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CALCIo2000 L’enciclopedia del calcio diretto da Fabrizio Ponciroli

n.188 Paperoni del calcio agosto 2013 Beckham, il re di denari

Esclusiva Obiang

“Voglio la Spagna”

Esclusiva verratti

“Studio da Pirlo” pag.8

Miti del Calcio

El Pepe celeste

pag.16

pag.22

pag.42

Focus On

Calcio Femminile, che annata...

pag.54

pag.26

intervista esclusiva Spolli, el flaco siciliano...

pag.30

Serie B Carpi & Latina, due sorprese cadette...

pag.38

speciale Professione Osservatore, un mestiere vero...


d e e F r n A o t C I o A n 2 p 0 F u 1 3 c S I F tm

le stelle del calcio mondiale e le nazionali più forti dei 5 continenti

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sommario188 serie A

serie a

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La bocca del leone di Fabrizio Ponciroli Intervista Esclusiva Verratti di Sergio Stanco I Paperoni del Calcio di Fabrizio Ponciroli Intervista Esclusiva Obiang di Thomas Saccani Intervista Esclusiva Spolli di Fabrizio Ponciroli Professione Osservatore di Gabriele Cantella Speciale Calcio Femminile di Paolo Camedda

altri campionati italia 30 Serie B – Carpi & Latina di Daniele Berrone 34 Rubrica LegaPro - Albinoleffe di Nicolò Bonazzi 36 Rubrica Serie D – Piacenza di Nicolò Bonazzi

il calcio racconta 42 I miti del calcio - Schiaffino di Luca Gandini 46 Accade a Agosto di Simone Quesiti 48 Calcio Altrove - Le Sovietiche di Gabriele Porri 50 Dove sono finiti? Ivano Bordon di Stefano Benetazzo 52 A un passo dalla gloria: Massimo Filardi di Alfonso Scinti Roger

TOP CALCIO EUROPA 60 64 68 72

Spagna - “O Rei” di Barcellona Inghilterra - Esordienti e Ripetenti Germania - Ad un passo dall’Olimpo Francia - L’abito fa il Monaco

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calcio2000 Direttore Responsabile Alfonso Giambelli Direttore Editoriale Fabrizio Ponciroli redazione@calcio2OOO.it Responsabile Iniziative Speciali Riccardo Fiorina rfiorina@calcio2OOO.it Caporedattore Sergio Stanco redazione@calcio2OOO.it Redazione Tania Esposito redazione@calcio2OOO.it Giancarlo Boschi Hanno collaborato Daniele Chiti, Renato Maisani, Antonio Longo, Deborah Bassi, Luca Gandini, Alvise Cagnazzo, Gianpiero Versace, Luca Manes, Flavio Sirna, Paolo Mandarà, Stefano De Martino, Antonio Giusto, Nicola Pagano, Eleonora Ronchetti, Simone Grassi, Gianluigi Bagnulo, Antonio Vespasiano, Matteo Perri, Francesco Del Vecchio, Antonio Modaffari, Gabriele Porri, Paolo Camedda, Alessandro Basile, Francesco Schirru, Pasquale Romano, Elvio Gnecco, Dario Lisi, Francesco Ippolito, Roberto Zerbini, Andrea Rosati, Silvia Saccani, Lorenzo Stillitano, Riccardo Cavassi, Antonello Schiavello, Alfonso Scinti Roger, Elmar Bergonzini, Alessandro Casaglia, Simone Quesiti, Pierfrancesco Trocchi, Stefano Benetazzo, Nicolò Bonazzi, Gianni Bellini, Francesco Scabar, Daniele Berrone, Irene Calonaci, Simone Beltrambini, Gabriele Cantella Realizzazione Grafica Francesca Crespi Fotografie Agenzia fotografica Liverani Statistiche ACTION GROUP srl

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Numero chiuso il 3O giugno 2013 Tutti i mesi, troverai Calcio2000 su: www.calcissimo.com/calcio2000 www.issue.com/calcio2000

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Per scriverci – redazione@calcio2000.it

MI PUÒ AIUTARE?

Egregio Direttore Ponciroli, la contatto perché so che lei può aiutarmi. So che è un grande collezionista di figurine e qui ho bisogno di lei. Io sono un tifoso dell’Ascoli, ho 40 anni e sono alla ricerca di una collezione di figurine in cui, mi pare di ricordare, c’erano due giocatori dell’Ascoli in formato caricatura. Non so se è frutto della mia fantasia ma mi pare di ricordare che fosse così. Non è che magari lei si ricorda? So che le chiedo molto ma non riesco proprio a togliermelo dalla testa… Severino, mail firmata Caro Severino, ti ricordi bene… La raccolta a cui pensi da tempo è Calciatori Panini, edizione 1983/84. In quell’album, le due pagine centrali, erano dedicate agli stranieri (due per squadra) presenti nelle rose delle squadre di Serie A di quella stagione. Nello specifico, per quanto riguarda l’Ascoli, erano raffigurati, in formato caricatura, i due stranieri dell’epoca, ovvero Juary e Trifunovic. Quest’ultimo era “immortalato” mentre effettuava una rovesciata, gesto atletico che credo non abbia mai fatto neppure in allenamento. Spero di esserti stato utile…

MILAN IMMOBILE…

Caro Ponciroli, so che lei è sempre attento al calciomercato e mi chiedo come sia possibile che il mio Milan non faccia nulla sul mercato. Galliani parla con tutti e non conclude con nessuno. Secondo lei come andrà a finire? Chi non ci sarà più il prossimo anno? Complimenti per la rivista e mi aspetto presto un milanista in cover. Auguri per la prossima stagione. Leo, mail firmata Caro Leo, mai sottovalutare uno come Galliani. Il mio intuito mi dice che, negli ultimi giorni di mercato, il Milan si farà sentire e porterà a casa qualcuno di importante. Purtroppo il Milan, come altre società, deve fare i conti con ristrettezze economiche notevoli e, di conseguenza, prima di acquistare, deve necessariamente vendere. Per uno che arriverà, un altro farà le valigie. A mio avviso partirà solo Robinho e, forse, qualcuno a centrocampo. Mi aspetto un giocatore importante a metà campo…

IL PIÙ BEL GOL DI SEMPRE…

Gentile Direttore, ho saputo che Calcio2000 torna in edicola, è vero? Ne sarei contentissimo, visto che il web mi appartiene il giusto. Con la mia età, devo chiedere sempre a mio figlio di aiutarmi per poterlo vedere sul computer. Mi è capitato di vedere un programma che raccontava gli anni Ottanta, quelli in cui ero un giovane trentenne e ho visto che hanno fatto vedere i gol più belli della storia con il famoso gol di Maradona al primo posto. Hanno fatto vedere anche quello di Van Basten nella finale dell’Europeo 1988. Beh, secondo lei quale è stato il gol più bello di sempre? Angelo, mail firmata Mamma mia Angelo, che domanda difficile… Il gol è un attimo sfuggente, la sua bellezza è spesso legata al momento in cui avviene. Maradona e Van Basten hanno segnato, rispettivamente, in un Mondiale e in un Europeo, è chiaro che aumentino di valore ed importanza. Personalmente ricordo un gol di Ronaldo. Allora il Fenomeno giocava con la gara con il Barcellona e, in una gara contro il Compostela (stagione 1996/97), riuscì a superare, come fossero birilli, tutti gli avversari, arrivando a segnare un gol pazzesco che diceva tutto sulla sua superiorità rispetto a tutto il resto del mondo del calcio. Una rete incredibile, non segnata in un grande evento ma pur sempre celestiale. Ecco, andrei con Ronaldo…

PRONOSTICI PROSSIMI ANNO

Gentile Redazione, avrei, come ogni anno, una domanda per il Direttore a cui vorrei chiedere i primi tre classificati della prossima stagio-

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di Fabrizio Ponciroli

ne, chi retrocederà e chi vincerà la Champions. Risultati che metterò sul mio blog insieme a quelli di altri illustri giornalisti. Spero in una vostra risposta. Grazie e distinti saluti Pietro, mail firmata Caro Pietro, eccomi e vedrai che non ne azzeccherò neppure una. Comunque ci provo. Allora, classifica primi tre posti prossimo anno: Juventus, Inter, Napoli. Ultimi tre posti: Genoa, Livorno, Chievo. La Champions la vincerà ancora il Bayern Monaco di Guardiola.

BENITEZ È UN GRANDE TECNICO?

Gentile Redazione, continuo a seguirvi anche ora che siete sul web e, da buon tifoso del Napoli, sono molto preoccupato per il nuovo corso del mio Napoli. Non ho capito il perché dell’arrivo di Benitez. All’Inter è durato poco e ora me lo ritrovo alla guida del Napoli, perché? Stiamo parlando di un allenatore che non mi pare sia mai stato amato da nessuno. Al Chelsea l’hanno cacciato subito, perché l’abbiamo preso? De Laurentiis non mi pare abbia fatto una bella presa, o sbaglio? Tifoso Napoli, mail firmata Caro amico, ci andrei piano nel giudicare male uno come Rafa Benitez. Questo signore non è uno sprovveduto. Ovunque è stato, ha vinto e, nel calcio, quello che conta è vincere. Anche nella disastrata stagione nerazzurra, ha comunque portato a casa dei trofei e questo la dice lunga sul valore del tecnico spagnolo. Si

prenda, ad esempio, anche l’ultima avventura al Chelsea. Sebbene sapesse di essere un semplice traghettatore, ha alzato al cielo l’Europa League, vinta grazie alle sue idee. Il suo curriculum parla chiaro, ha vinto tutto a livello di club, dalla Champions League (con il Liverpool) alla Coppa de Mondo per Club (Inter). Mazzarri è un grande tecnico ma Benitez non è da meno…

MI DICA SE ANDATE AVANTI… Caro Direttore, Ho saputo che si torna in edicola ma è solo per l’estate? Aspetto sue risposte… Antonio, mail firmata No, l’idea è di andare avanti il più possibile… Buona lettura amici!!!

VIDEOGAMES DA URLO!!! I consigli del mese per chi ha voglia di divertirsi con la console di casa… WWE 2K14 Per chi non può stare lontano dal wrestling WWE, ecco il titolo perfetto. Da The Rock a Triple H, i migliori sono sul ring, pronti a darsele di santa ragione…

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LEGO LEGENDS OF CHIMA: IL VIAGGIO DI LAVAL In questo epico viaggio Laval dovrà scoprire il segreto della leggendaria armatura del triplo CHI

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intervista - marco verratti

di Sergio Stanco

il piccolo principe Intervista Esclusiva con Marco Verratti, centrocampista rivelazione del PSG e della Nazionale italiana.

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icordate il personaggio del “Piccolo Principe”, il libro fantastico di Antoine de Saint-Exupery? Vagava per i pianeti e faceva un sacco di domande per capire il mondo degli adulti. Fare il parallelo con Verratti è stato un attimo, e non solo perché la favola è uno dei classici della letteratura francese, ma proprio perché al nostro “piccolo” Marco in questo ultimo anno è successo davvero di tutto: l’estate scorsa festeggiava la promozione in Serie A col suo Pescara da protagonista, ma ancora con addosso l’etichetta del giocatore che si doveva fare. Non a caso, le “big” del nostro calcio hanno tentennato prima di investire su di lui. Certo, il Pescara chiedeva tanto (15 milioni di euro), ma il PSG ci ha creduto e oggi passa all’incasso. Da allora, infatti, il ragazzo è 8 calcio2000 ago 2013

cresciuto in maniera esponenziale: s’è già fatto praticamente, in meno di un anno. Titolare e campione di Francia nel PSG, croce e delizia di Ancelotti che con lui ha usato un po’ di bastone e tanta carota, e leader della Nazionale Under 21 cui solo una fantasmagorica Spagna in finale ha negato la gioia di laurearsi Campione d’Europa. Nel mezzo, tanti riconoscimenti forse meno pubblici, ma di certo non meno importanti: come le “carezze” di Pirlo, i suoi suggerimenti, la sua investitura: per chi è considerato il suo erede, non è poco. Le doti tecniche, ma anche la testa saldamente sulle spalle (e lo vedrete dall’intervista che segue, dall’attenzione e l’umiltà delle risposte): insomma, tutte le condizioni perché quel timido prospetto di un campione che un anno fa si affacciava al grande calcio, ne diventi un testimonial

d’eccezione. Anche Marco, dunque, sta studiando il mondo degli adulti, perché ha tutta l’intenzione di trasformarsi da Principe in Re. Allora Marco, cominciamo dagli albori: quando hai capito che avevi i numeri per diventare un grande giocatore? “Io non sono un grande giocatore, cerco di diventarlo con il lavoro, il sacrificio ed il sudore giorno dopo giorno”. Risposta da manuale, tipo un lancio di 50 metri che finisce sul piede di Ibra… (ride, ndr). Continuiamo: hai sempre giocato da centrocampista o come spesso capita ti è stato cambiato ruolo? “No, ho sempre giocato in mezzo al campo. Forse all’inizio in posizione più avanzata, ma il mio ruolo è quello”. Sgombriamo il campo da equivoci:


Si ringrazia Panini per la gentile concessione delle immagini

che sei nato trequartista, allora, è una favola o è vero? Qual è il ruolo che hai sempre sentito tuo? “Mi trovo benissimo in quello attuale (regista, ndr), è quello che si addice di più alle mie caratteristiche”. Nella tua crescita è stato determinante un mister come Zeman: cosa ti ha insegnato? “La cosa fondamentale che ho imparato dal mister è la cultura del lavoro. È un martello”. A dispetto dell’immagine che si è costruito, pare che sia una persona anche divertente: ma l’hai mai visto ridere? “Sì, assolutamente sì, anche spesso (sorride, ndr). È anche molto simpatico”. Qual è invece secondo te la migliore qualità di Mister Ancelotti? “È fondamentale la sua capacità nel ge-

stire gli umori ed i caratteri di grandi campioni”. Qual è la raccomandazione più frequente che ti ha fatto? “Spesso mi ha consigliato di non protestare con l’arbitro (sorride, ndr)”. Il tuo primo giorno a Parigi, che ti ricordi? “Tutto, è stata una giornata indimenticabile: l’arrivo alla sede, allo stadio, la firma del contratto. È stato un mix d’emozioni che ricorderò sempre”. Chi ti ha aiutato nell’inserimento nel nuovo ambiente? È stato difficile? “No, perché ho sempre avuto al mio fianco la mia famiglia e la mia fidanzata che mi sono stati vicini”. Cosa ti manca dell’Italia e cosa invece non ti manca proprio? “Mi mancano certamente i miei amici

Con l’Under 21 di Mangia, Verratti si è dovuto arrendere solo alla Spagna in finale

“Non è Pirlo, ma sarà il suo erede” Luca Ariatti (ex Atalanta, Fiorentina, Lecce e molte altre, oggi procuratore sportivo), nel 2010 ha praticamente tenuto a battesimo Marco Verratti, che a soli 18 anni cominciava a farsi ammirare in Serie B. Ecco il ricordo dell’ex centrocampista: “Marco è il classico esempio da raccontare ai ragazzi che sognano di diventare calciatori. Eravamo al primo anno Serie B e c’erano grandi aspettative su di lui, anche se fino ad allora nessuno aveva realmente cercato di prenderlo. Lui è la dimostrazione che col tempo, col lavoro e stando in società più a misura d’uomo, si può crescere. Aveva cominciato quella stagione da trequartista, ma non ne aveva le caratteristiche, non trovava la posizione e i tempi. Verso la fine della stagione, Di Francesco lo ha spostato a centrocampo davanti alla difesa: me lo ricordo bene perché giocavamo in coppia e da allora la sua carriera ha svoltato. È diventato un grande giocatore, ma sinceramente non pensavo potesse arrivare a grandi livelli in così poco tempo”. Anche se... “Aveva e ha grande qualità, grande umiltà, è un ragazzo molto semplice e il suo gioco lo definirei essenziale. È talmente umile che secondo me neanche si accorge di quello che sta facendo, ha sempre i piedi per terra, non perde mai la testa”. C’è una cosa di Verratti che in maniera particolare ha colpito Luca Ariatti: “La personalità, ne ha tantissima. È un grandissimo palleggiatore, gioca corto, non butta mai via palla neanche sotto pressione, assomiglia più a Pizarro che a Pirlo, che ha più lancio lungo e gioco da fermo. Lui è più un metronomo, gestisce palla, fa girare la squadra, ma mette sempre la gamba”. Dove può arrivare? Luca, piuttosto, guarda a dove è già arrivato... “Quando giochi al PSG sei già arrivato, sei nell’élite. In Francia ci hanno creduto e gli hanno affidato la squadra, significa essere già ad altissimi livelli. Oggi il PSG vale il Barcellona, la Juve, il Manchester, i club più blasonati. In futuro, se mai decidesse di cambiare, lo vedrei più in un calcio tecnico come quello spagnolo. In ogni caso, non ho dubbi: sarà il faro dell’Italia appena Pirlo deciderà di lasciare. Insieme, secondo me, non possono giocare, ma non vedo eredi di Pirlo migliori di Marco Verratti”. Pirlo-Verratti, un paragone che ricorre. Nessuno meglio di Leonardo Menichini, secondo allenatore del Brescia di Mazzone quando Pirlo esplose da regista (furono loro ad arretrarlo), ed avversario di Verratti in Serie B quando allenava il Crotone, può dirimere la controversia: “Verratti è un gran bel giocatore, non si discute, ma Pirlo è Pirlo, uno dei migliori al Mondo. Secondo me già il fatto che Verratti, a soli vent’anni, sia accostato a lui deve inorgoglirlo. Probabilmente il confronto tra i due viene spontaneo perché sono due trequartisti diventati registi e per la personalità che entrambi hanno nel giocare il pallone senza paura: secondo me, però, Pirlo è più completo, perché ha sia destro che sinistro, ha il lancio lungo, mentre Verratti preferisce il gioco corto, ma è anche bello tosto a metà campo, uno che si fa sentire nei contrasti, a volte anche troppo (sorride, ndr). Ripeto, però, che è uno dei migliori giovani in circolazione e col tempo tutto si può affinare: gli auguro anche solo di avvicinarsi a quello che ha fatto Pirlo, significherebbe fare comunque una grandissima carriera”.

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intervista - marco verratti

e le cene che facevamo tutti insieme, rinuncio volentieri al calcio vissuto in maniera ossessiva come capita da noi”. In effetti, abbiamo visto diversi video in cui ti diverti con i tuoi compagni dal PSG: come vivono il calcio in Francia? “Lo vivono in maniera normale, più rilassata, senza eccessive pressioni”. Il prossimo anno ci saranno i Mondiali: ci vai per imparare da Pirlo o credi di poterlo vivere da protagonista? “Innanzitutto, devo ancora andarci (sorride, ndr)”. Altra risposta da manuale del bravo calciatore. E di Pirlo che ci dici? “Avere davanti a me Andrea è solo un onore…”. Che rapporto hai con lui? L’ultimo consiglio che ti ha dato? “Il nostro rapporto è ottimo, in Nazionale scherziamo sempre, ci divertiamo un sacco”.

Chi sono i più forti nel tuo ruolo al Mondo? Il tuo preferito? “Questa è facile: Pirlo (sorride, ndr)”. E invece da piccolo a chi ti ispiravi? “Ammiravo molto Del Piero”. Chi devi ringraziare per essere arrivato dove sei oggi? “Sicuramente la mia famiglia, che ha fatto tanti sacrifici per aiutarmi a coronare il mio sogno. Senza di loro non sarei qui”. Il Verratti studente era un “professore” come il Verratti che insegna calcio a metà campo? “Parliamo di un altro argomento che è meglio (sorride, ndr)”. Va bene, viva l’onestà. Altro argomento non proprio felice: dopo l’Europeo dei

Al PSG, grazie ad Ancelotti e Ibra, Verratti ha acquisito tanta esperienza, vincendo anche la Ligue 1

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grandi, la Spagna ci ha soffiato anche quello dei “piccoli”, qual è il loro segreto secondo te e come si colma il gap? “Io posso parlare per l’Under: molti di loro hanno già giocato competizioni internazionali, mentre – come ha detto mister Mangia – a noi è mancata un po’ d’esperienza. Vedrete che nel futuro colmeremo questa differenza”. Con l’Under 21 avete fatto un’ottima figura: chi credi verrà con te in Brasile dei tuoi compagni? “Impossibile fare nomi, lo meriterebbero tutti...”. Come ti chiamano in Francia? Hai qualche soprannome divertente che ti piace?


il piccolo principe

Visto dall’agente Di Campli: “In Brasile Marco sarà il numero 1” “Consigliere, amico, quasi fratello maggiore”, così Donato Di Campli racconta il suo rapporto con Marco Verratti, di cui cura gli interessi. A lui abbiamo chiesto quali siano le prospettive del gioiellino del PSG. Avvocato, partiamo dal principio, come ha scoperto Marco Verratti? “L’ho scoperto a Pescara, ai tempi degli Allievi. Era già un fenomeno allora”. Quindi si è reso conto subito che aveva di fronte il prospetto di un campione? “Immediatamente, non ho avuto il minimo dubbio”. Cosa l’aveva colpita in particolare di lui? “Il gap di differenza con gli altri ragazzi, nonostante fosse più giovane di due anni rispetto agli altri giocava con una personalità eccezionale”. I paragoni con Pirlo si sprecano: secondo lei Marco dove può arrivare? “Non lo so, ma comunque di strada ne ha fatta già tanta. Non dimentichiamoci che ha solo vent’anni”. In generale un agente per il calciatore deve essere… “Una persona leale”. Chi è il prossimo “Verratti” che le esploderà tra le mani? “Ve ne segnalo due: Giacomo Ridolfi ed Alberto Torelli (centrocampisti della Vis Pesaro, rispettivamente classe ‘94 e ‘95)”. In Brasile, nel 2014, Marco sarà… “Il numero 1”.

Cresciuto nel Pescara, oggi Verratti è uno dei centrocampisti migliori al mondo

“Dipende. Alcuni mi chiamano semplicemente “Petit” Verratti (piccolo Verratti, ndr) oppure “Gufetto” è quello che mi porto dietro da un po’”. La tua quotazione è impazzita, mi sa che in Italia non ti vedremo mai più: a te piacerebbe tornare un giorno? “Un giorno sì, mi piacerebbe, ma al momento in effetti è molto difficile” Prima di tornare, c’è un altro calcio che ti piacerebbe provare?

“Forse quello inglese o anche quello spagnolo”. Qual è il sogno che vorresti ancora coronare? “Un giorno vincere il mondiale”. E se quel giorno fosse il 13 luglio del 2014? D’altronde, per uno che in un anno è passato da Pescara a Parigi, sfiorando il tetto d’Europa, i sogni son desideri. Che molto spesso si realizzano. calcio2000

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speciale - i nuovi pirlo

di Daniele Berrone

i nuovi pirlo Il ruolo da regista è uno dei più ricercati dalle squadre di calcio. Oltre a Verratti, vediamo chi sono gli altri giovani entrano nel mirino delle “big”.

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ecnica, visione di gioco, precisione e dribbling. Sono queste le caratteristiche che deve avere un grande regista di centrocampo. Andrea Pirlo e Xavi Hernandez rappresentano, in tal senso, due istituzioni. Sono i giocatori che più di ogni altro incarnano le doti che un mediano che gioca davanti alla difesa deve avere. Sono completi, impostano e difendono; sanno far partire l’azione da dietro o verticalizzare in profondità; sono in grado di mettere in porta il compagno in mille modi e maniere. Tecnicamente eccelsi, offrono un ventaglio di soluzioni ampissimo. 12 calcio2000 ago 2013

Tutti i maggiori club europei si sono resi conto dell’importanza di avere un grande regista in squadra, ed alcuni di questi si sono portati avanti con il lavoro crescendo in casa alcuni dei più fulgidi talenti del ruolo. Il più importante e conosciuto è Marco Verratti, faro del Paris Saint Germain. Accanto a lui, però, ci sono altri ragazzi di grandissima prospettiva. Bryan Cristante, talento italo-canadese classe ’95 del settore giovanile del Milan, è considerato un predestinato. Visione di gioco, piede educato e lancio millimetrico, regista di centrocampo dotato di tecnica sopraffina

e tempi di gioco perfetti. Nato come centrale di centrocampo, è stato ben presto impiegato come fulcro del gioco nelle giovanili rossonere. Impossibile non sfruttare le fantastiche doti di questo mediano, abile a smistare il pallone ed in grado di dettare i tempi del gioco. Cristante predilige prendere la palla dai difensori ed impostare lui stesso la manovra di gioco. Né più, né meno, il gioco che fa Andrea Pirlo nella Juventus e con la Nazionale, guarda caso. Cristante, per quanto il paragone con il numero 21 bianconero sia azzardato, rappresenta un unicum nel panorama dei centrocampisti italiani.


Bravissimo palla al piede, gioca sempre a testa alta ed è in possesso di un lancio formidabile. Cresciuto nel vivaio del Milan, verrà promosso in prima squadra a partire da quest’estate. Thiago Alcantara, figlio dell’ex nazionale brasiliano Mazinho, è uno dei prodotti della cantera del Barcellona. Classe 1991, ha nella visione di gioco e nel tocco di palla le sue migliori qualità, tanto da spingere i media spagnoli a paragonarlo a Xavi Hernandez. Nato in provincia di Brindisi, il giovane talento brasiliano naturalizzato spagnolo ha scalato in fretta le gerarchie del settore giovanile blaugrana. Dal 2009 fa parte della prima squadra, con cui ha collezionato ad oggi 101 partite e 11 reti. Alcantara, come ha dimostrato nel corso del recente Europeo Under 21,

Thiago Alcantara, regista del Barcellona dalle qualità tecniche importanti

è un centrocampista di spiccata personalità e con una visione di gioco che solo i grandi campioni possono vantare. Gioca davanti alla difesa, ma ama svariare lungo tutta la zona centrale del campo, inserendosi anche in area di rigore. Destro naturale, ha una tecnica sopraffina, tanto da sembrare ambidestro in molte circostanze di gioco. Un carattere ed una personalità rocciosa lo hanno portato ad essere capitano e rigorista dell’Under 21 iberica, con cui ha vinto ben due Europei di categoria. Il dualismo con Xavi Hernandez, leggendaria stella del calcio iberico, sembrerebbe spingere Thiago Alcantara a chiedere la cessione in estate. Inutile dire che il suo acquisto sarebbe un innesto formidabile per qualsiasi centrocampo. Mateo Kovacic, talentino croato classe ’94, è stata una delle poche note liete della scorsa stagione interista. Cresciuto nel Lask Linz, si è fatto un “nome” in patria indossando la maglia della Dinamo Zagabria, dove gli è stata immediatamente concessa massima fiducia. Semplice capirne il motivo, fin dalle prime apparizioni in Serie A, Kovacic ha dimostrato a tutti di che pasta è fatto. Il giovane regista croato ha qualità eccelse, unite ad una sfrontatezza che solo chi possiede grandi mezzi può vantare. Rapido ed in possesso di una progressione davvero notevole, Kovacic ha una tecnica di base invidiabile. Il suo dribbling, secco e preciso, aiuta le sue squadre a godere facilmente della superiorità numerica, ponendo le basi per importanti azioni offensive. Uno dei suoi marchi di fabbrica, oltre a geometrie e verticalizzazioni, sono i calci di punizione. Con la maglia della Dinamo erano frequenti le sue trasformazioni da palla inattiva, tanto che in 43 presenze è riuscito a collezionare ben 7 reti. Nato come trequartista, si è progressivamente abbassato in campo, ricoprendo prima il ruolo di mezzala, quindi quello di regista basso davanti alla difesa. Tonny Trindade de Vilhena, regista classe ’95, è il più importante prospetto del calcio olandese.

Cresciuto calcisticamente nel Feyenoord, si è ritagliato un posto da protagonista a soli 18 anni in prima squadra. Tecnica e visione di gioco son caratteristiche che madre natura gli ha regalato, che uniti alla sua rapidità ed alle sue verticalizzazioni lo rendono un giocatore con caratteristiche devastanti. In possesso di geometrie fuori dal comune, Vilhena vede la porta molto bene ed ha un tiro da fuori efficace e preciso, che lo rende un giocatore pronto per i maggiori campionati europei. Punto fisso del Feyenoord di Rotterdam, è a 18 anni da poco compiuti uno dei prospetti più interessanti del panorama calcistico internazionale, tanto da spingere i maggiori club europei a visionarlo durante le partite di Eredivisie e nel corso dell’Europeo Under21 in cui l’Olanda ha ben figurato. Emre Can, turco-tedesco classe ’94, è uno dei prodotti del settore giovanile del Bayern Monaco. Centrocampista centrale poliedrico, unisce doti d’impostazione ad un fisico imponente, che fa di Can un ragazzo di sicuro avvenire. Progressivamente inserito in prima squadra, il giovane talento di passaporto tedesco è considerato uno dei futuri protagonisti con la maglia bavarese. Convocato anzitempo in Under21, Can ha avuto modo di farsi apprezzare durante il torneo appena chiusosi in Israele. L’approdo di Pep Guardiola sulla panchina del Bayern, dicono i ben informati, ha riempito di gioia il talentino di origini turche. Lavorando quotidianamente con il tecnico catalano, Can conta di affinare le meravigliose qualità che madre natura gli ha regalato. In un calcio che fa della rapidità e dei movimenti senza palla il suo cardine, è vitale avere un giocatore che mantenga la calma, che sappia mettere il pallone dove vuole. Un uomo in grado di dettare i tempi del gioco e degli inserimenti; che sappia valorizzare il lavoro di preparazione al match fatto in allenamento. I grandi club del Vecchio Continente l’hanno capito, la corsa “all’oro” è già cominciata. calcio2000 13 ago 2013


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speciale - paperoni del calcio

di Fabrizio Ponciroli

BRAND, NON CALCIATORI Nessuno ha guadagnato più di Re Mida Beckham nel mondo del calcio, stagione 2O12, ma chi insegue non si è accontentato di briciole…

c’

era una volta un calcio a misura d’uomo, ovvero con stipendi che nulla avevano a che fare con le cifre di oggi. Con il passare degli anni e la crescita del mondo calcio, tutto si è ingigantito, tanto da essere totalmente “fuori mercato”. I calciatori attuali (attenzioni, non tutti ma alcuni privilegiati) non sono semplici sportivi abilissimi con il pallone tra i piedi ma vere e proprie aziende. Dei brand, in grado di generare soldi a palate… Basta un nome per spiegare al meglio questo strano ma affascinante meccanismo, ovvero quello di David Beckham. Dati alla 16 calcio2000 ago 2013

mano, l’ex stella, tra le altre, di Manchester United, Real Madrid e Milan, è il giocatore (ora ex giocatore) che ha guadagnato di più nel corso del 2012. L’ex nazionale inglese ha incassato, udite udite, la bellezza di 50,6 milioni di dollari nel corso del già citato 2012 (più o meno parliamo di 38,7 milioni di euro). Vi chiederete chi ha elargito una simile somma al caro Beck? Beh, non il PSG (sua ultima squadra), visto che il generoso David ha deciso di devolvere il proprio compenso, per i mesi passati a Parigi, in beneficienza. E allora chi? Il conto è presto fatto. Dai suoi main sponsor, ovvero adidas, Coty, H&M,

Sainsbury and newest partner e Breitling sono arrivati ben 44,1 milioni, a cui vanno aggiunti 6,5 milioni ricevuti per il trionfo in MLS con i Los Angeles Galaxy. Totale: 50,6 milioni… E, attenzione, non pensiate che il ritiro dal campo sarà un problema per il facoltoso inglese. Grazie al suo recente contratto come nuovo testimonial della Super League cinese, i futuri introiti di Beck saranno ancora da primato. In cambio del suo bel volto, i vertici del calcio cinese verseranno nelle casse della famiglia Beckham ben 50 milioni di euro totali (10 all’anno per i prossimi 5 anni). Come se non bastasse, il bel


Si ringrazia Panini per la gentile concessione delle immagini

David ha deciso di aprire un ristorante di lusso nella celebre Strip di Los Angeles, in collaborazione con il famoso chef Gordon Ramsay, amico di vecchia data. Un altro modo per non rischiare di perdere il titolo di re del calcio… Insomma, un uomo di calcio che si è trasformato in un brand, con buona pace di chi crede ancora che la fortuna dei calciatori sia nei piedi… GLI “SPAGNOLI” DEL PODIO Uno gioca nel Real Madrid, l’altro nel Barcellona. Stiamo parlando, rispettivamente, di Cristiano Ronaldo e Messi, ovvero il secondo e il terzo calciatore che hanno incamerato più quattrini nel 2012. CR7, 28enne portoghese noto in tutto il pianeta, lo scorso anno ha rastrellato la modica cifra di 43,5 milioni di dollari (33,3 milioni di euro al cambio attuale). Quasi la metà dei propri incassi (21,6 milioni) derivano dai facoltosi sponsor che lo seguono giorno per giorno, nello specifico Nike, Castrol, Clear Shampoo, Mobitti, Konami, Banco Espirito Santo, il resto arriva dal Real Madrid. Ma, attenzione, il portoghese sta rinegoziando il proprio accordo con i blancos. Oltre al volere più soldi, la stella della Liga pretende una rivisitazione della quota dei tanto famosi diritti d’immagine (attualmente circa il 40% finisce nelle casse del club

Il valore del Real Madrid è pari a 3,3 miliardi di dollari, nessuna squadra di calcio vale di più

spagnolo), così da aumentare notevolmente il proprio fatturato. Distanziato di “soli” 3,2 milioni, ecco Messi. La Pulce si è fermata a 40,3 milioni di banconote americane (30,8 milioni di euro). Forte di un contratto con il club blaugrana di 21,2 milioni e pronto a raccogliere l’eredità di Beckham quale primo testimonial dell’adidas, l’ar-

onore al real madrid Vi siete mai chiesti quanto possa valere un club come il Real Madrid? La risposta l’ha fornita proprio Forbes che ha quantificato il valore del club spagnolo. Le merengues valgono esattamente 3,3 miliardi di dollari. Avete capito bene, 3,3 miliardi di dollari. Questo fa del club di cui è presidente Florentino Perez il giocattolo di calcio più ricco al mondo. Una quotazione davvero impressionante se si pensa che i New York Knicks, la franchigia più importante (e danarosa) dell’intera NBA è stata valutata, sempre da Forbes, 1,1 miliardi di dollari, quindi esattamente 1/3 dei blancos. Non vi basta? Beh, i Dallas Cowboys, la franchigia NFL più quotata, vale 2,1 miliardi di dollari, poco più della metà del Real Madrid… Meglio dei Cowboys, a dire il vero, ci sono altre due squadre di calcio, ovvero Manchester United (3,1 miliardi) e Barcellona (2,6 miliardi). E le italiane? Il Milan è sesto, con un valore stimato in 945 milioni di dollari mentre la Juventus è ottava (694 milioni) ma con un incremento, rispetto all’anno precedente, pari ad un +17% che fa ben sperare per il futuro…

gentino punta a conquistare la vetta dei giocatori più pagati al mondo già a partire dall’anno in corso… Per sua fortuna, gli sponsor non gli mancano di certo. Al suo fianco, il piccolo Messi ha marchi del calibro di adidas, Pepsi, EA Sports, Head & Shoulders, Herbalife, Turkish Airlines, Dolce & Gabbana. Diciamo non proprio la bottega dei salumi sotto casa… CHI INSEGUE… C’è un abisso tra i primi tre e chi insegue. Solo Beckham, Cristiano Ronaldo e Messi possono vantarsi di aver superato quota 40 milioni di fatturato nel 2012. Per tutti gli altri, cifre decisamente più modeste (se si possono considerare tali…). Aguero, stella del City, è il quarto in graduatoria con un incasso totale di 20,8 milioni di dollari. Tanti arrivano dal multi-contratto firmato con i Citizens, altri da sponsor di fama mondiale come Puma e Pepsi. Alle sue spalle un altro giocatore della Premier League, ovvero Rooney. Nel 2012 è giunto a quota 20,3 milioni, anche grazie alla fortunata collana di libri griffata Harper Collins. Passiamo poi a Yaya calcio2000 17 ago 2013


speciale - Paperoni del calcio

brand, non calciatori

ai miei tempi

Anastasi, ai suoi tempi, percepiva 20-30 milioni all’anno, ma si parlava di lire

Tourè con i suoi 20,2 milioni di euro, frutto quasi esclusivamente del suo accordo milionario con il Manchester City (valido sino al 2017). In settima posizione un altro “inglese”, ovvero El Nino Maravilla Torres. Il centravanti del Chelsea non ha agguantato Yaya Tourè solo per 100.000 dollari (20,2 milioni l’incasso dello spagnolo). Voliamo in Brasile per l’ottavo della fantastica lista. Il nome è quello di Neymar e, vista la giovane età (21 anni) e il suo fresco passaggio al Barcellona, siamo certi che, nei prossimi anni, lo vedremo in ben altre posizioni. Con sponsor importanti del calibro di Nike, Konami, Panasonic, Red Bull, Santander, Unilver, Volkswagen, Neymar ha generato un fatturato, lo scorso anno, pari a 19,5 milioni. A chiudere la Top Ten dei paperoni del calcio troviamo Kakà e Drogba. Il primo, vecchia conoscenza del calcio italiano, ha chiuso a 19,5 milioni (tanti di questi versati nelle sue casse dal Real Madrid) mentre l’attaccante della

Tre scudetti, una Coppa Italia e un Europeo. Non proprio una bacheca da signor nessuno eppure, a livello di introiti economici, Anastasi, stella del calcio anni Settanta, non farebbe una gran figura, se paragonato agli stipendi che circolano nel calcio di oggi: “Guardi, io, ai tempi d’oro, prendevo circa 20/30 milioni… Ma non di euro, parliamo di lire e all’anno… Soldi che, allora, ti permettevano di comprare un appartamento. Oggi i top player si possono permettere quattro o cinque appartamenti al mese, quindi direi che è presto fatto il conto…. Più o meno credo che gli stipendi, in generale, siano aumentati di dieci volte tanto…”, spiega l’ex, tra le altre, di Inter e Juventus. Il bomber Campione d’Europa con l’Italia nel 1968 va anche oltre: “Mi pare che oggi si stia esagerando. Quando sento che il Monaco sarebbe pronto ad offrire a Cristiano Ronaldo ben 23 milioni di euro all’anno, ci resto un po’ male. Mi pare uno schiaffo a chi deve lavorare tutto il giorno per arrivare a fine mese. Comunque è anche vero che se c’è qualcuno che è disposto a darteli, sarebbe da stupidi rifiutare…”. Anastasi torna ancora ai suoi tempi: “Allora era tutto diverso, il calcio era diverso e, di conseguenza, anche gli stipendi. Non c’era il procuratore, era tutto più limpido e famigliare. Gli accordi si trovavano con molta più semplicità. Quanto potrebbe valere il mio cartellino al giorno d’oggi? Beh, credo che almeno 10 milioni di euro potrei anche valerli, no?”. Forse anche qualcosa di più…

Costa d’Avorio ha sfiorato i 18 milioni (17,8 per la precisione). Anche nel caso dell’ex Chelsea, oltre agli storici sponsor adidas e Pepsi, importante il contributo versato dalla sua ex squadra, ovvero i Shanghai Shenhua… MA GLI ITALIANI??? La classifica, stilata da Forbes, continua ma di giocatori che militano nel nostro campionato non se ne vedono. Gerrard, 11°, si è portato a casa 17,3 milioni, Adebayor ben 16,7, il buon Ibra (13° in classifica) 16,6, frutto soprattutto dell’accordo con il PSG. La lista prosegue con i vari Tevez, Eto’o,

Nasri, Lampard, Terry e Silva, quest’ultimo 19° con 15,4 milioni (grazie alle mani larghe del solito City) e, in 20° posizione, Benzema del Real Madrid. Tradotto: nessun “italiano” nelle prime 20 posizioni. Incredibile? No, se si tiene conto di diversi fattori, in primis la crisi economica che ha investito il nostro calcio, riducendo drasticamente le potenzialità, in termini di cash, dei nostri maggiori club. Comunque non c’è da preoccuparsi. Non ci sono giocatori che militano in Serie A, così come non sono presenti stelle della Bundesliga, un campionato che, risultati alla mano, non è inferiore e nessuno…

I calciatori piu’ pagati nel 2012 in figurina

18 calcio2000 ago 2013


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speciale - Paperoni del calcio

brand, non calciatori

ITALIA, CHE POVERACCI… C’era una volta la ricca e sfarzosa Serie A. Negli anni Novanta e Duemila, gli dei del calcio calcavano i nostri campi, rincuorati da stipendi da nababbi. Oggi non è più così e, a dimostrarlo, sono gli ingaggi delle stelle della nostra Serie A attuale. In cima alla graduatoria dei più pagati, stagione 2012/13, troviamo due stelle assolute come Buffon e De Rossi con 6 milioni netti a testa. Vero, parliamo di numeri ancora importanti ma nulla in confronto agli stipendi che vengono garantiti in altre piazze (Falcao, al Monaco, percepirà, nella prossima stagione, circa 14 milioni di euro netti all’anno). Il problema, come sottolineato più volte dall’ad rossonero Galliani, resta la fiscalità del nostro Paese. I 6 milioni di Buffon e De Rossi, di fatto, alla società pesano come 12 milioni (fiscalità al 50%), un “peso” non indifferente. Tornando alla questione classifica “italiani” più pagati, alle spalle del duo Buffon-De Rossi, troviamo un altro giallorosso, ovvero Totti, a quota 5, seguito da Cavani e Milito a 4,5 milioni e, successivamente, da due milanisti, ovvero Robinho e Mexes a quota 4 milioni (c’era anche Pato ad inizio anno ma è stato dirottato altrove). Un esempio ci permette di capire quanto si sia svalutato il calcio italiano. Pensate a Di Natale, attaccante da almeno 20 gol, garantiti, a stagione. Bene la stella dell’Udinese viene via con 1,3 milioni all’anno. Ovvio che, fuori dai confini nazionali, sarebbe stipendiato in maniera diversa…

IL FENOMENO FALCAO C’è un nome che sta salendo prepotentemente la china. Stiamo parlando di Falcao. L’ex stella dell’Atletico Madrid ha deciso di “sposarsi” con il Monaco. Il colombiano è stato convinto dai 52 milioni di euro messi sul piatto (per cinque anni complessivi di contratto) dal club monegasco. Dmitry Rybolovlev, presidente della società neopromossa in Ligue 1, lo ha voluto a tutti i costi, tanto da arrivare a spendere per la punta ex Porto la non banale cifra di circa 60 milioni di euro, tutti finiti nelle casse dell’Atletico Madrid. Ma, attenzione, tra bonus e premi vari, Falcao arriverà a percepire circa 20 milioni di dollari all’anno a cui andranno aggiunti i proventi dagli sponsor. L’arrivo in una terra fertile come la Francia e il suo essere una delle nuove stelle del calcio sudamericano, dovrebbero garantirgli almeno altri 10/15 milioni di dollari di extra, per un totale di 30/35 milioni di dollari all’anno. Magari non vincerà mai la Champions League ma, sicuramente, ha fatto goal per quanto riguarda l’aspetto finanziario. Occhio al nuovo paperone del calcio… IL BOOM DEI TRASFERIMENTI… Ingaggi da re ma anche operazioni d’oro. La storia del calcio è disseminata da trasferimenti record (dal punto di vista di milioni di euro investiti su un singolo giocatore). Estate 2009, il Real Ma20 calcio2000 ago 2013

Insieme a De Rossi, Buffon è il giocatore più pagato della Serie A

drid ufficializza l’acquisto, dal Manchester United, di Cristiano Ronaldo. Il costo dell’operazione è di 94 milioni di euro, ovvero il trasferimento più oneroso nella storia del pallone. Dopo otto anni, cade il primato di Zidane, passato dalla Juventus al Real Madrid per 73,5 milioni di euro. Chi pensa che tali cifre facciano ormai parte del passato, si sbaglia di grosso. Il caso Falcao ci ricorda

che tutto è possibile nel dorato universo del dio calcio. Qualche settimana fa il Monaco ha acquistato, dall’Atletico Madrid, il colombiano per 60 milioni di euro. Una fumata bianca che è valsa il quinto posto nella graduatoria dei trasferimenti record e la dimostrazione che non c’è fine alla bramosia di certi presidenti, disposti a tutto pur di avere il fuoriclasse dei propri sogni…


calcio2000 21 ago 2013


i

intervista - Pedro Obiang

di Thomas Saccani

il perico blucerchiato

Tra i giovani esplosi nell’ultima stagione, Obiang merita una citazione d’obbligo…

“E

ccomi, scusami ma stavo pranzando, se non mangio, mi innervosisco…”. Bastano queste poche parole per comprendere il carattere, decisamente goliardico, di Pedro Obiang. Il nativo di Alcala de Henares, comune autonomo nei pressi di Madrid, è arrivato alla Sampdoria giovanissimo, complice un inganno congiunto da parte del duo Marotta/Paratici (leggete l’intervista per scoprire l’arcano). Dopo un paio di anni di assestamento, alla sua prima vera stagione nella massima serie italiana ha lasciato il segno, rivelandosi 22 calcio2000 ago 2013

come uno dei migliori centrocampisti in circolazione. Peccato che sia di nazionalità spagnola… Allora Perico, che ti resta dell’ultima grande stagione in maglia blucerchiata? “A livello personale, per noi giovani della Samp, direi che è andata bene. Penso a me e Icardi, tanto per fare un esempio. Come squadra credo che si poteva fare qualcosina in più… Forse siamo arrivati alla fine leggermente stanchi e abbiamo sofferto un po’ troppo proprio nel finale, comunque è finita bene”.

Hai parlato di Icardi, che ci puoi dire di lui? “Che l’ho visto crescere, che siamo amici, in un certo senso… Ho visto quanto è migliorato, direi che ora è quasi affermato ed è pronto a fare l’ultimo salto”. Beh, anche tu sei cresciuto molto… “Sì e ho giocato tanto ma ho ancora diverse cose da imparare e migliorare. Diciamo che ho fatto il primo passo, devo ora confermare quanto di buono ho fatto nella mia prima vera stagione in Serie A”. Ma come sei finito alla Sampdoria? Tu giocavi nell’Atletico Madrid, non


proprio una squadretta di seconda categoria… “(Ride) Guarda, a me Marotta e Paratici mi hanno ingannato. Se sono qui alla Sampdoria, è perché sono stato preso in giro da quei due. Io ero all’Atletico Madrid, ero felice. Loro sono arrivati da me e mi hanno detto: ‘Dai, vieni a Genova, lì c’è sempre un tempo favoloso, c’è il mare, ti troverai alla grande…’. Beh, io il sole non l’ho mai visto… Comunque, a parte le battute, sono stati loro a farmi scegliere la Sampdoria”. E ora come è il tuo rapporto con la città e il popolo blucerchiato? “Questa è una città che impari a conoscere, ed apprezzare, con il tempo. Una città a lungo termine. Dopo tre mesi che la vivi, non sai nulla di lei. Ma, se aspetti, impari a scoprirla e a farne parte. La stessa cosa sono le persone di qui. All’inizio sembrano freddini ma poi si scaldano alla grande…”. Beh, durante il Derby di persone calme e tranquille se ne vedono poche, o sbaglio? “Lascia stare, qui il Derby non inizia la giornata del Derby e neppure un giorno prima, qui il Derby comincia due settimane prima… È una cosa pazzesca, non si parla d’altro. Devo ammettere che giocarlo è stato fantastico, un’emozione indescrivibile. Lo stadio si fa sentire, è pazzesco, davvero…”. Chi si fa sentire è anche Delio Rossi… “Vuoi la verità? Delio Rossi mi ha impressionato. Onestamente pensavo fosse più cattivo, più autoritario ed, invece, ho trovato un allenatore tranquillo che cerca sempre di migliorarti, allenamento dopo allenamento”. Vuoi dire che non hai mai scornato con Delio Rossi? “No, no, qualche divergenza ce l’abbiamo avuta (Ride). Ad esempio, quando mi chiedeva di essere più pericoloso in zona gol, mi è capitato di rispondergli per le rime, del tipo: ‘Scusi, ma le quanti gol faceva da giocatore?’… A parte le battute, il vero problema del mister è che è un maniaco della corsa, è molto esigente dal punto di vista fisico, con lui corri sempre, in allenamento e in partita”.

Tutti lo vogliono ma Obiang punta a restare ancora in maglia blucerchiata per crescere ulteriormente

“PUò MIGLIORARE TANTO” Pietro Vierchowod è uno che se ne intende di campioni. Nel corso della sua lunghissima carriera, ha giocato al fianco di tantissime stelle di primaria grandezza. Alla Sampdoria, ad esempio, ha lottato al fianco di fuoriclasse del calibro di Mancini, Vialli e Cerezo, tanto per citarne alcuni. Normale che un suo parere in merito sia decisamente autorevole: “Obiang è un giovane molto interessante. L’ho visto giocare e devo dire che ha grande facilità di corsa, una forza fisica importante e anche un buon senso della posizione”. Sui margini di miglioramento dello spagnolo, lo Zar spiega: “Io a 21 anni ero ancora un giocatore in divenire, come è normale che sia. Credo proprio che Obiang possa migliorare tantissimo e, se resta a Genova, avrà ancora più possibilità di far bene, perché ormai ha un posto importante nella rosa della Sampdoria”.

calcio2000 23 ago 2013


IL PERICO BLUCERCHIATO

intervista - Pedro Obiang

una bella sorpresa Obiang punta a vestire la maglia della nazionale spagnola e diventare protagonista con le Furie Rosse

Dicono che sei una buona forchetta, è vero? “Dicono bene… Poi, qui in Liguria, è impossibile non lasciarsi andare alla cucina, si mangia troppo bene. Io mangio qualsiasi cosa, quindi per me è ancora peggio…”. Classe 1992 eppure sei considerato già come uno dei centrocampisti più promettenti. Ci pensi alla nazionale spagnola? “Certo che ci penso alla nazionale spagnola. Diciamo che, per quanto riguarda il mio ruolo, c’è tanta concorrenza ma io ho qualcosa che loro non hanno, ovvero la mia età. Io ho solo 21 anni e, quindi, quando loro smetteranno, io sarò ancora in campo... qualche possibilità dovrei averla, non credi?”.

Difficile trovare un classe 1992 con tanta personalità. Cresciuto nelle giovani dell’Atletico Madrid, Obiang è sbarcato a Genova, sponda blucerchiata, a 16 anni, per un cifra attorno ai 120.000 euro (un vero e proprio affare, se si pensa al valore attuale del giocatore). Aggregato alla Prima squadra blucerchiata (dall’allora tecnico Di Carlo) nell’estate del 2010, a 18 anni ha fatto il suo esordio nella massima serie italiana (contro la Juventus). Nello stesso anno, “prima” anche in Europa, nella sfida, valida per l’Europa League tra Debrecen e Sampdoria. Tuttavia, alla fine della prima stagione blucerchiata, conosce l’onta della retrocessione in Serie B. Una categoria, quella cadetta, che gli permette di mettersi in luce. Nella stagione 2011/12 è uno dei pilastri della Samp che, a fine anno, conquisterà la promozione. La Samp crede ciecamente nel ragazzo e, ai nastri di partenza del campionato seguente, è uno dei titolari del centrocampo blucerchiato. Ferrara stravede per lui, così come Delio Rossi. Gioca ben 34 gare in campionato, togliendosi la soddisfazione di segnare anche la sua prima rete in Serie A (il 27 gennaio, contro il Pescara). In Spagna ha già militato in tutte le categorie giovanili e attende solo l’ultima chiamata. Insomma, una bella sorpresa e, attenzione, il bello deve ancora arrivare…

Vero, anche se l’impressione è che non dovrai attendere tanto… “Speriamo, magari mi chiamano comunque, forse uno come me può dare una mano già adesso…”. Intanto sei un testimonial di adidas, un bel riconoscimento, non credi? “Direi… Ne sono felicissimo. Per me è un grande onore e conferma che sto facendo bene. E poi mi piacciono anche

i colori, quindi meglio di così…”. Umile, divertente e con tanta voglia di arrivare. Oggi è già un giocatore che manda in sollucchero tanti amanti del dio pallone, tra qualche anno potrebbe diventare uno dei migliori in circolazione. Le carte in regola per essere un top player non gli mancano, neppure la convinzione di potercela fare…

LE SCARPE DI PERICO Si chiama Nitrocharge, è firmata adidas ed è una scarpa completamente nuova, pensata per la nuova generazione di calciatori, che si va ad aggiungere agli altri iconici modelli a tre strisce: predator, adipure e f50. Nitrocharge, con il suo design accattivante, prosegue nella tradizione adidas di creare scarpe da associare a determinate tipologie di giocatori. Le scarpe sono in vendita, da giugno 2013, nella colorazione blu e giallo e, oltre che da Pedro Obiang, sono indossate da fuoriclasse del calibro di Daniele De Rossi (A.S. Roma), Dani Alves (Barcellona), Ezequiel Lavezzi (Paris Saint Germain) e Javi Martinez (FC Bayern Monaco). I quattro giocatori sono anche protagonisti dello spot visibile a questo link: http://youtu.be/l6s-mrtN2zA Le scarpe Nitrocharge, combinando nuove tecnologie, permetteranno al motore della squadra di esprimersi al meglio: • La fascia ENERGYSLING nella parte avanzata della scarpa migliora supporto e reattività nei cambi di direzione • La suola contiene la tecnologia ENERGYPULSE, con materiale altamente elastico che fornisce maggiore energia in fase di sprint • Nitrocharge ha una tomaia in mesh protettivo e dei cuscinetti nelle zone sottoposte a maggiori contatti, come il tendine d’Achille • Compatibile con adidas miCoach SPEED_CELL, che permette ai giocatori di misurare le proprie prestazioni e migliorarsi ogni volta

24 calcio2000 ago 2013


di Fabrizio Gerolla

SCOMMESSE: Al via gli Antepost dei maggiori campionati europei Juve favorita in Italia, lotta a tre in Premier, Barça e Real in Liga, solo Bayern in Bundesliga e ancora Psg in Ligue 1 Con il calciomercato ancora in pieno fermento hanno preso il via le scommesse antepost sui maggiori campionati europei. La bravura e la fortuna sta quindi nell’indovinare quale squadra vincerà il titolo nel proprio paese pronosticandolo con 10 mesi di anticipo. In Italia i favori sono ancora tutti per la Juventus quotata a 2,00 seguita dal Milan a 4,00 e da Napoli (8,00) e Inter (11,00). Nel testa a testa (chi arriverà prima tra le due, ndr) Lazio e Fiorentina sono entrambe a 1,88 mentre l’Inter (1,67) è in vantaggio sulla Roma (2,17). Grande equilibrio in Premier League con Manchester Utd a 2,95, Chelsea a 3,00 e Manchester City a 3,05. Nella Liga spagnola solita lotta a due tra Barcellona (1,80) e Real Madrid (2,00) mentre padrone assoluto della Bundesliga sarà ancora il Bayern di Monaco (1,22) con il Borussia lontanissimo a 5,50. In Ligue 1 l’unica alternativa al favorito Psg a 1,45 sembra essere il Monaco quotato a 3,20. Partite truccate, Uefa esclude Besiktas e Fenerbahce dalle Coppe Besiktas e Fenerbahçe saranno escluse dalle coppe europee della prossima stagione: lo ha stabilito la Commissione disciplinare e di controllo Uefa, che aveva aperto nei confronti dei due club due procedimenti disciplinari relativi alla manipolazione di partite del campionato turco. In particolare, la Commissione ha stabilito che il Besiktas non potrà partecipare all’Europea League 2013-2014, mentre il Fenerbahce sarà escluso dalle prossime tre competizioni Uefa per club per le quali si qualificherà, compresa la Champions League 2013-2014 (la squalifica per la terza stagione viene sospesa per un periodo probatorio di 5 anni). Per quanto riguarda il procedimento aperto nei confronti dello Steaua Bucuresti, la Commissione ha deciso che la squadra rumena non potrà partecipare a una competizione Uefa per club per la quale altrimenti si sarebbe qualificata (sanzione sospesa per un periodo probatorio di 5 anni). Tutti i club possono presentare appello contro le decisioni della Commissione alla Commissione di Appello Uefa: il Fenerbahçe (escluso dalla Champions League anche nella stagione 2011-2012, sempre per un procedimento disciplinare relativo alla manipolazione di partite) ha già annunciato che presenterà ricorso. Riguardo i singoli individui dei club coinvolti nei casi di Fenerbahçe e Besiktas, la Commissione disciplinare ha deciso di raccogliere ulteriore materiale informativo allo scopo di considerare nel dettaglio le diverse posizioni delle persone coinvolte.

testa a testa serie a JUVENTUS - ALTRO UDINESE - CATANIA SAMPDORIA - PARMA GENOA - TORINO CHIEVO - VERONA ATALANTA - LIVORNO MILAN - NAPOLI INTER - ROMA LAZIO - FIORENTINA

2.00 1.47 1.92 1.80 1.88 1.60 1.75 1.67 1.88

1.77 2.67 1.85 1.95 1.88 2.20 2.10 2.17 1.88

vincente serie a JUVENTUS 2.00 MILAN 4.50 NAPOLI 8.00 INTER 11.00 ROMA 17.00 FIORENTINA 22.00 LAZIO 25.00 ALTRO 125.00

vincente bundes BAYERN MONACO 1.22 B.DORTMUND 5.50 SCHALKE 04 28.00 B. LEVERKUSEN 28.00 ALTRO 50.00 AMBURGO 100.00 WOLFSBURG 100.00

vincente premier MANCHESTER UTD 2.95 CHELSEA 3.00 MANCHESTER CITY 3.05 ARSENAL 11.00 LIVERPOOL 28.00 TOTTENHAM 30.00 ALTRO 150.00

vincente liga BARCELLONA 1.80 REAL MADRID 2.00 ATLETICO MADRID 50.00 VALENCIA 85.00 ALTRO 90.00 REAL SOCIEDAD 175.00 SIVIGLIA 200.00

vincente ligue 1 PSG 1.45 MONACO 3.20 LIONE 15.00 MARSIGLIA 15.00 LILLE 35.00 ST. ETIENNE 50.00 ALTRO 70.00

(Le quote sono soggette a variazione)

calcio2000 25 ago 2013


i

intervista - nicolas federico spolli

di Fabrizio Ponciroli

EL FLACO SICILIANO Gli argentini, a Catania, non falliscono mai, Spolli sta esagerando… Ma ora ha voglia di una big!!!

E

state 2009, il Catania ufficializza l’acquisto di Nicolas Federico Spolli. Nonostante qualche buona stagione con la casacca dei Newell’s Old Boys, El Flaco (il suo soprannome, lo stesso di un certo Pastore) è, di fatto, un semi sconosciuto. A distanza di quattro anni, Spolli è una certezza in maglia etnea. Abilissimo difensore, ha saputo lasciare il segno grazie ad una determinazione senza eguali. Noi di Calcio2000 lo abbiamo intervistato per saperne di più di questo lungo (193 cm) difensore che ha stregato i tifosi del Catania… 26 calcio2000 ago 2013

Hai iniziato nel Newell’s Old Boys, chi era il tuo idolo da piccolo? “Il mio idolo è sempre stato Maradona”. Hai sempre giocato da difensore centrale o hai provato altri ruoli? “No, all’inizio, quando ero bambino, giocavo da attaccante, poi mi sono spostato anche davanti alla difesa. All’età di 15 anni, invece, ho provato a fare il difensore, da allora non ho più smesso di fare il centrale”. Come è nato il tuo passaggio al Catania? Ci racconti come è andata? Giocavo nelle fila del Newell’s, un giorno mi contattò Lo Monaco che trat-

tava con il mio procuratore e fu tutto molto veloce. Arrivai in Italia per il passaporto e rimasi qui. Tutto in maniera veloce, quasi da non accorgersene…”. Cosa ricordi del tuo primo giorno in Italia? “Mi sembrava di vivere un sogno, avevo sempre sognato di giocare in Italia… Ricordo quel momento con tantissima felicità ed emozione”. Ti chiamano El Flaco, hai altri soprannomi? “Beh, ad essere sincero ne ho altri... Mi chiamano El Flaco semplicemente perché sono magro. Poi El Rastrillo, il


Classe 1983, El Flaco gioca nel Catania dal 2009 e conta già oltre 100 presenze in maglia etnea

rastrello (sorride, ndr), perché pulisco il giardino della difesa...”. Cosa ti è piaciuto subito della città di Catania? “Devo essere sincero, mi è piaciuto subito tutto di questa città, ovvero la gente, il mare, il clima, sembra quasi di essere a casa (Spolli è di Rosario, Argentina)”. Come riesce il Catania a scovare sempre così tanti grandi giocatori in Argentina? “Perché il mercato argentino sforna ogni giorno tantissimi talenti ed oggi diventa sempre più facile per gli argentini ambientarsi, soprattutto in un campionato come quello italiano”. Quest’anno avete fatto una stagione grandiosa, la gara più bella e quella che vorresti rigiocare? “Vorrei rigiocare il derby con il Palermo, perché, per come è finito, mi è rimasto l’amaro in bocca (1-1 il finale, rete di Ilicic in pieno recupero ndr). La più bella, forse, quella con l’Atalanta per il mio gol, mi piace sempre segnare…”.

Cosa vi è mancato per conquistare l’accesso all’Europa League? Siete andati ad un soffio… “Semplice: i minuti di recupero, se le partite fossero finite tutte al 90° esatto oggi saremmo in Europa. E per questo c’è tanta rabbia”. Cosa ha portato Maran di nuovo? “Il nostro mister ha i concetti chiari, lavora molto bene con tutto il suo staff e ti trasmette una carica eccezionale, ti garantisce la forza per non mollare mai”. Quale è l’attaccante che consideri più complicato da marcare? “Beh, a mio avviso l’attaccante più difficile da fermare è Totò Di Natale. In un secondo può trovare lo spazio per fregarti”. Siete tanti argentini a Catania, vi frequentate anche fuori dal campo? Che fate di bello? “Usciamo sempre insieme, ci conosciamo ormai da tanti anni, spesso ceniamo insieme”. Già cinque gol in Serie A, quale è quello a cui sei più legato e perché? “Quello con il Bologna, il primo, e quello valso il pareggio con il Milan, perché segnare a una grande squadra è sempre una soddisfazione enorme”. Hai il passaporto italiano, dovesse arrivare la chiamata dell’Italia che

faresti? “Direi subito di sì: per ogni calciatore la Nazionale è un sogno, Italia o Argentina sarebbe comunque fantastico”. Un film a cui sei legato e un piatto italiano che ti fa impazzire? “Beh, in generale mi piacciono molto i film d’azione, per la cucina, vado con gli spaghetti al nero di seppia”.

le scarpe di spolli Spolli indossa il modello Morelia Mizuno. Scarpa classica, dalle antiche tradizioni, in morbida pelle di canguro, lavorata a mano rappresenta la storia e il prestigio di Mizuno. Morelia è la continuità della tradizione. Scarpa con concetto artigianale con un peso di 275 gr. Tacchettatura in pebax a 13 tacchetti, indicata per terreni erbosi.

pronto per una big Con uno come Spolli, là dietro si può star tranquilli. Non a caso, da quando è arrivato a Catania (luglio 2009), ha sempre avuto in dote una maglia da titolare (ad oggi sono 117 le presenze con il Catania, con sei gol all’attivo, cinque in campionato), a conferma del talento dell’ex Newell’s Old Boys. Dotato di un notevole senso della posizione, in virtù della sua altezza (193 cm), è difficilmente superabile di testa. Dopo quattro stagioni, da assoluto protagonista, in Sicilia, Spolli, ormai 30enne, pare pronto a misurarsi con una big. A confermarlo è stato anche Omar Giusti, procuratore de El Flaco: “Nel mercato invernale ha ricevuto delle offerte importanti, ma il Catania non ha voluto cederlo. Ma è arrivato il momento di andare in una squadra importante e sicuramente questo avverrà in estate. È all’apice della sua carriera, avendo raggiunto la piena maturità ma la cessione naturalmente dipenderà anche dal Catania”. Dovesse partire, sarebbe l’ennesima scommessa vinta da parte della società etnea, abilissima nel trasformare giocatori semi sconosciuti in elementi di rara affidabilità, come Spolli, il ministro della difesa siciliana…

calcio2000 27 ago 2013


di Antonio Longo

L’Atletico non è una minaccia, ma una speranza È ancora possibile sorridere al cospetto di un mondo del calcio troppo spesso serioso e intriso di sospetti e veleni? Leggendo il libro scritto dal giovane autore napoletano Marco Marsullo “Atletico Minaccia Football Club” la risposta è positiva. Un romanzo “fresco” e mai scontato, dai toni ironici e scanzonati, ambientato in terra campana, da sempre foriera di spunti e di curiosità. Marco, come nasce l’idea del libro? “L’idea è sorta dalla voglia di raccontare il calcio sotto forma di romanzo, una storia che racchiudesse dentro tutto quello che noi tifosi ci portiamo fin da bambini nel cuore: la gioia, il dolore, l’ossessione. Volevo raggiungere ed emozionare il maggior numero di lettori: sono felice del risultato, delle quattro ristampe del libro. E soprattutto, mi fa piacere che molte persone si siano emozionate nel leggerlo, che abbiano capito la sincerità che ho utilizzato nella scrittura”. Quanto c’è di autobiografico? “Poco, qualche aneddoto dei miei mesi trascorsi alla scuola calcio, qualche tratto di qualche calciatore, Trauma su tutti, lo stopper programmato per ‘spazzare’ ”. Seppur estremizzati, forse pochi sanno che la tua storia non è così lontana da quelle che si vivono veramente in alcuni campi di periferia... “I gironi di Eccellenza e delle serie inferiori rappresentano autentiche fucine di episodi surreali e assurdi, a volte, dai racconti di alcuni lettori, persino più assurdi di quelli che ho inventato io”. A chi ti sei ispirato per il profilo di Vanni Cascione? “A nessuno. Ho pensato a un “anti–Mourinho” pasticcione e canaglia, ed è saltato fuori lui, così, naturale”. Vanni Cascione idolatra Mourinho: l’autore del libro, invece? “L’autore è milanista ma nutre grande stima e curiosità verso Mourinho. Idolatrare l’artefice del triplete dei cugini proprio no. Ma tanta stima sì”. L’Atletico Minaccia e i suoi giocatori sono una parodia anche delle squadre più grandi: il calcio si prende troppo sul serio, sei d’accordo? “Assolutamente. Il calcio è una cosa seria, e come tutte le cose serie deve essere in grado di essere smontata con il gioco, con il sorriso. Purtroppo molte persone se lo dimenticano e lo rendono troppo troppo ‘pesante’ ”.

Qual è la scena, o il personaggio, a cui ti sei affezionato? “Senza dubbio quella in cui Don Mimì, l’allenatore in seconda, lancia in campo un dodicesimo uomo per pareggiare una partita. Ancora oggi quando la leggo o lo sento leggere mi sbellico dalle risate. E poi il personaggio al quale sono più affezionato è proprio Trauma, lo stopper. Perché io sono un difensore e capisco il dramma di chi è nato con i piedi di lamiera!”. Chi sono i personaggi del calcio reale sui quali ti piacerebbe scrivere? “Balotelli è uno di quelli che mi incuriosiscono di più”. Cosa dobbiamo aspettarci da te nel prossimo futuro? “Voglio continuare sempre a parlare di pallone con ironia sulla Gazzetta dello Sport e a scrivere romanzi, ma non sul calcio. Il prossimo che uscirà nel 2014 sarà un’altra commedia, forse ancora più scatenata, ma basta col calcio. Per ora, si capisce…”.


calcio2000 29 ago 2013


B

serie B - neopromosse

di Daniele Berrone

Ma che B...ella sorpresa

Carpi e Latina conquistano la serie cadetta contro ogni pronostico.

A

lzi la mano chi, a inizio stagione, avrebbe scommesso sulla promozione in cadetteria di Carpi e Latina. Non tanto per la storia delle due compagini, neopromosse nella seconda serie italiana, quanto per le terribili rivali dei rispettivi gironi di Lega Pro. Il Carpi non ha dovuto vedersela solo con il Trapani, vincitore del torneo, ma con squadre abituate ad altri palcoscenici: le nobili decadute Cremonese, Albinoleffe e Como, ma soprattutto il Lecce, squadra che arrivava dalla Serie A e con una rosa fuori categoria con Giacomazzi, Chevanton, Fatic, Esposito e Jeda, tutta gente abituata alla massima serie. Il Latina è stata la vera sorpresa del torneo, con un percorso irto e del tutto inaspettato. Dopo la salvezza all’ultimo respiro della stagione precedente, e ve30 calcio2000 ago 2013

dendosela con Avellino, Perugia, Nocerina, Pisa e Frosinone nessuno si sarebbe mai aspettato un risultato del genere, dove hanno avuto la meglio il cuore, la testa e la grinta. Sembra la classica fiaba a lieto fine, quella che in passato ha visto protagoniste il Chievo di Del Neri, il Novara di Tesser, il Cesena di Bisoli, il Genoa di Gasperini o il Napoli di Edi Reja. Certo, parliamo di paragoni importanti, di duplici salti dalla Serie C alla Serie A, ma pur sempre grandi imprese, come quelle di Carpi e Latina. LA RINASCITA DELL’EMILIA Scottati dalla mancata promozione nella stagione passata, il Carpi si presenta ai nastri di partenza come una squadra solida e compatta. Il ritorno fra le mura amiche, allo stadio Cabassi, carica gli uomini guidati dalla “strana coppia”

Tacchini-Cioffi per una partenza coi fiocchi. Alla fine del girone d’andata il Carpi aggancia il Lecce in vetta alla classifica, grazie proprio alla storica vittoria del Via del mare. La società investe sul mercato e regala ai tifosi tre colpi d’eccezione: l’ex bolognese Della Rocca ed il duo di reggini MelaraViola. Con questi presupposti la scalata al vertice è cominciata, ma qualcosa s’inceppa. Il Carpi, vera macchina da punti nel girone d’andata, si blocca sul più bello. Con un solo punto nelle prime sei giornate del girone di ritorno, gli emiliani scivolano fuori dalla zona play-off. Serve una scossa, il presidente Caliumi decide di cambiare guida tecnica, affidando i biancorossi alle abili cure di Fabio Brini, tecnico navigato e con alle spalle già tre promozioni in cadetteria. La scelta si rivela fruttuosa,


pur non riuscendo a tenere il passo imposto da Trapani e Lecce, che fanno un campionato a parte. Alla fine sarà terzo posto, a quota 51 punti in classifica, e qualificazione play-off agganciata. Ad attendere i biancorossi nel rush finale saranno il Lecce di Giacomazzi e Chevanton. I favori del pronostico son tutti per i giallorossi, che hanno chiuso la regular season con ben 10 lunghezze sugli uomini di Brini. Ma il Carpi ha carattere, non molla mai, e al 75’ minuto è il centravanti Mehdi Kabine, marocchino classe 1984, a regalare il goal che vale la Serie B. STELLE DI GENNAIO Una cavalcata trionfale quella del Carpi, che ha visto eccellere alcuni elementi. La difesa era guidata dall’estremo difensore Sportiello, 21enne scuola Atalanta, e dal duo Poli-Letizia, rispettivamente centrale e terzino di spinta. Davanti alla difesa il mediano 25enne Raffaele Bianco, un ragazzo cresciuto nel vivaio della Juventus e che ha faticato ad esplodere fra i professionisti. Le vere star, però, sono state i nuovi innesti: Della Rocca, Viola e Melara. Parlia-

Si chiama Mehdi Kabine ed è stato fantastico nell’ultima annata del Carpi

Sportiello, estremo difensore del Carpi, uno dei motivi della promozione in Serie B.

mo di tre giocatori fuori categoria, certo, che si sono calati alla perfezione nel ruolo dei trascinatori. Infine non si può non fare un accenno ad Arma e Kabine, attaccanti marocchini che hanno contribuito in modo decisivo alla promozione dei biancorossi. Il primo detiene il titolo di cannoniere della squadra, con 10 reti; il secondo ha il merito di aver regalato il goal decisivo al Via del mare di Lecce, un goal che difficilmente potrà scordare e che ha fatto ripiombare l’intera città di Lecce nel dramma. Un dramma sportivo e sociale, degenerato in pochi minuti in una violenta invasione di campo ed in scontri con la polizia che mai avremmo voluto commentare. Eppure il Carpi, nell’intimità del suo spogliatoio, ha festeggiato la storica vittoria, ringraziando coach Brini per la sua quarta promozione in carriera. NON SOLO ROMA E LAZIO Se quella del Carpi è una “fiaba a lieto fine”, l’avventura del Latina è degna di un grande romanziere. I laziali, infatti, si sono trovati quasi per caso in Lega Pro. Nel 2010, a seguito di numerosi fallimenti, sono stati ripescati nel gi-

rone di Seconda Divisione, trovando un’insperata promozione a fine anno. L’anno successivo ha visto i nerazzurri invischiati nella lotta per non retrocedere, culminata con il successo ai Play-out contro la Triestina di Allegretti. La stagione si è aperta quindi con il Latina senza i favori del pronostico e con la nuova guida tecnica di Fabio Pecchia. L’ex centrocampista di Napoli, Juventus e Sampdoria reduce da una burrascosa stagione alla guida del Gubbio, approda in Serie B desideroso di un riscatto. I nerazzurri sono partiti forte e hanno mantenuto uno standard di prestazioni elevato, chiudendo il campionato al terzo posto. Avellino e Perugia hanno avuto una marcia in più, ma l’ambiente nerazzurro ha sempre creduto fortemente alla promozione. Un piccolo passaggio a vuoto, che ha consentito a campani ed umbri di allungare, è costata a sorpresa la panchina a Fabio Pecchia. Al suo posto viene richiamato l’eroe di mille battaglie, lo storico allenatore della promozione in Prima Divisione: Stefano Sanderra. Sanderra prima ha guidato i suoi ragazzi alla vittoria in Coppa Italia (di Lega calcio2000 31 ago 2013


serie B - neopromosse

Pro, ndr) poi ha coronato il sogno con la storica promozione. Per riuscirci è stato necessario sconfiggere rivali del calibro di Nocerina e Pisa. Il match più thrilling quello della gara di ritorno contro i toscani quando dallo 0-0 dell’andata, il Latina necessitava una vittoria: dopo 1-1 dei tempi regolamentari, ci sono voluti i supplementari e un rigore di Cejas al settimo minuto per trovare l’agognato vantaggio. L’espulsione del portiere pisano ha spianato poi la strada al Latina, che ha chiuso partita e lotta promozione con un goal di Burrai. CIELO SENZA STELLE Un trionfo quello del Latina, i cui artefici principali sono senza dubbio Bindi, Cottafava, Cejas, Gerbo e Barraco. Parliamo di giocatori esperti, tutti navigati e di categoria. Barraco, 27 anni e 9 reti in questa stagione, è il capocannoniere della squadra. Una vita spesa a fare goal in Lega Pro, ed ora ha finalmente l’occasione di confrontarsi con la Serie B. Lo stesso vale per gli altri, ad eccezione di Cottafava, che è stato il leader carismatico della squadra, forte della sua stagione in A con il Treviso e le numerose partite in cadetteria con le casacche di Lecce, Triestina e Gubbio. Ma quella del Latina è principalmente la vittoria del gruppo, dello spogliatoio. Una squadra che ha sempre remato nella stessa direzione e che non si è mai abbattuta, nemmeno nei concitati minuti della finale play-off. Per Latina e Carpi si tratta di un momento storico, tanto per le società quanto per le città. Per i laziali significa affacciarsi al grande calcio, dando lustro ad una regione che ha fino ad ora contato quasi solo sulle due compagini della capitale. Per il Carpi è una vittoria di cuore, fondamentale per una regione come l’Emilia, vessata solo un anno fa da un terrificante terremoto. È la vittoria del gruppo, della programmazione e dell’organizzazione, qualità che le due società avranno l’obbligo di continuare a far proprie per confermarsi in Serie B, il campionato più duro e lungo della penisola italica. 32 calcio2000 ago 2013

ma che b...ella sorpresa

Quando il nome non basta Storia, strutture e giocatori fuori categoria. Queste sono le credenziali con cui si presentavano in Lega Pro il Lecce ed il Perugia. Pronte per una stagione di successo, le due storiche compagini hanno invece fallito, mancando l’obiettivo promozione nonostante un organico sopra la media. In Lega occorre forza di volontà, abnegazione e tanto tanto sudore. Lecce e Perugia si trovano ora a riflettere mestamente su un destino che nessuno avrebbe pensato possibile all’inizio della passata stagione. I salentini si presentavano ai nastri di partenza con un organico “ammazza campionato”. Benassi, Esposito, Fatic, Bogliacino, Giacomazzi, Chevanton e Jeda non rappresentavano solo un lusso per la categoria, ma anche il lascia passare per il paradiso. Eppure non sono bastati questi giocatori di caratura superiore per avere la meglio sul Trapani ed il Carpi. Il Perugia, invece, non si presentava con così tanti uomini di prestigio, ma vantava alcuni piccoli gioielli. In porta lo sloveno Koprivec doveva essere un valore aggiunto, così come il difensore Giani, forgiato dai molti anni di militanza con il Vicenza. Il vero faro della squadra era Vincenzo Italiano, uno che ha sempre dato del “tu” al pallone ed ha calcato ben altri palcoscenici. Infine Rantier, un attaccante di talento che si sperava trovasse la sua definitiva dimensione in Lega Pro. Eppure, nonostante il pedigree del puro sangue, i grifoni si trovano nuovamente all’inferno, sperando che Cristiano Lucarelli, il probabile nuovo allenatore, sia il traghettatore giusto per lasciare le rive dello Stige. Per vincere i campionati “minori” non bastano giocatori di livello, ci vuole una forte coesione societaria ed uno spirito di abnegazione fuori dal comune.

In casa Latina, in pochi hanno fatto meglio di Cejas, autentico trascinatore della squadra


calcio2000 33 ago 2013


LP

lega pro - albinoleffe

di Nicolò Bonazzi

L’isola “Fenice” Parliamo del “miracolo” Albinoleffe col DS dei seriani Aladino Valoti, tra gli artefici di una squadra giovane e volitiva

U

na retrocessione amara, il coinvolgimento nel Calcioscommesse e una maxipenalità. Da tutto questo, però, è fuoriuscita la voglia di combattere e di ottenere qualcosa di importante. Questa è la storia recente dell’Albinoleffe, squadra che dopo essere tornata in Lega Pro dopo dieci anni di Serie B ha ridimensionato il budget schierando molti giovani e sfiorando i playoff. Un campionato ricco di soddisfazioni, come conferma Aladino Valoti, direttore sportivo seriano nonché costruttore di una squadra giovanissima che è risultata una vera e propria spina nel fianco dei propri avversari di Prima Divisione. “È stato 34 calcio2000 ago 2013

un campionato sicuramente molto positivo - ci ha raccontato in Esclusiva Valoti - All’inizio, per come eravamo partiti, non avrei mai immaginato di portare a termine un annata così: il miraggio della salvezza sembrava un obiettivo difficile da raggiungere, ma con le motivazioni e il lavoro abbiamo portato a termine un’annata fantastica. Dopo la retrocessione abbiamo dovuto ridimensionare il nostro budget, perché la differenza fra B e C è notevole e si sente. Puntando sui giovani, però, siamo riusciti ad ottenere un risultato importante”. In generale che campionato è stato quello appena terminato? “Per noi è stato un campionato interes-

sante. Ci riaffacciavamo in Serie C dopo aver passato le ultime dieci stagioni in B e devo dire che è stato un qualcosa di nuovo. Abbiamo incontrato squadre forti che hanno fatto giocare anche i giovani, però le grandi realtà con rose importanti hanno fatto un po’ più fatica. Non è detto, quindi, che puntando sull’esperienza i risultati possano arrivare”. Come mai all’andata avete avuto più difficoltà? “All’inizio del campionato siamo partiti con due grossi “fardelli”: il primo riguardava la rosa. Il gruppo era completamente nuovo visto che abbiamo deciso di tenere soltanto cinque o sei giocatori dell’anno in Serie B come,


ad esempio, Girasole, Pesenti, Cissè e Taugourdeau. Il resto del gruppo era giovane e completamente nuovo. Il secondo problema è stato legato alla penalizzazione: in ritiro avevamo 27 punti di penalità e tutti ci davano già per spacciati. La penalizzazione è stata ridotta a dieci punti, deficit non trascurabile. Alla fine abbiamo alzato l’obiettivo minimo giornata dopo giornata e siamo riusciti a salvarci. E a dire la verità un po’ di rammarico c’è perché non siamo riusciti ad alzare l’asticella fino in fondo...”. I meriti di questo successo andranno sicuramente anche a mister Pala, un allenatore che con i giovani ci sa fare... “Il lavoro del mister è stato preziosissimo. Pala conosceva già il gruppo visto che era subentrato in Serie B e a partire dal ritiro estivo ha preso in mano tutta la rosa. Tanti li aveva avuti già in passato quando allenava la Primavera, ma tanti altri li ha conosciuti per la prima volta facendoli lavorare sodo. È stata una scelta azzeccata”. E a proposito di giovani, in squadra avete uno dei giovani più forti di tutta la Serie C, un certo Andrea Belotti... “Andrea è un ragazzo eccezionale, rispecchia quel profilo di giocatore che credo tutti vogliano avere nella propria squadra. È molto generoso e si impegna quotidianamente. Oltre all’aspetto umano è anche un attaccante di sicuro valore e lo ha già dimostrato ampiamente segnando quest’anno, in B e con le maglie delle Nazionali giovanili. Si è guadagnato tutto sudando e lavorando bene”. Fra gli altri chi l’ha impressionata di più fra i suoi? “Per aver fatto 50 punti significa che è stato svolto un ottimo lavoro da tutti. Sono contento sia per come si sono comportati i vecchi sia per i tanti giovani hanno espresso il loro valore. Abbiamo lanciato anche tanti ragazzi del ’92 e del ’93 e abbiamo fatto esordire anche ragazzi del ’94 e del ’95. È un segno dell’ottimo lavoro svolto”. Come agirete durante la prossima stagione? “Il nostro obiettivo è quello di puntare molto sulla formazione dei giovani. Ab-

Dopo tante difficoltà, finalmente la luce per il ritrovato Albinoleffe...

biamo a disposizione tantissime risorse soprattutto a livello di settore giovanile. La società ha effettuato notevoli investimenti e vogliamo iniziare un progetto che inserisca gradualmente i nostri giovani in prima squadra”. Per la formazione della squadra busserete alla porta dei grandi club? Con quali squadre avete i migliori rapporti? “Da quando il presidente Andreoletti ha deciso di investire tanto su un centro di proprietà abbiamo deciso di costruirci tutto in casa. Non attingiamo dai vivai delle grandi, preferiamo puntare sulla formazione dei nostri ragazzi e quindi rafforzeremo anche l’inserimento in prima squadra dei giovani della nostra Berretti”. Quale sarà quindi l’obiettivo della stagione? Un campionato tranquillo o punterete a qualcosa in più? “L’obiettivo della stagione è quello di non trascurare la posizione in classifica, visto che vogliamo migliorare quello che abbiamo fatto quest’anno. L’anno prossimo perderemo qualche giocatore un po’ più esperto e quindi dovremo fare qualche sacrificio in più. Sono convinto, però, che dando opportunità ai giovani potremo toglierci delle belle soddisfazioni”.

Si sente di scommettere su qualcuno dei suoi giovani per la prossima stagione? “Abbiamo molti ragazzi che potrebbero fare bene. Della nostra Berretti direi Cortinovis, Calì, Piccinini, Di Cesare, Cremonesi e gli stranieri Ambra del ’93 e Vorobjovs del ’95: sono tutti ragazzi che hanno i numeri per fare bene ma che devono dimostrare quanto valgono. E il nostro obiettivo sarà quello di valorizzare i nostri giovani per permettere loro di crescere, guadagnarsi e meritarsi qualcosa. Non è un progetto immediato, ci vorranno tre o quattro anni. Ma alla lunga vogliamo costruire qualcosa di importante”. L’Albinoleffe è un’isola felice dove tanti giovani possono crescere e maturare. Merce rara in un calcio sempre più rivolto alla ricerca del ragazzo dal nome esotico e che trascura i settori giovanili. E in una situazione di crisi come quella che sta attraversando il nostro calcio in questo momento, trovare un ambiente sano in cui un giovane può crescere senza pressioni è sempre più difficile. L’Albinoleffe è una bella e solida realtà, da cui molti dovrebbero imparare, che è riuscita anche a rinascere dalle proprie ceneri. Come la Fenice. calcio2000 35 ago 2013


D

SERIE D - PIACENZA

di Nicolò Bonazzi

Ci Piace La storica società emiliana torna nel “calcio che conta” dopo il purgatorio dell’Eccellenza causa dissesto economico.

È

stata una delle vittime dei fallimenti a catena verificatisi durante la scorsa estate, un periodo che ha visto sparire squadre come Spal, Triestina e Siracusa, per citare soltanto alcuni nomi. E in questa ecatombe è toccato anche al Piacenza, gloriosa squadra emiliana con un passato recente in Serie A e in Serie B. Al termine di una stagione tribolata in Prima Divisione gli emiliani hanno dovuto alzare bandiera bianca. Dalle ceneri la squadra risorge e dopo una cavalcata formidabile vince il campionato di Eccellenza. A raccontarci le 36 calcio2000 ago 2013

gesta della nuova Lupa Piacenza è l’artefice di questa promozione, un tecnico giovane che però è riuscito a mantenere le promesse d’inizio stagione. Si tratta di William Viali, ex difensore di Fiorentina, Lecce e Cremonese. Il tecnico biancorosso spiega come il Piacenza è risorto tornando nel giro di un anno nel panorama calcistico nazionale: “Dopo il fallimento il Piacenza aveva acquistato i diritti della LibertaSpes, squadra appena promossa dalla Promozione. La dirigenza aveva confermato in blocco il gruppo che aveva conquistato il passaggio di categoria, però con l’acquisizione del

marchio del Piacenza gli obiettivi dovevano cambiare. All’inizio si è partiti con uno staff, poi sono subentrato io alla prima di campionato, dopo la preparazione, e alcune cose sono cambiate. Si era partiti con tre allenamenti serali a settimana e si è passati a cinque allenamenti di giorno. Ci si è resi conto che la pressione mediatica e della piazza era ben diversa”. Il campionato però non è stato in discesa sin da subito... “Nel girone d’andata abbiamo sofferto un po’ ma siamo stati bravi a restare attaccati al gruppone. Abbiamo passato


Credit Photo: Stafano Galli

un girone a conoscerci e ad adattarci al nuovo campionato, poi siamo passati in testa alla classifica prima di Natale e da lì abbiamo iniziato la nostra fuga fino a due turni dalla fine del campionato quando abbiamo ottenuto la promozione matematica, arrivata con dieci punti di vantaggio sulla seconda in classifica”. La nuova realtà ha acceso un entusiasmo diverso in città e la squadra ha avuto un buon seguito. “Piacenza negli ultimi anni portava allo stadio una media di 500 spettatori. In questa stagione abbiamo avuto una media di 1700/1800 tifosi con picchi di 2500. Il gruppo che avevo a disposizione era molto forte, ma molti ragazzi non sono abituati a queste pressione e quindi un po’ di timore inizialmente era visibile. In ogni caso credo che il pubblico sia stato attratto dall’aria di novità che si respira a Piacenza, oltre che dai risultati. Abbiamo perso il 6 ottobre e poi abbiamo inanellato 24 risultati utili consecutivi. Una marcia formidabile”. Il progetto del Piacenza è molto ambizioso: ora dopo il ritorno in D quali sono gli obiettivi della società? “Portando in giro il marchio del Piacenza abbiamo sempre una certa pressione e in Serie D troveremo avversari che ci metteranno seriamente in difficoltà. Il programma ufficiale della società era quello di vincere il campionato di Eccellenza e di tornare in Serie C nel giro di due anni. L’importanza della maglia e il blasone della società ci impongono di provare a fare il salto”. Crede che nella prossima stagione pagherete dazio per il salto di categoria? “La differenza dall’Eccellenza alla D non si sentirà molto, ma questo dipende dal fatto che ho un grande gruppo. È chiaro che avremo molte più insidie, soprattutto se verremo inseriti nel girone toscano come mi aspetto. Troveremo tre o quattro compagini blasonate che ci daranno filo da torcere”. La cavalcata che vi ha fatti ritornare in D è stata frutto di un grande lavoro di squadra, merito di un gruppo solido formato da elementi importanti. “In rosa abbiamo giocatori importanti e sicuramente fra tutti spicca Francesco

Volpe. Il giocatore dopo il fallimento del vecchio Piacenza ha deciso di rimanere, ma anche altri ragazzi esperti hanno fatto da collante in questo favoloso gruppo. Penso a Cortesi, che l’anno scorso giocava alla Pro Patria, a Marrazzo che è già un ottimo elemento per la D e a Fumasoli, giocatore per noi fondamentale”. Un campionato come quello d’Eccellenza prevede regole ferree per quel che riguarda i giovani. Quali sono gli Under che l’hanno sorpresa? “In squadra abbiamo diversi giovani molto bravi. Grazie alla collaborazione che abbiamo stretto con il Parma abbiamo fatto giocare Martinez, classe ’95, e Ferrari, classe ’94. Mi sento di sottolineare anche il buon campionato offerto da due giovani cresciuti nel vecchio settore giovanile della LibertaSpes, ossia Cavicchia del ’93 e Minasola, ragazzo classe ’96 proveniente dagli Allievi che ha disputato tutto il girone di ritorno con noi. Non ha giocato molte volte da titolare, ma ha contribuito alla causa segnando quattro reti”. Come vi comporterete con la rosa attuale? Anche in D c’è l’obbligo degli Under, ma comunque la vostra rosa da questo punto di vista è già competitiva...

“Stiamo pensando di confermare il gruppo dell’anno scorso e di puntellare la rosa con qualche acquisto mirato per alzare il livello della nostra rosa e fare il salto di qualità. Gli Under già ce li abbiamo, però abbiamo intenzione di consolidare i nostri rapporti con il Parma per farci prestare qualche ottimo giovane da lanciare in un campionato difficile come quello di Serie D. L’ideale sarebbe avere due giocatori giovani per reparto che si contendano una maglia da titolare”. Dopo la vittoria del campionato con il Piacenza sarà sicuramente soddisfatto del lavoro svolto. Quali sono le sue prospettive per il futuro? “Ora sto facendo il patentino Master Uefa Pro: ho iniziato i corsi ad ottobre e li finirò a breve. Al momento va di moda lanciare allenatori direttamente dal settore giovanile, purtroppo a me questo non è capitato e quindi sto facendo la classica gavetta e le mie esperienze. Ho cercato di costruirmi qualcosa da solo, si è creata un’ottima occasione grazie al Piacenza e ora provo a crescere insieme a questa realtà. Credo che un allenatore debba cercare di migliorare giorno per giorno per cercare di arrivare sempre più in alto”.

calcio2000 37 ago 2013


S

speciale - Professione osservatore

di Gabriele Cantella

La Fabbrica dei Campioni

All’Udinese l’osservatore è un ruolo chiave, il successo bianconero parte da chi cerca le stelle del futuro

P

rofessione “Osservatore”, una figura che nel calcio, a tutti i livelli, è sempre rimasta ai margini, mai pubblicizzata, troppo poco considerata, eppure fondamentale per ogni società. Una rete di scouting efficiente e ben organizzata può fare la fortuna di un club, soprattutto di quelli cosiddetti “piccoli”, che, non avendo a disposizione grandi risorse economiche, puntano sul settore giovanile per sopravvivere. L’esempio più illuminante di questa intelligente e fruttuosa politica dei giovani e quindi dell’attenzione allo scouting e dell’importanza del ruolo dell’osservatore è sicuramen38 calcio2000 ago 2013

te l’Udinese, da sempre lungimirante e accorta nell’individuare potenziali futuri campioni in giro per il mondo e nel valorizzarli al massimo. Tutto questo presuppone una solida struttura alle spalle, con centinaia di osservatori dislocati sul territorio e sempre in contatto fra di loro, tra i quali spicca, per esperienza e acume, Riccardo Guffanti, consigliere ADISE (Associazione Italiana Direttori Sportivi) e direttore sportivo professionista. Proprio a lui, abbiamo chiesto in cosa concretamente consista il mestiere dell’osservatore. Buongiorno Riccardo, tu sei uno degli osservatori più esperti in seno

all’Udinese, una società all’avanguardia per quanto riguarda lo scouting. Quanto è importante oggi il ruolo dell’osservatore all’interno di un club professionistico? “Penso che il ruolo dell’osservatore oggi sia importante in tutte le società calcistiche. È ovvio, poi, che nei club professionistici assuma una rilevanza, se non determinante, comunque prioritaria. L’osservazione interna viene espletata dai tecnici della società ed è rivolta al settore giovanile e alla prima squadra, mentre quella esterna viene di solito affidata a persone che il club acquisisce e che, nella maggior parte dei casi, sono ex calciatori o diretto-


ri sportivi. Coloro che sono preposti all’attività di scouting esterna devono fondersi con la realtà interna e conoscerla molto bene, poiché, la prima regola per un osservatore che va a visionare un calciatore, è che quel calciatore dev’essere “funzionale”, al di là delle sue qualità e della sua bravura. È fondamentale che la struttura esterna comunichi con quella interna: altrimenti, se non lo facesse, rischierebbe di proporre dei calciatori che magari al club non servono”. Com’è cominciata la tua carriera e come sei finito a fare l’osservatore in una delle società più apprezzate nel settore dello scouting? “Dopo aver giocato nei dilettanti, ho cominciato a dedicare delle attenzioni al percorso dirigenziale e ho avuto, nel lontano 1987, l’opportunità di avviare una collaborazione con il settore giovanile del Monza calcio, che, all’epoca era uno dei più importanti. Dal vivaio brianzolo, infatti, sono usciti in quegli anni, calciatori del calibro di Pierluigi Casiraghi, Anselmo Robbiati e Massimo Brambilla, per citarne alcuni. Proprio nell’87, al Monza, arrivò da Varese Beppe Marotta in qualità di direttore sportivo. Ho cominciato a collaborare nel settore giovanile della società biancorossa come dirigente accompagnatore, partendo quindi dal basso e osservando da vicino ciò che avveniva all’interno di un club ben organizzato com’era allora il Monza, imparando a comprendere i meccanismi e le dinamiche societarie e appassionandomi sempre di più alla carriera dirigenziale. Mi sono fatto affascinare anche dalle carte federali, di certo non semplici, né divertenti da studiare. Dopo l’esperienza nel Monza, ho svolto l’attività di direttore sportivo in una società calcistica giovanile di Milano e, successivamente, ho lavorato per anni alla Pro Patria, in qualità di direttore sportivo professionista. Poi, si è presentata l’occasione di collaborare con l’Udinese, grazie all’allora direttore sportivo bianconero Pietro Leonardi, che mi chiamò in un momento in cui ero rimasto senza contratto, es-

sendo stata la Massese l’ultima società per la quale avevo lavorato, ed essendo la Massese fallita nel 2008, come tante altri club quell’anno”. Già, Udine, isola felice del calcio… “Lì ho avuto la fortuna di incontrare Andrea Carnevale, che non è soltanto un dirigente preparato e in gamba, ma soprattutto una persona straordinaria ed io sostengo che la vera ricchezza di una società siano gli uomini, prima ancora che i dirigenti. L’Udinese ha la fortuna di essere in mano alla famiglia Pozzo, una famiglia fatta di persone che sanno intravedere e comprendere le potenzialità dei collaboratori di cui si circondano e sanno metterli nelle

condizioni di lavorare al meglio. A capo della struttura di scouting nella quale io sono inserito c’è quell’Andrea Carnevale di cui ho parlato poc’anzi e che ho avuto il piacere di imparare a conoscere in questi anni, che dopo essere stato un grandissimo calciatore, è diventato un eccezionale dirigente, cosa non un usuale, dal momento che, raramente, coloro che sono stati grandi giocatori riescono a ricoprire con altrettanta bravura ruoli dirigenziali di comando. Andrea Carnevale è un’eccezione in questo senso ed oggi per l’Udinese rappresenta una risorsa determinante. A Udine i meriti per i risultati conseguiti nello scouting sono

Guffanti, quando fare l’osservatore è un mestiere fondamentale

calcio2000 39 ago 2013


speciale - Professione osservatore

da ascrivere alla società, con Gino Pozzo in testa, e ad Andrea Carnevale, che è il capo degli osservatori. I loro meriti consistono nel saper scegliere validi collaboratori e nel dare a questi ultimi degli strumenti e un metodo per lavorare al meglio. Questo è ciò che rende l’Udinese una realtà diversa dalle altre”. Come si diventa osservatore? “Bisogna innanzitutto possedere una grande passione e poi conoscere gli aspetti tecnici e tattici ed ecco spiegato il perché questo ruolo venga di solito ricoperto da ex calciatori o allenatori. Il perché oggi molte società di Serie A si avvalgano di direttori sportivi in qualità di osservatori, nonostante conoscano gli aspetti tecnico-tattici magari meno bene di un ex calciatore o di un allenatore, è invece da ricercarsi nella capacità di queste figure professionali di creare relazioni e stabilire contatti, nonché nella loro conoscenza di informazioni non prettamente di campo, quali il carattere, la personalità, l’educazione, la cultura, le abitudini dei giocatori”. In cosa consiste concretamente l’attività di un osservatore di una società di Serie A? “Principalmente nel visionare i calciatori, cosa che oggi, grazie agli strumenti a nostra disposizione e alla tecnologia, è possibile fare senza essere costretti a recarsi sul posto come avveniva una volta. Ciò consente di operare una scrematura iniziale osservando i giocatori attraverso i video e tutta una serie di documenti che aiutano a farsi una prima idea. Grazie alla tecnologia, oggi, non sono più necessari neanche i provini, con un abbattimento dei costi non indifferente. È ovvio che, poi, una volta effettuata la scrematura iniziale a cui accennavo poc’anzi, si procede alla visione sul posto, che rimane sempre la forma di osservazione migliore e più diretta, quella che ti permette di valutare il giocatore in maniera più ampia e più dettagliata”. Ci sono esami, tesserini? Quali sono le competenze necessarie da un pun40 calcio2000 ago 2013

to di vista professionale? “Le competenze si acquisiscono intraprendendo e portando a termine dei percorsi sportivi anche diversi. Come ho detto prima, infatti, oggi abbiamo degli osservatori che sono stati calciatori, altri che sono stati allenatori ed altri ancora, come il sottoscritto, che sono stati direttori sportivi. Coloro che volessero avviarsi alla carriera di osservatori al di fuori delle categorie sopra menzionate, incontrerebbero delle difficoltà, in quanto non esiste a Coverciano un corso per osservatore, come invece esistono, ad esempio, per direttore sportivo e allenatore”. Come credi che si sia evoluta la professione nel tempo? In meglio o in peggio? “Credo che si stia evolvendo in meglio e secondo il mio punto di vista meriterebbe una maggiore attenzione da parte del “palazzo”, dal momento che quello dello scouting è un settore in forte espansione, a cui ogni società dedica oggi grande considerazione. Ritengo pertanto che la figura dell’osservatore dovrebbe essere al più presto incanalata all’interno di un percorso istituzionale”. Oggi si sentono per alcuni giovani calciatori offerte da capogiro, non è

Guffanti, quando fare l’osservatore è un mestiere fondamentale

un po’ esagerato a tuo modo di vedere? “Io penso invece che sia vero il contrario in questo momento, vista la situazione di crisi economica che sta attraversando non soltanto il calcio ma anche il Paese. Da questo punto di vista il calcio mi sembra stia mostrando buona capacità di stare in linea con quella che è l’attuale situazione economica dell’Italia, purtroppo rimettendoci, dal momento che oggi è più probabile che siano le nostre società a vendere i loro giovani talenti, cosa che fino a qualche anno fa non accadeva.” Una volta che un osservatore ha notato un calciatore, a chi lo segnala e quanto pesa il suo parere sulla decisione finale di ingaggiarlo o meno? “Credo che il parere dell’osservatore pesi tanto dal punto di vista della valutazione tecnica di un calciatore. Penso che nel calcio sia importante che ognuno rispetti il proprio ruolo, senza travalicare le proprie competenze, una regola che purtroppo spesso non viene osservata. Ciò significa che un osservatore dovrà limitarsi a fare ciò che gli viene richiesto dalla società, ossia fornire una valutazione del calciatore che è andato a visionare e comunicarla a chi di dovere, ogni decisione in merito all’acquisizione o meno del giocatore in questione compete invece alla società. Per quanto riguarda la persona a cui l’osservatore segnala un calciatore visionato, nel mio caso, il referente è Andrea Carnevale, il quale, ricevuta la mia segnalazione, dovrà valutarne la bontà”. Quali sono i parametri di cui un osservatore deve tenere conto nella valutazione di un calciatore che va a visionare? “Di certo l’aspetto tecnico è sempre predominante, ma oggi io credo che ci debba essere un’attenzione particolare all’aspetto fisico e a quello mentale”. Qual è la prima cosa che ti colpisce in un giocatore giovane? “La sua capacità di stare in campo e il suo equilibrio, soprattutto se è cir-


la fabbrica dei campioni

L’attenzione e le risorse dedicate dalla famiglia Pozzo allo scouting sono notevoli

condato da adulti. Quando infatti si osserva un giovane nel contesto della prima squadra, la sua tranquillità e naturalezza nel giocare in mezzo a gente adulta sono indicative della sua personalità e del suo carattere”. Sentiamo spesso parlare di relazioni: in cosa consistono? “Si tratta di indicazioni più o meno dettagliate che tengono conto di vari aspetti, quali quello fisico, tecnico, tattico, mentale, del ruolo ricoperto in campo. Le relazioni, quando puoi contare su un gruppo di lavoro già affiatato e rodato, consistono fondamentalmente nel far capire se il calciatore visionato si avvicina a quelli che sono i tuoi valori di riferimento”. Come si fa a coordinare l’attività di così tanti osservatori sparsi in giro per il mondo? “Attraverso riunioni continue che servono a programmare il lavoro di un anno. In questo caso, programmare

significa capire in quale direzione indirizzare l’osservazione. Non è detto, infatti, che l’attività di scouting debba essere sempre intesa globalmente, dal momento che si possono presentare durante l’anno determinate situazioni che entrano nello specifico. Ad esempio, può capitare che si cerchi un attaccante e quindi si indirizza l’osservazione esclusivamente su giocatori offensivi. È chiaro, poi, che più grande e importante è la società, più sono i campionati che gli osservatori devono tenere d’occhio e qui diventa fondamentale il supporto della tecnologia che, come ho detto prima, permette di operare una prima scrematura, consentendo poi di andare in maniera mirata ad osservare dal vivo quei calciatori che realmente interessano”. Qual è il segreto dell’organizzazione dell’Udinese? “Le grandi capacità di chi sta a capo della società, partendo da Gino Pozzo

e continuando con Andrea Carnevale. Il segreto sta nel metodo di lavoro che l’Udinese dà ai suoi dipendenti”. Molti dicono che una volta lasciata l’Udinese i giocatori sembrano meno forti di quanto appaiano a Udine: secondo te perché succede? “In realtà, i fatti dicono esattamente il contrario, dal momento che, nell’ultima stagione, i calciatori che l’anno prima giocavano a Udine si sono riconfermati tutti ad alti livelli nei club in cui sono andati a giocare”. Qual è il prossimo fenomeno che esploderà al Friuli? “A questa domanda posso rispondere che nonostante ogni anno l’Udinese abbia ceduto giocatori importanti, ne ha sempre trovati di nuovi che si sono rivelati funzionali al progetto, tanto è vero che, anche grazie alla bontà del lavoro di un grande allenatore come Guidolin, la società ha continuato ad ottenere risultati sportivi ben al di sopra delle aspettative”. Qual è il colpo di cui vai più fiero? “A Udine la prima regola è che i colpi sono della società, quindi i meriti sono tutti di Gino Pozzo e Andrea Carnevale, non di Riccardo Guffanti”. Quello che ti è sfuggito per un soffio e che ancora rimpiangi? E quello che ti sarebbe piaciuto fare? “Ho imparato che nel calcio non devi esaltarti per ciò che sei riuscito a fare, né abbatterti per ciò che non sei riuscito a fare. Io non sono il tipo che si entusiasma, né tantomeno che si rammarica. Bisogna sempre lavorare e andare avanti, mai guardarsi indietro”. Dovessi dare un consiglio ad un giovane che aspira a fare il tuo lavoro, cosa gli diresti? “Gli direi che ci vuole davvero tanta dedizione e tanta passione e gli consiglierei di cominciare a guardare partite di settore giovanile per costruirsi una base di partenza e poi passare pian piano alle partite che esprimono valori superiori. Infatti, più possibilità si hanno di osservare valori e livelli diversi e di confrontarli tra loro, più semplice diventa comprendere e valutare ciò che si va a visionare”. calcio2000 41 ago 2013


miti del calcio - juan alberto schiaffino

di Luca Gandini

Una stella a illuminare il firmamento calcistico degli anni ‘5O. Tributo a Juan Alberto Schiaffino e alla sua inarrivabile classe.

EL PEPE E LA GLORIA CELESTE

A

vederlo così, capelli lucidi e pettinati, viso appuntito e portamento elegante, pareva un tranquillo impiegato di banca alle prese con la solita routine quotidiana: le pratiche da sbrigare, il ritardo del tram, i figli da portare a scuola, una cena in silenzio davanti alla TV e al Carosello. E invece, bastava che Juan Alberto Schiaffino indossasse la sua maglia numero 10 e calcasse il sacro suolo del Centenario, di San Siro o del Maracanã, e quel tranquillo impiegato di banca lasciava il posto a un inimitabile direttore di partite. Nervi saldi, cuore caldo, mente fredda, pallone tra i piedi, ed eccolo illuminare la manovra offensiva con i suoi tocchi inconfondibili, morbidi e precisi, sempre al servizio della squadra. IL BELLO DEL DEBUTTANTE Era nato a Montevideo il 28 luglio 1925. Uruguay, la Svizzera del Sudamerica, terra di approdo per migliaia di nostri connazionali in cerca di un futuro migliore. Come rivela il cognome, anche Juan Alberto aveva origini italiane. I nonni paterni erano partiti dalla Liguria e laggiù, in riva al Río de la Plata, avevano fatto fortuna. Uruguay terra promessa e terra di calcio. Non era che un bambino, Juan, quando i suoi illustri compatrioti José Leandro Andrade, Héctor Scarone, José Nasazzi e compagnia, mettevano a ferro e fuoco il mondo e conquistando successi a ripetizione: i due ori olimpici consecutivi, nel cuore della 42 calcio2000 ago 2013

vecchia Europa, e il primo Mundial della storia, davanti al pubblico di casa. Ragazzetto vivace e dispettoso (da qui il soprannome “Pepe” che ne avrebbe accompagnato il resto della vita), il giovane Schiaffino non aspettava altro che scendere in strada e rincorrere l’amico più caro delle sue giornate, un vecchio pallone di stracci. Del resto, anche il fratello maggiore Raúl era un attaccante famoso. Fu proprio lui, nel 1943, a introdurre Pepe nelle giovanili del Peñarol, il leggendario club aurinegro fondato da immigrati piemontesi. In breve,

l’allievo superò il maestro e così Juan Alberto, senza neanche aver esordito in prima squadra, venne direttamente catapultato in Nazionale. Successe il 9 gennaio 1946, quando, al Centenario di Montevideo, l’Uruguay affrontò il Brasile, il rivale di mille battaglie che avrebbero segnato la storia del fútbol sudamericano e mondiale. Dotato di classe sopraffina e di un’intelligenza tattica più unica che rara, il giovane campione si piazzava là, nel cuore del gioco, e con la sua sapienza pennellava traiettorie geometriche che non tutti erano in grado di capire. Ele-


gante e combattivo al tempo stesso, fu proprio lui la stella più splendente del Peñarol che, nel 1949, conquistò il campionato nazionale. I suoi assist e il suo stile inconfondibile nobilitarono il gioco di una formidabile compagine che annoverava il portierone Roque Máspoli, l’aletta Alcides Ghiggia, il puntero Óscar Míguez e il possente mulatto Obdulio Varela. Guarda caso, la spina dorsale della Nazionale che si preparava ad affrontare il Mondiale dell’anno successivo. MARACANAZO Già, Brasile ‘50. L’evento a cui la “Celeste” (questo il soprannome dell’Uruguay) si presentò con buone credenziali, ma senza recitare la parte della favorita. Per quello, c’era il Brasile, che giocava in casa e che non poteva neanche lontanamente immaginare di tradire la sua torcida. Avevano fatto le cose in grande, i carioca, costruendo lo stadio più imponente del mondo (il celebre Maracanã) e puntando su una Seleção da sogno, tutta votata allo spettacolo, al futebol bailado. La Celeste era un’altra cosa. Concedeva poco alla platea, non badava troppo alle finezze, ma, in quanto a sapienza tattica, aveva pochi rivali. Pepe Schiaffino e soci erano partiti bene, con un 8-0 alla Bolivia al primo turno, ma poi, nel girone finale, avevano sofferto le pene dell’inferno contro la Spagna (raggiunta sul 2-2 solo grazie a una prodezza del capitano Varela) e contro la Svezia (battuta in extremis 3-2). Il Brasile, dal canto suo, aveva incantato. Era al comando del raggruppamento a punteggio pieno e, nell’ultima partita contro la Celeste, avrebbe potuto anche accontentarsi del pareggio per conquistare il titolo. Al Maracanã, quel 16 luglio 1950, tutto sembrava già scritto: cosa mai avrebbero potuto fare gli uruguagi di fronte a 11 furie scatenate e ad uno stadio tutto tinto di verde-oro? E infatti, tutti i forsennati attacchi dei padroni di casa furono premiati, ad inizio ripresa, dall’1-0 di Friaça, in pratica il sigillo sulla Coppa Rimet.

Schiaffino in una vecchia istantanea mentre discute con Pilmark, giocatore del Bologna

Ma in breve, qualcosa cambiò. Le urla di capitan Varela scossero l’orgoglio uruguayano e la “garra” celeste salì presto in cattedra. Schiaffino, proprio lui, indovinò la cannonata del pareggio e poi Ghiggia, l’altro oriundo italiano, con la forza della disperazione, infilzò per la seconda volta la Seleção, gettando il Maracanã nello sconforto più totale. Come nel peggiore degli incubi, il Brasile era stato sconfitto. Il Paese piombò nel lutto, mentre “El Pepe”, piangendo, ma di felicità, usciva dal campo con la Coppa più ambita.

EL DIOS DEL FÚTBOL Orgoglio di un popolo e artefice di uno tra gli episodi più famosi e drammatici dello sport mondiale, la Nazionale uruguayana sbarcò alla Coppa Rimet di Svizzera ‘54 con la chiara intenzione di non abdicare. Il nostro Schiaffino, pronto ad assaporare i frutti della sua splendida maturità, era il faro di una Celeste che aveva perso Alcides Ghiggia, ma che aveva trovato preziosi rinforzi nel difensore José Santamaría, futura colonna del Real Madrid, e nel roccioso attaccante Juan Hohberg. Secondo gli esperti, calcio2000 43 ago 2013


miti del caclio - juan alberto schiaffino

EL PEPE E LA GLORIA CELESTE

un giornale uruguayano all’indomani del trasferimento del campione nella terra dei suoi avi. Aveva già 29 anni, el Pepe, ma se qualcuno pensava che fosse ormai sulla via del tramonto, beh, si sbagliava di grosso.

Il nome di Schiaffino evoca ancora veri e propri incubi al popolo brasiliano

nessun appuntamento mondiale, in fatto di gol, emozioni e spettacolo, è stato superiore a quello disputatosi in terra elvetica. Merito della “Grande Ungheria”, certo, del solito Brasile, desideroso di riscattare la delusione di quattro anni prima, ma merito anche dall’Uruguay, che, nei quarti, con Schiaffino sommo protagonista, schiantò l’Inghilterra con un pirotecnico 4-2. La semifinale contro i magiari, privi dell’infortunato Ferenc Puskás, fu un inno al calcio. I sudamericani lottarono come leoni, ma la “Squadra d’Oro” ungherese era troppo ispirata, quel giorno, a Losanna. Così, ai supplementari, Sándor Kocsis e compagni, prevalendo 4-2, inflissero agli uruguayani la prima sconfitta della loro storia in Coppa del Mondo. Ma poco importa: le imprese di Pepe Schiaffino avevano ormai incantato l’Europa, e il Milan di Andrea Rizzoli, proprio in quell’estate del 1954, fece il colpaccio, strappando al Peñarol il formidabile numero 10. “Se nos fue el Dios del fútbol”, scrisse 44 calcio2000 ago 2013

NEL PANTEÓN DEGLI EROI La prima stagione in rossonero fu un successo: con gli svedesi Nils Liedholm e Gunnar Nordahl parve giocare insieme da una vita e a fine anno arrivò il meritato Scudetto. Sommo costruttore di gioco, ma anche, a volte, bizzoso e intrattabile, Schiaffino era il carismatico leader di un Milan che, nel 1955/56, si affacciò per la prima volta in Coppa dei Campioni. Solo il Real Madrid, all’alba del suo favoloso ciclo, riuscì ad aver la meglio sul Diavolo in semifinale. Ma la delusione fu riscattata, l’anno successivo, dal secondo Scudetto e dal conseguente ritorno in Europa. E giù un’altra marcia irresistibile, scandita dalle perle dell’uruguagio, che in semifinale rifilò tre reti al Manchester United per poi affrontare a viso aperto il solito Real Madrid nella finalissima dell’Heysel. Perse 3-2, il Milan, ma “El Pepe”, con una prestazione eroica, fu l’ultimo ad arrendersi. Secondi in Europa solo ai Galácticos, i rossoneri tornarono a dominare l’Italia nel 1958/59. Schiaffino aveva arretrato di qualche metro il proprio raggio d’azione e da ispiratore della manovra offensiva si era trasformato in prezioso metronomo davanti alla difesa. A fare i gol, là davanti, ci pensò il nuovo arrivato José Altafini e lo Scudetto, per il Diavolo, fu solo una formalità. Dopo un’ultima stagione all’ombra della Madonnina, nel 1960 l’asso uruguayano andò a chiudere la carriera a Roma, sponda giallorossa. Due buone annate, coronate dal prestigioso successo in Coppa delle Fiere. Poi, nel 1962, la decisione di ritirarsi, lasciando un velo di malinconia in

quanti avevano imparato ad amarlo. Primo fra tutti, Gianni Brera, il maestro del giornalismo, che una volta disse di lui: “Forse non è mai esistito regista di tanto valore”. Fece quindi rientro in patria, dove intraprese una brillante carriera da uomo di affari, lui che, da buon “ligure”, aveva affinato negli anni un particolare talento nella gestione economica del proprio patrimonio. Morì a Montevideo il 13 novembre 2002 e oggi riposa nel Panteón de los Olímpicos, un monumento che raccoglie le spoglie di quei campioni che, attraverso le imprese sportive, hanno saputo coprire di onore e gloria il nome dell’Uruguay.

Schiaffino con la maglia del Milan dal ‘54 al ‘60 segnò 47 gol vincendo 3 scudetti


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accadde a... - agosto 199O

di Simone Quesiti

Cinque campionati, una coppa di Germania e due coppe Uefa, negli anni Settanta il Borussia Monchengladbach era inarrestabile...

DER MYTHOS

C

inque campionati, una coppa di Germania e due coppe Uefa. Nel corso degli anni Settanta il Borussia Monchengladbach è stata senza dubbio una delle squadre più forti d’Europa. Le tante vittorie di quel periodo valsero alla squadra il soprannome di “Der Mythos”: il Mito. PRIMI SUCCESSI Monchengladbach è un piccolo centro della Ruhr, vicino al confine dell’Olanda. È lì che l’1 agosto del 1900 nasce ufficialmente il Borussia M’Gladbach. Il primo titolo nazionale arriva nel 1960, dopo uno spettacolare 3-2 ai danni del Karlsruhe grazie al quale la squadra del Basso Reno fa suo il trofeo nazionale. Dopo due anni dalla fondazione della Bundesliga, il Borussia approda nel massimo campionato della Germania Ovest. Quell’anno siede sulla panchina il tecnico tedesco Hennes Weisweiler che, potendo contare su una squadra di giovani talenti (Netzer, Vogts e Heynckes su tutti), dà al Borussia un’impronta di gioco veloce, aggressiva, spregiudicata: è da queste caratteristiche nasce il soprannome che i tifosi danno alla squadra, Die Fohlen (“I Puledri”). La stagione 1969-70 è quella del primo scudetto. Il Borussia, dopo un campionato assai combattuto, diventa campione di Germania con una giornata d’anticipo battendo in casa l’Amburgo per 4-3. Il 3 aprile 1971, nella partita contro il Werder, accade un episodio davvero singolare: agli sgoccioli della 46 calcio2000 ago 2013

gara, sul punteggio di 1-1, l’attaccante del Borussia Laumen e il portiere del Brema Gunter Bernard si scontrano andando anche a sbattere contro il palo sinistro della porta, che crolla. I giocatori del Borussia fanno i furbi e sperano che la partita venga sospesa (all’epoca si rigiocavano tutti e 90 i minuti) mentre quelli del Werder provano a sistemare la porta, senza riuscirci. L’arbitro nel referto fa presente il differente comportamento dei giocatori e il giudice sportivo dà la partita persa al Borussia che, nonostante questo episodio, conquista meritatamente il Meisterschale e diventa la prima squadra a vincere per due anni consecutivi la Bundesliga.

DUE DI COPPE Nonostante l’egemonia nel proprio campionato, il Borussia M’Gladbach in quegli anni non riesce a farsi strada in Europa, dove la dea bendata ha sempre snobbato i Fohlen. Nella Coppa Campioni 1970-71 vengono eliminati ai rigori dall’Everton, dopo che i Toffees avevano raggiunto il pareggio grazie a un tiro dalla distanza che aveva colto impreparato il portiere tedesco, quest’ultimo impegnato a rimuovere un rotolo di carta igienica dall’area piccola. Questione di carattere, di chimica ma anche di fortuna. Nel 1973, la squadra del Basso Reno arriva in finale di coppa Uefa: ad attenderla c’è il Liverpool. Dinanzi a Keegan e compagni, i puledri


si devono arrendere, complice il 3-0 rimediato nella finale d’andata ad Anfield Road cui aveva fatto seguito l’inutile vittoria (2-0 firmato da una doppietta di Heynckes) nella gara di ritorno. A questa occasione persa, la squadra di Weisweler compensa con la vittoria della Coppa di Germania. Al Rheinstadion di Dusseldorf il Borussia batte il Colonia 2-1 dopo i tempi supplementari. Ma è nella stagione 1974-75 che il Borussia M’Gladbach si rifà alla grande. Arriva infatti il terzo scudetto (staccato l’Hertha Belino di 6 lunghezze, quando la vittoria valeva ancora due punti soltanto) e la prima vittoria in campo europeo. La finale di andata di Coppa Uefa si gioca il 7 maggio 1975 a Dusseldorf contro gli olandesi del Twente, finisce a reti inviolate. Al ritorno, lo spirito offensivo e la velocità della squadra di Weisweiler (che a fine anno lascerà per andare al Barcellona) portano a un successo roboante: 5-1 in casa del Twente con tripletta di Heynckes e doppietta di Simonsen. Il Borussia è così la prima squadra tedesca a vincere la Coppa Uefa (successo che ripeterà nel ’79, stabilendo un altro record, in quanto prima nonché unica squadra tedesca a vincere due Coppe Uefa). Nel ’77 nemmeno uno strepitoso Allan Simonsen, poi premiato a fine anno con il

Pallone d’Oro, riesce ad impedire che il sogno di salire sul tetto d’Europa si areni all’ultimo atto, di fronte al Liverpool di King Kevin Keegan, già giustiziere del Gladbach quattro anni prima nella finale di coppa Uefa. NASCE LA RIVALITÀ Alla fine degli anni Settanta, il mondo del pallone tedesco vede nascere una rivalità che si sarebbe poi consolidata nel decennio successivo. Cresciuta in un clima come quello del’68, imbevuto in una concezione radicale della vita sociale all’insegna del noi-contro-loro, dove tutto era politico, dalla filosofia allo sport, dall’arte la cinema, la rivalità tra Bayern e M’Gladbach assume un significato simbolico che trascende l’aspetto puramente calcistico: è bianco contro nero, i rivoluzionari contro i conservatori, il Bene contro il Male, Netzer contro Beckenbauer. Da una parte il calcio arrembante e spettacolare del Borussia, capace di mettere in fila autentiche vittorie-record come il 12-0 al Borussia Dortmund oppure, in ambito europeo, il famigerato 7-1 all’Inter che solo uno squallido episodio di italica vigliaccheria riesce a cancellare dagli almanacchi ufficiali; dall’altra il plumbeo pragmatismo del Bayern, cinico e spietato.

Tra i giovani talenti in maglia Monchengladbach anche un certo Vogts...

Oggi noto come grande allenatore, Heynckes è stato una colonna del Borussia Mgladbach

OGGI NIENTE DA TRADIRE Gli inizi degli anni Ottanta hanno progressivamente annacquato la rivalità tra Bayern e Borussia: i primi si sono confermati potenza economica e società leader del calcio tedesco, i secondi hanno imboccato il viale del tramonto (eccezion fatta per la Coppa di Germania vinta nel 1995) che li ha portati, alle soglie del nuovo millennio, alla retrocessione in Zweite Liga. Nell’estate del 1984 uno dei più talentuosi centrocampisti del calcio tedesco, Lothar Matthaus, passa dal M’Gladbach al Bayern, garantendosi eterno disprezzo da parte dei tifosi dei Fohlen. Uscendo da logiche tifose, quel trasferimento fu il simbolo del definitivo mutamento dei rapporti di forza. Ma la voglia di riscatto è tanta, per tornare agli antichi splendori di un tempo; forse basterebbe solo far lucidare gli zoccoli, a questo Puledro, per far sì che ricominci a correre… calcio2000 47 ago 2013


calcio altrove - le sovietiche

di Gabriele Porri

Viaggio in una terra spigolosa ma capace di sfornare campioni con la “C” maiuscola…

le glaciali sovietiche

N

ella Russia zarista di fine dia giunge solo nel finale. Il gol russo Poi più nulla fino ai Giochi di Helsinki, Ottocento, tra la povertà e del momentaneo pareggio è firmato 1952. L’URSS vi arriva con l’etichetta lo sfruttamento delle cam- dal capitano Vassili Butusov, cinque di “mina vagante”, dopo i brillanti ripagne, ove esiste ancora presenze tra le otto partite precedenti sultati della Dinamo Mosca nella tourla servitù della gleba, operano delle a guerra e Rivoluzione di Ottobre. Nel née in Gran Bretagna, ma viene battuta industrie tessili con capitali e perso- torneo olimpico di consolazione i tede- dalla Jugoslavia. È l’epoca in cui alle nale stranieri, in particolare della Gran schi non hanno pietà e si impongono Olimpiadi le nazioni dell’Est, dove lo Bretagna, culla della rivoluzione in- con un umiliante 16-0. Anche l’Un- sport è rigorosamente dilettantistico, dustriale. Sono proprio due inglesi, i gheria infierisce in amichevole (12-0 a possono portare la nazionale maggiore fratelli Charnock, a diffondere il calcio Mosca), ma le cose migliorano a caval- e questo rappresenta di certo un vantra gli operai tessili, nel lontano 1887, lo tra il 1913 e il 1914 quando arrivano taggio. La Russia, tra l’oro di Melboua Orekhovo-Zuyevo, dove viene fonda- tre pareggi, due con la Norvegia e uno rne nel ’56 e quello di Seoul nell’88, conquista anche tre bronzi a Monaco, to il club del Krasnoe. Presto il nuovo con la Svezia. gioco arriva in tutta l’area di Mosca, si Dopo il sorgere dell’URSS, negli anni Montreal e Mosca (rispettivamente BILANCIO INCONTRI ITALIA-U.R.S.S. calcola che prima della Grande guerra Venti nascono attorno a Mosca i club 1972, 1976 e 1980). TOTALE TRASFERTA CAMPO NEUTRO Sullo slancio della vittoria australiana, siano 33 le città coinvolte, con quasi che ancora oggiNCASA compongono l’élite del Squadra G V N P RF RS G V P RF RS G V N P RF RS G V N P RF RS 200 squadre e un numero di tesserati in calcio russo, mentre nella vicina Ucrai- la Federazione iscrive finalmente la NaU.R.S.S. 11 4 5 2 9 7sorge 3 la 2Dinamo 1 0Kiev, 3 nel 0 1927. 5 0 3 zionale 2 2ai mondiali 6 3 2 Svezia 1 0nel 41958. 1 di continuo aumento. La BILANCIOnaINCONTRI ITALIA-U.R.S.S. È la squadra del grande Lev Yashin, il La nazionale viene messa insieme nel nazionale capitanata dal fratello minoTOTALE CASA TRASFERTA CAMPO NEUTRO N5 P 4 RF7 re RS9di Butusov, G5 V2 NMikhail, P 0 RFsi RS2 G 3 solo V0 N 1 Ragno P 2 RFnero, G3 V0 N 1al mondo P 2 RF1 fino RS4 ItaliaSquadra 1912, anno di nascita Gdella 11 V 2Federazio3 6 esibisce 0 RS3 sconosciuto ne, per partecipare ai Giochi olimpici due volte in partite ufficiali con la Tur- a 27 anni, e del leggendario coach GaU.R.S.S. 11 4 5 2 9 7 3 2 1 0 3 0 5 0 3 2 2 6 3 2 1 0 4 1 di Stoccolma. L’esordio non è del tutto chia, nel 1924-25, vincendo per 3-0 a vril Kachalin, 74 panchine in tre riprese tra il 1955 e il 1970. In Svezia l’URSS negativo, la sconfitta 2-1 con la Finlan- Mosca e 2-1 ad Ankara.

Italia

11

Squadra Italia

2

5

4

7

9

TOTALE N P

RF

RS

1

6

5

2

2

TOTALE N1 P3

RF5

RS6

G1

V0

1

6

5

2

2

0

3

5

6

1

0

1

gli scontri con l’italia G

Squadra Russia

V

5

3

G5

V1

1

Italia

italia

5

3

1

Russia

russia

5

1

1

5

2

3

0

6

2

3

0

G

V

CASA N P

RF

RS

G

V

0

3

0

1

0

CASA N1 P0

RF1

RS1

G2

V0

0

3

0

1

0

1

0

1

1

2

0

0

G

V

BILANCIO INCONTRI ITALIA-RUSSIA

0

BILANCIO INCONTRI ITALIA-RUSSIA

1

2

0

3

3

0

RF

RS

G

V

0

1

1

2

TRASFERTA N0 P2

RF0

RS3

G2

0

1

1

2

1

0

1

2

4

2

0

3

2

1

0

1

4

2

RF

RS

G

V

CAMPO NEUTRO N P RF

RS

6

1

TRASFERTA N P 1

1

1

4

CAMPO NEUTRO N P RF

RS

1

0

2

1

2

4

CAMPO NEUTRO V1 N0 P 1 RF4

RS2

BILANCIO INCONTRI ITALIA-UCRAINA Squadra Italia

Squadra Ucraina

G

italia ucraina

Italia

Ucraina

48 calcio2000 ago 2013

7

V 6

TOTALE N P 1

0

V0

7

6

1

7

0

1

RS

14

2

G 2

V 2

CASA N P 0

0

RF

RS

5

1

BILANCIO INCONTRI ITALIA-UCRAINA

TOTALE N1 P6

G7

RF

CASA N0 P3

RF2

RS14

G3

V0

0

14

2

2

2

0

6

2

14

3

0

0

3

3

TRASFERTA N P 0

0

TRASFERTA V0 N0 P2

RF1

RS6

G2

0

5

1

3

3

0

3

1

6

2

0

0

2

1

3

0

CAMPO NEUTRO V0 N1 P 1 RF0

1

0

RS3

RF1

RS5

G2

0

6

1

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1

1

0

3

0

2

1

5

2

0

1

1

0

3


Per tutte le informazioni sul calcio internazionale scrivete a: info@soccerdataweb.it

bilancio urss ed ex sovietiche

BILANCIO URSS ED EX-SOVIETICHE

Squadra

TOTALE N P

RF

RS

G

V

CASA N P

RF

G

V

U.R.S.S.

355

193

90

72

627

307

119

83

21

15

269

Russia

224

109

63

52

371

242

89

53

25

11

Ucraina

200

82

61

57

259

208

90

44

28

Bielorussia

174

51

47

76

206

244

65

23

Georgia

177

51

35

91

194

267

65

Moldova

162

35

37

90

135

270

Azerbaigian

185

31

49

105

120

Armenia

153

35

33

85

Kazakistan

138

31

29

78

batte l’Inghilterra al play-off del girone grazie a un gol di Ilyin e nella squadra il solo Voynov, della Dinamo Kiev, non è di estrazione moscovita. Sconfitta ai quarti dai padroni di casa, con un gol di Hamrin, l’URSS inaugura una tradizione che la vede raccogliere risultati migliori agli Europei piuttosto che ai Mondiali. Infatti nel 1962 ha la sfortuna di incontrare ancora una volta i padroni di casa ai quarti; poi in Inghilterra nel 1966 arriva il quarto posto finale, miglior risultato di sempre nel torneo. Mentre agli Europei il record è impressionante: vittoria nel 1960, all’edizione inaugurale, secondo posto nel 1964 e 1972, quarto posto nel 1968. Il successo del 1960 giunge dopo una finale incerta e solo ai supplementari con gli jugoslavi, quando Viktor Ponedelnik, punta dello Ska Rostov, realizza il 2-1 dopo il vantaggio della Jugoslavia con Galic e il pareggio del georgiano Metreveli. La stella è Yashin, il leader è il capitano Igor Netto. Yashin è anche l’unico portiere al mondo e uno dei tre sovietici ad avere vinto il Pallone d’oro (nel 1963), gli altri due sono Oleg Blokhin nel 1975 e Igor Belanov nel 1986. Il canto del cigno dell’URSS arriva

RS

TRASFERTA N P

G

V

75

184

82

59

166

72

102

40

18

137

81

90

19

23

85

81

27

17

21

85

59

14

18

27

320

61

15

20

131

255

60

16

147

245

49

15

CAMPO NEUTRO N P RF

RF

RS

G

V

43

274

181

52

28

10

14

84

51

33

29

149

114

33

16

5

12

56

56

29

29

32

97

106

20

9

4

7

25

21

89

22

21

46

98

143

20

6

7

7

23

20

67

96

18

16

62

91

176

16

6

2

8

18

24

51

79

83

13

15

55

60

166

20

8

4

8

24

25

26

50

76

94

8

18

68

46

215

30

8

11

11

24

29

17

27

61

84

71

13

10

48

48

137

22

6

6

10

22

34

12

22

66

73

59

5

9

45

43

142

30

11

8

11

38

30

a Euro 1988, in Germania, dove una squadra basata sul blocco ucraino della Dinamo Kiev si inchina solo all’Olanda in finale, dopo aver battuto l’Italia di Vicini al penultimo atto. Nel 1990, ultima partecipazione mondiale, l’URSS esce ai gironi e nel 1992, dopo essersi qualificata all’Europeo, disputa la fase finale come CSI (Comunità di Stati Indipendenti) poiché nel frattempo la storia recente ha prodotto i suoi frutti. Da allora, il calcio ex-sovietico è uscito un po’ frammentato e i risultati sono stati inferiori al periodo in cui si giocava sotto un’unica bandiera. Delle 15 nazionali che sono sorte, 11 fanno parte dell’UEFA mentre Tagikistan, Turkmenistan, Kirghizistan e Uzbekistan sono membri dell’AFC asiatica. Solo Russia e Ucraina (ai quarti nel 2006, 0-3 con gli azzurri) hanno preso parte a una fase finale del Mondiale, coi russi che hanno mantenuto la tradizione dei “buoni risultati solo a livello Continentale” con la semifinale raggiunta ad Euro 2008. La Russia sarà poi chiamata alla grande prova organizzativa del Mondiale tra 5 anni. Abbiamo già parlato delle Repubbliche baltiche separatamente, tra le asiatiche la più quotata è senza dubbio l’Uzbekistan, che ha

RS

preso parte a cinque fasi finali dell’Asian Cup (delle altre solo il Tagikistan ha partecipato nel 2004) ed è in lotta per accedere al Mondiale brasiliano del prossimo anno. A livello individuale, i “pluricentenari” sono sette. A eccezione di Oleg Blokhin e in parte di Onopko, sono tutti giocatori di epoca post-sovietica in cui le possibilità di giocare si sono moltiplicate rispetto al passato. Guida l’armeno Sargis Hovsepyan, ritiratosi recentemente a 40 anni dopo 130 gettoni di presenze, seguito dall’ucraino Tymoshchuck con 128, il russo Onopko (113 tra CSI e Russia), gli ucraini Blokhin (112 presenze in maglia CCCP, 101 per la FIFA che esclude le Olimpiadi) e Shevchenko con 111, l’uzbeko Kapadze con 105, infine il bielorusso Kulchy e il georgiano Kobiashvili con 101. Non c’è nessuno che faccia parte del club dei 50 gol e oltre, il top scorer sovietico è ancora Blokhin con 42 reti (35 escluse Olimpiadi), dal 1992 a oggi quello che c’è andato più vicino è Andriy Shevchenko con 48 gol, dietro di lui il vuoto: il migliore è il suo ex compagno nella Dinamo Kiev, l’uzbeko Maksim Shatskikh, 34 reti in 60 presenze. calcio2000 49 ago 2013


dove sono finiti? - ivano bordon

di Stefano Benetazzo

Una carriera lunga 44 anni, spesa interamente sui campi di calcio ha regalato ad Ivano Bordon tantissime emozioni, rivissute in questa intervista esclusiva per Calcio2OOO

Una vita da portiere

H

a mosso i primi passi nel mondo del calcio professionistico nel 1966: quali ricordi conserva di quel

periodo? “Il mondo del calcio era totalmente diverso, i giovani lasciavano casa molto presto come feci io a 15 anni per entrare nelle giovanili delle squadre professionistiche, con tantissimi sacrifici. Ricordo bene – e questa è rimasta la mia qualità principale – di avere sempre avuto la passione per il calcio che per me era tutto, studiavo e andavo a scuola ma la mia giornata era riempita dagli allena50 calcio2000 ago 2013

menti; c’era voglia di voler far bene e di impegnarmi sempre”. I suoi inizi nella Juventina Marghera, già come portiere? “Quando si giocava con gli amici e i compagni io ero sempre in porta, ho iniziato e terminato in quel ruolo, poi quando ho smesso e volevo divertirmi un po’ giocavo anche fuori”. Perché ha scelto di giocare in porta? “Ricordo che andavo con mio nonno a vedere mio padre giocare (era portiere in Serie C, ndr), e mi posizionavo sempre dietro la porta, non so se è stato per quello ma mi sono innamorato del ruolo

e non l’ho mai abbandonato. È un ruolo che faceva faticare molto di più rispetto ad un giocatore di movimento e a me è sempre piaciuto faticare in tutte le cose che facevo e che faccio. Il portiere poi è un ruolo diverso dove sei abbastanza solo e penso che un po’ tutti gli estremi difensori siano taciturni e di poche parole com’eravamo io e Zoff”. Nel 1966 venne tesserato dall’Inter con cui passò in prima squadra: quant’era l’emozione di far parte di quella società? “Nel 1969-’70 passai terzo portiere in prima squadra e fu sicuramente una


grande felicità potermi allenare con tanti campioni e far parte del calcio che conta dove un giovane spera sempre di poter arrivare. Poi, fino al ’65, l’Inter aveva vinto tantissimo con giocatori prestigiosi e per me fu una grandissima emozione”. Il suo esordio da titolare con i nerazzurri avvenne in Coppa dei Campioni: stagione 1971-’72, ritorno degli ottavi contro il Borussia Mönchengladbach al posto di Lido Vieri. “In Serie A esordii nel ’70-’71 in un derby mentre in Coppa giocai dapprima contro l’AEK Atene, contro i quali passammo il turno e successivamente contro il Borussia, al ritorno, e quella è stata – visto l’andamento – la partita che mi ha fatto conoscere; da quel momento giocai più di metà campionato riuscendo ad entrare nei meccanismi della squadra”. In quella partita parò di tutto e di più, tra cui un calcio di rigore che mantenne lo 0-0 fino alla fine: qual è stata la difficoltà maggiore? “Le tantissime mischie che si venivano a creare in area, mi ricordo molte gomitate prese, era una vera e propria battaglia; inoltre non si poteva tenere troppo il pallone in mano per non rischiare di subire una punizione contro. Le maggiori difficoltà nel secondo tempo quando loro aumentarono la pressione”. Con i nerazzurri rimase sedici anni, per complessive 382 presenze (281 in campionato), vincendo 2 scudetti e 2 due Coppe Italia… “È stata la mia vita e da calciatore sono sicuramente gli anni più belli che mi hanno fatto crescere come uomo e come giocatore, mi hanno dato la soddisfazione di giocare in Serie A e di approdare in Nazionale”. Successivamente passò alla Sampdoria dove rimase tre stagioni, arrivando quarto in campionato e vincendo un’altra Coppa Italia: come mai scelse i blucerchiati dopo l’Inter? “Con lo svincolo del

1983 le squadre che volevano prendere i giocatori classe ’51 e ’52 li avrebbero pagati un’inezia. Per me fu difficile decidere ma l’Inter aveva altre idee e scelsi così la Samp, una società in crescita dove mi sono trovato benissimo”. Oltre alle squadre sopracitate, alla Sanremese e al Brescia dove ha chiuso la sua carriera, ha indossato anche le casacche della Nazionale, sia dell’Under che della maggiore con la quale si è laureato Campione del Mondo nel 1982, come vice di Zoff: una bella soddisfazione… “Ogni calciatore spera di approdare in Nazionale e vincere anche il Mondiale era il massimo. In Spagna è stato bellissimo”. Dismessi gli scarpini, è stato allenatore dei portieri di Udinese, Juve, Inter e dell’Italia e ancora una volta Campione del Mondo, nel 2006, con Marcello Lippi. “Ho rivissuto le emozioni provate da calciatore, sono emozioni che ti restano dentro e che ti danno veramente tanto”. Dopo questa esperienza perché si è fermato? Aveva una proposta di seguire Marcello Lippi in Cina, giusto? “Ho declinato quella possibilità perché di andare in un club scendendo in campo tutti i giorni, allenando e calciando, non me la sentivo anche se poi ci sono altre motivazioni”. Il calcio è stato… “La mia vita, sono contento e soddisfatto e rifarei ogni cosa; forse in qualche situazione l’essere stato così tranquillo mi può aver danneggiato, ma di grossi rimpianti non ne ho”. Oggi cosa fa? “Vado in palestra, mi tengo in movimento, vedo qualche partita e da qualche anno mi sono appassionato a gio-

Ancora oggi, Bordon è un punto di riferimento per i migliori portieri in circolazione

care al golf; vivo con la mia famiglia dedicandogli tutto il mio tempo”. Un rientro nel mondo del calcio è possibile? “Mi piacerebbe lavorare con i giovani, mettendo a loro disposizione la mia esperienza e insegnandogli qualcosa ma anche fare l’osservatore in giro. So che non è facile in questo periodo, ma se qualcuno vuole io sono disponibile”. Figurine Panini: quanta è stata grande l’emozione di vedersi raffigurato? “Le figurine le ho tutte, una volta la Panini mi ha fatto avere tutte quelle che mi rappresentavano, dalla prima all’ultima; come tutti i ragazzi anch’io facevo la collezione e vedermi era un motivo di orgoglio. È stato molto bello”. Ha continuato successivamente? “Si, ho continuato con i miei nipoti dopodiché ho cominciato a tenere tutti gli almanacchi”. In ultimo, chi è stato per lei il miglior portiere del mondo? “Fare un nome è difficile, ma a me piacevano molto sia Gordon Banks che Ladislao Mazurkiewicz, portiere dell’Uruguay anche se resto dell’idea che in Italia ci sono sempre stati buoni portieri in confronto alle altre nazionali, basti pensare ai vari Zoff, Albertosi, Sarti e ora Buffon”. calcio2000 51 ago 2013


ad un passo dalla gloria - massimo filardi

di Alfonso Scinti Roger

Storia di Filardi, un terzino che avrebbe potuto fare la differenza…

Un Jolly per poche stagioni

N

el Napoli del secondo anno dell’era-Maradona – esattamente all’inizio della stagione 1985-1986 – approda un giovane terzino salernitano poco più che diciottenne, cresciuto e lanciato nel Varese, società sempre fedele alla promozione della linea verde. Massimo Filardi è reduce da una di quelle annate che definire contraddittorie è dire poco, essendo appena retrocesso dalla B alla C1 ma avendo, tuttavia, bagnato la stagione del suo esordio tra i cadetti con 25 presenze. Tanto basta per attirare l’attenzione del duo Allodi-Marino, che allestisce un organico destinato, poi, a fregiarsi del tricolore appena un anno dopo. Il sodalizio partenopeo, infatti, irrobustisce un’intelaiatura già collaudata, che conta sui vari Bagni, Bertoni, Bruscolotti, Celestini e Ferrario, innovandone completamente la spina dorsale con gli innesti del portiere Claudio Garella, fresco campione d’Italia col Verona, del libero Alessandro Renica (ingaggiato dalla Sampdoria), del navigato regista Eraldo Pecci, ex Fiorentina, e del centravanti laziale Bruno Giordano. Filardi va ad arricchire un manipolo di giovani terzini, forte della freschezza di Antonio Carannante – di un anno e mezzo più “anziano”, già titolare nell’under 21 nazionale e suo diretto rivale per la fascia mancina – e di Ciro Ferrara, che nel torneo precedente ha esordito nella massima divisione con la casacca azzurra e collezionato 2 presenze. Il Napoli stecca al primo impegno stagionale, fallendo il passaggio 52 calcio2000 ago 2013

al secondo turno della Coppa Italia e chiudendo terzo nel girone eliminatorio. Su 5 incontri Massimo ne disputa solo due da titolare, indossando le maglie n. 4 e 5, mentre quella n. 3 per quattro partite tocca a Carannante. Forse il triste prologo convince l’allenatore Ottavio Bianchi a sperimentare nuove soluzioni, sta di fatto che Filardi s’impadronisce del ruolo di terzino sinistro esordendo in A alla prima

giornata di campionato, nella vittoria al San Paolo col Como (2-1). Fino al quarto turno il giovane salernitano costringe Carannante alla panchina, nella quinta giornata, a Lecce (0-0), giocano entrambi, Carannante col n. 3 e Filardi col 4, inaugurando un ballottaggio che li impegnerà fino al termine di un torneo durante il quale Massimo si segnala per la sua poliedricità, adattandosi anche a fungere da terzino destro (in


un’occasione), da mediano (4 partite) e da centrocampista laterale con la casacca n. 11 (in 5 gare). In totale, sulle 30 presenze possibili ne fa registrare 26 e pone la sua firma in calce al terzo posto finale degli azzurri. Nel frattempo corona la trafila nelle rappresentative nazionali giovanili con la convocazione nell’under 21 di Vicini, esordendo proprio nella “sua” Salerno il 4 febbraio 1986, in un pari (1-1) contro i pari età della Germania federale. In quest’occasione Filardi si veste le spalle con la maglia n. 10 e ritrova, manco a dirlo, Carannante, oltre a compagni tutti protagonisti, in futuro, con la selezione maggiore, come Berti, De Napoli, Donadoni, Riccardo Ferri, Mancini e Zenga, praticamente una qualificata delegazione della rappresentativa di Italia ’90. Intanto, il nuovo Napoli ridisegna il centrocampo con il dinamismo del neo-nazionale Nando De Napoli e le geometrie di Ciccio Romano, rinforza l’attacco con Andrea Carnevale, ottenuto scambiando Bertoni con l’Udinese, e acquista dal Pisa un altro laterale mancino, Peppe Volpecina, ennesimo prodotto girovago del prolifico vivaio partenopeo. Mai rinforzo si rivela tanto provvidenziale, visto che, d’un colpo, il Napoli deve rinunciare sia a Carannante che a Filardi, incappati in gravi infortuni. Bianchi reinventa la batteria dei cursori di fascia, dando fiducia a Ferrara ed affiancandolo di volta in volta al veterano Bruscolotti o, anche, proprio a Volpecina. Al termine dell’annata ’86-’87 il Vesuvio si tinge di tricolore per la favolosa accoppiata di scudetto e Coppa Italia. Per la difesa del titolo i dirigenti di Piazza dei Martiri rinvigoriscono il settore offensivo con l’ingaggio del brasiliano Antonio Careca, mentre la difesa si avvale delle prestazioni di un nuovo laterale sinistro, il torinista e nazionale Giovanni Francini. Come valida alternativa si pensa di confermare Filardi, maggiormente eclettico rispetto a Carannante e Volpecina, ceduti rispettivamente all’Ascoli ed al Verona. Al termine del torneo, perso sul filo di lana contro il Milan, Massimo risulta

Nel Napoli di Maradona ha giocato anche un terzino dalle grandi prospettive come Filardi

presente 21 volte, fungendo da jolly di difesa e centrocampo, e nel febbraio ’88, contro la Finlandia, riguadagna anche l’under 21, dove nel frattempo un altro terzino, Paolo Maldini, inizia a scrivere la sua leggenda di futuro campione. La disfatta finale del Napoli nel campionato di massima serie appena trascorso porta all’epurazione di alcuni senatori come Bagni, Ferrario, Garella e Giordano. Tanti i nuovi volti, a partire da quello di Corradini per la difesa e di Alemao, Crippa e Fusi per la mediana. Anche il rientro di Carannante intasa ancor più gli spazi per Filardi, di conseguenza in campionato le presenze non sono che 12, di cui appena 4 da titolare e solo una volta da terzino sinistro, alla diciassettesima giornata, in casa contro il Como (3-2). Conclusa la stagione ’88-’89, Massimo trasloca nella vicina Avellino, in cadetteria, dove infoltisce la truppa di ex napoletani (Amodio, Baiano, Celestini, Ferrario, Tagliatatela), senza però ritrovare lo smalto dei giorni migliori e un posto da titolare inamovibile (23 presenze su 38 e spesso partendo dalla panchina).

Anche a Taranto (torneo di B ’90-91) scende in campo solo 21 volte, centrando, peraltro, la rete per la prima ed unica volta nella sua carriera. L’anno dopo rientra nel Napoli dell’immediato dopo-Maradona, quello, per la precisione, di Claudio Ranieri allenatore e di Careca e Zola in attacco: in tutto appare sul terreno di gioco soltanto in cinque gare e appena in una dall’inizio, alla penultima giornata, indossando la maglia n. 2 nella sconfitta esterna contro la Fiorentina (4-2). Rimasto inattivo per due annate, spende gli ultimi scampoli della carriera a Benevento (C2) con sole 5 apparizioni. La storia calcistica di quello che oggi è un apprezzato procuratore sportivo presenta le inequivocabili tracce di una grande occasione mancata, non certo per demerito del giocatore. L’infortunio patito all’indomani della prima stagione da titolare ha tarpato le ali ad un difensore che, come pochi, ha saputo adattarsi alle più svariate esigenze tattiche, rappresentando per chi lo ha allenato una preziosa carta da calare sul manto verde. calcio2000 53 ago 2013


S

speciale - calcio femminile

di Paolo Camedda

il calcio è donna Intervistiamo Giorgia Casula, giovane centrocampista della Torres campione d’Italia di Calcio Femminile destinata ad una grande carriera.

c

on il 7° Scudetto conquistato quest’anno, la Torres ha stabilito il nuovo primato di titoli vinti nel campionato italiano di Serie A di calcio femminile. La squadra rossoblù si conferma così ‘la Juventus’ in rosa. Trascinata da una scatenata Patrizia Panico, che ha vinto ancora una volta la classifica cannonieri con 35 goal, e da un gruppo che rappresenta il giusto mix di gioventù ed esperienza, la squadra di Manuela Tesse l’ha spuntata in un lungo e avvincente duello con il Tavagnacco, staccato alla fine di 3 punti. Fra le protagoniste di un’annata speciale per la 54 calcio2000 ago 2013

società sassarese, che l’ha vista anche fare un ottimo percorso in Champions League fino ai quarti di finale, c’è stata la giovane debuttante Giorgia Casula, che è riuscita a dare il suo apporto alla squadra rossoblù nonostante un infortunio al ginocchio l’abbia costretta a restare ferma a lungo nella seconda parte di stagione. La centrocampista, giovane promessa del calcio femminile italiano, ci ha accolto in compagnia di sua madre con un sorriso contagioso, e ha raccontato ai microfoni di Calcio2000 le emozioni vissute nella sua prima stagione con la Torres.

Giorgia, cosa significa innanzi tutto per te lo Scudetto vinto in questa stagione al tuo primo anno in Serie A? “Di sicuro è stata una bella emozione, e ha un significato molto importante per la mia carriera. Vincere il titolo italiano insieme alla Supercoppa nel mio primo anno in A può essere per me un punto di partenza importante per spingermi a migliorarmi e a dare di più in futuro”. La Torres si è confermata con questo titolo la regina del calcio femminile italiano. Senti il peso di giocare per una grande squadra e di indossare


una maglia così importante? “Il record che abbiamo ottenuto ti spinge a dare il massimo. Anche se si dice sempre che l’importante non è vincere, ma partecipare, quando giochi con la Torres sai bene che sei lì per provare sempre a vincere. Lo dimostra un dato: quasi tutte le mie compagne giocano stabilmente in Nazionale, questo è per me uno stimolo importante per crescere, una sfida per fare ancora meglio e arrivare un giorno alla maglia azzurra della Nazionale maggiore”. Sicuramente vincere uno Scudetto a 17 anni, e farlo dando il tuo contributo, con 9 presenze e 1 gol, non è

una cosa che capita tutti i giorni. Ti chiedo: qual è l’immagine più bella che conserverai con te di questa stagione? “Scegliere un’unica immagine per il campionato è molto difficile per me, visto che di momenti da ricordare ne ho vissuti tanti. Se però estendiamo la domanda alla stagione, ecco che allora dico senza dubbio la prima gara in Champions League a Cipro contro l’Apollon Limassol lo scorso settembre. Io ho assistito alla partita dalla panchina, ma l’emozione per me, che arrivavo dall’A2, è stata incredibile. Quando ho visto la maglia rossoblù

con il numero 15 e il mio cognome sul retro quasi mi mettevo a piangere, tanta era la gioia. Poi l’ingresso in campo, vedere tanti tifosi sugli spalti, sentire l’inno... Per me è stato un concentrato di emozioni uniche. E il risultato che è arrivato, una grande vittoria in rimonta con una super Panico dopo che siamo andate sotto per 2-0, qualcosa di indimenticabile, che testimonia la compattezza del nostro spogliatoio”. Nel momento migliore della stagione sei stata frenata da un infortunio al ginocchio che ha ritardato in qualche modo la tua ascesa. Hai dei rimpianti per questo e cosa provavi

Al suo primo anno in Serie A, Giorgia Casula ha già mostrato talento e personalità

CALCIO FEMMINILE CHE PASSIONE… ALL’ESTERO Se l’Italia rappresenta un po’ un’eccezione, un po’ dappertutto nel mondo il calcio femminile è una disciplina in continua crescita. In Germania le tesserate sono circa 800 mila, 60 mila in Inghilterra e 55 mila in Francia. Ma anche nei Paesi Scandinavi e in Oriente ha un ampio seguito. Se estendiamo poi l’analisi agli altri continenti, i numeri più alti il calcio femminile si registrano in Canada (la cui Nazionale è allenata dall’italiana Carolina Morace) e negli Stati Uniti, dove circa 18 milioni di atlete giocano a calcio ogni giorno e dal 2001 si disputa, con nomi e formule diverse, il campionato professionistico americano, con le migliori calciatrici del mondo. A testimoniare il grande successo del calcio femminile negli Stati Uniti c’è un’iniziativa singolare, che ha portato nelle scorse settimane alla creazione di un team, l’Ac Seattle, iscritto alla Women’s Premier Soccer League (WPSL), la seconda lega calcistica femminile statunitense, la cui rosa sarà composta da una folta pattuglia di calciatrici italiane. Le competizioni calcistiche internazionali riflettono questo quadro complessivo. La Nazionale statunitense è infatti la più titolata al mondo, con 2 Campionati Mondiali e ben 4 titoli olimpici. Seguono per palmares la Germania con due Mondiali, e la Norvegia, che ha conquistato un Mondiale e un torneo olimpico. Alla finale dei Mondiali 2010, disputatisi in Sudafrica, fra Stati Uniti e Giappone, Il social network Twitter, durante i 90 minuti della finale, ha contato circa 7 mila nuovi messaggi al secondo, con aggiornamenti sul risultato, commenti e considerazioni degli appassionati. Lo stesso presidente americano, Barack Obama, ha seguito con grande entusiasmo la gara ed entrambe le sue figlie praticano il calcio.

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speciale - calcio femminile

a dover star fuori e vedere invece le tue compagne giocare? “È stata dura, inizialmente ero davvero a terra. Purtroppo i tempi di recupero si sono allungati perché inizialmente pensavano fosse il menisco. Gli esami specialistici hanno invece dimostrato che così non era, e che si trattava invece di un problema alla cartilagine. Guardare le altre correre e giocare stando fuori non è stato semplice, e ho dovuto avere molta pazienza prima di poter rientrare”. Tanto più che a causa dell’infortunio hai dovuto rinunciare a un appuntamento importante in maglia azzurra… “Sì, è stata una delle cose che mi è dispiaciuta maggiormente. A inizio anno ero stata chiamata per uno stage con la Nazionale Under 19, e ad aprile sono stata convocata per gli Europei, ma purtroppo a causa del problema al ginocchio sono dovuta restare a casa…”. Essendo giovanissima avrai l’occa-

sione di riprenderti ciò che l’infortunio ti ha tolto già nella prossima stagione. Quali saranno i tuoi obiettivi per il 2013-14? “Con la Torres voglio sicuramente rivincere il campionato, magari anche la Coppa Italia, che quest’anno ci è sfuggita, esordire e andare più avanti possibile in Champions League, dopo che in questa stagione siamo state eliminate ai quarti di finale dall’Arsenal, uno squadrone. Poi punto ai Campionati Mondiali con la Nazionale Under 20”. Per una giovane calciatrice come te arrivare in alto non dev’essere semplice. Sicuramente ogni giorno dovrai fare tante rinunce, qual è quella che ti pesa di più? “Rinunce devo farne sicuramente tante. È molto difficile stare lontano da casa, così come, per me che sono una gran golosona, limitarmi con il cibo. Devo sempre regolarmi, anche e soprattutto quando esco con le amiche”. Rispetto al calcio maschile, il calcio

Una parata del portiere italo-svizzero Thalmann nella delicata sfida Scudetto Torres-Tavagnacco

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femminile in Italia ha un seguito nettamente minore. Ti dà in qualche modo fastidio questa cosa, alla luce dei sacrifici che voi calciatrici e le società fanno per ottenere traguardi importanti? “Sì, mi dà molto fastidio, perché il calcio femminile in Italia meriterebbe di essere più seguito. Il nostro è un calcio più pulito rispetto a quello maschile, un mondo dove circolano senza dubbio meno soldi. A vedere le nostre gare vengono, quando va bene, 200 persone, mentre in altri Paesi, come in Germania o in Inghilterra, le cifre sono di tutt’altro genere. A seguire il Wolfsburg fresco campione tedesco, ad esempio, vanno allo stadio circa 10 mila tifosi ogni partita…”. Anche nel calcio femminile, quindi, l’Italia è indietro rispetto ad altre realtà europee? “Sicuramente c’è un gap che bisognerebbe colmare rispetto alla Germania, alla Francia e ai Paesi del centro-nord


il calcio è donna

UN MOVIMENTO DA SOSTENERE A differenza di altri Paesi, in Italia il campionato di calcio di Serie A femminile è un torneo dilettantistico la cui organizzazione dal 1986 è affidata alla Lega Nazionale Dilettanti all’interno della Figc. Nella penisola il calcio femminile stenta a decollare, a differenza di quanto è accaduto o sta accadendo in altre parti del Mondo. La disciplina è praticata da appena il 2% del totale degli iscritti alla Figc e il movimento coinvolge complessivamente circa 18 mila atlete. Numeri che segnano sì una crescita rispetto al passato, ma nettamente inferiore rispetto a quella di altri Paesi. Dalla stagione 2012-13 il massimo campionato calcistico a livello femminile in Italia è composto da 16 squadre. La formula è quella del ‘girone all’italiana’, con le formazioni che si affrontano due volte nell’ambito della stagione, con una partita di andata e una di ritorno. La squadra che si piazza al primo posto vince lo Scudetto e il titolo di ‘campione d’Italia’, e, insieme alla seconda, il diritto di partecipare nella stagione successiva alla UEFA Women’s Champions League, la Champions League femminile. Le ultime tre classificate retrocedono invece direttamente in Serie A2, insieme alla squadra sconfitta nei play-out. La stagione 2012-13 ha visto la quarta affermazione consecutiva della Torres, che si è confermata regina del calcio femminile italiana conquistando il quarto Scudetto consecutivo, il settimo in assoluto della storia della formazione sarda. Decisivo il pareggio interno per 1-1 contro il Tavagnacco dello scorso 4 maggio, che ha fatto scatenare la festa delle sassaresi. Le avversarie si sono consolate a fine stagione con la conquista della Coppa Italia contro il Bardolino. Sono retrocesse invece in A2 Torino, Fortidudo Mozzecane e Lazio, oltre al Fiammamonza, che ha perso il play-out con il Grifo Perugia. Ennesimo trionfo invece per il bomber della Torres Patrizia Panico, che con 35 gol ha vinto per la 12ª volta la classifica cannonieri, eguagliando il primato assoluto della grande Carolina Morace. Dietro alla primatista Torres, le squadre che hanno vinto più titoli nella storia del calcio femminile italiano sono la Lazio (5 Scudetti) e il Milan e il Bardolino (4).

Europa, per portare il calcio femminile italiano al livello di seguito e di risultati internazionali che meriterebbe. Prima di tutto è una questione culturale”. Hai un calciatore e una calciatrice preferiti? “Nel calcio maschile non ci sono dubbi, il mio idolo è ed è sempre stato Alessandro Del Piero. Nel calcio femminile dico la mia compagna di squadra Sandy Iannone, ma potrei dirne una qualunque, perché sono tutte giocatrici fortissime”. Ci parli un po’ di quella che è stata la tua carriera fino ad oggi? A dispetto della tua giovane età hai già maturato una discreta esperienza… “Comincio a raccontare la mia storia dal principio, ovvero da quando, a 12 anni, in una visita medica mi fu diagnosticato un problema elettrico al cuore. I medici mi dissero che avrei dovuto operarmi, che la mia, dopo, sarebbe stata una vita normale sotto tutti i punti di vista ma che non avrei più potuto giocare a calcio… Così andai

Esplode la festa nello spogliatoio della Torres dopo la conquista del settimo Scudetto

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il calcio è donna

speciale - calcio femminile

Cabrini: “Il calcio è maschilista”

di Sergio Stanco

Antonio Cabrini, campione del Mondo del Mundial ’82 è l’allenatore della Nazionale italiana femminile. Con lui abbiamo parlato della situazione del calcio in “rosa”. Differenze nell’allenare le donne piuttosto che gli uomini? “Dal punto di vista tecnico non c’è molta differenza, forse è addirittura più facile: i “maschietti” sono più pigri, mentre le ragazze sono sempre volenterose, concentrate, attente. Sono mosse dall’entusiasmo e dalla passione, ma la professionalità non manca”. Quali sono le principali difficoltà quotidiane? “Nonostante il loro impegno, parliamo sempre di “dilettanti”, di persone che devono contemporaneamente lavorare. E abbinare le due cose non è semplice, soprattutto a certi livelli”. Perché il calcio femminile in Italia ancora non riesce a decollare come in altri paesi? “Perché il mondo latino, l’Italia e il calcio italiano, sono maschilisti. È soprattutto una questione culturale, dobbiamo cambiare questo approccio”. Ricette? “Bisogna partire dal basso, dalle scuole, dai vivai: cominciamo a consentire alle ragazze di giocare a calcio fin dalla scuola, obblighiamo le società ad avere anche le squadre giovanili femminili, solo così potremo migliorare”. Tempo fa il presidente del Napoli De Laurentiis aveva avanzato l’ipotesi di creare la squadra femminile… “Sarebbe un ottimo volano, ma l’importante è che non resti un’iniziativa isolata, deve essere un aspetto di una strategia istituzionale più ampia, altrimenti rischia di rappresentare una goccia d’acqua nel deserto”. Consiglierebbe ai suoi colleghi allenatori un’esperienza nel calcio femminile? “Assolutamente sì, perché oltre ad essere d’aiuto alla crescita del movimento, sarebbe un’esperienza utile anche per la loro crescita professionale”. Quali sono gli obiettivi dell’Italia per i prossimi campionati europei che si giocheranno a luglio? “Pur essendo una Nazionale “piccola” a livello di calcio femminile, sono convinto che abbiamo le qualità per giocarcela contro chiunque. Abbiamo potenzialità importanti”.

per 2 volte sotto i ferri. Gli interventi riuscirono perfettamente, e, fortunatamente, ho potuto riprendere a giocare a calcio. Forse proprio questa doppia operazione mi ha dato una forza in più. A 14 anni ho fatto un provino con la Torres, andò bene e fui presa per giocare nella squadra satellite che cura il settore il Giovanile. A 15 anni fui considerata già pronta per fare un’esperienza importante, così mi mandarono in prestito all’Atletico Oristano, in A2, vicino a casa. Per me sono stati due anni molto positivi, visto che ho potuto giocare da titolare. Così quest’anno sono stata chiamata nella prima squadra della Torres, che mi ha evidentemente considerato ormai pronta per giocare in Serie A. Ormai il problema al cuore è solo un brutto ricordo”. Quando hai detto alla tua famiglia 58 calcio2000 ago 2013

che volevi fare la calciatrice professionista, come l’hanno presa? “In realtà l’hanno presa benissimo, perché la mia è una famiglia di calciatori da più generazioni: i miei nonni erano calciatori, mio padre era calciatore, mia madre era calciatrice, mio zio gioca attualmente in Serie D, e anche mio fratellino ha iniziato da poco a

praticare il calcio”. Guardando in avanti, quali sono gli obiettivi che sogni di raggiungere nella tua carriera da calciatrice? “Mi alleno seriamente negli allenamenti e punto sempre al massimo. La mia speranza è di riuscire a vincere un giorno i Mondiali con l’Italia e la Champions League”.

L’esultanza delle giocatrici della Torres dopo il gol Scudetto di Silvia Fuselli


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liga spagna

“O Rei”

di Barcellona Un altro fenomeno in blaugrana, arriva Neymar, la stellina del Brasile…

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H

a rubato la scena a tutti, anche a Messi. Ha stregato anche un tifoso del Real Madrid come Julio Iglesias, che gli ha prestato il suo jet privato per i viaggi intercontinentali a Barcellona. Al termine di una telenovela infinita, durata quasi tre anni, Neymar da Silva Santos Júnior, nato a Mogi das Cruzes nel 1992, ha finalmente firmato per la società blaugrana, calpestando per la prima volta l’erba del Camp Nou davanti a 56 mila tifosi entusiasti. La presentazione

del campione brasiliano, proveniente dal Santos per la somma complessiva di 57 milioni (almeno stando alle parole del vice-presidente del Barcellona Bartomeu, ma c’è da credere che la cifra sia da ritoccare al rialzo di almeno dieci milioni), ha suscitato subito buone impressioni per l’atteggiamento umile del nuovo arrivato. Pochi concetti, ma ben chiari in mente: “Ho sempre sognato di giocare nel Barcellona, alla fine ho scelto di venire qui invece che al Real Madrid perché per me non era una questione di


di Daniele Chiti

soldi ma di cuore – ha dichiarato –. Sono qui per aiutare la squadra e per aiutare Messi che è il più forte del mondo a conquistare tanti altri Palloni d’Oro”. L’allegria, l’ottimismo, la fede e l’umiltà con cui il ragazzo è entrato nelle grazie dei suoi nuovi tifosi sono doti da ammirare: certo che parlare di cuore e non di soldi quando ne entrano a palate è piuttosto facile, ma il valore del giocatore non si discute. Il padre ne amministra gli affari da diversi anni, ed è riuscito a strappare un contratto da nove milioni netti a stagione per cinque anni: il tempo sarà galantuomo e ci dirà se sono stati spesi bene. Con il Santos ha vinto tutto in Sud America, dal Campionato alla Libertadores, con l’unico rimpianto costituito dalla finale del Mondiale per Club persa nel 2011 proprio al cospetto del Barcellona. Giocoliere insuperabile, cresciuto in strada e divenuto assolutamente formidabile nel

dribbling, il talento brasiliano incanta con le sue movenze felpate e le sue fantasiose invenzioni, con cui disegna tragitti imprevedibili sull’erba, ancora più godibili dagli spalti grazie alla sua cresta colorata. Ama partire da lontano, sulla fascia o dal centro del campo, dove gode di maggiore libertà, e (almeno in Brasile) predilige puntare e scherzare con gli avversari con irriverenza e leggerezza. Il suo repertorio tecnico abbraccia tutti i gesti tecnici conosciuti, incluso un uso smodato del sombrero e della bicicletta, in un’apoteosi del futebol bailado che è quanto di più irritante un difensore possa augurarsi di fronteggiare in carriera. Dal fisico brevilineo e sgusciante, dotato di un’agilità e una rapidità fuori dal comune, Neymar sembra fatto di gomma e quando perde l’equilibrio dà l’impressione di rimbalzare invece che di cadere. Come potrà conciliare il suo modo

di giocare dissacrante, individualista e spensierato con la chirurgica concretezza, ormai europea e senza fronzoli, di quel mostro sacro di Lionel Messi? Se l’alchimia riuscirà bene la velocità di pensiero supererà quella degli spettatori e rischieremo di chiederci spesso, come fanno i difensori, dove sia finito il pallone abilmente spostato e nascosto in un interminabile gioco di prestigio. Il tiqui taca riuscirà a convivere con un elemento tecnico esterno, seppure squisito? Neymar saprà sacrificarsi per la squadra o resterà un corpo bello ma estraneo al gioco? Vedremo una bizzarra accozzaglia di stili come nell’architettura di Gaudì o Vilanova saprà forgiare da una simile lega di metalli preziosi un Barcellona ancora più forte di questo? Si aprano le danze, il ballerino di samba e la pulce salterina non vedono l’ora di cominciare a stupire. calcio2000 61 ago 2013


liga spagna Abidal e Villa lasciano il Barça… a malincuore Per un “crack” che sbarca a Barcellona c’è un’altra icona del fútbol spagnolo che saluta. Il Barcellona ha annunciato la scadenza del contratto di Éric-Sylvain Abidal, a cui ha chiesto di valutare un cambiamento della sua carriera. Un modo elegante di scaricarlo o una porta aperta per un futuro da dirigente? Il francese ha fatto buon viso a cattivo gioco, ma poi ha esternato il suo disappunto nei confronti della dirigenza che non ha creduto in lui mettendone in dubbio l’integrità fisica. C’è già chi è passato dall’affetto alle critiche verso un calciatore riabilitato e atteso con trepidazione: d’altronde la riconoscenza non è il primo dei sentimenti appena finisce una grande storia d’amore. Le offerte per continuare almeno un’altra stagione e dimostrare di essere ancora un difensore di classe mondiale non gli mancano. Dopo aver ricevuto il commovente abbraccio del Camp Nou nel secondo tempo dell’ultima gara di campionato contro il Málaga, ha abbracciato tutti i compagni di viaggio della sua bellissima avventura blaugrana in una toccante cerimonia di commiato imposta dalla scadenza del suo contratto. Un’avventura speciale, complicata dal trapianto di fegato e conclusa sul campo con la 22esima Liga, il giorno della conquista dei cento punti: cifra simbolica, un record eguagliato a solo un anno di distanza dall’exploit del Real Ma-

drid. Come a dire: il Barcellona c’è, e che nessuno si azzardi a mettere in discussione un primato nazionale incontrastato. Le statistiche dicono che il Barcellona di Vilanova ha segnato meno del Real Madrid dello scorso anno (115 reti contro 121) ma il numero di títuli conquistati negli ultimi tre anni soltanto (otto a tre) corrobora una supremazia schiacciante al di là dell’esito particolare dei singoli scontri diretti o dei risultati di una singola stagione. “Abi” non è l’unico a lasciare controvoglia. Carles Puyol in vacanza ha abbassato la guardia e si è lasciato sfuggire con un giornalista fintosi un semplice tifoso una battuta sul futuro di David Villa. Ha rivelato che “el Guaje” è destinato a interrompere la sua storia d’amore con Barcellona dopo una stagione un po’ travagliata, non entusiasmante dal punto di vista realizzativo e condizionata dallo smaltimento dei postumi di un brutto infortunio. La notizia per la verità era già nell’aria… Anche lui sarà un “crack” difficile da sostituire nel cuore dei tifosi: il gol nella finale di Wembley contro il Manchester United è un ricordo indelebile della sua splendida avventura culé. Il nuovo corso di Florentino Florentino Pérez ha iniziato il suo quarto mandato dal 2000 senza la concorrenza di altri candidati e senza grandi proclami. È stato un anno difficile per Pérez: afflitto

Tra i giocatori del Mallorca più cercati c’è il noto Dos Santos, messicano dalle qualità importanti

dal grave lutto della perdita della moglie Pitina nel giugno del 2012, ha vissuto la stagione sportiva con rassegnazione e distacco. A un anno dalla conquista della Liga dei cento punti, “Re Mida” ha dovuto constatare la fine dell’era Mourinho, un allenatore difficile da gestire e che non gli mancherà per niente. Non mancherà neanche a Cristiano Ronaldo: andandosene Mourinho è stato gelido con l’asso portoghese: “Sa già tutto, non ritiene di avere nulla da imparare dal suo allenatore; quando gli ho fatto notare che poteva migliorare in un aspetto del suo gioco non mi ha ascoltato”. Esternazioni a cui “CR7” ha risposto con ostentata

Se la squadra scende l’interesse sale La retrocessione del povero Mallorca, già afflitto da gravi problemi di bilancio, promette di saziare gli appetiti più sfrenati. Fanno gola alcuni elementi di una difesa a luci rosse (vedi l’affiatata coppia Bigas Luna), ma soprattutto la navigata colonia israeliana (il portiere Auoate e la punta Hemed) e Giovani Dos Santos, genialoide trequartista messicano cresciuto nella cantera del Barça e un tempo accostato addirittura a Messi. Anche i mediani giramondo Tissone e Javi Márquez, vecchie conoscenze del nostro campionato, potrebbero cambiare di nuovo casacca. Anche il presidente Lendoiro dovrà privarsi di molti elementi del suo Deportivo, alcuni per ragioni anagrafiche e di motivazioni (Valerón si è ritirato, Riki si è svincolato dopo sette stagioni), altri per ragioni economiche: le ultime due retrocessioni sono dure da ammortizzare. Alla testa di una nutrita rappresentanza portoghese, arruolata anche per ragioni di prossimità geografica, c’è il talentuoso esterno d’attacco Bruno Gama; ma piacciono anche i difensori Sílvio e Zé Castro, il mediano Salomão, le giovani punte Pizzi e Nelson Oliveira. Clamorosa anche la retrocessione del Saragozza, con i tifosi inferociti con il presidente Agapito Iglesias e l’allenatore Manolo Jiménez. Dopo una storia recente costellata di epiche salvezze all’ultima giornata, la squadra aragonese è retrocessa dopo un onesto girone d’andata e un girone di ritorno ridicolo. Sono sul mercato veterani del calibro di Apoño e Hélder Postiga, Romaric e Leo Franco, ma interessano anche i difensori Abraham e González Soberón, oltre agli acerbi attaccanti Rodrigo, Rochina e Paco Montañés.

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indifferenza: “Non mi interessa. Se dovessi preoccuparmi di quello che dicono tutti…”. Non è un mistero che soprattutto nell’ultimo periodo almeno metà dello spogliatoio non potesse più vederlo, e il cambiamento è stato accolto con sollievo da tutto l’ambiente. Dopo tre titoli in tre anni e tante, troppe polemiche, la priorità di Florentino è quella di restituire candore alla “camiseta blanca” con una nuova campagna di immagine, anche se la presentazione delle nuove maglie ha sollevato critiche, oltre che per l’impiego del poco tradizionale colore arancione, anche per il contratto di sponsorizzazione con la compagnia aerea di bandiera degli Emirati Arabi Uniti. Dopo aver fatto lievitare il prezzo di Neymar con una discutibile quanto prevedibile operazione di disturbo nei confronti del Barcellona, il club madridista si può concentrare sull’acquisto di comuni mortali, badando anche ai cordoni della borsa e proseguendo la campagna di rafforzamento che in due anni portò ad allestire una rosa capace di competere ad armi pari (o quasi) con i rivali. L’uomo della rinascita è Zinédine Zidane, campione mai dimenticato, che porta la sua classe e un’esperienza ormai consolidata nelle stanze dei bottoni del club di Chamartín. È lui il volto vincente che rappresenta la continuità con l’era “Galattica”, a garanzia di un progetto sportivo ambizioso nonostante lo strapotere blaugrana. Il primo rinforzo del nuovo corso va nella direzione giusta: il ventunenne difensore Daniel Carvajal Ramos è un campioncino fatto in casa, mandato a farsi le ossa nella Bundesliga (dove è stato votato nell’undici ideale dopo un gran campionato nelle fila del Bayer Leverkusen) e ritornato alla Casa Blanca grazie a un’opzione di riacquisto alla cifra prestabilita di 6,5 milioni, secondo una clausola inserita nel contratto di cessione a 5 milioni. Esterno destro di grande spinta, sforna assist e cross in quantità industriale e andrà a ricoprire l’unico ruolo scoperto, Arbeloa permettendo. Tra gli obiettivi di mercato fioccano come al solito grandi nomi: Bale e Isco sono i più gettonati. La tentazione di un ritorno di fiamma con Jupp Heynckes è durata pochissimo, fino al suo annuncio di volersi ritirare da vincitore dopo lo storico

Bentornato Villarreal, il Sottomarino Giallo ritorna in superficie Non poteva durare il purgatorio del Sottomarino, che a forza di immersioni l’anno scorso l’aveva combinata grossa. Pur stentando è riuscito a tornare a galla, grazie a una prodigiosa rimonta sull’Almería che gli ha permesso di agganciare il secondo posto valido per la promozione diretta in Primera assieme all’Elche, altra bella realtà della Comunidad Valenciana. Entusiasmo al Madrigal per la vittoria dell’ultima giornata contro l’Almería: decisivo il gol di Jonathan Pereira, punta di ritorno dall’avventura al Betis, e tra gli uomini di maggior prospettiva nella rosa di Marcelino García Toral. La festa degli “amarillos” è stata ancor più bella e commovente perché celebrata nel ricordo di Manuel Preciado, allenatore dello Sporting di Gijón per diverse stagioni e prima scelta della dirigenza per la rinascita. L’estate scorsa prima della presentazione come allenatore del Villarreal l’allenatore coi baffi, uomo vero, simpatico e sanguigno, è stato sfortunatamente stroncato da un infarto e la scelta è caduta sul salmantino Julio Velázquez. Dopo un girone d’andata non brillante la dirigenza lo ha sostituito con un altro asturiano, Marcelino, reduce dalla deludente esperienza al Siviglia. Il presidente Fernando Roig ha sì deciso di cedere all’estero i suoi pezzi pregiati (principalmente alla Fiorentina: Gonzalo Rodríguez, Borja Valero e Giuseppe Rossi, per un totale di 20 milioni; ma non vanno dimenticate le cessioni di Zapata al Milan, di Diego López al Siviglia, di Iván Marcano al Rubin Kazan, di Nilmar all’al-Rayyan e di Marco Rubén alla Dinamo Kiev), ma ha ingaggiato calciatori esperti con contratti brevi per risollevarsi immediatamente dal pantano della Liga Adelante. Il centrocampista del Levante Farinós, il difensore svedese Mellberg, l’attaccante francese Perbet, l’ala nigeriana Uche sono andati a dare spessore a una rosa che ha potuto contare a centrocampo su veterani del calibro di Marcos Senna (capitano in scadenza di contratto) e Bruno Soriano. Lanciati quest’anno anche tanti prodotti della ricca “cantera”: dal portiere Diego Mariño ai difensori Oriol, Jaume Costa e Musacchio, ai centrocampisti Hernan Pérez, Truyols, Toribio e Manu Trigueros. Il giovane messicano Javier Aquino è il giovane da tenere sotto osservazione anche nella prossima stagione: piccolo ma molto talentuoso, è un centrocampista offensivo arrivato dal Cruz Azul con l’intenzione di imporsi nel calcio europeo. Non possiamo che salutare con piacere il ritorno del Villarreal, un lieto evento per tutti gli amanti del bel calcio.

“treble” conquistato con il Bayern Monaco. Il corteggiamento a Carlo Ancelotti è un altro indicatore del cambio di rotta della società merengue: la scelta di puntare sul plurititolato tecnico di Reggiolo non è solo una scelta di continuità con un passato glorioso, ma anche di immagine. Con la loro esperienza a Madrid sia Fabio Capello sia Arrigo Sacchi hanno lasciato la loro ottima impronta professionale, trasmettendo “sabiduría” tattica e cultura del lavoro a tutto lo staff. Un allenatore esper-

to, ambizioso e vincente come Ancelotti (due vittorie in Champions alla guida del Milan, nel 2003 e nel 2007), ma attento anche a non trascendere grazie a un suo stile molto “british”, è un bel biglietto da visita per ripresentarsi ai nastri di partenza con fiducia e sobrietà. L’unico problema lo scoglio rappresentato del PSG, molto scontento di privarsene e determinato a riscuotere un indennizzo di almeno 4 milioni per la risoluzione con un anno d’anticipo del contratto con l’allenatore. calcio2000 63 ago 2013


premier league inghilterra

Il Chelsea si rimette nelle mani del vecchio “amico” Mou, Il City si affida al nuovo “amico” Pellegrini… 64 calcio2000 ago 2013

ESORDIENTI E RIPETENTI

U

n cavallo (anzi, purosangue) di ritorno e un usato sicuro. Chelsea e Manchester City ripropongono la loro sfida al Manchester United fresco campione d’Inghilterra cambiando la guida tecnica della squadra per chiara scelta dirigenziale e non, come accadu-

to ai Red Devils, per motivi contingenti come il ritiro di Alex Ferguson. José Mourinho torna finalmente nel luogo dove si sente più amato. Almeno dai giornalisti (che non vedono l’ora di poter riempire interi articoli con le sue pepate dichiarazioni) e dai tifosi del Chelsea, visto che nel 2007 il suo addio alla


di Luca Manes

compagine londinese si materializzò dopo pesanti divergenze di vedute con Roman Abramovich. Acqua passata, il magnate russo sembra ben contento di accogliere di nuovo l’allenatore che ha riportato il Chelsea al titolo inglese dopo 50 lunghi anni di attesa. In Inghilterra i bis dei manager con la stessa squadra non sono pratica comune e i rari precedenti degli ultimi anni non sono troppo incoraggianti. Dopo i fasti degli anni Ottanta, quando con l’Everton trionfò due volte nella vecchia First Division e mise le mani sulla Coppa delle Coppe, Howard Kendall rischiò di portare i Toffees alla retrocessione nel 1997-98, mentre al Newcastle Kevin

Keegan nel 2008 non seppe ripetere il bel gioco e gli ottimi campionati del periodo 1992-97, tanto che la sua storia d’amore con i Magpies finì malissimo, addirittura a carte bollate con proprietario del club Mike Ashley. Mourinho, l’ex Special One ora diventato Happy One, vuole fare eccezione. Sa che Abramovich non è più ossessionato dalla ricerca del Sacro Graal (la Champions League) e che per il 2013-14 si “accontenterebbe” di un’affermazione in Premier. Per farlo ha subito preteso il rinnovo contrattuale al trentacinquenne Frank Lampard, dato come sicuro partente dallo Stamford Bridge prima della svolta manageriale, e la conferma di John

Terry. Di gente con i piedi buoni – Oscar, Hazard, Mata – ce n’è in abbondanza, quindi gli acquisti devono essere fatti in maniera mirata, senza ovviamente lesinare sull’importo degli assegni. Dal Bayer Leverkusen è stato prelevato per circa 22 milioni di euro il ventiduenne André Schürrle, seconda punta veloce e duttile da un punto di vista tattico, che si trova a suo agio sul fronte sinistro, ma che può giocare anche in posizione più arretrata, per intendersi da 10 classico. Un obiettivo da lungo tempo dei Blues, rimasti ben impressionati dalle sue qualità tecniche durante i confronti diretti con il team tedesco in Champions League nella stagione 2011-2012. Ancalcio2000 65 ago 2013


premier lEAgue inghilterra

Salvate il soldato Paolino  Paolo Di Canio non cessa di far parlare di sé. Dopo i severi provvedimenti presi nei confronti di alcuni giocatori indisciplinati e le parole non proprio al miele dell’ormai ex difensore del Sunderland Titus Bramble (“è una strana persona, pensa di sapere tutto, ma sta facendo tanti errori”) l’ex attaccante della Lazio ha messo ben in chiaro come intenderà gestire la squadra a partire dalla fase di preparazione. “I giocatori sono stati pesati appena finita la stagione, siamo in Premier League e voglio serietà dai miei ragazzi, verranno multati dalla società se torneranno dalle loro ferie in sovrappeso. Un paio di chili posso tollerarli, 5-6 assolutamente no”, quanto dichiarato dal manager dei Black Cats al tabloid The Sun. In ritiro, previsto per luglio in Italia, Di Canio punterà moltissimo sulla preparazione atletica, tanto che ha già fatto sapere che svolgerà tre sessioni al giorno. Chissà se i metodi da sergente di ferro frutteranno un’altra salvezza al Sunderland, che intanto sta dando più di un’occhiata al mercato nostrano – anche ai tempi dello Swindon Di Canio acquistò alcuni giocatori italiani – ma rischia di perdere il forte portiere belga Simon Mignolet, uno dei migliori estremi difensori della scorsa stagione e non a caso “concupito” dall’Arsenal.

che l’ex Special One ha espresso il suo gradimento all’acquisto, sebbene prima si sia tutelato chiedendo informazioni a Michael Ballack, ex compagno di squadra di Schürrle nel Bayer. Davanti non è da escludere la partenza di Demba Ba, troppo incostante, mentre rimane da capire cosa accadrà a Fernando Torres. Lui si dice entusiasta di lavorare con Mourinho, però la caccia a un giocatore da 20-30 goal a stagione prosegue da mesi. Saltato l’affare Falcao, che per mesi è stato dato per scontato da una larga fetta della stampa specializzata, è stata accostata al Chelsea almeno una mezza dozzina di centravanti di altissimo profilo. Al momento di andare in stampa sembra definitivamente tramontato anche il sogno Cavani, mentre rimangono calde le

SAFE STANDING

piste Hulk e Rooney e non si esclude la sorpresa Jovetic. L’impressione è che qualcuno arriverà, mentre Torres potrebbe anche non ritrovarsi ai nastri di partenza della Premier 2013-14 con indosso la maglia dei Blues. Non va dimenticata la crescita esponenziale di Victor Moses, un po’ il prototipo dell’ala “mourinhana”, e il dirompente Romelu Lukaku, reduce da una stagione in cui ha fatto fuoco e fiamme (ben 17 goal) al West Bromwich Albion, club che ha provato inutilmente a prolungare il prestito del giovane belga. Detto degli attaccanti, è quasi certo almeno un rinforzo anche negli altri due reparti. In difesa i dubbi su David Luiz e l’età “avanzata” di Terry impongono un acquisto di peso (Adil Rami?). A centrocampo si vocife-

Con Di Canio l’essere in forma è fondamentale per non incorrere in sanzioni

In Germania ci sono praticamente in tutti gli stadi, sono gli spicchi degli stadi con posti in piedi “sicuri”. Ossia le safe standing areas, come sono definite in Inghilterra, dove i 72 club aderenti alla Football League – quindi tutti quelli professionistici meno i membri della Premier League – hanno chiesto al direttivo della Lega di esplorare la possibilità di reintrodurre una forma moderna di gradinate. Una richiesta che nasce dall’esigenza dei tifosi di “tornare al passato”, quando proprio grazie alle terraces l’atmosfera negli stadi inglesi era più vibrante e coinvolgente. In base a quanto disposto dal Taylor Report – il rapporto indipendente condotto dopo la tragedia di Hillsborough del 1989 e poi recepito dall’ordinamento inglese – le compagini di Premier e Championship devono avere solo posti a sedere, tanto che negli anni Novanta molti stadi sono stati rifatti ex novo proprio per adeguarsi alla normativa. Nonostante la prospettiva di aumentare la capienza di alcune sezioni degli impianti, ci sono club riluttanti, soprattutto per questioni legate ai costi iniziali del progetto e alla sicurezza. Val la pena notare che in Bundesliga sono anni che esistono le Safe Standing Areas, che secondo molti addetti ai lavori hanno fornito solo vantaggi al mondo del calcio tedesco. Adesso bisognerà capire se anche in Inghilterra l’esperimento sarà condotto appieno e come funzionerà, mentre sul versante dei tifosi si preannunciano nuove “battaglie” anche sul caro biglietti, tema molto sentito specialmente nei perduranti tempi di crisi che stiamo attraversando.

66 calcio2000 ago 2013


Dopo Mancini, al City è iniziata l’era Pellegrini, il tecnico cileno arriva dal Malaga

ra dell’intenzione di Mou di strappare ai suoi vecchi datori di lavoro del Real Madrid Xabi Alonso o Luka Modric. Sempre calda la pista De Rossi che, qualora dovesse tornare ai fasti di due anni fa, sarebbe esattamente il giocatore che serve al Chelsea. In quel ruolo Obi Mikel non convince appieno, come si sono accorti Roberto Di Matteo e Rafa Benitez lo scorso anno – e infatti nella seconda parte di stagione il nigeriano è finito spesso in panchina. Spostiamoci nel Lancashire, dalle parti dell’Etihad Stadium, dove i supporter del Manchester City non hanno invece accolto con la stessa soddisfazione la nomina a manager della squadra di Manuel Pellegrini. Non perché non si fidino delle doti del cileno, reduce da una fantastica campagna europea con il Malaga. Le loro perplessità sono legate al licenziamento di Roberto Mancini, assurto a ruolo di cult hero, non fosse altro perché era l’allenatore che aveva riportato un titolo (la Fa Cup del 2011) alla metà Light Blue di Manchester dopo 35 anni e che era riuscito a beffare i cugini dello United nella corsa al titolo della Premier nel 2012, replicando i lontani successi datati 1937 e 1968. Il Mancio ha contribuito a rinsaldare questo amore anche dopo la sua cacciata, comprando un’intera pagina di ringraziamenti sul Manchester Evening

News (cui hanno risposto i tifosi con una iniziativa simile sulla Gazzetta dello Sport). Insomma, a Pellegrini toccherà fare subito bene, altrimenti su di lui inizierà ad aleggiare il fantasma del suo predecessore. Intendiamoci, una tifoseria a caccia di successi e di rivincite come quella del City non ci mette molto a entusiasmarsi. Basterà una bella affermazione in Champions League (competizione bucata ben due anni consecutivi da Mancini) o uno “scalpo” illustre in campionato (casomai un successo nel primo derby stagionale) e il “gioco” è fatto. Pellegrini sembra l’uomo adatto per riportare armonia in uno spogliatoio che i tabloid inglesi ci raccontavano spaccato e in fermento, soprattutto contro l’ex allenatore di Inter e Lazio, che certo non è mai stato famoso per avere un carattere troppo morbido. Dopo le ristrettezze economiche al Malaga, sedotto e abbandonato (o quasi) dagli sceicchi “poveri”, Pellegrini si ritrova con un budget per il mercato pressoché illimitato grazie allo sceicco più affidabile di tutti, al Mansour. Non a caso, mentre scriviamo questo articolo, dalle casse del City sono già usciti oltre 50 milioni di euro, destinazione Shaktar Donetz e Siviglia, rispettivamente per Fernandinho e Jesus Navas. Il ventottenne brasiliano era senza dubbio l’elemento chiave del centrocampo della compa-

gine ucraina, piacevole rivelazione della scorsa Champions League. L’ala spagnola, invece, è stato uno dei protagonisti della doppietta in Coppa Uefa del team andaluso nel 2006 e 2007 ed è stato chiamato spesso in causa da Vicente Del Bosque nelle tante competizioni internazionali che la Roja si è aggiudicato negli ultimi anni. Si amplia così la “Spanish Connection” dei Light Blues, dettata in buona parte dai director of football e chief executive Txiki Beguiristain e Ferran Soriano, grandi tessitori del “piano Pellegrini” e non proprio grandi sostenitori di Mancini. Non è da escludere che dalla Liga possa spostarsi a Manchester il regista del Malaga e dell’under 21 (e pupillo di Pellegrini) Isco, un ulteriore calibro da novanta per un centrocampo stellare, oltre ai tre già citati, Silva, Nasri e Tourè. A proposito della famiglia Tourè, si è trasferito al Liverpool Kolo, che all’Etihad ha mostrato solo a (rarissimi) sprazzi quanto di valido emerso all’epoca della sua militanza nell’Arsenal. Vedremo se la Roma resisterà alle offerte per Marquinhos. Le grandi manovre, però, sono attese per il reparto offensivo. Senza lo spirito inquieto Carlos Tevez e con Edin Dzeko in bilico, servono interventi massicci, al di là del fatto se Pellegrini imposterà o meno la squadra con il 4-3-3; il cileno non è un integralista “alla Zeman” e potrebbe scegliere altri moduli secondo la bisogna, specialmente se dovesse mantenere in rosa Gareth Barry e Scott Sinclair (difficile, visti i vincoli dell’incombente fair play finanziario). I nomi per l’attacco sono i soliti, Edinson Cavani e Robert Lewandoski in primis. Forse per quando questo numero di Calcio2000 passerà per le rotative, i dirigenti del City si saranno già mossi, visto che si parla di una possibile violazione del database dell’attività di scouting del club e che le stesse operazioni Alves e Fernandinho sarebbero state anticipate proprio in virtù delle operazioni di spionaggio subite. Se queste sono le premesse, e con un abile polemista come Mourinho di nuovo su piazza, la Premier 2013-14 si preannuncia quanto mai scoppiettante e meno polarizzata dello scorso anno. calcio2000 67 ago 2013


bundesliga germania

AD UN PASSO

DALL’OLIMPO La stagione del Borussia Dortmund ai raggi x, racconto di un successo non annunciato e non arrivato… 68 calcio2000 ago 2013

A

vrebbe dovuto essere la stagione della consacrazione quella 2012-2013 per il Borussia Dortmund di Jurgen Klopp. Dopo essere riuscito a vincere due titoli consecutivi in Bundesliga mettendo sotto scacco niente meno che il milionario Bayern Monaco, i gialloneri avrebbero dovuto cercare di confermarsi ulteriormente tra le mura amiche e di fare più strada possibile in Champions League per dimenticare la magra figura rimediata la scorsa stagio-

ne, con l’uscita di scena già nella prima fase, quella a gironi. Di questi due obiettivi, purtroppo, Gotze e compagni ne hanno raggiunto solamente uno, per giunta parzialmente; circostanza che sicuramente non li farà entrare negli annali del calcio europeo. In campionato la supremazia del Bayern non è stata mai messa in discussione: il Dortmund non ha mai lottato per il titolo, avendo solamente il merito di riuscire, nella seconda parte della competizione, a recuperare qualche punto perso all’inizio e


di Flavio Sirna

stabilizzarsi al secondo posto in classifica per accedere così direttamente alla fase finale della Champions League edizione 2013-2014. Diverso invece è stato l’andamento in ambito europeo: il girone di qualificazione, piuttosto complicato vista la presenza di Real Madrid, Ajax e Manchester City, è stato superato di forza, dimostrando di avere imparato la lezione dell’anno precedente. Non si è vista più una squadra solamente votata all’attacco e facilmente esponibile ai contropiedi ed alle giocate degli avversari, ma un undici più organizzato e cauto, capace di colpire non solamente in ripartenza, ma anche grazie ad azioni corali, giostrate dalla sapienza tattica di Mario Gotze e dalla grande vivacità di un Marco Reus in crescita costante. Primo posto con 4 vittorie e due pareggi, con in primis la vittoria ottenuta in

casa per 2-1 contro il Real Madrid di Josè Mourinho. Quasi indolore anche l’ottavo di finale contro lo Shakhtar Donetsk di Lucescu: 2-2 in Ucraina ed un netto 3-0 senza discussioni in casa. Ma è da questo momento che i ragazzi di Klopp hanno cominciato ad accusare una flessione: i quarti di finale contro il Malaga, dopo lo 0-0 dell’andata in Spagna, li hanno visti trionfare nella gara di ritorno per 3-2, ma solamente grazie ad un po’ di fortuna e all’aiuto dell’arbitro, che ha convalidato il goal del difensore Santana nonostante il brasiliano si trovasse in netta posizione di fuorigioco. Si è arrivati così alla semifinale contro il Real dello Special One, remake delle sfide del girone eliminatorio. Il 4-1 rifilato alle merengues nella gara di andata rappresenta sicuramente il picco più alto della gestione Klopp: la quaterna del po-

lacco Lewandowski però non deve ingannare. Paradossalmente è proprio in questa sfida che è finita la stagione della squadra giallonera. Nella gara di ritorno, infatti, persa per 2-0, nonostante la qualificazione ottenuta, si è rivista in campo la squadra impaurita e poco esperta dell’anno precedente in Europa. La finale contro il Bayern Monaco ne è stata la dimostrazione: di solito Klopp è sempre riuscito a ingabbiare in qualche modo la banda Heynckes, lo dimostravano anche i risultati che vedevano i gialloneri imbattuti da cinque gare contro i biancorossi. In quel di Wembley, però, a parte i dieci minuti iniziali, il Dortmund non ha mai dato l’impressione di poter fare sua la partita, di poter pungere come sempre in maniera ficcante Neuer e compagni. Merito sicuramente della forza del Bayern, che dopo tanti anni aveva forse calcio2000 69 ago 2013


bundesliga germania una motivazione maggiore per portare a casa la coppa dalle grandi orecchie, ma demerito anche di Klopp e dei suoi ragazzi. Per essere ricordati nella storia come la sorpresa più grande della Champions League, per passare alla storia come una squadra salita sul tetto d’Europa nonostante un budget limitato, sarebbe stato necessario quel ‘quid’ in più, che invece è mancato. Il segno meno è sicuramente da individuare nell’esperienza, nella capacità di saper dare qualcosa in più nei momenti decisivi che possono cambiare la carriera di ogni singolo giocatore. C’è comunque da dire che hanno sicuramente influito sul mancato successo sia il passaggio (prematuro) di Gotze al Bayern Monaco (il suo sostituto, con grande probabilità, sarà il trequartista danese dell’Ajax Christian Eriksen, inseguito negli ultimi anni da mezza Europa), sia le voci che hanno riguardato il bomber Robert Lewandowski, anche lui in procinto di cambiare aria e di accasarsi sotto il tetto del nuovo Bayern Monaco di Pep Guardiola. Ma vediamo chi all’interno dello spogliatoio del Westfalen Stadion si è messo maggiormente in mostra e coloro che invece avrebbero potuto e dovuto fare meglio. Con Lewa, tutto diventa facile La palma del migliore non può che andare a Lewandowski: 24 goal in campionato, 10 in Champions Lea-

gue, con le sue segnature ha trascinato la squadra, dimostrando di non essere semplicemente un finalizzatore delle manovre corali ma anche un giocatore in grado di poter fare la differenza quando la squadra non gira come dovrebbe. Medaglia d’argento per Marco Reus: dopo un inizio un po’ titubante, l’ex-Monchengladbach è diventato straripante; 14 reti in campionato, 4 in Europa. Di lui impressiona non solamente la capacità di inserimento negli spazi, ma anche la costanza con la quale riesce ad essere ‘ficcante’ palla al piede ed al contempo freddo in zona

goal e quando deve servire i compagni. Non è esagerato dire che, con lui in squadra, la mancanza di Gotze potrebbe anche non farsi sentire eccessivamente in futuro. La terza posizione come migliore la merita invece Ilkay Gundogan: prendere il testimone di Sahin, che era diventato il perno della squadra, non era affatto facile. Invece l’ex-Norimberga, classe 1990, ha saputo avere sin da subito la giusta personalità ed è diventato anch’egli un perno della mediana, tanto da meritarsi la possibilità di battere il calcio di rigore nella finale di Champions.

Al Borussia in pochi hanno brillato più di Reus, autore di un’annata strabiliante

Strapotere Bayern, anche nelle presenze (anticipate) allo stadio Il Bayern Monaco nel 2012/2013 ha ottenuto il triplete, prima Bundesliga, poi Champions League ed infine Supercoppa di Germania. Il popolo biancorosso, che puntualmente fa registrare il sold out all’Allianza Arena, completamente invaghito della formazione di Ribery. Dopo Heynckes sarà il turno di Guardiola, Gotze e compagnia. L’anno prossimo si prospetta una stagione grandiosa e i fans lo sanno benissimo. Il club, di fatto, ha già esaurito in prevendita, e campagna abbonamenti, i biglietti di 16 delle 17 partite in casa del prossimo campionato. L’unica partita per la quale è disponibile ancora qualche biglietto è Bayern-Hoffenheim. Se volete assistervi fate presto, su 71.000 ne sono stati acquistati già 68.000. Poi sarà sold out completo dell’Allianz. A proposito di Allianz, ai bavaresi spetta anche un altro primato. Stando ad una recente indagine dell’istituto specializzato londinese ‘Brand Finance’, la recente vittoria della Champions League ha portato il Bayern Monaco in vetta alla classifica delle squadre di calcio con il marchio di maggior valore. Primi dunque i bavaresi con 668 milioni, seguiti da Manchester United (650 milioni), Real Madrid (482 milioni) e Barcellona (444 milioni). Inevitabilmente staccate le italiane: al nono posto si piazza il Milan (203 milioni), mentre la Juventus (139 milioni) occupa la tredicesima piazza.

70 calcio2000 ago 2013


Tra coloro che invece hanno deluso, per quanto si possa parlare di delusione quando si parla di una squadra approdata sino alla finale della massima competizione europea, c’è sicuramente Neven Subotic: il serbo in qualche occasione ha palesato ancora qualche amnesia difensiva che un giocatore che vuole essere considerato di livello assoluto non può affatto permettersi. Ci si aspettava di più anche dal rientrante Sahin: invece il turco, dopo le negative esperienze con la maglia del Real Madrid e del Liverpool, pare essersi un po’ perso e sta faticando a ritornare il crack che è stato sino a qualche tempo fa. Tornerà al Real Madrid, visto che il suo contratto scadrà nel giugno del 2017. La sua avventura a Dortmund, a meno che le merengues non facciano un caloroso sconto, sembra conclusa, non nel migliore dei modi. Maggiore apporto, anche se la sua stagione è da considerare comunque positiva, dall’esterno polacco Jakub Blaszczykowski (11 goal in campionato), che in finale si è visto poco e niente. I demeriti maggiori

Stagione da applausi per Lewandowski, con 24 goal in Bundes e 10 in Champions League

Bayern, squadra che vince non si cambia. O quasi… Al Bayern c’è chi, nonostante il Triplete, non è ancora sazio. Parliamo di uno dei protagonisti principali della cavalcata biancorossa, Thomas Muller: “Prima di vincere Bundesliga, Champions League e Coppa di Germania, avevo ben chiaro in mente che con l’inizio della preparazione della nuova stagione saremmo ripartiti da zero. In un certo senso lascia un retrogusto di amarezza, ma la vita degli sportivi è proprio questa. Allo stesso tempo è chiaro che il primo giorno di allenamento non ci metteremo a parlare di tutti i titoli che vogliamo vincere a maggio del 2014. Guardiola? L’arrivo di un nuovo tecnico ci servirà da stimolo per evitare di cadere nel pericolo di essere soddisfatti. La lingua? Non penso di dover imparare lo spagnolo: Guardiola conosce sicuramente sia il tedesco che l’inglese”. Scettico sulla possibilità di ripetere subito quanto appena fatto è l’orange Arjen Robben: “Sarà impossibile ripetere quanto fatto vedere in questa stagione. Non sarà infatti possibile migliorarci in termini di trofei. Mi sto preparando per fare un’altra stagione a grandi livelli, l’obiettivo è quello di arrivare ai Mondiali senza problemi fisici”. Tra coloro che faranno sicuramente parte del nuovo corso ci saranno il francese Franck Ribery e il belga Daniel Van Buyten. Il nuovo contratto del primo avrà scadenza nel 2017, quello del centrale nel 2014. Entrambi, chiaramente, hanno espresso la loro soddisfazione. Ribery: “L’avevo promesso ai tifosi, il Bayern è diventato una seconda casa per me. Farò ancora parte della squadra nei prossimi anni e darò tutto per difendere i trofei che abbiamo conquistato”. Gli fa eco Van Buyten: “Non c’è un club più solido e di successo di questo, sono felice. Aiuterò i miei compagni a difendere il titolo il prossimo anno”. In tema di partenze ce ne sarà sicuramente una eccellente, quella di Mario Gomez. SuperMario non ha certo gradito di aver trascorso la stagione in panchina a fare il ‘guardiano’ a Mandzukic, e vuole una nuova esperienza, non per forza in Bundesliga: sulle sue tracce ci sono Atletico Madrid, Manchester City, Fiorentina e Juventus.

però, non ce ne vogliano, vanno alla società tedesca. È sicuramente vero che fino a sette anni fa, quando si era sull’orlo del fallimento, questi risultati non erano minimamente pensabili, ma è altrettanto vero che quando ti rendi conto di avere tra le mani qualcosa di importante e quando intravedi la possibilità di poter vincere devi fare qualche sforzo in più. Sforzo che non è stato fatto: Klopp si è trovato a gestire per tutta la stagione una rosa che fondamentalmente si basava su 14-15 giocatori, troppo pochi per poter sperare di puntare al successo. Motivo per il quale, ben oltre la metà della stagione, coloro che avevano trascinato la squadra, in particolar modo coloro sui quali si basa preminentemente il gioco, ossia gli esterni come Schmelzer, Piszczek,

Blaszczykowski e Grosskreutz, non essendo delle macchine, hanno perso un po’ di smalto. Così come i vari Bender, Kehl e lo stesso Gundogan hanno avuto meno lucidità nel rincorrere gli avversari e riconquistare palla per intraprendere un’azione offensiva. Abbandonando però ogni discorso tecnico-tattico o societario, c’è comunque da levarsi il cappello di fronte ad una compagine come quella del Dortmund capace di regalare per gran parte della stagione al pubblico tedesco ed europeo un calcio divertente. E soprattutto capace di regalare la speranza anche ai club che non hanno grandissima disponibilità economica, di poter sognare, avendo a disposizione comunque un discreto materiale calcistico, di raggiungere obiettivi più che insperati. calcio2000 71 ago 2013


ligue 1 francia

L’ABITO Grazie all’avvento del facoltoso russo Rybolovlev, il club monegasco è pronto per stupire il mondo del calcio… 72 calcio2000 ago 2013

FA IL MONACO

S

ono trascorsi due anni da quando il Monaco, guidato prima da Lacombe e poi da Banide, concluse una disastrosa stagione con una delle più clamorose retrocessioni della storia della Ligue 1. Era il Monaco di Ruffier e Nkolou,

Diarra e Haruna, Mbokani ed Aubameyang: insomma, magari non un organico da titolo, ma sicuramente una squadra che avrebbe meritato di raggiungere per lo meno la salvezza. Ed invece, tutto andò storto e al termine della stagione il club monegasco si ritrovò a dover ricominciare da zero.


di Renato Maisani

Adesso, due anni dopo, il Monaco si ripropone in Ligue 1 come uno dei club più ambiziosi e probabilmente più competitivi dell’intero ‘roster’. L’avvento in società dell’imprenditore russo Dmitrij Rybolovlev e, soprattutto, dei suoi milioni, ha permesso al club di Montecarlo di tornare senza difficoltà in massima serie dopo un anno anonimo in Ligue 2. Adesso, riconquistata la Ligue 1 e sfruttando anche sull’attrattiva di una meravigliosa città quale Montecarlo, il Monaco non avrà difficoltà ad allestire un organico in grado di lottare, sin da subito, per i vertici della classifica.

POKER D’ASSI PER IL MONACO La prospettiva di andare a vivere in una città come Montecarlo, la possibilità di giocare in Ligue 1 ed in un club competitivo, la chance di farlo da protagonista assoluto e con un lauto stipendio non può che rappresentare un mix di motivazioni più che valide per dire “sì” al Monaco. È così che può essere giustificata la scelta di Radamel Falcao, probabilmente il centravanti più forte del Mondo che, nonostante fosse desiderato da mezza Europa, ha deciso di ripartire dal club monegasco, rinunciando ancora una volta alla Champions League (e stavolta anche all’Europa League) ed alla possibili-

tà di confrontarsi con campionati più prestigiosi della Ligue 1. Ha rifiutato di entrare nella leggenda del Real Madrid, di valutare la possibilità di giocare al fianco di Messi o di contribuire a rendere grande il Paris Saint Germain. Ha scelto il Monaco. Dal canto loro, i monegaschi hanno messo a segno un colpo che va ben oltre l’acquisizione di un fortissimo bomber. Avere Falcao in organico, infatti, rappresenta un chiaro segnale delle potenzialità e delle ambizioni del club, invogliando inevitabilmente altri atleti a seguirne le orme. Disporre poi di un capitale praticamente ‘infinito’, fa il resto. calcio2000 73 ago 2013


ligue 1 francia Si spiegano così i 70 milioni di euro versati da Rybolovlev nelle casse del Porto per avere in cambio Joao Moutinho e James Rodriguez: 25 milioni di euro per il regista lusitano, ben 45 per la giovane ala colombiana. L’esorbitante cifra sborsata per Rodriguez è il chiaro segnale di una sconfinata disponibilità economica: per arrivare al colombiano, infatti, probabilmente sarebbero stati sufficienti 30 milioni, ma il Monaco – per sbaragliare la concorrenza – ha ‘sparato’ subito alto per aggiudicarsi il talento classe ’91. Per costruire un organico di valore, però, non basta la disponibilità economica ma è necessario saper sfruttare anche le occasioni ‘low cost’. Si spiega così l’ingaggio di Ricardo Carvalho, difensore d’esperienza che, svincolato dal Real Madrid, ripartirà dal Monaco per dare solidità al reparto. Quattro colpi sensazionali quelli messi a segno fin qui dai biancorossi e che lasciano intendere come, già in tempi brevi, lo strapotere del Paris

Saint Germain sarà messo fortemente in discussione. UN “TIGRE” CHE SOMIGLIA AL “RE LEONE” Radamel Falcao ricorda Gabriel Batistuta. Nel fisico, nelle movenze e, finora, anche nella carriera. Così come il bomber argentino, anche Falcao è attualmente riconosciuto come il numero 1 nel proprio ruolo. Proprio come il centravanti di Reconquista, però, il colombiano non ha finora mai potuto competere sui più alti livelli ed il suo palmares ‘piange’. Le 2 Europa League conquistate da protagonista assoluto con le maglie di Porto ed Atletico Madrid sono, insieme alla Supercoppa Europea vinta con i ‘Colchoneros’, i suoi unici trofei internazionali. Pochi, se si tiene conto del fatto che Falcao abbia già compiuto 27 anni. In Argentina (con la maglia del River Plate) ed in Portogallo ha conquistato il titolo nazionale, mentre in Spagna il suo unico trionfo è il più recente, vale a

L’ultimo abbraccio tra Ancelotti e Beckham, quest’ultimo ha detto basta con il calcio

74 calcio2000 ago 2013

Tra i tanti acquisti del nuovo Monaco anche il nazionale portoghese Joao Moutinho

dire la Coppa del Re vinta in finale nel derby col Real Madrid. In Champions League, Falcao, ha disputato appena 8 gare, tutte nella stagione 2009-2010 quando, con la maglia del Porto, fu anche in grado di mettere a segno ben 4 goal. Poi, da lì in poi, soltanto Europa League. 31 goal all’attivo in 33 gare disputate nella ‘seconda competizione europea per club’: numeri da capogiro ma che non sono sufficienti a compensare l’assenza dai palcoscenici più prestigiosi. Una storia che, come detto, ricorda quella di Gabriel Batistuta: una carriera spesa a Firenze, appena due titoli vinti (una Coppa Italia ed una Supercoppa Italiana), prima del passaggio alla Roma per la conquista dello Scudetto. Nessun titolo internazionale, eccezion fatta per la Copa America conquistata con la Nazionale argentina, appena 25 gettoni di presenza (e 7 goal) in Champions League, militando in compagini (Fiorentina e Roma), mai capaci di avvicinarsi alle fasi calde della competizione. Insomma, una carriera sicuramente inferiore rispetto alle potenzialità del fenomeno argentino. Falcao, se non vorrà ‘emulare’ anche in questo il Re Leone dovrà sbrigarsi: il Mondiale in Brasile nell’estate del 2014 e la partecipazione alla Champions League


GUINGAMP & NANTES, BENTORNATE IN LIGUE 1 Il Monaco ha vinto il campionato di Ligue 2, riconquistando l’accesso alla massima serie ma, ovviamente, i monegaschi non sono gli unici a tornare in Ligue 1. Insieme alla squadra di Claudio Ranieri, infatti, hanno festeggiato la promozione anche il Guingamp ed il Nantes, vecchie glorie del calcio francese. I rossoneri del Guingamp, guidati da mister Gourvennec – tornano in Ligue 1 nove anni dopo l’ultima volta. Nel corso della stagione 2003-2004, infatti, la squadra allora allenata da Bertrand Marchand scivolò in Ligue 2 insieme a Le Mans e Montpellier, senza mai – da allora – andare vicina al ritorno in massima serie. Per questa ragione, il secondo posto conquistato nel campionato appena concluso ha colto un po’ tutti di sorpresa: il Guingamp, infatti, era indicato soltanto da alcuni ‘temerari’ come una potenziale candidata alla promozione. Il trascinatore assoluto della squadra bretone è stato sicuramente Mustapha Yatabarè, capocannoniere del campionato con 22 reti ed inevitabilmente decisivo ai fini della conquista della promozione. Il forte portiere Samassa, il difensore Bellugou e i centrocampisti Imbula (franco-congolese tra i più promettenti dell’intero campionato), Kerbrat, Giresse, Atik e Mathis sono stati gli altri punti fermi della compagine di Gourvennec. In vista della nuova stagione, però, il Guingamp ha già perso due delle importanti pedine appena elencate: Bellugou, infatti, si è accordato col Nancy, mentre Fatih Atik è arrivato alla conclusione naturale del contratto. A chiudere il campionato al terzo posto ed a conquistare, dunque, l’ultimo pass valido per la promozione, è stato il Nantes. I gialloverdi di Michel Der Zakarian, tornano in massima serie dopo la toccata e fuga della stagione 2008-2009, culminata con la retrocessione. Dopo un’intera storia vissuta in Ligue 1, infatti, il Nantes è retrocesso nell’estate del 2007, conquistando immediatamente la promozione l’anno successivo. L’inattesa retrocessione giunta l’anno dopo ha dato il là ad una serie di anni bui per la compagine campione di Francia nel 2001, capace di centrare la promozione soltanto al 4° tentativo. Autore di 20 goal, l’attaccante serbo Filip Djordjevic ha conquistato la ‘palma’ di protagonista assoluto della cavalcata, ma la vera stella della squadra è il centrocampista classe 1993 Jordan Veretout, ritenuto già da molti il futuro del centrocampo della Nazionale. Il portiere Riou, il difensore venezuelano Cichero, capitan Veigneau, i centrocampisti Bessat, Trebel, Eeudeline e Pancrate e la ‘boa’ Aristeguieta sono stati gli altri protagonisti assoluti dell’annata del riscatto. Sul fronte mercato, il Nantes si è già mosso in maniera significativa riscattando dal Caracas proprio i due venezuelani, Cichero e Aristeguieta, pronti così a dare continuità alla squadra che ha conquistato la promozione. Inoltre, dal Qatar, è tornato a Nantes – per fine prestito - Ismael Bangoura, bomber che, non più tardi di 4 anni fa, il Rennes pagò 11 milioni di euro alla Dinamo Kiev.

nella stagione successiva rappresentano delle tappe obbligate per iniziare a raccogliere ciò che merita.

Si chiama Rybolovlev, è il nuovo proprietario del Monaco e punta davvero in alto

QUALCOSINA SI MUOVE ANCHE LONTANO DA MONTECARLO Il Monaco è stato fin qui il protagonista assoluto del calciomercato in terra transalpina, ma i ‘lavori in corso’ non sono soltanto a Montecarlo. PSG, Marsiglia e tutti gli altri ‘top club’ della Ligue 1 si stanno muovendo al fine di potenziare i rispettivi organici, ma di affari conclusi, ancora, ne sono stati registrati pochi.Uno dei più significativi riguarda sicuramente il Lille che, in cambio di 6.3 milioni di euro, ha lasciato partire Aurélien Chedjou, finito al Galatasaray. Altre partenze ‘eccellenti’ sono quelle di Sané, che ha lasciato il Nancy – retrocesso – per trasferirsi all’Hannover, di

Marco Estrada, passato dal Montpellier al Al Wahda e di Yacine Brahimi, che il Granada ha pagato 4 milioni al Rennes. A farla da padrona, fin qui, sono stati degli ‘svincoli eccellenti’: il Lione ha condotto a fine contratto lo storico terzino Reveillere, il PSG si è separato da Armand e Camarà, oltre che da David Beckham, che ha deciso di appendere le scarpette al chiodo. Nonostante le insistenze dei tifosi del Tolosa, l’attaccante norvegese Daniel Braaten non ha trovato l’accordo per il rinnovo del contratto, mentre il Nizza ha perso il difensore-goleador Civelli. L’Evian ha visto partire Andersen alla volta del Betis, il Montpellier si è separato da Utaka, il Valenciennes da Aboubakar, l’Ajaccio da Cavalli, il Bordeaux da Faubert e il Lille da Bonnart. Certi amori, contrariamente a quanto auspicato da Venditti, talvolta, finiscono. calcio2000 75 ago 2013


di Elisa Palmieri

I sogni proibiti di Zamparini

Pep il Grande

“Se fossimo rimasti in Serie A avrei chiamato Cassano, avrei provato sicuramente a prenderlo. È un fuoriclasse (...) Cavani deve andare via da Napoli. Mentalmente ha finito il suo ciclo in azzurro e poi De Laurentiis deve reinvestire quei soldi per prendere nuovi Cavani. Noi abbiamo ottimi giocatori. Dopo la sfida contro Tahiti mi hanno richiesto Hernandez, ma io credo che resti qui”.

“È una fortuna essere qui, è un regalo. Il Bayern è una squadra grandiosa, sono onorato di essere qui. Sono venuto qui per i giocatori e la storia. E’ una delle squadre più grandi del mondo, tutti mi hanno accolto bene qui. A Barcellona ho passato un periodo bellissimo ed ora mi preparo ad una nuova avventura. Abbiamo la possibilità di scrivere la storia, sono pronto a dare il massimo”.

Maurizio Zamparini - Mediaset Premium

Pep Guardiola – Sky Sport

Mancio al miele... “Tevez è un giocatore straordinario, caparbio, ha una grandissima tecnica e un grandissimo talento. È l’uomo giusto per la Juve, farà sicuramente bene. Non vedo l’ora di vederlo in Italia” Roberto Mancini – TuttoJuve

Furie Hot Antefatto: durante la Confederations Cup i media brasiliani hanno diffuso la notizia di un festino hot nell’albergo dove risiedevano le Furie Rosse - Secca la smentita di Piqué. “Sono tutte bugie e la federazione ha già preso in mano la situazione per porre fine a questa cosa. Stare in un hotel ed essere derubati è un’esperienza molto sgradevole. Suppongo che non volessero prendersi le proprie responsabilità e se ne sono usciti con questa cosa. Tutto questo è inopportuno anche perché ci stiamo giocando la competizione”. Gerard Piqué - Ansa La moglie Shakira, siamo certi, non l’avrebbe presa molto bene...

Collina sotto scorta “Ci sono degli arbitri che vengono minacciati, soprattutto dopo le partite europee di coppa (...) Accadde anche a me quando ero designatore arbitrale. Fui costretto a vivere sotto scorta, ricevevo continuamente minacce. Furono sette mesi da incubo, perché anche la mia famiglia era coinvolta: ricevevo lettere di minacce, proiettili, polvere da sparo. (...) Succede ancora oggi ad altri miei colleghi, è una cosa su cui dobbiamo riflettere”. Pierluigi Collina – France Football 76 calcio2000 ago 2013 76 calcio2000 ago 2013

Kobe profeta in campo! “Dopo aver visto questa partita (Brasile-Italia, ndr), e per essere cresciuto in Italia e quindi aver visto certe cose da vicino, posso dire che il calcio, a differenza anche del basket, è una religione. Tanta gente lo vive così, Neymar fa la differenza e riesce a rendere felice la gente”. Kobe Bryant – Sky Sport

Uomini non caporali! “Attualmente non conosco quale sia la situazione interna al Milan ma ai miei tempi, quando ci giocavo io, il club formava gli uomini prima dei calciatori... (...) Balotelli deve ancora crescere molto, il suo comportamento non è per nulla adeguato per un giocatore del suo livello” Paolo Maldini – Globesporte

I “tacchetti” di Jesè “Forse Mourinho pensava che la squadra non avesse bisogno dei giovani, che fosse meglio acquistare elementi che arrivavano da altri club. Io credo che avrei meritato qualche opportunità in più, comunque lui adesso non c’è più, vediamo cosa accadrà in futuro e cosa deciderà il nuovo allenatore”. Così Jesé Rodriguez - As


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