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Abbiamo annunciato: se la legge infame passa faremo disobbedienza civile. Grande adesione, i lettori sono con noiy(7HC0D7*KSTKKQ(

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www.ilfattoquotidiano.it

€ 1,20 – Arretrati: € 2,00 Spedizione abb. postale D.L. 353/03 (conv.in L. 27/02/2004 n. 46) Art. 1 comma 1 Roma Aut. 114/2009

Venerdì 21 maggio 2010 – Anno 2 – n° 144 Redazione: via Orazio n° 10 – 00193 Roma tel. +39 06 32818.1 – fax +39 06 32818.230

STRAPPIAMO IL BAVAGLIO Magistrati, giornalisti, editori: è rivolta Veltroni: con questa legge aiutano la mafia

Santoro: “Se mi chiedono di fare Annozero resto” Fini è già finito?

Giulio Anselmi definisce il provvedimento “liberticida”, Natale (Fnsi) parla di “situazione drammatica” e Sky annuncia ricorsi alla Corte europea

di Paolo Flores d’Arcais

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areFuturo” nel senso di fare politica, o semplicemente nell’accezione di “fare ammuina”? Tra le due cose corre un abisso, l’on. Fini ne è certamente al corrente. Il presidente della Camera sembrava deciso a un futuro di politica da statista, quando nell’assemblea dei dirigenti del Partito di Berlusconi si rifiutò di fare il predellino del padrone, e replicò a brutto muso all’aspirante Putin, pronunciando addirittura, come sintesi di una politica da destra europea, la parola magica che sul tirannuccio di Arcore ha lo stesso effetto dell’aglio per i vampiri: legalità. La faccia feroce dell’onorevole Fini, però, non era evidentemente una scelta di vita, ma più probabilmente una “scena” per le televisioni, visto che due giorni fa il suo ventriloquo più accreditato, l’on. Bocchino, ha preannunciato la piena lealtà di un voto favorevole alla legge sulle intercettazioni, che il Sultano all’italiana esige approvata dai suoi eunuchi a tappe forzate, entro giugno. In realtà, come sa il lettore di questo giornale ma non sa il 90% degli italiani minzolianamente disinformato, non si tratta di una legge per difendere la nostra privacy. Il controllo illegale, il caimano lo ha sempre incoraggiato e premiato. La legge dovrebbe chiamarsi perciò “criminali liberi” visto che molti di loro senza l’irrinunciabile strumento delle intercettazioni non saranno mai scoperti. E ancor più “giornalisti in galera”, visto che questo accadrà per chi vorrà ancora raccontare ai suoi lettori qualche frammento di verità scomoda. Una legge del genere non è una “stretta” (comunque di regime!), come pudicamente vanno omertando testate cerchiobottiste della sera coi loro editorialisti alla don Abbondio. Si tratta invece di un primo tassello di vero e proprio FASCISMO, perché solo il fascismo, nell’arco dell’intera storia unitaria italiana, ha considerato e punito come crimine penale un resoconto di cronaca. L’onorevole Fini riesce a immaginare una destra europea capace di compiere un’infamia del genere contro la democrazia liberale? Una signora Merkel che anziché bastonare i banchieri speculatori forgia manette per la Frankfurter Allgemeine e la Süddeutsche Zeitung? Enormità impensabili, e infatti ieri gli ambienti vicini a Fini lasciavano trapelare “subbuglio”. Conteranno solo i fatti, però: questa legge liberticida e criminale un liberale anche tiepido la boccia. Punto. Altrimenti ha già rinunciato a fare politica e si è rassegnato a fare il predellino.

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i stringono i tempi. Si vota di Snato.notte in Commissione al SeAvanti così verso la “legge-bavaglio”. Ieri il Fatto è stato invitato a La Sapienza di Roma per spiegare cosa sta accadendo. C’è preoccupazione. La stessa manifestata sulle nostre pagine dal presidente dell’Ansa Anselmi, dal presidente del sindacato giornalisti Natale e da Veltroni. Mascali, Nicoli, Perniconi, Telese, Tecce, Truzzi e Zanca pag. 2-3-4-6-7 z

L’INCHIESTA x I pm di Perugia accendono un faro sui due ministri

Dopo Scajola, Bondi e Matteoli Dall’interrogatorio di Zampolini emergerebbero riscontri. Al setaccio un conto di Diego Anemone Massari pag. 5 z in Francia

CATTIVERIE Sandro Bondi e Altero Matteoli (FOTO EMBLEMA)

G8 di Genova: condannati in appello i poliziotti accusati per le violenze alla Diaz. Mantovano: “Resteranno in polizia”. E per le stesse ragioni. (www.spinoza.it)

nvergogne di Stato La scuola Diaz: il coraggio della verità Lillo pag. 18z

nModena e Maranello Quei problemi della Maserati che danneggiano Ferrari Feltri pag. 11z

Comprati e venduti di Marco Travaglio

aro Michele, scopro con raccapriccio che, oltre a smarcarti da un’azienda che non ti vuole, vieni addirittura retribuito per il tuo lavoro e, se te ne andrai, percepirai financo la liquidazione. Ma non ti vergogni? Come ti è stato autorevolmente fatto notare dal Pompiere della Sera (“Michele dalla trincea all'incasso”), dove il direttore e le grandi firme campano d’aria, tu sei “militante” e “barricadero”, dunque dovresti lavorare gratis. E mica solo tu: come si permette questo Saviano di scrivere libri contro la camorra e poi intascare i diritti d’autore? Allora è vero che usa la camorra per arricchirsi e fare la vittima: trucchetto già praticato da Anna Frank e Primo Levi, che usarono i lager nazisti per fare i martiri, vendere libri e diventare famosi. Chi combatte la camorra dovrebbe scrivere libri perché nessuno li legga e li compri, poi lasciare le royalties a Berlusconi che ne ha tanto bisogno. Tu, se davvero volevi informare i cittadini sulle magagne del sistema, dovevi devolvere il tuo stipendio al dottor Masi e ora dovresti lasciargli la liquidazione, affinché la usi per stipendiare Belpietro, Paragone, la Setta e integrare un po’ il misero compenso di Vespa, che l’altro giorno, dall’alto dei suoi ascolti da albumina, stigmatizzava la tua paga con l’immortale frase “Essere perseguitati è un affare”. Dev’essere per questo che lui, da pensionato, guadagna il triplo di te: per non fare troppi affari. Ti prego poi di considerare l’illuminato parere dell’on. Franco Monaco del Pd: “Tutto e tutti si comperano”. Ecco, nemmeno i migliori del Pd riescono a distinguere il verbo pagare dal verbo comprare. Pensano che stipendiare un professionista in base al suo valore e ai suoi risultati, come in ogni mercato libero, significhi comprarlo, impossessarsi della sua testa e della sua anima. E se questi sono i migliori del Pd, figurarsi i peggiori. Infine, se ti resta tempo, ti pregherei di versare un piccolo obolo a Polito El Drito, il noto trascinatore di folle che sul Riformatorio irride ai 5 milioni e più di spettatori di Annozero: “Tornate al mondo reale, o voi in cerca di un taumaturgo che vi liberi dal Male. Michael Moore fa i soldi, la Guzzanti fa i soldi, Travaglio fa i soldi, Santoro fa i soldi... Non conducono una lotta tra il Bene e Berlusconi, conducono le loro aziende. Se proprio volete liberarvi del Caimano, dovete procedere altrimenti. L’unico modo è mandare in Parlamento il numero di deputati sufficienti a disarcionarlo”. Tipo Polito, che quand’era senatore Dl chiese con Dell’Utri una commissione d’inchiesta contro le intercettazioni. Per disarcionare meglio Berlusconi, collaborava a realizzare il suo programma (suo del Caimano, s’intende). E, quand’è tornato al Riformatorio, ha seguitato a dare ragione a Berlusconi, per combatterlo meglio si capisce. “Santoro – prosegue El Drito – ha fatto un affare e non c’è bisogno di spiegare perché”. Ecco: ti sei guadagnato onestamente lo stipendio con un programma libero a dispetto della destra e della sinistra, dando notizie vere e censurate dagli altri, portando prestigio e palate di milioni all’azienda che ti ha combattuto per quattro anni. Per i cantori del libero mercato all’italiana, un peccato imperdonabile: anziché chieder conto a un’azienda pubblica che si priva all’unanimità del suo prodotto di maggior successo, chiedono conto a te del tuo “affare”. Del resto, se il mercato fosse libero, del Riformatorio non esisterebbe nemmeno il ricordo, visto che è tenuto artificialmente in vita dai fondi pubblici. Cioè: lo paga soprattutto chi non lo compra. Naturalmente El Drito si schiera pro legge bavaglio e plaude alle multe per gli editori, anche perché non sa di che parla: le multe non riguardano, come scrive lui, “la violazione del segreto investigativo” con “la pubblicazione di atti coperti da segreto”, bensì la pubblicazione di atti non coperti da segreto. Cioè pubblici. Ma che gl’importa: avendo la fortuna di non avere lettori, ha pure quella di non dover dare notizie. Tanto lo stipendio glielo paghiamo noi.

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LEGGE BAVAGLIO

di Silvia

Truzzi Roma

nformare e trasgredire o ubbidire e nascondere? Siamo ancora in tempo per scongiurare questa scelta. Per fermare la legge sulle intercettazioni bisogna che i giornali si diano una mossa. In fretta, senza balbettare, dimenticando gli equilibrismi. Altrimenti metteranno la museruola a tutti: cani da guardia, cani che abbaiano senza mordere, cani da compagnia. Giulio Anselmi – presidente dell’Ansa, alle spalle una lunga carriera nelle direzioni dei giornali più importanti – spiega perché è una questione di sopravvivenza. Il direttore di Repubblica, Ezio Mauro, ha detto ‘se ci mettiamo tutti insieme, questa battaglia la vinciamo’. Lei ci crede? Sì, assolutamente. Ci vuole una reazione comune, perché la legge che il Paese rischia di subire non è un freno ad abusi giornalistici. Ma un’autentica e pesantissima limitazione alla libertà di stampa. Non si occupa solo di intercettazioni, vieta ai giornali di pubblicare anche in sintesi tutte le notizie su inchieste in corso fino alla chiusura delle indagini preliminari. Il che significa non dare notizie per 4-6 anni. È un lasso di tempo enorme. Non tanto per l’utilizzabilità della notizia, quanto per la sua utilità. Utilità e memoria, direi. Tra l’altro in tempi in cui la memoria è breve anche per la gran quantità di notizie che tutti i giorni si riversano sui cittadini. Un giornalista, comunque la pensi politicamente, non può che insorgere. E infatti sta accadendo, anche se per ora in maniera un po’ sparpagliata. Non è un discorso corporativo, infatti lo capiscono bene anche gli editori. Se la legge passa sarà una ferita vera per la democrazia. Gli editori hanno preso una posizione chiara. La legge li mette nelle condizioni di avere interessi opposti a quelli dei giornali. E quindi di dovere interferire sui contenuti. È un vulnus tale che la preoccupazione scende dal Quirinale e attraversa gran parte del mondo politico e dell’editoria. Un’industria già in difficoltà che si trova di fronte a sanzioni economiche pesantissime. E si trova, soprattutto, a dover scegliere tra conto economico e libertà di stampa, rendendo conflittuale il rapporto con i direttori: una brutta situazione. Alcuni tra giuristi e giornalisti invocano la disobbedienza civile: di fronte a tanto, se la legge dovesse passare, non si può fare spallucce. In tempi, e questi lo sono, di emergenza è giusto fare fronte comune. Per fronte comune – che per adesso è solo accennato – intendo i giornalisti, i direttori, le rappresentanze sindacali e gli editori. Io spero che questo fronte sia sufficiente per una riflessione. Perché la disobbedienza civile è una soluzione estrema: io preferirei che si potesse evitare. Anche se s’intravede qualche segnale di apertura da parte del governo, è un’ipotesi su cui conviene cominciare a ragionare. Se i giornalisti vogliono combattere e vincere questa battaglia, devono fare in modo che l’opinione pubblica si sensibilizzi sul serio. Finora ci so-

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Per gli editori una multa fino a 464 mila euro

Ai giornalisti l’arresto fino a 30 giorni

Anche gli editori saranno puniti per la pubblicazione di atti vietati dal ddl con una multa che va da un minimo di 64 mila a un massimo di 464 mila euro. Dal Salone del libro di Torino è stato lanciato un appello degli editori, con l’eccezione di Mondadori ed Enaudi, contro la normativa: la legge rischia “di compromettere un diritto dei cittadini, tutelato dalla nostra Costituzione: quello di informazione e di critica”.

I giornalisti non potranno scrivere praticamente più nulla. Nonostante sia stato ritirato l’emendamento del relatore Centaro che inaspriva ulteriormente le pene non solo pecuniarie, resta in vigore quanto già approvato dalla Camera, ovvero l’arresto fino a 30 giorni qualora si pubblichi “anche per riassunto o a guisa d’informazione” una notizia che riguarda un procedimento penale.

GIULIO ANSELMI INSORGIAMO È UNA LEGGE LIBERTICIDA no state raccolte di firme, è vero. Ma l’attenzione è ancora relativa. Un po’ perché l’opinione pubblica ci vede contigui al potere. E risvegliati solo ora davanti a questa legge che – non c’è dubbio – è una legge liberticida. Però ci sono alcuni comportamenti che noi non avremmo dovuto tenere e rispetto ai quali solo ora si manifestano timide ammissioni. Adesso si cominciano a sentire giornalisti che dicono: abbiamo pubblicato intercettazioni inutili, coinvolgendo persone estranee alle indagini, per storie pruriginose. Mi piacerebbe che noi fossimo capaci di autoregolamentazione, sarebbe la via preferibile. Però non ho molta fiducia né nella nostra capacità di darci codici cui attenerci, né nell’Ordine dei giornalisti. Con rammarico – lo dico perché vorrei che ce la cavassimo da soli – credo si debbano accettare forme di tutela legale della priva-

cy, per esempio sulle persone estranee. Però se le norme entrassero in vigore, i direttori saranno di fronte a un dilemma di non poco conto: dare le notizie o violare la legge. Che fare? Noi abbiamo il dovere di informare. In molte altre democrazie non sarebbe nemmeno immaginabile una cosa del genere. In America apparirebbe un attentato alla Carta costituzionale, davvero impensabile. Questa vicenda rientra chiaramente nel quadro dei tentativi di Berlusconi di blindare il suo potere contro ogni forma di vincolo, si tratti di magistratura o di stampa. Dobbiamo però anche dire che in gran parte del mondo occidentale questa dialettica tra mondo politico e informazione c’è. Purtroppo da noi molti politici hanno una visione oligar-

La categoria non può girare le spalle

Il presidente dell’Ansa risponde all’appello lanciato dal nostro giornale contro il ddl sulle intercettazioni chica. E sono ben felici di un colpo assestato a quelle “canaglie” dell’informazione, anche se certe dichiarazioni vengono fatte con meno virulenza rispetto a Berlusconi e i suoi uomini. Ma non dimentichiamo quello che più di una volta D’Alema ha gridato contro i giornalisti. Anche il presidente della Repubblica sarà di fronte a

Giulio Anselmi visto da Emanuele Fucecchi

Un giornalista comunque la pensi politicamente non può che contrastarla, ciò sta accadendo ma in maniera sparsa

” di fico di Centaro La foglia

un bivio. Tutti attendono la decisione che prenderà Napolitano, ma mi pare che in passato abbia avuto un’attenzione significativa verso alcuni aspetti macroscopici lesivi della Costituzione. Sono certo che ci rifletterà molto. Anche perché questo non è un attacco ai giornalisti: è un attacco ai cittadini. La Federazione nazionale della Stampa si dice pronta a uno sciopero. Ci saranno i soliti distinguo? Io credo sia interesse della nostra democrazia chiarire che questa storia va molto al di là della congiuntura che l’ha scatenata. Per una volta non siamo divisi tra berlusconiani e anti-berlusconiani. Infatti vedo con piacere che alcuni giornalisti capaci schierati a destra hanno le stesse posizioni di colleghi capaci schierati a sinistra. Bisogna che gli organismi sindacali non colorino troppo una manifestazione che deve essere di tutti. Anche perché è un periodo di scarsa trasparenza e di dilagante corruzione. Tutti hanno citato l’episodio del ministro Scajola che, con queste norme in vigore, sarebbe rimasto sconosciuto. I cittadini che provano tanta irritazione per questi fenomeni, devono avere ben chiaro che per reagire bisogna sapere. Il giornalismo italiano non è mai stato uno straordinario cane da guardia della democrazia. Ma ora bisogna avere coscienza che saperlo essere è una questione di sopravvivenza. Non di una categoria. Della democrazia.

Importante sensibilizzare l’opinione pubblica

In tempi, e questi lo sono, di emergenza è giusto fare fronte comune dove siamo costretti a valutare anche misure estreme

IL SENATORE PDL: NON INASPRIREMO LE PENE. MA NON CAMBIA LA SOSTANZA di Antonella Mascali

e Sara Nicoli ornano indietro su un dettaglio, ma laTnuncio sciano intatta la sostanza. Con un anspot, il relatore del ddl sulle intercettazioni in Senato, Roberto Centaro, ha annunciato il ritiro di un emendamento che inaspriva ulteriormente le pene per chi pubblica atti di un procedimento penale. “Si ritorna al testo della Camera”, ha dichiarato giubilante. “Non cambia nulla - ha subito replicato il senatore Pd, Felice Casson - perché rimane comunque l’arresto per i giornalisti”. Insomma, la maggioranza tenta in ogni modo di svelenire il clima che si sta creando intorno al prossimo varo del ddl , che lunedì sarà nuovamente discusso in commissione, ma tutto resta come prima. Centaro ha sottolineato di essere “ovviamente d’accordo con il presidente Berlusconi”, dopo una riunione a Palazzo Grazioli con Alfano e Ghedini” (ma il Parlamento non dovrebbe essere sovrano?), e ha spac-

ciato per grossa concessione ai cronisti una vera banalità che non intacca la natura liberticida della normativa: per i giornalisti resta il bavaglio, anche per anni, fino alla conclusione dell’udienza preliminare. L’unica cosa che cambia (forse) è l’entità delle pene e delle multe. Chi pubblica atti di indagine prima della fine dell’udienza preliminare, anche se non più coperti dal segreto istruttorio, è punito con l’arresto fino a 30 giorni o con l’ammenda da mille a 5 mila euro. Se vengono pubblicate intercettazioni, carcere fino a 30 giorni e ammenda da 2 a 10 mila euro. Se le intercettazioni sono destinate alla distruzione carcere da 1 a 3 anni. Per la pubblicazione delle intercettazioni arresto fino a due mesi, l’ammenda da 4 mila a 20mila euro e la sospensione temporanea della professione. Ma la vera mannaia sul diritto di cronaca è rappresentata dalla multa per gli editori: minimo 64.500 , massimo 464.700 euro. Cifre che gli editori, soprattutto medi e piccoli – in genere i più indipendenti- non saranno disposti a pa-

gare o non potranno pagare per non rischiare la chiusura. Comunque, entro fine mese, giura Maurizio Gasparri “la legge sulle intercettazioni sarà approvata”. I finiani, però, tentennano. Lo stesso Italo Bocchino, che fino a qualche giorno fa si era dichiarato assolutamente favorevole alla legge, ieri ha rettificato: “Vietare di parlare del tutto di un’inchiesta fino alla chiusura dell’indagine preliminare è una forzatura”. Più netta la posizione di un’altro deputato finiano, Fabio Granata: “Noi, grazie alla presidente di commissione Giulia Bongiorno, avevamo reintrodotto alla Camera la possibilità di pubblicare quanto meno il riassunto delle intercettazioni (degli atti non coperti da segreto, ndr), in modo che il diritto di cronaca fosse garantito senza tuttavia permettere la creazione di vere e proprie ‘gogne mediatiche’. Ecco, questa possibilità ora è stata cassata”. La posizione di Granata fa chiaramente capire che i finiani, alla Camera, assumeranno una posizione del tutto diversa da quella del Senato dove i numeri (sono

Roberto Centaro (FOTO ANSA)

solo 14) impediscono di fare alcunché. Quando la legge arriverà a Montecitorio, è probabile che gli uomini del presidente della Camera facciano sentire la loro voce (sarebbero comunque un numero non “pericoloso” per i berluscones, ma potrebbero dare problemi in caso di assenze di questi ultimi) tant’è che il governo sarebbe già entrato nell’ottica di porre la questione di fiducia per non avere problemi. La protesta, comunque, monta. Oggi l’Idv scenderà in piazza contro il disegno di legge. “Saremo accanto al popolo viola contro la vergognosa e criminale legge bavaglio sulle intercettazioni - ha detto Leoluca Orlando - faremo le barricate dentro e fuori il Parlamento”.


Venerdì 21 maggio 2010

LEGGE BAVAGLIO Ai pm saranno vietate le intercettazioni a “strascico”

Forze dell’ordine depotenziate verso la criminalità organizzata

Il pm può intercettare dai 30 ai 75 giorni. L’autorizzazione la concede il Tribunale del capoluogo distrettuale. Intercettabili solo le utenze dell’indagato o di altre persone, ma legate strettamente all’oggetto dell’indagine. Vietate le intercettazioni “a strascico”. Per intercettare un soggetto il pm deve raccogliere indizi come per il processo. Cimici e telecamere possibili solo se “vi è fondato motivo” che in un luogo si stia commettendo un crimine.

Anche la possibilità d’indagine viene pesantemente penalizzata da questo ddl. Le forze dell’ordine avranno un’arma in meno per poter svolgere il loro lavoro, specie per i reati legati alla criminalità organizzata, ma anche le aziende che fanno intercettazioni vedranno diminuire in modo pesante le commesse. Mettendo a rischio posti di lavoro.

LA DISOBBEDIENZA DEL “FATTO”

Appuntamento all’Università Sapienza di Roma per raccontare la nostra battaglia a difesa dell’informazione di Paola

Zanca Roma

e in un Paese, per essere onesti, bisogna diventare disonesti, è roba da sociologia. Roba da studiare all’università. Ieri, a La Sapienza di Roma, il professor Giovambattista Fatelli ha chiamato il direttore de Il Fatto Quotidiano Antonio Padellaro e Marco Travaglio a raccontare la nostra battaglia di disobbedienza civile. Titolo della lezione: “Cultura e legalità”. Già, perché oggi per difendere la legalità chi fa informazione deve commettere un reato. “Abbiamo deciso di passare dalle parole ai fatti, non perché siamo degli eroi, nemmeno perché abbiamo voglia di finire in galera – spiega Padellaro agli studenti – semplicemente perché vogliamo che si avvii un procedimento alla Corte Costituzionale e se necessario arrivi fino alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo”. Il divieto di pubblicare intercettazioni che il Parlamento italiano si appresta a varare non arriva così per caso. Per questo è roba da sociologia. Perché è il risultato di un processo cominciato almeno trent’anni fa. Per capirci, prima del ministro Alfano, c’è stato Enrico Berlinguer e la questione morale, ci sono stati gli scritti di Pierpaolo Pasolini in prima pagina sul Corriere della Sera. E poi Mani Pulite. Quello che doveva essere lo sfogo di una tensione, l’apice di un processo culturale, è diventata una farsa che ognuno racconta un po’ come gli pare. E se per “diciotto anni – ricorda Marco Travaglio – gli intellettuali hanno potuto

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continuare a parlare dello ‘scontro tra politica e magistratura’”, se “per tutto questo tempo abbiamo cercato il mandante dei magistrati di Mani Pulite” e “abbiamo discusso del colore delle toghe dei giudici e non delle condanne” è stato grazie ai giornali. Ed è a loro che adesso è arrivato il momento di mettere il bavaglio. Di farli diventare fuorilegge. Per questo la battaglia de Il Fatto è finita all’università. Perché il nostro giornale quel bavaglio ha deciso di non metterlo. Certo, l’auspicio è di avere gli altri insieme a noi. Servirebbe la solidarietà dei colleghi giornalisti, ma la crisi economica e la minaccia delle sanzioni agli editori non sembrano giocare a favore della categoria. Tanti, troppi, “intimiditi” dice Padellaro, dal clima che dilaga nel Paese, come ha denunciato anche il direttore di Repubblica, Ezio Mauro, in un editoriale di due giorni fa: “Basta guardare una rassegna stampa – dice Padellaro – per vedere quella sfilza di titoli tutti uguali, non è una bella immagine”. Si vedrà anche come si comporteranno i deputati: ieri Il Secolo d’Italia, quotidiano vicino a Gianfranco Fini, in prima pagina si chiedeva “Dove andrà a finire il diritto di cronaca?”. Vedremo se anche in Aula una parte del Pdl lavorerà per modificare questa legge vergognosa. Infine, ricorda Padellaro, c’è il Quirinale: “Ci auguriamo che il presidente della Repubblica rispedisca la legge al mitten-

A destra un momento della conferenza di ieri alla Sapienza di Roma; a sinistra la manifestazione dell’ottobre 2009 per la libertà di stampa

te. Lo può fare. Quello che manca, in questo Paese, è una voce che ogni tanto dica ‘Non sono d’accordo’”. I ragazzi applaudono, anche loro sono in prima fila. Anche loro continueranno a fare il loro mestiere, quello di cittadini che vogliono sapere da chi (e come) sono governati. “Non conosco nessuno –

Padellaro: “Ci auguriamo che il capo dello Stato rispedisca la legge al mittente. Lo può fare”

dice Marco Travaglio agli studenti – che porge le sue tasche al ladro e gli dice ‘Prego, porta via’. È quello che facciamo quotidianamente se non ci occupiamo di queste cose”. Perché insieme all’idea di legalità, in questi anni è cambiata pure la voglia di reagire. Dice Travaglio che “quello che tirava le monetine era un Paese sano, è malato il Paese di oggi, che non le tira più”. “Possiamo anche continuare a buttare la spazzatura sotto il tappeto – prosegue Travaglio – così nessuno nel frattempo può pensare a combattere il virus della corruzione: ma in Italia, se uno non è onesto di suo, perché dovrebbe diventarlo?”. Difficile dargli torto se nel 2010, nell’Italia del governo Berlusconi, perfino per raccontare la verità, tocca diventare disonesti.

SKY: ricorreremo alla Corte europea hiederemo un intervento a tutte le autorità Cdo internazionali competenti, anche ricorrenpresso la Corte europea dei diritti dell’Uomo”: è la mossa annunciata ieri da Sky Italia, tramite una nota, per protestare contro il disegno di legge che prevede il carcere per i giornalisti e gli editori che pubblicheranno le intercettazioni telefoniche e/o ambientali, approvato due giorni fa dalla commissione Giustizia del Senato. Secondo Sky, le norme contenute nel famigerato ddl-bavaglio “rappresentano un grave attacco alla libertà di stampa e di espressione”. Non solo. Per il ramo italiano del network di Rupert Murdoch, l’insieme di limitazioni contenute nel disegno di legge “costituirebbe soprattutto una grande anomalia a liP.g.c . vello europeo”.

ROBERTO NATALE, PRESIDENTE FNSI Come la tv di Murdoch, ci rivolgeremo nelle sedi competenti della Ue

“La situazione è drammatica: pronti allo sciopero” di Caterina Perniconi Roma

iamo pronti ad appog“S giare qualsiasi tipo di disobbedenza civile messa in atto dai giornalisti perché la situazione è davvero drammatica”. Non ha dubbi Roberto Natale, presidente della Federazione della stampa italiana, sull’urgenza di prendere iniziative contro la “legge bavaglio”. Presidente, chi vorrà dare le notizie potrà continuare a farlo? “Per quanto ci riguarda, i colleghi che vorranno fare ancora seriamente il loro mestiere avranno la copertura totale da parte delle rappresentanze dei giornalisti. Chiediamo una mobilitazione perma-

nente e diffusa sul territorio perché qui c’è in gioco il diritto di cronaca”. Cosa farà l’Fnsi? “Innanzitutto organizzeremo lo sciopero della categoria nei giorni della discussione del provvedimento poi,

come annunciato ieri da Sky, faremo ricorso alle autorità europee appena sarà legge. Nel frattempo abbiamo chiesto ai giornali di listare la prima pagina a lutto e ai comitati di redazione di segnalarci i pezzi pubblicati che non

“Chiediamo una mobilitazione permanente e diffusa perché qui c’è in gioco il diritto di cronaca”

potrebbero più uscire o andare in onda con la nuova legge. Stiamo camminando di pari passi passo con la federazione degli editori, che ha tutto l’interesse a pubblicare le notizie. E poi scenderemo in piazza al fianco dell’opinione pubblica che sta dimostrando che non ci sta a farsi scippare diritto di sapere”. Cosa non avremmo saputo, con la legge in vigore? “Niente del caso Scajola. Si fa un gran parlare di privacy e di tutela della vita privata degli individui, ma è solo uno specchietto per le allodole e quel caso lo dimostra: non c’era niente del privato del ministro. Ma il punto non sono le intercettazioni, è la secretazione della cronaca giudiziaria. La legge dice chiara-

mente che non si può scrivere nulla “anche per riassunto o a guisa di informazione”. E’ un linguaggio dell’ottocento ma se lo leggiamo meglio vuol dire “anche in forma di notizia”. Ieri il senatore del Pdl, Roberto Centaro, ha ritirato l’emendamento sull’inasprimento delle pene verso i giornalisti. É un passo avanti? “E’ solo un modo per placare gli animi della stampa che si è rivoltata totalmente contro questa legge. Anche Il Giornale e Libero non l’hanno apprezzata e questo la dice lunga. In realtà non c’entrano niente i giornalisti, che quando sbagliano è giusto che paghino. Ma qui stiamo parlando di nascondere dietro alla

parola privacy fatti che creano imbarazzi politici, dal G8 al terremoto, dalle intercettazioni Agcom a Scajola. Tutte le modifiche stanno peggiorando il testo anziché migliorarlo, eppure noi avevamo delle proposte e non ci hanno ascoltato”. Quali? “Sicuramente la più importante è la cosiddetta udienza-filtro, ovvero quando i soggetti coinvolti hanno ricevuto gli atti, un magistrato terzo può decidere, con accusa e difesa, se ci sono parti da stralciare perché relative a persone estranee all’indagine o a fatti di natura privata. Se l’obiettivo è tutelare la privacy e l’articolo 15 della Costituzione, questa è la soluzione”.


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Venerdì 21 maggio 2010

Bice Biagi su Articolo 21: “Peggio che la Spagna franchista”

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DISOBBEDIENZA CIVILE

al sito di Articolo 21, la figlia di Enzo Biagi, Bice, lancia il suo appello contro il ddl: “Con la legge bavaglio d’ora in avanti saremo privati di quelle notizie che ci hanno fatto scoprire Tangentopoli, Affittopoli, Vallettopoli, Calciopoli, Bancopoli, le infamie dei mafiosi e dei Casalesi e le ospitate di Villa Certosa. Più ancora che come giornalista,

mi sento offesa e colpita come cittadina. La Costituzione afferma che in quanto tale ho il diritto ad essere informata ma anche la Carta non ferma le leggi ad personam. Nemmeno nella Spagna franchista si era arrivati a togliere quello fondamentale dell’informazione. Qualcuno così probabilmente si salverà da situazioni imbarazzanti non questo povero Paese”.

IL POPOLO DI INTERNET CON IL FATTO: “SIAMO PRONTI A FARCI ARRESTARE” MIGLIAIA DI ADESIONI CONTRO LA LEGGE BAVAGLIO I commenti su Facebook

IO NON HO PAURA è ESSERE INFORMATI è parte integrante del nostro essere liberi, altrimenti ci rimane solo una libertà virtuale, ma siamo persone vive e reali, soprattutto siamo cittadini con i nostri diritti. Tiziana è NON POTEVANO trovare scusa peggiore di quella che i cittadini vogliono tutelare la propria privacy. Che paura dovrebbero avere i cittadini onesti da queste intercettazioni? Se serve a tirare fuori tutto lo sporco che ci circonda, io voglio essere intercettata. Pina è COME SEMPRE, anche questa viene spacciata come una legge a tutela dei “cittadini”. La domanda è, quanti cittadini ritengono che le chiacchiere con la moglie, l’amico o il collega di turno possano essere penalmente perseguibili? Francesco è LA LIBERTÀ di sapere e quella di comunicare sono lo spirito e il credo di una società autenticamente democratica. Ciro è C’È DA SCENDERE in campo piuttosto che restare attaccati al computer. Quando ci saranno delle manifestazioni contro questa legge bisogna partecipare, partecipare sempre e comunque perché i numeri contano. Francis è CONOSCERE per giudicare, dicevano un tempo i radicali. Oggi un gruppo di potere, godendo del controllo dell’80 per cento

dell'informazione tenta di tagliare le fonti di conoscenza e cancellare la realtà con una scientifica attività di disinformazione. Non vogliamo attendere anni prima di sapere che qualche nostro governante commette reati. Renato è UN ALTRO MOTIVO per vergognarsi di questo paese. Non c’è mai fine al peggio. Simone è NON HO ALCUNA intenzione di rimanere passivo di fronte a quest’ennesima limitazione dei nostri diritti e delle nostre libertà. Dobbiamo metterci in movimento contro questa legge. Io farò tutto il possibile per difendere il mio diritto di conoscere i comportamenti di chi ci

rappresenta. Il mio diritto di sapere in che tipo di nazione vivo Ernesto è E’ PATETICO il tentativo di far credere che questa leggi tuteli la nostra privacy. Le persone oneste, con chiunque e qualsiasi mezzo comunichino, non hanno nulla da nascondere. Riccardo è QUESTA LEGGE sarebbe una manna per i delinquenti. Penso per esempio al caso Parmalat. Senza intercettazioni, quanti di loro sarebbero ancora a fare danni? Rober to è DIFENDIAMO con ogni mezzo di cui possiamo disporre il nostro sacrosanto diritto all’informazione e l’inviolabile libertà d’opinione, come sancito dalla nostra Carta costituzionale. Pietro è AMMUTINIAMOCI tutti. Solo uniti come nuovo gruppo partigiano possiamo sperare di evitare che passi questa immonda legge bavaglio! Rossana

I messaggi su antefatto.it

COMBATTEREMO CON VOI è SPERO proprio che voi giornalisti del “Fatto Quotidiano” andiate avanti come avete fatto fino ad ora, senza farvi intimorire da certe persone che sono al governo, e ancora peggio dalle persone che votano queste persone al governo. Grazie per il vostro contributo a farci conoscere la verità. Davide è NON MI PIACE l’idea di Gomez, Telese, Padellaro, Travaglio in galera (e ce li metteranno di sicuro) o che paghino pene pecuniarie salate per la libertà di stampa. Credo che si possa utilizzare il web. Perché é facile arrestarne uno o due. Ma arretsarne migliaia? Una bella idea di disobbedienza civile, Ci inviano per email e noi stampiamo e volantiniamo. E si potrebbe usare il web.

PER LA LIBERTÀ D’INFORMAZIONE

IN 4000 FIRMANO L’APPELLO DI LATERZA l disegno di legge 1425 contenente le norme in materia di intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali, dopo essere stato approvato alla Camera e integrato alla Commissione giustizia del Senato sta per essere discusso in Senato. Così com’è, la legge rischia di compromettere un diritto dei cittadini, tutelato dalla nostra Costituzione: quello di informazione e di critica”. Ecco l’appello di “Laterza”, una delle maggiori case editrici italiane. Fondata nel 1901, la casa editrice – cresciuta sotto l’influenza dell’antifascismo di Benedetto Croce – organizza anche il festival dell’economia a

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Trento. Tra i firmatari dell’appello di Laterza, ci sono ad oggi un centinaio di editori (l’ultimo ad aver aderito è stato Martine Van Geertruilde, Editions du seuil), e circa 4000 persone. Tra queste spiccano i nomi di Gustavo Zagrebelsky, giudice della Corte costituzionale, della giurista Eva Cantarella, degli scrittori Nicola Lagioia e Dacia Maraini e di molti altri. Ma non mancano i cittadini comuni, come il bagnino Gianluigi Vallarino, il pescatore Franco Menghini e una signora “molto arrabbiata”, Domenica D’Ambrosio. Per aderire all’appello basta accedere al sito di Laterza.

Minnie è ESATTA la definizione che Ezio Mauro fa: legge sulla libertà di indagini e di stampa. Io voglio essere informata e voglio che la giustizia usi tutti i mezzi che il progresso e la tecnologia offre. Però vedo intorno a me persone che svogliatamente guardano un telegiornale qualsiasi, che il problema della libertà la vive come vivono la politica: sono beghe tra fazioni diverse, non ci interessa. Gina è ADESSO mi spiego come mai Napolitano ha respinto la legge sul lavoro. Così adesso può firmare questo obbrobrio sulle intercettazione dicendo "beh gli avevo appena rimandato indietro quella sul lavoro, per evitare lo scontro istituzionale Daniele è SONO PRONTO a sostenervi economicamente, lo considero come un dovere. Lo faccio per i miei figli (2 e 6 anni). Quando cresceranno avranno a disposizione un discreto archivio storico su cui documentarsi. Poi sceglieranno loro da che parte stare. Andrea è IL VERO DRAMMA è che la magistratura non potrà fare le intercettazioni se non per “evidenti indizi di colpevolezza”. Non perdiamo tempo e raccogliamo le firme per il referendum. Questo è un colpo mortale alla lotta contro la criminalità! Icaro è MA COME MAI io non ho paura di farmi intercettare? Sarà

forse perchè quello che dico al telefono è di una noia mortale? Perchè non apriamo una sottoscrizione in cui autorizziamo i magistrati ad intercettarci? Chi non firma ha qualcosa da nascondere. Enrico è SPERARE in Napolitano è un modo per non guardare in facia la realtà: la difesa della nostra libertà non verrà dall’alto, ma solo dalla mobilitazione del vero “popolo della Libertà”, che non è quello della pubblicità del sig.B. Moreno è ORMAI ho imparato, visti i precedenti, che quando una legge viene fatta in questo modo e sono in pochissimi a parlarne e a indignarsi ad alta voce (praticamente solo voi del Fatto Quotidiano), vuol dire che si tratta di un inciucio grave. Teo è AVETE NOTATO che le cose peggiori le fanno sempre di notte, proprio come i ladri? Questi signori non si smentiscono mai! Faccio solo una semplice riflessione: perchè a me non importerebbe di essere intercettata? Semplice! Perchè sono una persona onesta che non ha nulla da nascondere. Viceversa, perchè per loro è così importante non essere intercettati? Semplice! Perchè sono persone disoneste che hanno troppe cose da nascondere. Vi giuro che questa interpretazione l’ha data mio figlio che ha 8 anni. Ebbene, se lo capisce anche un bambino, perché questo semplice concetto non è chiaro a tutti gli italiani? Antonella è IO SARÒ CON VOI in questa guerra, dalla parte della vera libertà. Anche da un punto di vista economico, potete contare su di me per una, anche se piccola, parte delle spese legali.

MARSALA

AL VIA IL FESTIVAL DEL GIORNALISMO D’INCHIESTA arsala capitale del giornaM lismo d’inchiesta, domani e domenica il Fatto protagonista degli appuntamenti del Festival. E’ cominciato ieri, dopo il grande successo della prima edizione e per il secondo anno consecutivo a Marsala, il Festival del giornalismo d’in-

chiesta “A chiare lettere”. Tre giorni di incontri con oltre sessanta ospiti: giornalisti, scrittori, documentaristi, attori e molti altri per ragionare insieme sullo stato di salute dell’informazione italiana. Domani e domenica 23 maggio, anniversario della strage di Capaci, il Complesso

Tre giorni di incontri con oltre sessanta ospiti tra giornalisti, scrittori, documentaristi e attori

San Pietro e l’Auditorium di Santa Cecilia, cuore della città antica, sono gli scenari in cui ahanno luogo numerosi dibattiti e incontri sempre aperti al pubblico. Il Teatro Impero e il Teatro Comunale “Eliodoro Sollima” ospiteranno tre serate speciali con ospiti d’eccezione. Domani alle 11,30 (al complesso San Pietro) il dibattito, moderato da Luca Telese, “i padroni dell’informazione”, con: Vittorio Malagutti, Marco Travaglio e Angelo Maria Perrino. Nel pomeriggio, alle 16, “Cittadini reporter: inter-

net, tv e l’informazione dal basso”, a cui interverranno Angelo Cimarosti, Peter Gomez, Tommaso Tessarolo e Andrea Vianello, in video: Gianroberto Casaleggio. Alle 18 Giorgio Bongiovanni intervista il presidente di Confindustria Sicilia, Ivan Lo Bello. Alle 18,45 il tema è “cemento Italia”, con Giuliano Foschini, Antonio Massari, Antonio Pascale e Ferruccio Sansa. Modera Rino Giacalone. Domenica alle 16,30 il dibattito “Non è un paese per giovani”, moderato dall’editore di Chiarelettere Lorenzo

Fazio. Intervengono Mario Desiati, Francesco Piccolo, Benedetta Tobagi, Giorgio Vasta e Concetto Vecchio. Alle 18,30 Michele Cometa, Pap Khouma, Pino Petruzzelli, Marco Revelli, Riccardo Staglianò e Bianca Stancanelli proveranno a raccontare “una giornata in Italia senza immigrati”. Dalle 20,30 l’appuntamento conclusivo. Al Teatro Impero “Capaci di reagire”, serata in ricordo di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e degli agenti della scorta a diciotto anni dall’attentato. Conduco-

Serena Dandini (FOTO LAPRESSE)

no Serena Dandini e Nando Dalla Chiesa. Intervengono: Margherita Asta, Giulio Casale, Giulio Cavalli, Giovanni Chinnici, Lella Costa, Antonella Mascali, Francesco Stella, Benedetta Tobagi, Dario Vergassola, Giorgio Vasta e (in video) Alessandro Bergonzoni.


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Venerdì 21 maggio 2010

Piemonte, al Patrimonio nominato l’indagato per corruzione

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PROTEZIONE E CORRUZIONE

a nuova religione del “fuori i corrotti dal partito”, per adesso, rimane sulla carta. Nella pratica quotidiana del Pdl avere guai con la giustizia sembra ancora un titolo valido per incarichi di responsabilità. È il caso di Angelo Burzi, eletto ieri presidente della prima commissione del Consiglio regionale del Piemonte. Burzi, già assessore al Bilancio della giunta Ghigo, si occuperà di Bilancio,

patrimonio, personale, enti, partecipazioni e federalismo. Poco importa se il 23 ottobre 2009 è stato rinviato a giudizio per corruzione e istigazione alla corruzione. Burzi avrebbe ricevuto da un piccolo imprenditore sanitario, vincitore di alcune gare d’appalto per lavori negli ospedali torinesi, 100 milioni di lire nei primi anni 2000 per garantire attenzione benevola da parte dei direttori delle Asl. Alla prima

udienza, celebrata il 19 febbraio, i legali dell’ex assessore avevano chiesto il rinvio “per motivi elettorali”, richiesta respinta ma processo comunque rinviato al 10 maggio; giusto in tempo perché la Regione evitasse di costituirsi parte civile contro il neo eletto presidente di commissione. Il prossimo round, mentre galoppa la prescrizione, è fissato per il 28 Stefano Caselli maggio.

LA CONTA DEI MINISTRI Nell’interrogatorio di Zampolini tornano i nomi di Lunardi e Matteoli. Accertamenti su Bondi

Al setaccio un conto di Anemone in Francia. I lavori della sua “lista”in parte fatturati al Sisde

Non solo case, i pm cercano le tangenti. Berlusconi parla di “mele marce da isolare e punire” Altero Matteoli La Scuola Marescialli

di Antonio Massari inviato a Perugia

inchiesta di Perugia fa tremare il governo. Nel mirino degli investigatori – sebbene non risultino indagati – ora ci sono altri due ministri: Altero Matteoli e Sandro Bondi, oltre Claudio Scajola, che s’è dimesso il 24 maggio, e l’ex ministro Pietro Lunardi. Il nome di Matteoli è emerso durante l’interrogatorio di Angelo Zampolini, l’architetto che per conto di Diego Anemone smistò gli assegni per casa Scajola. È lui ad aver fornito agli inquirenti i riscontri più significativi. Riscontri. Niente di più. E infatti non possiamo parlare di collaborazione. Ma il suo interrogatorio ha confermato gli indizi - ritenuti importanti dagli investigatori - che portano sulla pista di Matteoli, Scajola e Lunardi. Su Bondi invece sono in corso accertamenti per una vicenda romana legata agli affari della “cricca”. Sono nomi eccellenti sui quali la Procura di Perugia vuole fare chiarezza il prima possibile. Novità anche sulla “lista” ritrovata nei computer di Anemone dentro cui compaiono centinaia di persone che hanno usufruito dei lavori di ristrutturazione dalle sue imprese. In alcuni casi, però, i lavori agli “amici degli amici” venivano fatturati al Sisde, per il quale Anemone stava lavorando, ristrutturando la sede di Piazza Zama. In questo modo, lavori effettuati per i privati, in realtà venivano pagati con i soldi pubblici dei Servizi. Ma, come vedremo, non parliamo solo di case. Al di là della lista, però, è il presunto coinvolgimento dei ministri nell’inchiesta condotta dai pm Sergio Sottani e Alessia Tavernesi ad allarmare l’esecutivo. Tre giorni fa il premier e Scajola si sono confrontati per ben sei ore. Il dettaglio è determinante: dopo la cena con Berlusconi, Scajola s’è affidato al parlamentare avvocato Niccolò Ghedini. Ieri il presidente del Consiglio, è finito anche in un imbarazzante incidente con Bruno Vespa, che, anticipando il contenuto del proprio prossimo libro avrebbe fatto parlare il premier di corruzione: “Si tratta di casi personali e isolati. - avrebbe detto quello - Non hanno nulla a che vedere né con l’attività di governo né con quella del partito. Una cosa è certa: il Pdl non ha mai ricevuto finanziamenti illeciti da

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L’

appalto per la costruzione della Scuola dei Marescialli di Firenze, la nomina di Fabio De Santis a provveditore delle opere pubbliche della Toscana, i rapporti con Ettore Incalza, al lavoro presso il suo ministero, di cui giusto ieri ha respinto le dimissioni. Il nome di Altero Matteoli, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, fa presto la sua comparsa nelle inchieste che riguardano i “grandi eventi”. La prima volta all’interno del filone sull’appalto della Scuola dei Marescialli con il supposto tentativo di sfilare l’affare alla Astaldi per girarlo alla Btp di Riccardo Fusi, vicino al coordinatore del Pdl Denis Verdini. In questo caso non si ravvisa, in prima istanza, nessun reato da parte dell’allora ministro. Anche la nomina di De Santis (finito poi nell’inchiesta sulla “cricca”), lascia però perplessi. L’uomo non avrebbe avuto un curriculum adeguato per ricoprire l’incarico di provveditore in Toscana, ma la raccomandazione di Verdini, sospinta da Fusi. Infine Incalza, il capo della Struttura tecnica di missione del ministero di Matteoli è sospettato di aver beneficiato dei favori di Anemone, che avrebbe contribuito all’acquisto di una casa.

nessuno. Escludo una nuova Tangentopoli, ma non posso escludere che esistano delle mele marce da isolare e punire”. Frase subito collegata ai casi di Verdini e Scajola, che però Berlusconi (e poi Vespa) ha voluto smentire. Il fatto è che Berlusconi teme un’ondata di pessime notizie, proprio a partire dalle procure di Perugia e Firenze, e non a caso la vicenda è oramai passata nelle mani di Ghedini. Un passaggio che potrebbe spingere Scajola a cambiare strategia: non è più escluso, infatti, che accetti di parlare con i pm perugini, come persona informata sui fatti, per chiarire la propria posizione sull’appartamento con vista Colosseo acquistato dalle sorelle Beatrice e Barbara Papa. Zampolini ha confermato di aver portato, in occasione della compravendita, dinanzi al notaio Gianluca Napoleone, e al funzionario della Deutsche Bank, Luca Trentini, gli 80 assegni, per un valore di 900mila euro, destinati all’acquisto. Scajola - ha confermato Zampolini -

Sandro Bondi Coiffeur agli Uffizi

È

un’informativa dei Ros a coinvolgere nella partita dei “grandi eventi” il ministro ai Beni Culturali. Il 22 dicembre scorso Sandro Bondi nomina «direttore dei lavori» per il restauro degli Uffizi tal Riccardo Miccichè, poco più di trenta anni. L’uomo ha già avuto un incarico prestigioso come “rappresentante della struttura” al G8 de La Maddalena. Miccichè, giovane ingegnere, partecipa alla società Modu’s Atelier “che ha come oggetto l’attività di parrucchiere per donna, uomo, bambino, manicure, pedicure, massaggio”. Anche a parere degli altri uomini legati agli appalti dei lavori pubblici, la figura di Miccichè non sembra essere ritenuta all’altezza del compito richiesto. Inoltre il Ros sottolinea parentele che porterebbero a un link con la mafia. Il ministro controbatte: “«Alcuni quotidiani danno il meglio di sè nell'esercizio di lordare anche la mia onestà”. E ricorda: “Per quanto riguarda il Museo degli Uffizi, appena ho avuto conoscenza delle indagini della magistratura, ho revocato immediatamente il commissariamento per agevolare il lavoro della magistratura”.

era presente quando consegnò gli assegni. Ma dalla sua deposizione sono emersi altri elementi, nuovi nomi e altre piste. La pista investigativa. I nomi di Matteoli e Lunardi, come abbiamo detto, sono emersi chiaramente proprio durante l’interrogatorio a Zampolini. Il contenuto del verbale resta segreto. Ma il punto chiave sta nelle precedenti dichiarazioni di Hidri Fathi Ben Laid, l’autista di Angelo Balducci, il direttore del Consiglio superiore dei lavori pubblici indagato per corruzione. Fathi aveva dichiarato di aver versato soldi contanti a Zampolini in una quindicina di occasioni. Zampolini ha confermato soltanto cinque operazioni sospette: quelle legate all’appartamento acquistato da Scajola, ai due acquistati dal generale della Gdf Francesco Pittorru (che non risulta indagato), dalla figlia di Ettore Incalza, funzionario di Matteoli, e dalla stessa famiglia Balducci. Cinque operazioni su quindici: la procura vuol capire a chi siano finiti i soldi por-

Pietro Lunardi L’autista, Medea e gli affari

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o portato a Lunardi dei progetti mi pare di ricordare predisposti dalla società Medea. Ho capito che Lunardi li vistava e li restituiva. Io ritiravo la documentazione in questione, che portavo a Balducci. Penso che Balducci affidasse, quale provveditore dei lavori, a Diego (Anemone, ndr). A proposito della Medea, posso dire che tale società era di fatto degli Anemone e del capo, termine con cui io ho indicato allora Balducci. Ho conosciuto anche la figlia di Lunardi e ricordo che in due occasioni ho viaggiato da Roma a Milano per portarle delle buste, che le ho consegnato direttamente in aeroporto. In una di tali occasioni, Anemome mi disse di fare attenzione, dentro la busta c’era un assegno”. Le parole sono dell’autista tunisino Hidri Fathi Ben Laid, che è stato a servizio di Angelo Balducci e di Diego Anemone. La testimonianza riguarderebbe il periodo in cui Lunardi era ministro per le Infrastrutture. Nello stesso periodo Anemone ristrutturò una casa di Lunardi a Basilicanova, in provincia di Parma. Nel 2004, non più ministro, Lunardì acquistò dalla Propaganda Fide un palazzetto in via dei Prefetti, al prezzo di 3 milioni di euro.

tati da Fathi in tutte le altre occasioni. E sta scavando, in collaborazione con la Guardia di Finanza di Roma e il Ros dei Carabinieri, nei conti bancari di Anemone. Le altre dieci operazioni potrebbero riguardare soltanto passaggi di denaro. Non appartamenti. Il sospetto è che si tratti di vere e proprie tangenti. È questa la domanda fondamentale che gli inquirenti hanno posto a Zampolini: a chi erano destinati gli altri soldi? Zampolini non ha risposto. Ma non ha potuto negare alcuni elementi, già a disposizione della procura, che portano sulla pista di Matteoli e Lunardi. Fondamentale, per gli investigatori, un conto estero di Anemone affidato alla Unicredit in Francia. È da questo conto che potrebbero essere transitati, infatti, i soldi delle presunte tangenti destinate a una eventuale corruzione. Tra i nomi eccellenti finiti nel mirino della procura, infine, c’è anche quello del ministro Sandro Bondi. E questa volta per una vicenda romana. Il nome di Bondi era già emerso

nel filone fiorentino sul restauro per gli Uffizi: fu Bondi a dare l’ok alla promozione di Riccardo Micciché, come direttore dei lavori di restauro, nonostante nel suo curriculum brillassero competenze in attività da parrucchiere e quote in società che vendevano erbe medicinali. A Micciché, con il plauso di Bondi, fu affidato un appalto da 29,5 milioni di euro. Il tutto è confluito in un’informativa dei Ros. Ora il nome di Bondi sembra legato a un altro affare della “cricca”. E sul ministro - che non è indagato - sono in corso accertamenti. Nei prossimi giorni, in via informale, proprio i vertici della Guardia di Finanza incontreranno i magistrati di Perugia, incluso il procuratore aggiunto Federico Centrone, per fare il punto sulle indagini. E non solo. La sensazione, in questi ultimi giorni, è che la procura perugina voglia fare chiarezza sulla conduzione dell’inchiesta e sgombrare il campo dal sospetto che qualcuno possa danneggiare l’indagine con delle fughe di notizie. Sono sempre di più, infatti, i nomi eccellenti che ruotano intorno all’inchiesta. Un’inchiesta che, giorno dopo giorno, si dimostra sempre più delicata e che gli inquirenti intendono proteggere da ogni possibile passo falso.


Venerdì 21 maggio 2010

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Da Samarcanda ad Annozero, tutti i successi di Michele chi

È

CONTRO TUTTI

il 1987 quando, su Raitre, Michele Santoro dà vita a Samarcanda. Il format è innovativo: una piazza televisiva in cui discutere di gente, soprusi, oppressi e oppressori. Il successo è repentino. Dopo sei anni, nel 1993, parte Il rosso e il nero; dal 1994, invece, va in onda Tempo reale, sempre su Rai Tre. Nel 1996, per forti dissapori con il cda Rai, Santoro lascia viale Mazzini e si

trasferisce a Mediaset, dove conduce Moby Dick su Italia Uno. Vi resterà fino al ‘99, quando rientra in Rai con Circus. Nel 2000 è la volta de Il raggio verde: iniziano i problemi con B., che nella puntata del 16 marzo 2001 telefona in diretta e accusa il conduttore di faziosità. Al centro delle polemiche, la figura dello stalliere di Arcore, Vittorio Mangano, e i rapporti tra Marcello dell’Utri e Cosa Nostra. A novembre parte

Sciuscià. Il 2002 è l’anno dell’editto bulgaro: da Sofia, B. accusa Santoro, Biagi e Luttazzi di uso criminoso della tv di Stato. I tre saranno allontanati poco dopo. Santoro fa causa alla Rai e, nel 2005, si dimette da parlamentare europeo e ritorna in tv nella prima puntata di Rockpolitik di Adriano Celentano. Nel frattempo il conduttore vince la sua battaglia legale e nel 2006 ritorna in Rai con Annozero.

SANTORO: “SE LA RAI MI VUOLE DAVVERO, RESTO E CONTINUO ANNOZERO” Il conduttore: “Se mi considerate un estraneo me ne vado, il pubblico mi seguirà” di Carlo Tecce

on il solito completo blu, tra luci e ombre di studio, Michele Santoro fa un appello alla sua azienda. Un gesto per recuperare un rapporto compromesso, non ancora consegnato all’archivio: “Mi sono sentito libero con Raiperunanotte. I partiti non contavano nulla, Luttazzi poteva esprimersi. Questa è la Rai che voglio. Vogliono che io rimanga? Me lo dicano. Non devono considerarci un materiale proibito del servizio pubblico. Basta una parola e io confermo”. La palla passa all’azienda: se dovesse spedirla in tribuna, grazie e arrivederci. “Se la vostra tv non prevede Annozero, lasciatemi libero di riprendere il discorso di Raiperunanotte. Se mi considerate un estraneo, arrivederci e grazie, il mio pubblico capirà”. La lunga introduzione di Annozero inizia come se fosse un faccia a faccia con i telespettatori: “Solo voi mi potete giudicare. Non tollero lezioni morali. In particolare da Vespa che viene pagato da Oscar per un programma in crisi. Rispetto il presidente Zavoli, ma non posso accettare la morale: la sua Commissione ha chiuso l’informazione per un mese”. Immancabile la politica, il Pd, i suoi consiglieri Rai, il segretario Bersani e l’Italia dei Valori: “I partiti di destra e sinistra controllano la Rai e la stanno portando alla crisi. Non hanno mai preso atto della sentenza e mi considerano messo in video da un giudice. E i direttori di Repubblica, Corriere e Stampa mi hanno mai difeso? Senza le intercettazioni di Trani, come avrebbero scritto l’eventuale multa di 90 milioni dell’Autorità?”.

C

LA GIORNATA. Ecco l’Annozero, un corridoio curvilineo e poche stanze nella sede Rai. Borgo Pio, San Pietro, Roma. La trasmissione che travolge l’indice share, raduna milioni di telespettatori, irretisce la politica di lotta e di governo e pure di opposizione. Nella redazione c’è una brutta sensazione: la fuga collettiva – tra il direttore generale Masi e la truppa di consiglieri – verso le uscite di sicurezza. Che nella metafora di Beppe Grillo diventa il classico “Santoro è morto, viva Santoro”: “Beppe ha colto il segno”, dice. Perché il conduttore ha una domanda che cerca una risposta da due giorni: “Qualcuno voleva ancora Annozero? Guardate il voto al settimo piano”. Quel voto compatto del consiglio di amministrazione – sette sì e due astenuti – necessario e prezioso per innescare il comunicato dell’azienda. Tradotto: la vittoria del Dg, l’ex segretario di governo Mauro Masi – che

Il giornalista sulla buonuscita

È quanto spetterebbe a chiunque andasse in pensione con sei anni di anticipo

LA REDAZIONE A REGGIO EMILIA

aveva definito da Zimbabwe le pressioni di Berlusconi – era riuscito a stanare il programma più fastidioso al regime. E pure, altra parolina magica, in forma “consensuale”. La nota ufficiale della Rai ha scatenato il dibattito e intasato le agenzie, le repliche piccate dei colleghi, i comprensibili titoli sui giornali e, il tratto che più ferisce Santoro, il totoscommesse sulle cifre della liquidazione: “Niente di più e niente di meno di quanto spetterebbe a chiunque, e sottolineo chiunque, decidesse di andare in pensione con sei anni di anticipo”. L’azienda ha esposto Santoro con un contratto – da ex dipendente pubblico, futuro collaboratore esterno – ancora da valutare e da firmare: “Vediamo che succederà la prossima settimana”. E così pensa a una conferenza stampa, riprende il testo dell'introduzione alla puntata, guarda i giornali: “Michele, siamo alla ventesima prima pagina sui giornali? Quelli di destra, ovviamente, superano la concorrenza”, ironizza un collaboratore. Santoro è dispiaciuto poiché da viale Mazzini ai tinelli di casa, lì dove siede il pubblico di Annozero, è passato il messaggio di un armistizio ricoperto da milioni di euro: “Io non mi sono arreso”. Non è innegabile che un patto sia stretto da due parti, una che offre, l’altra che accetta, neppure è superfluo ripetere che l’azienda, notificando il ricorso in Cassazione al reintegro di Santoro, abbia costretto il giornalista a pensare oltre il servizio pubblico, oltre l’appuntamento su Raidue: “Tutti sanno – e la redazione riempie l’atrio di Borgo Pio – le

IL FATTO AL FUORI ORARIO l Circolo Arci “Fuori Orario” di Taneto di Gattico (Reggio Emilia) compie 18 anni e festeggia la maggiore età con la serata di chiusura della stagione, realizzata con la collaborazione dell’associazione antimafia Libera, dell’istituto Cervi e del “Fatto Quotidiano”. Domani alle 18:30 l’incontro “Un anno di fatti quotidiani” a cui parteciperanno il direttore Antonio Padellaro, Furio Colombo, Marco Travaglio, Enrico Fierro, Luca Telese e Loris Mazzetti. Modererà il comico Dario Vergassola [in foto], con la partecipazione straordinaria del vignettista Vauro Senesi. “Fuori Orario” nasce, quindi, 18 anni fa “da un gruppo di compagni del Pci-Pds - racconta uno dei fondatori, Franco Bassi - che non trovando all’interno del partito la giusta dimensione cercarono altri strumenti”. E il circolo Arci “fu la soluzione migliore, perché ci permise di rendere concrete le nostre idee di azione politica,

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unendo anche una possibilità di creare intrattenimento e divertimento, tutto questo nel partito era chiaramente impossibile”, spiega Bassi, che continua: “Siamo un circolo schierato politicamente, che non rinuncia a dire la sua e che ha come prima missione la solidarietà. Spesso ci occupiamo di sostegno a iniziative legate all’infanzia, tema verso il quale il Circolo è molto sensibile. Da alcuni anni dedichiamo la festa di chiusura a Libera, per l’impegno contro le mafie che appoggiamo e di cui ci facciamo interpreti nella nostra realtà, che al contrario di quanto si pensa ne ha bisogno: la nostra Resistenza contro le mafie è importante perché le infiltrazioni in questo tessuto economico-sociale sono preoccupanti. La collaborazione con Libera nasce dopo un incontro tra Maria Cervi e Rita Borsellino”. Gran finale, quindi, con “il Fatto”: “Per noi - afferma Bassi - questo giornale è diventato

Michele Santoro nello studio di Annozero (FOTO ANSA) Sotto, Dario Vergassola (FOTO LAPRESSE)

difficoltà affrontate nell’ultima stagione. La nostra libertà andava restringendosi, cosa dovevamo aspettarci per l’anno prossimo?”. E qui la rilettura di un verbale del Cda – datato 2 aprile 2009 – potrebbe rendere il quadro più ombroso e dunque preoccupante. Controllare il tavolo e scoprire che la gamba del Pd, senz’altro utile alla causa di Santoro, sia all’improvviso sparita. E così possiamo decifrare la lettera poi cestinata – come scritto da Curzio Maltese – di Santoro al segretario del Pd, Pier Luigi Bersani. Masi informava l’assemblea sulla sentenza d’Ap-

una sorta di fratello che accompagna le nostre giornate: quando qui lo scorso anno Padellaro e Travaglio annunciarono che avrebbero realizzato questo giornale non pensavamo ancora che potesse diventare per noi un tale punto di riferimento, finalmente un giornale senza padrone e che ha la sua forza nel non prendere soldi pubblici, il che crea un vero senso di appartenenza con il rettore”. È molto soddisfatto, Bassi, della serata in programma domani: “Perché la festa mette insieme quelle che il nostro Circolo considera le realtà migliori del Paese: Libera, il Fatto, l’istituto Cervi e l’Arci”. (Gia. Cal.)

pello in favore di Santoro. Nino Rizzo Nervo interveniva proponendo una “transazione”, una negoziazione tra l’azienda e il giornalista per “evitare un precedente di fronte a una sentenza abnorme”. Il consigliere di minoranza replica con prontezza: “Io sto con Santoro e con Annozero. Non nascondo che una sentenza di un Tribunale del lavoro sia abnorme – come avevo detto l’anno scorso – perché rischia di intaccare per sempre l’autonomia dell’editoria, costringendolo a compilare i palinsesti secondo dettatura di un giudice”. Poi c’è chi è perplesso per il voto con la maggioranza di martedì: “Siamo stati animati da sentimenti diversi, ma io ho sostenuto l’iniziativa di Masi perché c’era l’assenso di Santoro. Non è detto che avrò il medesimo comportamento quando mi mostreranno il contratto”. L’ERRORE. Nelle concitate ore di martedì, la ricostruzione dei fatti era viziata da un errore di partenza: il Consiglio ha appreso della “trattativa” sull’ordine del giorno? “Forse no, alcuni sapevano”, precisano fonti qualificate di viale Mazzini. Anche se Rizzo Nervo e il collega Van Straten hanno chiarito: “Annozero era stato già inserito nei palinsesti autunnali, se non andrà in onda, la decisione sarà solo di Santoro”. Sorvolando sulle posizioni in campo, la famosa “transazione” non è un’idea originale di Masi né un fastidio per il Consiglio. E via con il ritornello di Grillo: “Santoro è morto, viva Santoro”. Un funerale celebrato a destra e sinistra. Un biglietto da visita per Masi da spendere (all’incasso) con Silvio Berlusconi, tanti punti sulla carta per conquistare il desiderato posto da presidente delle Ferrovie. Masi gestisce il gioco e avanza con la palla tra i piedi, ma la partita non è chiusa: “Vediamo, vediamo”, ripete l’inventore di Samarcanda e Sciuscià. Il secondo o forse già terzo comunicato della Rai, allineato sulle posizione di

Gli insulti e i dubbi

Trent’anni di battaglie non possono essere cancellati da un contratto

Santoro, può sembrare almeno curioso: “Lo schema di accordo proposto è conforme alla normativa vigente in materia giuslavoristica. Si tratta di una normale applicazione della normativa generale sull’esodo incentivante per i dirigenti d’azienda, affiancata da un accordo commerciale del tutto vantaggioso per Rai che acquista da un professionista prestigioso programmi e prodotti televisivi di qualità a prezzi inferiori a quelli medi di mercato e per almeno due anni”. Sottratto il concetto al burocratese: la Rai difende Santoro dalle critiche sui costi. Altra rarità negli ultimi otto anno, dall’editto bulgaro in poi. Santoro ha capito di aver sbagliato a farsi travolgere dalle notizie: “Sembra che mi abbiano ricoperto d’oro e convinto a farmi cambiare lavoro. Ma io continuerò a fare informazione come piace e come vuole il mio pubblico”. E il fidato Sandro Ruotolo rilancia: “Davvero pensate che sia la resa di Michele? Nessuno andrà in pensione”. Il promesso biennio con la Rai sarà vissuto tra documentari e serie televisive, chissà, ma per onore di cronaca – sino a ieri – Santoro deve firmare il contratto da collaboratore con l’azienda. Cambierà idea? “Chi può escluderlo?”, dice un suo amico e storico dirigente Rai. E adesso Annozero può (ri)cominciare?


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La carriera del fondatore del Pd, dai successi alle dimissioni da leader

I

L’INTERVISTA

l giovane Veltroni si forma nel Pci “senza essere comunista”. Più che all’Urss Walter guarda agli Stati Uniti e al “sogno spezzato” di Bob Kennedy. Dopo l’esperienza nel primo Ulivo (vice di Prodi e ministro dei Beni Culturali), la prima grande affermazione arriva nel 2001 nelle elezioni per il Campidoglio. Da sindaco di Roma Veltroni raccoglie ampi consensi, trampolino per un secondo mandato e

poi, nel 2007, per la candidatura a leader del Partito democratico, che ha appena contribuito a far nascere. Anche se i suoi detrattori lo ricorderanno come il sindaco radical-chic delle Notti Bianche che si è scordato delle periferie, dove vincerà Alemanno. La sua leadership nel Pd inizia sotto i migliori auspici, con il convincente discorso del Lingotto. Veltroni preme per un Pd “a vocazione maggioritaria”, che alle elezioni

WALTER VELTRONI “Questo è il governo dell’odio” L’Italia è un paese immobile, sull’orlo di una crisi di nervi di Luca

Telese

uello che stiamo vedendo in questi giorni è il trionfo dell’Italia dell’odio. Politici che urlano nei talk-show, programmi in cui domina l’estetica dell’insulto, vene gonfie sul collo. Sembra un film di Fellini, pare Ginger & Fred. È un clima in cui Berlusconi pensa di poter vincere perché questa è la sua Italia. Berlusconi è nato con una campagna di odio, è stato il protagonista di una campagna di odio, continua a governare usando l’odio”. Guardi Walter Veltroni mentre dice queste cose e per un attimo resti interdetto. È sereno, rilassato, calmo: parla come se stesse scandagliando un fenomeno sociologico. E resti stupito anche perché in una stagione non lontana, l’ex leader del Pd è stato fautore di un tentativo di dialogo con l’avversario. Ma lui ti ferma subito, e ti spiega che le sue posizioni sono in continuità con quelle che ha da sempre. Poi parla del caso Santoro, delle intercettazioni e della corruzione con toni molto netti e chiari: “È un’emergenza nazionale. Per tutta la politica”. Se non è un cambio di linea è sicuramente un cambio di marcia, una messa a punto che farà discutere. Mi scusi, onorevole Veltroni, sono stupito della forza con cui attacca il Cavaliere. Al confronto noi de Il Fatto sembriamo dei moderati.... Sono io stupito del suo stupore. Sono anni che cerco di contribuire a smontare le condizioni nelle quali si sono edificate tutte le vittorie di Berlusconi: le campagne di odio, l’immobilismo politico. Cosa penserà Berlusconi leggendo le sue parole? Non lo so e non mi interessa. Sul piano politico mi ha sempre considerato il suo più feroce nemico, fin dai tempi in cui ero responsabile emittenza del Pci. Non resterà stupito? Guardi che la bellezza della lotta politica risiede nell’assoluta nettezza dell’alternatività delle posizioni e nel condurre questo conflitto con lealtà e senza colpi bassi. Parole che sembrano marziane. Ma nel 2008 non era lei che quando citava Berlusconi ricorreva alla perifrasi "il leader dello schieramento a me avverso" per non nominarlo? Cercavo il modo di far uscire l’Italia dallo stremato confronto quindicennale tra berlusconismo e antiberlusconismo. Credo che tutti gli italiani non ne possano più di un Paese che sembra sempre sull’orlo di una crisi di nervi e al contempo non cambia mai e rimane immobile, ancorato al passato Allora gli italiani quell’occasione non l’hanno colta.

“Q

Lei dice? Il Pd ha preso il 34%. Non dimentichi mai che nessun partito riformista in Europa ha questa forza. Lei continua a far arrabbiare Parisi, che la invitava a non sommare i decimali del 33,1%. Parlo dei dati sul Senato, ma la polemica non ha senso. Tutti i risultati successivi del Pd sono di gran lunga inferiori, nelle ultime regionali la percentuale è del 25 e rotti. Credo sia innegabile riconoscere che quel dato delle politiche era importante. Lei nel discorso delle dimissioni al Tempio di Adriano disse: presto rimpiangerete quella percentuale. Eppure era un dato di sconfitta. Certo. Ma non c’era più una coalizione, e non per colpa nostra. Io lo consideravo, e lo considero tuttora, un ottimo punto di partenza per costruire il nuovo partito e la sfida per quella maggioranza riformista che questo Paese non ha purtroppo ancora conosciuto. Torniamo all’Italia dell’odio. Il discorso di Berlusconi del 1994 era: ‘Questo è il paese che amo’. Quello di quest´anno ‘l’amore vince sempre sull´odio’. Guardi, io sto ai fatti. Credo che non esista al mondo un leader politico che abbia pubblicamente dato dei ‘coglioni’ agli elettori avversari. Lui lo ha fatto. Ma è vero, l’odio per l’avversario, in questo paese, è un sentimento che pre-esiste a Berlusconi. Lui lo interpreta. E cos’è questo sentimento per lei? È qualcosa che va oltre lo spirito di competizione con l’avversario. Persino oltre l’inimicizia. È la maledizione dei guelfi e dei ghibellini, un sentimento che attraversa la storia. Che oggi oscura addirittura l’estetica della vittoria propria, in favore del piacere della sconfitta altrui. La mortificazione dell’altro, il suo annichilimento in quanto nemico. Lei pensa di poter essere ancora il candidato premier che può traghettare la politica italiana fuori da questa storia? Visto? Uno parla di un problema strutturale, e subito ecco che invece scatta inevitabile il toto

Walter Veltroni visto da Emanuele Fucecchi

La legge sulle intercettazioni

È un atto gravissimo contro la libertà di stampa. E un regalo alle mafie

nomi. Siamo così. Anche perché scegliere un leader è un modo per fare questo dibattito. Lei pensa? Ma ci rendiamo conto di quello che sta accadendo? Viviamo la più grande crisi industriale dal dopoguerra. I negozi chiudono, le fabbriche licenziano, si discute addirittura se l’euro, la più grande conquista europea dal 1945 a oggi sopravviverà o meno a questa crisi. E noi discutiamo di cognomi. Le lotte intestine a sinistra tuttora in corso sono il motivo per cui ancora oggi non si può discutere dei problemi. Io ho l’impressione che il rapporto non sia di causa effetto ma che convivono le due debolezze. Quando parlai al Lingotto cercai di defini-

vada da solo (di fatto esclude la sinistra radicale, ma si allea con Di Pietro). Alle politiche del 2008 trionfa il centrodestra. Il Pd prende il 33 %. La settimana dopo Alemanno conquista Roma. Veltroni aspetta la sconfitta di Soru per dimettersi. ll 2010 vede un Walter che cerca di tornare protagonista. Fonda “Democratica” e per alcuni torna in corsa per il 2013.

re la piattaforma innovativa per il riformismo italiano. Per quanto riguarda le lotte intestine, le assicuro che le mie dimissioni, molto sofferte, cercavano proprio di salvare il Pd da questo antico vizio che ha portato a consumare 5 o 6 leadership nello stesso periodo in cui a destra sono rimaste le stesse. Si è dimesso per la guerriglia dei suoi oppositori? Perché questo all’epoca non lo aveva detto. Avrei dovuto restare in una situazione di conflitto permanente. Non volevo farlo, e credo che questo lo abbiano capito tutti. Ho privilegiato il Pd rispetto a me stesso. Quel giorno disse che forse era più portato per i ruoli di leadership di coalizione che per quelli di partito. Non mi ha ancora detto se è vero che pensa ad un ticket con Vendola, o qualcosa di simile. (Sorriso) Questa è un’altra straordinaria leggenda metropolitana. Non è vero che sostiene Vendola? Pensi, non ci siamo mai parlati da quando sono sceso in Puglia per sostenerlo nella campagna elettorale. Tutto inventato, dunque? Di sana pianta. Se chiama Nichi glielo confermerà lui stesso. Vendola ha vinto perché ha messo in campo la speranza. Cosa manca alla sinistra di oggi per poterla evocare? Anche io avevo parlato di speranze, nella mia campagna elettorale... Non sia competitivo. Si figuri, non è un fatto personale. La politica moderna ha bisogno di leadership calde che esprimano condivisione dei problemi della gente, capacità di decidere, visione. È quello con cui Obama ha conquistato l’America. Abbiamo descritto l’Italia dell’odio. Ma come si costruisce l’altra? Ho l’impressione che nella società italiana ci sia molto diffusa una domanda di senso. Allo smarrimento e all’insicurezza si può reagire con l’arroccamento e la paura oppure con una razionale speranza. C’è la domanda, insomma, ma manca l’offerta. Lei, che è il grande filologo della tv su posizioni popperiane, del tipo ‘Cattiva maestra’? Al contrario. Proprio perché ho amato la straordinaria televisione nazional popolare degli anni Sessanta e Settanta, posso criticare quella di oggi. Quella Rai fu un grandissimo esperimento gramsciano, se mi passa il termine, che insegnò agli italiani a scrivere, a parlare, a conoscere il dubbio e la ragione. Mi faccia un esempio. La tv che chiama Beniamino Placido e Indro Montanelli. Andrea Barbato, Enzo Biagi, Sergio Zavoli. O trasmissioni come Chi l’ha visto o quelle di Iacona. Un esempio della tv che non va oggi... "La Rai l’Isola dei famosi non dovrebbe produrla. C’è già il privato, per quello. E cosa dovrebbe fare? Tornare a programmi che fanno leva su fantasia e spirito critico e che sostituiscono alla volgarità la profondità. Intendiamoci, non voglio la tv dell’accesso. Anche L’Altra domenica, per me è un grande esempio di intrattenimento intelligente. Non possiamo non parlare di Santoro a questo punto. Adesso che tutti lo attaccano e gli saltano addosso io, che in passato ho avuto idee molto diverse dalle sue, vorrei difenderlo. In che modo? Intanto perché la fine di Annozero è prima di tutto un danno per la Rai. E poi? Perché quel programma, con i suoi alti e bassi ha scritto pagine molto belle. Penso alle puntate sulla mafia. Ma la scelta di trattare con Masi? È la bicamerale di Santoro? Michele è un signor giornalista. Lui si rapporta con la sua azienda. Tratta una liquidazione, non fa una trattativa politica. Non solo...Quando si giudica un personaggio così si mette sul piatto una carriera, non un singolo gesto. Ma Santoro è solo un giornalista? Non è anche un simbo-

(Tommaso Rodano)

lo? Tutti i grandi giornalisti, sono anche degli opinion leader, mandano un messaggio che va oltre l’informazione. Lui continuerà a farlo. Perché non fate una mozione di sfiducia al governo Berlusconi? Perché avrebbe un esito parlamentare scontato. È utile? Intanto passa la legge-bavaglio sulle intercettazioni. È un tentativo gravissimo. Che mette in discussione anche aspetti delicatissimi di libertà di informazione. Si rischia di limitare gravemente l’azione della magistratura. Contro la criminalità e la sempre più diffusa illegalità. Come dicono i magistrati, è un regalo alle mafie. Il Pd si sta opponendo con sufficiente forza, per lei? La nostra linea è chiara. Assoluta libertà per magistratura e forze dell’ordine di indagare, prevenire e reprimere i reati, anche con le intercettazioni. E la stampa? L’abbiamo detto nel programma elettorale del 2008 sottoscritto anche da Antonio Di Pietro. Ovviamente bisogna garantire diritti fondamentali come l’informazione, la riservatezza, la tutela delle persone. La magistratura deve poter indagare senza limiti ma il pubblico mini-

Scenari del centrosinistra

La nascita del Pd è stata la mia vittoria politica su D’Alema. Nessuno ha raggiunto le mie percentuali

stero deve essere responsabile della custodia degli atti e impedire l’uso strumentale delle intercettazioni. Con queste motivazioni ci opponiamo con gran forza al governo. Mi dica la cosa che le sta più a cuore, oggi, politicamente parlando. La precarietà nella quale vivono i ragazzi italiani. L’assenza di ogni sicurezza e fiducia nel futuro. Un partito riformatore riparte dai problemi veri. Qual è in punto debole del governo? L’estetica dell’immoblismo. Berlusconipromette miracoli dal 1994. Ma questo paese è sempre fermo, sempre lì. Fermo a cosa? Bloccato. Con l’eccezione dei diritti civili, l’Italia è rimasta inchiodata al 1969, quando le bombe di piazza Fontana cominciarono purtroppo a dimostrare quanto in questo Paese sia difficile ogni cambiamento politico. Forse il Pd dovrà risolvere definitivamente la guerra fra dalemiani e veltroniani che avete sempre negato? Primo. Abbiamo visioni politiche diverse, e io non l’ho mai negato. Secondo: è nato il Pd e questo obiettivamente è stata la realizzazione del disegno politico che Prodi ed io sostenemmo nel ‘96. Ma se anche un pezzo di Pd finisce sotto inchiesta è possibile che nessun leader faccia una riflessione? La legalità non è un problema di parte. ’Ndrangheta, camorra, mafia e corruzione, sono l’attacco alle fondamenta civili. Sono Il Problema La corruzione è un problema anche nel Pd? A giudicare da quanto emerge sembra essere più forte in chi oggi ha il potere ma questo non può far venir meno la consapevolezza che la questione morale è la questione di oggi. Deve essere una discriminante. Per tutti.


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GOVERNO

SINDACI E DISABILI IN RIVOLTA CONTRO LA MANOVRA Blocco ai prepensionamenti dei dipendenti di Camera e Senato Flash mob a Firenze: uno squillo di sirena e 100 sindaci con la fascia tricolore sono andati “al tappeto”, in mezzo a una folla di turisti stupiti (FOTO ANSA) di Stefano Feltri

dentro vi finiranno anche alcuni extra, come l’ennesima proroga del presidente Consob Lamberto Cardia). Il governo sta cercando di avere una Finanziaria autunnale sempre più leggera mentre gli interventi rilevanti avvengono nel corso dell’anno per decreto.

DICHIARAZIONI DI SPATUZZA

DIETRO LE STRAGI, GLI 007 P

ortano a uomini dei servizi segreti le ultime indagini della dda di Caltanissetta sulla strage di via D’Amelio in cui fu ucciso il giudice Paolo Borsellino: secondo quanto pubblicato dall’Espresso in edicola da oggi, il pentito di mafia Gaspare Spatuzza avrebbe riconosciuto su una fotografia un uomo dei Servizi segreti in servizio in Sicilia all’epoca delle stragi del '92 e che avrebbe affiancato i killer di Cosa nostra nel confezionamento dell’autobomba che ucciso il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti di scorta. Un’indicazione importante che dà corpo alla tesi di un coinvolgimento nell’eccidio di entità esterne a cosa nostra, finora solo ipotizzata, confermata, in qualche modo, da Massimo Ciancimino, il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo che sta raccontando i misteri della trattativa tra Stato e mafia. Ciancimino jr ha rivelato ai pm di conoscere il misterioso 007 che aveva rapporti col padre.

iamo ancora all’“aperitivo”, come l’ha chiamato il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Il governo, in questa fase, continua ad annunciare misure pensate per ottenere consenso e preparare il terreno per quelle più dolorose. Dopo il taglio dello stipendio del cinque per cento ai parlamentari, del 10 per cento ai manager pubblici che guadagnano oltre 80 mila euro (va ricordato che soltanto l’uno per cento degli italiani dichiara più di 100 mila euro), e la stretta sulle false pensioni di invalidità, ecco i presidenti di Camera e Senato che annunciano la sospensione dei “pensionamenti anticipati di anzianità previsti per i dipendenti dei due rami del Parlamento” a partire già dal 31 luglio 2010. Sono tutte promesse, che non incideranno sul bilancio se non per pochi milioni di euro, ma che servono a creare un clima favorevole intorno alla manovra da (almeno) 27 miliardi di euro che il governo si prepara ad annunciare. Per decreto, quindi, senza che il Parlamento possa incidere (e così

S

I TAGLI. Le vittime dei tagli veri sono poco interessate all’“aperitivo” di Tremonti e stanno protestando prima ancora che il decreto venga presentato. Ieri, a Firenze, in piazza della Signoria, cento sindaci del centro Italia si sono sdraiati a terra con lo slogan “stanno mettendo il tuo comune al tappeto”. E’ chiaro, infatti che, oltre ai vincoli imposti dal Patto di stabilità, gli enti locali dovranno affrontare un taglio di quattro miliardi di euro in due anni a cui potranno reagire soltanto in due modi: alzando le imposte, quando possibile, oppure riducendo i servizi. Il nodo di spesa più delicato resta quello della sanità, che è di competenza delle Regioni. Il presidente dell’Emilia Romagna, Vasco Errani, a nome della Conferenza delle Regioni ha chiesto ieri “con urgenza un incontro per conoscere i dettagli della manovra”.

no viste negare l’accesso ai fondi Fas perché i loro piani di risanamento erano insufficienti, hanno ancora dieci giorni per convincere il governo che sono sulla strada giusta. Oppure dovranno aumentare le componenti regionali di Irpef (persone fisiche) e Irap (imprese). Sono molto preoccupate anche le associazioni dei disabili, come la Fish (Federazione italiana per il superamento dell’handicap), che da un paio di giorni diffondono comunicati per chiarire che gran parte dell’aumento delle pensioni di invalidità è dovuto all’invecchiamento della popolazione e quindi sarebbe sbagliato “un taglio orizzontale a tutti gli aventi diritto, legando l’accesso all’indennità di accompagnamento al reddito. Il che colpisce la popolazione con grave disabilità senza alcun discrimine”. Invece sembra proprio questa l’intenzione del governo per ridurre una voce di spesa che vale 16 miliardi di euro all’anno e cresce almeno del cinque per cento ogni dodici mesi. Basta vedere la dichiarazione di ieri di Antonio Mastrapasqua, presidente dell’Inps: “Il primo giugno partiranno altre 100 mila verifiche. Controlli che potreb-

bero far salire la percentuale delle revoche al 20 per cento”. Che, tradotto, significa che l’obiettivo dell’Inps è ridurre di un quinto il numero di pensioni di invalidità concesse. Sarà tutto più chiaro martedì, quando il Cdm dovrebbe approvare la manovra che ieri sera Silvio Berlusconi e il sottosegretario Gianni Letta sono andati a illustrare al Capo dello Stato Giorgio Napolitano. I mercati finanziari, anche ieri inquieti per le proteste della Grecia e le difficoltà dell’euro, sono pronti a giudicare se la correzione sarà credibile e sufficiente.

Il decreto arriverà martedì in consiglio dei ministri: il nodo di spesa più delicato è quello della sanità

LE REGIONI. Le Regioni (Campania, Calabria, Lazio e Molise) con la sanità commissariata e che si so-

“Così la soubrette si è fatta ministro” PARLA LUIGI CRESPI, IL PIGMALIONE DELLA CARFAGNA: “SARÀ UN MODELLO” di Wanda Marra

on sono in grado di fare mi“N racoli”. La prima reazione di Luigi Crespi, alla richiesta di Mara Carfagna di aiutarla nel suo “posizionamento” come ministro, era stata questa. E dire che l’ex sondaggista di Berlusconi, quello che lo accompagnò nella scalata alla politica e si inventò il Contratto con gli italiani, non è certo uomo che si tira indietro rispetto alle sfide o si fa fermare dagli scrupoli. Ma era il settembre 2008 e in effetti, come racconta lo stesso Crespi, la situazione sembrava “disperata”: la Carfagna navigava in acque difficili, tra le accuse sulla pubblica piazza della Guzzanti, che si era esplicitamente riferita a sesso orale praticato al Cavaliere come passaporto per il Ministero, le voci insistenti secondo le quali esistevano intercettazioni in materia, le vecchie immagini in veste di soubrette e le foto del calendario fatto per Max che impazzavano su Internet. Meno di due anni dopo Luigi e suo fratello, Ambrogio, quando parlano di “Mara” entrano in una sorta di estatica adorazione. “Mi sono bastati dieci minuti con lei per capire che mi trovavo davanti una donna attenta, con una capacità di lavoro impressionante, obiettivi precisi e idee molto chiare”, racconta Luigi. Qualche telefonata a fonti giornalistiche certe per escludere la possibilità

che saltassero fuori delle intercettazioni (“non esistono”, dice, netto, Crespi). E il lavoro può cominciare. “Per 3 mesi abbiamo praticamente vissuto insieme, noi e il suo staff. Abbiamo aiutato Mara a riflettere su se stessa. Quello che noi facciamo è un intervento tecnico di strategia comunicativa e contemporaneamente un intervento evolutivo. Lei, che è una spugna, non ci ha mai chiesto, come altri ‘cosa devo dire’. Le abbiamo fatto rivedere molte volte le sue apparizioni televisive, dove era visibilmente emozionata e tesa. Oggi lei è una che lavora molto e parla poco, che dirada le sue apparizioni televisive”. “È stata la nostra migliore allieva di sempre”, si lascia andare Ambrogio. In effetti a leggere le cronache degli ultimi giorni, c’è da rimanere stupefatti. Lei, il Ministro che aveva definito le unioni omosessuali “costitutivamente sterili” fa pubblica ammenda e ringrazia Paola Concia per averle fatto superare i suoi pregiudizi sui gay, davanti al Presidente della Repubblica. Michele Serra che su Repubblica le dedica un articolo con toni da pacificazione nazionale. Sullo sfondo, la legge sullo stalking, pluri-lodata. Il tutto, accompagnato da un cambio di look in tono con l’efficientismo da Ministro modello: capelli corti, tailleurini, camicette inamidate. “La Carfagna ha una piacevolezza di aspetto e di modi che

A sinistra, Mara Carfagna nel 2004 (FOTO OLYCOM) a destra, come ministro (FOTO DLM)

per Berlusconi sono fondamentali”, dice Crespi. Requisiti essenziali, dunque, per governare il paese? “Scegliendo una bella donna, se l’è trovata pure brava”. Insomma, avere nel proprio curriculum una vasta esperienza da soubrette e poco altro, basta prima per diventare parlamentare e poi Ministro? “Nel Pdl l’esperienza politica non è sempre un valore - dice Crespi - questo vale per tutti. I parametri sono altri”. D’altra parte, “solo una donna bella e intelligente, fuori dalle pastoie della politica, poteva riuscire a fare qualcosa al ministero delle Pari opportunità. Anche se provocatoriamente, vorrei far notare che chi si occu-

pa delle minoranze esiste finché esistono le minoranze”. E dunque, ecco la chiave: “Berlusconi voleva una persona in grado di fare leggi visibili: per lui questo è fondamentale”. Perfettamente in linea, il provvedimento sullo stalking. Tanto importante da far sparire l’immagine da calendario?: “Ma poi, che ha fatto Mara? Un calendario? In questo momento, il passato per un politico non conta. Esistono il presente e il futuro”. Ecco, dunque, la consacrazione. E, come insegna la politica della visibilità, non importa se di fatto la legge varata dal suo Ministero sia una sola. “La Carfagna è un ministro con i controcoglioni. La Prestigiaco-

mo per cosa viene ricordata? Per le quote rosa: e non le ha fatte. La Pollastrini? Per i Dico: e non li ha fatti. Invece, lo stalking è una legge importante”. Ai due Crespi quasi vengono le lacrime: “Siamo sensibili a questi temi. Da bambini, ricordiamo nostra madre che subì una vicenda di vera e propria persecuzione. E ci ha lasciato di certo un pezzo di vita”. Sarà per questo che Luigi ancora segue (ma “amichevolmente”, ci tiene a dire) “Santa Mara” nelle occasioni importanti?. Quel che è certo, è che è già amarcord: “Lei me l’aveva detto: ‘Non voglio fare il Ministero delle minoranze e degli sfigati. Ma un ministero che allarghi i dirit-

ti’. Visionaria. Dopo le scuse ai gay, mi ha chiamato Grillini: ‘Ha fatto più lei con le sue dichiarazioni, che tanti compagni’”. Ma alle dichiarazioni, seguiranno i fatti? “Non credo. È sempre una donna di destra”. E poi, è credibile una che solo 2 anni fa aveva negato il patrocinio al Gaypride? “Me l’aveva spiegato: ‘Trovo il Gaypride provocatorio e non utile’. E quando le ricordavo che l’appoggio agli omosessuali fa accrescere il consenso, rispondeva: ‘Me ne fotto, perché non ci credo’. Evidentemente adesso ha cambiato idea”. E va oltre: “La Carfagna rischia di diventare un modello del Terzo millennio: le modalità con le quali un politico fa strada passano per la capacità di legare l’ apparenza alle proprie convinzioni”.


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CRONACHE

LE FIRME PER L’ACQUA PUBBLICA “INONDANO” IL PALAZZO Il Pd si è sfilato, ma il comitato è già a 500 mila aderenti di Salvatore Cannavò Roma

ono più di 500 mila. Per l’esattezza, 516.615 firme raccolte in 25 giorni di banchetti e iniziative in tutta Italia. È questo il bilancio della campagna referendaria per l’acqua pubblica, cominciata meno di un mese fa e sospinta da un cartello di associazioni “anonime” ma molto radicate e combattive che, prima con il Forum dei movimenti per l’acqua pubblica e poi tramite il Comitato promotore del Referendum sta realizzando un fatto politico e sociale di indubbia rilevanza. “Il risultato è incredibile anche per noi”, spiegano al comitato promotore, anche perchéè stato raggiunto “in poco più di tre settimane grazie all’impegno e all’entusiasmo di migliaia di cittadini”. Già due anni fa era stata avviata la campagna per una Legge di iniziativa popolare in calce alla quale erano state raccolte oltre 400 mila firme. Un successo che sorprese molti dei promotori, ma che lasciò del tutto indifferente il Parlamento che non solo non ha discusso mai quella legge – e molte altre – ma addirittura ha legiferato in senso opposto con il provvedimento che porta la firma del ministro per l’Europa, Ronchi. Multinazionali come Veolia o strutture finanziarie come quelle che fanno capo al romano Caltagirone, si sono subito messe in fila per rilevare le quote azionarie delle municipalizzate che la Legge Ronchi impone agli Enti locali di cedere.

S

L’obiettivo delle 700.000 non è lontano e nel fine settimana parte il Giro d’Italia dei referendari

E la legge èstata capita anche a livello popolare, se osserviamo il risultato finora ottenuto: file ovunque ai banchetti per firmare la proposta di Referendum. L’altro giorno, alla marcia Perugia-Assisi, era impossibile accettare tutte le richieste. Stessa situazione a Bologna il primo maggio, con un tavolo “servito” da dieci persone e 2.500 cittadini in fila. E così nei paesini, nei quartieri delle grandi città, nelle aziende. A Roma, l’intero sesto municipio, a guida “democratica”, sta appoggiando il referendum mentre non si contano le parrocchie che chiedono i moduli che poi riportano puntualmente compilati ai comitati cittadini di riferimento. Il Pd, inoltre, invece di cogliere la portata popolare e democratica della richiesta di non cedere l’acqua al profitto di pochi, ha deciso di non appoggiare il referendum e di cercare le firme su una propria iniziativa di legge che non modifica in nessun modo la situazione attuale (introduce forme più precise di Authority). Solo che mentre ha scelto questa modalità, si è trovato con il capogruppo alla Camera, e leader della minoranza interna, Franceschini, che ha deciso di firmare i referendum a sua volta spaccando la sua stessa area. L’Idv, dal canto suo, ha scelto di far partire una autonoma campagna elettorale su un quesito contro la legge Ronchi ma anche contro il nucleare e il legittimo impedimento. “Le 500 mila firma le abbiamo superate anche noi”, dice il responsabile organizzativo nazionale Ivan Rota che annuncia per il prossimo 2 giugno un “D Day” con uno sforzo per raggiungere almeno un milione di firme. L’ipotesi del milione di firme gira anche a mezza voce nel Comitato dei movimenti che, comunque, deve raggiungere la soglia di sicurezza delle 700 mila firme e quindi “rilancia”. Per questo fine settimana è infatti previsto un Giro d’Italia delle firme per l’acqua, per conferire una maglia rosa alla località, comune o comitato cittadino che avrà raccolto più firme.

di Giampiero Calapà

a sentenza di appello per le LGenova violenze della scuola Diaz, 2001, che ha condan-

Sulla copertina dell’Economist la rivisitazione della “Creazione di Adamo” di Michelangelo (FOTO ANSA)

La vita in laboratorio, ora si può Dagli Usa la prima cellula sintetica di Silvio

Bonomo

i chiama Mycoplasma mycoides JCSrealizzata VI-syn1.0 ed è la prima cellula sintetica in laboratorio da un gruppo di scienziati statunitensi. Una scoperta che potrebbe aprire nuove strade per la creazione di organismi biologici in grado di svolgere una funzione precisa, come assorbire il diossido di carbonio, uno dei principali responsabili dell’effetto serra, realizzare idrocarburi per l’energia pulita, velocizzare la creazione di vaccini, ma anche inventare nuovi ingredienti per la cucina. L’annuncio della nuova scoperta è stato affidato al magazine Science dal J. Craig Venter Institute, il laboratorio di Rockville negli Stati Uniti guidato da Craig Venter, l’uomo che già nel 2000 era stato fra gli scopritori della prima sequenza del genoma umano. “Si tratta della prima cellula sintetica mai realizzata”, ha detto Venter. “La chiamiamo sintetica perché la cellula deriva da un cromosoma sintetico, ottenuto attraverso sostanze chimiche inserite in un sintetizzatore gestito da un computer”. Se la finalità “è quella di andare verso la salute dell’ambiente la costruzione in laboratorio della prima cellula artificiale è un fatto molto importante da un punto di vista scientifico”, un passo in avanti “positivo” per il vicepresidente del Comitato Nazionale di Bioetica Lorenzo D'Avack a proposito del risultato ottenuto dal laboratorio di Craig Venter. “Non si può dire prima che un avanzamento della

scienza sia negativo” e “la ricerca non va vietata a priori” ma “è chiaro - aggiunge D'Avack - che se invece la finalità fosse quella di arrivare all’uomo artificiale sarebbe invece un fatto condannabile che aprirebbe problemi bioetici di altra portata”. Creare in laboratorio batteri artificiali, conclude, “può significare magari anche arrivare non solo a un ambiente migliore ma anche alla cura di tante malattie” lasciando perdere “la sperimentazione ad esempio sulle cellule staminali embrionali”. Se il faro “è il bene umano - spiega Francesco D’Agostino, presidente onorario del comitato di Bioetica - possiamo stare relativamente tranquilli, perché il bene umano è sempre quello ed è uguale per tutti gli uomini”. Se invece “si abolisce il paradigma del bene umano in nome di presupposti relativistici allora la questione può diventare preoccupante”. D’Agostino rileva che “a preoccupare non è tanto la biologia sintetica” in sé, perché “il problema non è quello che la scienza può fare, ma come si orientano le tecnologie scientifiche”. Dal punto di vista etico, prosegue, “il cuore del problema non è creare cellule artificiali” che potrebbero avere “efficacia terapeutica”, ma nelle finalità con cui vengono create, che non possono corrispondere “a logiche di potere o di lucro”. La questione, comunque, “va affrontata senza paure e pregiudiziali”, ma “stando attenti ad eventuali risvolti negativi incombenti”.

Il prete: “La bimba non paga, via dall’asilo” IL SINDACO PROTESTA, MA IL PARROCO RIBATTE: “LO ABBIAMO AVVISATO IN TEMPO, NON HA FATTO NULLA” di Erminia

della Frattina Padova

na storia che si ripete triUbambini stemente, quella dei rifiutati dalla scuola perché i loro genitori non pagano la retta. Segue l’usuale palleggio delle responsabilità e l’allontanamento della piccola dalla scuola, solo che qui i due protagonisti sono il parroco (che ha sbarrato la porta dell’asilo alla bimba morosa) e il sindaco contrario alla scelta. Il tutto è accaduto nella scuola dell’infanzia di Terraglione, una frazione di Vigodarzere in provincia di Padova, dove il parroco e il comitato di gestione dell’istituto hanno deciso di non

ammettere più in classe una bambina di quattro anni, perché non risultavano pagate le rette relative agli ultimi tre mesi. La bambina, figlia di immigrati residenti a Padova, dopo aver frequentato regolarmente la scuola dell’infanzia da settembre a dicembre a gennaio si è vista chiudere la porta dell’asilo in faccia. Il parroco della piccola comunità padovana e responsabile dell’asilo, don Bernardo Pegoraro, difende con ostinazione la scelta di escludere la bambina dalla scuola. “Dopo tre mesi di rette non pagate – dice – e dopo avere sollecitato più volte l’aiuto del comune senza ricevere nessuna ri-

Sentenza Diaz, Agnoletto accusa: “Silenzi indecenti”

sposta, ci siamo visti costretti a chiudere la porta: cos’altro potevamo fare?”. E, se non bastasse la spiegazione del perché un religioso decida di escludere da scuola una bimba di quattro anni, ecco il resto dei fatti.

Succede a Terraglione, nel Padovano. La piccola è figlia di una coppia di immigrati

“La famiglia non pagava niente, anche la scuola materna è in difficoltà”. E poi ancora: “Ci siamo rivolti al comune per chiedere cosa fare, ma la risposta ci è arrivata solo quando ormai avevamo già preso la decisione. A quel punto era troppo tardi”. In effetti, il comune del paesino nel padovano sembra che qualcosa volesse fare per aiutare la famiglia in difficoltà. Il primo cittadino di Terraglione, Franco Frazzarin, che ora contesta in modo netto la scelta del parroco, dice di avergli scritto per manifestare la sua amarezza. E nella stessa lettera spiega: “La giunta comunale – scrive il sindaco – ha autorizzato l’esone-

ro al pagamento della retta di frequenza per la famiglia della bambina”. E precisa: “Un esonero che riguarda l’intero anno scolastico, da settembre 2009 fino a giugno 2010, assumendosi a carico l’onere complessivo della retta, pari a 1.270 euro. Spiace constatare che per decisione del comitato di gestione sia stata presa la decisione di non ammettere la bambina dal mese di gennaio. Di questa intenzione doveva essere messa al corrente l’amministrazione che avrebbe provveduto a dare copertura della retta”. Accuse alle quali il parroco risponde: “È inutile che adesso si scandalizzino, li avevamo informati per tempo”.

nato anche quelli che erano i vertici della polizia è “un primo barlume di giustizia dopo nove anni di attesa”, per Vittorio Agnoletto, uno dei protagonisti di quel Movimento che animò le manifestazioni anti-G8: “E’ estremamente importante perché finalmente la verità giudiziaria coincide con quella storica e difendere quei diritti significa porsi a difesa della Costituzione”. Eppure si legge molta prudenza sui giornali nei confronti di quei vertici della polizia? Già, leggo che però alcuni di loro si sono distinti nella lotta alla mafia. Ma che cosa significa? Non è che se io salvo una persona poi ne posso ammazzare un’altra. Non riesco a capire. Che cosa cambiò per il Movimento dopo la Diaz? Quella repressione ha cambiato la storia del Movimento, ci siamo ritrovati obbligati a pensare al processo: il Movimento non morì perché poi ci fu anche il Forum Europeo di Firenze, ma il percorso fu profondamente deviato. Anche la politica, una volta di più, non sembra uscirne bene? Il governo ha subito garantito che lascerà al loro posto tutti i dirigenti della polizia coinvolti. Non mi meraviglio per niente, sono loro i mandanti politici di quei fatti: le stesse identiche persone, come il sottosegretario agli Interni Mantovano. E non dimentichiamo il ruolo di Fini, la sua presenza nella sala operativa dei carabinieri. Ora ha cambiato strategia politica: faccia una parola di autocritica su quei giorni, invece si è defilato come tutti. Ci sono troppi silenzi che fanno male? Esatto, il silenzio più pesante è quello del Pd, ma non ho problemi a dire che quei vertici della polizia sono stati per anni riferimenti legati a Violante. Forse uno dei motivi d’imbarazzo è proprio questo. Cosa rimane da chiarire? Non è possibile, ad esempio, che non fosse coinvolto il capo della polizia De Gennaro, se l’operazione è stata preparata come poteva non saperne nulla? Ora dovrebbe dimettersi anche lui, invece rimarrà al suo posto di coordinatore unico dei servizi segreti italiani. Così come gli altri, ora condannati, anche la sua carriera dopo Genova non ha fatto altro che progressi. Poi si parla tanto di sicurezza... Infatti, i cittadini italiani dovrebbero sentirsi davvero insicuri sapendo da chi è gestita la pubblica sicurezza, da persone responsabili di fatti gravissimi, che nonostante la loro divisa non hanno esitato a dare indicazioni per compiere una carneficina colpendo ragazze e ragazzi indifesi mentre dormivano. Quello che viene dopo è un senso di impunità che ci porta anche ai troppi casi come quello di Stefano Cucchi. Fuori e al di sopra della legge, così si sentono in troppi con la divisa dopo Genova.


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Venerdì 21 maggio 2010

ECONOMIA

DE BENEDETTI INDAGATO

Con la famiglia Segre avrebbe ostacolato l’autorità di vigilanza nel crac di Coppola di Giovanna Lantini Milano

a partecipato a un solo cda e su richiesta dell'allora presidente Franca Bruna Segre, ma ora Carlo De Bendetti rischia lo scivolone su Danilo Coppola. O, per la precisione, su Luigi Zunino. L'editore di Repubblica, infatti, è nella lista dei 41 indagati nell'ambito dell'inchiesta della Procura di Roma sul crac da circa 300 milioni di euro che negli scorsi anni hanno visto coinvolte le società dell'immobiliarista di borgata Finocchio noto alle cronache come uno dei furbetti del quartierino in queste settimane sotto processo per l'inchiesta Bnl. Dall’atto che ha disposto la chiusura delle indagini, firmato dai pm di Roma, Giuseppe Cascini e Rodolfo Sabelli, De Benedetti, risulta indagato insieme all’intero consiglio di amministrazione della Banca Intermobiliare (Bim) di Torino in carica fra il 2005 e il 2006. Compresa, quindi, la famiglia Segre, fondatrice dell'istituto da poco passato sotto l'ala di Veneto Banca e da sempre vicina all'ingegnere, che rappresenta in diversi consigli di amministrazione delle società del gruppo Cir-Cofide e del quale è storica

H

commercialista nelle vesti dello Studio Segre. La vicinanza della famiglia torinese a De Benedetti non è mai stata un mistero, anzi, come riportano le cronache finanziarie degli ultimi anni, lo stesso ingegnere ha più volte pubblicamente espresso gratitudine per i suoi commercialisti. Idem tra i Segre e Coppola, dati i forti legami finanziari e affettivi, come emerse dalle dichiarazioni della stessa signora Segre che in occasione dell'arresto di Coppola, nel 2007, parlò di lui come di un figlio. Quanto all'inchiesta, partita cinque anni fa ne chiusa ieri, coinvolge sia Franca Bruna Segre, ex presidente dell’istituto torinese, sia il figlio Massimo nonchè l’amministratore delegato, Pietro d'Aguì, l'ex vice Mario Scanferlin, Gianclaudio Giovannone, Flavio Dezzani, Franco Bono, Aldo Scarrone, Giampaolo Abbondio. Al cda della banca torinese, i magistrati contestano di aver ostacolato, in concorso con Luigi Zunino e sua moglie, Stefania Marina Cossetti, amministratrice della immobiliare, “consapevolmente le funzioni dell'autorità di vigilanza con l'erogazione da parte di Bim in favore di società riferibili di fatto a Zunino di finanziamenti in misura superiore ai

limiti massimi consentiti dalla normativa di vigilanza”. Nel dettaglio, Bim avrebbe finanziato Zunino per 200 milioni di euro, oltre il limite massimo consentito per il rischio legato ad un singolo cliente. Un’operazione possibile grazie al fatto che Bim, il 30 settembre 2005, aveva deliberato a favore della moglie di Zunino e della sua immobiliare un finanziamento fino all’importo massimo di 100 milioni. Denaro che, secondo gli atti dei pm, veniva in realtà utilizzato dall’immobiliarista di Nizza Monferrato. Al cda di Bim viene contestato il medesimo reato in concorso con la moglie di Danilo Coppola, Silvia Necci, in quanto socia della Partecipazioni Immobiliare, e a Coppola in qualità di “gestore di fatto e dominus” della società, per l'erogazione, decisa dal cda di Bim il 27 ottobre 2006, di un finanziamento di 150 milioni, occultando così all'autorità di vigilanza la reale esposizione del gruppo Coppola verso la banca, “pari ad

oltre 350 milioni”. De Benedetti ha subito precisato di non aver mai partecipato attivamente alla gestione della banca e aver preso parte a una sola riunione del cda. Tra gli altri indagati figurano anche l'immobiliarista Luigi Zunino, la madre di Coppola, Francesca Garofalo, il direttore generale di Unicredit Banca d'impresa, Mario Aramini e Nicola Orazzini, responsabile direzionale regionale centro-sud della banca. Gli altri indagati sono gli stessi già coinvolti nel processo per il fallimento della Micop, società di Coppola, che per questo è stato condannato in primo grado, il 9 febbraio 2009, a 6 anni di reclusione, insieme a Daniela Candeloro, la commercialista del gruppo (4 anni). Oltre a Candeloro, sono indagati Luca Necci collaboratori di Coppola e Francesco Vellocchi, già direttore finanziario ed ex cognato di Stefano Ricucci. Per tutti gli indagati si profila la richiesta a rinvio a giudizio.

La replica dell’Ingegnere: mai partecipato all’attività della Bim e alle decisioni sui suoi finanziamenti

I RAPPORTI CON FIORANI

CARDIA NON VA AL PROCESSO PER LE SCALATE di Gianni Barbacetto Milano

un testimone fantasma, il preÈto Cardia. sidente della Consob LamberConvocato in tribunale, poi depennato dalla lista, ripescato, infine di nuovo bloccato. Lui, in attesa di essere riconfermato al vertice della commissione che vigila sull’attività di Borsa, probabilmente non muore proprio dalla voglia di venire a parlare di cose imbarazzanti davanti ai magistrati di Milano e, soprattutto, davanti al giornalisti. Il processo da cui entra ed esce come fosse un vaudeville è quello sulla scalata Antonveneta dei furbetti del quartierino, con principale imputato l’ex amministratore delegato della Banca popolare di Lodi, Gianpie-

ro Fiorani. Cardia era nella lista testi presentata dal pubblico ministero, Eugenio Fusco. Poi il rappresentante dell’accusa ha deciso di rinunciare a un consistente numero di testimoni non essenziali, per snellire il processo. Così il nome di Cardia è stato depennato. Ma è stato poi recuperato, come teste a difesa, da un imputato, l’ex presidente di Unipol Giovanni Consorte, nel 2005 alleato di Fiorani e suo complice (secondo l’accusa) nelle scalate dei furbetti.

Fissato il calendario delle udienze, arriva la convocazione anche per il presidente della Consob. Qualche slittamento di date è normale, capita. Finalmente arriva la convocazione definitiva: Cardia sarà ascoltato in tribunale sabato 22 maggio. I legali di Consorte si preparano a interrogare il teste per dimostrare l’innocenza del loro assistito. Anche il pubblico ministero, Fusco, si appresta a fare qualche domanda all’uomo che vigila sulla Borsa italiana. E i cro-

Il presidente della Consob vicino all’ennesima riconferma scompare all’ultimo dall’elenco dei testimoni

nisti si attrezzano a prendere diligentemente nota. Ma poi tutto si blocca: contrordine, la difesa di Consorte ha rinunciato al teste. Sabato prossimo Cardia non dovrà salire al terzo piano del palazzo di Giustizia, a rispondere come testimone (dunque con l’obbligo di dire la verità) ai rappresentanti delle difese e dell’accusa. Chissà, qualche domanda avrebbe potuto essere imbarazzante, per uno che punta a restare alla presidenza della Consob. “A quei tempi”, ha raccontato Fiorani rispondendo in aula alle domande del pm, “lavorava come mio consulente il figlio di Cardia, con un contratto da 250 mila euro all’anno. Cardia volle incontrarmi a Milano, io ero in vacanza sulla neve con i miei, e ricordo che mi voleva par-

L’imprenditore ed editore di “Repubblica” Carlo De Bendetti ( FOTO ANSA)

LA LEZIONE dei cassintegrati sull’Isola protesta degli operai della Vinyls è diventata un caso meLgiorni.adiatico: l'Isola dei cassintegrati, cioè l'Asinara, occupata da 84 Michele Azzu e Marco Nurra, figli degli operai in protesta e cervelli in fuga in Inghilterra, hanno raccontato così, in un'aula universitaria, come hanno costruito il successo di comunicazione della protesta: “Ci siamo resi conto che la fase iniziale della nostra protesta, i metodi che usavamo, non ci procuravano la solidarietà dell'opinione pubblica, anzi ne causavano l'ostilità. Interrompevamo la loro quotidianità con l'occupazione dell'aeroporto, dell'azienda comunale dei trasporti, della strada. Allora ci siamo interrogati su come avremmo potuto far conoscere la nostra vertenza senza causare danni. Così abbiamo deciso di autorecluderci e poi siamo entrati in Facebook.” E' la novità vera, la riproposizione di una lotta antica tra capitale e lavoro declinata in chiave terzo millennio. E' il linguaggio di Pietro Marongiu, delegato con Gianmario Sanna e Andrea Spanu dagli occupanti per la lezione all'Università di Sassari, facoltà di scienze politiche. Si parla di “Attori, Spazi e Forme della partecipazione politica”. Una giornata di studio e riflessione . Quando parlano gli operai l'aula magna, affollata, resta in un silenzio innaturale, che sa di rispetto verso chi non è abituato ad adoperare le parole, a tenere un microfono acceso davanti alla bocca. La professoressa Maria Grazia Giannichedda, moderatrice dell'incontro, e il dottorando Daniele Pulino ricordano che all'inizio del secolo scorso, nel 1904, la protesta dei minatori di Buggerru nel Sulcis-Iglesiante, culminata in un eccidio, aprì in tutto il paese la stagione degli scioperi e della conseguente repressione violenta. Una protesta dagli esiti sanguinosi, nata in Sardegna, accese la miccia della lotta operaia in tutto il paese. Oggi una protesta che si appropria del trash dei reality e lo sfotte, battendolo negli ascolti, parte da un'isola nell'isola e diventa il magnete delle lotte dei call center, delle altre fabbriche in crisi, dei precari. Sanna spiega l'obiettivo: “Non vogliamo minacciare le istituzioni ma mettere a nudo l'inconsistenza di chi a volte le occupa. Vogliamo che l'opinione pubblica sappia e metta in mora politici e alti dirigenti.” Parla anche Stefania, la moglie di Andrea uno degli operai occupanti, e non trasmette disperazione, anzi: “Le proteste come quella dei nostri compagni di solito rompono l'indifferenza solo per generare fastidio e producono tensioni anche nelle famiglie. A noi invece tutti quelli che vengono sull'isola chiedono come facciamo ad essere comunque sereni, uniti e perfino ospitali. Con la nostra positività rafforziamo la loro lotta ed incoraggiamo le altre famiglie a battersi, facendo loro capire che anche nella difficoltà, proprio nella difficoltà una famiglia è famiglia.” Fuori anche dallo stereotipo della disperazione ostentata. Una lezione in più. Elias Vacca

lare in merito ad alcuni esposti giunti alla Consob da parte di Abn-Amro che riguardavano il rastrellamento delle azioni Antonveneta da parte di nostri soci. Eravamo seduti su due divani e ricordo che quel giorno entrai in Consob dalla porta di servizio. Feci vedere a Cardia tutti gli affidamenti di conto corrente. E il presidente Cardia mi rispose ‘non ci vedo nulla di male, ma prima o poi qualche cosa dovrò fare’, alludendo all’in-

vio di una prossima ispezione. Io gli risposi che per l’ispezione avrebbe potuto almeno aspettare il 18 aprile, data nella quale sarebbe scaduto il patto che legava i soci della scalata all’Antonveneta. Venni poi a sapere che Consob aveva deliberato l’ispezione il 18 marzo, ma che gli ispettori furono inviati alla Popolare di Lodi proprio il 18 aprile”. Qual è la versione di Cardia su questo punto? Non lo sapremo. Il teste è stato depennato.


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ECONOMIA

DECLINO MANTOVANO

Dopo un’ascesa fulminea il re dei pannolini Fabrizio Lori rischia il crac, come la sua squadra di Elisabetta Reguitti Mantova

olo sei anni fa era tra gli imprenditori più brillanti, divenuto famoso per l’acquisto del Mantova Calcio che con la sua gestione torna in serie B (dopo oltre 30 anni) e riesce a sfiorare la serie A. Oggi il suo gruppo di aziende sparse in tutto il nord d’Italia rischia davvero grosso. Fabrizio Lori, man-

S

tovano, classe 1968: nel calcio a partire dalla stagione 2004 aveva rappresentato il nuovo che avanza. In soli quattro anni triplica i dipendenti, costruisce nuove fabbriche, raddoppia il fatturato, aumenta gli investimenti con un picco pari al 15 per cento dei ricavi. Tutto merito dei pannolini. O meglio della pellicola trasparente e traspirante unica nel suo genere (brevettata in oriente) ma acquista-

ta e rimaneggiata proprio nella fabbriche della Nuova Pansac dalla quale partiva per conquistare il mercato internazionale. Lori dispone di una costellazione di sedi aperte tra Marghera e Mira, Portogruaro, Zingonia (Bergamo), Ravenna oltre alle sedi commerciali di Milano, quella legale di Mantova (18 dipendenti amministrativi) e un ufficio di rappresentanza nel cuore di Parigi. Un gruppo di

quisti alla grande con ingaggi importanti di prime punte come Paolo Poggi e il “bisonte” Dario Hubner. In panchina resta Mimmo Di Carlo. Il 19 giugno, per la partita Mantova-Pavia, arrivano oltre 12.000 spettatori in delirio ed è serie B dopo 32 anni. Nella stagione 2005-2006 il Mantova sfiora la serie A nella finale dei play-off con il Torino mentre nel 2006-2007 riesce pure a infliggere la prima sconfitta alla Ju-

Giocatori e dipendenti del Mantova Calcio sono senza stipendio da dicembre 869 dipendenti al quale si aggiunge l’azienda Mantova Calcio: nell' estate 2004 la dirigenza biancorossa, neopromossa in C1 cerca uno sponsor importante. Ma Lori decide di comprare l’intero pacchetto.

Del Piero tra due giocatori del Mantova nel 2007 (FOTO ANSA)

IL TRIONFO DELLA B. Il giorno della presentazione – una vera convention – il neo patron promette "la B in due anni". Detto fatto: una campagna ac-

ventus, allora in serie B dopo Calciopoli. È un carillon di nomi di giocatori importanti, vecchie glorie e allenatori di prestigio. Lori sembra davvero Re Mida con il suo look da rockstar con capelli alle spalle, abbronzato con jeans stracciati, giubbotti in pelle, miliardario vissuto nell’anonimato fino a 33 anni. Oggi però tira un’altra aria. Il clima è di mobilitazione generale nelle sedi della Nuova Pansac

con gli stabilimenti bloccati da giorni, gli uffici della sede mantovana in via Mazzini che per la prima volta restano chiusi a causa dello sciopero degli impiegati che assieme agli operai sono scesi a Roma per sostenere una protesta davanti al ministero dello Sviluppo economico: il risultato è stato il ritiro della procedura di mobilità (inizialmente per 502 persone) e un dietro front sulla chiusura annunciata degli stabilimenti di Portogruaro e Ravenna per i quali saranno avviate le pratiche per l’avvio degli ammortizzatori sociali. USCITA DI SCENA. A febbraio l’assemblea straordinaria della Nuova Pansac ha varato il riassetto dei vertici societari: Fabrizio Lori, azionista unico e presidente del gruppo in profonda crisi, ha lasciato tutte le deleghe operative e i relativi poteri a un nuovo consiglio di amministrazione e pur restando alla presidenza di fatto non ha più la gestione della società passata a quattro super consulenti indicati dagli advisor legali e finanziari. Rischia grosso anche il Mantova Calcio che nel 2011 festeggerà i cento anni dalla fondazione. Nella vicenda Lori i destini di chi

Tra Modena e Maranello

di Stefano Feltri Modena

ungo la via Nonantolana, che conLrezione giunge Modena a Nonantola in didi Bologna, capita di incrociarle spesso: Maserati con la targa provvisoria, appesa dietro con un filo, e il cofano ancora incartato di cellophane. Sono loro il problema.

Il collasso dell’economia modenese La crisi (di immagine, non di conti) della Ferrari comincia l’11 maggio. La Gazzetta di Modena titola: “Ferrari, allarme 270 esuberi”. È la sconfitta di quella che i 223 aderenti al gruppo Facebook “Salva il cassintegrato Ferrari” definiscono “una campagna di propaganda aziendalista che ci rende invisibili agli occhi dell'opinione pubblica”. Perché in Ferrari i cassintegrati ci sono da ottobre 2009, ma si notano poco. Anche perché intorno a loro, negli anonimi stabilimenti di ceramiche, materie plastiche e componentistica che circondano la cittadella imprenditoriale della Ferrari a Maranello, è arrivata l’apocalisse. Il Pil modenese nel 2009 è crollato del cinque per cento, non c’è distretto industriale che tenga. La Camera di commercio della città riassume così la situazione: “A livello settoriale il collasso dei livelli produttivi registrati nel corso del 2009 ha interessato un po’ tutti gli ambiti di attività dell’industria modenese”. Nell’ultimo trimestre dell’anno il fatturato della ceramica crolla del 10 per cento rispetto all’anno precedente. Il metalmeccanico quasi del 20 (18,51), il biomedicale del 13,82. La Ferrari resiste, come da tradizione: 6.193 vetture consegnate alla rete dei distributori, 1,7 miliardi di ricavi netti, 245 milioni di utile operativo. Nessun problema, in apparenza. Purtroppo c’è anche la Maserati: entrambe fanno parte del gruppo Fiat, entrambe convivono, un po’ a fatica, nella “Motor Valley” modenese. La Maserati sta sprofondando: nel 2008 aveva 825 milioni di euro di ricavi netti, nel 2009 448, il numero di auto consegnate è passato da 8.759 a 4.489. Per mesi davanti alla fabbrica-concessionario, con torre ed enorme tridente

Il tracollo della Maserati che ha colpito la Ferrari

illuminato in cima ai margini del centro di Modena, hanno manifestato i precari scaricati dall’azienda nel 2009: bandiere, striscioni, comunicati. Però il problema vero non era lì, ma a Maranello. A Modena c’è solo l’assemblaggio, mentre a Maranello si fanno i motori e le scocche delle Maserati. Quando la domanda crolla, chi lavora nelle officine Ferrari ma su veicoli Maserati, non ha più molto da fare. L’azienda –cioè la Ferrari – ha quindi ora la necessità di “concentrare le risorse sulle attività core”. Che, tradotto, significa avere meno uomini e macchine impegnate sulle Maserati che non si vendono per concentrarsi sulle Rosse che nel 2010 dovrebbero vendersi bene come nel 2009. E si arriva così ai 270 esuberi, il dieci per cento delle 2700 persone che lavorano a Maranello. Il ragionamento della Ferrari è

questo: visto che a noi interessa lo spirito e il dettaglio del prodotto, ci sono alcune parti della “catena del valore” che possono essere fatte all’esterno, così che si guadagna in flessibilità senza perdere nulla dello “stile Ferrari”. Ridurre all’osso i costi fissi e aumentare quelli variabili, cercando di salvare i posti di lavoro che verrebbero esternalizzati a imprese locali. Perché la Ferrari deve diventare più rapida e più duttile: i mercati in espansione sono quelli asiatici, dove i clienti non sono abituati alla lista d’attesa di 18 mesi tipica di Maranello (perché le Rosse devono farsi desiderare) e quindi l’azienda vuole scendere almeno a 12 mesi.

La cura Marchionne arriva a Maranello Ma il grande pasticcio mediatico non è partito tanto dagli esuberi, quanto da un premio di produzione (o bonus, come lo chiama l’azienda) da poco più di 1.000 euro. “La settimana scorsa Ferrari è venuta all’incontro con i sindacati dicendoci che il premio non era più un nostro di-

sta in fabbrica e di chi gioca al pallone sono indissolubilmente intrecciati. La Nuova Pansac infatti paga eccessivi livelli di investimento e uno scarso contenimento dei costi, le energie finanziarie del gruppo sembrano drenate dal bilancio della squadra di calcio e il suo buco di cassa è ormai 13 milioni di euro. Le banche debitrici nel frattempo hanno imposto un piano di riorganizzazione mettendo alcuni paletti per il rientro del debito dell’azienda che si aggira intorno ai 200 milioni di euro. “Vendo la Nuova Pansac. Ma non agli sciacalli, sia chiaro: questa è una realtà industriale con grandi prospettive. Per ora il Mantova non si tocca”, avrebbe detto Fabrizio Lori nei giorni scorsi. Il suo cellulare suona a vuoto e l’assistente Elena liquida tutti dicendo che il presidente non rilascia interviste. Domenica arriva il Torino. I giocatori non prendono lo stipendio da dicembre, in quattro hanno avviato le procedure di messa in mora così come i magazzinieri, lo staff e i dipendenti della società che rischia l’iscrizione al campionato di serie B anche in caso di salvezza. Il rischio è il fallimento e la retrocessione d’ufficio.

sue relazioni industriali, invece che per i trionfi sportivi o i record di vendita. E questo può diventare un problema molto concreto. Perché c’è un pezzo consistente dell’economia modenese che si regge sul mito della Ferrari, e non si tratta soltanto del Ferrari Store di Maranello.

Una città che vive sul mito delle Rosse

I motori modenesi (FOTO ANSA)

ritto ma una contropartita se accettavamo i 270 esuberi. Una prova di forza inutile visto che noi siamo pronti ad affrontare il problema dell’eccesso di capacità produttiva”, racconta Giordano Fiorani, segretario provinciale della Fiom Cgil modenese. C’è anche chi ha visto dietro la strana mossa Ferrari – un polverone per poche migliaia di euro (fondamentali però per gran parte dei nuovi operai Ferrari, quasi tutti immigrati da Calabria, Sicilia e Campania) -– un assaggio della “cura Marchionne”, arrivata anche in quello che, dopo le dimissioni da presidente Fiat, dovrebbe essere dominio esclusivo di Luca Cordero di Montezemolo: riduzione della capacità produttiva, aumento della produzione e tagli al costo del lavoro. I sindacati riassumono così: non potevano chiedere sacrifici a Pomigliano e dare a noi i premi produzione. Il primo round della trattativa si è chiuso mercoledì, dopo 16 ore di trattativa, alle 5:30 del mattino: i lavoratori strappano un bonus di 1.200 euro, l’assunzione di 100 precari e in cambio accettano i 270 eusuberi in cambio della garanzia che vengano esternalizzati a imprese del territorio. Il danno di immagine, però, ormai è fatto: ancora lunedì mattina all’alba, davanti ai cancelli di Maranello, c’erano gli operai in cassa integrazione a protestare per quella che dovrebbe essere l’ultima delle settimane di “cassa” previste. Ferrari finisce sui giornali, anche su quelli modenesi non certo ostili, per le

“Modena terra di motori”è un’etichetta che riunisce una fetta importante dell’economia modenese, coordinata dalla Camera di commercio e dal comune, e che trasforma il marchio Ferrari in una fonte infinita di eventi e manifestazioni, una celebrazione permanente del mito automobilistico modenese (si festeggia anche questo weekend, per il centenario del costruttore di auto da corsa Stanguellini). Paolo Rossi Barattini ha un'azienda agricola con un'acetaia, dove si produce il balsamico tradizionale dop di Modena: “Alcuni turisti arrivano direttamente con il passaparola, ma per quasi tutti la visita all'acetaia è parte di un pacchetto turistico che ruota intorno alla Ferrari e al tour guidato degli stabilimenti di Maranello. Sono soprattutto americani e tedeschi che, per fortuna, probabilmente non sanno neppure dei problemi di questi giorni”. È poi quasi pronta la casa-museo dedicata a Enzo Ferrari (la fondazione è guidata dal modenese Mauro Tedeschini direttore di Quattroruote), futura cattederale della cultura motoristica di Maranello. Scalfire il mito, quindi può essere pericoloso, anche se viene colpito nel suo anello più debole, la Maserati. Anche perché in Formula 1 le Rosse di Fernando Alonso e Felipe Massa sono in affanno, non riescono a tenere i ritmi della Red Bull e il Mondiale costruttori sembra un'impresa quasi impossibile. Lunedì Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat, era a Maranello per il cda Ferrari e oggi dovrebbe tornare a Modena. L’agenda non è nota, ma in molti pensano che stia preparando l’inevitabile: il passaggio di una parte della lavorazione di Maserati alla Bertone, la carrozzeria di lusso salvata dal fallimento pochi mesi fa come omaggio alla torinesità di Fiat. In quel caso il mito perderà un altro pezzetto e l’economia modenese pure.


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Venerdì 21 maggio 2010

DAL MONDO

N ROMA

Funerali per i soldati caduti

S Daniel Pearl

Raffaele Ciriello

Kenji Nagai

Maria Grazia Cutuli

Americano, rapito e ucciso a Karachi, in Pakistan, da estremisti islamici il primo febbraio del 2002 (FOTO ANSA)

Italiano, ucciso a Ramallah, in Palestina, da sei colpi partiti da un Tank israeliano il 13 marzo del 2002 FOTO ANSA

Giapponese, ucciso a Rangoon, in Birmania, da un colpo d’arma da fuoco esploso da un militare il 27 settembre del 2007 (FOTO ANSA)

Italiana, uccisa a Sarobi, in Afghanistan, il 19 novembre del 2001 in un attentato organizzato dai talebani (FOTO ANSA)

I RISCHI DEL MESTIERE

i sono svolti ieri mattina alla presenza di centinaia di persone e delle più alte cariche dello Stato i funerali del sergente Massimiliano Ramadù e del caporal maggiore Luigi Pascazio, uccisi lunedì scorso in Afghanistan. Le esequie si sono svolte nella Basilica di Santa Maria degli Angeli a Roma.

La vita di un inviato nelle zone di guerra: serve freddezza, prudenza e soprattutto fortuna

COREA DEL NORD

di Gianni Perrelli

La minaccia della guerra totale

auto era là, davanti alla hall dell’albergo, con la portiera spalancata. Al volante, un baffuto poliziotto in borghese, la giacca rigonfia all’altezza del cuore. Al suo fianco un altro agente dallo sguardo vigile e preoccupato che scruta i movimenti dei passanti. Un colpo di clacson. Segno di riconoscimento, e un invito frettoloso a salire. Ci sono dei momenti delicatissimi, nella vita di un inviato nelle zone calde, in cui sei costretto a decidere in un secondo. Ci avevo pensato quasi tutta la notte se non fosse una follia andarmi a cacciare, per puro amore di mestiere, in una situazione così rischiosa. Ero a Erbil, capitale del Kurdistan iracheno, una regione relativamente tranquilla perché dopo l’intervento americano in Iraq nel 2003 veniva controllata da un triplice cordone di sicurezza dei leggendari peshmerga (i guerriglieri curdi). Ma a solo un’ora di macchina da Kirkuk (dove ero atteso), un girone dell’inferno in preda all’anarchia, secondo solo a Baghdad nell’indice di pericolosità. Negli ultimi mesi, fra l’Iraq e l’Afghanistan, erano stati rapiti alcuni giornalisti. Gli stessi giornali, che fino a qualche anno prima avevano sollecitato i racconti di prima mano dai fronti più pericolosi, erano diventati estremamente prudenti.

L’

Nessuno mi obbligava a mettere a repentaglio la vita, o a espormi al rischio di essere catturato. Nessuno si aspettava da me scoop o reportage drammatici. Ma come fa un giornalista a resistere alla tentazione di vedere coi propri occhi le atmosfere proibite di un paese devastato? Attraverso un giro di curdi residenti in Italia ero entrato in contatto con il fratello del governatore di Kirkuk. Una zona off limits per gli occidentali, ma con un livello di terrore letale anche per le popolazioni locali. Quotidianamente si registrava uno stillicidio di attentati provocati da ordigni nascosti sui cigli delle strade e di rapimenti organizzati dalle cellule di al Qaeda. Il governatore mi aveva proibito di raggiungere con i miei mezzi Kirkuk. Mi avrebbe mandato un’automobile. La macchina era là, con la portiera spalancata… Non avevo detto a nessuno che mi accingevo a lasciare la zona sicura. Se fossi incappato in una situazione difficile sarebbe stata dura trovare perfino le mie coordinate. Chi mi garantiva che i due bodyguard fossero veramente gli uomini del governatore? Ma prevalse il richiamo della foresta. Mi infilai in macchina, incrociando soltanto le dita. Il breve viaggio fu denso di insidie. Ma arrivai indenne nell’ufficio del governatore. A un giornalista, come ho scritto nel libro Il mestiere dell’inviato (Gremese editore), non vie-

ne mai richiesta una condotta temeraria. Ma se fai la professione in modo onesto non puoi raccontare solo le tue impressioni. Se devi descrivere la guerra, non puoi farlo da un albergo: tradiresti lo spirito del tuo lavoro. Certo, è sottilissimo il confine fra coraggio e azzardo. Non ci sono segreti per scamparla in situazioni difficili. Ti aiutano la freddezza, un minimo di prudenza, ma soprattutto la fortuna. Se il destino ti volta le spalle, c’è poco da fare. Ci sono però alcuni criteri elementari di precauzione che vanno osservati. Se sei in zone infide e non hai in mano

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REPORTER UCCISI SUI FRONTI “CALDI” DAL 1999 Il mestiere di inviato DI GIANNI PERRELLI; PAGINE 126

EDIZIONI GREMESE 14 EURO

La fonte del dato sopra è PeaceReporter

Lupin torna a Parigi: rubati cinque capolavori da Picasso a Modigliani spaccato il vetro di una Hstiereafinestra, divelto con meun’inferriata, è entrato nel museo e si è messo a staccare le preziose tele. Un furto che ha dell’incredibile è avvenuto all’alba di ieri al Museo d’Arte moderna della Città di Parigi, in pienissimo centro, dove un ladro ha agevolmente fatto un colpaccio da centinaia di milioni di euro. Inizialmente il valore delle cinque opere trafugate, dipinte da Picasso, Matisse, Braque, Modigliani e Léger era stato stimato a 500 milioni di euro. Ma il vice assessore alla cultura della capitale francese, Christophe Girard, ha rivisto al ribasso le prime valutazioni: non più di 100 milioni di euro per il full di tele. In ogni caso, è la dinamica a stupire. Visto che le videocamere hanno registrato tutto. Peccato che non ci fosse nessuno a guardare le immagini e a dare l’allarme. Il sistema d’allerta, secondo il quotidiano Le Parisien – che cita fonti

interne al museo – era uso da due mesi e il Comune ne era informato. In ogni caso, le “riprese” non erano collegate neppure a nessun istituto di sorveglianza. La sequenza pare quella di un film: un uomo con passamontagna, vestito di nero, si aggira nei corridoi tra opere d’arte per dirigersi verso le tele desiderate e portarsele via usando il più classico dei taglierini. Ma cosa se ne fa, un ladro, di opere d’arte così note? Rivenderle è difficile e la cosa più probabile è pensare di ricattare le assicurazioni. Il mercato “nero” dà molto profitto, in genere, quando l’opera d’arte rubata è meno celebre e meno “firmata”. Basta pensare ai furti di oggetti e reperti archeologici diffusissimi anche in Italia: dalle monete ai vasi, dalla piccola statuaria ai sarcofaghi. Un mercato di vastissime dimensioni, in cui funziona bene il rapporto “domanda-offerta”: i mercanti rivendono

un’esclusiva, è bene muoversi in compagnia. E in ogni situazione di rischio è opportuno prepararsi una via di fuga. Mai entrare in zone particolarmente affollate, come i mercati o i piazzali davanti alle moschee: teatri ricorrenti di stragi. Se scoppia una bomba, resistere alla tentazione di avvicinarsi al luogo dell’attentato: nei paraggi ne può esplodere subito una seconda. Mai stare troppo vicini ai convogli militari, bersagli privilegiati dei terroristi. Usare quanto più possibile il giubbotto antiproiettile. A piedi devi muoverti con circo-

spezione ma senza incertezze, cercando di capire se qualcuno ti segue ed evitando di indugiare al telefono. Agli appuntamenti è saggio soffermarsi con l’interlocutore il minimo indispensabile per non essere subito individuati. Al chiuso è prudente mettersi con le spalle al muro, vicino a un’uscita. In albergo meglio scegliere stanze che si affacciano su cortili interni, fuori dalla portata dei missili. Possono sembrare accorgimenti più da 007 che da giornalista, ma quando si scrive di guerra è in ballo la vita. E anche per un cronista le difese non diventano mai troppe.

CIRIELLO cronista e vittima del terrorismo uando un militare muore in una zona di conflitto è un Qlavorando eroe della Patria. Quando un giornalista rischia la vita in condizioni estreme è solo un italiano che doveva stare più attento. Ma adesso c’è la storia di Raffaele Ciriello. Chirurgo di professione, reporter per scelta, è il primo giornalista cui sia stato riconosciuto lo status di vittima del terrorismo internazionale. Il 13 marzo del 2002 era nelle strade di Ramallah, in Cisgiordania. Svoltato un angolo, s'è trovato davanti un carro armato israeliano. I colpi sono partiti centrandolo in pieno. Lui ha filmato tutto, il video è su www.raffaeleciriello.com. Al rientro della salma ci fu enorme commozione. Parole del presidente della Repubblica, l'avvio di una commissione parlamentare d'indagine (mai divenuta operativa), i titoloni del Corriere della Sera per cui Ciriello stava lavorando laggiù. Poi, il nulla. Quando fu avviato il processo penale le autorità israeliane dissero che era impossibile stabilire chi sparò da dentro il tank: indagini archiviate. La famiglia chiese allora giustizia al tribunale civile, e anche lì si partiva in salita. Il ministro dell'Interno Maroni si oppose: a suo parere non era dimostrabile la natura terroristica dell’azione militare. Ma lo scorso marzo è arrivato il verdetto: Raffaele non fu vittima di un incidente, l'attacco indiscriminato dei militari è fonte di responsabilità. Daniele Biacchessi ha scritto un libro sui reporter vittime di guerra (Passione Reporter, Chiarelettere): “È radicato nel sentire comune un pensiero osceno – dice Biacchessi al Fatto – quel giornalista è morto perché se l'è cercata. Capita perfino tra noi colleghi. Ma così si tradisce l'unica possibilità di esercitare la nostra funzione: verificare la realtà”. Chiara Paolin

S

eul vuole giustizia e Pyongyang minaccia la “guerra totale”. Torna alta la tensione tra le due Coree, dopo che un'inchiesta condotta dal Sud ha accertato che la corvetta Cheonan fu affondata da un siluro nordcoreano. Alle accuse al regime comunista, Seul ha fatto seguire la minaccia di adottare misure decise. La risposta non si è fatta attendere: il Nord è pronto al conflitto se saranno adottate nuove sanzioni. Pyongyang accusa infatti Seul di usare l'incidente per scopi politici.

THAILANDIA

I rivoltosi saranno giustiziati

P

roclamato il cessate il fuoco, la tensione resta alta a Bangkok, dove la caccia all'uomo non è mai terminata. Le autorità hanno avvertito che “miliziani armati” sono ancora asserragliati in grattacieli e templi intorno a quello che fino a mercoledì era il presidio delle camicie rosse, ovvero il quartiere commerciale nel cuore della città. Ma altri due leader della protesta si sono arresi e si sono consegnati alle autorità all'indomani della resa di altri cinque elementi di spicco del movimento. Il governo ha fatto sapere che presto i rivoltosi arrestati durante le proteste verranno giustiziati. Il coprifuoco è stato esteso, inoltre ad altri tre giorni.

ETA

“ Le pigeon aux petits pois”, il quadro di Picasso rubato a Parigi (FOTO ANSA)

ad antiquari e collezionisti privati molte volte ignari (a volte no) della provenienza. La Callas, per esempio, aveva in casa tre pannelli di un un sarcofago di Paestum. Una tomba sannita finita poi oltre frontiera, in mani di trafficanti francesi prima e svizzeri poi e ritrovato dalle Fiamme Gialle nel 2003. Certo, il tesoro del faccendie-

re Mokbel insegna che c’è sempre un acquirente disposto a comprare anche un De Chirico o uno Schifano. Infatti, secondo il criminologo Carmelo Lavorino, dietro a un furto di questo genere si può nascondere un committente amante dell’arte con altissime possibilità economico-finanziarie. E che il novello Lupin sia un professionista che ha agisto su commissione lo pensa anche Achille Bonito Oliva. Certo, il furto di quadri troppo quotati come quello del 2004 che privò la Galleria Naziona-

le di Oslo de L’urlo di Munch (poi ritrovato nel 2006) insegna che è non solo è difficile “piazzare” opere di valore così grande ma che recuperarle diventa una questione d’immagine non irrilevante. E se una certezza c’è, infatti, è proprio questa: che Parigi ultimamente, con i musei, ha qualche problema. Meno di un anno fa un album di disegni di Picasso (il pittore più prolifico e più rubato del mondo), è stato rubato dal Museo a lui intitolato mentre le sale erano in piena ristrutturazione.

Capo militare catturato in Francia

A

Bayonne nel sud della Francia è stato catturato ieri mattina il capo militare del gruppo separatista basco Eta. Si tratta del 36enne Mikel Kabikoitz Sarobe, noto anche come “Ata”, è stato fermato con altri due sospetti, una donna ed un uomo, in un appartamento nei pressi della frontiera con la Spagna.


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DAL MONDO

TANTI AFRO-AMERICANI MA PER I REPUBBLICANI E nelle primarie in Kentucky, Arkansas e Pennsylvania vincono gli outsider e la destra del Tea Party

L’ultimo deputato di colore repubblicano, J. C. Watts tra l’ex presidente Bush e Cheney (FOTO ANSA) di Angela Vitaliano New York

uasi un’intera vita a Washington spazzata via in un martedì di un maggio che sembra già novembre: Arlen Specter, il senatore democratico della Pennsylvania è stato, infatti, sconfitto da Joe Sestak, uno dei tanti “outsider” che, in entrambi gli schieramenti, stanno facendo risuonare le trombe dell’insoddisfazione nelle stanze della Casa Bianca. Arlen Specter, senatore per cinque mandati consecutivi, fu eletto la prima volta in quota democratica per poi passare fra le fila repubblicane, fino allo scorso anno quando, annunciando il suo ritorno “all’ovile”, si giustificò sottolineando un divario di vedute troppo profondo con il suo partito. La realtà è che i sondaggi avevano anticipato a Specter una dura sconfitta contro il repubblicano Pat Toomey e la scelta di correre con i rossi era stata piuttosto dettata dalla voglia di evitare quel prepensionamento (nonostante gli 80 anni suonati) al quale, però, ora dovrà comunque adeguarsi. La sconfitta di Specter, tuttavia,

Q

è solo uno degli esempi delle primarie dello scorso martedì che conferma il disagio di un elettorato che vuole usare le elezioni del prossimo novembre, per il rinnovo di molti membri del Congresso e di governatori, per far sentire il proprio malcontento verso l’operato di Washington. A cavalcare la tigre, ovviamente, ci hanno pensato quelli del “Tea party” il movimento più populista e accanito contro la politica di Barack Obama che continua a trovare nell’onnipresente Sarah Palin (e nei suoi errori di grammatica) un’instancabile paladina. La signora Palin, infatti, particolarmente attiva in questo periodo al grido di “siamo tutti cittadini dell’Arizona”, in difesa di una legge contro l’immigrazione che sta, invece, facendo vergognare sempre più americani che ne chiedono l’abolizione, non disdegna di aizzare i seguaci del Tea party che chiedono la testa del presidente (qualcuno nemmeno tanto metaforicamente). Non stupisce, quindi, la vittoria di Rand Paul alle primarie repubblicane del Kentucky. Medico prestato alla politica (come ama precisare nel suo sito

web), Paul, rappresentante di una politica di estrema destra piuttosto che liberale, ha avuto la meglio su Trey Grayson, conservatore moderato sostenuto dall’establishment del partito. Ovviamente, Paul, proprio grazie al suo estremismo (che molti democratici non esitano a definire razzista per certe “esternazioni”) ha potuto contare

sull’appoggio del movimento del “Tea party” che ha ritrovato cosi energia e vigore contro chi lo voleva già sul viale del tramonto. Addirittura, la signora Palin, intervenuta personalmente al fianco di Paul è stata capace di avere la meglio su Dick Cheney che aveva dato il suo endorsment a Grayson, il cui curriculum politico (è Se-

SPIGOLI

gretario di Stato), peraltro, sembrava molto più adatto al ruolo di senatore. Sconfitta a metà, in Arkansas, anche per la democratica Blanche Lincoln che deve affrontare un secondo turno contro il rivale Bill Halter. Considerato che sia Lincoln che Specter avevano l’appoggio di Obama, i segnali per il presidente non sembrano

di Giampiero Gramaglia

Il gioco italiano degli appalti

L’

Italia i Giochi se li è già “giocati” con i suoi “giochini” di corruzione sugli appalti pubblici. É l’opinione del Financial Times, quando il Coni punta sulla candidatura di Roma per le Olimpiadi 2020 e affonda le speranze di Venezia, per cui la Lega chiede “almeno i Giochi acquatici” (ma che sono?). “L’inchiesta sugli appalti oscura il tentativo dell’Italia di ottenere le Olimpiadi”, titola il quotidiano economico, mentre la stampa americana, Ap, USAToday, Wp, Tribune, dà la notizia senza commenti. Per Ft, l’indagine sugli appalti desta interrogativi su come i preparativi dei Giochi sarebbero gestiti, soprat-

tutto dopo gli strascichi dei Mondiali di nuoto 2009 (anche lì, col binomio Italia/Roma). Certo, quando i Giochi saranno assegnati, l’inchiesta sarà forse stata dimenticata; ma un’altra si sarà magari aperta. Del resto, El Pais e El Mundo notano che “la popolarità di Berlusconi naufraga” negli scandali, mentre The Independent colloca Mr B. al 5° posto fra i leader super-ricchi di tutto il Mondo: primo è il re di Thailandia, che non se la passa tanto bene ora, davanti al sultano del Brunei, al presidente degli Emirati e al re d’Arabia. Caspita, che bella compagnia di paperoni autocrati. E la democrazia? Evidentemente, è più povera.

molto incoraggianti. C’è da dire, fra l’altro, che in questa tornata elettorale, il presidente potrebbe essere “vittima” proprio delle nuove chances che la sua elezione a presidente ha aperto per molti afro americani. Per la prima volta, infatti, almeno 32 candidati in corsa per il congresso avranno lo stesso colore di pelle del presidente ma, sfortunatamente, non le sue stesse convinzioni politiche. E se si considera che la Camera non ha un deputato di colore repubblicano dal 2003, anno in cui J.C. Watts dell’Oklahoma, lasciò il suo seggio, si capisce che si tratta di numeri importanti. Sicuramente, i candidati afro americani hanno trovato nell’elezione di Obama una spinta decisa a mettersi in gioco e, addirittura, a farlo stando dall’altra parte, cioè fra coloro che quello stesso presidente criticano e vorrebbero mandare a casa. Insomma, se è vero che la vittoria di questi candidati confermerebbe, ancora una volta, la validità di quel “yes, we can” che ha risvegliato l’America, dall’altro assesterebbe un duro colpo proprio all’ambiziosa agenda del presidente.


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SECONDOTEMPO SPETTACOLI,SPORT,IDEE in & out

ELIO GERMANO

IL MIO OPERAIO NEOREALISTA PER LUCHETTI

Guai in viola L’Uefa indaga sulla gara tra Debrecen e Fiorentina

Ciclismo Landis: “La mia carriera è stata costruita sul doping”

Milano Ronconi confermato direttore del Piccolo fino al 2013

Cambi Della Valle conferma, il Ct dell’Italia sarà Prandelli

L’attore in gara a Cannes 63 con “La nostra vita” racconta l’iniziale difficoltà nell’interpretare un “personaggio che non mi somiglia affatto” di Federico Pontiggia

“E

lio il fascista non lo voleva davvero fare. Alle prime scene proprio non andava, e si giustificava: ‘Ma lo devo far capire che è uno stronzo!’. Sono i retroscena di Mio fratello è figlio unico, svelati sulla Croisette da Daniele Luchetti, che porta in concorso La nostra vita, da oggi in sala con 280 copie distribuite da 01. Il fascista suo malgrado è Elio Germano, che Luchetti dirige per la seconda volta e per una seconda impresa: dare anima (poca) e corpo a Claudio, 30enne manovale romano che perde la moglie e si scopre “furbetto del cantierino”. Elio, com’è il suo Claudio? Ha davvero poco a che fare con me, sia per la professione sia per le idee che rivela. L’ho accostato prima da lontano, e poi preparato con grande pragmatismo: di mestiere faccio il muratore? Bene, e allora ho passato quattro settimane nel cantiere di un amico d’infanzia ad Acilia: per imparare il mestiere, almeno per quel tanto

Pillole di Festival

Al mio protagonista l’idea di Stato non interessa, preferisce il calcio a ogni altra cosa che avrebbero potuto chiedermi di fare. Come è uscito dal cantiere? Con i capelli tagliati alla Daniele De Rossi da un barbiere improponibile, i vestiti presi al centro commerciale, ma anche grande rispetto per un mondo che esiste davvero: l’aspetto drammatico più difficile da affrontare non è stato da attore, ma da essere umano. E si è ritrovato padre… Non sono partito dall’idea di essere papà, piuttosto, poco razionalmente, mi sono fatto aiutare molto dai bambini. E poi ho giocato a demandare tutto a Isabella Ragonese, mia moglie, come se anch’io fossi suo figlio… Lei è alla seconda collaborazione con Luchetti: come vi siete ritrovati? Insieme ci siamo preoccupati di individuare un personaggio che fosse anche una persona: non appiattito su una definizione preconcetta, ma vero. Ho cercato di

Carlos emoziona Liman delude pensate a The Bourne Ultimatum, ma al sottotitolo Nmaon italiano Il ritorno dello sciacallo. E non pensate al cinema, alla televisione, anzi no. Ilich Ramírez Sánchez sbarca

Elio Germano e Isabella Ragonese a Cannes; Accanto, Sean Penn (FOTO ANSA)

calarmi nel suo passato per entrare nel suo ambiente, nei suoi pensieri, evitando, se possibile, cliché e luoghi comuni. Non ho insistito sull’analisi del lutto di Claudio, ma fatto una sorta di pre-sceneggiatura: per far accadere le cose sul set, devi necessariamente rifarti a un bagaglio di esperienze pregresse. Che direzione avete preso? Come per Mio fratello è figlio unico, quella della vita. Abbiamo cercato di mescolarci con la vita stessa, e non di fare tutto in funzione della macchina da presa: abbiamo fatto partire il mondo, e poi la camera per seguirlo e spiarlo. Non c’erano scene rigidamente precostituite: dagli attori ai tecnici,

LA MOSTRA di Mannelli, caustico fustigatore del narcisismo forza dell’immagine può essere più potente di Ldireaqualsiasi parola. Non sempre è necessario ribafrasi a effetto e integrarle in un caustico ritratto per descrivere l’edonismo regressivo del nostro tempo. Indifferente e ormai distante dalla consuetudine di una parodia che si autogiustifica come satira, Riccardo Mannelli, classe 1955, nato a Pistoia, autore di stralci quotidiani ad alto tasso corrosivo (apparsi su Il Male, La Repubblica, Lotta Continua, Linus, Il Manifesto) e disegnatore dal tratto impeccabile e impertinente, propone “Je suis l’Excessive”, mostra personale in tre opere imperniata sulla magia del numero tre. Autore prolifico e decisamente ‘irregolare’, Mannelli ha un talento per la manualità legata ai concetti implacabili e sottilmente provocatori, che ha dispiegato in vari ambiti, dall’illustrazione alla copertina, dalla vignetta alla pittura. La sua un’inquietudine, mai prona alle logiche del sistema dell’arte e del mercato, lo spinge molto spes-

so a mutare pelle e ad attribuire al fumetto e all’illustrazione sempre nuove identità. Questa volta, protagonisti della sua mostra, presso lo spazio Tricomia (via di Panico 35, Roma), tre esemplari di grandi dimensioni (graffiti in bianco e nero), in cui compare un unico soggetto femminile che, esponendo il suo corpo decorato, ci offre l’immagine precisa e grottesca del nuovo narcisismo dilagante. Sono anch’essi ritratti di nudo, di quelli che Mannelli ha proposto nel tempo con la magia di una penna che scende profondamente nei più reconditi dettagli. Ma in questa occasione il tatuaggio, che la protagonista, novella ‘trinità pagana’ porta inciso sulla parte bassa e feconda del ventre, diventa il pretesto inconsapevole per evidenziare l’eccessiva contemplazione di (Claudia Colasanti) se stessi.

Daniele ci ha richiesto una seria preparazione, un grande lavoro di squadra per farci trovare pronti dall’imprevedibile. Che Italia è quella di Claudio? L’Italia di tutti noi: sfido chiunque a dire di non conoscerla, non sarebbe in buona fede. Ogni ambiente di lavoro è farcito di questi meccanismi. Per chi voterebbe lui? Non voterebbe, non si pone il problema se è di destra o di sinistra. Non ce la fa a porsi queste domande, al massimo voterebbe per quel che si dice al bar sottocasa o in famiglia. Il suo mondo è lontano e allontanato dallo Stato, che gliene frega di andare a votare? La sua passione la sfoga nel calcio, dove trova quell’aggregazione che la politica ha perso. Parlando di Draquila, Marco Bellocchio ha sostenuto che gli attacchi frontali a Berlusconi dimostrano di non funzionare: qual è la tua opinione? Credo che il cinema più è variegato più è bello: viceversa, da quando deve fare rima con il botteghino, soffre sempre più d’omologazione. Ognuno dovrebbe essere libero di fare il film che vuole, anche perché serve soprattutto a se stessi: è un lavoro artistico, non solo di diffusione. Draquila? Trovo particolare che in Italia oggi a informare siano soprattutto, se non solo, i comici: penso sia un grosso buco dell’informazione. Dovremmo farci delle domande. E fare delle domande: non alla Guzzanti, agli altri. Con Javier Bardèm la si dà favorito per un premio qui a Cannes. Io rivale di uno come Bardèm? Ho già vinto…

sulla Croisette con Carlos, mini-serie tvtargata Canal +diretta dal registaculto francese Olivier Assayas. Cinque ore e passa per entrare nella vita del terrorista globale che mise a fuoco e fiamme l’Europaanni ’70 e ’80.Nome d'arte, quella di un seduttore rivoluzionario, e di battaglia, quella efferata alservizio dell'attivismo pro-palestinese e non solo, è Carlos, a cui i media aggiunsero "lo sciacallo" per la scia di sangue e morte che si lasciava dietro. Ed è curioso che a impersonarlo su piccolo e grande schermo – esiste già una versione di due ore e mezzo ad hoc– sia Edgar Ramirez,venezuelano e poliglottafiglio di diplomatico, scoperto sul set del Che di Soderbergh e già nel cast proprio dell’Ultimatum di Greengrass. Girato in (soli) 92 giorni, 11 Paesi e cinque lingue dal febbraio al luglio 2009, Carlos ha la quantità della tv e la qualità del cinema, entrambe all’ennesima potenza: co-sceneggiatore e supportato dalle indagini storiche del produttore Daniel Leconte, Assayas non cade mai nell'agiografia del terrorista-star, non ne mette in fuoricampo il fascino fatale, ma lo lavora ai fianchi per rivelarne la follia omicida, il terrore coatto, l’egocentrismo travestito della rivoluzione nel nome del popolo. E il paragone con il nostro Romanzo criminale, se non peregrino, è comunque poco lusinghiero: Assayas non viene meno allo stile pensante e poco esibizionista, alla poetica incollata sull’umano senza condiscendenze che gli hanno garantitogiusta fama al buio in sala. Dopo aver fattosaltare a letto donnesu donne e in aria i suoitanti obiettivi prezzolati, Carlos finirà per perdere il già esilissimo contatto con la realtà, rendere ancora più contraddittorie le sue idee rivoluzionarie, fessi i suoi pronunciamenti a suon di pallottole, velleitaria l’autoassoluzione nel nome della causa. E finirà braccato dalle forze di quell’ordine che voleva abbattere, con un solo Paese, il Sudan, ancora disposto a dargli impunito asilo. Ma solo per poco:verrà venduto alla polizia francese. Mentre Assayas ci regala gli ultimi minuti di un'ottima sintesi di cinema etv: fuori formato e, purtroppo, fuori competizione. Dove, viceversa, non esalta Fair Game dell’americano Doug Liman, ovvero la doppia vita di Valerie Plame (Naomi Watts): sposa dell'ex ambasciatore Joe Wilson (Sean Penn) e madre di due bambini; operativo Cia contro la proliferazione degli armamenti. Tutto bene, o quasi, finché non viene messa a capo della task force dell'Agenzia sulle famigerate armi di distruzione di massa in Iraq... Tratto da una storia vera, passata attraverso gli autobiografici The Politics of Truth di Joseph Wilson e Fair Game di Valerie Plame Wilson, un political thriller troppo legato ai protagonisti, tanto da sfocare il sordido background dell’amministrazione Bush, pronta a tutto per legittimare una guerra comunque decisa. Peccato, ma l'intimismo non basta, ci voleva il clangore delle armi, la ferraglia del Sistema. Fair Game (si) (Fed. Pont.) gioca altrove.


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SECONDO TEMPO

CALCIO E DENARO

IL PALLONE NEL BURRONE

Oggi la sentenza sulla controversia Lega-Conto Tv Se darà ragione a Crispino, serie A nel caos di Malcom Pagani

e Carlo Tecce serie A sta dormendo tra due Lpizio.aguanciali sull'orlo di un preciUna sentenza del Tribunale civile di Milano (giudice Marangoni) questa mattina, potrebbe spingere nel burrone l'intero calcio italiano. Un provvedimento che se accogliesse il ricorso di Conto Tv, annullerebbe il ricchissimo accordo biennale tra Lega Calcio e Sky per i diritti televisivi: un fiume di denaro, per la precisione 1.140 milioni di euro distribuiti in fette diverse alle venti squadre della campionato. La notizia della sentenza, messa in sordina per “non alterare la serenità del calcio italiano alla vigilia della finale di Champions dell'Inter”, avrebbe l’effetto di un cataclisma, con allarmate telefonate ai presidenti di serie A per tenere il malumore “sottotraccia”. Prima di celebrare un funerale di sistema, i dirigenti vorrebbero concedersi l'ultimo brindisi. La decisione del Tribunale, se favorevole a Conto tv aprirebbe una prospettiva da incubo, attesa e al tempo stesso temuta dai dirigenti. Il commento del presidente della Lega, Mario Beretta, ai titoli di coda dell'ultima udienza, lasciava intuire presagi nefasti: “Pensiamo

che non ci siano le condizioni per la sospensione cautelare e ribadiamo la piena fiducia nelle decisioni del magistrato. Ma se questa ipotesi si verificasse, aprirebbe uno scenario catastrofico per il calcio italiano”. I presagi oggi potrebbero diventare realtà. Noto al pubblico adulto e più disinibito per le sue trasmissioni pornografiche e alla ribalta per recenti interessi nelle aste per i diritti sul pallone, il canale satellitare Conto Tv farebbe saltare un matrimonio miliardario e, in automatico, scatenerebbe una serie di dolorosi risarcimenti. Il suo proprietario, Marco Crispino, si era espresso esattamente un mese fa, con toni da rivincita: “Devono rifare i pacchetti, se Sky, Lega

La battaglia della piccola televisione, ha molti punti di contatto con gli interessi di Mediaset

Calcio e Infront non hanno capito, glielo spiegheremo in tribunale”. Crispino lamentava un’asta svoltasi in maniera “fittizia”, senza che venissero garantiti “i diritti della concorrenza”. Ma Crispino ha contrastato i diritti satellitari e non quelli relativi al digitale terrestre, circostanza che avrebbe fatto infuriare i legali di Sky. Le squadre di calcio hanno già ricevuto una parte dei 570 milioni annui, (5% del primo anno), con il prossimo pagamento previsto per il primo luglio. Ma il bilancio complessivo va presentato a garanzia dell’iscrizione ai campionati entro il 30 giugno. Molte società hanno l’acqua alla gola e hanno utilizzato il denaro di Sky per ripianare i debiti pregressi. Disponibilità utilizzate per operazioni di mercato (finora fermo per tutti) o addirittura per pagare stipendi: l'inversione di rotta rende debitrice l'intera serie A nei confronti di Sky (che si rivarrebbe immediatamente in caso di banco saltato) ma un altro capitale è immunizzato. Sono i 34 milioni versati dalla Lega all'advisor Infront che, un anno fa, aveva avuto l’incarico di mediare l'accordo tra le parti. Incarico in parte disatteso, perché la mediazione si è sfilacciata con il passare dei giorni. Alla firma dei

contratti, il presidente per l'Italia di Infront aveva espresso poche e prevedibili parole: “Siamo soddisfatti”. Carte consegnate, soldi al sicuro, per il gruppo svizzero con sede a Zurigo, diretto dal figlio del capo della Fifa, Joseph Blatter, Philippe. Il pacchetto disegnato da Infront per Mediaset – 210 milioni per il primo anno sul digitale terrestre – è chiuso nel forziere a doppia mandata, poiché l'azione legale di Conto Tv ha colpito il settore di competenza, ovvero il satellite, la multinazionale Sky di Rupert Murdoch. Quando la Lega ha scelto Infront per le trattative, senza troppi complimenti, qualcuno (anche la Juventus) ha criticato la presenza di Marco Bogarelli, presidente italiano dell'advisor, consigliere di amministrazione di Milan Channel. E quindi l'accordo tra il Milan e Infront, sigillato l'altroieri nella villa berlusconiana di Lesmo, non avrà sorpreso gli addetti ai lavori: ricerca, selezione e gestione degli sponsor che, oltre i diritti tv sempre detenuti in origine da Infront, sono i due e unici pilastri dei bilanci societari. Inoltre non è escluso che in una situazione di caos a soli tre mesi dall’inizio del nuovo campionato, non sia un decreto governativo a dirimere la matassa, imponendo d’imperio l’or-

Marco Crispino in un video tratto da YouTube. Sotto Berlusconi e Agnelli

mai sepolta contrattazione individuale (indirizzata dai desiderata dei club più forti) e madre di campionati in cui i ricchi erano sempre più ricchi e i poveri, poveri. Una formula che BSkyB, la consorella inglese di Sky Italia, ha sempre rifiutato .Le dichiarazioni di Riccardo Garrone, rientrato con la Samp in Champions, assumono un carattere profetico: “ La serie A rischierebbe grosso”. Se oggi il tribunale si esprimerà a favore di Conto Tv,

sarà collasso. In molti notano la coincidenza di interessi tra la Tv di Crispino e Mediaset. Nessuna prova, ma cerchi concentrici che sembrano andare in un’unica direzione. Crispino è assistito da un avvocato dal nome sveviano, Zeno Zenchovic, mente del decreto Romani, vicinissimo a Mediaset. Se oggi il Tribunale ratificasse la nullità dell’accordo tra Lega e Sky, chi pagherebbe davvero il conto della tanto agognata rivoluzione?

Il diluvio (senza eredi) del Caimano IL LIBRO FEROCE DI OLIVIERO BEHA SULL’ITALIA DEL DOPO BERLUSCONI, UNA WEIMAR ALL’AMATRICIANA di Oliviero Beha

Dal libro “Dopo di lui, il diluvio”, di Oliviero Beha (edizioni Chiarelettere), capitolo “Il borghesismo dal volto inumano”

le ultime elezioni di priApo’nche mavera, molto Regionali, un Provinciali ma anche Comunali, hanno confermato che Berlusconi elettoralmente in qualche modo resiste. Nonostante tutta la «cattiva stampa» che si era meritato per le nefandezze commesse alla vigilia del voto. Perde consensi, sì, ma la sfanga nella palude, Caimano appena un po’ meno guizzante, pressato e condizionato dal Lucertolone Verde della Lega, che non è «di plastica» o rifatta dal chirurgo plastico della politica. E nel bene e nel male questo si vede. E si vota. E l’opposizione, e i corifei spesso sfiatati della stessa, se ne dolgono e se ne meravigliano ancora. Che se ne dolgano è normale, ma il loro «dolore» peraltro solitamente ben remunerato, rientra nella casistica del «chi è causa del suo mal...». La meraviglia invece è fuori mercato. Questo Paese ricomincerà a vivere, nel senso proprio e nobile di questo verbo, quando alle dogane d’entrata, ai confini territoriali, nei porti e negli aeroporti comparirà la scritta «Paese deberlusconizzato». Come per le cittadine e i paesi sparsi per lo Stivale e nelle isole, dove ti attende la scritta d’antan «Comune denuclearizzato». Ma non si capisce bene che cosa sia e che cosa abbia combinato il berlusconismo «nucleare» in questi vent’anni, con in testa il prototipo e la stragrande maggioranza di italiani

in coda (compresi eletti ed elettori che gli votano contro), se non si ragiona un momento sulla borghesia del Paese, diventata «borghesismo». È anche un ulteriore tentativo di mettere a fuoco le macerie e il «diluvio» che lascia dietro di sé il Re Solicello di Arcore, con il concorso generalizzato di più classi sociali, finite tutte in due imbuti: chi ha i soldi e chi non li ha. Già Pasolini nel brano pluricitato del 1974 evocava una borghesia a pezzi in un panorama che conteneva lo strazio di poi. Ma andiamo avanti nel tempo. A un intellettuale con gli attributi inequivocabili, il critico e storico dell’arte Federico Zeri, alla fine della cosiddetta Prima Repubblica venne chiesto quali fossero state le colpe della medesima. «Le colpe? », rispose. «Una colpa: quella d’aver costruito un ceto medio che non ha neppure la consapevolezza di essere borghesia. » Siamo usciti fottuti da quel periodo, gli italiani per dirla da osteria «avevano fatto i soldi e non lo sapeva-

Il cinismo di Agnelli, le manie del Cavaliere, una Borghesia fatta solo di denaro

no ». Già allora, agli albori di un berlusconismo che ha finito di perderci, il capitalismo italiano subamericano aveva gettato le basi per un disastro post-pasoliniano ma in qualche modo da lui anticipato «poeticamente»: la classe dirigente del Paese aveva investito sul nostro analfabetismo antropologico e culturale, era stata una scelta di mercato sui generis. In tutto, dalle automobili di Agnelli agli elettrodomestici ai pannolini promossi dalla tv, in ballo in realtà non c’era il mercato delle merci bensì quello dei comportamenti dell’uomo. Il contrario di un liberismo dal volto umano in presenza dei postumi di un socialismo dal volto umano. Risultato: un «borghesismo» dal volto inumano in assenza di una borghesia consapevole, per dirla alla Zeri. Successivamente la rapidità dell’evoluzione tecnologica si è incaricata di indicare un percorso a questo «mercato dell’uomo» e non solo del prodotto, del suo comporta-

mento da consumatore e basta, e non dell’oggetto di consumo. Negli ultimi vent’anni è la capacità tecnologica che guida, non l’antico potere politico-economico a guidarla. Piuttosto ci convive con difficoltà, incerto se guardare al passato o al futuro come l’asino di Buridano. Finisce così per governare soltanto il presente, a specchio di un Paese di post-italiani senza memoria, quindi senza identità, quindi senza un’idea di futuro. E con una classe media antropoculturale di zombies. Quello che è accaduto negli ultimi anni e sta accadendo macroscopicamente adesso al monopolio tecnologico della tv è assai significativo: si frantuma l’etere, attraverso prima il satellite e poi il digitale terrestre in cento bande e mille canali. La libertà, liberale o liberista che sia o che si dice che sia, si riduce a una carrozza trainata dai cavalli del sapere tecnologico e della sua applicazione pratica, commerciale, mercantile in assenza però di autentici cocchieri e di briglie visibili. Non sto qui a rifare la storia del-

Un’immagine di Gianni Agnelli e Silvio Berlusconi a colloquio (FOTO ANSA)

la sovranità italiana limitata dal secondo dopoguerra in poi (...) Neppure dettaglio qui l’epopea dell’Avvocato cui Cuccia tira o allenta il filo, secondo il momento storico, le relazioni extra e multinazionali, la stagione industriale e sociale della Fiat, i rapporti di forze con il Pci, la fiducia nel Dandy oppure la necessità di metterlo nelle mani di Cesare Romiti quando capisce che sta dirazzando in altri settori della vita italiana non di sua stretta competenza, mentre all’orizzonte compare la P2 e Sindona batte gli ultimi colpi. Il concetto di «sovranità limitata» va declinato dunque in varie forme. Mi basta ricordare che l’ennesimo svarione in un campo delicato come l’energia (siamo già in epoca ultraberlusconiana), alla ricerca di un’autonomia dalla Mediobanca di Maranghi nel dopo-Cuccia non tollerata dai poteri più forti di lui, gli costa una «cazziata» dalla finanza americana, di cui gli eredi Meyer della Banque Lazard reggono le fila. È una sorta di defenestrazione, di sgusciamento ulteriore

Il buco nero del Paese dei post-italiani riempito e nascosto da vent’anni di anestesia

di potere cui il decadente e decaduto viveur per mezzo secolo sovrano d’Italia, quasi un Savoia rivitalizzato e deistituzionalizzato, risponde seccamente con un cinismo ultraterreno: «Ho un cancro, durerò poco, vedetevela come volete con la mia famiglia, ma dopo...». Quello che è accaduto poi per gli eredi e l’eredità contesa e il patrimonio oltre confine forse rende l’idea. Altro stile da Berlusconi, certo. Del cui stile ho parlato in un capitolo di C&p, intitolato «C’era una volta Agnelli», confrontandolo con quello dell’Avvocato di cui il Cavaliere Inarrestabile soffriva lo charme, l’autorevolezza e l’orologio sul polsino. E il credito che la stampa sempre assai disponibile gli garantiva in ogni momento. A questo proposito, parlando di parole come ho fatto spesso qui, qualunque cosa dicesse Agnelli, foss’anche «domani piove», era circonfusa mediaticamente di un’aura mirabolante, mentre Berlusconi ha avuto il dono di deprivare le parole di ogni valore, senso, significato anche facendo affermazioni impegnative. Gianni riempiva valorizzando spesso il nulla, Silvio svuota svilendo sempre o quasi il tutto. E nessuno se lo fila in profondità. Geometrica potenza della comunicazione... Morto l’Avvocato, il complesso di inferiorità del Caimano ha ceduto alla sua volontà di potere ergonomico anche sessuale. Il Viagra al comando, dopo tutta la leggenda di Agnelli in questo campo che di sicuro gli sopravviverà assai più del suo operato imprenditoriale.


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SECONDO TEMPO

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TELE COMANDO TG PAPI

Vespa contro Vespa di Paolo

Ojetti

g1 La reazione dei giornalisti del Tg1 contro la legge che va sotto il nome leggiadro di “legge sulle intercettazioni”, era prevedibile: per l’intera giornata il Tg1 ha evitato di parlarne, finché – arrivata la buona novella della riduzione della galera – l’ha citata solo per dire che “le pene sono diminuite”. Forse c’è stata qualche discussione fra i redattori, o forse no. Di certo c’è solo che, con questa legge, in passato Augusto Minzolini non avrebbe scritto nemmeno una riga e non sarebbe dov’è ora. Un editoriale avrebbe comunque potuto sprecarlo, magari per dire che è una legge meravigliosa e Berlusconi è un genio. Ma forse pensa che la legge è “una minchiata” che non lo riguarda, tanto il Tg1 notizie non ne dà e domande non ne fa. La gente si deve appassio-

T

nare invece a Cicchitto, alla Bernini e agli altri martiri che vogliono “tagliare i costi della politica”. Ammesso che venga ridotto del 10 per cento, non è con lo stipendio (il taglio sarebbe di 1400-1500 euro) che si paga il pane (degli onesti), il companatico sta in tutte le altre voci, i privilegi innumerevoli, le tariffe di favore, i servizi gratuiti, le imposizioni ridotte, i rimborsi per portaborse e le auto color blu potere, che nessuno si sogna di toccare. g2 T Le abbiamo subìte prima di Natale e siamo costretti a subire di nuovo le incendiarie “anticipazioni” del periodico libro di Bruno Vespa. L’altro ieri, un anticipo di ovvietà recitato da Sonia Sarno, ieri un fantastico Bruno Princiotta che ha rivelato di quale stoffa sia fatto Berlusconi che a Vespa dichiara: “Scajola e Verdini sono casi

personali, non interessano né il governo né il partito”. Infatti, Scajola non era ministro, era un intruso che adesso lavora a Zelig. E Verdini non c’entra con il Pdl. In realtà era un cambiavalute di Firenze che Berlusconi ha portato a Roma perché rideva alle sue barzellette. Chissà dove sarà quando uscirà il libro di Vespa. g3 T Contrordine compagni del Pdl: il Capo ha detto a Vespa che il caso di Verdini “è un caso personale”, di fatto scaricandolo? Non è vero, Vespa non ha capito un accidenti, smentisco, smentisco. Ora Vespa sarà costretto a rivedere le bozze dell’opera omnia o bruciarla. Alessandra Carli (ma dove ha imparato il mestiere?) firma una nota politica perfetta: Berlusconi in “veste giustizialista” scarica Scajola e Verdini perché conosce “la pancia degli elettori”, sposa la tesi della “mele marce”, garantisce di “non aver bisogno di rubare perché ricchissimo”. Finalmente, le parole hanno un senso. Segue una idea interessante: passano voci intercettate, passano interviste volanti. Grazie alla legge che ammazza la stampa, queste cose – dice il Tg3 – non le potrete più sentire e vedere.

di Luigi Galella

IL PEGGIO DELLA DIRETTA

L’aspirante “escort”

ue i tormentoni dei nostri poveri giorni, né matti né disperatissimi, spesi di fronte alla tv: uno uditivo e l’altro visivo: sovrapposti. Belén in pantaloncini e T-shirt, che sorride, ammicca e calcia lontanissimo un pallone, e le note ripetitive di “Bad romance”, del fenomeno Lady Gaga, che conferiscono allo spot della Tim il valore aggiunto di una replicazione coattiva, che non lascia scampo. Immagini e suoni che ci martellano nel profondo, sospingendoci verso una vaga ebetudine. Al punto che, rapiti dal mantra, a questa icona sorridente non chiediamo altro che esistere nell’idea televisiva. E sospendersi nell'eterna ripetizione di sé. Ci motiva, lo confessiamo, un’amorevole premura. Perché sappiamo che nel momento in cui l’immagine si scolla dalla sua incorporeità per riappropriarsi delle fattezze materiche, inevitabilmente si sottopone al giudizio. Esordisce su RaiDue “Stiamo tutti bene” (mercoledì, 23.45), con Belén Rodriguez, che ha deciso quindi di fare il salto e diveBelén conduce nire conduttrice di “Stiamo tutti bene” un programma di cosu RaiDue mici e ballerine tutto suo. Ventisette comici e undici ballerine. In mezzo lei, la bellezza italo-ispanica nata a Buenos Aires, baciata da una smodata fortuna mediatica, regina del gossip e dei rotocalchi. C'è uno che imita Massimo Giletti

D

giocando sul suo narcisismo :“Sei bellissima, quasi quanto me”. Un altro, “filosofo del pensiero semplice”, che non sopporta gli intellettuali, ma “stasera non c'è proprio problema”. Ha la moglie che sa l’inglese e il sanscrito, ma “non era meglio una terza media serale?” E Luca Ronconi, ovviamente, è “di una pallitudine mondiale”. Queste, le battute di spirito. Il Villaggio della “Corazzata Potemkin è una cagata pazzesca” del “Secondo tragico Fantozzi”, più di trent'anni fa, ha avuto il merito perlomeno d’esser stato il primo a dissacrare i miti degli intellettuali di sinistra. Sui vari frammenti irrelati della comedy show, così poco comedy – per esser tutta spezzettata e senza un prima e un dopo – e così mediocremente show, poco divertente e originale, spicca la riuscita parodia dell’ “aspirante escort” Rosalia Porcaro, che ha un consiglio accorato da dare a tutte le donne, e lo fa con piglio didattico, quasi professorale: “Se volete fare carriera nella vita preoccupatevi dello studio e della cultura perché, credetemi: fare le zoccole è difficilissimo”. Belén dovrebbe avere la funzione di collante fra un comico e l'altro. Duettare o fare da snodo. Non è uno straordinario talento recitativo, certo, ma forse si potrebbe suggerirle almeno di non leggere le battute del copione. Il programma non è degno della sua fama stellare, ma se ne potrebbe giovare. Non si deve frequentare una scuola di teatro per questo. Peraltro, se anche la diva non ci fosse e tornasse a eternarsi nel suo dorato spot, il tutto non ne trarrebbe né svantaggio né vantaggio. E il pubblico da casa? Poco e distratto: appena il 7% di share. Per una “boiata pazzesca” di Ejzenstejn sarebbe abbastanza. Ma che dire di uno spettacolo “popolare” senza popolo?


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SECONDO TEMPO

MONDO

WEB

PRESENTATA LA “DIGITAL AGENDA”

L’Europa punta sulla fibra I nternet è il futuro, a parole ne sono tutti convinti. Eppure si fa poca strada senza connessioni veloci con le quali dare linfa vitale a telelavoro, telemedicina, Pubblica amministrazione digitale, formazione a distanza. Mercoledì l’olandese Neelie Kroes, commissario europeo all’Agenda digitale, ha presentato le sue proposte: un piano di cinque anni sulle telecomunicazioni in Europa. Gli obiettivi sono ambiziosi: si punta a una rivoluzione digitale che offra accesso al Web al 75 per cento dei cittadini europei (ora sono il 60%). Visti dall’Italia, altri dettagli sembrano lunari: per la Commissione l’accesso a Internet veloce (superiore ai 30 Mb/s) va garantito a tutti i cittadini connessi, mentre l’accesso a Internet super veloce in fibra ottica (100Mb/s e oltre) deve essere garantito alla metà delle famiglie europee: attualmente solo l’un per cento delle famiglie ha la fibra, contro il 12 per cento dei giapponesi e il 15 dei sudcoreani. Internet veloce è leva di sviluppo: “La fibra ottica - ha sottolineato il

commissario - è un requisito essenziale per la crescita economica, per la creazione di nuovi posti di lavoro e di prosperità, ma anche per garantire che i cittadini possano accedere ai contenuti e ai servizi che desiderano”. L’impegno europeo è quello di favorire l’accesso al credito per gli investimenti e “orientamenti generali” per la diffusione della fibra. Per il commissario c’è anche un problema di cultura digitale: “I cittadini - ha ribadito - qualsiasi sia la loro età e la loro origine sociale devono possedere conoscenze e competenze necessarie per entrare nell’Era digitale”. Vera banda larga significa che la fibra ottica arriva fin dentro ogni abitazione senza perdersi in cavi di rame nel quale il segnale, per interferenze e malfunzionamenti, crolla. In Itali siamo in forte ritardo: per realizzare la “fiber to the home” servono investimenti: Wind, Vodafone e Fastweb hanno lanciato un piano importante in questo senso ma senza un impegno del governo e di Telecom la “digital agenda” si fermerà al di là delle Alpi.

è MILANO AVRÀ IL SUO “CUBO” APPLE IL SINDACO MORATTI: “IN LARGO AUGUSTO”

Il progetto è ambizioso, in perfetto stile Apple: un cubo trasparente della mela nel centro di Milano (come l’Apple Store nel centro di Manhattan, a New York). Steve Jobs in persona, aveva proposto di realizzarlo addirittura in Piazza Duomo provocando un’alzata di scudi di Federico Mello dell’amministrazione locale. Ma ieri Letizia Moratti ha aperto al progetto: “Milano - ha dichiarato ieri il sindaco è nel cuore creativo di Steve Jobs e la città non può deluderlo”. Esclusa piazza Duomo la Moratti propone un’altra location: “Stiamo è PAKISTAN: OSCURATO YOUTUBE valutando di allestirlo in largo Augusto, SOLO DUE GIORNI FA ERA TOCCATO A FB potrebbe essere un modo per riqualificare la Mercoledì il Pakistan ha oscurato Facebook piazza”. Il cubo dovrebbe essere la porta di per una concorso di vignette su Maometto accesso ad un Apple store sotterraneo. ritenuto blasfemo. Ieri, è arrivata la volta di YouTube a causa di alcuni video “considerati contrari all’islam”. Il nuovo oscuramento ha sollevato numerose proteste, compresa quella di Facebook: “Siamo in disaccordo - il comunicato del social network - con la DAGOSPIA decisione del tribunale pakistano di GRAMELLINI E LA bloccare Facebook senza un avviso e KANAKIS sospettiamo che anche in nostri utenti lo 1) Che ci faceva ieri siano. Stiamo analizzando la situazione e attovagliato a pranzo al facendo anche delle considerazioni legali”. Girarrosto Toscano di via Sicilia il vaporoso professor Augusto Fantozzi? Con il suo inimitabile spanglish intortava un facoltoso cliente indiano sulle “tax avoidances” italiane. Incurante del fatto che a un paio di tavoli di distanza ci fosse un ufficiale della Gdf in borghese che mostrava di gradire alquanto la splendida conversesciòn. Fantozziano davvero. 2) Ma che ci faceva lo snobissimo vicedirettore della Stampa di Torino Massimo Gramellini, alla presentazione romana del libro di Anna Kanakis, “Sei così mia quando dormi”? Dietro Fontana di Trevi, leggiamo sul Messaggero, a rendere omaggio all'attrice e scrittrice i volti consueti della Roma svippata: da Giuseppe Scaraffia, a Michele Cucuzza, da Benedetta Geronzi a Pietrangelo Buttafuoco...

Il commissario Neelie Kroes; il blog di Grillo; la miss Rima Fakih; il cubo Apple a New York

GRILLO DOCET

SANTORO E MORTO VIVA SANTORO

Santoro è morto! Viva Santoro. Per l’informazione l’uscita di Michele Santoro dalla RAI è una bellissima notizia. Era uno dei pochi che ne tenevano in vita il cadavere. Con fini nobili, ma con un certo eccesso di accanimento terapeutico. Ora non c’è più nessuna giustificazione per continuare a pagare il canone e neppure per tenersi in casa un televisore. Il canone lo paghino Berlusconi e Bersani con le loro tasche o con i finanziamenti pubblici incassati da Pdl e Pdmenoelle. (...) Annozero si trasferisca in Rete e lasci morire in pace la televisione e i suoi zombi. Credo che Santoro abbia lasciato per stanchezza, è dura realizzare per anni una trasmissione contro il proprio editore e un centinaio di leccaculo del potere al suo servizio. In Rete puoi fare a meno degli editori, Michele può diventare l’editore di se stesso. Questo blog è a sua disposizione. La RAI è un’azienda in perdita, in profondo rosso nonostante la pubblicità e il canone. (...) Chi pagherà per i mancati introiti? Noi. La RAI è un carrozzone in perdita tenuto in piedi dagli italiani attraverso le tasse. Ogni stipendio, dall’usciere all'amministratore delegato, è pagato da noi, mentre i programmi sono decisi dai partiti. Quando c'è una rivoluzione il primo palazzo ad essere occupato è quello della è BLOG CONTRO MISS AMERICA televisione. In PER LA PRIMA VOLTA È DI ORIGINI ARABE Italia non c’è bisogno Hanno fatto il giro del mondo le foto di di assaltare la RAI, è Rima Fakih, la bellissima ventiquattrenne sufficiente ignorarla e di origini arabe che ha il 17 maggio ha è FACEBOOK-FARMIVILLE non pagare più il vinto il concorso Miss Usa sbaragliando PACE FATTA SUI CREDITS VIRTUALI canone. Milena 49 concorrenti. La Fakin viene da una Raggiunto l’accordo tra Facebook Gabanelli, quando famiglia che mescola tradizioni arabe e e Zynga produttrice del gioco uscirà, spenga la luce. cristiane e, appena eletta, ha dimostrato FarmVille e salvi dunque raccolti e subito di avere le idee molto chiare campi (virtuali) da coltivare. Le due dichiarandosi a favore della pillola società erano ai ferri corti dopo abortiva che, ha dichiarato: “Dovrebbe che Fb aveva annunciato di voler introdurre una essere a carico dell'assicurazione moneta unica nel social network come mezzo di sanitaria”. Tutto ciò non è bastato per scambio in tutte le applicazioni. Di tutte le transizioni, evitare che contro di lei si scatenasse Facebook aveva proposto di tenere per sé il 30 per un'offensiva online: il blog conservatore cento: una percentuale ritenuta troppo gravosa dai “Politics Daily” scrive: “Molti suoi amici gestori del gioco. Ora le frizioni sono rientrate: sono terroristi importanti di Hezbollah”. Facebook ha annunciato di aver stipulato un rapporto Altro siti spargono in rete la voce che “il strategico quinquennale con Zynga, che aumenta il loro terrorismo islamico ha finanziato la comune impegno sociale di gioco espandendo l’uso dei partecipante al concorso di miss Usa”. Credits Facebook nei giochi. I termini dell’accordo Ma ieri anche Hezbollah ha fatto sapere però non sono stati divulgati. (Pasquale Rinaldis) di non amarla: “I criteri con cui valutiamo le donne sono diversi da quelli dell’Occidente”, la dichiarazione di Hasan Fadlallah, parlamentare del Partito di Dio.

feedbac$ k Commenti al post “Che facciamo in Afghanistan?” di Massimo Fini è LA NOSTRA ipocrisia non può nascondere il fatto che siamo là come eravamo in Iraq solamente per difendere gli interessi delle multinazionali americane del petrolio… Fabio è SIAMO IN Afghanistan non certo perché siamo i paladini della democrazia e delle libertà civili, altrimenti dovremmo essere in tanti altri paesi e soprattutto dovremmo cominciare a guardare in casa nostra. Siamo in Afghanistan perché gli USA vogliono dare un’aura di legittimità alla loro politica di controllo delle fonti petrolifere. Sonni è INFATTI dell’Arabia Saudita, uno, se non il primo, dei paesi fondamentalisti nessuno parla. Perché è un “nostro” alleato. Il Nuovo è DA ANNI ormai si decidono a tavolino i paesi cui le potenze mondiali, per i loro interessi, dichiarano loro guerra. Oggi però nella nostra società evoluta viene chiamata “missione di pace”, si parla di impegno nel ridicolo concetto di esportare la democrazia un tanto al chilo. Dall’attacco alle Torri gemelle è nato un nuovo nemico con cui giustificare tutto e tutti “al Qaeda”, si va avanti così camuffando, omettendo e molti magari trovano davvero un senso a quelle occupazioni, a quelle morti nostre e loro. Ber ta è UN ARTICOLO di una semplicità imbarazzante. Tutti lo sanno ma nessuno lo ammette. Come enclave americana non ci possiamo tirare indietro. L’abbiamo visto anche quando questa fogna e' iniziata. Siamo dovuti andare anche contro l’ONU. Sarduspater è IL FIGLIO di una mia amica è tornato da Kabul dopo 6 mesi, durante i quali c'è stata anche la “campagna elettorale” e le elezioni in Afghanistan. Non vuole raccontare ma è cambiato molto e afferma che di ciò che si vede e si vive laggiù noi non sappiamo assolutamente nulla. La verità è che decidere da una poltrona, tra un commento sull’Inter e uno sul Siena, di “mandare rinforzi”, è molto facile. Terry è NON HA ragione chi vede in queste guerre solo motivi di potere e naturalmente di interesse? Grazie a chi ha il coraggio di scrivere quello che è` scomodo dire. Melania è I MILITARI non hanno colpe, è il loro lavoro e ce li mandano. E sono quelli, con le loro famiglie, che pagano in prima persona le scelte politiche sbagliate. Il problema è a monte. Robi


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SECONDO TEMPO

PIAZZA GRANDE Il coraggio della verità di Marco Lillo

hissà cosa avranno pensato ieri leggendo i giornali italiani Mark Covell, Lena Zulkhe e Daniel Albercht. Erano arrivati poco più che ventenni a Genova il 21 luglio del 2001 per chiedere ai grandi della Terra un mondo migliore. La Polizia italiana entrò nella scuola nella quale erano accampati insieme con decine di altri ventenni e spezzò i loro sogni e le loro ossa. A Mark, giornalista inglese freelance, i manganelli fratturarono la mano, le costole, la testa e una mezza dozzina di denti. A Daniel, studente di violoncello a Berlino, provocarono una ferita alla testa tanto profonda da generare un’emorragia. La tedesca Zulkhe, fotografata mentre usciva in barella è rimasta il simbolo della notte folle della scuola Diaz. Martedì scorso esultava in aula perché finalmente aveva scoperto la giustizia italiana nei Tribunali. Poi ha letto sui giornali che i condannati resteranno al loro posto, ai vertici della Polizia, e probabilmente le sarà venuto un dubbio. Chi crede ancora che la violenza sia riservata al monopolio della Polizia per difendere i cittadini e non per garantire l’impunità del Principe, chi punta sulla stampa come ultima sentinella contro la menzogne del governo, non può accontentarsi di quello che ieri ha letto sui quotidiani. Gli uomini più potenti della Polizia sono stati condannati per reati gravissimi che inquinano l’essenza della loro missione e cioè l’uso corretto della forza pubblica e la difesa della verità. Eppure il governo ha deciso di lasciarli al loro posto. Il capo della Divisione Anticrimine, Francesco Gratteri, il capo del Servizio Centrale Operativo, Gilberto Caldarozzi, e il capo del dipartimento analisi del Servizio segreto civile interno, Giovanni Luperi sono stati condannati rispettivamente a quattro anni, tre anni e otto mesi e quattro anni per falso. La Corte di appello non ha ritenuto infondate nemmeno le accuse nei loro confronti per calunnia e arresto illegale. Per questi reati, esattamente come è accaduto per Giulio Andreotti per le accuse di concorso con la mafia fino al 1980, è stata dichiarata solo la prescrizione. Certo, non sono stati ritenuti colpevoli delle lesioni subite da Mark e dai suoi amici, ma della formazione delle false prove che dovevano rappresentare l’alibi per quella violenza: le famose molotov portate su ordine non si sa di chi da due agenti all’interno della scuola. In primo grado i dirigenti erano stati assolti perché secondo il tribunale l’accusa non aveva provato che gli imputati eccellenti fossero a capo dell’operazione e la condanna era stata limitata solo ai loro sottoposti. La notizia che il governo e il capo della Polizia Antonio Manganelli abbiano deciso di lasciare al loro posto il numero due e il numero tre della pubblica sicurezza, è stata riportata in modo "piatto", senza alcun commento, dai maggiori quotidiani italiani. Nessuna richiesta di dimissioni, nessuna critica: "I condannati del G8 restano al loro posto". I più attenti hanno osato ricordare al capo della Polizia Antonio Manganelli la lettera scritta nel 2008 a Repubblica dopo l’assoluzione in primo grado per i suoi dirigenti nella quale prometteva "spiegazioni

C

Chissà cosa avranno pensato i dannati della scuola Diaz, leggendo le difese aprioristiche dei maggiori quotidiani italiani rispetto ai poliziotti coinvolti nella “macelleria”: un atteggiamento pavido e criticabile su quel che realmente accadde a Genova" e aggiungeva: "Abbiamo ai vertici dei reparti investigativi e operativi persone pulite. Io sono il loro garante". Nessuno però ha ricordato che dalla Polizia non c’è stata nessuna verità sulla vergogna della scuola Diaz. Nessuno dei principali collaboratori di Manganelli ha accettato di deporre in tribunale, avvalendosi della facoltà di non rispondere come un Silvio Berlusconi qualsiasi. Manganelli è stato un garante sì, ma della Polizia e non dei cittadini. Gratteri e Caldarozzi sono

stati promossi senza tenere in alcun conto il processo pendente. All’indomani della sentenza con quella lettera il Capo si metteva in gioco con tutto il peso della sua carica e della sua storia personale di grande investigatore e servitore dello Stato. Tutti i giornali ieri ricordavano che anche Gratteri e Caldarozzi sono tra i migliori poliziotti italiani. Gratteri ha messo le manette a Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca, ha partecipato alla caccia ai brigatisti che uccisero Biagi e D'Antona, mentre Caldarozzi era nella squadra che ha preso il boss di Catania, Nitto Santapaola e, soprattutto, è stato il regista dell’arresto del numero uno di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano. Tutte queste medaglie però non possono bastare a coprire la macchia che oggi c’è sulla loro divisa. Per i cacciatori devono valere le stesse regole delle prede. Anzi, a loro è legittimo chiedere di più. In un paese normale tutti i dirigenti presenti alla scuola Diaz, mentre la Polizia falsificava le prove e massacrava decine di giovani innocenti, non avrebbero dovuto far carriera. Invece sono stati promossi. Ora quella scelta è stata sconfessata da una sentenza. I vertici della Polizia escono indeboliti da quelle condanne

che aumentano la loro dipendenza dal potere politico che gli sta offrendo una copertura possente, contro tutti. Il fatto che i migliori giornalisti giudiziari italiani, gli stessi che hanno scritto decine di articoli sui successi investigativi di questi grandi poliziotti, non prendano atto di questa debolezza non rassicura affatto. Anzi, inquieta ancor di più.

LA STECCA di INDRO l Ho creduto di metterti in guardia da quello che mi sembra un grosso azzardo [la discesa in campo]. A questa mia franchezza hai risposto venendo in assemblea di redazione a proporre un rilancio del Giornale purché adottasse una linea politica diversa per sostanza e per forma da quella seguita da me: e con questo hai sbarrato la strada ad ogni possibile intesa. Lettera aperta a Silvio Berlusconi, tratta dal libro di Federico Orlando “Il sabato andavamo ad Arcore, edizioni Larus, 1995

Giustamente

É

di Bruno Tinti

IL TELEFONO PARLANTE S

ulla nuova legge in materia di intercettazioni si è detto tutto. I limiti di tempo: come si fa a sapere quando un telefono comincerà a “parlare”? Si sa solo che, presto o tardi, qualcosa di utile dirà. Ma ora, dopo 75 giorni si dovrà smettere. Chi usa quel telefono sta progettando un omicidio; non si sa dove né a danno di chi né quando. Ma i 75 giorni scadono e si deve staccare la spina. E qualcuno, non si sa chi, non si sa dove, sarà ammazzato. Il divieto di usare il contenuto di un’intercettazione per chiedere altra intercettazione: e se solo questo hanno in mano gli investigatori? La persona intercettata parla con qualcuno di un omicidio: non si sa dove né a danno di chi né quando. Si potrebbe intercettare il nuovo telefono: ma non si può, l’unico elemento è la telefonata e la legge non consente di utilizzarla per una nuova intercettazione E qualcuno, non si sa chi, non si sa dove, sarà ammazzato. Il divieto di intercettare il telefono della persona offesa in caso di reato commesso da ignoti; a meno che sia la stessa persona offesa a richiederlo. Così tutte le vittime di estorsioni, che abitualmente hanno paura di far intervenire la Giustizia e preferiscono pagare, continueranno a pagare in silenzio. L’ipocrisia di binari preferenziali per i delitti di mafia e terrorismo, per i quali si può intercettare senza limiti di tempo e, in caso di reato commesso da ignoti, senza consenso della persona offesa: vera e propria mistificazione per far credere ai cittadini che, nei casi di maggiore gravità, la “sicurezza” prevarrà sulla “privacy”. Ipocrisia vergognosa, perché nessun delitto ha un’etichetta che dica “mafia”. Un omicidio, un incendio, possono avere mille moventi; solo con le intercettazioni si scoprirà se, a monte, vi era la mafia oppure passione, interesse. Così, per l’incendio del negozio, della macchina, della casa ci sarà sempre bisogno della richiesta della parte offesa per intercettare. E questa sarà sempre meno probabile quanto più gli autori dell’incendio siano mafiosi. Il divieto di microspie, salvo che non vi siano prove che lì, in quel momento, si stanno commettendo reati. Che è ridicolo solo a dirlo, visto che, a quel punto, le microspie non si fa più in tempo a piazzarle. E poi: quanti progetti criminosi, quanti discorsi su delitti già commessi si fanno in macchina, in cella, al bar? Ma nessuno ne saprà mai nulla. Si è detto tutto; e anche io ho detto tutto, tante volte. Ho fatto il magistrato per tutta la vita, so che cosa succederà con questa legge. Ma oggi voglio dire una cosa diversa; posso dirla perché non faccio più il magistrato. Il blocco delle intercettazioni impedirà le indagini, soprattutto quelle nei confronti di una classe dirigente che ha toccato il fondo dell’abiezione etica e criminale. Ma il blocco dell’informazione, che è il secondo (o il primo a pari merito) obiettivo della legge, distruggerà l’assetto democratico del nostro Paese. I cittadini non sapranno più nulla, i delinquenti che hanno infiltrato la politica a ogni livello si presenteranno con le mentite spoglie di brave e oneste persone. La classe dirigente perpetuerà se stessa senza controlli e senza resistenze. La parte sana di essa si ridurrà progressivamente. E l’Italia diventerà un paese senza legge e senza etica, sempre più povera e indifesa. Fino al disastro finale, fino alla bancarotta istituzionale ed economica. Non possiamo permetterlo. Non so quali e quante informazioni riuscirò a conoscere; non so in che misura farle conoscere ai cittadini potrà rallentare il degrado del nostro paese. Ma io non rispetterò questa legge; e sono certo che molti altri non la rispetteranno. Vedremo se davvero è arrivato il tempo della dittatura. Uno dei feriti nell’assalto alla scuola Diaz di Genova del luglio 2001 (FOTO LAPRESSE)

L’Italia che non si sveglia di Alessandro

Bergonzoni

oncetti come memoria, eroi, sbarchi, conquista, principi, sacro, esempio, diritti e doveri, Patria, istituzione, libertà, come fanno ad atterrare in noi se per alcuni non stanno nè in cielo né in terra? Come fanno ad atterrare se l’aeroporto di certe intelligenze e di certe coscienze (e non si sa se certe) è corto o imballato di eroi del calcio che sfregiano la parola credere, di pubblico che applaude soprattutto ai funerali di Stato di un presentatore, di tre starlette che dello sbarcare conoscono solo il lunario e le rispettive isole famose, di intrattenitori che fanno miti della mitezza, di politici e imprenditori che confondono il sacro col propano. Combustibile per fare aumentare soprattutto il prodotto interno lordo e il produrre lorde interiorità, trasmissioni che confondono prìncipi con principi, autori e allenatori che usano la parola conquista ab-

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binata alla parola classifica, paparazzi che fanno agguati al senso e all’intelletto, direttori di rotocalchi che pensano che esistere significhi esserci e accoltellano la bellezza a suon di corpi e di paralizzati dalle tempie in su. Pensanti che ci studiate, l’unità d’Italia non vuole che vi adeguiate, vuole che pensiate, che vi risvegliate, che non deleghiate, la più bella commemorazione della nostra unità comincia dalla nostra anima culturale, dal nostro oltre, dobbiamo essere l’esempio non cercarne, dobbiamo essere il ritrovato non sperarlo… la speranza è l’ultima a morire ma quello che mi interessa è chi è il primo a rinascere! Nel calendario oltre due finte nude troveremo altre date, altre conquiste, altri giorni, altri quiz, altre cronache, altre storie, altri appuntamenti con la coscienza e le verità, altri morti. La differenza tra i morti di fama e i morti di fame, tra famosi e amati, la differenza tra noti e stimati, tra fermi di mente e infermi di

mente, tra fuga di cervelli e corpi che purtroppo restano, la differenza tra essere avvenenti e saper avvenire, tra vivo e vivente, tra stato e stato confusionale, tra morte apparente Un apologo sul e vita apparente, tra nazione e na- nostro Paese nello zionale, c’è differenza, tra giusto e stile dissacrante di aggiustato, tra Alessandro connivenza pubblica e ricerca in- Bergonzoni: teriore, tra unità e impunità, tra ani- l’Unità d’Italia, le mali e anime. Allora, pensanti: veline, i calendari, smettiamola di il sonno della piangere sul latte versato, cambia- ragione che, come mo mucche! W l’italia, se desta, sempre, genera se assopita e sedata un po’ meno… mostri


Venerdì 21 maggio 2010

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SECONDO TEMPO

MAIL Nessuna tregua sulle intercettazioni Sono un operaio di 40 anni in cassa integrazione, padre di due figli e con un altro in arrivo. Quello che sta succedendo in Italia mi rattrista molto. Ora anche la legge sulle intercettazioni. Ho letto l’articolo in prima pagina di Antonio Padellaro “non gli daremo tregua”, e mi ha confortato molto. Andate avanti così con il vostro giornale. Grazie di tutto e “non gli daremo tregua!”. Ale Barbizzi

Una grande manifestazione contro la legge bavaglio Riguardo la legge sulle intercettazioni, sembra che l’opposizione stia facendo del suo meglio per ostacolarne il progetto liberticida, ma più di tanto non le può riuscire. E noi? Cosa aspettiamo a mettere in cantiere una grande manifestazione nazionale contro quel progetto di legge che, oltre che rendere sempre più arduo il lavoro dei magistrati per combattere la criminalità anche politica, è degno della peggiore legislazione autoritaria e fascista, e mette il bavaglio alla libertà di stampa? Bisogna svegliare almeno quella parte di opinione pubblica che pur essendo cosciente dello sfregio ai diritti costituzionali, è alle prese con i problemi economici della crisi e sembra rassegnata a subire ogni angheria dall’autoritarismo in atto. Mario Sacchi

Di Pietro e Santoro: due bocconi amari Oggi due bocconi amari: la conferenza-stampa congiunta di Di Pietro con Calderoli sulla dissoluzione dei beni demaniali dello Stato e il loro trasferimento alle Regioni senza alcun vincolo, e la liquidazione di Santoro dalla Rai. L'inverno del nostro scontento è davvero interminabile. Pietro Ancona

BOX A DOMANDA RISPONDO L’ULTIMA FRONTIERA DI ISRAELE

Furio Colombo

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aro Colombo, Noam Chomsky, il grande linguista americano, è stato fermato dalla polizia israeliana mentre si recava a fare una conferenza a Ramallah. Considerato che Chomsky è un grande intellettuale, non le sembra incomprensibile e imperdonabile il comportamento di quel governo? Non trova ragionevole, per giusta ritorsione, il boicottaggio (non ricevere più intellettuali israeliani nelle università italiane finché dura questo stato di cose) come ha proposto Gianni Vattimo? Osvaldo

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L’ULTIM O professore israeliano, docente di Cultura ebraica in Italia, scrittore giovane di una certa fama e così a sinistra da non trovare in Italia un partito in cui militare, Alon Altares, ha lasciato l’Università di Siena l’altro anno perché, come a molti precari italiani, ricercatori e docenti, non gli è stato rinnovato il contratto. Ogni altra esclusione o espulsione di qualcuno perché israeliano sarebbe stupida e assurda proprio come il blocco imposto a Chomsky. Sulla proposta di boicottaggio dei docenti israeliani sostenuto de Gianni Vattimo

Un’informazione libera anche in tv Santoro lascia la Rai. Ora è giunto il momento di realizzare un progetto ambizioso ma che, con le vostre capacità e il nostro sostegno, potrebbe rompere gli equilibri dell’attuale sistema informativo: un nuovo canale sulla tv digitale terrestre. Ero fra quelli che volevano fortemente un quotidiano “vero” e finalmente è arrivato il Fatto (la rete era insufficiente per tenere tutti informati). Ma non basta ancora. Perchè l’Italiano medio è te-

IL FATTO di ieri21 Maggio 1949

(misteriosamente, perché è un gesto cieco, che non ha niente a che fare con il passato di Vattimo) ha già risposto Umberto Eco in una sua “Bustina di Minerva” (L’Espresso, 18 maggio): sarebbe come boicottare all’estero qualcuno di noi italiani per antipatia, più che legittima, verso il governo Berlusconi. Noi diremmo non solo che non c’entriamo niente, ma che siamo anche dissenzienti, come quasi tutti gli intellettuali israeliani sono a casa loro verso il loro governo. Ma la vera chiave, qualunque cosa si pensa della politica attuale di Israele, è di ricordare che stiamo parlando e discutendo di un paese democratico. Un paese democratico non può essere soggetto a un giudizio in blocco come la Corea del Nord o la Birmania della giunta militare. Ciascuno liberamente conta e pesa e si accredita e si invita (o non si invita) per il suo lavoro, la sua qualità e le cose che scrive, dice e fa, nel suo paese e fuori del suo paese. Ecco dove passa, ben chiara, la linea rossa fra dissenso e razzismo (in questo caso antisemitismo). Boicottare gli israeliani perché israeliani è certamente discriminazione di un popolo e non giudizio politico. Furio Colombo - Il Fatto Quotidiano 00193 Roma, via Orazio n. 10 lettere@ilfattoquotidiano.it

le-dipendente. Occorre una piattaforma tv che unisca le forze e le capacità di Michele Santoro e dello staff di Annozero, indispensabile Marco Travaglio, con il Fatto, Grillo, grillini, Di Pietro, popolo viola, democratici veri, intellettuali della società civile, eccetera. Per realizzare, ad esempio, programmi come Raiperunanotte. Magari coinvolgendo Francesco Di Stefano e la sua “Europa 7” che dovrebbe finalmente essere pronta a trasmettere. Visto che ha dovuto subire anni di ingiustizie credo che possa condividere e divulgare molti dei nostri stessi argomenti ed interessi. Fulvio Genova

A proposito dell’amico Klaus Mann, il poeta Gotfried Benn raccontava “… quando qualcuno incontra Klaus, la prima cosa che gli chiede è: come sta tuo padre?”. Aneddoto tagliente che ben fotografa il ruolo schiacciante del padre Thomas nella vita di questo infelice figlio d’ar te, scrittore elegante e sottovalutato, perseguitato dall’ingombrante confronto con il padre, autoritario e anaffettivo, incapace di accettare la dichiarata omosessualità del figlio, dopo averla repressa su se stesso. Fragile e inquieto, costretto a un sofferto esilio negli USA per il suo acceso antinazismo, Klaus scriverà pagine delicate come “La pia danza”, affresco della Berlino gay anni ’20, e romanzi cupi come “Mephisto” e “Il vulcano”, atti d’accusa contro le barbarie del Reich. Fino al libro d’addio “La svolta”, autobiografia di una vita disperata e caotica, attraversata dal dolore, dalla dipendenza dalla morfina e da una divorante ossessione di morte. Più volte cercata e raggiunta, con un mix di barbiturici, il 21 maggio ’49, in un albergo di Cannes. Un suicidio che il padre, assente al suo funerale, commenterà così nei suoi diari “… da parte di Klaus, un gesto offensivo, crudele, irriguardoso e ir responsabile”. Giovanna Gabrielli

Diritto di Replica Uno dei compiti dell’Informazione è quello di dare voce a chi non ce l’ha. Per questo, pur non essendo affatto tenuti a farlo, abbiamo deciso di rendere pubblica - nelle sue parti essenziali - una lunga lettera dell’avvocato Carlo Sassi di Milano, inviata al Fatto a nome e per conto del dott. Fabio Maria Colombo. La lettera smentisce molti fatti raccontati dalla nostra Elisabetta Reguitti, nell’articolo “Le due vite tra sospetti e incarichi del primario Cl”. Non ne chiede la pubblicazione e termina con una promessa di procedere con una querela per diffamazione nei nostri confronti. Nell’ar ticolo non sarebbe indicato l’autore delle accuse “di aver sottoposto

a inutili interventi chirurgici alcuni pazienti”; si sarebbe fatto ricorso alla fonte (inattendibile) “Repor t” (trasmissione televisiva) per affermare che quella di Colombo “sarebbe una storia esemplare per capire meglio come spesso funziona l’assegnazione - spartizione politica di certi incarichi; il curriculum professionale del dott. Colombo sarebbe stato esposto in maniera assai riduttiva; l’episodio relativo alla falsificazione di una cartella clinica, addebitato al dott. Colombo allorquando svolgeva le funzioni di primario presso la casa di Cura Ancelle della Carità di Cremona, sarebbe monco della conclusione giudiziaria che vide il dott. Colombo assolto con formula piena dal Tribunale di Cremona; infine, per ciò che concerne le “operazioni non necessarie”, non corrisponderebbe al vero che il primo esposto sia stato presentato “dai medici dello stesso reparto”, ma semmai solo da alcuni di essi. Ovviamente anche le osservazioni finali dell’ar ticolo relative al fatto che il dott. Colombo è medico “apparentemente intoccabile”, mentre i pazienti sono “molto meno soddisfatti della sua carriera”, sarebbero inveritiere e lesive della reputazione professionale del Dott. Colombo. Come è costume di questo giornale, oltre a dare voce a chi non ce l’ha, seguiremo le vicende conseguenti a situazioni che diano luogo a procedimenti di

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fronte all’Autorità Giudiziaria. E, ovviamente, ne informeremo i lettori, unici e veri padroni dell’Informazione .

torio nel comportamento della Figc in relazione al caso del giovane calciatore togolese Idrissou Kolou Shaib sollevato dal Fatto Quotidiano. In una nota, la Figc ricostruisce il caso del giovane togolese, sottolineando tra l’altro che solo nella corrente stagione sportiva, nel pieno rispetto delle norme federali che garantiscono il principio dell’integrazione e delle relative prescrizioni internazionali, sono stati autorizzati dalla Figc i tesseramenti di 8512 calciatori extracomunitari. In relazione al caso di Idrissou Kolou Shaib, la Figc fa presente quanto segue: la richiesta di tesseramento per la società Azzurra 1939 è pervenuta in data 4/9/2009; subito dopo, il 9 settembre, l’Ufficio tesseramento ha richiesto di integrare la documentazione perché mancava il certificato di residenza in Italia e il permesso di soggiorno scadeva troppo in anticipo (30/12/2009) rispetto alla chiusura della stagione sportiva. La Società e il calciatore non hanno mai dato alcun riscontro alla lettera della Figc. Sei mesi dopo, in data 19/3/2010, il calciatore ha notificato un ricorso presentato davanti al Tribunale di Lodi, assumendo un comportamento discriminatorio da parte della Figc.

(F.Q.)

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La Figc sul tesseramento di Idrissou Kolou Shaib Massimo rispetto per la pronuncia del Tribunale di Lodi, ma nessun intento discrimina-

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Il fatto quotidiano - 21 Maggio 2010