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Cassidy McCormack

TI SENTO

Edizioni R.E.I.


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Non c’è niente di peggio di un telefono che si ostina a squillare ogni giorno alle sei. Scherzo beffardo e crudele di chi al mattino non ha di meglio da fare che interrompere il sonno altrui. Dovrò decidermi a cambiare la suoneria del cellulare, questa canzone ormai non la passano neanche più alla radio. Sì, sì, ho sentito, adesso mi alzo. Dammi solo un altro minuto. Ma dove ho messo gli occhiali? Sono certo di averli visti sul comodino ieri sera, dietro la videocamera. Che li abbia fatti cadere mentre dormivo? Diamo una sbirciata sotto il letto, non si sa mai. Ah, ecco dove sono finite le sigarette. Dio, quanta polvere qua sotto. Devo proprio prendermi un po’ di tempo per dare una pulita qua dentro. Sì, sì, adesso scendo, smettila di rompere! Che strazio che sei. Ma dove diamine sono finiti i miei occhiali? Brrr! Voglio la moquette. Voglio la moquette. Eccoti birbante! Volevi giocare a nascondino sta mattina? Pessima idea, basto già io per fare ritardo. Beh, adesso va decisamente meglio. Questa luce mi acceca. Aggiungere alla lista: cambiare tende di mamma. Quel giallino è troppo femminile. A proposito, dovrei proprio passare a vedere come sta, è da un po’ che non la sento. 3


Chissà se si è ricordata del vaccino, c’era il richiamo la settimana scorsa. Mi sa che non faccio in tempo a fare una doccia. Sta volta mi ammazza davvero, ho un ritardo mostruoso. Ha smesso di chiamare, brutto segno. Ha ragione mia madre: devo smetterla di lasciare i vestiti sparsi per casa quando mi spoglio, ci metto ore a ritrovare tutto quello che mi serve. Giubbotto o cappotto? Cappotto, non dovrebbe piovere anche oggi. Però così devo cambiare scarpe. Ma sì, minuto più, minuto meno, tanto la ramanzina mi tocca lo stesso. Camicia, maglione, jeans, cintura, calzini e scarpe uguali, cappotto, capelli ok, occhiali, portafoglio, cellulare. Mi sembra di avere preso tutto. Chiavi, chiavi, chiavi. Giusto! In bagno, sul ripiano dello specchio. Un’ultima rimirata? Perché no? Uff! Ancora? << Sto scendendo!>> << È da un’ora che aspetto!>> Ma che ti strilli? Chi te l’ha chiesto di presentarti a casa mia all’alba? << Scusa, non ho sentito la sveglia.>> << Muoviti!>> Possibile che sia perennemente incazzato quest’uomo? Acc…! Ma dove ho la testa sta mattina? Vabbeh, adesso è tardi per rientrare a prendere il libro di genetica. Tanto l’esame è saltato ormai. Me le sono già giocate le mie tre assenze. << Signora Simonelli, buongiorno! Scendo con lei se non le dispiace.>> Che stronza. Sempre con la solita puzza


sotto il naso. Mai un cenno, un saluto. Vorrei vedere se faresti ancora tanto la preziosa se sapessi che tuo marito se la fa con la figlia del portiere del palazzo di fronte. Sei piacevole quanto un petardo nel sedere. Fattene una ragione, quell’uomo ti odia. Almeno è quello che dice Sofia. Ecco che ho scordato! La sciarpa. Che freddo che fa. Si sta meglio quando piove. Mmm, di male in peggio, è furioso. << È l’ultima volta che mi fai aspettare così!>> Ma rilassati << Buongiorno anche a te.>> << Fa’ poco lo spiritoso. Sono in ritardo.>> Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto… << Che fai lì imbambolato? Muoviti.>> Conto fino a dieci prima di risponderti che detesto te e odio questo lavoro, ma non ho voglia di litigare oggi, quindi è meglio che sto zitto <<Che hai per me, stamattina?>> dai, tira fuori il tuo solito taccuino. Dio! Come sei prevedibile. Sarebbe anche il caso di comprarne uno nuovo, ti pare? I fogli scarseggiano. << Tieni!>> << Tutto qui?>> << Giornata tranquilla oggi? Passi a prenderli tu? Ti aspetto in Agenzia.>> << Appuntamento nel primo pomeriggio? Ho la mattina libera quindi.>> ma allora perché cavolo mi hai svegliato a quest’ora? << Arriva in ritardo anche sta volta e…>> E…? Dai, continua. Tanto ti si legge in faccia che non mi digerisci. Mi stai stressando dal primo giorno in cui ho iniziato questo maledetto lavoro. 5


<< Ti trovo più bianchiccio del solito, ti senti bene?>> Non direi proprio << Ho un po’ freddo!>> << Capisco.>> No che non capisci. << Vai da qualche parte? Vuoi un passaggio in macchina? >> E questo che vuole? << Alessandro? Non ho tutto il giorno. Vuoi un passaggio o no? Ma che stai guardando?>> << Mi è sembrato che quel tipo là giù mi salutasse.>> << Lo conosci?>> Non mi sembra << No.>> << Sei certo che ce l’avesse proprio con te?>> E mica sono un visionario? Ci siamo solo noi due sul marciapiede, e tu gli dai le spalle. Ergo… << Sì.>> << Non ci pensare, è solo uno di quelli.>> Ah sì, e che vuole da me? Se ne vada per la sua strada << Dovrei preoccuparmene? Dovrei fare qualcosa?>> << Non dargli importanza. Non ne vale la pena con gente così.>> Addirittura! << Sì forse hai ragione tu.>> << Allora lo vuoi o no questo passaggio?>> Chissà dove va con quella fretta? << No, grazie, farò due passi fino all’università. Visto che ho la mattina libera vado a lezione.>> << Come ti pare.>> Oppure no, chissà se…


<< Alessandro?>> << Dimmi.>> << Stai ancora pensando a quell’uomo?>> << Mi ha incuriosito.>> << Non fare niente di stupido. Il capo ce l’ha già abbastanza con te per digerire un altro dei tuoi colpi di testa.>> E di che ti preoccupi? Cosa potrei mai fare? << Vorrei solo sapere chi è.>> << Pensa al lavoro piuttosto. E non ti dimenticare l’appuntamento di oggi. Ti sei segnato l’indirizzo?>> Uff! È successo una volta sola << Sta tranquillo.>> << A più tardi allora.>> << Non mancherò.>> << Non ti dimenticare di passare dall’Ingegnere. Per colpa tua abbiamo dovuto rimandare l’appuntamento di due settimane.>> E vattene! << Non mancherò ho detto.>>

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Inutile affannarti tanto, caro il mio professor Melluso. Per quanto tu possa mettercela tutta, quest’aula sarà sempre troppo grande per te. Se non fosse per il Branco in prima fila - che ti presta qualche attenzione per ottenere un trenta troppo scontato per risultare reale perfino a te – e qualche sadico avventuriero, saresti costretto a decantare la tua scarsa sapienza a duecento posti vuoti. Non credere che non l’abbia capito il tuo gioco. Vuoi tenermi incatenato a questo corso perché hai capito che già dal secondo anno ne so molto più di te. Eppure sarai costretto a concedermelo quest’esame prima o poi, ed io non ti darò tregua finché non ti stancherai della mia faccia. Diventerò il tuo incubo ricorrente. Ti sveglierai di notte urlando di non poterne più di me. Non puoi incastrarmi per sempre. Dovrai pur prendere di mira qualcun altro e lasciarmi andare. Tanto io non mollo. Sono paziente, aspetterò. Ah, ecco la piccola Denise. Tocca a te oggi la levataccia all’alba per correre a occupare i posti in prima fila per il tuo branco. E brava la piccoletta! Sarebbe anche ora che te li sistemassi quei capelli ogni tanto. Se li sciogliessi poi, non saresti neanche così poco gradevole come sembri ultimamente, nascosta sotto il multistrato di fondotinta che usi per nascondere la pelle bianchiccia che ti eviteresti se ti decidessi a prendere un po’ di sole. È la terza volta questa settimana che ti tocca venire ad aprire le porte. Poverina! Dopotutto a te tocca faticare un po’ più delle altre per quel trenta, giusto? Garantirti un posto nel branco per te è come arruffianarti il professore,


una ruffiana fra i ruffiani. Se solo curassi un pochino di più il tuo aspetto come un tempo… Ammettilo, tesoro, avresti preferito rimanere a letto sta mattina. Ma perché non lo fai allora? Ribellati al sistema! Fregatene di perdere il tuo sgabello al bar col professore. Tanto la lode non te la da. Non hai le caratteristiche genetiche fondamentali per questo. Perché mai un insegnante che da fondamento alla sua vita sulla genetica dovrebbe lodare proprio uno scherzo della natura come te? Smettila di studiare per tutti. Pensa a te stessa e abbandona il branco. Sei cento volte migliore di tutti loro messi assieme. Guardati, sei talmente attenta ai particolari da non accorgerti del mondo che ti vive intorno. Non potresti vedermi neanche se lo volessi davvero. Anche se continuassi a fissarti per le prossime due ore, tu continueresti a non accorgerti di me. Potremmo essere io e te soltanto in quest’aula oggi, potrei sedermi accanto a te - a uno dei posti che hai occupato con i fogli pieni dei tuoi appunti disordinati - e tu continueresti a non vedermi. E perché mai dovresti farlo? Sono anni che entri in aula senza concedere il tuo sguardo a niente che non sia un blocco per appunti, uno schermo di tela bianca per i lucidi o la faccia di uno qualunque dei professori. Sei patetica. Non so come facessi a ritenerti interessante l’anno scorso. Sembravi così diversa, così poco scontata. Ora sei banale, proprio il requisito che si richiede per far parte del Branco. Hai fatto presto a conformarti al gruppo, a impararne il linguaggio, le leggi. Che delusione vedere una mente così brillante offuscata dall’umiliazione. Non vince sempre il più forte, Denise. A volte – anche se devo ammettere che succede molto di rado – il più forte perde perché è troppo convinto che non possa accadere, e il perfido Ivan riesce a individuare lo 9


spiraglio di luce dove poter puntare il proiettile della propria fionda. Tu non sei Golia, Denise, tu potresti mangiartelo vivo quel furbacchione di Ivan, ma allora perché sei ancora lì a fare la schiava? Ah, certo. Che sciocco! Quasi dimenticavo. Eccolo che si fa avanti con tutti gli altri, il tuo Adone. Marco Tosti, che di tosto ha soltanto il nome. Dì un po’, li hai ancora i segni della nostra ultima scazzottata. Non fai più lo strafottente quando te le suonano, non è vero? Peccato che i tuoi amici non abbiano potuto vedere come incassi bene. Eppure non credere che sia finita, ho ancora un conto in sospeso con te. Ma come fa a piacerti quella specie di sorcio, Denise. Perché continui a volerti così male? Per lui sei invisibile tanto quanto lo sono io per te. Non gli importa niente degli appunti che gli passi, dei favori che gli fai. Uno così non ha occhi che per se stesso. Come fai a non accorgertene? Che rabbia che mi fai! E questo qui che vuole? Va a sederti da un’altra parte. Ci sono centinaia di posti liberi davanti. Non l’hai notato che è dall’inizio dei corsi che qui dietro ci sto solo io? Ma… aspetta un attimo, tu non sei uno di noi. È la prima volta che ti vedo. Hai accompagnato qualcuno e vuoi startene qui ad aspettarlo in disparte? Hai l’aria sveglia, che ci fai qui, va a farti un giro. Non sprecare due ore della tua vita qui dentro, non ne vale la pena. Stai pensando alla mia proposta, vero? Ti mordicchi il labbro inferiore, pensieroso sul da farsi. Beh, te lo dico io cosa devi fare: vattene. Fuggi finché sei in tempo. Tanto fra due ore la ritroverai di nuovo lì seduta. Non la mangia nessuno. Va pure tranquillo, amico. Qui dentro solo la noia potrebbe farle del male.


Ehi! Ma dove sei finita? Mi distraggo un istante e mi sparisci così? Non è per niente gentile da parte tua. Vediamo un po’! Il resto del Branco è tutto ai propri posti, solo il tuo è vuoto, anche se sulla sedia hai lasciato la Gucci nuova, regalo di papà per il compleanno della settimana scorsa. Com’eri tenera quando la sventolavi davanti alle altre ruffiane. Per una settimana l’hai protetta con fare maniacale, quasi fosse il più debole della cucciolata di accessori costosi piovuti per il tuo giorno speciale. Se l’hai abbandonata così significa che non sei lontana o che è diventata grande abbastanza da permetterti di occuparti di un nuovo nato. So che puoi tenerla d’occhio in qualunque momento, ma allora dove sei? Perché non riesco a vederti? Cosa è successo di tanto importante da costringerti ad abbassare la guardia sulla cucciolata? Forse il fatto che sia accanto a Marco ti rende stupidamente più tranquilla. Non riusciresti mai a credere che quel sorcio non alzerebbe un dito per salvarla, vero? Eppure è così, te l’assicuro. Mmm… c’è un movimento strano nell’aria. Cosa mi sono perso? Perché Melluso non ha ancora iniziato a dare sfoggio alla sua mediocrità? Non si aspetterà mica che arrivi qualcun altro? Ci vorrebbe un intervento divino per questo. No! C’è dell’altro, ne sono certo. C’è qualcosa che non va, ma che cosa? Ah, ecco dov’eri finita? Cosa sono tutti quei fogli? Ohhh! Ma certo. Che stupido! È la solita verifica a sorpresa. Come ho fatto a non arrivarci prima? Ho fatto proprio bene a venire oggi. Mi farò due risate. Guarda che occhi strabuzzati? Poveri novellini. Non immaginate neanche che da questa prova dipenderà tutto il vostro futuro. Avrei potuto avvertirvi all’inizio del corso. Informarvi che chi non supera questa verifica 11


diventerà l’ennesimo nome sulla lista nera di quel maledetto. Quando toccò a me, nessuno si premurò di farmi notare questo insignificante particolare, quindi perché per voi dovrebbe essere diverso? Sono certo che rivedrò molte delle vostre facce al prossimo giro. Si da sempre una seconda possibilità. Sono proprio curioso di stare a vedere chi sarà di voi a resistere per più di due anni prima di mollare. Ti senti più sicura ora che sei tornata al tuo posto accanto a lui, vero? Non sembri minimamente preoccupata. E perché dovresti? Di certo voi del Branco eravate al corrente di questo colpo basso da settimane. Avrei dovuto accorgermene quando ti ha fatto posto accanto a sé. Ti concede l’onore solo quando in giro c’è puzza di verifiche. Continuo a non capire come fai a non vedere. Come fa a piacerti uno così? Non lo fai solo perché è un bel ragazzo, altrimenti noteresti me, che non passo di certo inosservato. Lo fai per i soldi? Lo fai perché sarebbe perfetto da presentare a mamma e papà? Che rabbia mi fai! Sciocca e arrivista. Ah! Ben ti sta. Ora ti tocca anche distribuire i compiti. Ti piace proprio il tuo ruolo di maggiordomo del Branco, vero? Poco ti importa se non avrai mai il loro rispetto. Ti basta farne parte e fare contento papà. Ti muovi fra i banchi e quasi sembri un fantasma. Sei dimagrita? Non me ne ero accorto, avvolta come sei in tutti quei vestiti sempre di un paio di taglie più grandi. A che cosa ti serve sfoggiare tutte quelle marche se non sei in grado di indossarle? È solo uno spreco di soldi. L’antitesi del buon gusto. Finito? Sembri sempre un po’ sperduta quando ti guardi intorno a quel modo. Come se non passassi quattro ore della tua vita in quest’aula quasi tutti i giorni da almeno


due anni. Ti riscopri a guardarla ogni volta come se fosse la prima, cogli nuovi dettagli che prima ti erano sembrati insignificanti e li aggiungi al quadro della tua visuale contorta della realtà che ti circonda. E adesso che fai? Non ti sei mai spinta con lo sguardo oltre la settima fila. Cos’è che ti turba? Ti senti osservata da me? Non sarebbe la prima volta. Perché oggi è diverso allora? Ehi! Ma mi stai fissando davvero. O c’è qualcos’altro qui dietro che cattura la tua attenzione? No no, è proprio me che guardi adesso. Che c’è piccola? Tutto il mondo non ti basta? La BMW nuova non ti basta? Che te ne fai di uno come me? Sì, è proprio me che guardi. Sorridi al mio sorriso. Oh, no tesoro, non ho bisogno del compito io. Sono già stato marchiato da tempo. Potrei farlo a occhi chiusi ormai, potrei essere impeccabile, e non servirebbe a niente. Che strano! È la prima volta che oltrepassi il confine. Sta attenta! Il Branco potrebbe avvertire l’odore del nemico su dite e non riaccettarti nel gruppo. Rischi grosso continuando ad avvicinarti così. Torna da loro, è meglio per tutti. Che ti prende? Ti piacciono così tanto i miei occhi? È la prima volta che ti soffermi a fissare qualcuno negli occhi così a lungo, così sfrontatamente. Smettila! Mi metti a disagio. Riesco già a sentire l’aroma del tuo profumo costoso. Smettila di guardarmi. Smettila di guardarmi. << Ciao!>> Mi parli anche? Allora vuoi giocare. Piccola sfacciatella! << Tutto bene, cara?>> << Andrebbe molto meglio se la smettessi di fissarmi.>> 13


Ah, ma allora non sono poi così invisibile. Devo ricredermi, non sei così poco attenta come immaginavo. È tutta finzione. Quello che mi sfugge è perché ti fai avanti proprio adesso, dopo tutto questo tempo. << Vorrà dire che mi sforzerò di guardare da un’altra parte se ti infastidisce tanto.>> << Sì, mi infastidisce.>> E allora perché sorridi ancora? << Signorina Marotti! Ritiene che si possa iniziare o ne ha ancora per molto?>> Mille grazie prof. Ti devo un caffè. << Sì, mi scusi.>> Ehi, ma che fai, arrossisci? Quell’impudente ti ha messo in imbarazzo? << Ehi, Denise!>> è un’impressione o ti ho davvero sentita fremere quando le mie dita si sono fermate sulla tua mano ancora poggiata sul foglio del test davanti a me << Mi dispiace tanto.>> sarò sembrato abbastanza sincero? Adesso ti ho imbarazzata io però. Non te l’aspettavi vero? Eh no! Non sei abituata a chi ti presti attenzione. Ti mette sempre a disagio.


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Ha un certo fascino scoprire come l’intera esistenza di qualcuno possa essere influenzata da un dettaglio insignificante come il sorriso di uno sconosciuto. Quella mattina avevo fatto tutto proprio come in quell’ultimo anno della mia vita. Avevo brontolato un po’ prima di alzarmi, avevo fatto innervosire Massimo e – come quando non c’era lavoro – ero andato a lezione. Mi ero seduto all’ultima fila di banchi, quella evitata come un morbo contagioso da tutti quelli che prendono l’università un po’ più seriamente di me, che fin dall’inizio mi sono sempre sentito troppo al di sopra di quelle teste vuote per trovarle abbastanza interessanti da desiderare conoscerne qualcuna. Ho sempre guardato tutti dall’alto in basso. Lo ammetto. Eppure detesto quelli con la puzza sotto il naso, ma forse solo perché li ritengo inferiori a me. Ho scelto una facoltà scientifica perché mio padre insisteva affinché scegliessi Giurisprudenza. È stato un dispetto, ma almeno ho scoperto la mia vera passione: la Medicina. Non ho mai avuto alcuna difficoltà rilevante durante il mio corso di studi, mi veniva naturale, quasi studiassi cose che conoscevo già. Avevo meditato di cambiare ateneo la quarta volta che Melluso si rifiutò di farmi passare l’esame, ma – come con mio padre – ho preferito dichiarare guerra e stare a vedere quanto resisterà al mio assedio. Senza il suo esame, propedeutico, non posso frequentare i corsi dell’ultimo anno, lui lo sa e gli leggo negli occhi un’ardente soddisfazione ogni volta che incrocia i miei.

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Pezzo di m…. mmm… è meglio se non ci penso. Non ho mai saputo a che ora arrivasse in aula. Io di solito mi presento presto, visto che con Massimo tra i piedi, da un anno esco da casa sempre mentre il resto del mondo dorme. I cancelli vengono aperti alle 7:30 circa, ed io di solito sono già da mezz’ora in attesa seduto al bar di fronte. Non l’ho mai visto arrivare, eppure tutte le mattine, quando varco la soglia dell’aula lui è già lì, con la sua giacca pesante sullo schienale della sedia, il sigaro in mano, rigorosamente spento, e gli occhiali quasi in equilibrio sulla punta del naso, mentre affonda la testa in uno dei quotidiani in pila nell’angolo alto a sinistra della cattedra. Se ne sta così per ore, storcendo il naso di tanto in tanto a una brutta notizia o liberando una smorfia quasi sempre illeggibile. Le brutte notizie gli fanno venir voglia di fumare, lo si capisce perché tutte le volte che ne legge una, da un’annusata al sigaro fino a quando i tratti del suo viso teso si distendono per riassumere la forma della maschera inespressiva di sempre. Di certo è sposato. Il suo abbigliamento è sempre impeccabile. Abiti puliti, camicie stirate. Non credo viva ancora dai suoi. È un uomo piacente dopotutto e gli piacciono troppo le donne per non desiderarne una tutta per sé. Chissà se ha anche dei figli? Non ha ancora l’età per essere mio padre, ma ne ha abbastanza per avere un bambino che va già a scuola. Mi piacerebbe sapere se è uno da foto nel portafoglio. Se non fosse che mi disprezza senza motivo, non mi sembrerebbe così sgradevolmente irritante. Ma che ti ho fatto? Lasciami andare. È da due anni che conosco Denise. Frequentava il corso di chimica generale del primo anno ed io, al secondo, facevo


da assistente al Professore. Tenevo i corsi pomeridiani per le esercitazioni in vista dell’esame scritto. Non è mai stata molto socievole. Sceglieva sempre la fila di banchi più vuota per essere certa che nessuno potesse distoglierla dai suoi doveri. Mi vedeva scrivere formule sulla lavagna, ma non mi guardava mai. Mi ascoltava spiegare la lezione, ma non mi sentiva. Viveva in un mondo tutto suo, fatto di appunti, libri, internet. Era capace di seguire i miei logorroici discorsi, prendere appunti e allo stesso tempo cercare approfondimenti sul pc portatile da tremila euro che si portava sempre dietro con noncuranza. Mi aspetto ancora di vederglielo lanciare sul banco come fosse un libro vecchio. Mi sforzavo meno allora di capirla che adesso. Nonostante le sue stranezze aveva un modus operandi molto elementare. Ogni suo gesto, anche banale, - o che fatto dai più sarebbe potuto risultare perfino… goffo - era aggraziato, perché spontaneo. Al contrario di adesso, che sembra inadeguata anche nel movimento più spontaneo, come camminare, respirare. Più cerca di sembrare interessante, affascinante, più finisce col diventare ridicola e grossolana. All’esame finale capitò con me. Lo scritto era il caos di formule e numeri che avevo sempre immaginato aleggiasse nella sua mente scombinata, ma nei risultati era stata precisa al millesimo. Mi ci volle un pomeriggio intero per capire il ragionamento applicato a ogni singola formula. Una metodica ragionata, non studiata, rese la correzione del compito una battaglia in campo aperto. Non seguiva nessuno dei miei schemi ed io davanti a quel compito mi sentivo come i primi giorni di università, quando cercavo di decifrare gli appunti nella speranza di capire il metodo applicato dal professore per svolgere determinati esercizi.

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Quando il professore mi chiese il giudizio sul suo compito feci un po’ lo stronzo. Mi sentivo poco coinvolto, come il docente che deve esaminare un candidato esterno. Che ci fossi stato o no, in aula in quei tre mesi, a lei non era interessato affatto. Dissi che l’esame era più che discreto – non volevo ammettere che fosse perfetto, e sapevo che il professore si fidava troppo di me per andare a controllare – però troppo caotico per una valutazione troppo soddisfacente. Optammo quindi per un ragionevole 27, che sapevo l’avrebbe mandata su tutte le furie. Si sarebbe chiesta dove aveva sbagliato, mandandola in totale confusione per una volta tanto. Il giorno dell’orale posò il libretto dal lato della cattedra dov’era seduto il professore. L’occhiataccia che mi lanciò mentre lo faceva era abbastanza chiara da farmi capire che aveva incassato il colpo come speravo. Non mi feci nessuno scrupolo neanche in quel caso. Chiesi al professore il permesso di esaminarla io – non avrebbe rifiutato mai di togliersi una di quelle rogne di torno -. Quando fu il suo turno, l’occhiataccia si fece più arcigna. Era stata una delle prime ad arrivare in aula, eppure io la chiamai per ultima. Il professore aveva altri due studenti da esaminare, e di solito non prestava attenzione ai miei. Si mise seduta con movimento pesante, giurerei d’averla sentita sbuffare. Non c’era la minima paura nei suoi occhi. Mi sfidava la sfacciata. Troppo sicura di sé per avere timore in un esito negativo. << Allora, signorina, >> dissi per stuzzicarla ancora << Ha con sé le sue relazioni di laboratorio? Posso vederle? >> Senza un attimo di esitazione, tirò fuori dalla sua borsa una cartelletta arancione. Me la porse senza troppi


complimenti, ma nel farlo guardò il professore con la coda dell’occhio per assicurarsi che fosse distratto da altro. Mossa poco accorta la sua, perché me ne accorsi e sfruttai a mio favore quel briciolo di imbarazzo che sotto sotto covava, dopotutto. Mi sporsi leggermente in avanti facendole cenno di avvicinarsi e dissi piano, per non farmi sentire << Ceni con me stasera?>> Mi guardò impietrita. Io non riuscii a trattenermi dal sorridere divertito dalla sua espressione offesa. Fece no con la testa, ma non guardava me. Era troppo attenta a non insospettire il professore. Allora mi feci avanti di nuovo per farle capire che volevo parlarle ancora in privato << Perché no?>> stavo per scoppiare a ridere e mi si leggeva in faccia. << Non posso.>> sussurrò dopo aver riflettuto troppo per cercare una risposta abbastanza diplomatica da non costarle l’esame. << E allora ti boccio.>> dissi con una specie di ghigno. Si fece subito indietro facendo rumore con la sedia. << Qualcosa non va?>> chiese il professore al mio fianco. Mentre noi ci eravamo persi in quell’innocente preambolo lui aveva già quasi finito di esaminare il suo ultimo studente. Non che gli ci volesse molto, dato che si limitava a giudicare la preparazione di un esaminando con non più di due domande. Denise raggelò. << Nulla di grave professore!>> risposi << La ragazza è solo un po’ emozionata.>> << Su, su, signorina.>> cercò di spronarla << Non la mangia nessuno. Vorrei tornare a casa per ora di cena se non le dispiace.>> 19


Arrossì talmente da farmi sentire perfino un po’ in colpa. << Su, su, signorina.>> infierii << dopotutto le cose o si sanno o non si sanno. Non ci faccia perdere altro tempo.>> Era furente. Imbarazzata e furente. Il mix perfetto per scatenare una crisi di pianto. Decisi di affondare il colpo di grazia solo quando sentii la sedia dell’ultimo candidato muoversi all’indietro. Il professore sbuffava mentre sul libretto tracciava con la penna nera un 18 strappato con le pinze. << Può andare a casa professore, se crede. Resto io con la signorina. La vedo un po’ agitata, sarebbe un peccato bocciarla solo per questo. Sono quasi certo che in quella testolina c’è molto più di quanto vuole farci vedere.>> Senza rispondere, il professore firmò la camicia e raccolse il giaccone dalla sedia accanto. Sbirciò ancora una volta quella tremolante figura sottile incollata alla sedia di fronte a me e, mugugnando qualcosa di incomprensibile, si avviò all’uscita. Il 18 stava riordinando le sue cose per andarsene, ma fui costretto a trattenerlo ancora qualche minuto. La mia vendetta era vincolata alla presenza di testimoni. << Allora>> dissi cercando di risultare il più odioso possibile << vuole farlo o no quest’esame?>> Annuì, nonostante una lacrima sfuggisse al suo controllo bagnandole la guancia. La maschera strafottente che aveva osato sfidarmi era finalmente sparita da quei lineamenti altolocati. Sorrisi. Avevo ottenuto quello che volevo. Ero stato carogna abbastanza. Il 18 sbuffò dal fondo dell’aula nel quale si era rifugiato ad ascoltare un po’ di musica nell’mp3 << Mi dispiace.>> mormorai per essere certo che mi sentisse solo lei.


Scosse la testa nel vano tentativo di recuperare un minimo di dignità. <<Dico davvero.>> afferrai un pacco di fazzolettini dalla mia borsa e lo posai sulla cattedra invitandola a prenderne, se ne volesse <<È solo che non riesco a resistere a una sfida. È più forte di me, mi piace vincere.>> Continuava a stare in silenzio. Si vedeva lontano un miglio che lottava ferocemente con quel demone interiore che voleva staccarmi la testa a morsi. << Se sei pronta possiamo iniziare.>> L’esame durò meno del previsto. La sua testa non era poi così caotica quando si trattava di esprimere dei concetti a parole. Provai a prenderla in castagna più di una volta, ma riuscì sempre a farla franca. Era evidente che sapeva di cosa stavamo parlando. Avrei voluto rimediare alla carognata dello scritto, ma mi sentii ancora più carogna quando mi accorsi di non poterle dare la lode a causa di quel 27 <<Sei più preparata di quanto mi aspettassi, ma non posso darti più di 30.>> Fece spallucce come a dire che non le importava granché, ma io sapevo che non era vero, lo dimostrava la collezione di 30 cum laude sul libretto. Nonostante si sforzasse però, la calma durò troppo poco. Appena le riconsegnai il libretto, infatti, si alzò di scatto. Rabbiosa. Se ne accorse perfino il 18 che nel frattempo si era appisolato sulla sedia. << Posso provare a parlare col professore.>> dissi << Non è nuovo a questo tipo di eccezioni.>> Fu un attimo << Vaffanculo, Alessandro!>> Ma come? Conosceva il mio nome? Questa nuova prospettiva mi stupì più di quanto avrei desiderato. Scavalcai la cattedra con un balzo- sotto gli occhi del 18 ancora assonnato - e la afferrai per un braccio per 21


fermarne la corsa verso l’uscita. Sembravo pazzo perfino a me stesso mentre provavo a riesaminare dall’esterno quella mia reazione improvvisa e senza controllo. << Non mi toccare!>> strillò adirata. In quel momento entrò Salvatore, l’addetto alle pulizie del turno di pomeriggio. Mi guardò in cagnesco prima di indicarmi con la mazza dello spazzolone <<Tutto bene qua dentro?>> Mollai la presa << Certo che sì.>> risposi con lo stesso tono burbero che aveva usato lui. Il 18 uscì dall’aula senza badare minimamente a noi. Non lo odiai mai come in quel momento. Avrebbe anche potuto dire la sua, no? Aveva visto com’era andata. Perché scappare in quel modo? Farmi fare la parte del maniaco rientrava nei suoi piani di vendetta per averlo costretto a trattenersi più del dovuto? Denise non rispose niente, si limitò a seguire il ragazzo, ma non prima di affondare un’ultima volta il suo sguardo gelido nel mio. Ed effettivamente, per quanto mi sforzi di ricordare, credo proprio che quella fu l’ultima volta che mi guardò. L’ultima prima di quella stramba mattina di metà gennaio. Al contrario di me, che da quel giorno non le tolsi più gli occhi di dosso. Ossessionato d’averla ferita in modo irreparabile.


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Alle scuse, quella mattina, avrei voluto aggiungere di stare attenta, di non commettere i miei stessi errori, ma dentro di me sapevo che non ne avrebbe avuto bisogno. Mi sforzavo di crederlo almeno. Forse era solo una scusa inconscia per trattenerla ancora un momento lì accanto a me. Il senso di colpa per quanto le avevo fatto mi bruciava dentro, vivo come il primo giorno. Quanto aveva influito il mio crudele comportamento sul suo cambiamento? Ero stato io a trasformarla nell’essere vuoto e frivolo che vedevo allontanarsi da me un passo dopo l’altro, con quell’andatura ondeggiante, incerta, innaturale… che non le apparteneva. Ero stato io a gettarla in pasto al branco? Non avrei mai potuto chiederglielo apertamente senza risvegliare in lei quell’ira furibonda nei miei confronti che l’aveva tenuta così distante in questi ultimi due anni. Però ero curioso di sapere cosa le avesse fatto cambiare idea proprio quel giorno. Cos’era successo? Una sbirciatina? Che ora fosse istintivamente attratta dalla mia vicinanza era logico come un’addizione elementare. E questo pensiero più che altro mi irritava, ma non come quando vedevo Marco posare le sue zampacce su di lei – troppo certo di ottenere il favore che cercava - era un’irritazione più simile a quella che sentivo quando quel sorcio la ignorava. Man mano che i minuti scorrevano verso la fine della seconda ora, cresceva in me l’irritazione per quell’innocente saluto. Che cosa l’aveva portata a quella decisione così drastica? Volevo saperlo. Dovevo saperlo. Quel pensiero iniziò a martellarmi la mente, già sovraccarica di preoccupazioni. 23


Mi sentivo un lupo in gabbia. Dovevo fare qualcosa o assecondare le sue scelte? Ma soprattutto, potevo fare qualcosa? Ne sarei stato in grado se avessi voluto? Ero stato crudele con lei, lo ammetto, ma lei lo era stata altrettanto, rifiutando le mie scuse per tutto quel tempo. Imponendosi di credere che non esistessi, che fossi invisibile. E allora perché aveva improvvisamente deciso di vedermi? Dovevo saperlo, o sarei impazzito. Ringraziai Melluso per la sua poca pazienza di fronte al tempo perso a far niente. Aveva terminato di leggere i quotidiani che aveva lasciato da parte e i dieci minuti successivi gli parvero tanto interminabili da decidere che il tempo a disposizione per il test era a sufficienza. Non potei trattenermi dal ridere di fronte alle facce esterrefatte di chi sperava in un colpo di genio dell’ultimo minuto. Lei si voltò, disturbata dalla mia risata sfacciata. Ma era davvero disturbata? Non avrebbe potuto essere qualcos’altro invece? Quell’espressione fredda avrebbe potuto essere il riflesso dell’insoddisfazione, dell’afflizione per non aver terminato il test. Certo che avrebbe potuto essere questa la causa, ma non ci credevo abbastanza. Ero più sicuro che avesse terminato già prima dell’inizio della prima ora. Lo doveva al branco, dopotutto. Era lei che aveva la responsabilità di superare gli scritti anche per gli altri. Scappa, stupida snob che non sei altro! Continuavo a pensare mentre incrociavo i suoi occhi ancora una volta. Non ridevo più però. Sentivo chiaramente la mia mascella irrigidirsi mentre nella mia testa lottavo tra disgusto e disapprovazione.


Si alzò Simona per raccogliere i compiti. I suoi movimenti erano molto più aggraziati di quelli di Denise, si vedeva a distanza che non applicava nessuno sforzo in quello che faceva. Era naturale. Naturale come la sua innata superficialità. Tanto superficiale e vuota da sembrare perfino attraente. Con quelle sue movenze armoniose sarebbe riuscita a incantarmi di nuovo se avesse voluto, e di nuovo mi sarei lasciato chiedere qualsiasi cosa, e privo di ogni volontà l’avrei assecondata, sentendo che era ingiusto non accontentare un esserino così grazioso. Forse in questo sono perfino più superficiale di lei. O forse sono solo un essere umano. Un uomo, più precisamente, che freme dal desiderio di far emergere il cavaliere che è in sé per salvare la fanciulla indifesa. Credo che fosse questo che mi irritasse davvero di Denise. Irritava e attraeva allo stesso tempo. Lei non sembrava mai indifesa, ed io mi sentivo troppo stupidamente uomo per reprimere il fanatico impulso di possedere qualcosa di delicato e fragile da proteggere per appagare il mio orgoglio maschile. Per un breve momento si voltò di nuovo a guardarmi, quasi riuscisse a sentire le mie parole come se le stessi urlando e non soltanto pensando. Non sembrava più irritata adesso, piuttosto… incuriosita. Accennai un sorriso, pentendomene subito. Però avevo bisogno di una prova. Dovevo essere certo che fossi davvero io l’oggetto della sua attenzione. Forse era stato solo un breve momento il suo. Che male ci sarebbe stato ad ammetterlo? Si cambia idea per molto meno, dopotutto. La risposta alle mie domande giunse quando la vidi chiaramente rispondere al mio sorriso. Sfacciata come al solito! pensai. A quanto pare mi ero sbagliato ancora. Aveva proprio deciso di tornare a vedermi. Non credo di essermi sentito più inquieto di 25


allora in passato. Sapevo di dover reagire in qualche modo, ma l’unica reazione che continuava ad assecondare i miei sensi era quella di fissarla. Ogni movimento, per quanto impercettibile si imprimeva nella mia mente come un’immagine sul rullo di negativo delle vecchie macchine fotografiche. Alzati e vattene! Continuavo a ripetermi mentre - come se avessi altri occhi a disposizione - me ne stavo a guardare la piccola folla di facce sconsolate abbandonare l’aula dalla porta secondaria, quella che da direttamente all’aperto, sull’atrio lastricato interno dell’istituto. Con gli altri occhi invece, continuavo a guardare lei. Immobile al suo posto. Il Branco l’aveva lasciata sola, ma per poco. Erano appena le 11:00, troppo presto per riunirsi al bar a pranzare. Forse, semplicemente, non aveva particolare voglia della loro compagnia quel giorno. Dall’alto della mia presuntuosa arroganza giurai che stesse ancora rimuginando sul test. L’aula rimase vuota in un lampo. Eravamo rimasti solo noi due. Lei alla prima ed io all’ultima fila di banchi. Non avrei potuto raffigurare meglio per immagini la nostra evidente differenza. Una il perfetto opposto dell’altro. E, come la fisica insegna… Inevitabilmente mi sentii attratto dalla mia carica opposta e, prima ancora che riuscissi a realizzare questo concetto nella mia testa, ero già accanto a lei. << Disturbo?>> chiesi sperando fortemente in una risposta affermativa. E invece mi sorrise. Piccola impudente! << Come mai qui tutta sola?>> nonostante tutto sembrava non prestarmi attenzione. La testa china su un blocco per appunti aperto nel centro.


<< Matematica!>> aggiunsi inclinando appena la testa per osservare quale fosse il punto del programma che la impensieriva. Esattamente come con la chimica però, anche in questo caso usava metodi tutti suoi per risolvere gli esercizi. Era ancora impossessata dal caos dei suoi ragionamenti. Non mi guardava, non parlava, eppure - non mi spiego come - riusciva a prestarmi quel minimo di attenzione che bastava a trattenermi lì. << Cosa c’è che non va?>> chiesi ancora, cercando di sembrare disinvolto e il più possibile ambiguo. Naturalmente rispose la cosa più ovvia per la domanda più ovvia << C’è un passaggio che proprio non mi torna.>> Non era sufficiente, ma per il momento avrei potuto accontentarmi. << Permetti?>> chiesi, quasi esitante. Spinse il blocco verso di me, che potei chinarmi un poco per esaminare il problema. Scivolò leggermente verso di me col busto. Voleva mostrarmi il passaggio che l’aveva frenata dalla sua corsa per chissà quanti giorni. Nel farlo quasi mi sfiorò, ma la schivai senza che se ne accorgesse. Mi indicò il punto con la gomma un po’ consumata della matita. Mi trovai di nuovo stupidamente in difficoltà. Avevo bisogno di più tempo di quanto immaginassi per decodificare il suo ragionamento contorto. Da lì a un attimo se ne sarebbe accorta anche lei e avrei fatto una pessima figura. Avrebbe preso la mia esitazione per ignoranza e il mio ego ne sarebbe rimasto profondamente ferito. Non potevo vedermi, ma ero certo che in quel momento sul mio viso ricomparve il ghigno infastidito di quando mi trovai il suo compito di chimica fra le mani. Le sfilai

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accanto, un po’ brusco, cercando di mantenere la calma, per quanto possibile. Se ne accorse? Se ne accorse, ma ormai era tardi per rimediare. Sulla cattedra del professore c’erano i soliti fogli spazzatura ammonticchiati in un angolo. Ne tirai uno verso di me mentre mi mettevo a sedere. Arraffai nervosamente la penna del blocco delle firme e le chiesi -sperando di sembrare tranquillo e gentile - di dettarmi la traccia dell’esercizio. Credevo rimanesse al suo posto a violentarsi il cervello nel tentativo di dimostrare che avrebbe potuto risolverlo anche da sola, invece sentii il rumore della sedia spostarsi e i suoi passi incerti avvicinarsi alla cattedra. Avvicinarsi a me. Fece strisciare un’altra sedia accanto alla mia e si mise in ginocchio, in equilibrio sugli avambracci, attenta a osservare la mia mano muoversi nervosa sul foglio di fortuna. Curvata com’era, riuscivo a sentire il suo respiro profumato sul viso. Allontanati! Allontanati! Continuava a dire la voce nella mia testa. La stessa voce che un attimo prima mi aveva sconsigliato di avvicinarmi. Mi voltai appena per osservarla – mi era quasi impossibile averla così vicina e non fissare i particolari, che fino ad allora ero stato costretto a cogliere solo da lontano, ora che ne avevo l’occasione. – Quando la guardai era ancora concentrata sull’esercizio, che prendeva piano piano significato sul foglio, ma si accorse che c’era qualcosa di strano quando osservò la mia mano fermarsi senza motivo. Sollevò piano il mento a cercarmi, e mi trovò.


Riprenditi! Sembri un maniaco. Niente di più vero. Scrollai istintivamente la testa nella speranza di cancellare quell’espressione troppo curiosa sul mio viso. Credevo che l’avrei vista ritrarsi, indispettita dal modo morboso in cui l’avevo guardata, invece non si mosse. Era sorpresa, questo sì, imbarazzata - forse sotto tutto quel fondotinta era perfino arrossita -, ma affatto disturbata. << Perché ti sei fermato?>> chiese. Perché mi ero fermato? Ah sì. Giusto! << Riflettevo su un passaggio.>> mentii. << Io non li svolgo così.>> Certo che no! Perché mai avresti dovuto scegliere di seguire il metodo più semplice, più intuitivo? Che gusto c’era? Non gliel’avrei data vinta neanche sta volta e il mio ego perfido rideva di soddisfazione di fronte a quella certezza << Forse è per questo che non riesci a svolgerlo.>> dissi, ma fu più un mormorio, come se dentro di me, avessi saputo che dirlo ad alta voce era tanto sbagliato quanto appagante. Mi preparai a farmi investire da un’esplosione di rabbia, ma non arrivò. Mi fissò con occhietti curiosi invece. << Che c’è?>> chiesi. Mi aveva disorientato. Mi sentivo come perso nel vicolo buio di una grande città in cui non ero mai stato prima. Sensazione nuova. Ho troppo senso dell’orientamento. << Sbaglio?>> sembrava sinceramente sorpresa. E adesso? Come facevo a risponderle senza offenderla almeno un pochino? << Non proprio.>> fu l’unica risposta che riuscì a elaborare il mio cervello in una frazione di secondo.

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Sono sempre stato talmente presuntuoso da dire quasi sempre quello che mi passa per la testa, ma con lei era diverso. Con lei avevo capito quanto potesse essere meschina a volte la verità. Meglio mentire. Le persone si sentono appagate dalle menzogne, quindi che c’è di male nel poter concedere loro quello che desiderano? Se solo non mi risultasse sempre così faticoso… Avrei mentito spudoratamente anche quel giorno. Dopotutto mi ero ripromesso che non avrei più permesso al mio ego crudele di farle del male. Era giusto così! Ma allora perché mi sentivo in colpa? << Diciamo solo non è proprio come con la chimica. Lì puoi mescolare dei passaggi aritmetici e riuscire comunque a ottenere quello di cui hai bisogno. Con la matematica sarebbe il caso di rispettare certe leggi fondamentali.>> non riuscivo proprio ad essere meno garbato di così. << È che non capisco il perché di certi passaggi?>> rispose subito. E chi te l’ha chiesto? << È importante?>> << Cosa?>> << Hai sempre la necessità di sapere il perché di ogni cosa? Non ti puoi limitare come tutti a seguire solo le regole senza chiederti continuamente il perché di tutto? >> e il mostro parlò inorridendo la fanciulla! Stupido, stupido, stupido e cattivo che non sei altro. Non rispose. Non mi guardò. Teneva lo sguardo basso, rossa di vergogna. Chi ero io per giudicare? Perché mai avrei dovuto interferire? Che male c’era se era quello il suo approccio alla vita? Perché devo sempre dedurre che sia


semplicemente sbagliato tutto ciò che non rientra nel campo visivo della mia prospettiva d’insieme? E adesso che faccio? << ehm…>> che le dico? Non sarebbe meglio che me ne stessi zitto invece, prima di peggiorare la situazione? << Denise?>> mi inorridiva pronunciare il suo nome ad alta voce. Non volevo che mi sentisse, che le risultasse disgustoso pronunciato da me << Ehi!>> ma ce la fai o no a dire qualcosa di sensato? << Mi dispiace!>> ecco, originale come sempre. Complimenti. Mi sentivo davvero un mostro. << No!>> rispose lei, e mi sembrò di congelare << Hai ragione!>> aggiunse poi. Disarmata. Vulnerabile. Vulnerabile? Denise? No! Mi rifiutavo di crederci. Non lei, non la Denise che conoscevo io. Senza dire altro la sentii muoversi. Tornò al suo banco senza mai alzare lo sguardo su di me. Io naturalmente non le toglievo gli occhi di dosso. La vidi radunare le sue cose distrattamente - come se stesse ancora pensando a quello che le avevo detto - poi uscì dall’entrata principale per raggiungere l’aula di matematica per la prossima lezione. Avrei volentieri passato un paio d’ore a flagellarmi se la mia attenzione non fosse stata attirata dall’orologio alla parete. 11:38. 11:38? Come al solito ero in ritardo per il lavoro.

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5

Quanto si può tenere una maschera sul viso prima che inizi a prudere tanto da immobilizzarti la mente sull’unico, convulso desiderio di strappartela via? Ventuno anni, più o meno. La mia maschera è molto sofisticata. Ha l’aspetto di un ragazzo per bene, colto, altolocato, tanto affascinante da suscitare il tipico chiacchiericcio delle signore quando la indosso per presenziare a uno dei tanti noiosissimi ricevimenti di qualche magnate dell’alta società. È l’unica maschera che mi è permesso indossare in pubblico, soprattutto se in presenza di mio padre. Mi sono nascosto dietro quel viso perfetto per oltre vent’anni e rimpiango ognuno di quei giorni per la mia identità occultata per onore di madama Apparenza. Mio padre! Non ho mai parlato molto con lui. Il lavoro assorbiva quasi ogni secondo del suo tempo, quando ero a casa. Gli concedeva qualche istante giusto per non fargli perdere la mano con le solite paternali. Se qualcuno mi chiedesse, ancora oggi, “Pensi che tuo padre ti voglia bene?” mi verrebbe troppo spontaneo rispondere con un secco “No!” Non ci siamo mai andati a genio, questa è la verità. Troppo diversi. Troppo diverso io dall’idea di figlio che lui si è costruito negli ultimi vent’anni. Spesso mi chiedo se mio fratello Stefano l’abbia concepito per riprovare un esperimento fallito piuttosto che per il desiderio di avere un altro figlio. Non è mai stato molto presente fisicamente nelle nostre vite, quindi mi sembra strano provare a guardarlo da una


nuova angolazione e ammettere che forse, dopotutto, Stefano sia nato come entità a sé stante e non come sostituzione di un pezzo difettoso del puzzle della sua esistenza impeccabile. Stefano è tutto ciò che lui ha sempre voluto che fossi io. Estremamente elegante, educato, rispettoso, prevedibile. Nauseante aggiungerei se non fosse mio fratello, se non fosse che è l’unica persona al mondo per cui senta un sincero affetto senza riserve. I primi anni sperimentati con me sono serviti a mio padre come rodaggio per la sua nuova macchina. Sapeva perfettamente dove aveva sbagliato ed è stato ben attento a non commettere una seconda volta gli stessi errori. Abolito ogni respiro quindi. Ogni traccia di libertà. Nulla sarebbe andato storto sta volta. Anche Stefano ha vissuto il proprio periodo nero dell’adolescenza, questo è certo, ma è passato troppo in fretta per lasciare tracce significative nei nervi labili di nostro padre. La vita di Stefano e, di riflesso, la mia, è sempre stata basata su due condizioni fondamentali. Punto primo: la reputazione di Stefano non può essere macchiata dalla mia condotta. Di conseguenza, per quanto non potesse interessargli nulla di me, la sua stessa condizione gli imponeva di garantirmi tutto il necessario per costruire attorno alla mia persona la reputazione degna di un principe ereditario. Da qui, la maschera. Per quanto assurdo, io che sono il figlio che non esiste, fui costretto a frequentare un collegio privato troppo vicino a casa per impedirmi di farvi ritorno in ogni occasione concessa, mentre Stefano si godeva dieci mesi l’anno, un prestigioso collegio londinese. Il perché di quella scelta è limpidamente spiegato nella seconda condizione. Punto secondo: nessuna cattiva influenza su Stefano. 33


Ha cercato di tenerci lontani l’uno dall’altro, o meglio, ha cercato di tenere Stefano lontano da me, il più possibile. Mio padre disapprovava praticamente tutto ciò che facessi. Persino i miei pensieri, le mie idee sembravano infastidirlo. Era come un riflesso incondizionato. Oggi sono arrivato a credere che sotto sotto non ci facesse neanche più caso. Se volevo suonare la chitarra, mi iscriveva a conservatorio per studiare pianoforte. Se volevo frequentare la scuola d’arte mi iscriveva a equitazione. Se volevo la moto mi comprava la macchina. Giorgio, sei sicuro che in fondo anche questo sia un modo per farmi capire che pensa a me? Effettivamente deve impegnargli molto tempo trovare sempre il modo giusto per rovinarmi la vita. Intanto però, mentre Stefano proseguiva il suo esilio forzato per spianarsi la strada che l’avrebbe reso il grande uomo che mio padre vede ereditare le chiavi del suo regno perfetto, io smettevo di nascosto la mia maschera e sperimentavo le prime droghe, le prime ubriacate con gli amici, il primo tatuaggio, la prima infezione da piercing, i primi rapporti occasionali. Avrei provato di tutto pur di mandare mio padre fuori di testa.


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Mi infilai tra la folla degli studenti che si spostavano da un’aula all’altra per la lezione successiva. Avevo un ritardo spaventoso. Mi muovevo svelto cercando di non badare troppo alla delicatezza con cui spintonavo qualcuno che mi ostruiva il passaggio. Assurdo! Dovevo ancora passare a casa a prendere la macchina. Sentivo già il fiato di Massimo sul collo, i suoi occhi ardenti sulla pelle. Ero talmente concentrato a sgattaiolare via da vedere tutto offuscato attorno a me, un arcobaleno di macchie più o meno brillanti, non avrei riconosciuto neanche mio padre se mi fosse passato accanto. Una di quelle macchie però, riuscì ad attirare la mia attenzione, era diversa dalle altre. Familiare. Mi fermai un istante per osservarla meglio. La seguii fino al viale dei parcheggi, un po’ in disparte. Alex sei in ritardo! Lo trovai appoggiato, mani incrociate al petto, allo sportello anteriore della mia macchina. Ma come…? << Non credevo avessi le chiavi!>> esclamai avvicinandomi. << Massimo temeva che ti dimenticassi.>> << E ha mandato te a controllarmi?>> Ivan si spostò dallo sportello portando le mani nelle tasche dei pantaloni << Più o meno!>> Detestavo il fatto che Massimo non si fidasse ancora di me, ma più di tutto odiavo che usasse Ivan per mettermi in carreggiata. << Me la so cavare da solo!>> brontolai rabbioso. << Messaggio ricevuto!>> ghignò. Si mosse per uscire dal parcheggio. 35


<< Tu non vieni con me?>> chiesi insospettito. Scosse la testa divertito << Mi faccio un altro giro, magari ci si vede più tardi in Agenzia.>> << Non sei qui per me, vero?>> gli urlai dietro, più di quanto ce ne fosse stato bisogno. Ivan si voltò col suo solito ghigno sulle labbra << Il mondo non gira solo intorno a te, Alessandro.>> << Chi è?>> chiesi senza raccogliere la provocazione. << Lo saprai quando sarà il momento.>> rispose riprendendo ad allontanarsi. << Dimmi solo se è qualcuno che conosco!>> Non si voltò neanche per rispondere << Chiedilo a Max! Io non posso dirti niente.>> Quasi volai per arrivare in tempo a casa dell’Ingegnere. Mi stava aspettando inquieto, per fortuna c’era un suo caro amico a fargli compagnia e non innervosirlo per il ritardo. Ero dovuto passare a prendere prima il signor Modilano. << Mi dispiace averla fatta aspettare tanto, signore, ma ho avuto un piccolo contrattempo.>> dissi sfoderando il mio perfetto sorriso da agente immobiliare. Aspettai un minuto che dicesse qualcosa a sua moglie, intanto tenevo lo sportello della macchina aperto per far salire il suo amico sul sedile posteriore. << Ho visto Ivan all’università.>> esclamai per frenare sul nascere i rimbrotti di Massimo per l’ennesimo ritardo. << Sì, ce l’ho mandato io.>> rispose brusco. << E allora?>> << Cosa?>>


<< Di chi si tratta? Chi ha preso appuntamento con l’Agenzia?>> Si portò la sigaretta alle labbra, noncurante delle mie domande << È un cliente di Paolo, non vedo come possa interessarti.>> << Sono solo curioso!>> Non mi rispose. << Tu sai quanto ci tengo, Massimo!>> dissi con tono accusatorio. << Non ricominciare Alessandro. Abbiamo già fatto questo discorso un milione di volte. Non le faccio io le regole.>> Tranquillo! Respira. << No, è vero, ma prendi tu le decisioni.>> << E credi che una possa essere migliore di un’altra? E poi, in questo caso non dipende da me.>> Sapevo che aveva ragione, non potevo dargli torto, ma non potevo neanche continuare a guardarlo, quindi mi voltai a fissare il panorama dalla finestra del suo ufficio. << Dovresti iniziare a prendere questo lavoro un po’ più seriamente. Questo stupido senso di competizione, che ti prende tutte le volte, sta facendo saltare i nervi a tutti. Non costringermi a cambiarti zona d’azione. Sempre che non sia questo che vuoi, lo sai che in quel caso non avrei obiezioni.>> Sbuffai << No! Mi sta bene il quartiere che ho.>> << E allora smettila di rendere la vita difficile a tutti. Non mettermi nella condizione di dovermi schierare dalla parte di qualcuno. Non mi piace l’atmosfera di tensione tra colleghi.>> Chinai il capo a guardare il pavimento. Non avrei ottenuto altro da lui << D’accordo!>>.

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Intravidi Paolo con la coda dell’occhio, mentre uscivo dall’agenzia. Parlottava fitto fitto con un cliente. Si voltò appena si accorse d’essere osservato. Con un cenno leggero del capo mi invitò a raggiungerli. << Che c’è che non va?>> mi chiese senza tirarla troppo per le lunghe. Il suo sorriso incoraggiante mi ridiede un po’ di speranza. << So che ti è stato affidato un cliente che frequenta la mia università.>> risposi secco, sempre un po’ troppo ostile. << Sì!>> << Chi è?>> Si rabbuiò << Non posso dirtelo.>> << Perché?>> << Max!>> indicò con lo sguardo la porta chiusa dell’ufficio del capo. A quanto pare le mie intuizioni erano giuste. Voleva tenermelo nascosto di proposito. Ma a che scopo? Frequentando le lezioni era impossibile che non me ne accorgessi da solo << Quando avete appuntamento?>> << Non lo so, cambia idea in continuazione.>> Sospirai pensieroso << Hai provato a parlarci?>> << È una decisione sua, non mi va di fare troppa pressione. Rischierei di ottenere l’effetto opposto.>> Vero anche questo. Era già successo in passato di voler convincere un cliente al punto da rafforzare le sue convinzioni. << Ti spiace se provo a fare un tentativo?>> chiesi, con tono troppo retorico per indurlo a rifiutare la mia richiesta. << È una tua conoscenza?>>


<< Diciamo di sì.>> Annuì << Io non so niente però.>> e indicò di nuovo l’ufficio. << Non ti preoccupare. Questa conversazione non è mai avvenuta.>> Annuì di nuovo, più convinto di prima. << Mi devi un favore!>> mi urlò dietro mentre mi affrettavo verso l’uscita.

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Così come per Stefano anche per me fin da piccolissimo si scelse una carriera scolastica accademica. Ero destinato all’Ancharos – così si chiama, in onore del capostipite della famiglia che lo ha istituito – in quanto primogenito maschio, in quanto nipote di mio nonno più che in quanto figlio di mio padre, che non l’aveva frequentato. Non avrei potuto scegliere diversamente neanche se avessi voluto. Ricordo bene il primo giorno che misi piede all’Ancharos. Avevo sei anni. Avevo assistito al primo giorno di scuola di tutti i miei amichetti che, zainetto in spalla si lasciavano accompagnare semplicemente alla scuola più vicina. Non che a quel tempo frequentassi altri bambini all’infuori delle mie cugine e dei figli dei domestici. Volevo andare anch’io con loro. Poter tornare a casa fra le braccia di mia madre per l’ora di pranzo, ma a me non era concesso. Stefano aveva appena iniziato a farfugliare frasi comprensibili di senso compiuto. Eppure quella mattina sembrava rendersi conto che stava per cambiare qualcosa nella sua quotidianità. Era un lunedì di settembre e il cielo mandava giù pioggia da far invidia a una tempesta tropicale. Fu mio nonno ad accompagnarmi <<Tuo padre è occupato in Clinica>> mi disse <<e tua madre deve stare con Stefano, che sta mattina ha un po’ di febbre.>> Questa era la trasposizione letterale della considerazione che la mia famiglia aveva di me. Varcammo il grande cancello in ferro battuto nero intorno alle 7:00. Procedemmo molto lentamente lungo il viale alberato per raggiungere il portone d’ingresso.


Dall’aspetto aveva tutta l’aria d’essere un bel posto. Guardai mio nonno con attenzione prima di scendere dalla macchina con un saltello. << Tornerò a prenderti venerdì.>> mi disse accennando un sorriso per incoraggiarmi << Sono solo cinque giorni. Passano presto.>> e mi mise in mano un’agendina dalla rilegatura raffinata << Segna qui i giorni che mancano. Ti accorgerai presto che non sono così tanti.>> Dovevo avere l’aria stravolta e affatto convinta, perché non mi aveva mai parlato a quel modo. Ero abituato a sentirlo tuonare rimproveri non a elargire carezze gratuite. Quell’improvvisa gentilezza più che rassicurarmi mi inquietò. Vidi degli uomini scendere le mie cose dal bagagliaio. Solo più tardi mi sarei accorto che le avevano portate in quella che da quel giorno sarebbe stata la mia stanza per quasi tredici anni. Una donna poi si avvicinò a mio nonno per stringergli la mano. Parlarono di qualcosa, dopodiché mi accorsi dalle loro facce che era giunto il momento dei saluti. Credevo mi accompagnasse dentro e invece non ebbi che qualche breve momento per salutare il nonno prima che se ne andasse. La donna mi prese per mano e mi accompagnò all’interno, in un lussuoso androne <<Aspetta qui, d’accordo?>> disse sollevandomi appena per mettermi a sedere su una panchina di legno dall’imbottitura in pelle. Rimasi nell’atrio interno dell’edificio ad aspettare che qualcuno venisse a chiamarmi per quasi tutta la mattina. Ebbi, nel frattempo, modo di dare una prima occhiata a quella che sarebbe stata la mia nuova casa per i prossimi anni. Vedevo solo ragazzi salire e scendere la grande scalinata di marmo al centro dell’androne, in silenzio, libri

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in bella mostra. Erano tutti rigorosamente in divisa, di colore diverso, per ogni sezione di corso. Sabbia era il colore delle divise dei più grandi. Mi sembravano estremamente eleganti, rivestiti di quegli abiti d’alta sartoria. Mi strinsi le ginocchia al petto, intimorito dalle espressioni dure sui loro volti. Il colore dei ragazzi di metà corso era il verde scuro: pantalone grigio fumo e maglione verde. Camicie, tutte rigorosamente bianche. Mentre per i più piccoli, tipo me, il maglione era bordeaux. L’unico particolare comune in tutti gli allievi era lo stemma del collegio cucito su giacche, maglioni gilet e camicie, proprio sulla parte alta sinistra del petto. Un’immagine che non dimenticherò mai, anche perché mi fu tatuata sul dorso della mano destra una settimana dopo il mio ingresso all’Ancharos. Avevo deciso di toglierlo una volta uscito dal collegio, ma poi sono successe tante di quelle cose che quel tatuaggio è diventato l’ultimo dei miei pensieri. Intorno alle 11.30 arrivò un uomo distinto con in mano un paio di opuscoli. << Alessandro?>> mi chiese. << Sì signore.>> << Seguimi!>> Attraversai con lui un lungo corridoio. Col tempo ho imparato a guardare il collegio con occhi diversi, ma quel giorno mi sembrò tutto molto più maestoso di quanto non fosse realmente. Ci fermammo dinanzi ad una porta, con lo stemma in bella vista intagliato direttamente nel legno.


<< Questo è l’ufficio del Rettore Lombardi.>> spiegò << Attendi un momento qui fuori e tieniti pronto ad entrare non appena ti si chiama. È tutto chiaro?>> Io annuii senza badarci troppo e mi sedetti lì accanto su una panchina identica a quella nell’ingresso. Il silenzio non mi è mai piaciuto granché. Mi rende nervoso. A quei tempi invece mi spaventava. Più i minuti scorrevano e più in me accresceva l’ansia e la paura per quell’incontro. Ma non volevo mettermi a frignare come uno stupido, cercai quindi un modo per distrarmi da quel pensiero e lo feci iniziando a guardarmi intorno. Le pareti erano affrescate di immagini mitologiche. Poco rassicuranti per un bimbo di sei anni impaurito e disorientato. L’attesa a un certo punto divenne snervante, tentai perfino di sentire cosa si stessero dicendo di tanto importante, ma parlavano un linguaggio che allora ancora non conoscevo. Era un parlare fitto fitto il loro, come di due che hanno molto da dirsi. Aspettai ancora qualche minuto, poi fu finalmente il mio turno. << Signor Renzi!>> è così che mi hanno sempre chiamato lì dentro da quel momento in avanti. Bussai quindi, ed entrai quando mi fu chiesto di entrare. Del discorso del Rettore Lombardi ricordo solo un sacco di bla bla bla bla. Un particolare rimasto indelebile come il primo giorno invece, è che mi diede un grosso libro dalla copertina rigida in pelle marrone con lo stemma marchiato a fuoco al centro. Era il Libro degli Ancharos, una sorta di manuale con incise tutte le ferree regole dell’istituto, o della Setta, perché era questo che si nascondeva dietro quella facciata elegante. Lo conservo ancora. Non come ricordo, ma come monito per il futuro.

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Terminato il colloquio, il segretario mi diede uno dei tre opuscoli – se si può chiamare opuscolo un libro di duecento pagine - che aveva tra le mani e si decise a farmi strada per mostrarmi la mia camera All’inizio quando mi accorsi che avrei diviso la stanza con qualcuno fui contento, ma quando vidi il mio compagno di stanza mi scivolò via di dosso tutto l’entusiasmo. Signor Marrui si chiamava, il suo nome non l’ho mai saputo. Era un ragazzetto di dieci anni, tutto eccitato perché l’anno dopo sarebbe entrato a far parte del gruppo di allievi di metà corso. Mi guardò dall’alto in basso non appena mi vide e continuò a farlo fino al suo ultimo giorno di permanenza all’Ancharos. Purtroppo mi resi conto fin troppo presto che la vita lì sarebbe mutata in un inferno. Per tutto il resto della giornata mi lasciarono libero di disfare i bagagli e ambientarmi a quella nuova situazione. Ricordo che il Signor Marrui non mi rivolse la parola per tutto il giorno e anche per quello successivo, e in seguito, quando lo fece, usò la voce solo per offendere. Sistemata la mia roba mi coricai sul letto e sfogliai curioso l’opuscolo che mi era stato dato. Mi stupii nel notare che vi erano semplicemente annotate una serie di norme di buona condotta e gli orari con le aule dei corsi che dall’indomani avrei frequentato con i miei nuovi compagni. Sveglia alle 6:00. Colazione alle 7:00. Si lascia la stanza solo se in perfetto ordine. Orario lezioni mattutine: 8:00-12:00 Pranzo 12:30 Ritiro in stanza 13:30 –15:00


Orario lezioni pomeridiane 15:30-18:00 Tempo libero 18:00-19:00 Cena 19:00 Palestra (solo per allievi del secondo e terzo corso) 20:00-22:00 Ritiro in dormitorio 22:30 (21:00 per allievi del primo corso) Le luci si spengono alle 23.00. (22:00 per allievi del primo corso) Ogni Venerdì riunione nell’atrio esterno dell’istituto dalle 21:00 alle 23.00 per assemblee di ordine generale gestite dai cinque rappresentanti del corpo studentesco (riservato esclusivamente agli allievi del terzo corso). Un solo giorno al mese è concesso saltare l’intero ciclo delle lezioni per dedicarsi ad altro. Senza ripercussioni. Una specie di assenza giustificata. Non è possibile per nessun motivo correre all’interno dell’edificio se non in palestra o durante le esercitazioni in campo aperto. Non è permesso chiamare un proprio compagno o un superiore senza l’appellativo “Signore”. Non è tollerato per nessun motivo alcun tipo di rissa tra allievi. Non è permesso mangiare oltre l’orario stabilito. Non è permesso proferire parola in presenza di un superiore a meno che non sia stato egli stesso a chiederti di farlo. Non è permesso piangere, ridere smodatamente o lamentarsi. In altre parole non era permesso vivere. (Solo per gli allievi del secondo e del terzo corso) Sono concesse 8 settimane di licenza l’anno, ripartite in modo 45


da tornare a casa almeno una settimana ogni due mesi. L’ultima settimana di novembre, febbraio aprile e giugno. Le ultime due settimane di agosto e settembre. All’infuori di quei giorni non c’era peste che tenesse, non era permesso lasciare l’istituto. Tra gli allievi vi era una sorta di elementare gerarchia in base all’anno di corso. Ti era superiore chiunque fosse almeno un anno più avanti di te. Essendo io uno dei più piccoli, parlavo poco e sgobbavo troppo per ubbidire ai fastidiosi capricci dei ragazzi più grandi. Mi consolava però, l’idea di non essere l’unico di quell’età a essere trattato così, era una ruota che girava per tutti allo stesso modo. L’anno dopo, infatti, anch’io ho avuto il mio novello schiavetto. Ogni violazione delle regole aveva la sua specifica punizione, in base alla gravità del caso, dalle umiliazioni più degradanti alle pene corporali. Ce ne erano di tutti i gusti ed io come ogni studente che si rispetti, nei tredici anni passati lì, le ho provate davvero tutte. La punizione più esemplare la subii a quindici anni, quando una sera di marzo, per non ricordo più neanche quale motivo, tentai di fuggire da quell’orrore. Naturalmente non riuscii a evadere, le guardie armate addette alla sicurezza mi ripresero ancora prima che riuscissi ad avvicinarmi anche solo di qualche centinaio di metri al cancello. Per punirmi per quello che avevo tentato di fare, e forse anche per dare un esempio concreto agli altri ragazzi e inibirli anche solo nel pensare di provare la mia medesima impresa, mi legarono a un palo, in cortile e mi diedero tante di quelle cinghiate che, ancora adesso, se ci penso mi vengono i brividi.


Riportai escoriazioni di secondo grado su tutto il corpo che mi costrinsero a rimanere in infermeria per oltre tre mesi. Saltai quindi le due settimane di licenza di aprile e giugno. Non avevo il permesso di dire a nessuno cosa fosse accaduto davvero, quindi mi toccò inventarmi una scusa qualunque per giustificare la mia assenza da casa quel periodo. Mio nonno probabilmente immaginò che c’era di mezzo qualche magagna, sapeva cosa succedeva lì dentro e non riesco ancora a perdonargli il fatto di avermici mandato con la consapevolezza di quello che sarebbe successo. Nulla di quello che accade all’interno delle mura dell’Ancharos deve essere rivelato all’esterno. La pena per questa trasgressione non l’ho mai saputa, probabilmente ne è venuto al corrente solo il diretto interessato. Se ce n’è mai stato uno tanto coraggioso da affrontare il sistema. Io non lo sono stato. Brevemente ho riassunto oltre quattrocento regole stampate sull’opuscolo di presentazione del collegio. Quattrocento regole che, in fin dei conti, se seguite alla lettera riescono a salvarti la vita. Non sono mai stato visto di buon occhio in collegio. Ero definito il classico figlio di papà, un raccomandato. Sicuramente ero il più facoltoso dell’istituto e questo non era tollerato dai miei compagni. Gli insegnanti poi, non avevano alcun potere, il loro unico compito era insegnare e fingersi estranei a tutto il marciume in cui galleggiava il buon nome della scuola. Il primo compito di responsabilità assegnatomi all’Ancharos fu di accogliere i nuovi arrivati e farli rigare dritto finché non si fossero ambientati a dovere. Ero una sorta di supervisore anziano. Avevo 16 anni e, a parte l’episodio della fuga, a quell’età ero riuscito a guadagnarmi quel briciolo di fiducia nei superiori 47


sufficiente a garantirmi di vivere almeno con un minimo di dignità i miei pochi giorni riamasti lì dentro. Anch’io ho avuto un supervisore a mio tempo. Il Signor Wellingthon. Era un ragazzo irlandese di quindici anni. È stato fortunato con me, non gli ho mai dato problemi, e di conseguenza lui non ne ha dati a me. Mio nonno, mio padre, sono sempre stati uomini molto autoritari ed io ho dovuto imparare fin da piccolissimo a obbedire agli ordini senza replicare e questo mi ha aiutato tanto in quegli anni difficili. Ero un ribelle senza speranze, questo lo devo ammettere a me stesso prima che agli altri, ma in fin dei conti non ero cattivo. Avevo solo un’innaturale capacità di mettermi nei guai. Allora come oggi, non ho mai saputo dire di no a una sfida, quale che fosse la conseguenza della sconfitta, mi buttavo a capofitto in quell’impresa ogni volta come se fosse l’ultima. Ne ho prese tante da bambino. Soprattutto da mio padre che, esasperato dai miei continui tentativi di farmi ammazzare da qualcosa o qualcuno, cercava di mettermi giudizio con un ceffone o due, ben assestati. Quando ero su di giri era l’unica cosa che mi tenesse a freno. Se ero particolarmente nervoso, a volte cercavo perfino lo scontro di proposito. Non aveva importanza con chi, andavo a caccia di risse per sfogare la rabbia che accumulavo in collegio ogni giorno. Lo dimostra il fatto che non c’era una volta che non rientrassi all’Ancharos senza un nuovo trofeo di guerra: un livido, qualche punto, escoriazioni di ogni tipo. Forse è in quel periodo che mi è venuta la passione per la medicina, ma non saprei dirlo con certezza. I ragazzetti affidati alla mia supervisione erano alquanto vivaci e spesso sono stato punito a causa loro. Una in particolare di quelle pesti si impegnava più di tutte a mettermi nei guai, il Signor Nosph, un ragazzino austriaco


di soli undici anni, così tremendo che in un solo anno riuscì a demolire tutto l’Impero di stima che mi ero costruito intorno. Adorava farmi uscire dai gangheri, godeva nel vedermi perdere il controllo, era un vero genio nel creare scompiglio e far ricadere la colpa su di me. Per dodici interminabili mesi non passò un giorno che non finissi in punizione a causa sua. Per mia fortuna, il periodo di supervisione durava solo un anno. Non era il massimo della correttezza il regime disciplinare dell’Ancharos, ma il percorso scolastico non aveva eguali. Ho imparato a fare di tutto nei tredici anni trascorsi tra quelle mura, anche se sembrava più un’accademia militare che un collegio. Si studiava di tutto però: dallo spionaggio alla lotta armata e non, dalla medicina alla filosofia, dal latino ai geroglifici egizi. Ho perfino imparato a dialogare correntemente in Inglese, Francese, Tedesco e Spagnolo, oltre il Peres che ci venne insegnato come seconda lingua madre. Un linguaggio segreto ideato più di seicento anni fa dallo stesso capostipite della setta. I giovani del terzo corso, infatti, potevano comunicare solo in Peres. Era una strategia che preparava all’iniziazione dell’ultimo anno. Come ho già accennato in precedenza, l’Ancharos è una Setta, una potente Setta istituita per preparare un’elite di predestinati a proseguire il delicato incarico che da generazioni portavano avanti con scrupolo e assoluta segretezza. In tredici anni d’istituto ho avuto un solo amico, l’unico di cui conoscessi il nome, l’unico che si sia degnato di rivolgermi la parola come se fossi un ragazzo normale e non una piaga da evitare a tutti i costi. Trascorremmo insieme tutto l’ultimo anno, stando ovviamente accorti a non far trapelare in pubblico la nostra segreta complicità. 49


Si chiamava Mark, giunto in Italia direttamente dall’Oregon, dove non tornava ormai da più di un anno. Aveva diciassette anni come me. Un bel ragazzo, alto, fisico asciutto e due occhi penetranti, molto espressivi. L’unico vero amico che in ventitre anni abbia avuto mai. Lo notai in palestra, durante un’esercitazione di lotta. Lui non era molto abile in quella disciplina. La violenza non era proprio nella sua indole. Il suo avversario lo stava pestando a sangue. Gli aveva già rotto il naso con un calcio in pieno volto quando entrai in palestra con il mio gruppo per la lezione. Perdeva sangue a fiumi. Credo non ci vedesse neanche più dal dolore e a fatica riusciva a tenersi in piedi. L’istruttore lo guardava fisso, lo vedeva barcollare sfinito, ma non si decideva a interrompere l’incontro, al contrario, si compiaceva nel vedere l’altro ragazzo che si avventava come un cane rabbioso su un corpo ormai stremato. Quando Mark cadde a terra privo di sensi sotto l’ennesimo colpo di Siloni, non riuscii a trattenere la rabbia e mi scagliai su di lui. Avevamo un piccolo conto in sospeso noi due. L’ultima volta che ci eravamo trovati uno contro l’altro su quel tappeto, mi aveva battuto fratturandomi il metacarpo della destra con una pedata. All’istruttore parve piacere questo improvviso cambio di programma e non mi fermò, ed io non mi fermai finché non vidi quel bastardo andare a tappeto senza avere più la forza di rialzarsi da solo. Mi sentii meglio, mi sentii appagato per quello che avevo fatto, ma allo stesso tempo mi sentii strano, perché ogni giorno che passava percepivo un’incontrollabile rabbia crescermi dentro. Ultimamente, infatti, perdevo il controllo troppo facilmente. Stava cambiando qualcosa in me e questo non mi piaceva.


Fu in quell’occasione che il Rettore mi convocò nel suo ufficio per comunicarmi personalmente che ero pronto, che da lì a un anno avrei potuto affrontare l’iniziazione e guadagnarmi il mio tanto sudato congedo. Sapevano che non vedevo l’ora di andarmene, sapevano che avrei fatto qualunque cosa pur di lasciare quel posto orrendo. Ho conservato solo dei confusi ricordi degli anni trascorsi all’Ancharos, il mio inconscio e due anni di psicoterapia devono aver rimosso gli incubi di quel periodo. Però i sei mesi che precedettero l’iniziazione non sono riuscito a dimenticarli, quelli sono ancora vivi nella mia mente. Dolorosi come il primo giorno. Lo scopo della preparazione era inibire totalmente le mie facoltà mentali. Dovevo giungere alla rinascita, mi dissero, avrei dovuto risvegliare il mio vero Essere e soccombere l’anima di Comune che aveva prevalso per diciotto anni sulla mia mente. La loro prima azione fu di buttarmi fuori dalla mia stanza. La seconda fu condurmi in un sotterraneo buio e umido. Mi fecero entrare in una delle celle disponibili, chiusero la porta a chiave e andarono via. Non mi dissero cosa sarebbe successo da quel momento in avanti, non mi accennarono nulla, potevo solo sentire di tanto in tanto dei lamenti strazianti provenire dalle stanze vicine e dar libero sfogo all’immaginazione. Ben presto divenni anch’io uno di quei lamenti. Torture, digiuni, abusi, pestaggi ingiustificati sarebbero serviti a renderci più forti secondo un loro macabro e tetro pensiero. Più cattivo! Pensavo io.

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Trascorsi sei mesi in quelle condizioni, ma un giorno mi fecero uscire. Mi sentivo tutt’altro che forte, ma di sicuro ero diventato cattivo, pronto a sfogare tutta la mia rabbia. L’uomo che venne ad aprire la cella non l’avevo mai visto prima, anche se la sua voce mi suonava piuttosto familiare << Sei pronto.>> mi disse << Oggi sarai iniziato.>> Da iniziato sarei divenuto un autentico Ancharos, un Nocchiero per la precisione, uno dei tanti. Nella stanza da bagno dove mi condussero prima della cerimonia c’erano tre donne dal volto coperto. Mi ripulirono per bene prima della vestizione. Indossai un saio bianco allacciato in vita. Il cappuccio mi pendeva sulla schiena a coprire una parte dell’immagine in nero dello stemma della Setta. Ero nauseato, ancora provato dalle fatiche degli ultimi giorni, ma nessuno parve farci caso mentre venivo accompagnato in un enorme salone con le pareti ricoperte di drappi scuri. A presiedere il rito c’era il Rettore, appoggiato dalla presenza di altri sei uomini incappucciati di cui non conosco tuttora l’identità. Mi stavo ancora guardando intorno incuriosito e un po’ inquieto quando uno degli incappucciati, il più basso, mi fece segno di avvicinarmi al tavolo di marmo al centro della stanza. Obbedii senza esitare. Volevo finire in fretta e abbandonare quel posto per sempre. Avanzai finché un altro incappucciato, il secondo da sinistra, mi fece cenno di fermarmi. Solo allora il Rettore iniziò a recitare il testo Peres per l’iniziazione. Conoscevo quel testo, il significato di quelle parole: era presente nel libro degli Ancharos a caratteri cubitali. Mi preparavo a quel giorno dal settimo anno.


Alla formula del rettore io avrei dovuto solo rispondere: Caris modi not seiu punor mei Terminato il rito mi fecero segno di togliermi la tunica. Indossavo solo un paio di pantaloni bianchi. Su torace e schiena avevo ancora i segni delle ultime torture. Lasciai cadere a terra la tunica e rimasi immobile in attesa di nuove disposizioni. Dopo un paio di minuti, l’incappucciato in fondo a destra si avvicinò per porgermi una coppa piena di una sostanza fluida e scura. L’ultimo ricordo che ho è la sua mano che mi invita a bere. Devono avermi drogato, perché da lì al mio risveglio ho solo il vuoto nella testa. Non ho la più pallida idea di cos’altro accadde in quella sala. Quello che ricordo invece è tutto ciò che accadde dopo il mio risveglio. Mi girava la testa. Provai a tirarmi su dal pavimento freddo, ma un ginocchio mi faceva male, così mi aggrappai alla prima cosa che trovai tastoni lì intorno. La luce intensa, dopo la prolungata incoscienza, mi impediva di mettere a fuoco le immagini. Ero talmente frastornato da non ricordare dove fossi, tantomeno cosa fosse successo. Pian piano la luce smise di infastidirmi e riuscii ad aprire completamente gli occhi. Anche la stanza sembrava aver smesso di vorticarmi intorno. Guardando meglio mi resi conto d’essere sporco di sangue. Il pantalone, le scarpe, ne erano quasi ricoperti. La vista di tutto quel sangue mi spaventò. C’erano nuovi lividi sulle braccia e un graffio piuttosto profondo sul petto. Iniziai a respirare con affanno. Sentivo il panico impossessarsi di me piano piano. Il pavimento era una 53


pozza di sangue fresco. Persi il controllo e mi chinai per vomitare. Mi sentivo malissimo, sembrava come dopo un pestaggio. Mi appoggiai di nuovo al tavolo di marmo perché le gambe si stavano rifiutando di sostenermi. Urtai qualcosa di freddo con la mano e la ritrassi d’istinto, alzando lo sguardo a cercare cosa fosse. Un nuovo conato di vomito mi piegò a terra, in ginocchio. Tremavo tanto da battere i denti. Ero talmente sotto shock da non avvertire neanche il dolore ai legamenti rotti del ginocchio flesso sul pavimento. Non volevo credere a quello che avevo visto, non riuscivo a concepire che fosse davvero così. I miei occhi potevano essersi sbagliati. Dopotutto avevo dato solo un’occhiata fugace. Ero esausto e probabilmente ancora sotto l’effetto delle droghe che avevo ingerito. Poteva trattarsi di semplice allucinazione. Non poteva, non doveva essere altrimenti. Cercai di riprendere il controllo sui muscoli e mi costrinsi a rialzarmi. Guardare di nuovo però non mi diede le certezze che speravo. Era davvero Mark il corpo disteso sul tavolo. Mi sforzai ad avvicinarmi. Intontito, incredulo. Non realizzai subito cosa fosse successo. Il cervello non reagiva a nessuno dei miei comandi. Si rifiutava di credere, di capire, di ricordare. Mark se ne stava incosciente con le braccia penzolanti dal tavolo, che lasciavano scorrere sul pavimento anche le ultime gocce di sangue rimastegli in corpo. Lo guardai inorridito. Rimasi lì immobile per qualche minuto, poi cominciai tremare di nuovo, mentre gli accarezzavo il volto pallido e freddo, tremendamente freddo. Dovetti far fede a tutte le mie forze per non


scoppiare a piangere, per non mettermi a gridare come un matto in preda allo smarrimento. Continuavo a guardarlo, a ripetere dolcemente il suo nome, come per sperare che riuscisse a sentirmi e si svegliasse da quell’eterno sonno. Stetti a contemplarlo per non so quanto tempo, poi all’improvviso, mi sentii stringere debolmente la mano. Non era morto! In un attimo fui invaso dal panico, iniziai a chiamarlo, a scrollarlo per farlo rinvenire, << Mark? Mark riesci a sentirmi? Fallo per me, amico. Sono io. Apri gli occhi, guardami.>> Sapevo che non c’era un minuto da perdere. Mi avventai con forza contro il portone della sala. Lo prendevo a calci nonostante il dolore lancinante al ginocchio, a spallate, ma niente, non voleva saperne di aprirsi. Iniziai a gridare aiuto allora, gridai fino a perdere la voce, tentai di forzare il portone fino a farmi male. Molto presto dovetti rassegnarmi all’idea che non sarebbe arrivato nessuno. Mi asciugai il viso cercando di ritrovare un po’ di contegno prima di tornare a sedermi accanto al mio amico morente. Potevo solo parlargli per fargli sentire che c’ero, che non l’avrei lasciato morire da solo. << Mark?>> riuscivo appena a sussurrare << Mark? Resisti amico, stanno venendo ad aiutarci.>> mentii. Cos’altro potevo fare. Non volevo che fosse il terrore lo stato d’animo che l’avrebbe condotto all’aldilà << Di sicuro hanno sentito le mie grida. Saranno qui tra pochissimo. Tu devi solo resistere qualche altro minuto. Non arrenderti proprio ora che è tutto finito, proprio ora che stiamo per tornare a casa.>> non riuscii più a trattenermi e scoppiai in un pianto quasi isterico <<Mark? Non mi lasciare Mark, non resisterei un giorno qui dentro senza di te. Non mollare 55


adesso. Resta con me amico, resta con me…>> lo supplicai di resistere con quel filo di voce che mi era rimasto, continuai ad accarezzarlo, a stringergli la mano. Mi voltai a cercare qualcosa per coprirlo, per riscaldarlo e quando mi voltai ancora… lui mi stava guardando, con i suoi occhi grandi e attenti, mi stava concedendo un suo ultimo sguardo. << Mark?>> strillai senza voce << Lo sapevo che non avresti mollato senza lottare. Sei forte. Sei sempre stato più forte di me.>> continuava a guardarmi, ma i suoi occhi erano sempre meno attenti. Lo vedevo spegnersi ogni secondo che passava e non potevo fare altro che stare a guardarlo morire << Perdonami amico se non sono stato in grado di proteggerti. Non ero in me, te lo giuro. Non avrei mai permesso che ti facessero del male. Perdonami ti prego.>> singhiozzai. Ormai avevo totalmente perso il controllo << Non appena metteremo piede fuori da questo inferno inizieremo una vita tutta nuova, te lo giuro. Ce ne andremo da qui e gireremo il mondo come abbiamo sempre sognato. Parigi, Londra, Atene, New York e ovunque tu vorrai, fratello. Non puoi tirarti indietro proprio adesso. Me l’avevi promesso. Promettimi ancora che faremo insieme tutto questo, promettimi che usciremo insieme da questo posto, promettimelo.>> Mi fissò tutto il tempo << Alessandro?>> sussurrò con la voce strozzata dal dolore, mi tese la mano e con gli occhi mi implorò di non lasciarlo morire. << Mark, io…>> non riuscii ad aggiungere di più. Il cuore mi stava martellando il torace. Riuscivo appena a respirare. All’improvviso vidi un’aura azzurra irradiare dal suo corpo e divenire sempre più scura.


<< Mark? No!>> strillai. Due calde lacrime gli accarezzarono il viso per l’ultima volta, prima di spirare esausto tra le mie braccia. Il panico… lasciò spazio alla disperazione. Implorai perdono fino allo sfinimento, piansi fino a farmi mancare il fiato, lo strinsi forte per un ultimo abbraccio, gli diedi un bacio sulla fronte e stetti lì, accovacciato sulle sue freddi spoglie, fino all’arrivo di qualcuno che mi facesse uscire. Lo avevo ucciso io. Avevo acquistato il mio biglietto per la libertà versando il sangue del mio unico amico. Non poteva essere andata diversamente. Sono sicuro d’aver lottato ferocemente contro di lui, lo testimoniavano i lividi, le ferite su entrambi i corpi. Io ne ero uscito vincitore. Non mi perdonerò mai per quello che ho fatto a Mark e non mi consola l’idea di sapere che non ero in me quando è successo, anche se la sua morte mi regalò la libertà.

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TI SENTO