i primi chiari segnali con la presentazione di liste Cattoliche a Palermo, a Reggio Calabria, e forse in autunno a Roma, sintomi del malessere profondo e della difficoltà di aree del solidarismo cattolico, seguaci della dottrina 85


sociale della Chiesa, a convivere nella D.C. con uomini e prassi politiche che oggettivamente portano fuori campo coloro i quali hanno una visione progressista dell’impegno civile dei Cattolici. Queste forze cattoliche avanzate debbono essere incoraggiate a diventare parte determinante e qualificata di uno schieramento alternativo, portatore di un progetto di cambiamento. Sulla base del documento della Congregazione per l’Educazione Cattolica, un grande ruolo in questa direzione spetta ai socialisti democratici e riformisti che, però, debbono lavorare alla ricerca di convergenze con i cattolici progressisti sul terreno del sociale, senza commettere l’errore di privilegiare le intese verticistiche. Ciò di cui si ha bisogno, infatti, un processo amalgamante che non può che avvenire sui programmi, sulle idee, sui bisogni della gente per riaffermare insieme, con l’impegno politico quotidiano, una grande intuizione dell’attuale Pontefice: “il problema dei nostri giorni è di stabilire che cosa fare per porre l’Uomo al centro delle nostre azioni”. Questa impostazione vale ancor di più in una regione come la Calabria, dove i Socialisti godono, tra l’altro, dell’indubbio vantaggio di avere come interlocutori, non solo i cattolici progressisti impegnati nel sociale, ma anche i Vescovi calabresi, che con qualificati interventi pastorali, con continui ammonimenti e presi di posizioni hanno esplicitato chiaramente quale segno dare al-l’impegno della Chiesa per offrire il suo contributo essenziale ai tanti mali della nostra società. (Il Giornale di Calabria - 11 agosto 1989 Gazzetta del Sud - 28 agosto 1989)

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IL CROLLO DEL MITO COMUNISTA Finisce un’epoca. Per quanti, compreso chi scrive, hanno sempre pensato che uno scenario nuovo fosse necessario per il Mondo, per l’Europa e per il nostro Paese, le ragioni di soddisfazione, di speranza, il gusto per l’avventura che il nuovo procura, prevalgono sulle diffidenze, sulle paure, sulle preoccupazioni, che sempre accompagnano il viaggio verso l’incerto, verso orizzonti pieni di fascino ma ancora non definiti. Il crollo del Mito Comunista, dell’utopia di una società di liberi ed uguali con una buona qualità della vita, che, nella realtà, ha generato sistemi liberticidi pieni di privilegi e comunità povere, la conseguente dissoluzione dell’Impero Rosso, emblematicamente rappresentata dall’abbattimento del Muro di Berlino, il travaglio politico ed umano dei Comunisti Italiani alle prese con un difficile compito, saranno valutate diversamente dal mondo conservatore e dai sinceri uomini di progresso, da coloro cioè che sono convinti che bisogna continuare una battaglia di rinnovamento e di cambiamento, da coloro che pensano che la sconfitta del comunismo storico non ha fatto scomparire dalla nostra società i mali che il comunismo era nato per combattere e debellare. I conservatori di tutto il mondo e quelli che operano nel Nostro Paese canteranno vittoria, sulle macerie del comunismo tenteranno di irrobustire l’edificio di modelli di società magari ricche, certamente evolute, ma profondamente ingiuste, cercheranno di utilizzare il momento favorevole per assestare un colpo mortale a tutte le forze di progresso, socialiste e democratiche. Come reagiranno i riformisti? Io penso con azioni e comportamenti tendenti ad affermare che i morti della Piazza Tienamen di Pechino, il Muro di Berlino, il travaglio che si coglie nei corridoi e nelle stanze di Botteghe Oscure, il certificato di morte del comunismo storico non hanno fatto venire meno per nulla le ragioni ideali, morali e politiche per costruire una società libera e giusta; per coniugare giustizia e libertà, impresa in cui certo non è riuscito il movimento comunista, che ha ucciso le libertà senza produrre uguaglianza, impresa che non è stata neanche tentata dalle società capitalistiche, dove non c’è uguaglianza nelle posizioni di partenza e le libertà, spesso, 87


rischiano di essere formali, giacché il cittadino, l’uomo della strada non è stato liberato dalla oppressione del bisogno. Quali le strade da seguire, che fare per continuare una battaglia ancora attuale, almeno per coloro che sentono la politica come attività di servizio, di cui non si coglie il gusto se si è privi di forti motivazioni etiche e morali? Sono convinto che nel mondo prevarrà un disegno politico di pace, per un progressivo disarmo all’insegna del rispetto reciproco e della cooperazione economica tra i popoli. In questo scenario, probabilmente, l’Europa libera, che si avvarrà dell’apporto e delle potenzialità civili, culturali ed, in un secondo tempo, economiche dei Paesi Centro-Orientali liberati dal giogo bolscevico, riacquisterà la sua centralità perduta con le due guerre mondiali; certamente ed immediatamente una centralità culturale, nel modo di vivere, nel gusto e nei costumi, che i negativi influssi americani, da una parte, ed orientali dall’altra, avevano, soprattutto i primi, fortemente intaccato, ma mai sconfitto; successivamente, forse, anche una centralità economica se sarà sfruttata al meglio la sua posizione privilegiata di porta aperta sull’immenso e vergine mercato orientale. E sin da ora si può affermare con buona probabilità di restare nel giusto, che questo processo vedrà protagonista nel l’impulso e nella sua attuazione il movimento socialista democratico Europeo, come le prime mosse del Presidente Mitterand fanno intravedere. Anche in Italia, io sono convinto, un grande compito spetta ai socialisti riformisti, che debbono svolgere un ruolo primario nel nuovo scenario, perché il successo che la storia assegna loro deve essere utilizzato sul piano politico per realizzare una ricomposizione delle forze progressiste del Nostro Paese su una piattaforma socialista, democratica ed europea; una ricomposizione che favorisca un’evoluzione positiva ed europea della democrazia italiana, per 45 anni incompiuta, zoppa, senza ricambio e senza alternativa. Il processo in atto nel P.C.I. per rifondarsi e costruire un nuovo partito, con un nome nuovo che, non potrà che essere sostanzialmente socialista, deve essere favorito e stimolato per aiutare l’emergere di quelle forze che, attraverso la rifondazione, mirano a recuperare alle future battaglie del movimento progressista italiano quel patrimonio di consensi, di idee di lotte democratiche, in larghissima parte presente nella tradizione e nel corpo del 88


vecchio Partito Comunista, poiché, solo attraverso questo recupero in un’area riformista nel solco del socialismo democratico europeo, la sinistra nel suo complesso potrà costruire quell’alternativa di cui il Paese sente la necessità ed il bisogno per stare a pieno titolo nell’Europa. Nei prossimi mesi vanno sconfitte quelle forze presenti all’interno del P.C.I., che pensano al nuovo Partito Comunista, con altro nome, come ad una forza che invade repentinamente il campo socialista per essere fortemente conflittuale con il P.S.I. Se dovesse prevalere una logica di questo tipo sarebbe una iattura per l’intero Paese, perché condannato ad altri lunghi decenni di democrazia bloccata e per la Sinistra, che perderebbe forse l’ultima occasione per diventare sinistra di governo e, quindi, alternativa. Il nuovo P.C.I., con altro nome, si trasformerebbe, suo malgrado, in un partito radicale di massa, dove prevarrebbero le spinte demagogiche e populiste ed incapace, pertanto, di formarsi una cultura di governo che non si acquista cambiando solo il nome. II P.S.I. sarebbe condannato a procrastinare una politica di neoconsociazione, che se era giustificabile nello scenario internazionale precedente ed in presenza del fattore K, diventerebbe pericolosissima nello scenario nuovo, in quanto alla lunga inaridirebbe la spinta autenticamente riformista che ha sempre animato i socialisti italiani, nella consapevolezza che le riforme che sono necessarie a questo Paese non si fanno con la D.C., che è ancora dì Andreotti e Forlani. Deve, pertanto, prevalere nella sinistra, nel P.C.I; e nel P.S.I., la logica del confronto sereno, mirante ad approfondire e rafforzare ciò che unisce, piuttosto che ciò che divide, un confronto che non ometta una rigorosa analisi storica, perché questo è necessario, non per mortificare qualcuno, un confronto che miri soprattutto alla costruzione di una piattaforma programmatica su cui si possono ritrovare tutte le forze progressiste di questo Paese, che credono che l’alternativa è qualcosa di ineludibile. Sono convinto che i socialisti italiani forti della ragione che viene dalla storia, nella certezza che la piattaforma comune non potrà che essere socialista occidentale, democratica ed europea, a questo confronto potranno presentarsi con spirito più sereno e più costruttivo di quanti sentono ancora il peso della caduta dei miti. (Gazzetta del Sud - 29 novembre 1989) 89


LA QUESTIONE DEMOCRISTIANA La questione comunista ha afflitto il Paese sin dal secondo dopoguerra, determinando la situazione di democrazia bloccata e senza ricambio in cui tuttora versa la politica Italiana. E, nonostante una lenta e continua evoluzione, è stato necessario attendere l’avvento di Gorbaciov, la fine dell’utopia comunista ed il conseguente crollo dell’impero sovietico per imprimere una brusca accelerazione al processo di trasformazione del P.C.I. in una forza politica socialista, riformista, democratica ed europea, come ci si augura, dovrà essere la nuova “cosa” di Occhetto dopo la fase costituente. Il nostro sistema politico, inoltre, ha conosciuto anche una questione socialista, nata con l’infausta esperienza frontista, esplosa, dopo i fatti di Ungheria, con il congresso di Venezia, passata, da Prolognon in poi, attraverso il lunghissimo e tormentato cammino del centro-sinistra, costellato di scissioni e di subalternità e risolta, con l’avvento di Craxi, nella definitiva affermazione di un partito riformista moderno, forza di governo della sinistra democratica, liberata dalle nocive scorie massimaliste e demagogiche e, tuttavia, ancora costretto, come è emerso a Rimini, a governare con un partito come la D.C., perpetuando l’anomalia della collaborazione tra un’autentica forza di progresso ed il blocco moderato del Paese. Da qui la prospettiva di un rapporto nuovo tra i due partiti storici della sinistra. Se tale favorevole congiuntura sfocierà nella unità socialista, nella forma lucida e corretta tratteggiata dal Segretario del P.S.I. a Rimini, basterà tutto questo a determinare il superamento della democrazia bloccata e, quindi, l’affermarsi della alternativa? A nostro avviso, non basterà. Un grande blocco progressista capace di essere credibile sinistra dì governo non potrà fare a meno, infatti, dell’apporto qualitativo e quantitativo dei cattolici progressisti. Ecco che si pone con forza per il nostro Paese, dopo la questione comunista e socialista, la questione democristiana. La D.C. è stata in questi anni un grande contenitore dei cattolici impegnati in politica, in cui hanno trovato posto, spesso in uno stato di coabitazione forzata, uomini e movimenti di segno politico diverso, conservatore, moderato e progressista. 90


L’unità politica dei cattolici ha costituito il presupposto ideologico di questa costellazione eterogenea e l’anticomunismo è stato il collante che ha tenuto insieme tendenze sociali così diverse e contraddittorie. Ecco, quindi, che il partito democristiano ha dovuto necessariamente assumere nello schieramento politico italiano una posizione di centro che gli ha assicurato in questi decenni il privilegio della egemonia, attesa la non credibilità della sinistra come forza alternativa, per l’ingombrante e predominante presenza in essa di un partito comunista di matrice leninista. Bisogna chiedersi, però, quali riflessi i recenti ed esaltanti avvenimenti produrranno su questo stato di cose. Con il Concilio Ecumenico Vaticano II, trascorso ormai più di un secolo dalla perdita del potere temporale che aveva fortemente condizionato la coerenza tra il messaggio cristiano ed i comporta-menti delle autorità ecclesiastiche, la Chiesa, con un prepotente ritorno al cristianesimo delle origini, ha implicitamente riconosciuto l’inefficienze della sola predicazione per stare al passo dei tempi ed è, perciò, scesa in campo concretamente in difesa dei deboli, degli emarginati, dei diversi, ed ha esercitato la sua autorità morale a sostegno dei diritti civili, delle libertà democratiche e dei popoli oppressi. Conseguentemente, in aggiunta all’azione diplomatica della Santa Sede ed alle prese di posizione pubbliche del Papa in politica estera, che hanno fortemente influenzato gli avvenimenti e le rivoluzioni pacifiche nell’Europa Orientale in America Latina, nel nostro Paese si assiste ad un rifiorire di movimenti cattolici di base, impegnati nella società civile in difesa degli emarginati, dei disoccupati, nell’assistenza agli anziani, tossicodipendenti ed handicappati; sino a giungere a pronunciamenti ufficiali dell’Episcopato italiano di denuncia dell’emarginazione e del degrado dell’Italia Meridionale, con una presenza coraggiosa e militante della Chiesa nella lotta alla mafia, in particolare recentemente in Calabria. L’attenzione dimostrata, inoltre, dalla Chiesa, in documenti ufficiali, verso i movimenti socialisti democratici europei, che pongono al centro della loro azione politica l’uomo, al pari dei movimenti cattolici popolari, e le ripetute condanne ai sistemi capitalistici per il loro spiccato materialismo, in ciò assimilabili ai prodotti dell’ideologia marxiana, hanno indubbiamente inferto un duro colpo al principio dell’unità politica dei cattolici in un solo partito. 91


L'avvento di Gorbaciov, il ritorno alla democrazia dei Paesi dell'Europa Orientale e l'evoluzione in senso socialista del P.C.I., inoltre, hanno fatto perdere alla D.C. la sua caratteristica di "diga anticomunista", per cui diventerà sempre più difficile mantenere nello stesso contenitore conservatori, moderati e cattolici autenticamente progressisti, il vecchio notabile meridionale intruppato nella D.C., ma pericolosamente contiguo a certi ambienti e gli ammiratori e seguaci di Don Riboldi e del Vescovo di Locri. In altri termini, cadute le ragioni spesso esterne, di stare comunque insieme, prescindendo dalle diverse convinzioni sociali, sarà inevitabile il raggiungimento di un punto critico per la convivenza dei cattolici progressisti con lo stile di vivere l'impegno politico di quanti si riconoscono in uomini come Andreotti e Forlani, così lontani dai genuini impulsi di solidarietà e di sensibilità rispetto alle questioni sociali più acute di tantissimi cattolici popolari. Tutto ciò impone al movimento riformista di guardare con maggiore attenzione ai fermenti interni al mondo cattolico, ponendosi il problema di costruire momenti di convergenza nel comune impegno nella società civile sulle questioni più delicate, rifuggendo dalla tentazione di ritenere che i punti d'incontro possono avere carattere soltanto elitario. Così come è necessario ristabilire un rapporto politico di sereno confronto con la sinistra democristiana senza lasciarsi influenzare dalle divergenze su aspetti particolari e contingenti, dal momento che questa area politica, se nel mezzogiorno usa metodi di azione politica tipicamente clientelari ed assistenziali esprimendo campioni di conservatorismo come Misasi, in altre aree del Paese costituisce momento di raccordo con i movimenti cattolici che più si sono segnalati per impegno e sensibilità sociale. Il processo politico che deve portare ad un sistema di democrazia compiuta con concrete possibilità di ricambio e di alternativa è appena all'inizio e per avere successo necessita dell'apporto di tutte quelle forze che non si rassegnano alla ineluttabilità del capitalismo senza regole, né all'idea che con il crollo del mito comunista siano cessate tutte le speranze e le ragioni per un battaglia di progresso, capace di coniugare libertà ed uguaglianza nel mondo e nel nostro Paese. Tra queste forze, ne siamo convinti, è necessario annoverare i movimenti cattolici progressisti presenti ed attivi nell'impegno di lotta alle emergenze sociali più diffuse, acute e preoccupanti. (Avanti! - 24 aprile 1990 - Gazzetta del Sud - 25 aprile 1990) 92


LA QUESTIONE SOCIALISTA Nell'estate del 1989, affrontammo in una serie di articoli la grande questione dell'anomalia della democrazia Italiana e le ragioni politiche ed istituzionali che in 45 anni hanno determinato questo stato di cose. Quelle riflessioni ci portarono a delle conclusioni che, forse, non è superfluo ripetere in sintesi, poiché gli avvenimenti e le evoluzioni registrate in questi due anni hanno rafforzato convinzioni che, allora, forse furono viste eccessivamente anticipatrici. La prima riflessione riguardava la constatazione che l'anomalia italiana, di una democrazia incompiuta e zoppa, senza possibilità di alternativa, costituisce una spina nel fianco delle ambizioni dei socialisti italiani, poiché li spinge a praticare una politica che ne svilisce la spinta autenticamente riformista, dal momento che li porta fuori campo costringendoli a dare vita a governi di coalizione con i partiti del fronte moderato. Per uscire da questa impasse si suggeriva di guardare con attenzione alla evoluzione allora in atto nel P.C.I., per stimolarne positivamente il cammino, attraverso un confronto serrato per una verifica delle rispettive posizioni su questioni di fondo della società italiana. Senza per questo tacere delle pesanti responsabilità dei comunisti, che con il loro attardarsi su posizioni neo leniniste hanno finito per svolgere una politica conservatrice, di tipo consociativo, per colmare la loro riconosciuta delegittimazione democratica, determinando l'immutabilità del sistema politico italiano. La seconda riflessione, che si lega strettamente con la prima, partiva dalla consapevolezza che nel nostro Paese la questione centrale non è se l'Italia debba continuare ad essere una Repubblica parlamentare o se debba esser trasformata in Repubblica presidenziale, ma piuttosto una evoluzione del suo sistema politico in senso europeo, con un recupero della sua capacità di produrre decisioni celeri ed incisive in una cornice istituzionale democratica, imperniata sul confronto tra forze omogenee moderate e progressiste, in grado di assicurare, alternandosi al potere, governi stabili di legislatura, la cui forte legittimazione derivi da meccanismi elettorali, che consentano alla gente di pronunciarsi sul pro93


gramma, sulla composizione e sulla guida del raggruppamento politico che dovrà reggere le sorti del Paese per un quinquennio. A tal fine, ed era questa la terza riflessione, si individuava nel sistema francese il più idoneo ad esser adattato al nostro Paese. Il senso complessivo di queste riflessioni di due estati fa era, comunque, che il problema di fondo non è legato a meccanismi istituzionali od elettorali, ma è, invece, politico. L’evoluzione dei sistemi istituzionali, infatti, non è altro che lo sbocco normativo della evoluzione dei sistemi politici. Nuove regole possono, invero, accelerare i processi politici in atto, ma mai precorrerli, imponendo la loro evoluzione. Orbene, la domanda che oggi si pone è se in questi due anni si sono prodotti in Italia fatti ed avvenimenti tali da farci affermare che è arrivato il momento di assumere iniziative e decisioni da rivoluzionare il sistema politico italiano. Ci si chiede cioè se sussistono le condizioni per superare la immutabilità politica, che ha caratterizzato questi 45 anni, dovuta alla impossibilità di costruire un’alternativa progressista alla egemonia democristiana, per la presenza a sinistra di un forte Partito Comunista, incapace di rappresentare una credibile forza di governo. Noi pensiamo di si. In questi due anni è crollato l’Impero Sovietico, per la prima volta nella storia in Russia si sono svolte consultazioni veramente libere, la Chiesa di Roma è tornata ad esercitare, lo si pub condividere e no nel merito, un ruolo politico mondiale, in Italia si è sciolto il P.C.I. dando luogo ad una nuova formazione politica, il P.D.S., dai contorni ancora indefiniti, ma che non potrà non approdare nella grande famiglia socialista da cui era uscito nel 1921, poiché il crollo del comunismo mondiale determinerà ineludibilmente l’unità dei socialisti, così come il suo avvento ne aveva determinato la divisione. Nei giorni scorsi, infine, si è svolto un contrastato Referendum popolare il cui reale messaggio, al di là del quesito referendario, è che il popolo italiano si vuole riappropriare della politica, dando un forte e significativo segnale per un reale cambiamento; mentre gli ultimi dati elettorali dimostrano che è ormai avvenuto un riequilibrio di forze tra i partiti storici della sinistra. In questo scenario, con la legislatura a cui restano comunque, 94


pochi mesi prima della sua fine, si svolgerà il Congresso straordinario del P.S.I. a Bari. Noi pensiamo che il confronto e la discussione che terranno i socialisti non dovranno, soltanto, esser diretti a partorire una messa a punto della proposta socialista di riforma istituzionale ed una ipotesi di nuova legge elettorale elaborata dal partito del garofano. Di proposte di riforme istituzionali ed elettorali ce ne sono già troppe, una differente dall’altra, per una legislatura morente che certamente non potrà affrontare tanti problemi così delicati e complessi. Noi siamo convinti che i socialisti spenderanno più utilmente le quattro giornate di Bari se dedicheranno le loro riflessioni alla grande riforma del sistema politico, che gli ultimi avvenimenti hanno reso ormai possibile. E giusto, pertanto, che si dia priorità a Bari alla grande questione di come “Unire i socialisti”, pur ribadendo che ciò potrà avvenire nella tradizione e nella piattaforma politica che ha caratterizzato i movimenti socialisti e riformisti in Italia ed in Europa dalla fine del secolo scorso ad oggi. Con il P.D.S. è giunto il momento di misurarsi e di confrontarsi sulle questioni reali del Paese, sul debito pubblico, sul Mezzogiorno, sulla lotta alla criminalità, sulla riforma fiscale, sulla funzionalità ed efficienza dei servizi pubblici, sui problemi del lavoro, sui servizi sociali, sulle pari opportunità. E giunto il momento di trovare l’unità attraverso un confronto sereno che produca una “piattaforma programmatica comune” di tutte le forze di progresso, che non eluda i problemi istituzionali e di riforma elettorale, a proposito dei quali è possibile pervenire ad una sintesi su alcuni grandi principi: Coniugare democrazia ed efficienza del sistema; mirare alla costruzione di un ordinamento che favorisca l’alternanza alla guida del Paese tra blocco moderato e blocco progressista; e che, nello stesso tempo, assicuri il massimo di possibilità di scelta diretta del popolo sui programmi, gli schieramenti e la guida politica. Se a Bari i socialisti riusciranno a fare queste cose avranno veramente impiegato proficuamente il loro tempo e coronato una lunga ed esaltante battaglia nell’interesse del Paese e della sua volontà di cambiamento. 95


Attardarsi, invero, nel restare ancorati nel porto sicuro della rendita di posizioni, che ormai, oltretutto, non è più tale, sarebbe suicida; bisogna, invece, riprendere la navigazione in mare aperto, sapendo misurarsi con i rischi delle novità, confortati, però, dall’aver scelto la rotta giusta per l’avvenire. (Gazzetta del Sud - 25 giugno 1991 - Avanti! - 27 giugno 1991)

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PIANO SOLO: IL RUOLO DEI SOCIALISTI IN DIFESA DELLE ISTITUZIONI DEMOCRATICHE Le recenti rivelazioni sulle deviazioni dei servizi segreti negli ultimi 35 anni, gli intrecci tra il Piano Solo, predisposto dal Gen. De Lorenzo, con l’operazione Gladio, i rischi di involuzione autoritaria che la democrazia italiana ha corso nel ‘64, i sospetti sul ruolo svolto dai servizi segreti nel sequestro che ha portato all’uccisione di Aldo Moro, fanno emergere l’esistenza di un disegno conservatore che ha interessato tutta la storia politica dell’Italia Repubblicana, un disegno tendente ad impedire ad ogni costo una svolta progressista e la modernizzazione del Nostro Paese. Non c’è dubbio che il mondo uscito da Yalta, diviso ideologicamente e militarmente in due aree di influenza e la presenza in Italia di un forte ed organizzato Partito Comunista, come tale ideologicamente impregnato di Leninismo e, pertanto, con forti legami con i partiti Comunisti al Potere nei Paese dell’Europa Orientale, hanno rappresentato lo scenario internazionale e nazionale più adatto per giustificare, anche dal punto di vista istituzionale, la costituzione di strumenti e la messa in piedi di apparati aventi la finalità di presiedere alla sicurezza esterna ed interna del Paese. Ma le vicende connesse al tentato golpe di De Lorenzo ed al caso Moro stanno a dimostrare come le esigenze dettate da motivi di sicurezza servissero, in realtà, a mascherare, man mano che la situazione internazionale si avviava verso la distensione, un disegno conservatore volto ad impedire, comunque, una evoluzione progressista del Paese, ricorrendo anche alla utilizzazione di strutture e di organismi nati con ben altre finalità. Nel 1964 incominciava a cambiare lo scenario internazionale, grazie all’opera di uomini come Kennedy, Kruscev e Giovanni XXIII che, come fautori del dialogo e della pace, avevano avviato una seria politica di distensione. Era, d’altro canto, profondamente mutata la politica interna del Paese con il primo Centro Sinistra, che vedeva impegnato direttamente in responsabilità di governo il Partito Socialista. Il Centro Sinistra, l’incontro storico tra socialisti e cattolici, però, era nato sull’impegno di un profondo processo riformatore, 97


che avrebbe dovuto, da un lato, allargare la base democratica del Paese e, dall’altro, modificare in senso progressista gli equilibri economici e sociali dell’Italia; questo preoccupava enormemente i circoli conservatori italiani, di cui la grande industria e gli apparati militari erano una chiara espressione. Queste preoccupazioni, rafforzate dall’intenso programma di riforme del primo governo Moro di Centro Sinistra, trovarono orecchie sensibili al Quirinale ed in larga parte della D.C., vennero giustificate dalla famosa lettera di Colombo, che affermava come l’incipiente crisi economica rendesse non finanziariamente sopportabili le riforme e provocarono la crisi del giugno 1964, con l’intento evidente di piegare i socialisti ad un programma di governo più moderato, facendo chiaramente capire a Nenni che in caso contrario lo sbocco sarebbe stato un Ministero forte ed un’involuzione autoritaria. Ecco che appare di tutta evidenza che le vere ragioni che spinsero ad organizzare determinate operazioni ed a deviare strut-ture legittime all’atto della loro nascita, furono di politica interna e non di sicurezza, e che la vittima designata dal “rumore di sciabole”, che si faceva sentire tra i palazzi Romani nel 1964, fosse il Partito Socialista, che pagò il grande prezzo politico della subitanea involuzione moderata del Centro Sinistra. A noi sembra che il disegno conservatore, certamente operante e vittorioso nella crisi del luglio ‘64 , sia da intravvedere nel caso Moro, ove risultasse provata la infiltrazione della BR. da parte dei servizi. Moro è stato lo stratega dei governi di Unità Nazionale, con un coinvolgimento diretto del P.C.I., in una visione di rafforzamento delle fragili strutture della giovane democrazia italiana e come fase intermedia, di passaggio, per sfociare in una democrazia più moderna e, quindi, compiuta, basata sul principio dell’alternanza. Se quanto ipotizzato fosse vero, è questo disegno che si è voluto stroncare sul nascere, dal momento che, per come appariva evidente in quell’epoca, l’evoluzione politica era legata alla figura di Moro e che, certamente, sarebbe finita con Lui. Se così è stato per il luglio ‘64 e se così fosse per il Caso Moro, la classe dirigente democratica cristiana, che da più di quarant’anni, anche fisicamente con gli stessi uomini, guida il Paese, è obbligata a dare molte risposte ed a chiarire se non vi siano stati coinvolgimenti di personalità politiche democristiane, anche ai massimi livelli, nella crisi dei ‘64. 98


Ma anche la sinistra deve capire la lezione e recitare, specie quella Comunista, il mea culpa, per aver favorito in Italia la creazione di una democrazia bloccata, senza ricambio ed alternativa, e lavorare perchÊ, in presenza di cosÏ rilevanti e positivi cambiamenti interni ed internazionali, il Nostro Paese goda finalmente di un sistema politico moderno, di una democrazia compiuta, che si fondi su istituzioni riformate e sull’alternanza al Governo del Paese di aggregazioni politiche omogenee di segno diverso. (Avanti! - 23 dicembre 1990 - Gazzetta del Sud - 27 dicembre 1990)

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RIPRENDIAMOCI IL CENTRO SINISTRA Le recenti rivelazioni sui misteri che hanno avvelenato la politica italiana negli ultimi decenni, sono servite, se non altro, a ristabilire una verità storica che molti strumentalmente hanno cercato di occultare: l’importanza per questo Paese della politica di centro sinistra, un’autentica e possibile svolta nella Storia d’Italia, a cui purtroppo non è stato consentito di dispiegare tutti i suoi benefici effetti, a causa delle feroci ostilità messe in campo dai rappresentanti delle arretratezze culturali della società politica italiana di allora, una sorta di innaturale alleanza tra opposti estremismi, che decretò un affievolirsi quasi immediato della spinta riformatrice del centro-sinistra, il declino di una politica il cui successo avrebbe certamente evitato al paese di insanguinanti anni ‘70, i guasti della politica di unità nazionale e la paralisi politico-istituzionale degli anni ‘80, per consegnare certamente, oggi, agli Italiani uno Stato, più moderno e progredito, più vicino al resto d’Europa. Dopo quindici anni di centrismo, che aveva favorito la ripresa economica dell’Italia, nel disordine, nell’anarchia e favorendo i ceti sociali più forti, il centro-sinistra provocò le ostilità di cui si diceva, non solo perché rappresentava un allargamento ed un rafforzamento della base democratica del Paese, ma, soprattutto, per il suo programma di riforme strutturali, incisivamente caratterizzato in senso progressista, ed ancora oggi attuale per la parte non realizzata, nel senso che i nodi che allora non si vollero sciogliere ancora intricano la società Italiana. Ripensando al principio della programmazione economica, che, se applicato, avrebbe forse evitato la “Disunità d’Italia”, - come Bocca chiama la “Questione Meridionale” - e le inefficienze della macchina amministrativa e dei pubblici servizi; riflettendo sulla riforma urbanistica, che se varata avrebbe impedito la cementificazione del territorio, la crescita all’insegna della speculazione selvaggia e ci avrebbe regalato città più organizzate e vivibili; ricordando l’abolizione della mezzadria, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, lo Statuto dei lavoratori e l’ordinamento regionale; ed, infine, rivivendo le battaglie per i diritti civili (divorzio, aborto, obiezione di coscienza etc.), che diventarono patrimonio 100


dei cittadini italiani nel clima di rafforzamento della democrazia promosso dal centro-sinistra, siamo presi da un moto di autentica ammirazione per lo sforzo serio e profondo di analisi, di elaborazione e per la idealità dei riformisti di allora, per rendere il nostro Paese più civile, moderno e progredito e riusciamo a comprendere il perché dell’impegno lecito e non delle forze conservatrici, per arginare un così marcato processo di cambiamento. In questo scenario politico-programmatico, che faceva registrare avversione e paure negli ambienti della Confindustria, della Confagricoltura, negli apparati militari, nell’entourage del presidente Segni e nella parte più moderata della D.C., De Lorenzo si ritenne legittimato a predisporre il suo piano Solo. Ed anche se fosse vero, come sostengono autorevoli ambienti militari, che l’Esercito italiano era già nel 64 profondamente democratico e fedele alle Istituzioni e che, senza l’apporto dell’Esercito, non sarebbe bastata la sola Arma dei carabinieri per attuare un colpo di Stato, non pub cader dubbio che il pericolo rappresentato dal piano Solo fu agitato dalle forze conservatrici e moderate meno convinte della svolta, come arma di ricatto per piegare Nenni ad una versione meno incisiva del programma di governo; e Nenni, per salvare la democrazia italiana da una possibile, incombente involuzione autoritaria, pagò il prezzo pesante della perdita di peso e ruolo politico del P.S.I. per lunghi anni, accompagnata da dolorosissimi e pesanti insuccessi elettorali. A questa rivalutazione del centro-sinistra tentano di partecipare alcuni settori del P.C.I. Vezio De Lucia ha scritto, recentemente, sull’Unità!: “Riprendiamoci il centro sinistra per la definizione dei contenuti programmatici del Pds”. Ci saremmo aspettati, per la verità, un concorso comunista al ristabilimento della verità con accenti più marcatamente autocritici, poiché è fuor di dubbio che Nenni, oltre all’offensiva conservatrice, dovette affrontare anche l’ostilità strumentale, ed a volte faziosa e dogmatica. di Togliatti e del suo partito, che contribuirono fortemente ad indebolire il P.S.I., in quel momento politico delicatissimo; in primo luogo, favorendo politicamente e finanziariamente l’infausta scissione del P.S.I.U.P., insieme ai settori moderati che avevano interesse ad avere come interlocutore un P.S.I. con peso politico e parlamentare ridotto e lasciando, in secondo luogo, 101


Nenni ed i socialisti completamente soli dinanzi alle minacce, ai ricatti ed alle pressioni della destra politica, economica e militare, che, pur di ridimensionare la spinta riformatrice del centro-sinistra, non ha esitato a far intravedere sullo sfondo una soluzione golpista. Un comportamento imperdonabile, di un egoismo e di una miopia politica impressionante, che si aggiunge al pesante fardello di errori e di ritardi che il P.C.I. porterà in dote al nuovo Partito democratico della Sinistra. E il caso, perciò, di dire a De Lucia, che i comunisti non debbono riprendersi alcunché, perché l’esperienza di centro-sinistra, con il suo bagaglio culturale e politico, fatto di una forte carica ideale, di un’autentica impostazione riformatrice, di acutezza e di rigore di analisi e di elaborazione, di equilibrio ed insieme di coraggio, non appartiene per nulla alla tradizione comunista; e, pertanto, il termine usato se non è improprio, esprime una infinita arroganza, un’ennesima estrinsecazione di continuismo comunista, in una situazione in cui ci sarebbe solo da fare autocritica. Se, però, di autocritica si tratta non possiamo che salutarla con grande favore, per l’attualità che ancora oggi mantengono le indicazioni programmatiche non attuate del primo governo di centro-sinistra ma, soprattutto, per l’attualità dello spirito e della concezione politica che ha animato i fautori di quella breve, ma intensa stagione politica. Ed allora: “Riprendiamoci il Centro-Sinistra”, con una comune riflessione storica su un passaggio importante della vita politica del nostro Paese e come piattaforma di partenza per costruire in Italia una sinistra alternativa di Governo. (Avanti! - 19 gennaio 1991)

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INDICE Prefazione............................................................................................................ pag.

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PER COSTRUIRE IN CALABRIA UNA GRANDE CITTÀ MODERNA ED A MISURA D’UOMO Introduzione al programma elettorale del PSI per l’elezione del Consiglio comunale di Rende - 1985 .................................................................................. Rende: una città a misura d’uomo...................................................................... Cosenza: recuperare il tempo perduto.............................................................. Per il rinnovamento ed il progresso di Cosenza............................................... Per costruire una grande area urbana....................................................... Università della Calabria; una grande occasione per Io sviluppo della Calabria.................................................................................................................

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PER IL MEZZOGIORNO E LA CALABRIA Politica del Mezzogiorno: come invertire la tendenza.................................... La questione meridionale.................................................................................... La SA RC deve diventare un’autostrada europea............................................. Grandi infrastrutture: per la Calabria non basta il ponte sullo Stretto........... Il compito dei socialisti in Calabria dopo il successo elettorale del 1990....... Necessità di una politica di programmazione in Calabria............................... POLITICA DEI TRASPORTI E DELLE GRANDI INFRASTRUTTURE Una nuova politica dei trasporti per il nostro Paese......................................... Una politica per il cabotaggio. Prospettive per il porto di Gioia Tauro.......... La vendita dei beni immobili dello Stato al servizio della rinascita delle nostre città............................................................................................................ Necessità di una nuova legge urbanistica nel nostro Paese........................... Ente F.S.: necessità di un rilancio all’insegna della efficienza e della funzionalità .......................................................................................................... NECESSITÀ DELL’ALTERNATIVA PER RIFORMARE LE ISTITUZIONI ED IL SISTEMA POLITICO Quale impegno per la Calabria?......................................................................... È giunto il tempo delle strategie........................................................................ Riforme istituzionali: coniugare democrazia ed efficienza.............................. Riforme istituzionali: favorire una democrazia compiuta ............................... Cattolici e socialisti ............................................................... ............................. Il crollo del mito comunista................................................................................ La questione democristiana ............................................................................... La questione socialista........................................................................................ Piano Solo: il ruolo dei socialisti in difesa delle istituzioni democratiche...... Riprendiamoci il centro sinistra.........................................................................

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Sandro Principe