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Quando The Unknown nacque era poco più di un nome, un punto interrogativo e un'idea. L'idea era quella di dire la nostra sul mondo che ci ha fatte crescere, dire la nostra sulle band che meritano qualcuno dalla loro parte, dire la nostra in supporto alla scena, dire la nostra sulla musica. Non sapevamo da dove iniziare, non sapevamo come si facesse, e forse in effetti non lo sappiamo ancora, ma ad un anno dalla nascita di questo progetto indipendente, siamo finalmente giunte al primo numero, e voi non avete idea di quanta soddisfazione proviamo nel vedere il nostro sudore riversato su queste pagine. Ringraziamo tutti coloro che hanno creduto, e che continuano a credere, in noi perché è grazie proprio a queste persone se oggi state leggendo questo, è grazie a loro se abbiamo già raggiunto tanti piccoli traguardi. Come suggerisce il titolo vogliamo dare un consiglio a tutti coloro che stanno cercando il loro posto nel mondo (che sia il mondo del punk rock o meno).. Fate ciò che vi sentite di fare, ignorate le cattive voci, fidatevi dei vostri amici e dite sempre come la pensate, senza timore che qualcuno possa non condividere, senza timore di sentirvi fuori posto, senza timore di sbagliare, che solo sbagliando si ottiene il risultato desiderato. Insomma se state cercando il vostro posto nel mondo e non lo trovate, inventatevelo. Inoltre ricordatevi sempre.. STAY UNCOOL TO BE COOL!

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Fondatrici: Bianca Errante e Silvia Gigli Autrice: Bianca Errante Fotografa: Silvia Gigli


Reports Green Day Montecio Cool Kids - S03E06 RIGO DRITTO PARTY!

Reviews SWMRS

34 6 28

9

Soundeep

46

McBain

14

Shameless

23

Turnaways

32

Interviews Snoopers

16

Snafu

42 24 47

Vietato Mancare!

48


Nuovo anno, stesse abitudini e i Montecio Cool Kids tornano in campo per il sesto appuntamento della stagione. Dopo esserci, purtroppo, perse la serata di dicembre torniamo al Circolo La Mesa con più entusiasmo che mai, d’altronde la serata prevede due band di un certo spessore e mancare non è tra le opzioni. 6

Tra una chiacchierata e l’altra, una presentazione e l’altra, una risata e l’altra, salgono sul palco i Riccobellis, o RICCOBELLIS se preferite, i tre fratelli bresciani che si appropriano della serata sia su che giù dal palco. Il loro set è energia pura, un punk rock d’altri tempi mischiato a carisma ed esuberanza,


definiscono il loro genere “punk rock infettato dai Ramones” e come dargli torto? D’altronde sembra ormai di regola trovarsi un po’ di sano Ramonescore a serate del genere e loro hanno certamente soddisfatto a pieno le aspettative. Si destreggiano tra tracce chiave della serata come I Wanna Live My Life Like Dee

Dee Ramone, Dance With You, I Created A Monster; i 1,2,3,4 e i sorrisi non mancano, il pubblico viene coinvolto, c’è chi canta con le braccia al cielo, chi improvvisa qualche balletto, chi sta nell’angolino ad ascoltare in pace l’ondata di musica, godendosi, probabilmente, il momento di massima serenità della settimana. A pochi mesi dall’uscita del loro ultimo album, The 12 Habits Of Highly Detective People, arrivano i secondi ospiti della serata, con il loro accento scozzese, l’attitudine al bere e un hamburger di gomma, i The Murderburgers. Arrivano direttamente da Edimburgo con il loro punk rock emozionale che incanta gli animi e li scatena. Dopo l’esibizione di ballo durante il set dei compagni d’etichetta Riccobellis salgono sul palco e imbracciano gli strumenti per dare il via alla seconda parte della festa, l’energia si spande, le voci rimbombano nei cuori dei presenti e la musica irrompe alla Mesa, fresca e travolgente. Anche qui il Ramonescore non tarda a farsi sentire, l’attitudine è quella, punk rock fresco, ballabile e coinvolgente, qualcosa che conosciamo davvero molto bene, l’entusiasmo del pubblico sia tra i gruppetti piazzatisi sotto il palco, sia tra coloro rimasti leggermente più indietro, è tangibile. La fine del set lascia tutti scontenti, vorremmo di più, ma dalla regia dicono di no, così si da il via ad uno dei più imbarazzanti e stravaganti DJ set della storia del Montecio Cool Kids. Si impossessano della console i Maybe Wonders che ci intrattengono con tracce che vanno dai Teenage Bottlerocket a Renzo Arbore, dai Ramones a Donatella 7


Rettore, dai Blondie a Max Pezzali. I Riccobellis ancora una volta si dimostrano i protagonisti della serata e tra balletti e trenini (nei quali siamo state pienamente coinvolte) continua la festa. Perché la mecca vicentina del punk rock non è solo Ramonescore, giubbotti in pelle e birra, è anche divertimento e voglia di musica, sopratutto voglia di musica. 
Così si torna a casa, sono serate che ti lasciano sempre un sorrisetto sulle labbra, tutte le volte finisce che vado via canticchiando Radio e non riesco a non pensare quanto passerà prima del prossimo appuntamento. Un altro mesetto e si torna in campo con Screeching Wurstel e Stoopid Games sul palco, per citare Pezzali (altro indiscutibile protagonista della serata) stessa storia, stesso posto, stesso bar!


Photo by Steve Rowe

Due bambini di appena otto anni si piazzano davanti un televisore e si lasciano incantare dall’energia di Jack Black in School Of Rock, il film che tutti noi, almeno una volta nella vita, abbiamo visto e che ci ha fatto sognare con la sua incredibile colonna sonora, con la sua follia e con la sua genialità. Cole Becker e Joey Armstrong non sono poi così diversi da noi d’altronde, e proprio come noi decidono di vivere di musica e di mettere su una band, Emily’s Army. 
La formazione vedeva Cole alla chitarra e voce, Joey alla batteria, Max Becker, fratello di Cole, al basso e Travis Neumann come prima chitarra. La loro formazione è prettamente punkeggiante e il sound del primo album,

Don’t Be A Dick, lo da a vedere. Il primo album esce nel 2011 sotto Adeline Records, etichetta indipendente di appartenenza a Billie Joe Armstrong che, tra l’altro, produrrà questo e il secondo lavoro della band. Il suono è abbastanza acerbo, l’identità dei quattro non era poi così chiara, si sentiva una batteria fin troppo simile a quella di Tré Cool, cosa alquanto normale visto che Joey prese lezioni proprio da lui. 
Già con la seconda release, Lost At Seventeen, uscito sempre sotto Adeline Records e distribuito dalla Rise Records, la band comincia ad inquadrarsi in un genere ben preciso, una nuova ondata di punk rock fresco e giovane giunge alle 9


nostre orecchie e le canzoni cercano di distaccarsi dal sound dei Green Day, anche se non sempre ci riescono. Fu comunque un grande successo per il loro piccolo pubblico e l’album li portò ad esibirsi in festival del calibro del Vans Warped Tour e del Soundwave Festival. Tra l’altro la band viene riconosciuta come una delle più giovani ad aver suonato al Gilman, nota venue di Berkeley. Proprio quando il punk rock sembra averli presi sotto la propria ala rilasciano un nuovo EP, Swim, contente non indifferenti influenze surf rock. La svolta pericolosa della band non è l’unica cosa che caratterizza l’uscita dell’EP, Travis lascia la band e a prendere il suo posto è Sebastian Mueller, così la formazione si trasforma, Cole resta alla chitarra e alla voce, Max si sposta alla prima chitarra e voce, Joey sempre alla batteria e Seb prende in mano il basso e i cori. Dopo questo cambiamento radicale la band rilascia la prima canzone, una cover di Dancing On My Own, sotto il nome di Swimmers, che per ragioni ancora non chiare diventerà SWMRS. Finalmente sembrano aver raggiunto la loro forma definitiva e con la prima release dopo tutti i cambiamenti che hanno affrontato si presentano sotto nuove vesti, il sound cambia leggermente, ma l’attitudine è sempre la stessa. Creano una nuova etichetta indipendente, la Uncool Records, e e autoproducono Drive North, che uscirà il 12 febbraio 2016 e successivamente, il 13 ottobre, sotto la Fueled By Ramen, con la quale la band decise di firmare solo pochi 10

Photo by Zara Brown

giorni prima. La loro scelta di autoprodursi li ha allontanati nettamente dal mondo dei Green Day al quale, per ragioni abbastanza ovvie, erano sempre stati legati, e non possiamo negare che questo può solamente avergli fatto del bene. D’altronde la loro caratteristica principale penso sia l’incredibile voglia di fare e di reinventarsi, sarà per questo che alla redazione di The Unknown piacciono tanto. La nuova era degli SWMRS inizia con l’annuncio di un “EP”, Miley/Uncool, che contiene le due canzoni che hanno catapultato la band nello scenario mainstream del punk revival,


Photos by Julie Juarez

mettendo subito in chiaro i cambiamenti che avevano apportato al loro sound e dei quali prenderemo coscienza con il full lenght. 
Le dodici tracce dell’album sono un susseguirsi di testi ben strutturati, l’energia tipica del punk rock e la leggerezza del surf rock caratterizzano la musica, la personalità dei quattro è ben delineata e come album di debutto è da considerare un grande successo.
 Il disco si apre con Harry Dean, un omaggio all’attore Harry Dean Stanton? Non saprei, ma la canzone fa esplodere il disco con un’ondata di pura energia, ma cosa più importante mette curiosità.

L'Uncool Records sta continuando a crescere all'insegna dell'indipendenza musicale e artistica, Drive North verrà rilasciato a breve, cosa facciamo? Organizziamo l'Uncool Fest! 12 band per due sere di punk rock. L'evento si è tenuto il 5 e 6 febbraio dell'anno scorso al Gilman e ha visto ospiti, oltre gli SWMRS, band come: Dog Party, Melted, The Frights e No Parents.

Così si va avanti nell’ascolto, le tracce sono un continuo altalenarsi di influenze, ma l’influenza che la fa da padrone all’interno del loro lavoro è il loro stile di vita, il fantomatico stile di vita della East Bay, tra sole, mare, tavole calde e buona musica, la semplicità che rende il tutto più interessante si può dire che è predominante. 
Si passa da canzoni più old school come Brb a sound più ricercati come quello di Ruining My Pretending, dalla scarica d’adrenalina romantica di D’You Have a Car alla freschezza di tracce come Turn Up e Miss Yer Kiss. La modernità, intesa come un 11


qualcosa che potrebbe essere apprezzato un po’ da tutti, è presente in Figuring It Out, singolo del quale la band ha inoltre realizzato un video. Non manca né la crescita intellettuale che arriva con tracce come Silver Bullet, né l’aggressività, l’album infatti si chiude con la traccia più dura del disco, un po’ d’odio non guasta mai e loro, da bravi cittadini del nord della California, decidono di prendersela un po’ con i fratelli di Los Angeles, nasce così Drive North, title track che li rende tanto patriottici quanto rivoluzionari. Che la canzone sia un vaffanculo al lusso sfrenato e alla vita da celebrità o semplicemente un’innata antipatia verso Santa Monica Boulevard, Venice Beach e Tarzana, non lo sappiamo, ma sta di fatto che non potevano chiudere l’album in modo migliore. Dopo la firma con la Fueled By Ramen, Drive North viene ristampato con due canzoni inedite all’interno, Palm Trees e Lose It. Palm Trees resta ben coerente con il resto del lavoro della band, non sembra nemmeno una traccia addizionale, Lose It abbassa le chitarre spumeggianti che li caratterizzano e il basso diventa il protagonista della traccia, inizialmente sembra distaccarsi leggermente dalle tracce, è lenta, è sentimentale, quello che ancora non avevano fatto, ma funziona e mostra ancora una volta il talento della band.
 Qualcuno avrebbe di sicuro preferito che venissero rilasciate come EP, piuttosto che essere aggiunte ad un album che avevano acquistato solo pochi mesi prima, 12

ma non è questo il punto, per me sono servite a marcare ancora di più la loro personalità, rendendoli una band chiave della scena dell’East Bay. L'artwork è essenziale e coerente con l'album, rispecchia a pieno la band ed è piacevolmente originale. Inoltre mentre pochi mesi fa ci si chiedeva quando sarebbero arrivati in Italia, dopo l’ultimo tour europeo dell’estate scorsa, finalmente sembrano averci accontentate, la data è fissata per il 10 aprile, suoneranno all’Alcatraz di Milano in apertura agli All Time Low, e la speranza che tornino come headliner è, ovviamente, l’ultima a morire.

Photos by Steve Rowe


Milano, centro pulsante musicale, ancora una volta porta alla nostra attenzione un gruppetto niente male che rispolvera quel punk rock che da mesi cercavamo di recensire nella nostra zine, i McBain. Nonostante il progetto sia relativamente nuovo le facce al suo interno non sono del tutto sconosciute, il trio è composto da Ame, al basso e alla voce, che abbiamo conosciuto con i Bumpkins e grazie a Snafu, Alessandro che militava nei Moes e che per l’occasione infiamma le chitarre, e Enri che picchia duro la batteria nei Teenage Gluesniffers e anche nei McBain si da del gran da fare. L’album contiene dieci tracce, pochi secondi per ciascuna, fatta eccezione per due o tre che superano appena i due minuti, i temi sono i classici del punk rock e la musica è 14

carica di influenze che spaziano da Descendents, Teenage Bottlerocket a Dopamines.
 Si parte con I Wish I Was Younger il cui intro di batteria non posso nascondere mi ha già subito fatto avvertire un pizzico di Green Day, azzarderei che ricorda vagamente l’intro di 86, ma sono solo congetture; la chitarra è frizzante, il cantato tirato è piacevole e si amalgama coerentemente con il resto degli strumenti e dopo appena 1:13 si passa alla seconda traccia, la batteria per i miei gusti è la cosa migliore di tutta la strumentale, non solo in questa traccia, ma per tutto il resto dell’album. In I’m Sorry Now c’è un piccolo cambio di voce, Alessandro passa dai cori alla prima voce, il risultato non è niente male. Le tracce chiave dell’album sono diverse, da Fuck You All a Surfing The City, da When I Was Old a Miss You. L’America la fa da padrona e l’attitudine è quella tipica della East Bay, poca voglia di crescere, poca voglia di prendersi sul serio, ma tanta velocità, influenze di ogni tipo, come quel sentore di surf punk che si sente in Surfing The City; inoltre se McBain risultava familiare per i militanti della cultura animata americana, l’intro di Fuck You All viene aperto dalla voce gracchiante di Agnes Skinner, togliendo qualsivoglia dubbio sull’amore della band nei confronti dei gallissimi Simpson. Fuck You All e i suoi poco più di sessanta secondi sono semplicemente una canzone


che andrebbe dedicata a varie persone, risulta spumeggiante e carica di quella rabbia benevola che alla fine dei giochi fa venire voglia di mandare tutti a fanculo e tornarsene a casa senza troppi problemi, così parte quella che probabilmente è la mia traccia preferita, seconda forse a I Wish I Was Younger, Surfing The City, il basso apre la traccia con un giro non troppo originale, ma che risulta funzionale. Probabilmente devo ridimensionare il mio amore per il surf punk, ma quando riesco a percepire quell’aria di California nelle canzoni mi risulta difficile non affezionarmici. In conclusione l’album è ben strutturato, coerente, vocalmente e tecnicamente non è nulla di eccezionale, ma non sono certo conosciuta per la mia ricerca di

perfezione artistica, anzi, risulta tutto molto genuino e in armonia, alla fine dell’ultima traccia resto piacevolmente colpita dal lavoro che è stato fatto in appena un anno, la completezza all’interno dell’album è peculiare, peccato che l’ascolto sia durato meno di venti minuti, mi toccherà ascoltarlo in loop per un’altra mezz’ora. Per l’artwork devo fare i miei complimenti ad un artista che seguivo su Instagram (Spugna), ma del quale non avevo ancora avuto il piacere di vedere nulla in giro, un hot dog infiammato che va in moto, anche questo molto all’americana.
 Nel complesso la band ha fatto un ottimo lavoro e, nella speranza di un futuro live e di una seconda release, non possiamo che ringraziarli per questo spiraglio di freschezza nella scena.


Gli Snoopers nascono a Padova, nell’estate del 2013, come cover band. Nella loro line up rientrano gruppi come Blink-182 e Sum 41, gruppi chiave della loro formazione e dai quali ancora attingono influenze per le loro tracce. Dopo eventi non proprio piacevoli, avvenuti solo ad un anno dalla loro formazione, il gruppo cambia, la formazione diventa di cinque invece che di quattro e viene rilasciato il primo EP. 
In seguito ad un ulteriore cambio nella formazione la band inizia a lavorare sul loro secondo EP, Once Bitten, Twice Shy, del quale hanno rilasciato già due tracce, One Last Breath e Mermaids, registrate presso il Ginger Studio di Alberto Perezzani.
 Con l’inizio del nuovo anno la band sembra pronta a tornare in campo con nuovo interessantissimo materiale, che andrà a completare l’attesissimo EP. Noi, ovviamente, non ci siamo fatte sfuggire l’occasione di curiosare un po’ nel loro mondo, loro ci tolgono qualche curiosità, ci divertono e ci lasciano pure qualche spoiler. Snoopers significa spioni, perché avete scelto proprio questo nome? Vi ritenete tali? Del tipo che vi intrufolate nelle sessioni di registrazione delle altre band per spiare ciò che stanno facendo? Se è così vi ingaggiamo per darci anteprime sui vostri colleghi. “Sul nome ci sarebbe da aprire un’immensa 16

parentesi, ma, essendo cresciuti con gli sms e i caratteri limitati, saremo il più possibile concisi. Partiamo con il dirvi che, in realtà, da quando abbiamo messo piede nel Ginger Studio di Perez per registrare il secondo lavoro, abbiamo subito pensato di cambiare il nome, renderlo più accattivante, più in linea con il genere, qualcosa che insomma rappresentasse di più quello che volevamo essere con questo rilancio del nostro progetto considerando inoltre che proprio nello stesso periodo c’era stato l’ennesimo cambio di componenti all’interno del gruppo il nome risultava essere significativo solo per me, Marco e Fede. ” spiega Piero, cantante della band, “Nonostante ciò abbiamo scelto di tenerlo, ci siamo resi conto di esserci troppo affezionati e che in fondo suona bene! Breve off-topic per parlarvi un po’ di noi: no, non siamo veramente degli spioni, per ora non abbiamo copiato nulla. Preso ispirazione? Si


molta, ma penso si possa! In compenso si, siamo all’altezza del nostro nome e ogni tanto ci capita di sentire qualche bombetta a mano pronta ad uscire molto presto!” La vostra formazione ha visto molti cambiamenti, siete partiti in quattro, poi siete diventati cinque, i membri all’interno sono cambiati parecchie volte, ma adesso sembrate aver raggiunto un buon equilibrio. Ad ogni modo solitamente le formazioni pop punk quali la vostra hanno un minor numero di componenti all’interno, voi avete addirittura due chitarre, però funziona benissimo così, il vostro sound risulta più ricco di molti altri, pensate che sia merito del numero o dei bravi musicisti che fanno parte della band? E non siate modesti. “Siamo lusingati, troppi complimenti in una sola domanda! Tentando di spiegarvi brevemente le nostre scelte, siamo riusciti a rimanere in 4 per due anni, al termine dei quali però ci siamo resi conto di non riuscire ad andare avanti così: i nostri live erano molto vuoti a livello strumentale, di fatto c’era assolutamente bisogno di una seconda chitarra per dare corpo all’esecuzione, e così ci siamo guardati attorno e ci siamo espansi. La ricchezza del sound poi non penso arrivi solo con il numero di componenti, ma anzi dipende esclusivamente da come si riesce a far combaciare questi ultimi tra loro, ma anche come si riesce a far combaciare le influenze che ciascuno di loro ha, e a questo arrivi solo con l’esperienza e con qualche bella stangata nei denti, che penso rientri nell’esperienza. Sicuramente, nell’ultimo anno in particolare, siamo cresciuti molto,

come singoli e soprattutto come gruppo, e questo aiuta molto, ma dobbiamo ancora fare moltissima strada.” La prima volta che sentimmo parlare di voi fu quando Perezzani durante la sua intervista ci disse che probabilmente ci sareste piaciuti, e così è stato. Ci avete subito dato l’impressione di essere una band fresca di stampa, invece eravate già in giro da tre anni, come sono stati per voi? “Preparatori, decisamente preparatori!” racconta Federico, “Abbiamo passato moltissimo tempo in sala prove, sia per crescere insieme come musicisti, sia per colpa di quella tipica vergogna adolescenziale che impedisce ai gruppi neonati di uscire dal proprio nido. Diciamo che, con l’uscita del nostro primo EP a luglio del 2015, è iniziato ufficialmente il nostro percorso. Senza paura.” “Mi ricordo che andavamo avanti a cover, sentivamo qualcosa che ci piaceva e la suonavamo, finiva sempre che nessuno sapeva mai una canzone dall’inizio alla fine” aggiunge Piero, “Però ci è servito sicuramente per creare quelle sincronie che devono esserci all’interno di un gruppo. Quindi si, ‘preparatori’ come ha detto Fede, mi sembra perfetta come definizione.” La vostra carriera non è sempre filata liscia, non per entrare in dettagli poco piacevoli, ma avete subito qualche brutto colpo, nonostante tutto avete continuato ad andare avanti, ciò che vi è capitato, sia come band, che come persone, pensate abbia infierito sul vostro stile e modo di essere? “Sicuramente l’esperienza che abbiamo 17


vissuto ci ha temprati, ma non mi sento di dire che abbia in alcun modo infierito sul nostro stile, questo no. Però ci ha fatto capire di appartenere a qualcosa per la quale vale la pena fare sacrifici e mettere tutti se stessi, con la consapevolezza di avere sulle spalle una responsabilità pesante da portare, ma per la quale valeva la pena fare fatica.” Parliamo un po’ del primo EP, in attesa della seconda release, fondamentalmente si può 18

ritenere un EP romantico, si parte con una traccia un po’ piccante, per così dire, Take off your skinny clothes / You don’t need them anymore, e si passa a dolci dichiarazioni, All that I do, I do it for you / All that I feel, I feel it for you, ma anche frasi delle quali mi sono innamorata, che forse non c’entrano con l’amore, ma che catturano l’attenzione, I’d like to know if we all dream to live / Or if we all live to dream. Diteci qualcosa a proposito di questo primo lavoro. “Non hai idea di quanto rido ogni volta che rileggo il testo di The Victorian Compromise e di The Story! No comunque sicuramente è un lavoro che ci ha fatti crescere molto, era la nostra prima esperienza in studio, sono stati fatti molti errori dettati da ciò, ma anche dal fatto che all’epoca
non avevamo la benché minima idea di cosa fosse la preproduzione, siamo semplicemente entrati in studio e abbiamo suonato come se stessimo facendo un live! Il genere poi si discosta molto da quello attuale, fatta eccezione per alcune tracce, sia per le sonorità che per i testi, in quel periodo infatti ci ispiravamo molto ai Nirvana, Rage Against The Machine, Red Hot Chili Peppers, oltre che agli immancabili Blink-182 e Green Day… quindi il risultato è stato questo, un po’ di pop punk scanzonato e leggero, un po’ di funky e del disagio adolescenziale.” Dal punto di vista musicale ogni traccia si presenta ben distinta dalla precedente, le influenze spaziano tra diversi generi e le musicalità risultano ben strutturate e ricercate, molto più old school delle sonorità che abbiamo sentito nelle due tracce


estratte dal vostro prossimo EP, come mai questo cambiamento? “In parte come abbiamo spiegato prima quando abbiamo deciso di registrare qualcosa di nuovo, siamo ripartiti da quello che ci era venuto meglio, dai punti che ci facevano sentire più a nostro agio, da tracce come The Victorian Compromise e Switched New Life, ad esempio. Una spinta determinante verso un genere più definito l’ha data anche e soprattutto Perez che prima di proporci di andare a registrare da lui ci ha seguiti per diverse date e ci ha dato un ampio feed-back, per noi la sua opinione è stata molto importante fin da subito. Inoltre tra i due lavori è passato un anno, ed ognuno di noi aveva espanso i propri

estratte dal vostro prossimo EP, come mai questo cambiamento? “In parte come abbiamo spiegato prima quando abbiamo deciso di registrare qualcosa di nuovo, siamo ripartiti da quello che ci era venuto meglio, dai punti che ci abbiamo avuto il piacere di ascoltare i due estratti, ma siamo golose e vogliamo di più. Quante altre ne avete in cantiere? “In realtà sia all’Orange Fest sia al VIMC goes Easycore avete già sentito buona parte del lavoro definitivo, infatti sia Lonely Glimmers che Dr. Doofenshmirtz doesn’t follow the plot rientreranno all’interno dell’EP, ovviamente con qualche modifica apportata in fase di pre-produzione. A queste forse potremmo aggiungere una


traccia acustica, ma siamo molto in forse.” Come ho già detto siamo golose, quindi vogliamo qualche piccola anticipazione sui temi che verranno trattati. “Il titolo dell’EP è Once Bitten, Twice Shy e rispetto al precedente EP, addirittura senza titolo, in questo abbiamo voluto dare un senso di completezza, a noi nella composizione e a chi lo ascolterà.” spiega Federico.
 “I temi trattati sono la diretta conseguenza del cambio repentino che ha avuto la mia vita, la mia routine, l’inizio dell’università ad esempio. Ci si sente più grandi ed in grado di poter affrontare il mondo al di fuori delle quattro mura del liceo, si aspira a quell’indipendenza che si pensa di meritare e che sia addirittura dovuta. Ci si guarda indietro, alle scelte e agli errori commessi, alcuni fa male riesumarli, altre ti fanno capire di avere tutti i mezzi per potertela cavare nel mondo più complesso e adulto fuori dalla tua cittadina. Questo cambio di vita però porta con sé anche continue difficoltà, frustrazioni e responsabilità che temiamo di non essere in grado di poter sostenere, ed ecco che ci vediamo di nuovo costretti a girarci indietro per domandarci se abbiamo fatto la scelta giusta. In sostanza è un continuo riflettere sulle proprie azioni, cercando di trarre quanto serve per andare avanti, evitando di commettere gli stessi errori.” approfondendo la tematica portante dell’EP, Piero ci svela qualche particolare in più, con un senso di filosofica consapevolezza. Musicalmente, invece, come vi sentite di definirlo? 20

“Musicalmente siamo tutti abbastanza unanimi nel catalogarlo come pop-punk, con qualche oscillazione ora verso l’alternative, ora verso l’emo. In generale comunque è un lavoro più ‘inquadrato’ del primo EP, ma nonostante ciò non ci tiriamo certo indietro dal farci influenzare dai più svariati e disparati generi.” Chi scrive i testi? E come avviene il processo creativo dietro i vostri lavori? “Principalmente dopo che tutti insieme abbiamo composto la parte strumentale che spesso parte dall’idea di qualcuno tra Fede e Doda (aka Enrico Berloco), magari anche con un abbozzo di linea vocale, io mi isolo e scrivo i testi.” spiega Piero, “Il tutto poi se ci convince viene portato da Perez che ne sa davvero molto e ci dà un sacco di dritte in fase di pre-produzione per rendere il tutto più accattivante ed efficace.” Avete già una data per l’uscita? “La data no, il periodo però si! Indicativamente verso metà Aprile! Tra l’altro abbiamo già la location per un release party che vorremmo condividere con i nostri amiconi udinesi Great Escapes…SPOILER” Parliamo un po’ dei vostri live: vi abbiamo visti per la prima volta all’Orange Fest a Conselve, ci siete sembrati un po’ acerbi, d’altronde quel palco ha mietuto un paio di vittime, ma nulla di così catastrofico, specialmente nel vostro caso; quando vi abbiamo visti al VIMC goes Easycore invece, ad onor del vero per la vostra prima trasferta, avete spaccato, come mai? Pensate sia stato per via della venue o semplicemente eravate in una giornata no a


Conselve? “Intanto grazie per il feed-back positivo della serata della VIMC, per noi era una data molto importante, in quanto è stata la nostra prima vera trasferta, e come potete immaginare l’agitazione era molta, anche e soprattutto non avendo il nostro pubblico a supportarci, c’erano mille incognite e ricevere i vostri commenti positivi ci rincuora molto! Parlando dell’Orange Fest, invece a noi dal palco è parso uno dei migliori live di sempre, ci eravamo preparati molto, consapevoli dello spessore dei gruppi con i quali avremmo condiviso lo stage e abbiamo ricevuto uno dei migliori feed-back da parte del pubblico, sia per numero, sia per coinvolgimento, quindi non nascondo che ci abbia un po’ colti di sorpresa la vostra recensione. A mente lucida però ci siamo resi conto di diversi errori che con l’adrenalina che un pubblico come quello riesce a darti non avremmo mai notato.” “Inoltre, quella del VIMC goes Easycore, è stata una data-test, la prima della nuova formazione. Noi, come accennato prima, crediamo che la seconda chitarra sia fondamentale per un gruppo, ma altrettanto importante è la coerenza stilistica tra i componenti, e, come noi tutti siamo cresciuti a pane e pop punk” Fede mi permetterei di correggerti dicendo ‘pizza e pop punk’, “Andava trovato un chitarrista che più si addicesse al nostro progetto. Ferra si è dimostrato essere l’elemento perfetto, e nonostante le sole tre settimane di prove si è inserito subito perfettamente e ci ha forse dato quella spinta che ci mancava!”

Live fate sorridere, divertite, Piero è uno spirito libero che saltella qui e lì tutto il tempo e fa venire voglia di ballare dall’inizio alla fine, è una delle vostre caratteristiche che più apprezziamo, vi viene naturale essere così in sintonia con il pubblico? “Pure qui vi ringraziamo, perché in realtà a noi pare di essere troppo statici e Piero spesso se ne esce con il cazziatone” se la ride Federico.
 “Sicuramente l’esperienza di tre anni aiuta parecchio, esperienza che va dai palchi delle sagre più malfamate del più piccolo comune immerso nella nebbia della Pianura Padana, fino alle piazze della nostra città con un’affluenza sicuramente diversa. Inoltre come detto sopra, per noi il pubblico è una componente fondamentale per riuscire a dare il meglio di noi durante l’esecuzione, 21


ed entrarci in sintonia il più possibile è quindi l’unica maniera per coinvolgerlo e riceverne l’energia!” Stiamo avviando una nuova rubrica, quindi adesso tocca a voi, raccontateci qualcosa di divertente, o imbarazzante se preferite, che vi è capitato durante la vostra carriera. Federico: “Era il 18 Gennaio 2014, ricordo ancora il giorno. Uno dei primi concerti. Locale che suonare sotto un ponte sarebbe stato meglio. Tecnicamente avremmo dovuto fare da spalla ad uno dei gruppi più prolifici della zona. Tutto regolare, dunque iniziamo il check; 30 minuti e avremmo aperto le danze, se solo il basso non avesse deciso di provare che sono un conduttore, centellinando sul mio corpo piccole scosse. Non me lo spiego…anzi, sì: le prese erano arcaiche e in condizioni pietose, il pavimento era bagnato e i miei piedini pure; ho provato a spostarmi e ad asciugarmi, ma niente, il basso continuava a darmi scosse ogni volta che toccavo le corde. E intanto il tempo scorreva…e niente, abbiamo suonato per secondi, scazzati e quasi senza pubblico. E ovviamente niente più scossa da parte del mio basso…” Piero: “Questa invece è molto più recente! Quest’estate siamo stati invitati a suonare in una sagra di un piccolo comune di provincia, la data era distante da casa, zero pubblico a sostegno, una medaglia al merito va però data a Julien dei Well Planned Attack, testimone di questa epopea. In pratica, ci era stato detto che dalle 21 alle 23:30, lo stage sarebbe stato nostro; nonostante ciò noi, sperando in un’affluenza maggiore, 22

abbiamo aspettato fino alle 21:30 per suonare…partiamo con la prima canzone, Heart’s All Gone dei Blink-182, e proprio sul breakdown arriva dalla cucina un energumeno (scopriamo poi essere un cameriere), che, salito sul palco, inizia ad abbassare i volumi degli amplificatori, strappare di mano le bacchette a Marco e, per concludere, si impossessa del microfono e ci invita ad andarcene perché la musica era troppo alta e la clientela non apprezzava 'sta musica qui', il tutto si è poi concluso con una rissa sfiorata, subito sedata dalle scuse dell’organizzatrice della serata…e vissero felici e contenti.” Siamo arrivati all’ultima domanda, cosa dobbiamo aspettarci dal resto delle tracce? “In particolare i peggio feels, Ferra ci ha fatto un lavoro di produzione dietro che a me veniva la pelle d’oca solo con la parte strumentale, tanto che avrei voluto lasciarla appunto strumentale per paura di rovinarla con la linea vocale...insomma degli Snoopers un po’ più intimistici e melanconici. E poi magari anche un video.” Nell’attesa che aprile giunga presto, per motivi ormai ovvi, vi invitiamo a dare un ascolto alle tracce estratte dall’ EP che potrete trovare sul loro Bandcamp e vi invitiamo anche ad assistere al loro live il 24 febbraio al Bocciodromo di Vicenza, insieme a Orangewig, The Last Confidence, My Dear Samantha e Junk Street.


Tocchiamo un tasto dolente e avviciniamoci ad un genere che ho sempre un po’ paura a recensire, l’hardcore punk. Se in più aggiungiamo un cantato in italiano e una rabbia per nulla latente, la paura aumenta. Gli Shameless sono un trio dedito all’hardcore punk italiano vecchio stile, nascono agli inizi del 2014 e in un anno rilasciano il loro primo EP, self-titled, completamente prodotto dalla band in collaborazione con un numero non indifferente di etichette indipendenti tra Italia, Germania, Francia, Inghilterra e Svizzera. Nello stesso anno pubblicano Prigioni, un brano inedito contenuto nella compilation Kidz Against Renzi uscita per Rudeness Records. Mario, Davide e Attilio tornano in campo, a quasi due anni dal loro debutto, con un secondo EP, Fourth Floor, composto da quattro pezzi e nuovamente prodotto dalla band in collaborazione con realtà indipendenti dello scenario musicale europeo. Le quattro canzoni rispecchiano a pieno le sonorità anni ’90 dell’Italia rabbiosa, dell’Italia dei giovani dagli sguardi tristi e l’ira in corpo, dell’Italia che ha deciso di sfogarsi attraverso una musica veloce ed energica. Con Quarto Piano, A Stento, La Resa e In

Prospettiva, la band annuncia la sopravvivenza dell’hardcore punk, riportando all’ascolto ritmiche ben composte accompagnate da una scrittura senza troppi fronzoli, che arriva schietta e diretta, portando sconforto all’ascoltatore. Tutto ciò che la band vuole trasmettere viene effettivamente trasmesso e anche se mi ci sono voluti un paio di ascolti prima di poter anche solo lontanamente apprezzare il disco mi è toccato ricredermi, nonostante sia un genere al quale non riesco proprio ad affezionarmi. Non posso negare che non sia stato fatto bene, i riff funzionano alla perfezione, le pelli vengono bruciate in un continuo ritmo pressante e la voce è cruda. La velocità la fa da padrona e l’empatia che riescono a raccogliere in così poche tracce non è indifferente. Ho apprezzato particolarmente il cantato perché, nonostante la velocità che non è di sicuro irrisoria, le parole sono ben scandite e non ho nemmeno avuto bisogno di leggere i testi per percepire ogni singola parola. Nonostante il lavoro sia stato realizzato egregiamente e le cose da rimproverare dal punto di vista musicale siano praticamente inesistenti, è il classico EP che può essere apprezzato come può non essere apprezzato. E siccome sono una che l’hardcore l’ha approcciato e accantonato più di una volta, mi vedo costretta a dire che non sono rimasta stregata, se lo riascolterò? Non ne sono certa, ma lo consiglio a tutti gli amanti del genere, perché i tre cosentini sanno il fatto loro e possono riportare alla luce un genere che per molto tempo è stato surclassato da nuove ondate musicali. 23


Se assistere a grandi concerti, in grandi venue, con grandi band, è un’emozione indescrivibile, assistere alle serate organizzate dalla Vicenza Magnagati Crew non è da meno, anzi, è un piacere che si prova poche volte nell’arco della propria settimana lavorativa, del proprio mese pieno di appuntamenti e del proprio anno trafficato da cose da fare. La base per una buona serata è semplice, divertirsi, nulla si fa per farsi notare, lo si fa solo per essere se stessi, per avere quello squarcio di libertà in cui allentare tutti i propri freni inibitori e lasciarsi andare a ritmo di una musica che sorprende ogni volta. La scelta è sempre molto varia e anche al Rigo Dritto Party non ci si è fatti mancare 28

nulla, Orangewig, Mr. Day, Rising Over e, con stupore un po’ di tutti, The Vaseliners, 
lo stupore sta nel vedere due tra le più importanti realtà musicali vicentine fondersi insieme per una serata. All’annuncio delle band siamo già in trepidante attesa e, fortunatamente, l’11 Febbraio non ci mette troppo ad arrivare e, dopo due fette di pizza al volo, la festa ha inizio. Aprono la serata i vicentini Orangewig, che ancora una volta ci deliziano con la loro energia e con il loro carisma, una ventata d’allegria da il via alla serata, portando un sorriso sulle bocche di tutti. Ho piacevolmente notato un netto miglioramento dal primo live a cui abbiamo assistito, in


occasione del Vicenza Pop Punk Summer Fest. Il pubblico viene caricato a dovere, l’energia si dilaga e la band si presenta al meglio delle nostre aspettative. Vengono suonati alcuni brani della band come la rinomata Riot e la punta di diamante University Of Your Mom, un assaggio di skate punk anni 2000. Unica pecca del set? Le troppe cover. L’esecuzione è buona,

musicalmente dimostrano di avere talento, ma proprio per questi motivi il pubblico vorrebbe più tracce loro ed io, sopratutto dopo aver ascoltato con attenzione il loro primo album, Nice Try, e aver notato quante tracce valide hanno rilasciato, non posso non chiedermi il perché di tutte quelle cover; che non bisogna mai prendersi troppo sul serio è certo, ma credere un po’ più nelle


proprie capacità è un elemento chiave, a dimostrazione delle mie parole basta assistere ad un loro live e vedere quanto il pubblico si scateni con le loro canzoni. Secondi in scaletta i Mr. Day, veterani delle nostre serate che non ci stanchiamo mai di vedere. Secondo il mio modesto parere è stato uno dei più bei live ai quali abbiamo assistito, canzoni in scaletta degne di nota, da Your Sea Cow a Tightrope, da Il Bel Paese alla nuovissima Vessel. Tommaso al massimo del suo fattore emozionale è riuscito quasi a farmi piangere proprio su quest’ultima traccia, tecnicamente hanno fatto live migliori? Probabilmente si e probabilmente ne faranno degli altri, ma dal punto di vista dell’emozione è stato qualcosa di indescrivibile, il pubblico si è lasciato coinvolgere a pieno, il pogo non è mancato, i sorrisi e gli abbracci volavano da ogni parte e l’aria che si respirava era piacevolmente carica di passione. E’ stato, inoltre, uno dei live più intimi ai quali abbiamo assistito, l’intesa tra la band e il pubblico era tangente e la sintonia dei membri era evidente. Inoltre a fine set, su Adiόs, ¡Pueblo Lavanda! sono state fatte alcune riprese che comporranno un live video che la band rilascerà a breve. E’ il turno dei Rising Over e dei sentimenti che scorrono come un fiume in piena. Il pubblico è completamente coinvolto da uno dei loro migliori live, la voce di ognuno si alza per canzoni come Wednesday e Dance In Silence, ma è Butterflies and Faded Words a farla da padrona. L’easy core dei Rising Over è piacevolmente legato a basi 30

in elettronica che danno un tocco di personalità alle canzoni, tutto risulta armonico, tutto funziona bene, tra tracolle che si rompono nei momenti meno opportuni, gente che si impossessa del microfono per far sentire la propria voce e bassisti improvvisati, sembra tutto troppo effimero, finisce tutto troppo presto, ma ciò che la band riesce a lasciarti è sempre il piacevole ricordo di buona musica suonata con il cuore. In chiusura gli ospiti d’eccezione, The Vaseliners. Inutile dire che è stato lo show più energico e coinvolgente della band, sia


per la loro prestazione, sia per quella del pubblico, non mi sarei mai aspettata tutto quel pogo e tutti quei circle pit, non mi sarei mai aspettata tutta quell' empatia, e invece c’è stata e i classici sono stati suonati tutti, da She’s A Stalker a Back To The Future, dalla mia amatissima Rollercoaster a Tagada. Si canta, si balla e come per ogni live dei Vaseliners ci si diverte. Alberto trasmette tutta la sua energia nel cantare e i cori accompagnano buona parte delle tracce con piacevole enfasi. Termina la serata, probabilmente troppo presto, terminano anche le birre, probabilmente anche quelle troppo presto, o forse quelle non sarebbero dovute terminare,

ma va bene così, il dj set che segue è sempre imbarazzante, da Bello FiGo a Miley Cyrus, dai Finley ad High School Musical agli Articolo 31. Ci si continua a divertire per un po’, c’è una buona compagnia e dei visi amichevoli a ballare con noi, poi si passa ad un set acustico, più malinconico, si fa per dire. Inutile dire che i ragazzi della Magnagati Crew sanno il fatto loro e ogni volta che penso alla loro giovane età lo stupore cresce, infine vorrei ringraziarli, per il loro costante appoggio, per la loro costante ospitalità e per tutto ciò che fanno per la scena, dovremmo tutti prendere esempio da loro perché loro sono riusciti a trasformare tutto ciò in una vera e propria famiglia. 31


E proprio quando pensavi che il Texas fosse solo cowboy, raffinerie e George W. Bush governatore, scopri una nuova ondata di punk rock energico e travolgente, con band dalle diverse influenze e diversi stili. I Turnaways sono una di queste band, probabilmente sono la band che maggiormente sta marcando il terreno sabbioso dello stato e che si sta espandendo lentamente verso l’ambitissima east coast, d’altronde sulla loro pagina Facebook tra gli interessi principali, oltre il femminismo, troviamo scritto “beach” e fortuna loro che la città natale è Houston e non l’affollatissima Dallas. 


Ad ogni modo la band nasce nell’aprile del 2013 e fin dai primi lavori in studio i quattro reinventato il loro stile attingendo alle varie influenze che li caratterizza. La loro musica ti catapulta in un viaggio che va dal rock and roll anni ’50, passando per il garage rock anni ’60, per il punk rock della East Bay, per concludersi con un surf punk appena accennato, ma comunque presente. Conquistano grande successo in America e condividono il palco con band del calibro dei NOFX e Anti-Flag, ma anche con altri artisti come: SWMRS, The Frights, Richie Ramone, Soul Asylum, 7 Seconds e Teenage Bottlerocket. Il loro primo EP esce il 16 agosto 2013, First EP, quattro tracce in perfetto stile Ramones con influenze di un punk rock più moderno. Lo stile non cambia nel corso degli anni e tutti i lavori che la band rilascia risultano abbastanza coerenti tra loro; altri due sono gli EP che usciranno, Came Quick e A Taste Of Texas, rispettivamente nel 2014 e 2015, fino a giungere al loro primo full lenght, Summer Love, uscito il 25 luglio 2016. Dieci tracce travolgono gli ascoltatori in una


montagna russa di stili, riff frizzanti, un cantato trascinato e decisamente poco acuto e musicalità un po’ retrò. L’album si apre con California Wine, traccia dalle più classiche sonorità punk rock con un sottofondo garage che rende il tutto più allettante; breve e concisa rappresenta la miglior carta d’identità che la band potesse offrirci in appena due minuti. 11 to 9 è una delle mie preferite, no probabilmente è la mia preferita. E’ travolgente, mi rispecchio nel testo ed è la perfetta canzone adolescenziale di chi vuole prendere in mano la propria vita e stravolgerla, mi infonde nel contempo tanta voglia di far cose, ma anche tanta voglia di restare seduta sul divano a guardare il tempo passare lasciandomi trasportare dall’apatia. I riff sono fortemente influenzati dal punk rock, sono sporchi e penso che sia una cosa voluta perché il resto dei suoni risulta piacevolmente pulito, compresa la voce, d’altronde a noi le chitarre distorte non dispiacciono per nulla. 
Altra traccia che merita attenzione è Unconfortable. L’intro in purezza con voce e palm mute si snoda, successivamente, in un punk rock malinconico, il perfetto connubio tra talento, semplicità, spontaneità e quel fattore emozionale che non guasta mai. 
Tema ridondante all’interno dell’album è certamente quel senso di inappartenenza a quel luogo che le convenzioni sociali ci portano a chiamare casa, ma anche quella voglia di cambiare vita e la costante ricerca di ispirazione dai viaggi che intraprendi, dai luoghi che visiti e dalle persone che conosci. Una cosa che si sente in buona parte delle

tracce è l’evidente ispirazione ai Green Day, mai direttamente ad una canzone in particolare, ma ci sono tanti piccoli aspetti nella loro musica che li ricorda (vi giuro che non lo faccio apposta a trovare band del genere). Fondamentalmente il loro modo di attingere a queste sonorità è abbastanza personale, ma il cantato non può che ricordarmi il Billie Joe di qualche anno fa, d’altronde, come ho già detto, la voce non è particolarmente acuta. La cosa che rende il tutto ancora più particolare è che le influenze si mescolano in ogni singola canzone, è possibile sentire qualche riff alla Who, ma anche i Buzzcocks sono ben presenti in alcune tracce, il rock and roll si intrufola in qualche assolo e il tutto diventa qualcosa che conosciamo bene, ma che la band riesce comunque a fare a modo proprio. Ad ogni modo l’album è una piacevole compagnia, le tracce non faticano ad entrare nella tua playlist, la musica risulta adatta a diversi stati d’animo, si svincola tra apatia, rabbia, malinconia, ma anche allegria e ironia. E’ musica che porta ad uno stato di consapevolezza personale, apre gli occhi e insegna a guardare determinati punti della propria vita da un’angolazione diversa, almeno per me è stato così. Probabilmente, tralasciando le grandi release che ci ha portato il 2016, lo considero l’album dell’anno ormai passato e non nego che sono in trepidante attesa di sentire nuovo materiale che fonti ufficiali ci confermano essere programmato all’uscita per quest’anno, con le stesse influenze che hanno caratterizzato la prima release, quindi stessa attitudine, tanta nuova bella musica. 33


Il 2016 per i Green Day è stato un anno davvero interessante, e pensare che molti fan si erano già rassegnati all’idea che sarebbe passato ancora del tempo prima di una nuova release. E invece arriva agosto e con il caldo afoso anche la notizia di un nuovo singolo, si scopre che la band ha praticamente un album già pronto al quale lavora da circa un anno. Non dicono a nessuno di star registrando, né al manager, né al produttore, né alla casa discografica, anche se qualche indizio lo buttano sull’unico social che li vede presenti (Instagram), ed ecco che annunciano l’uscita di Revolution Radio, primo lavoro autoprodotto dal 2000. Considerando le montagne russe sulle quali sono stati legati dal 2012 non ci si poteva aspettare di meglio, una nuova salute mentale e fisica li caratterizza, sono più spontanei, sono più sinceri con se stessi e con i fan. E’ importante considerare che dopo una crisi come quella che hanno affrontato loro le strade da intraprendere sono due, o ti lasci trasportare dalla quiete, o ti lasci travolgere ancora una volta dai problemi, e loro la serenità l’hanno accolta a braccia aperte, dal punto di vista emotivo il tutto risulta infatti più rilassato, più allegro e 34

più ottimista.
I cambiamenti sono evidenti, i tre tornano ad avere quell’alchimia di qualche anno fa, Billie Joe mostra notevoli migliorie nel cantato, hanno voglia di reinventarsi e continuare a crescere, cambiamo studio di registrazione, creano loro stessi Otis, mettendo in vendita lo storico Jingle Town, più sorrisi meno rancori, da fan è qualcosa che non avrei più pensato di vivere in casa Green Day.

Revolution Radio ha appena dodici canzoni per quarantacinque minuti di album, cosa che non succedeva da tantissimo tempo, quarantacinque minuti di semplicità, volumi potenti e tanta voce. L’album inizia pacatamente, con una melodia leggera ed arpeggi di chitarra a fare d’accompagnamento alla voce sobria, in tutti i sensi, di Billie Joe. La rabbia non tarda comunque ad arrivare e la canzone esplode in una musicalità travolgente che apre l’album con Somewhere Now. Già la seconda traccia, e primo singolo estratto, Bang Bang, pompa aggressività, velocità e freschezza. Basso e batteria anticipano l’esplosione della chitarra, i riff sono simili a quelli di St. Jimmy, ma ben venga,


funzionava bene quella canzone, funziona bene anche questa. Il testo, scritto direttamente dal punto di vista di un serial killer, trasmette tutta la follia e i cori incorniciano il tutto in uno scenario macabro e violento. 
Dalle sparatorie di massa si passa alla tipica voglia di rivoluzione che fin da Dookie infiamma i cuori dei tre, la title track dell’album è meno veloce della precedente, l’inno rivoluzionario e patriottico della classe operaia si eleva dallo stereo, inquadrando perfettamente il lavoro che ha voluto fare la band.
 Nonostante fino a questo punto dell’album siano sonorità a noi ben note non va sottovalutata la quantità di influenze che spaziano da Ramones a Who e Led Zeppelin (Billie Joe stesso ha dichiarato di aver suonato diverse volte la chitarra con l’archetto, proprio come faceva Jimmy Page). Si passa da storie di vita, Outlaws, che molti considerano il proseguo di Christie Road, ma che per me è uno sguardo nel passato dei tre, nella loro adolescenza, forse con un velo di malinconia; a riassunti del periodo storico che stiamo vivendo, Troubled Times; da allegre e dolci, proprio come la Coca Cola alla ciliegia citata da Billie, canzoni d’amore, Youngblood; alla divertente energia

di Bouncing Off The Wall. 
La settima traccia è la più introspettiva, sincera e travolgente delle canzoni che Billie Joe abbia mai scritto. Still Breathing musicalmente può essere considerata tante cose, è semplice, essenziale, morbida, ma è proprio questa sua semplicità a renderla eccezionale, bastava così poco per completare una canzone con un testo così profondo. Un viaggio lungo i momenti più duri della vita del cantante, ma anche un’invito a non darsi per vinti. Una luce di speranza che ha acceso i cuori di molti fan e ha portato una nuova ventata d’allegria alla band. La penultima traccia, Forever Now, è la più lunga delle 12, quasi 7 minuti di canzone, perché dopo Jesus of Suburbia ad ogni uscita riservano una long track. Cambi di tempo e musicalità rendono il risultato perfetto, facendo risultare la traccia un mash up di inediti. Decisamente interessante la ripresa della prima traccia, la perfetta chiusura per un album, se non fosse che i Green Day non si smentiscono mai e decidono di mettere in chiusura una ballad scritta da Billie per il film indipendente nel quale ha coperto il ruolo del protagonista, Ordinary World. Acustica, voce e tanta dolcezza.
L’album nel complesso contiene un po’ tutto, quella rabbia all’American Idiot ritorna nei ritornelli, la ricchezza musicale alla 21st Century Breakdown si sente in diverse tracce, di sicuro è tutto molto distante dalle 37 canzoni che ci sono giunte con l’ultimo trittico di album uscito nel 2012, ma anche quello sprizzo di gioventù alla Dookie, è un viaggio attraverso diverse ere. 35


Photo by Henry Ruggeri


9 settembre 2016, ore nove del mattino, decidiamo di compare i biglietti per due delle quattro date invernali, riusciamo, con qualche destrezza tra bagarini che rubano i biglietti e siti che crashano, ad acquistare i biglietti per Torino e Bologna, e non è che ci siano bastate, ma lasciamo da parte il lato da fan. Il tempo vola in fretta ed è già il 10 gennaio, bugia, il tempo non vola mai in fretta, quindi dopo mesi d’attesa giungiamo a Torino, fuori dal Pala Alpitour non c’è molta gente, e come dar torto a coloro che hanno preferito restare sotto i piumoni piuttosto che al gelo? D’altronde l’attesa prima dell’apertura dei cancelli è stata venditori ambulanti di merch imbarazzante e una nevicata incessante che ha avuto inizio alle 13 e ha continuato fin dopo l’apertura dei cancelli. Analizziamo una cosa per volta e partiamo dicendo che il Pala Alpitour non è sinceramente un posto dove accorrerei per assistere ad un altro concerto, l’acustica lasciava abbastanza a desiderare, e pensare che la band ha passato tre giorni a provare; per l’organizzazione niente da dire, eccellenti dalla mattina al pomeriggio, peccato il torturante ritardo di mezz’ora all’apertura dei cancelli, la neve che fiocca sulla propria testa con la temperatura a -1 non è di certo la miglior cosa, ma forse che nevicava si è capito e dovrei smetterla di ripeterlo. Finalmente entriamo, raggiungiamo la quarta fila e al caldo il tempo passa decisamente più in fretta rispetto alle dodici 38

ore passate al gelo, vi giuro che è l’ultima volta che lo dico. Arrivano le 19:30 e salgono sul palco i The Interrupters, band che li ha accompagnati per buona parte del tour europeo, l’antitesi dei Green Day con uno ska dalla voce femminile, divertente, veloce, ma con una componente emozionale non indifferente. E’ stato inoltre davvero soddisfacente vedere piccoli gruppetti che timidamente canticchiavano le loro canzoni, vuoi perché li conoscevano da prima, vuoi perché li hanno cercati appena letto il loro nome come band d’apertura. Nonostante mi siano piaciuti tantissimo devo dire che a primo impatto sono sembrati un po’ acerbi, probabilmente era la prima volta che si esibivano di fronte a così tanta gente (se leviamo esibizioni come quelle al Vans Warped Tour), quindi nulla da rimproverare, anzi. Un set di mezz’ora che mi ha fatta innamorare di canzoni come By My Side, Take Back The Power e A Friend Like Me, ma in particolar modo di Family, peccato per l’assenza di Tim Armstrong. Ore 20:30 inizia Bohemian Rhapsody e tutti noi sappiamo che a breve saliranno sul palco, così si canta, a squarciagola, con lo sguardo puntato al soffitto e il sorriso stampato sulle labbra, finito il capolavoro dei Queen corre davanti la passerella la mascotte da ormai quasi dieci anni, il Drunk Bunny è pronto a farci scatenare sulle note di Blitzkrieg Bop, l’ultimo piccolo passo e tutto avrà inizio ed ecco le note di Ennio Morricone, Il Buono, Il Brutto e Il Cattivo, salgono sul palco i californiani e in pochi


attimi è un’esplosione. Know Your Enemy apre le danze, unica traccia di 21st Century Breakdown, è anche la prima occasione per un fortunato fan di salire sul palco per un veloce saluto allaband e un tuffo sul pubblico. Lo show parte velocemente, Bang Bang e Revolution Radio presentano il nuovo release della band, al massimo delle nostre aspettative. Si torna nuovamente qualche anno indietro, Holiday, Letterbomb e Boulevard of Broken Dreams arrivano a braccetto in un’escalation di emozioni contrastanti, dalla rabbia ferruginosa di Holiday, all’inno rivoluzionario di Letterbomb, alla malinconica Boulevard of Broken Dreams che, ormai da tradizione, viene intonata dai fan già sulle primissime note dell’intro. Poi è il turno di pietre miliari come Longview, Welcome to Paradise, Brain Stew, Christie Road, Burnout, Scattered, Hitchin’ a Ride, Basket Case, She, When I Come Around e Waiting, l’ordine è sparso e nel mezzo si trovano tracce come la nuovissima Youngblood, e l’inaspettata Jaded, canzone che non veniva suonata dal 2011, grande onore averla sentita live.
 Ovviamente in scaletta non poteva mancare King for a Day seguita da tre brevissime cover, Shout, Satisfaction e Hey Jude. Penultime del set, prima dei due encore, Still Breathing e Forever Now. Still Breathing live è qualcosa distante anni luce da ciò che la band ha portato alle nostre orecchie dallo studio di registrazione, vuoi per la componente emotiva, la versione live mi ha convinta ancora di più che sia la canzone più sottovalutata dell’ultimo album,

infine Forever Now. 
Nel primo encore non poteva mancare ovviamente American Idiot, ma sopratutto non poteva mancare Jesus of Suburbia, un po’ l’inno di tutti i fan dei Green Day, sfido chiunque a dirmi che non si è mai rivisto in quelle parole. Tutti scendono dal palco, ma sappiamo benissimo che manca qualcosa, ed ecco spuntare nuovamente Billie Joe con la sua acustica in spalla, pronto ad esibirsi in due ballad, una Ordinary World, la canzone d’amore giunta a noi da Revolution Radio, e l’immancabile Good Riddance che ormai dall’anno del suo rilascio chiude tutti i loro show.
 Al loro rientro in Europa dopo quattro lunghi anni ed esperienze non proprio piacevoli per i fan Italiani (vedi Heineken Jammin’ Festival 2010 & Iday Festival 2012), la band è al massimo della sua forma, l’allegria è contagiosa, non mancano i discorsi iconici di Billie Joe e la sceneggiatura è così essenziale, fuochi d’artificio, fiamme e cascate di luci, da rendere il tutto magico. Finisce il primo live del tour europeo e la malinconia si fa già sentire, ma a solo tre giorni si ripeterà tutto e allora torna l’adrenalina e tornano i sorrisi. Nonostante anche a Bologna le temperature non superino il singolo grado, va decisamente meglio, non nevica, la pioggia si presenta per solo un’oretta e verso tardo pomeriggio le nuvole si aprono lasciando travedere uno squarcio di cielo sereno all’orizzonte, fin qui tutto bene, coda alla mattina in compagnia di ottima gente e si aspetta impazienti l’apertura dei cancelli, 39


apertura che avviene allo stesso identico orario di Torino. Nel primo pomeriggio solari e pimpanti ci raggiungono anche due quinti dei Mr. Day, Tommy e Diego. Piccola nota sull’Unipol Arena: sono rimasta piacevolmente soddisfatta dall’organizzazione, a parte qualche disguido iniziale sul dove sarebbe dovuta iniziare la fila, è andato tutto bene; nonostante si trovi a quasi 40 minuti di strada da Bologna raggiungerla è stato facile, anche in prima mattinata; il guardaroba utilissimo, perché diciamocelo, gli zaini con i vostri cappotti contro il mio stomaco non è la cosa che ricordo più piacevolmente di Torino, piccola pecca per il prezzo, sto già pagando una cifra non indifferente per assistere all’evento, magari

ridurre il costo (5€) sarebbe opportuno. Ad ogni modo alle 18:30 entriamo, non si corre e questa volta non per richiesta della security, ma perché l’asfalto ghiacciato non è per nulla invitante, riusciamo a raggiungere la seconda fila, la posizione è abbastanza laterale, ma se consideriamo che per la maggior parte del live Billie Joe e Mike venivano a farci visita non è stata per nulla una cattiva scelta, anzi, penso che con la presenza degli early entry non potessi desiderare di meglio. Potrei lasciare andare la fan che c’è in me e raccontarvi di quanto sia stato emozionante avere Mike davanti che ci ringraziava mimando con le labbra “grazie mille”, o quanto fosse esaltante Billie Joe che suona la chitarra praticamente ad un metro dalla tua faccia,

Photo by Henry Ruggeri


ma non lo farò. (E invece l’ho fatto). The Interrupters nuovamente fantastici, molto più divertenti del primo live, vuoi perché loro ci stanno prendendo la mano, vuoi perché era la seconda volta che li vedevamo live e in un certo senso la connessione era ben diversa, inoltre li abbiamo visti decisamente meglio di Torino, dove uno spilungone decise di piazzarmisi davanti per tutta la durata del set e per chi mi conosce sa che non sono certo famosa per la mia statura elevata.
 Ad ogni modo la storia è sempre la stessa, è una meravigliosa routine che riviviamo per la seconda volta nel giro di pochissimi giorni. Sono dell’idea che i Green Day siano una band talmente genuina da non abituarsi mai all’emozione del suonare live, la crescita dell’esibizione da Torino a Bologna è stata di sicuro non indifferente e sono apparsi più sciolti, più divertiti e più rilassati rispetto alla loro prima esibizione. Questa volta i fan a salire sul palco sono tre, di cui due bambini (al piccolo Yuri viene anche regalata una chitarra dopo che ha suonato Knowledge con il resto della band). Billie raccoglie vari oggetti dal pubblico, sciarpe del Bologna e polli di gomma, e da sfoggio delle sue migliorie in italiano.
 La scaletta è quasi identica a quella di Torino, mancano Waiting, Brain Stew, Jaded, in compenso suonano Minority e Knowledge. 
L’acustica è nettamente migliore, almeno riesco a sentire sia la voce principale che i cori senza dovermi sforzare troppo di capire cosa stiano cantando. L’emozione gronda dalle nostre fronti, nessun difetto, nulla da

rimproverare a nessuno, coinvolgenti più che mai, nonostante il grande numero di persone presenti in quel palazzetto è la cosa più intima alla quale io abbia mai assistito, riescono a ricreare ancora quell’atmosfera di famiglia che nel caso di band di un certo calibro tende sempre a sciogliersi con il passare del tempo. Finisce anche la seconda delle date alle quali abbiamo assistito, 44enni che fanno una scaletta da circa 30 canzoni e più di due ore di set, cose rare delle quali abbiamo sempre più bisogno. E so che sembrerò di parte, so che scrivere questo report è un grosso rischio, ma ciò che riescono a lasciarti nel cuore è qualcosa di indescrivibile, è qualcosa che solo chi lo ha vissuto può capire, possono piacere come non possono piacere, nessuno vi obbliga ad ascoltarli, anzi, mi piacciono le cose di nicchia, ma se non riconoscete che di band così non ce ne sono più è solo perché non volete ammetterlo a voi stessi.


Intanto ciao Snafu, ovviamente siamo più brave di te e questa non sarà un’intervista pungente come le tue, ma speriamo ti divertirai comunque come ti sei divertito a vagliare il fronte nemico. Intanto è sempre una sorpresa che una zine come la tua supporti la nostra, penso che non siamo sempre sulla stessa lunghezza d’onda, ma fa davvero piacere, adesso iniziamo con le domande che dilungarsi non fa mai bene. Come fai a sapere sempre tutto? Sappiamo che hai diversi soldati al tuo comando, ma è incredibile come ogni notizia, sopratutto quelle imbarazzanti (come il trenino al Montecio Cool Kids), giungano alla tua redazione. Ciao carissime e prima di tutto grazie per lo spazio che date alla mia Caserma. Il segreto è semplice, ho fatto anni e anni di corsi di spionaggio ad altissimo livello che mi aiutano a tenermi aggiornato su tutto quello che succede nella scena. Oppure, se volete vederla in modo più umile, siamo talmente in pochi a partecipare a questa comunità che le voci girano in fretta...basta rimanere comodamente seduti sul divano e aspettare. Nel caso del trenino di Montecio il video è diventato virale in tempo zero…giustamente. Non ci siamo mai incontrati, eppure nella nostra intervista ci hai messe in ordine di 42

seno, allora vuoi dirci chi sono le tue spie? (Bianca non l’ha presa poi troppo bene). Mi ricollego alla risposta appena data... anni di esperienza e di missioni all'estero con finalità di ricerca e acquisizione obiettivi mi sono stati molto utili. Poi nel caso specifico i vostri account Instagram sono stati come un libro aperto per me. Bianca non te la prendere, nella botte piccola c'è il vino buono. Visto che ormai La Mesa è la mecca del punk rock per molti aspetti, ci chiediamo quando ci onorerai della tua presenza. Effettivamente La Mesa ha raggiunto il suo apice durante un mio personale periodo di


pigrizia verso la dimensione live. Mi annoio facilmente e mi piace farmi desiderare. Questo ha impedito una mia visitina agli amici veneti a cui spero di porre rimedio entro il 2017. Non mi dispiacerebbe suonare a La Mesa, ma attualmente non ho una band con cui poterlo fare per colpa del pluricitato Lollo. Mi piacerebbe venirci a vedere gli Snipers perchè sono grandi amici, ma sono sicuro che al momento opportuno riuscirei a trovare qualche scusa per paccare.... una qualunque tipo la grandezza irrisoria delle tette di Bianca. Da dove arriva il nome Snafu? Io lo darei ad un cagnolino, ma lasciamo stare, raccontaci un po’ del tuo progetto, come è nato, come è cresciuto, chi ne fa parte, insomma, sbizzarrisciti. Snafu nasce il 1 Gennaio 2012 a seguito della morte di Cool Kids, il blog che gestiva il buon King Kallo e con il quale collaboravo assiduamente. Mi è sempre piaciuto scrivere di musica per le webzine, ho iniziato a 17 anni fondamentalmente perchè ero un nerd represso con i brufoli. Ora che sono passati 13 anni per fortuna i brufoli sono scomparsi, mi sento un po' meno represso, ma mi è rimasta la voglia di far sapere a 4 stronzi la mia opinione sulla musica che ascolto. Da queste premesse nasce SNAFU. Il nome deriva da un termine in uso presso l'esercito americano che esprime bene uno stato d'animo di perenne sfiga. Sono appassionato di queste “cose militari” e quindi, non avendo un cane, ho usato il nome per il blog. Fin da subito mi sono circondato di alcuni

amici fidati (Rehab, Flavia, Unclepear e Romance) in modo tale da poter garantire varietà musicale e un aggiornamento costante di articoli. Col tempo si sono aggiunti Numidio, Machete e Ballantine's e per adesso, chi più chi meno, sono riusciti a sopravvivere alla guerra. Grazie a loro ci siamo espansi anche nelle altre regioni d'Italia. Poi in realtà in Caserma abbiamo anche 2 donne...una lo sa ma non ci aiuta mai, l'altra non lo sa e fa di tutto per non aiutarci. Loro sanno che sto parlando di loro quindi le saluto con un bacio. Giriamo la domanda che hai fatto a noi, secondo te le vostre recensioni sono utili? E cosa ne pensi delle nostre? Secondo me al giorno d'oggi una recensione è utile solo se ti fa scoprire una band figa che non conoscevi, ma anche in questo caso la tua scoperta è totalmente indipendente dal contenuto della recensione. Non penso ci sia gente che si faccia influenzare da quello che scriviamo. Per questo motivo quando ne scrivo una cerco sempre di provocare una risata o al limite una provocazione...per cercare di regalare al lettore una piccola emozione di qualche secondo (come quando faccio l'amore insomma, dato che si parla di secondi). Se la recensione è fredda la trovo totalmente inutile. Diciamo che metto sullo stesso piano recensioni e barzellette. Se una barzelletta ti fa ridere la racconti in giro...lo stesso dovrebbe valere per gli articoli del mio blog. Secondo me – dall'alto di questo 43


grandissimo cazzo – voi siete nella fase in cui recensite con entusiasmo solo cose che vi piacciono (ed è ok ovviamente), ma prima o poi dovrete sporcarvi le mani cercando di guadagnare la reputazione di webzine onesta e non paraculo. Anche perchè sicuramente non potete fare affidamento sulle tette, quindi dovete per forza buttare tutto in reputazione. Avete presente I Buy Records? Ecco...è l'esempio da non seguire. Che linea guida seguite? Come scegliete gli album da recensire? Seguite un filo logico o è tutto alla cazzo? E per le interviste? Scegliete la gente che vi incuriosisce o vi piace solo stuzzicare un po’ di gente? Diciamo che in Caserma c'è libertà quasi assoluta. L'unico divieto viene messo sulla politica, argomento tabù per il mio blog. A parte Virginia Raggi...potremmo parlare di Virginia per ore in Caserma. Quando uno di noi ha voglia di recensire un disco semplicemente lo fa senza chiedere. Abbiamo gusti musicali simili ma allo stesso tempo molto diversi quindi ci completiamo tutti a vicenda. Poi abbiamo anche parecchie richieste da parte di band che ci inviano materiale e di cui al 90% me ne occupo io. Proprio per questo motivo un buon 60% di questo materiale non viene recensito... non riesco a starci dietro e non tutte le band mi colpiscono al primo ascolto, quindi mollo il colpo. Ci piacerebbe essere più puntuali, ma alla fine abbiamo tutti delle missioni da fare e quindi...il tempo è poco per noi soldatini. Intervisto solamente gente che mi incuriosisce, un po' come se fossimo al 44

bar...non parli con tutti, ma solo con chi pensi abbia qualcosa di interessante da dirti. Quindi sì, anche voi rientrate in questa categoria. Stuzzicare la gente è il mio modo di dimostrare affetto. Cosa ascoltate in caserma? Stamattina ero con il Pvt.Rehab a fare addominali e si è sparato a tutto volume il garage punk post greendayano degli Spring King e poi a raffica i Beach Slang. Pvt.Flavia durante l'ultimo lancio col paracadute aveva nelle cuffiette l'ultimo dei Menzingers e gli Iron Reagan. Pvt.Romance nel suo carro armato ultimamente mette solo i Black Sabbath. Io sono appena stato al concerto dei Sum 41 e ho in heavy rotation il loro ultimo disco, una bomba atomica. Gli altri soldati sono in missione segreta, quindi hanno l'ordine di rispettare il silenzio radio. La cosa più figa della scena che ho ascoltato in questo periodo però è l'EP dei Maybe Wonders. L’album più brutto del 2016? Quello nuovo dei NOFX, quel drogato di merda di Fat Mike non ne azzecca una da anni oramai....e tieni conto che sono la mia band preferita di sempre (Ramones a parte). L’album che aspetti dal 2017? Spero qualcosa di nuovo dei Not on Tour. In alternativa lascio al 2017 la possibilità di stupirmi. Raccontaci un aneddoto divertente successo in caserma! Guardate, in Caserma c'è sempre un gran via vai tra missioni, addestramento e burocrazia... ci vediamo davvero poco purtroppo.


Per fortuna abbiamo una chat su Facebook nella quale spariamo tante di quelle cazzate che se finisse nelle mani sbagliate saremmo tutti nei cazzi. Probabilmente anche voi avete una chat zozza in cui ne sparate a raffiche, vero? Però ti posso assicurare che le storie migliori che ci raccontiamo riguardano il nostro Pvt.Romance... altresì noto come “lo stantuffo di Rozzangeles” e badate bene che a Rozzangeles manco ci abita. Questo vi può far capire cosa abbia combinato quel vecchio cristaccio di soldato durante le sue libere uscite nella pericolosa Milano Sud. Il Pvt.Machete ha anche creato per l'occasione una fortunata serie di fotomontaggi che ci hanno spaccato in due di risate. Ovviamente condividiamo cumshot...

ehm volevo dire screenshot solamente in cambio dei vostri. Leggerai il nostro primo numero solo perché si parla di te o abbiamo smosso la tua curiosità? Dato che vi seguo da un po' sono curioso di vedere cosa vi inventate con il vostro progetto, quindi sì vi avrei letto lo stesso. Sono sempre alla ricerca di cose belle e che mi siano di ispirazione e poi confido molto in voi perchè solamente la patata può smuovere la scena. Secondo voi perchè i Teenage Bubblegums fanno i tour europei e i Volkov no? Ecco, appunto..... Tuttavia, come vi dicevo, mi annoio facilmente quindi magari tra 2 mesi tolgo il sito dai miei preferiti di Firefox e vi saluto con simpatia. Al massimo ci si annusa su Instagram.

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Ogni tanto anche Verona regala qualche sorpresa e tra tutto il metal che scorre nell’Adige si fa strada un quintetto fresco di stampa, i Soundeep. Intanto mi piace il nome, non so perché ma mi è rimasto in testa e mi ha subito dato un’idea di cosa aspettarmi dal loro disco di debutto. Il quintetto si forma nel 2014, ma per alcuni di loro non è la prima esperienza in campo musicale e hanno tutti già militato nel mondo dell’hardcore. The Shades Of All Your Eyes viene prodotto dalla Duff Records e contiene sei tracce, una piccola nota, queste sei tracce mi lasciano leggermente confusa, non per il contenuto di esse, ma perché non so bene se sia giusto parlare di album o di EP poiché mi sembra troppo corto per essere definito album, ma anche troppo lungo per essere definito EP; ad ogni modo una regola ferrea non c’è (e anche ci fosse perché non infrangerla?) quindi va bene così, non è di certo nulla di importante, solo una mia piccola considerazione personale. 
Le sei tracce si snodano in un genere ben distante da ciò che ascoltiamo abitualmente in redazione, o meglio, tutto ciò che ascoltiamo abitualmente in redazione è stato concentrato in esse, le sfumature sono diverse e le sonorità spaziano dal rock a piccoli sprizzi di punk a qualche pizzico di metal con un’aggiunta di un hardcore melodico, in effetti non so bene come focalizzare il disco, non so come categorizzarlo, ma non sono costretta a farlo quindi penso semplicemente che alla base 46

di tutto ciò ci sia tanta sperimentazione e tanteinfluenze varie. 
Nel complesso risulta ben strutturato, si passa da tracce più veloci come Fields of Discontent ad tracce più armoniche come Things I’ll Never Forget e Alliance. La presenza di così tanti elementi all’interno delle varie tracce mi lascia in certi punti perplessa, ci sono davvero tante piccole cose che si legano e che per certi versi funzionano bene, per altri non mi convincono in pieno. 
Dal punto di vista musicale la band ha fatto un ottimo lavoro, sanno il fatto loro e tecnicamente risulta abbastanza pulito, il cantato non è tra quelli che più mi è rimasto impresso, ma è comunque pulito, così come il songwriting, non dei miei preferiti, ma funzionale. Nell’insieme c’è qualcosa che lega il tutto armonicamente. 
L'artwork è particolare, nulla che mi era mai capitato di vedere prima, non credo rispecchi a pieno il contenuto del disco, ma secondo me si lega bene con il lavoro della band. Purtroppo non sono rimasta particolarmente colpita alla fine dell’ascolto, sicuramente come esordio è da considerarsi un’ottima partenza e solo il tempo potrà dirci se questa loro attitudine così varia funzionerà o meno, sono quindi curiosa di sentire cosa ci riserveranno per il futuro.


e i z Gra


The unknown  

The first issue of our webzine is finally ready! Take a look to the world of indipendent punk rock music and enjoy some awesome pics!

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