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Jugendsession Session des jeunes Sessione dei giovani Sessiun da giuvenils

2013 1


Edito 2013 scheint die Jugendsession von den Medien besonders kritischen betrachtet worden zu sein. Das Schweizer Fernsehen bleibt skeptisch, was die realpolitische Auswirkung der Jugendsession betrifft. Die Basler Zeitung indes findet nur herablassende Worte zum Jugend-Politanlass des Jahres. Auch Tink.ch arbeitete während den vier Tagen wie gewohnt unabhängig, kritisch und mit vollem Einsatz. Die vorliegenden 36 Seiten sind Resultat von durchgearbeiteten Nächten und dem Willen, eine journalistisch vielfältige Berichterstattung der Jugendsession 2013 zu ermöglichen. La Session des jeunes 2013 a visiblement été décortiquée par les médias d’un oeil particulièrement critique. La Schweizer Fernsehen reste sceptique quant à la portée politique réelle de la Session et la Basler Zeitung choisit des mots condescendants pour qualifier l’évènement de l’année réunissant politique et jeunesse. Comme à notre habitude, Tink.ch, a mené durant quatre joursun travail journalistique indépendant et critique. Nous y avons passé quelques nuits blanches, avec surtout la volonté d›apporter une couverture médiatique professionnelle et diversifiée de la Session des jeunes 2013; ces 36 pages en sont le résultat. La Sessione dei giovani 2013 sembra essere stata nel mirino dei media. La Radio e Televisione Svizzera resta scettica per quanto riguarda l’effetto realpolitico della Sessione. La Basler Zeitung, dal canto suo, si esprime in termini negativi sull’evento politico giovanile dell’anno. Anche Tink.ch ha lavorato per i quattro giorni come di consueto : in maniera criticamente indipendente e con il massimo impegno. Le seguenti 36 pagine sono il resultato di notti insonni e del desiderio di un reportage della Sessione dei Giovani 2013 giornalisticamente variegato.

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Inhalt | Sommaire | Indice | Cuntegn 002 003

Editorial Esperienze alla Sessione

004 Ueli Maurer über Jugend und Politik 006 008

Tgei far cun il servetsch militar? Prix Jeunesse: Männlich, zweisprachig, Sozialdemokrat

010 Dem Co-Präsidenten des OKs auf den Fersen 012 013 014 016 018

Immer weniger Lehrpersonen «La Session responsabilise les jeunes» Übersetzerin im Bundeshaus Tweets aus dem Plenum Kriegsreporter Kurt Pelda erzählt

020 De la suite dans les idées 022 024

Impressionen der Party Streitgespräch zur Vermögensverteilung

026 Au-delà des barreaux, les mots 030 Umfrage – sondage – sondaggio 031 Teilnehmende instrumentalisiert? 034 Forum und OK 035 Impressum

La Sessiun da giuvenils para dad esser vegnida observada da las medias specialmain critic igl onn 2013. La televisiun svizra resta sceptica tge ch‘appertegn l’influenza da la Sessiun da giuvenils en la politica reala. La Basler Zeitung perencunter è mo s’exprimida negativamain en connex cun l’occurenza politica da l’onn per la giuventetgna.

Era Tink.ch ha lavurà sco usità durant quests quater dis independentamain critic e cun cumplain engaschi. Las 36 paginas che Vus tegnais da present en maun èn il resultat da lavur nocturna senza sien e l’ambiziun da porscher contribuziuns schurnalisticas multifaras da la Sessiun da giuvenils 2013.

Michael Scheurer et Juliette Ivanez Traduzioni: Anna Riva, Giuanna Beeli. Bilder Cover und Edito: Pascale Amez


interviste

«Di giorno si lavora molto e la sera si resta svegli fino a tardi» Il numero di partecipanti ticinesi continua a crescere, quest’anno i ragazzi presenti a Berna sono 35. Tra questi c’é chi ormai la Sessione dei Giovani la conosce bene, per altri invece questa è la prima esperienza. Tink.ch ha intervistato per voi Loris Di Pietro, 15 anni di Agarone e Daniel Mitric, 17 anni di Locarno. Intervista: Sabrina Chakori

Per me la politica è... Loris: La gestione di uno stato, la politica comprende tutte le decisioni che le persone attive in quest’ambito, i politici, attuano. Daniel: Discutere di temi attuali, modificarli, confrontare opinioni con altre persone. Primo anno alla sessione, com’é stato il primo impatto? L: Faticoso. Sono molto stanco perché di giorno si lavora molto e la sera si resta svegli fino a tardi a discutere con gli amici. Mi piace molto. D: Fantastico! Avere avuto la possibilità di sedermi a palazzo federale mi ha reso veramente felice. Che tema hai trattato? Ti interessava già prima di venire qua? Sei convinto del risultato ottenuto alla fine del lavoro di gruppo? L: Ho lavorato nel gruppo Servizio militare obbligatorio e servizio civile. In verità non ero molto interessato poiché poco tempo fa il popolo si è già espresso sul tema, votando la volontà di mantenere il servizio militare obbligatorio. Lo statement che abbiamo scritto racchiude delle modifiche riguardanti sia il servizio militare che quello civile, abbiamo discusso dell’impatto che questi hanno nella vita dei giovani, spesso intralciano gli studi e il lavoro. Sebbene la tematica era molto ampia e controversa, sono convinto del risultato ottenuto e delle proposte che proponiamo. D: Visto che sono studente a tempo pieno volevo trattare il sistema di formazione, era la mia scelta principale. Avevo già trattato questo tema gia al Consiglio Cantonale dei Giovani (CCG). Ma non sono stato soddisfatto. Sono sensibile a questo tema perché credo che il plurilinguismo sia una richezza fondamentale in Svizzera e che in tutto il paese debba essere promosso, e non solo in Ticino.

D: La passione per la politica è nata con il CCG. Non faccio parte di nessun partito. Questa mattina abbiamo sentito Maurer, come ti è sembrato il suo discorso e le sue risposte? L: Il discorso e le risposte sono state superficiali e un po’ complicate, sebbene io capisca perfettamente il tedesco, non sono riuscito a capire esattamente quello che voleva trasmettere. D: Le sue risposte mi sono sembrate molto decise e oneste. L’unico difetto è stato che ha comunicato solo in tedesco e sarebbe bello se i Consiglieri federali sapessero tutte le lingue nazionali. Che emozione avere un Consigliere federale a 20 metri! Hai qualche critica o consiglio per migliorare la Sessione? L: Sarebbe bello fare i gruppi misti, anche se so che la lingua potrebbe essere un problema. D: Mi piace tutto così com’é, anche se la salita per Palazzo Federale...è dura! Alla Sessione dei giovani Daniel Mitric ha trattato il tema della formazione, come aveva già fatto al Consiglio Cantonale dei Giovani in Ticino. Foto: OpenPictures.ch

Ti interessi di politica anche nella vita privata? L: Con gli amici spesso parlo dei temi delle votazioni, ma ancora non posso votare e non mi riconosco in nessun partito.

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interview

«Die Jugendsession nimmt die Politik nicht wahr» Tink.ch traf Bundesratspräsident Ueli Maurer nach seiner Rede an der Jugendsession zum Interview. Nebst ambivalenten Aussagen zur jugendlichen Beteiligung in der Politik spricht er über Berufswünsche und Ratschläge an die Jugend. Interview: Sina Kloter und Elina Grünert | Bild: Matthias Käser

Tink.ch: Was wünschen Sie sich für die Jugend? Ueli Maurer: Ich wünsche mir für die Jugend auch in Zukunft Friede, Wohlstand und Sicherheit. Dies sind die wichtigsten Grundvoraussetzungen, dass man sich selbst und seine Familie weiterentwickeln kann. Wie wichtig ist für Sie die aktive Teilnahme der Jugend an der Politik? Ich finde das etwas ausserordentlich Wichtiges. Man muss allerdings aufpassen, dass sich Jugendliche nicht zu lang in ihren eigenen Kreisen bewegen. Ansonsten werden sie zu einem Satellit ohne Bezug zur realen Politik. Nur wenn sie in die ordentlichen Abläufe eingebunden werden, haben sie Einfluss. Was befindet sich ausserhalb der «ordentlichen Abläufe»? Zum Beispiel Jungparteien. Eine Gefahr bei einem Jugendparlament ist, dass man intensiv arbeitet, Resolutionen verabschiedet, aber danach enttäuscht wird, wenn sie keine Wirkung zeigen. Das sind Anzeichen, dass man sich in Bahnen bewegen muss, in denen entschieden wird. In der Schweiz bestimmt vorwiegend eine ältere Generation die nationale Politik. Die Entscheide betreffen aber in erster Linie die Jugend. Sollten deshalb nicht mehr Junge in der Politik mitbestimmen?

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Ich glaube nicht daran, dass es eine Politik für Junge oder Alte gibt. Junge entscheiden nicht anders als Alte. Auch sie werden durch ihr Umfeld und ihre persönlichen Überzeugungen geprägt. Aber Junge gehen anders an Probleme heran und dieser Input tut gut. Allerdings reicht Jungsein alleine nicht, um gelungen zu politisieren. Was halten Sie von einem Stimmrecht ab 16 Jahren? Gar nichts. Ab 18 Jahren bekommen Junge gewisse Pflichten, zum Beispiel die Pflicht, Steuern zu zahlen und gewisse Rechte, wie das Stimmrecht. Das soll gleichzeitig erfolgen. Dennoch, viele Gesetze betreffen die Jugend. Dort könnte frischer Wind nicht schaden. Natürlich, aber ich gehe davon aus, dass Eltern im Interesse ihrer Kinder entscheiden. Wenn ich etwas entscheide, versuche ich immer abzuschätzen, was dies für meine sechs Kinder in Zukunft bedeutet. Ich vertrete dabei nicht meine Interessen, sondern bin bei jeder Abstimmung der Jugend verpflichtet. Was haben Sie sich in Ihrer Jugend vorgenommen? Und haben Sie dies erreicht? Ich wäre gerne Bauer geworden. Politik war die Alternative, die sich ergeben hat. Auch eine Karriere als Radprofi war ein Jugendtraum. Dazu hatte ich aber den Mut nicht.

Hat sich Ihre politische Orientierung im Verlauf der Jahre verändert? Sie ist grundsätzlicher geworden. Früher habe ich eher im Tagesgeschäft politisiert. Es wird immer wichtiger, dass man sich an Grundsätzen orientiert, eine rote Linie verfolgt. Denn Politik wird durch die Medien zum Halbtagesgeschäft. Was heute aktuell ist, interessiert morgen nicht mehr. Deshalb ist es wichtig, dass Politik tiefer geht. Was halten Sie von der diesjährigen Kampagne der Jugendsession? Ich muss gestehen, dass ich die Kampagne bisher nicht gesehen habe. Klar war, dass ich heute hier sein werde. Darauf habe mich gefreut. Jedoch ist die Jugendsession nichts, was man in der Politik übermässig wahrnimmt. Die Plakate zeigen Abstimmungsresultate, bei denen die Parolen «Ja» und «Nein» durch Sprüche wie «geile Shit» und «dini Muetter» ersetzt wurden. Finden Sie das angebracht? Alles, was in unserer Demokratie Aufmerksamkeit bewirkt, ist angebracht. Ist die Sprache der Jugend näher an der Wahrheit als diejenige des Nationalrat- oder Ständerats? Nein, die Jugend bedient sich derselben Mittel wie die Erwachsenen, um zu provozieren. Auch im Nationaloder Ständerat werden während der Debatte Plakate hochgehalten. Für


«Junge politisieren nicht anders als Alte», ist Bundesrat Ueli Maurer überzeugt. mich ist es erschreckend, wie angepasst Jugendliche sind, ohne dass sie sich dessen bewusst sind. Was wollen Sie der Jugend mitgeben? Viel Mut, viel Durchhaltevermögen und die Fähigkeit, miteinander Lösungen zu finden. Durch den Einfluss der Medien geht der Mut, eigene Positionen zu vertreten, schnell verloren. Was schätzen Sie als das grösste Problem ein, mit dem sich die junge Generation künftig auseinandersetzen muss? Die Grundsatzfrage: Welchen Weg geht die Schweiz? Bleibt sie unabhängig und selbstbewusst oder tritt sie einer grossen Union bei? Das würde die Schweiz grundlegend verändern. Das Thema Nachhaltigkeit wird die Zukunft der jetzigen Jugend nicht prägen? Die Jugend kommt dafür etwas spät. Nicht zu spät, aber Themen der Nachhaltigkeit bewegen uns heute in jedem Geschäft. In der Schweiz haben wir einen guten Standard, aber man muss beachten, dass wir die Welt zu einem winzigen Teil beeinflussen können. Andere Staaten benötigen zuerst genügend Nahrung, bevor sie an nachhaltige Entwicklungen denken können.

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raPPort

Café fraid ubain actual sco mai? Sch’ins damonda ils commembers da la gruppa obligaziun da far servetsch schebain il basegn saja insuma qua da discuter danovamain davart quest’obligaziun, rispundan tals cun in clar «gea». La Sessiun da giuvenils a Berna porscha ad els la plattafuorma per lur discussiun. Temas, arguments, propostas ed ideas dati avunda. Text: Giuanna Beeli | Maletgs: Matthias Käser e Oliver Hochstrasser

La Sessiun da giuvenils tracta divers temas en differentas gruppas. Ina da questas gruppas da politichers giuvens s‘occupa cun l‘obligaziun da far servetsch militar. Drovi l’obligaziun? È questa anc adattada a la societad d‘ozendi? A questas ed autras dumondas èn ils giuvens e las giuvnas participantas suandadas. Brisanza ed actualitad Actualmain prestan var 18‘500 umens e dunnas servetsch en l’armada svizra. Var 5‘500 fan servetsch civil ed ina terza da tut ils recrutads èn inabels per il servetsch e fan perquai protecziun civila u pajan ina taxa da cumpensaziun. Avant circa dus mais ha il suveran svizzer votà davart l’iniziativa da la GSoA per abolir l’obligaziun da far servetsch militar. Quest giavisch es

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vegnì refusà cun 73.2 procent, quai mussa che bunamain trais quartas da tut ils votants han ditg na. Aschia pon ins sa dumandar sch’ina nova controversa è insumma necessaria. L’aboliziun è vegnida refusada e tar ils participants da la Sessiun resta ina certa malcuntentientscha cun il sistem actual da servetsch militar. Decisiun sbagliada dal suveran? Las periodas da lavur da gruppa èn lungas ed intensivas. Tuttina percorschan ins ch’ils politichers futurs sa mettan a la lavur cun in plaschair remartgabel. Ils manaders da gruppa André e Julian fan las dumondas inizialas: «Nua smatga il chalzer?» e «Tge lessas vus midar?» Temas da discutar èn spert chattads. Trais temas surordinads sa laschan distinguer en questa discussiun. Ils giuvenils disturba l’obligaziun da ser-

vetsch sco tala, els pretendan ina modernisaziun fundamentala dal militar ed ina pli gronda effizienza da l‘armada – saja quai en dumondas economicas u era da la politica da persunal. Cunquai ch’il suveran svizzer ha pir gist suttastritgà e confirmà l’obligaziun da far servetsch militar, n‘è questa tematica betg s’offerida per s’approfundar en ina discussiun extendida. Tuttina han ils politichers giuvens pensà ch‘i stoppia dar ina midada. E quai oravant tut sin il champ da la modernisaziun. L’obligaziun da prestar il servetsch, saja quai da far militar, servetsch civil u era protecziun civila, duai vegnir adattada al temp d‘ozendi. Cunzunt duai la durada da far servetsch civil vegnir adattada a quella


Ils politichers giuvens e las politicheras giuvnas han encurrì sligiaziuns per modernisar cunzunt il militar.

dal militar. Mintgin che è abels da far servetsch militar po actualmain pli u mains giavischar da prestar servetsch civil enstagl. Tge ch’ils giuvenils na chattan dentant betg optimal è che quel dura ina e mez giadas uschè ditg sco il servetsch militar ordinari. Els vesan quai sco ina discriminaziun e malgistadad. Tenor els ston ils participants abels a la recrutaziun avair la libra elecziun tranter servetsch militar u servetsch civil, vuless dir che la midada dal militar al servetsch civil vegniss pli simpla e damain birocratica. Era duai il temp da servetsch vegnir assimilà. Il patratgar da concurrenza possia era avair in effect positiv en il senn ch‘il militar gudognia attractivitad atras diversas modernisaziuns. Nagina discriminaziun pli Tut questas pretensiuns han ils politichers giuvens resumà en ina petiziun che vegn presentada dumengia proxima en il plenum. La petiziun postulescha ils suandants puncts impurtants: Ils giuvens e

Tutga l'obligaziun da far servetsch tar il fier vegl?

las giuvnas che han da far servetsch ston pudair eleger tranter il servetsch militar ed il servetsch civil. La durada dal servetsch civil duai vegnir assimilà al temps dal servetsch militar. L’opiniun fundamentala da tut ils politichers giuvens è che mintga servetsch a la patria è insatge prezius, saja quai servetsch civil, servetsch en l’armada u protecziun civila. La petiziun Enten elavurar l‘obligaziun da servetsch è l’actualitad cuntinuanta da quest tema curdada en igl. Era ils politichers che han assistì a la discussiun en la gruppa han accentuà ch’il servetsch stoppia far in svilup. Entant ch’ils cussegliers naziunals Martin Candinas (pcd) ed Andreas Aebi (pps) èn s‘exprimids cunter l’assimilaziun dal temp da servetsch e plitost per in‘amplificaziun e modernisaziun dal militar, ha la cussegliera naziunala Prisca Birrer-Heimo (ps) sustenì la pretensiun dals politichers giuvens.

Alles kalter Kaffee? Vor kaum zwei Monaten verwarf das Stimmvolk die Initiative zur Abschaffung der Wehrpflicht mit grosser Mehrheit. Trotzdem oder gerade deswegen erarbeiteten zwei Arbeitsgruppen an der Jugendsession neue Vorschläge für die Modernisierung des Dienstsystems. In ihrer Petition fordern die deutschsprachigen Teilnehmenden, dass die für tauglich befundenen Jugendlichen frei zwischen Militär- und Zivildienst wählen können. Die Diensttage in der Rekrutenschule sollen denen des Zivildienstes entsprechen. Damit verbunden fordern sie einen einfacheren Zugang zum Zivildienst, vor allem auch für Frauen. (gbe)

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Die Nationalrätin Barbara SchmidFederer (CVP) hat sich im vergangenen Jahr vor allem im Bereich Kinder und Jugendschutz engagiert und wurde deshalb für den Prix Jeunesse nominiert.

bericht

Männlich, zweisprachig, Sozialdemokrat So sieht das typische Profil eines Prix Jeunesse-Gewinners aus. Heuer hat Jean-François Steiert, SP-Nationalrat aus Freiburg, den Preis für ein herausragendes Engagement für die Jugend bekommen. Woran liegt es, dass bisher fast immer Männer gewählt wurden? Text: Emma Kohler | Bild: Matthias Käser

Seit Pascale Bruderer (SP) 2008 den ersten Prix Jeunesse gewonnen hat, hat es keine Frau mehr geschafft, mit dem Preis nach Hause zu gehen. Die einzige weibliche Kandidatin dieses Jahr, CVP-Nationalrätin Barbara Schmid-Federer, sagt dazu: «Ich kann mir vorstellen, dass die Aufmerksamkeit für Männer in den Medien grösser ist, weil sie in der Politik in der Mehrzahl sind.» Teilnehmerinnen und Teilnehmer der Jugendsession widersprechen auf Anfrage: sie hätten ihre Stimme nicht nur bekannten Personen gegeben. Bedingung gestellt Nominiert wurde Schmid-Federer für ihr Engagement in der Aufklärungsarbeit zu Mobbing und Cyberbulling, als Co-Präsidentin der parlamentarischen Gruppe Suchtpolitik, Prävention und Jugendschutz sowie in der Förderung des Jugend-RotKreuz. Die Nominierung bedeute ihr viel, sagte die Zürcherin in ihrer Rede vor der versammelten Jugendsession. Es sei ein grosser Motivationsschub, um dies weiterhin zu tun. «Im Falle eines Gewinnes würde ich

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meine Projekte erweitern.» Weiter würde sie dafür sorgen, dass die Jugendsession eine «gewisse Publizität» bekomme, so Schmid-Federer. Nach der Wahl war im Publikum zu vernehmen, mit dieser Aussage habe die Politikerin Stimmen verloren. «Ich habe gesehen, wie sich ein paar Zuschauer aufgeregt haben», sagt die 19-jährige Alina. Das Problem sei wohl gewesen, dass sie eine Bedingung gestellt habe. Teilnehmende, die neben Alina stehen, bestätigen dies.

sprungen ist.» Matthias meint, dass die meisten Romands ihre Stimme dem Freiburger Nationalrat gegeben hätten. Damit habe dieser schon eine Anzahl an «Startstimmen» gehabt. Während die Zweisprachigkeit überhaupt von den meisten Jugendlichen als Pluspunkt genannt wird, gibt es auch seltene Kritik. «Vielleicht liegt es an der Übersetzung, dass ich nicht alles verstanden habe», sagt der 16-jährige Fisnik.

Mehrsprachigkeit überzeugt Auch der Aspekt Sprache spielt laut Schmid-Federer bei der Wahl eine Rolle. Sie habe das Gefühl, es sei gut angekommen, dass Jean-François Steiert in seiner Rede Französisch und Deutsch gesprochen hat. Für diese Erklärung würde sprechen, dass letztes Jahr ebenfalls ein sprachgewandter Nationalrat aus der Romandie gewonnen hat: Matthias Reynard (SP).

Was auffällt: Fast alle der Befragten mutmassten vor der Wahl, SchmidFederer würde gewinnen. Sie hätte mindestens dieselben oder gar die besseren Gewinnchancen als die männlichen Kandidaten gehabt, so der Tenor. «Ich denke, dass Frauen einen Vorteil haben», sagt der 18-jährigen Severin, eine Begründung liefert er aber nicht. Felix ist anderer Meinung: «Ich kann mir nicht vorstellen, dass das einen Zusammenhang hat», sagt er.

Severin sagt: «Es wirkte sympathisch, wie Steiert spontan zwischen zwei Landessprachen hin und her ge-

Dass schliesslich Steiert das Rennen machte, wird einerseits auf sein «sympathisches Auftreten» zurück-


geführt. Überzeugt habe aber auch das Projekt «Jugend debattiert» des Freiburgers, sind sich die befragten Jugendlichen einig. Thema entscheidend Bei den Themen liegt eine weitere Erklärung für die Reihe von Niederlagen der Frauen beim Prix Jeunesse. Severin hat den Eindruck, dass die Themen der nominierten Nationalrätinnen in den letzten Jahren ähnlich gewesen seien: Prävention gegen Mobbing sowie Kinder- und Jugendförderung. «Schmid-Federer hat vor allem von ihren Kindern geredet», sagt Severin. Das sei wenig abwechslungsreich. Zudem seien

auch dieses Jahr die anderen Themen spannender gewesen. Nicht vergessen werden darf der Rahmen, in dem die Wahl des Prix Jeunesse-Trägers stattfindet. Die 200 Jugendlichen geben nach einer je 15-minütigen Rede und Fragerunde der Kandidaten ihre Stimme ab. Ohne diese Vorstellungsrunde im Nationalratssaal wäre das Resultat vielleicht ganz anders. So zählen stark die Auftritts- und Redekompetenz, aber auch die authentische und sympathische Wirkung. Wichtig ist nicht nur, was die Politiker im Jahr vor der Preisverga-

be für die Jugend getan haben. Der 18-jährige Lorenz erklärt: «Es ist ein repräsentativer Preis, daher wird eher nach Sympathie abgestimmt.» Es liegt nahe, dass nicht das Geschlecht das entscheidende Kriterium ist, sondern die Parteizugehörigkeit. Betrachtet man nämlich die Abstimmungsresultate seit der Einführung des Preises 2008, ergibt sich folgendes Bild: 4 SP, 1 FDP, 1 CVP. «Wenn ich gewusst hätte, dass Steiert von der SP ist, hätte ich ihm meine Stimme gegeben», sagt Felix. Ein Geheimnis wird aus der Parteizugehörigkeit der Kandidaten jedenfalls nicht gemacht.

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Porträt

Eine Stunde in fünf Akten Tink.ch begleitete Damian Vogt, den abtretenden Co-Präsidenten des Organisationskomitees der Jugendsession. Die Stunde vor seinem grossen Auf- beziehungsweise Abtritt gekürzt in fünf Akten. Text: Michelle Stirnimann Bild: Matthias Käser

Erster Akt: Acht Uhr morgens. Vor dem Bundeshaus. Mit einem freundlichen Lächeln wird Damian Vogt am Eingang des Bundeshauses begrüsst. Im Eiltempo geht es Richtung Sitzungszimmer Nummer acht. Im barocken Raum hängen mehrere Kunstgemälde, auf dem grossen Tisch stapeln sich Kisten voller Mikrofone. Das Zimmer ist das Backoffice des Organisationskomitees. Acht Uhr und sechs Minuten. Der Rucksack wird ausgeräumt. Lippenpomade, Handcreme, Taschentücher und eine Mappe voller Unterlagen. Bleibt da – kommt mit. Und los, ein Stockwerk höher geht es. In den Nationalratssaal. Ein paar Hallos hier und dort. Zielstrebig führt der Weg zum Rednerpult. In perfekter Präzision werden die Blätter auf dem Pult sortiert. Dann nimmt er Platz. Das Kissen verschwindet mit einer routineverdächtigen Bewegung unter dem Pult. Gleich ergeht es auch der Wasserflasche. Trinken im Saal sei nicht erlaubt, meint Damian, und nimmt noch einen Schluck. Die Mikrofone werden gerichtet. Den ganzen Samstag lang wird Damian die Sitzung leiten, sozusagen der Chef der Veranstaltung sein. Trotzdem sieht er diese einmalige Möglichkeit, auf dem Stuhl der Nationalratspräsidentin zu sitzen, nur als das i-Tüpfelchen. Der eigentliche Höhepunkt sei die ganze Arbeit und die Erfahrungen, die mit der Organisation dieses Events einhergehe. «Eins, zwei, drei», die Mikrofone werden getestet und ihm fällt auf, dass die Glocke fehlt. Und sein Handy.

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Zweiter Akt: Acht Uhr und fünfzehn Minuten. Im Treppenhaus. Auf dem Weg zurück in das Backoffice stösst eine nervöse Mitarbeiterin des Organisationskomitees dazu. Auch die fehlenden Blumensträusse bringen den Co-Präsidenten nicht aus der Ruhe. Das Anliegen wird sofort weiter delegiert: «Vorname und Telefonnummer. Meld dich bei ihr.» Sachlich, nüchtern, effizient. Damians exakte Arbeitsweise wird im OK nicht nur geschätzt, sondern auch bewundert. Sein Handy liegt auf dem Tisch im Backoffice. Normalerweise sei er nicht so unorganisiert, entschuldigt er sich. Ein Perfektionist. Unermüdlich sei sein Einsatz für die Jugendsession, so die Stimmen aus dem Organisationskomitee. Sein Rücktritt jedoch ist definitiv. Seit fünf Jahren ist der ursprünglich aus Vaduz stammende Student (internaionale Beziehungen) im OK mit von Partie. Heute Samstag ist sein zweitletzter Arbeitstag im Amt als Co-Präsident.


Das Organisationstalent Damian Vogt tritt nach fünfjähriger Amtsdauer aus dem OK zurück.

Dritter Akt: Acht Uhr und dreissig Minuten. In der grossen Kammer. Mit raschem Tempo eilt Damian wieder ein Stockwerk höher. Bundespräsident Ueli Maurer wartet bereits vor dem Nationalratssaal. Eine knappe aber freundliche Begrüssung heisst den Bundespräsidenten willkommen. Der Nachricht auf seinem Telefon schenkt Damian mehr Aufmerksamkeit. Die Betreuung der Gäste fällt nicht in sein Ressort. Er verabschiedet sich mit einem Lächeln, sucht sich den Weg zwischen den Fotografen durch und setzt sich zurück an sein Pult. Das neu verfasste Plenumsreglement wird ein letztes Mal überflogen. Céline Minder, Projektmitarbeiterin der SAJV schaut vorbei. Zusammen gehen sie den Tagesablauf nochmals durch. Auf französisch. Damian studiert internationale Beziehungen in Genf, kein Problem also. Die goldene Sitzungsglocke ist mittlerweile aufgetaucht.

Vierter Akt: Acht Uhr und fünfundvierzig Minuten. In der Wandelhalle. Ein Griff zu dem Handy und der ausgedruckten zweisprachigen Rede. Leise liest er die Rede an einem kleinen Tisch für sich durch. Nochmals von vorne, stolpert über ein Wort. Und nochmals. Letzte Korrekturen am Text werden vorgenommen. Worte werden umkreist und unterstrichen. Das Schweizer Fernsehen erblickt den Übenden und richtet die Kamera auf ihn. Den Journalisten wird keine Beachtung geschenkt. Er gebe zwar gerne Interviews, meint er. Doch habe die Jugendsession in diesem Moment Vorrang. Und nochmals den Text von vorne. Das Telefon klingelt und unterbricht den Durchgang. «Ruf mich später an, ist gerade ungünstig.» Der Blick in den Nationalratssaal verrät: die Vorbereitungszeit neigt sich dem Ende zu. Die Teilnehmenden sind anwesend, der Saal gefüllt. Fünfter Akt: Acht Uhr und neunundfünfzig Minuten. Im Plenum. Damian richtet sich auf, streift die Uhr ab. Ein Blick nach links, einer nach rechts, einer ins Publikum. Ein Griff zur Klingel verschafft ihm ungeteilte Aufmerksamkeit. Los geht’s mit der 22. Eidgenössischen Jugendsession.

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bericht

Den Schulen gehen die Lehrpersonen aus «Jugendliche sind wie Rohdiamanten. In ihnen verbirgt sich ein Potenzial, das mit dem richtigen Schliff zur Geltung gebracht werden kann. Doch wer sie schleift, muss wissen, was er tut», appellierte eine Jugendsessions-Teilnehmerin am Sonntag ans Plenum. Text: Miriam Hetzel | Bild: Oliver Hochstrasser

Die Jugend ist der wertvollste Rohstoff, den ein Land besitzt. Davon sind die Teilnehmenden der diesjährigen Jugendsession überzeugt. Viele von ihnen werden in der Schule nicht richtig gefördert und gefordert. Das Bildungssystem der Schweiz schwächelt: Allerorts fehlt es an qualifiziertem Lehrpersonal, der Lehrerberuf gilt als undankbar und nervenaufreibend. Dagegen muss etwas getan werden, sagte sich die Gruppe Bildungssystem. Sie arbeitete eine Forderung aus, mit deren Hilfe dem Problem entgegengewirkt werden soll. Eklatanter Lehrermangel «An den Hochschulen werden so viele angehende Lehrpersonen ausgebildet wie nie zuvor. Trotzdem fehlt es an allen Ecken und Enden an Lehrern. Wie kann das sein?», fragte die 18-jährige Teilnehmerin Celina Bernasconi. Der Lehrermangel wurde in den vergangenen Jahren immer wieder in den Medien thematisiert. Die Zukunftsaussichten sind düster: Viele angehende Pädagogen lassen sich durch schlechte Erfahrungen in den Praktika oder die harten Arbeitsbedingungen wieder von ihrem Traumberuf abbringen. Nach Angaben des Verbandes der Schulleiterinnen und Schulleiter in der Schweiz konnten im Jahr 2012 rund die Hälfte der in der Deutschschweiz offenen Stellen an Mittel- und Oberstufen nicht besetzt werden. Mit ihrer Petition legen die Jugendlichen den Fokus auf die Arbeitsbedingungen der Lehrpersonen.

Unter Zugzwang geratene Schulleiter stellen unterqualifizierte Bewerber ein. Dies hat negative Folgen für die Schüler und das Kollegium. Steigende Schülerzahlen und nervige Eltern «Heutzutage kommen Eltern mit dem Anwalt zum Elterngespräch», erzählte Celina kopfschüttelnd. Die Zahl der Schülerinnen und Schüler nimmt in der Schweiz stetig zu, Klassen werden grösser. Von den einzelnen Lehrkräften wird immer mehr erwartet. Gleichzeitig entzieht man ihnen immer mehr Kompetenzen. Viele klagen, dass der Umgang mit den Eltern und Mobbing in den Klassen hohe Belastungsfaktoren seien. Die Zahl der Burnouts häuft sich. Zudem gilt der Beruf als relativ schlecht bezahlt. Schwierige Jugendliche, schwierige Eltern, schwierige Arbeitsumstände. Schlechte Voraussetzungen um dringend benötigte Leute zu rekrutieren. Lehrerberuf attraktiver machen Mit 111 Ja- zu 68 Nein-Stimmen bestätigen die Teilnehmenden der 22. Jugendsession die von der Gruppe Bildungssystem präsentierte Petition. Konkret fordern sie damit, dass die pädagogischen Hochschulen ihre Studierenden praktisch und gezielt auf allgemeine Konfliktsituationen im Beruf wie zum Beispiel Eltern-Lehrer-Konflikte vorbereiten müssen. Zudem sollen Hürden für Berufsmaturanden abgebaut werden: Jedes Berufsmaturitätszeugnis soll den Einstieg in den Primarlehrer-Studiengang an allen pädagogischen Hochschulen ermöglichen. Weiter fordert die Petition, dass die Lehrerlöhne der grösseren Nachfrage angepasst werden. «Lehrkräfte sind die wichtigsten Eckpfeiler einer funktionierenden, nachhaltig gesicherten Bildung», lautet die Botschaft, welche die Jugendlichen mit der Annahme der Forderung postulieren. Es wird sich zeigen, ob die Petition von den Politikerinnen und Politiker im Nationalund Ständerat einbezogen wird.

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interview

«La Session responsabilise les jeunes» Le 16 novembre, le Conseiller national socialiste Jean François Steiert a remporté le Prix Jeunesse 2013, décerné par la Session fédérale des jeunes. La conseillère nationale zurichoise Barbara SchmidFederer et le conseiller cantonal zougois Thomas Lötscher étaient aussi en lice. Tink.ch s'est entretenu avec le politicien fribourgeois quelques minutes avant l'annonce de sa victoire. Texte: Julien Calligaro | Photo: Matthias Käser

«Pour devenir responsable, il faut savoir comment les mécanismes de la société fonctionnent» Etre nommé pour le Prix Jeunesse 2013, qu’est-ce que cela signifie? C’est un honneur et une reconnaissance de mon engagement pour la participation des jeunes en politique. Je pense notamment au concours «La Jeunesse débat». Ce beau projet fait participer des jeunes de toute la Suisse et de toutes les régions linguistiques: ils apprennent à débattre, à se concentrer sur les arguments et non sur les personnes. C’est une forme ludique et efficace de formation politique. Outre la Fondation Dialogue, comment agissez-vous pour promouvoir la formation politique? J’essaie d’intégrer la formation à la citoyenneté dans les plans d’études. En Suisse romande, elle rencontre peu d’oppositions. Mais en Suisse alémanique, elle est aujourd’hui très contestée. L’éducation doit inclure la capacité à comprendre, parler

et lire, mais pas seulement. Pour devenir responsable, il faut savoir comment les mécanismes de la société fonctionnent et développer les compétences pour y participer. C’est tout aussi important que le reste. La formation ne devrait pas être orientée vers un utilitarisme à très court terme. La Session des jeunes est un gage de succès dans ce sens. Qu’est-ce que cela fait de voir le Palais fédéral rempli de jeunes? Cela rajeunit! Le débat politique a de l’avenir, Il faut seulement donner de la place aux jeunes et favoriser la discussion. Mettre à disposition le Palais fédéral pour la Session crée un engouement chez les jeunes, et on le ressent dans la qualité du débat. Que pourrait-on améliorer dans la formation politique au sein des écoles? On devrait commencer dès l’école obligatoire. Les enseignants doi-

vent être préparés à la formation politique, comme à l’allemand et au français. Des réflexions sont en cours en Suisse romande. Il ne s’agit pas d’influencer les jeunes mais de les sensibiliser à leurs responsabilités dans la société et de leur donner les outils pour l’exercer. Quel est votre prochain grand défi? La Fondation Dialogue aimerait mettre sur pied un «campus pour la démocratie», un environnement de connaissances favorable à la création de projets en matière de formation à l’éducation. Un projet, soutenu par la Confédération, a été lancé pour en créer les bases. Il concerne le post-obligatoire et aussi bien les gymnasiens que les jeunes apprentis. C’est une bonne direction pour le futur: utiliser tous les vecteurs possibles afin de sensibiliser les jeunes et leur donner l’occasion de participer.

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Portrait

Alles gleichzeitig Ohne Dolmetscher wären die Sessionen im Bundeshaus ein Chaos. Ursula Schneider macht den Job mit Leib und Seele. Sie erzählt, was dafür alles nötig ist und verrät, was ein Fauxpas wäre. Text: Giuanna Beeli Bilder: Pascale Amez und Daniel Barnbeck

«Während den Sessionen bin ich in den Übersetzerkabinen über dem Nationalratssaal als Dolmetscherin tätig und übersetze die Voten der Parlamentarierinnen und Parlamentarier. Bemerkenswert an dieser Arbeit ist, dass die Übersetzung gleichzeitig erfolgt. Das nennt man Simultanübersetzung. Jeder Parlamentarier hat an seinem Sitzplatz Kopfhörer, über die er der Übersetzung seiner bevorzugten Sprache lauschen kann. Deutsch, Französisch und Italienisch stehen zur Auswahl. Alles, was während der Session gesagt wird, wird in diesen Sprachen übersetzt. Das Übersetzen darf nur von einer Sprache in die Muttersprache erfolgen. Dies ist ein Standard der internationalen Organisationen und wird deshalb auch in Bern so gehandhabt. Da ich deutscher Muttersprache bin, dolmetsche ich aus dem Französischen und Italienischen ins Deutsche. Hören, sprechen, denken Entgegen der menschlichen Natur, hören, sprechen und denken Dolmetscher im selben Moment. Ich höre den Originalton über die Kopfhörer und übersetze diesen mit einer durchschnittlichen Verzögerung von zwei Sekunden. Dabei muss ich inhaltliche Kompromisse machen und kürzen. Wichtig ist, dass der Sinn wiedergegeben wird. Zudem muss ich die Sätze vorausahnen können. Ein Beispiel: In der französischen Sprache kommt das Verb früh im Satz – ganz im Gegensatz zur deutschen Sprache. Um ein Votum so akkurat wie möglich zu übersetzen, muss ich Flexibilität an den Tag legen. Besonders gut geht das bei Referenten, die frei sprechen. Deren Gedankengängen kann man gut folgen. Entsprechend schwieriger ist die Übersetzung, wenn ein Referent den Text abliest. Studium in Genf oder Winterthur Meine Kolleginnen und Kollegen haben unterschiedliche Ausbildungen im Gepäck. Ich habe zuerst ein

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Auch wenn Übersetzerin Ursula Schneider nicht immer mit den Voten der Parlamentarier einverstanden ist, muss sie diese inhaltsgetreu übersetzen.

Diplom in Übersetzung an der Übersetzungs- und Dolmetscherschule in Genf erworben. Aber ein Übersetzer ist noch lange kein Dolmetscher, denn Ersterer arbeitet nur schriftlich. Deshalb habe ich anschliessend Konferenz-Dolmetschen studiert. Diese Ausbildung ist mit längeren Auslandaufenthalten verbunden. Ausser der Schule in Genf bietet auch die Hochschule in Winterthur Simultanübersetzen an. Manche Kollegen haben aber auch den indirekten Weg gewählt und vorher eine andere Ausbildung gemacht. Als Arbeitsplatz ist die Schweiz ideal. Ich denke, dass wir hier durch die Mehrsprachigkeit privilegiert sind.


Übersetzten heisst hören, sprechen und denken gleichzeitig.

Vier Landessprachen und drei offizielle Amtssprachen erfordern den regen Einsatz von Dolmetschern. Ich arbeite zusätzlich als freiberufliche Simultanübersetzerin, weil die Session nur während zwölf Wochen im Jahr stattfindet. Auch werden Debatten in den Kommissionen nur selten gedolmetscht. Meine Arbeitgeber sind vor allem grössere Vereine, Organisationen und politische Parteien. Meinung für sich behalten Während dem Übersetzen auf Bundesebene konzentriere ich mich auf die Wiedergabe des Gesprochenen in der Zielsprache. Dabei bleibt nicht viel Zeit,

um den Inhalt vertieft zu reflektieren. Das passiert eher im Nachhinein. Aber es gibt auch Tage, an denen man ohne Pause dolmetscht, und sich am Ende nicht mehr genau an die behandelten Themen erinnern kann. Ich habe mich bereits vor der Arbeit im Bundeshaus für Politik interessiert. Das hautnahe Miterleben der politischen Debatten hat das Interesse allerdings noch gesteigert. Natürlich bin ich nicht immer mit den Resultaten einverstanden und möchte manchmal fast selbst in den Nationalratssaal hinuntersteigen, um den Politikern meine Meinung zu sagen. Aber als Dolmetscher muss man sich zurückhalten.»

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tweets

Wir tweeten mit: #Juse_live 17.11.2013 Die Arbeitsgruppe Bildungssystem 12.10 plädiert dafür, mit der Berufsmaturität den Zugang zur Pädagogischen Hochschule zu erhalten.

13.48

Gruppe Homophobie eins fordert, dass Homosexualität im Artikel 8 Rechtsgleichheit der Bundesverfassung aufgenommen wird.

12.25 Änderungsantrag eins mit 113 zu 40 Stimmen angenommen: Künftige Lehrpersonen sollen praktisch und gezielter auf Konfliktsituationen im Beruf vorbereitet werden.

13.50

«Dürfen wir in diesem Thema nicht noch weiter gehen? Denn Homophobie ist in der Gesellschaft immer noch ein Thema!»

13.56

Die Petition wird mit 164 zu 11 Stimmen angenommen.

13.58

Mit der nächsten Petition wird der Bundesrat aufgefordert, die Frage der Grossraubtiere in der Schweiz zu analysieren.

14.19

Die Petition zur Forderung einer Analyse über die Grossraubtiere in der Schweiz wird mit 75 zu 66 knapp abgelehnt.

14.22

Nun fordert die Petition zur Vermögensverteilung, dass der Bund Gesamtarbeitsverträge zwingend vorschreibt.

12.31 Jugend und Alkohol 01: Nachtzuschlag soll in Prävention investiert und somit das Verkaufsverbot nach 22Uhr aufgehoben werden. 12.36 Gegenstimmen der Petition befürchtet enormen bürokratischen Aufwand und empfindet den Nachtzuschlag nicht als Lösung des Problems. 12.50 Die Petition für einen Nachzuschlag auf alkoholische Getränke im Detailhandel wird deutlich mit 152 zu 29 Stimmen abgelehnt.

14.35 12.53 Tierschutzdebatte: Gefordert wird, dass alle Pharma- und Kosmetikprodukte, die mit Tierversuchen getesteten wurden, 14.46 entsprechend deklariert werden. 12.56 Änderungsantrag: Alle Produkte sollen deklariert werden. Auch solche, deren Inhaltsstoff mit Tierversuchen getestet wurden 13.09 Die Petition (zur Deklarierung von Tierversuchen auf Pharma- oder Kosmetikprodukten) wird mit dem Änderungsantrag mit 121 zu 45 Stimmen angenommen.

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«Wieso soll ein so erfolgreiches Modell verändert werden?», fragen die Petitions-Gegner. Die Petition, die «Einführung von Gesamtarbeitsverträgen zwingend vorzuschreiben» wird mit 109 zu 54 Stimmen angenommen.

16.49

Die Petition zur Dienstpflicht schlägt Änderungen im System der Dienstpflicht vor.

16.52

Kritische Stimmen befürchten, dass die Armee dann nicht mehr schlagkräftig wäre.


@tink_ch: Vivienne Kuster, Miriam Hetzel

16.54 Die Befürworter betonen die Schwierigkeit der Vereinbarung von Ausbildung und Wehrdienst. 17.02 Die Petition zu den Forderungen bei der Überarbeitung der Dienstpflicht wird mit 133 zu 22 Stimmen angenommen. 17.05 Es folgt die zweite Petition zum Bildungssystem, welche die Mehrsprachigkeit in Schweizer Schulen bespricht. 17.13 Die Jugendlichen sprechen sich deutlich für einen intensiveren Austausch unserer Landessprachen aus und befürworten die Vorlage mit 153 zu 20 Stimmen. 17.15 Homophobie-Petition Nummer zwei: Forderung zur Gleichstellung von homosexuellen und heterosexuellen Paaren in Bezug auf die Ehe. 17.23 Die Debatte ist emotional. Zum ersten Mal hört man heute Buh-Rufe im Nationalratssaal. 17.51 Solidarität bezüglich Homosexualität zeichnet sich ab: Die Petition wird mit 123 zu 41Stimmen angenommen. Applaus und Buh-Rufe vermischen sich. 17.53 Jugend und Alkohol: Die Gruppe ist überzeugt, dass es im Bereich des Jugendalkoholkonsums keine weitere Beschlüsse braucht. 18.04 «Es wird leider immer nur über den Alkoholkonsum von Jugendlichen gesprochen.»

18.19 Die Petition der Gruppe Jugend und Alkohol zwei wird mit 117 zu 39 angenommen. 18.46 Vermögensverteilung eins: Das Finanzdepartement soll eine neue progressive Bonussteuer auf Bundesebene erlassen. 17.11 Stichworte wie Minder-Initiative gegen Abzockerei, Neid, UBS oder Steuerhölle fallen. 17.14 Die Petition wird mit 78 Ja zu 67 Nein angenommen. Geklatsche und Buh-Rufe kommentieren das Resultat. 17.16 Die Gruppe Dienstpflicht fordert die Gleichstellung von Zivil- und Militärdienst bezüglich Dienstdauer und Zugang. 17.20 «Der Zivildienst ist etwas sinnvolles. Im Militär schiesst man ein wenig und robbt im Schlamm herum.» 17.33 125 Teilnehmende der JUSE 2013 waren für eine Annahme der Petition, 41 stimmten dagegen. 17.36 Die letzte Petition der JUSE 2013: Vermögensverteilung zwei fordert einen Betriebsrat für Aktiengesellschaften in der Schweiz. 17.43 Die Gruppenmitglieder der Petition denken, dass Betriebsräte den Dialog zwischen Arbeitgeber und Arbeitnehmer fördern würden. 17.58 Die Petition wird mit 77 Nein zu 60 Ja abgelehnt. 18.00 Für euch getweetet haben Mirjam Hetzel und Vivienne Kuster. Bis zum nächsten Jahr!

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Porträt

Leben in Gefahr Der Kriegsreporter Kurt Pelda will Leuten in der Not helfen. Deshalb reist er in verschiedene Krisengebiete und gibt mit Bildern und Berichten den Leidenden eine Stimme. Dabei setzt er jedes Mal seine Gesundheit, sogar sein Leben aufs Spiel. Und auch jenes von Anderen. An der Jugendsession berichtete er aus seinem Leben. Text: Emma Kohler

Angefangen hat beim Schweizer Kriegsreporter Kurt Pelda alles harmlos. Mit 14 Jahren hegte er erstmals den Wunsch, in ein Kriegsgebiet zu reisen. Seine Mutter hatte ihm vom Einmarsch der Russen in Afghanistan erzählt. In den folgenden vier Jahren wuchs sein Interesse daran und er informierte sich regelmässig über das Weltgeschehen in den Medien. Der junge Helfer bereitete sich darauf vor, bald selbst vor Ort Eindrücke zu sammeln. Nach der Matura war es endlich so weit und er machte sich auf den Weg, seinen Jugendwunsch zu erfüllen: Leuten in Not eine Stimme zu geben. Aller Anfang ist schwer Dort angekommen, war das nicht mehr so einfach wie erwartet. Es stellte sich heraus, dass er sich unter «Freiheit» mehr vorstellte als die muslimischen Rebellen. Sie strebten somit nicht dasselbe Ziel an. Kein Grund zum Aufgeben, dachte er sich und beschloss, der Welt die Geschehnisse im Krieg näher zu bringen. Damit begann seine inzwischen fast 30-jährige Karriere als Kriegsreporter. Auch hier gab es Startschwierigkeiten: In Afghanistan wurde er verraten und wäre um ein Haar in einen sowjetischen Hinterhalt geraten. Zuhause in der Schweiz wollte ihn die Militärjustiz derweil wegen «fremden Militärdienstes» anklagen. Schliesslich wurden alle Anklagepunkte entkräftet. Pelda konnte sich nun wieder auf seinen Wunsch konzentrieren, professioneller Journalist zu werden. Klares Ziel vor Augen Er nahm Kontakt mit Rebellen auf und begleitete diese mehrfach in ihrem Krieg gegen die Regierung. So war er bei Massakern, Anschlägen und weiteren Verstössen gegen die Menschlichkeit dabei, schrieb darüber und fotografierte. Manche seiner Bilder und Artikel gingen um

Kurt Pelda (l.) bei seiner Arbeit als Kriegsreporter mit Rebellen unterwegs.

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die ganze Welt. Trotzdem hätte er sich eine Reaktion der Mitmenschen erwünscht, die seine Beweggründe mehr unterstützen. In seinen Augen handelt weder die Schweiz noch ein anderes Land richtig. Statt Flüchtlinge und Unschuldige zu unterstützen, kümmern sie sich lieber um anderes. Er selbst tue aber das Richtige. «Niemand kann mir am Ende meines Lebens vorwerfen, ich habe nur zugeschaut und nichts getan», so Pelda. Helfer am falschen Ort Viel Lebensenergie steckte er in die Veröffentlichung der Gesichter und Namen der Leidtragenden. Nur so könne ihnen geholfen werden. Auch hier ist er enttäuscht von der Reaktion des Umfelds. Wir würden nur durch die Brille der Asylpolitik schauen, anstatt das Geld dorthin zu stecken,


wo es am nötigsten sei. Bei Naturkatastrophen würden viel zu viele Helfer und Spenden aus der westlichen Welt hingeschickt, während für die «durch Menschenhand verursachten Probleme nichts übrig bleibt ». Ehrlichkeit gegenüber der Familie Als Kriegsreporter ist es schwierig, Beziehungen aufrecht zu erhalten - egal ob mit Freunden oder Partnern. Er versucht es trotzdem. Mit seiner Ex-Frau hat er zwei Kinder. Ist er in der Schweiz, verbringen die beiden Buben drei Tage pro Woche bei ihm. Wenn ihn seine Söhne fragen, was er in den verschiedenen Konfliktgebieten miterlebt, versucht er die Geschehnisse gemildert aber ehrlich zu erzählen. Lügen will Pelda nicht. Reist er in ein Land, in dem die Lage ernst und gefährlich ist, beschweren sich seine beiden Söhne. Doch aufhalten tut das den zweifachen Vater nicht.

gesucht, gefangen genommen und gefoltert werden. Er betont aber, dass sich dem alle Beteiligten bewusst seien und freiwillig helfen, weil sie etwas bewirken wollen. Positives lässt am Job festhalten Es gibt aber nicht nur Schattenseiten in diesem Beruf. Pelda erzählt vom freudigen Wiedersehen mit Überlebenden. Und für ihn am wichtigsten: Er konnte helfen. Kommt er für längere Zeit nicht nach Hause, vermisst er seine Kinder. Dass diese sich um ihren Vater sorgen, ist ihm ebenfalls bewusst. Seinen Beruf will er deswegen nicht aufgeben. Mit der festen Überzeugung gleichzeitig für seine beiden Söhne und für Leidtragende im Krieg da sein zu können, übt er den Job weiterhin aus und begibt sich immer wieder in Gefahr.

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Nicht nur problematisch, sondern auch gefährlich sind Beziehungen. Wer einen Reporter im Kriegsgebiet unterstützt, bringt sich selbst in Gefahr. Durch Peldas Anwesenheit kann es durchaus passieren, dass ein Haus von unschuldigen Zivilisten zum Ziel eines Angriffs wird. Es könne auch vorkommen, dass Leute, die ihm helfen,

Politik – Deutsch Deutsch – Politik

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focus

De la suite dans les idées? La Session des jeunes a t-elle un réel impact sur les décisions parlementaires? Petit tour d'horizon auprès de participants et de jeunes engagés politiquement. Texte: Juliette Ivanez, Julien Calligaro | Photo: Pascale Amez

Entendu dans les couloirs le premier jour de la Session: «De toute façon, la Session des jeunes ne sert à rien!» Pourtant, samedi soir autour d’un verre, un tout autre son de cloche sort de la bouche des jeunes parlementaires. Après trois jours à Berne, le bilan est plutôt positif. Pour Florian Voiron, 17 ans, la Session des jeunes possède un avantage indéniable: «pour tous ceux qui n’ont pas 18 ans, la Session permet de s’exprimer librement». Même enthousiasme du côté d’Adrien Renaud, 20 ans. Ce dernier considère la Session des jeunes comme «une occasion de faire avancer l’investissement des jeunes en politique». Au final, que des points positifs? Pas tout à fait: d’après les jeunes, l’impact de la Session sur les «vrais» politiciens est limité. De réelles conséquences dans le monde politique sont mêmes peu probables, d’après Caroline Pasquier, 17 ans, même si, en participant à la Session, elle éprouve «l’impression de faire quelque chose d’important».

ce que les revendications de la Session ne meurent pas une fois refermées les portes du Palais fédéral derrière les jeunes participants.

«On concrétise finalement peu de choses» L'enthousiasme a finalement pris le dessus mais comment faire en sorte que les revendications soient entendues? Une fois le sort des pétitions scellé, le Forum de la Session des jeunes entre en scène. Une dizaine de jeunes, originaires de toute la Suisse, prend sous son aile les précieuses propositions approuvées durant la Session, pour les porter à la connaissance des parlementaires. La responsabilité leur incombe de veiller à

Davantage de pouvoir pour la Session? Pas évident de garder un pied au Parlement une fois la Session terminée. A 26 ans, Mathias Reynard est le plus jeune Conseiller national sous la coupole. Il avait reçu le Prix Jeunesse de la Session en 2012. Qui mieux que lui pour être ambassadeur des pétitions dans les commissions parlementaires? «Je prends systématiquement la parole pour les défendre. Mais les pétitions ne sont même pas discutées en plénum, déplore-t-il. On

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Sabrina Chakori, 21 ans, participe pour la troisième année au Forum de la Session des jeunes. Elle est responsable des pétitions traitant des transports et des télécommunications. «J’ai déjà endossé un rôle similaire au niveau cantonal. Mais à l’échelle fédérale, il est plus difficile de savoir à qui s’adresser». Pour attirer l’attention des parlementaires, le Forum a toutefois plusieurs cartes à jouer: prise de contact, rendez-vous, organisation de podiums pour promouvoir les revendications auprès des médias et du public. «Finalement, on concrétise très peu de choses», regrette Sabrina. Elle estime les quatre jours de Session insuffisants pour élaborer un dossier suffisamment complet sur un sujet. «Pour avancer, il faudrait une Session chaque mois!»


«Pour Mathias Reynard, Conseiller national valaisan, les pétitions de la Session des jeunes ne sont pas assez contraignantes pour les politiciens.»

procède seulement à un vote en fin de session». Selon lui, les revendications de la Session des jeunes ne sont pas correctement traitées, et pas assez contraignantes. Le politicien valaisan est favorable à l’octroi de pouvoirs supplémentaires à la Session des jeunes, comme l’avait déjà proposé dans un postulat la Conseillère nationale zürichoise Chantal Galladé en 2005. Quelques idées: délais raccourcis dans le traitement des pétitions par le Parlement, ou encore le droit de déposer un objet par année, traité sérieusement. Question de timing Jasmine Herrera, ancienne membre du Forum et responsable du groupe de travail francophone sur l’homophobie pendant la Session 2013, estime que chaque pétition élaborée par les jeunes possède sa chance auprès des occupants habituels de l’hémicycle. «Chaque année, des revendications complètement folles sont formulées: elles deviennent parfois de vrais débats de société quelques années plus tard». Elle cite pour exemple l’interdiction de fumer dans les gares et les

trains, entrée en vigueur en 2005 mais plébiscitée par la Session des jeunes en 2003 déjà. Selon Jasmine, tout est question de timing: «les politiciens qui nous ont rendu visite pendant nos deux journées de réflexion nous ont dit que c’était le bon moment, et que nous étions les bonnes personnes pour amener un débat sur le sujet». S’il reste sceptique quant à l’attention accordée par les politiciens aux travaux de la Session, Mathias Reynard concède que «lorsque les jeunes transmettent une revendication nouvelle et idéaliste, cela fait réfléchir les parlementaires». Un rapport a récemment été remis aux commissions compétentes comprenant le nombre de pétitions de la Session acceptées et refusées par le Parlement. Il s’agit de tirer un bilan et de «placer les parlementaires face à leurs responsabilités», conclut Mathias Reynard. Une seule recommandation de la Session a été approuvée en 2005 par les deux chambres parlementaires depuis la création de la Session des jeunes en 1991.

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nachtleben

PARTY HARD! Am Freitagabend kam unter den rund 200 Jugendlichen Partystimmung auf. Die jungen Politikerinnen und Politiker warfen sich in Schale und putzen sich heraus. Im Four Club liess der Nachwuchs den anstrengenden Tag ausklingen. Zum Ärger einiger Teilnehmenden wurde an der obligatorischen Garderobe einkassiert. Debattieren half fßr einmal nichts. Bilder: Matthias Käser

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streitGesPräch

Wenn zwei sich streiten Freiheit für das eigene Tun oder mehr Solidarität für die Anderen, was ist gerecht? Die Diskussion um eine faire Verteilung von Vermögen ist alt. Und dennoch polarisieren die Meinungen weiterhin. Auch bei den jungen Köpfen an der Jugendsession. Alec Hans, 15-jähriger Jungunternehmer aus Fribourg und Arabella Fristensky, Juso-Mitglied und Gymnasiastin aus Zürich, sind zwei, die sich gerne streiten. Text: Fabienne Gsponner | Bild: Oliver Hochstrasser

Tink.ch: Die Vermögensunterschiede in der Schweiz sind enorm. Ist es gerecht, dass 2.6 Prozent der Bevölkerung die Hälfte des Schweizer Gesamtvermögens besitzen? Alec: Aus meiner Sicht ist es gerecht, dass bestimmte Personen mehr Geld beziehungsweise einen höheren Prozentsatz am Gesamtvermögen besitzen, da ihnen dieses Geld nicht grundlos geschenkt wurde. Sie mussten hart dafür arbeiten und viel Verantwortung übernehmen. Klar, ein kleiner Anteil von Vermögenden hat sein Geld vielleicht unehrlich erwirtschaftet. Die Mehrheit aber hat ihr Vermögen auf faire Weise verdient. Arabella: Ich stimme dir zu, dass diese Personen ihr Geld selber erwirtschaftet haben. Allerdings unter Voraussetzungen – ich meine die immense Lohnschere in unserer Gesellschaft – die ich nicht richtig finde. Kein Mensch kann hundertmal mehr Arbeit leisten oder hundertmal mehr wert sein als ein anderer. Ausserdem konsumieren Personen

Breiten Lohnspannen sollte mit einem Gesetz Einhalt geboten werden, damit wieder Gerechtigkeit hergestellt wird.

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mit hohem Eigenvermögen nicht mehr, sondern investieren ihr Geld lieber – beispielsweise in Immobilien. Das schadet unserer Wirtschaft. Was für ein Ausmass an Ungleichheit wäre für euch akzeptabel? Arabella: Da teile ich die Ansichten der Juso, die vorschlägt, ein Lohnverhältnis von eins zu zwölf aufzustellen. Stellt man sich vor, dass ein Mensch zwölf Jahre lang arbeiten muss, um denselben Lohn zu erhalten, den ein anderer in einem Jahr erreicht, scheint diese Massnahme immer noch liberal. Schliesslich hat keiner in unserer Gesellschaft eine zwölfmal längere Ausbildung oder das Zwölffache an Verantwortung. Wäre das Lohnverhältnis im Massstab eins zu zwölf eine praktikable Lösung für dich, Alec? Alec: Ein guter Ansatz, allerdings ist die Idee schwierig


umzusetzen. Es gibt diverse Wege, diese Massnahme zu umgehen. Ich denke daher, dass die momentane Situation fair ist. Wie sähe denn eine gerechte Lösung in Bezug auf die Löhne aus? Alec: Die Löhne der untersten Einkommensschichten sollten auf jeden Fall nicht unter die Armutsgrenze fallen. Bei einer hundertprozentigen Anstellung sollte man mindestens 4000 Franken verdienen. Arabella: Hier bin ich ausnahmsweise einmal derselben Meinung. Alle sollten einen gewissen Lebensstandard haben können. Deshalb sind 4000 Franken angemessen. Es gibt immer neue Möglichkeiten, wie ökonomisch ungerecht gehandelt wird. Nehmen wir das Beispiel Offshore-Leaks. Können solche Probleme innerhalb des Staates angegangen werden? Arabella: Das ist sehr schwierig, da es unzählige Mittel und Wege gibt, wie man Vermögen verschleiern und Steuern umgehen kann. Weiter können Gesetze nie zu hundert Prozent so umgesetzt werden, wie man es sich wünscht. Dennoch ist es wichtig, sich solchen Problemen politisch anzunähern und nicht zu stagnieren, indem man meint: «Es bringt sowieso alles nichts.» Alec: Ich habe mich mit diesem Problem auseinandergesetzt. Eine Google-Recherche zum Thema zeigt, wie gezielt Unternehmen auf den Cayman Islands oder den British Virgin Islands mit Steuerhinterziehung Werbung machen. Dies ist unfair. Es ist jedoch nicht möglich, so etwas in den Griff zu bekommen. Ausserdem ist es verständlich, dass vermögende Personen nach anderen Möglichkeiten Ausschau halten, wenn sie bei uns zu hoch besteuert werden. Arabella: Diese Sicht teile ich überhaupt nicht. Steuerhinterziehung darf nicht gerechtfertigt werden. Wenn sich Vermögen zu stark konzentriert, sollte es umverteilt werden. Wie sieht ein politischer Vorschlag von eurer Seite aus? Alec: Die Lösung unserer Arbeitsgruppe ist eine Bonussteuer. Dass die Steuer progressiv sein soll, empfinde ich dennoch als ungerecht. Weshalb sollte es für jemanden, der eine Million Franken als Bonusgeldern ausbezahlt bekommt, weniger schmerzhaft sein, die Hälfte von seinem Geld abzugeben, als für jemanden, der beispielsweise nur 16‘000 Franken ausbezahlt bekommt? Schliesslich ist es in beiden Fällen derselbe Prozentsatz des verdienten Geldes. Es soll-

te einen bestimmten Freibetrag geben, damit Mittelschicht und Arbeiterschaft nicht darunter leiden, darüber hinaus aber alles zu einem festgesetzten, linearen Steuersatz versteuert werden. Den Bonus progressiv besteuern, reicht das für dich, Arabella? Arabella: Nein. Ich unterstütze eine progressive Bonussteuer, denke aber, dass es mehr braucht. Bonuszahlungen sind nur variable Lohnzahlungen. Die Fixlöhne bleiben weiterhin bestehen. Deshalb bin ich sowohl für die Annahme der 1:12-Initiative als auch die Einführung eines Mindestlohns. Breiten Lohnspannen sollte mit einem Gesetz Einhalt geboten werden, damit wieder Gerechtigkeit hergestellt wird. Alec: Jeder und jede sollte die Chance haben, sich ein anständiges Leben über der Armutsgrenze zu leisten. Ist dies erfüllt, kann von mir aus jeder, der möchte, tausendmal mehr verdienen als ich. Anzeige

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Portrait

Au-delà des barreaux, les mots Lors de la Session fédérale des jeunes, Ines Aubert est venue présenter son engagement peu commun : depuis 12 ans, elle correspond avec des condamnés à mort américains, pas le biais de l'association Lifespark. Elle raconte. Texte: Lauriane Constanty et Léonore Stangherlin |Image: Matthias Käser et Oliver Hochstrasser

Berne, 14 novembre 2013, lors de la Session fédérale des jeunes. Des cheveux gris en bataille, l’air épanouie​mais les traits fatigués, Ines Aubert expose, devant une salle comble, son engagement extrême. A 52 ans, elle entretient depuis douze années des correspondances avec des condamnés à mort aux ÉtatsUnis. A l’issue de sa présentation, un sentiment indéfinissable, entre fascination, admiration et répulsion gênée, vous prend à la gorge. Portrait d’une femme à contre-courant. «Quand on travaille avec des personnes qui n’ont plus rien à perdre, un lien spécial se crée, au-delà de la superficialité» Ines Aubert est membre de Lifespark, une organisation suisse à but non lucratif, fondée en janvier 1993, et qui compte aujourd’hui plus de 320

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membres. Son but? Permettre à des condamnés à mort des prisons américaines d’entretenir une relation épistolaire avec une personne libre, et amener ainsi un peu de chaleur dans leur quotidien. «Cela fait plusieurs années que je m’engage de manière bénévole pour aider des gens dans le besoin, explique Ines, que ce soit dans l’accompagnement de personnes en fin de vie ou de personnes séropositives toxicodépendantes». Quelqu’un lance dans l’auditoire: «Je ne pourrais jamais écrire à des meurtriers!» La quinquagénaire répond, très calme: «Je comprends». Mais qu’est-ce qui peut motiver un tel plongeon dans les plus sombres recoins de la vie humaine? Une passion dévorante pour l’écriture et le désir de comprendre l’être humain dans toute sa complexité. «Ces lettres me semblent avoir un impact bien plus

fort et plus concret que n’importe quelle autre forme d’engagement». «Je ne suis pas là pour juger, pardonner ou comprendre. Je suis là pour aider». Sa plus longue correspondance a commencé il y a douze ans avec Robert Pruett, un détenu texan de 34 ans, violeur multirécidiviste qui a égorgé sa dernière victime. Alors qu’Ines s’adresse à l’auditoire de la Session des jeunes, Robert, un jeune homme très intelligent et cultivé, qu’elle décrit comme son meilleur ami, vient d’apprendre la date de son exécution. Celle-ci était à la base prévue pour avril puis avait été repoussée à décembre 2013. La quinquagénaire parle de la mort prochaine de cet homme avec maîtrise et émotion: elle mûrit ces réflexions depuis plusieurs années, cela se


sent. Elle soutient que l’incertitude vis-à-vis de la date de la mort des sept détenus à qui elle écrit n’est finalement que relative: «Ils restent parfois 20 ans dans ces cellules. Je pourrais très bien mourir avant eux». Justice américaine, es-tu vraiment juste? Une autre raison est avancée par Ines pour expliquer son engagement: la justice. «Je considère avoir eu la chance d’être née sous une bonne étoile. J’avais envie, à mon échelle, de rééquilibrer les choses.» Au fil de ses correspondances, Ines s’est rendue compte que le milieu dans lequel les prisonniers avaient grandi n’était pas forcément étranger aux crimes commis. Par son action, elle s’élève contre les valeurs de toute une société. Elle tente par ses lettres de retrouver l’homme au-delà du meurtrier. «Je ne suis absolument pas contre les punitions pour ceux qui ont fait du mal. Je suis tout simplement contre la peine de mort, poursuit-elle. Personne ne mérite d’attendre des années dans une cellule de quelques mètres carrés la date de son exécution». Mais

peut-on vraiment passer outre un aussi lourd passé? Au delà de l’action politique, un brin d’humanité : «Ce sont quand même des hommes». Cet engagement indéfinissable remet en question nos perceptions bien définies du bien et du mal et crée parfois le malaise. Mais Ines Aubert le veut avant tout réaliste, humain et social. «Je sais qu’écrire ces lettres n’a aucun impact sur la lutte contre la peine de mort et que ces échanges sont de durée limitée», affirme-t-elle. «Mais audelà de leur histoire parfois terrifiante, ce sont quand même des hommes, et ils ont le droit d’être traités comme tels par au moins une personne sur Terre». La Zürichoise pousse très loin son engagement personnel: ces dernières années, elle a voyagé plusieurs fois aux États-Unis pour rendre visite à quelques-uns de ses sept correspondants, principalement au Texas. Il y a trois ans, elle a rencontré une victime de Robert Pruett pour lui transmettre des excuses. Cette année, Ines a visité les proches de la victime de Robert Hauer, une autre de ses relations épistolaires. Sous le feu des critiques Des initiatives comme celle de l’association Lifespark ne laissent pas de marbre. Ines Aubert décrit les attaques manuscrites parfois agressives essuyées par les épistoliers suisses lors de la parution d’articles sur Internet. «On me demande si je n’ai rien d’autre à faire de ma vie, on m’accuse de chercher l’attention, le

pouvoir». D’autres questions reviennent souvent: pourquoi écrire à des gens aussi loin alors qu’il y a assez de malheureux en Suisse? Pourquoi ne pas essayer d’aider les victimes plutôt que de soutenir les assassins? Ines répond: elle écrit aux États-Unis car il s’agit du seul pays dont elle maîtrise la langue et où la peine de mort n’a pas encore été abolie. Quant aux victimes, «j’ai essayé de les contacter, mais la plupart ne veulent pas de relations épistolaires, elles veulent qu’on les laisse en paix». Sain ou malsain : conflit de conscience? Lorsqu’on lui demande si être un soutien pour des condamnés à mort, des criminels, lui pose des problèmes éthiques, Ines Aubert répond sans la moindre hésitation que non. «Ce que je pense de leur histoire ne peut de toute façon rien changer à leurs actes criminels passés ou à leur situation présente. Tout ce que je peux faire est de les aider au mieux». Cette distance vis-à-vis du passé de chaque condamné, c’est aussi ce que soutient Lifespark. Les personnes intéressées à entretenir une correspondance avec les prisonniers ignorent leur identité et leur histoire. Chacun se découvre au fil des lettres, raconte ce qu’il veut bien partager et fait découvrir une facette de sa vie que l’autre ignore. Une relation se construit, lentement, entre deux personnes que la réalité et l’océan promettaient de séparer. Une relation qui ne laisse pas indifférent, qu’on la condamne ou qu’on l’admire.

A 52 ans, Ines Aubert entretient depuis douze ans des relations épistolaires avec des condamnés à mort américains.

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Florian (17 Jahre) Etwas vom Grössten ist für mich, dass ich auch mal im Nationalrat sitzen kann. Mein Tiefpunkt war heute Morgen, als ich eine Abstimmung verlor. Ich kann mich allerdings nicht mehr an das Thema der Vorlage erinnern.

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Mala (17 Jahre) Ich hoffe, dass das Highlight jetzt im Schlussplenum noch kommt. Kontroverse Diskussionen kamen in meiner Gruppe «Jugend und Alkohol» nicht wirklich auf. Wir waren alle mehr oder weniger derselben Meinung.

Serena (17 anni) «I punti forti per me sono l’ascolto e la discussione intelligente che si viene a creare. Ho amato molto anche l‘aspetto sociale della Sessione. Non mi è piaciuto il fatto che, visto che due gruppi trattavano lo stesso tema, i temi si sono ripetuti. Sarebbe stato più interessante trattare più temi differenti.»

Textes: Jorel Towa, Julien Calligaro, Sabina Galeazzi Photos: Manuel Lopez, Adam Keel, Oliver Hochstrasser, Juliette Ivanez

Estelle (17 ans) «Les jeunes sont trop souvent oubliés de la politique alors qu’ils auraient des choses intéressantes à dire», constate Estelle Pannatier. Cette politicienne en herbe de 19 ans pense que les pétitions proposées à la Session des jeunes ont un impact au niveau des consciences tout au plus, mais «au moins, les jeunes sont écoutés». Ce qui caractérise la Session des jeunes? L’ambiance: Estelle a aimé découvrir les autres personnes autant en s’amusant qu’en discutant politique.


bericht

Solidarität mit Anderssexuellen Das Bundeshaus ist ein Ort der Demokratie. Ist es auch ein Ort der Neutralität? An der diesjährigen Jugendsession haben drei Teilnehmerinnen die Jungparlamentarier und -Parlamentarierinnen dazu aufgerufen, ihre Solidarität mit Homo-, Bi- und Transsexuellen vor der Presse zu demonstrieren. Die Idee dazu kam von der Organisation LGBT. Text: Vivienne Kuster | Bild: Oliver Hochstrasser

Geplant war eine Aktion, bei der sich die Jugendlichen für mehr Solidarität gegenüber Anderssexuellen einsetzten sollten. In der Nachmittagspause der Sonntagssession im Nationalratssaal wollten einige Jungparlamentarier mit Schildern und der Aufschrift «j’interagis» – «ich interagiere» - zu mehr Solidarität aufrufen. Die Teilnehmenden zielten mit dieser Aktion darauf ab, in der Presse Aufsehen zu erregen, um damit in der Schweizer Gesellschaft auf Homophobie aufmerksam zu machen. Wurden die Jugendlichen instrumentalisiert? Laut Stefan Brader, OK-Co-Präsident der Jugendsession, wurde der Plan für die Aktion von drei Teilnehmerinnen aus der Arbeitsgruppe zur Homophobie verkündet. Sandrine Cina und Isabelle Favre von der Organisation LGBT Youth Swiss waren für die Arbeits-Gruppe als Expertinnen hinzugezogen worden und bestätigen gegenüber Tink.ch: «Wir haben den Teilnehmenden von der Idee dieser Aktion erzählt, als diese äusserten, dass sie etwas Konkretes gegen Homophobie unternehmen wollen.» Instrumentalisierte demnach die Organisation den Anlass, um auf ihr Anliegen aufmerksam zu machen? OK-CoPräsident Brader widerspricht: «Klar möchten die Organisationen, die den Gruppen bei den Dossiers helfen, ihre Anliegen einbringen.» Die Gruppen-Verantwortlichen würden aber darauf achten, dass es um Fakten ginge. Zudem seien es die Teilnehmerinnen selbst gewesen, die auf die Aktion aufmerksam

Küchler entschied das OK der Jugendsession, dass die Kundgebung ausserhalb des Nationalratssaals stattfinden müsse. «Wir haben lange diskutiert. Denn grundsätzlich sind jegliche Arten von Aktionen im Nationalratssaal schwierig. Es ist ein Ort mit Bedeutung und zudem Hauptveranstaltungsort der Jugendsession», so Brader. Rund 80 Teilnehmenden solidarisieren sich mit Anderssexuellen. gemacht hätten und nicht die LGBT. Auch Favre und Cina relativieren: «Für uns war es wichtig, dass die Aktion von den Jugendlichen kommt.» Diese hätten alles selbst geplant und die anwesenden Personen mobilisiert. Nicht im Nationalratssaal Ob die Jugendsession für eine solche Kundgebung die richtige Plattform ist? Die befragten Teilnehmer und Teilnehmerinnen sind sich mehrheitlich einig. «Es ist der richtige Ort für ein solches Statement. Wir Jugendliche sind diejenigen, die den Wandel in der Gesellschaft vorwärtsbringen können.» Die Veranstalter sahen keinen Grund, den Anlass zu unterbinden. Stefan Brader bestätigt: «Es ist nicht in unserem Sinne, alles zu kontrollieren oder zu verbieten. Das würde zu einem restriktiven Jugendparlament führen.» Er fügt an, dass ein Dialog zwischen den Extremen nicht aktiv gefördert wird, aber falls er geschieht, stattfinden solle. Aufgrund mehrerer Interventionen von Teilnehmenden bei Projektleiter Micha

«Für eine gute Sache» Rund 80 junge Menschen haben sich dazu entschieden, an der Aktion teilzunehmen. Motiviert wurden sie von drei Teilnehmerinnen, die am Freitag beim Abendessen dazu aufgerufen haben. Mit Nachdruck haben diese betont, dass alle angehalten seien, an der Aktion mitzumachen. Dass die Bekundung auf Freiwilligkeit beruhe, wurde im Nebensatz erwähnt. Wurde Druck ausgeübt, sich für das Kampagnenbild hinzustellen, wenn sich alle Freunde bereits in Pose gebracht hatten? Favre und Cina verneinen: «Die Jugendlichen waren durch die Debatte am Nachmittag ausreichend informiert.» Zudem hätten sie zwei Tage Zeit gehabt, um sich zu entscheiden. Ein Teilnehmer bemerkt schliesslich: «Klar bestand ein gewisser Gruppendruck, aber es war für eine gute Sache.»

Info LGBT Youth Swiss ist eine nationale Organisation, die Jugendliche über Homosexualität Informiert. Die Abkürzung steht für Lesbian, Gay, Bisexuel und Transgender.

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Von links nach rechts : Jakob Merane, Lara Bezio, Nicolas Krattiger, Jana Indelicato, Andreas Leupi, Cathrine Liechti, Michael Küng, Anna-Lena Nadler, Sabrina Chakori, Rahel Mösch | Bilder: Manuel Lopez

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