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the trip N째7 maggio - giugno 2011 / free press Coney Island Samarcanda / Giamaica Sardegna / Thailandia Jones / Coppola thetripmag.com


H2O A 14 anni avevo un fissa: andare a Capo Nord. Volevo trovarmi nel punto più estremo di Europa per

guardare il Polo nord dal mare. E quando dopo anni sono finalmente arrivata nella minuscola isola in cima alla Norvegia la delusione è stata enorme. Il Polo nord non lo vedi, sei circondato da camper di italiani che sfruttano il sole di mezzanotte per cucinare pasta asciutta e braciole di maiale e l’unico

bagno che puoi utilizzare è quello dell’enorme centro commerciale costruito nella roccia a picco sul mare, dove non esiste una bottiglia d’acqua H2O ma è tutto al sapore di mirtillo e fragola e una mela la paghi come una cena a base di sushi. Ma era il mio sogno. Ed ero così felice di essere arrivata finalmente al mio agognato obiettivo. Perché dentro la parola viaggio esiste tutta questa aspettativa.? Perché quando sai di essere in partenza sei così euforico? Perché quando stai per imboccare la statale che apre le porte alla tua meta ti senti così leggero? Anche se di fronte a te hai chilometri e chilometri da affrontare? Dove finisce l’incazzatura tipica del lunedì mattina quando ti trovi bloccato in mezzo al traffico e mezzo metro significa mezz’ora di tempo? Eppure sembra che non ci sia più niente da scoprire. Che dal vocabolario possiamo anche eliminare la parola “inesplorato” perché tra Marco Polo e Cristoforo Colombo non esiste più terra calpestabile a noi sconosciuta. Almeno in questo mondo. Hai la sensazione che oggi con internet puoi essere ovunque. Che lo spazio viene abbattuto dalla comunicazione. Sei dove vuoi, con chi vuoi e quando vuoi in tempo reale. Ed è vero. Puoi accorgerti - restando comodamente spaparanzato sul divano di casa tua con Bob Marley che canta a squarcia gola dal tuo stereo - che lo storico Luna Park di Coney Island di New York è stato chiuso e per fortuna poi riaperto. Oppure trovarti a discutere con un tuo amico che vive in Uzbekistan riguardo l’ossessivo accoppiamento del re della giungla in Tanzania. Puoi parlare contemporaneamente con tua cugina che si sposa a Samarcanda e la tua vecchia compagna di scuola che si è trasferita a San Pietroburgo. E allora cos’è quel pizzicorio dietro il collo che non lascia spazio se non al sorriso che ti invade il corpo quando il passaporto è timbrato e le valige si possono sfare? Credo che le motivazioni possano essere infinite come i nostri pensieri. Libertà, curiosità, amore. Amore per noi stessi che concediamo una sorta di regalo alla nostra anima. Perché quando siamo in viaggio tutto ci sembra più bello, più entusiasmante, più inebriante. Le nostre percezioni di colpo raddoppiano e quelli che saranno ricordi avranno il gusto dell’indelebile. Dettagli di immagini e profumi di una specifica area geografica. Uscite dalle vostre stanze allora. Perché non potere sapere quello che vi aspetta, perché non potete rinunciare a scoprirlo. Perché scoprendo voi stessi, scoprirete un altro pezzettino di mondo. Erano nove ore che guidavo ininterrottamente per affacciarmi su quella scogliera. Brividi di stanchezza e vertigini accompagnavano la mia delusione e il mio sonno. Il giorno dopo però, con il sole mai tramontato che ricominciava a salire, un sentiero serpeggiava sul Mare Artico. Non riuscivo a distinguere la nebbia dalle onde del mare. Un paesaggio lunare schiarito da un tramonto interminabile. Le gambe indolenzite dai 9 km percorsi per arrivare sul promontorio di Knivskjellodde. Di fronte a me il Polo nord. Valentina Diaconale

"Crash" di Mateo


sommario

Diffusori di Cultura Olfattiva

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04 editoriale

eventi dal mondo

carnevale di Lula

26 Giamaica

Cuba

la tribù dei Kaluli

Gaeta

60

64

66 Sofia Coppola

70

68 portfolio

redazione the trip N° 7 maggio/giugno 2011

sede redazione via Francesco Satolli 30 - Roma

direttore responsabile Valentina Diaconale art director Andrea Bennati responsabile redazione Francesca Rosati redazione Claudia Bena e Paolo Valoppi photo editor Martina Cristofani responsabile web Veronica Gabbuti responsabile marketing abc project

Registrazione Tribunale di Roma n. 329 del 6 ottobre 2009

editore the trip s.r.l. via Apollo Pizio 13 - Roma centro stampa Arti Grafiche s.r.l. via Vaccareccia 57 - 00040 Pomezia

via Vittoria, 52 - 00187 Roma (Italy) viavittoria@campomarzio70.it phone: +39.06.69922170 www.campomarzio70.it

inviati

Thailandia

i gatti dell'Hermitage

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Contact:

Los Angeles

Coney Island

i leoni della Tanzania

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33

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l profumo e' emozione. Il profumo e' ricordo. Il profumo e' arte. Il profumo e' incontro. Il profumo e' il viaggio. E il viaggio e' fatto di profumi.

Tobias Jones

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14 Samarcanda

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sede legale via Gasperina 188 - Roma

hanno collaborato Elena Adorni, Marco Costa, Roberto Gabriele, Cecilia Gatti, Maria Carla Gullotta, Anna Mastrolitto, Giulio Michienzi, Enza Migliore, Marco Monti, Giona Peduzzi, Alessia Pienzi, Roberto Riccardi, Alexandra Rosati, Salvatore Saldini, Dara Schafer, Gianmaria Schönlieb, Arianna Spagnolo, Matteo Tabacchini. foto Gerald Bruneau - blackarchives.it Daniele Canonici - tanger@libero.it Philippe Gigliotti - voyagesenpapouasie.com Ferdinando Kustermann - fkk@alfegroup.it Alessia Laodoni - alessialaodoni.com Simona Ottolenghi - simonaottolenghi.com

Giona Peduzzi - gionapeduzzi@gmail.com Alessia Pierdomenico - pierdomenico.com Gianandrea Rodato - vize.it Katherine Rose - katherine.rose@guardian.co.uk Francesca Tosarelli - francescatosarelli.com Simone Tramonte - simonetramonte.com La foto in copertina è di Francesca Tosarelli L’illustrazione dell’editoriale è di Mateo mateo-art.com contatti info@thetripmag.com thetripmag.com


EVENTI DAL MONDO a cura di Francesca Rosati

SEGNALACI ANCHE IL TUO

SEOUL (COREA) 5 MAGGIO – 10 MAGGIO “HI SEOUL SPRING FESTIVAL” Hi Seoul Festival di Primavera è un’esplosione colorata di cultura coreana attraverso spettacoli in tutta la capitale. Sfilano fantastici cortei accompagnati da musica tradizionale, ci sono riproduzioni di eventi storici gloriosi, esibizioni di arti marziali, di danza e di tante altre discipline tradizionali. Il tema del il 2011 è “performance non verbale”. hiseoulfest.com

BANGKOK (THAILANDIA) DAL 17 MAGGIO 2011 “VISAKHA BUCHA” Il momento migliore per visitare la città e il Wat Benjamabophit (Tempio di Marmo) è durante il festival di Visakha Bucha a metà maggio, quando i fedeli danzano intorno al Wat per tre volte, sorreggendo migliaia di candele, per festeggiare il compleanno del Buddha. Un’occasione per riflettere sulla vita. tourismthailand.org

ALAPUZZHA (INDIA) INIZIO GIUGNO “CHAMPAKULAM BOAT RACE” Le acque stagnati del Kerala sono famose soprattutto per le regate che si tengono durante il periodo della vendemmia. La secolare regata Champakulam è la prima della stagione e segna l'inizio di un mese di festeggiamenti che includono spettacolari giochi d'acqua, barche decorate e l’entusiasmante gara delle Chundans, le barche serpente lunghe oltre cento piedi. indobase.com/events

KYOTO (GIAPPONE) GIUGNO 2011 “TAKIGI NOH (OPEN-AIR JAPANESE THEATRE)” Attori giapponesi in bellissimi costumi e maschere Noh si esibiscono con le fiaccole attorno al Santuario Heian Jingu a Kyoto. Il Noh è una forma classica giapponese che combina elementi di danza, teatro, musica e poesia in un tutto estetico, eseguita da artisti professionisti, prevalentemente uomini, che tramandano la tradizione ai loro successori. Gli esecutori mascherati, accompagnati da un coro, eseguono le performance su una piccola

scrivi a info@thetripmag.com

LIPSIA (GERMANIA) MAGGIO – GIUGNO 2011 “WAVE GOTHIC MEETING” Il Lipsia Wave Gothic Meeting offre una gamma impressionante di concerti, mercati storici, teatri e cinema. Un numero enorme di bande, molto influenzate dal punk e da altri suoni "dark", riempie in questo periodo le strade della città. L’obbiettivo di questo festival è quello di riunire gli amici del romanticismo nero, per celebrare tutto ciò che ha a che fare con il mistero e l’oscurità. wave-gotik-treffen.de

VENEZIA (ITALIA) 2 GIUGNO “REGATA DELLE ANTICHE REPUBBLICHE MARINARE” La Regata delle Antiche Repubbliche Marinare è ospitata annualmente da una delle originali quattro Repubbliche Marinare Italiane. L’evento, che quest’anno si svolge a Venezia, si compone di un massiccio corteo storico, in cui ogni città presenta ottanta partecipanti che evocano particolari episodi o figure della storia medievale, e di una regata famosa per la sua intensità. comune.venezia.it

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INGHILTERRA 3 GIUGNO – 18 GIUGNO “WORLD NAKED BIKE RIDE” Una protesta pacifica, fantasiosa e divertente contro la dipendenza dal petrolio e la cultura dell'automobile. Una celebrazione della bicicletta e anche della potenza e dell’individualità del corpo umano. In diverse città del Regno Unito torna in scena la più grande protesta nuda del mondo: migliaia di corridori attraversano le città sfoggiando corpi nudi e decorati per mostrare la vulnerabilità del ciclista nel traffico. worldnakedbikeride.org/uk

CLAPHAM COMMON – LONDRA (INGHILTERRA) 12 GIUGNO “GET LOADED IN THE PARK” Dopo un anno sabbatico torna, per fortuna, un grande festival che si svolge in un’affascinante zona urbana nel sud di Londra. Giunto quindi alla settima edizione, l’evento scuote la capitale inglese attirando migliaia di visitatori. La line-up quest’anno prevede i Razorlight, The Cribs, i Noisettes, Darwin Deez e i British Sea Power. getloadedinthepark.com

TRAVELLING AROUND MUSIC GLASTONBURY INGHILTERRA - SOMERSET 22-26 GIUGNO foto di Alessia Laudoni

Glanstonbury, luogo di leggende e miti, è una piccola città che si distende nella magica Valle di Avalon nel Somerset, una delle più belle d’Inghilterra, a circa 50 km da Bristol. Ogni estate viene invasa da quasi 200.000 visitatori in occasione di Glastonbury, Festival of Music and Performing Art. Arrivare nella zona del festival è come entrare in un'altra città, dove miriadi di tende, roulotte e caravan fanno da preludio al magnifico spettacolo. Il macro evento, organizzato in un'area di più di trecento-

sessanta ettari, dal 1970 (esattamente il giorno dopo la morte di Jimi Hendrix) è un appuntamento per chi vuole godersi la musica in un’atmosfera di totale libertà, pura allegria e avventura. Ma è quasi impossibile riuscire ad entrare, sold out a poche ore dell’annuncio della line-up con quasi ventidue biglietti venduti al secondo! Se anche sarai fra i “pochi” ad essere riuscito ad ottenere uno di questi, dovrai saperti destreggiare tra le circa duemila performance e nel fango che caratterizza il festival dopo le quasi immancabili piogge monsoniche. Glastonbury non è solo musica, è anche sinonimo di teatro, danza, cabaret, circo e poesia, il tutto circondato da mercatini che offrono qualsiasi cosa di immaginabile. In definitiva il maggior spettacolo d’arte al mondo. Alcuni nomi per l’appunta-

mento con la musica nell’ultimo weekend di giugno del 2011: Local Natives, Gorillaz, Vampire Weekend, Muse, Scissor Sisters, Stevie Wonder, Norah Jones, The Flaming Lips, Hot Chip, Florence and The Machine, La Roux, Phoenix, Pet Shop Boys, Editors, The National, Orbital, lcd soundsystem, MGMT, We Are Scientists, Grizzly Bear, Groove Armada, Broken Social Scene, The XX, Gang of Four, Bonobo, Matthew Herbert Big Band, Beach House, Four Tet, Hyperdub with Kode9, Ikonika, The Chemical Brothers, Crystal Castles… e anche Shakira. Anna Mastrolitto e Ian Cerruti annamastrolitto.blogspot.com travellingaroundmusic.com in alto, Ezra Koenig il cantante dei Vampire Weekend


intervista

la nostra vita nei boschi di Francesca Rosati

Il traffico della mattina, la ricerca del parcheggio, le decine di marche di cereali sugli scaffali dei supermercati, il cellulare di ultima generazione che viene superato da quello di ultimissima generazione, gli iPod, iPhone, iPod touch, iPad, le abbreviazioni negli sms che hanno stravolto la comunicazione, quella vera. Le luci al neon dei negozi che si susseguono in una gara senza limiti, le centinaia di mete possibili per le vacanze estive, i gruppi pop che durano una stagione e hanno un nome già sentito, le tette siliconate, gli zigomi gonfi, i nasi alla francese e le labbra come canotti. Si può scegliere sempre, cambiare ogni cosa, anche noi stessi. Anzi, la società dei consumi ce lo impone. E così sempre più spesso viene la voglia di mollare tutto, alla ricerca di una vita più semplice, lontana dal consumismo sfrenato, possibilmente immersa nella natura. Ma anche lì non è tutto facile. Tobias Jones (classe ’72) è uno scrittore e giornalista inglese che ha vissuto a lungo nel nostro paese. Dopo aver pubblicato “The dark side of Italy” (“Il cuore oscuro dell’Italia”), ha visitato diverse comuni d’Europa in un viaggio durato un anno, seguito dalla moglie Francesca e dalla piccola Benedetta, la primogenita, e ha raccolto i suoi racconti in “Utopian Dreams”. Ma non gli è bastato. Da più di un anno porta avanti un progetto radicale e gestisce una “casa famiglia” nei boschi del Somerset, in Gran Bretagna. windsorhillwood.co.uk

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Cosa ti ha spinto a partire per un viaggio attraverso le comuni d’Europa? La natura sottile, pacchiana, gracchiante e temporanea della vita moderna. Vivere rincorrendo la cosiddetta “fine della storia” in cui sembra che nessuno abbia una risposta critica al modello di questo capitalismo individualistico e hard-core. Volevo cercare delle alternative. L’altro motivo, credo, è stato il mio interesse per la nozione del sacro, la curiosità di scoprire se, quando la religione è il coreografo di una comunità, il luogo funziona meglio di quando il coreografo è il nostro tanto decantato secolarismo. Nel tuo libro “Utopian Dreams” sostieni che chi vive insieme, ed è soggetto a regole comuni, gode di una libertà che chi vive isolato si sogna. Perché? La libertà da cui siamo ossessionati in Occidente non è libertà ma schiavitù. Siamo tormentati dall’avere sempre una scelta, senza renderci conto che questo significa non poter mai prendere una decisione, che può sempre essere battuta da un’altra decisione. Nulla è permanente o duraturo. Vogliamo mobilità, e così non mettiamo mai le radici. Vogliamo appartenere a tutto, e così perdiamo qualcosa di molto più importante: l’appartenere ad una cosa sola. Nella vita delle comunità si fanno scelte che possono essere a lungo termine o addirittura permanenti; si rinuncia ai possedimenti;


intervista

si trova l’appartenenza e il significato, e tutto questo è liberatorio. E con la divisione del lavoro si ha più tempo: ci si prende cura l’uno dell’altro invece di provare a fare tutto da soli. Ma l’appartenenza a un posto isolato dal resto del mondo non rischia di avere un effetto boomerang sulla propria libertà? Certo: le comunità possono spesso diventare dei ghetti, dei luoghi di evasione presuntosi ed esclusivi. Possono voltare le spalle al mondo invece di prenderne parte. E poi ci sono fattori più semplici come l’attrazione fisica o la repulsione, il fatto che alcune persone sono irritanti o non hanno un buon odore! I soldi, il sesso e la pulizia sono gli ambiti in cui le comunità falliscono sempre. Bisogna avere livelli più alti di tolleranza rispetto a quando si vive da soli. Quali sono i pregi e i difetti della “casa famiglia” dove hai deciso di vivere nei boschi della Gran Bretagna? Pregi: la gioia di conoscere davvero le persone, di vivere e lavorare al loro fianco. Cercare di aiutare le persone in crisi a trovare una via d’uscita. La felicità di osservare i bambini che studiano le piante e gli animali. Il fatto che una mano invisibile faccia le pulizie, o accenda il fuoco, o cucini i pasti. La sensazione di star facendo qualcosa di molto semplice ma anche piuttosto sacro. Difetti: la mancanza di privacy e di spazio personale. Vivere con persone con le quali non si sceglierebbe altrimenti di abitare. L’incredibile quantità di lavoro da fare. Il fatto che le persone si presentano aspettandosi una comune quando, in effetti, è più una casa famiglia. Le difficoltà economiche. I tanti pregiudizi e preconcetti su quello che facciamo.

un momento di relax nella casa famiglia

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Hai preso spunto dal tuo viaggio nelle comuni per creare questo nuovo mondo? Abbiamo imparato che una comunità ha bisogno di un leader più che di una dozzina di persone che meditano per avere una risposta, e che devi avere delle regole semplici e chiare (siamo una casa “asciutta”, nel senso che non è permesso l’alcol visto che qualche ospite sta combattendo la dipendenza). Ma la cosa più importante che abbiamo imparato è che una comunità esiste solo quando ha uno scopo, se serve a qualcosa oltre che a sé stessa. E si evita di trasformarla in un ghetto se c’è sempre posto per gli imbucati. Progetti per il futuro? Speriamo di convertire un altro fabbricato annesso in modo da creare più spazio per gli alloggi quest’estate. Vogliamo costruire una chiesa di balle di fieno e una sauna di legno, creare uno stagno e mettere su un orto. Abbiamo piantato trecento alberi quest’inverno, e ne abbatteremo parecchi per scaldarci il prossimo inverno. Stiamo cercando di produrre il prosciutto di Parma dai nostri maiali, visto che Francesca è di Parma! Costruiremo un bagno compost all’esterno e un forno di mattoni per la pizza. Stiamo iniziando una piccola industria con delle sedie fatte in casa. Ce n’è da fare! a pagina 10: Tobias Jones fotografato da Katherine Rose a pagina 11: falegnameria della casa famiglia


Samarcanda cittĂ d'amore di Giulio Michienzi foto di Daniele Canonici

moschea di Bibi Khanym


racconto di viaggio

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sul viale delle tombe, nella Necropoli di Shah - i - Zinda

passeggiata lungo le mura di fango che cingono il centro storico di Samarcanda

sopra un tubo giallo chiamato speranza giovani spose attraversano la via della seta per rifugiarsi nella grotta che ospitò Tamerlano “L’acqua sarà l’oro nero del futuro”, chi l’ha previsto non ha considerato questo paese, dove oro lo è già nel presente. Samarcanda; meta lontana se non nella distanza geografica, in quella fantasiosa, colorata e irreale nell’immaginario del viaggiatore. Sulle strade che hanno visto trasportatori di bachi e seta, commercianti di ieri e venditori di oggi, tra strettoie, donne che puliscono la strada a mano, carretti a trazione animale, venditori di ogni cosa commestibile e non, si accalcano su una “superstrada” che diventa mercato, poi campo coltivato, poi pascolo per mucche e pecore dall’abnorme fondo schiena. Sul bor-

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do delle strade dalla capitale parte un sogno concreto, una necessità colorata che non abbandonerà più l’Uzbekistan, ed arriverà fino ai confini di ogni paese, villaggio o città, ora stringendosi di diametro, ora ingrandendosi, il sempre presente tubo giallo che porta l’acqua dove può e se anche ne portasse poca, quella poca sarà sempre protetta dalle preghiere perché il tubo resista e non si rompa, per nessun motivo. Ognuna di queste case avrà la propria giara in terracotta fuori la porta, che nella parte est del paese verrà usata per cucinare il “samsa”, e nella parte ovest il “non”, che sono rispettivamente un tipo di

raviolo ripieno ed un pane fragrante e decorato al centro. Mentre il paesaggio intorno cambierà radicalmente fino a diventare deserto, gli incontri saranno di persone sorridenti che parleranno una lingua a voi sconosciuta, anche se li disturberete nella partita di backgamon, curiosi nel guardare i capelli di una donna, le scarpe, le mani, gli occhi. Forse tra diversi ci si prenderà anche un po’ in giro per gli abiti, e tra chi parlerà russo, turkmeno e uzbeko oppure ostenterà un limitato inglese e un italiano sicuro, tutti vorranno condividere un momento insieme senza nulla in cambio, se non la correzione di qualche verbo coniugato male.

I quartieri intorno al centro di Samarcanda frequentati dagli studenti delle università saranno teatro di un continuo scambio di battute con chi incrocerete passeggiando, di sguardi, di saluti a distanza, di sorrisi, di prese di coraggio per esternare un “good morning” di chi conosce soltanto qualche vocabolo, e di un dialogo fluido ed efficace di chi l’inglese lo conosce meglio di voi. E non sarà difficile proseguire il pomeriggio sorseggiando una fresca Sarbast (Birra Uzbeka) nel piccolo bar della piazza del Registan in compagnia di un nuovo amico. Le lingue, le forme, le culture e i costumi si mischiano in Uzbekistan e se Calvino non l’avesse già descritto a suo tempo in ogni angolo e sfaccettatura, lo farebbe ora con un moderno “le città invisibili” che pare scritto proprio da qualcuno di Samarcanda o Bukhara, seduto sui talloni, sul ciglio della strada, a guardare questo paese muoversi. Cresce il paese, con l’apertura ad un turismo sempre in aumento ed una ospitalità rara. resce la gente di ogni

ceto, quella che vive nel villaggio e si sposta a dorso d’asino, e chi studia Lingue all’Università con la speranza di ottenere un visto da turista, costoso, lontano quanto lontana è l’Italia (e chissà che sorpresa nel sapere che da noi pochi ascoltano Celentano e praticamente nessuno Toto Cutugno. E soprattutto che da noi la pasta Barilla “Cellentane” non esiste). Un paese che cresce e crescerà, forse aiutato anche dall’Unesco che però oltre ad appendere il logo fuori ogni moschea, madrassa o luogo antico potrebbe fare un po' di più ed aiutare a mantenere intatti i ritrovamenti archeologici e le meraviglie di cui l’Uzbekistan può vantarsi, perché se i visitatori possono toccare ogni oggetto esposto, ogni delicatissimo muro, ogni porta millenaria incisa a mano prima o poi le bellezze di questi luoghi saranno dimezzate. C’è già il vento a portare via ogni anno qualche millimetro degli splendidi ed enormi castelli di sabbia antecedenti Cristo nei deserti fuori le città dell’ovest. Quegli stessi castel-

li dove non sarà difficile trovare una scolaresca in gita, a passeggio tra rovine millenarie e turisti, pronti a fotografare ed essere fotografati, ed un punto nel deserto tra Yurte e cammelli diventerà luogo di scambio, di sorrisi, di fotografie, di stupore, di culture. Perché l’Uzbekistan è scambio, è incrocio. Pelli chiare e scure, occhi chiari e scuri, a mandorla e non, spalle grosse e strette, uomini grassi, magri, musiche d’influenza araba con basi pop, arti e mestieri d’Oriente e Occidente mischiati, religioni diverse, con prevalenze islamiche a seconda delle aree. Una mescolanza di razze, culture, modi di vivere, di vestire, che riporta alla memoria le cose lette a proposito della via della seta, e di come questa lunga strada sia stata luogo di scambi commerciali, ma anche cultura, arti e pensieri. Candidi e bianchi vestiti da sposa con merletti, veli e ricami ricorderanno quello che avrete usato per il vostro matrimonio, o quello che usò la vostra amica al suo. A Samarcanda incon-

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racconto di viaggio

trerete decine, centinaia, forse migliaia di abiti da sposa, perché questa è la città del matrimonio, non solo per la grotta che ospitò Tamerlano, ora usata dai giovani sposi come cornice al brindisi della loro unione, ma anche perché - come vi diranno se lo chiederete per la strada - a Samarcanda alle ragazze piace sposarsi, forse per il vestito da usare al matrimonio, forse per il coloratissimo abito da usare nei giorni seguenti la cerimonia, forse per il terzo più discreto, da usare nel mese successivo al giorno più importante della loro vita, forse per un futuro, per il desiderio di una casa, per il piacere di farlo, per gli stessi motivi di ogni altro matrimonio. Sotto un tubo giallo pieno di speranza si muove un paese dal fascino unico, una dimensione variabile di Asia e Occidente, un vero museo a cielo aperto, dove la parola più usata sarà “meraviglioso!” perché meraviglioso sarà il sorriso del bambino che chiede-

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rà, mettendosi in posa, una foto che possiate portare con voi, meraviglioso sarà il Registan di Samarcanda nella sua maestosità, meravigliosi saranno i colori dei mercati, meraviglioso sarà passare da una moschea ad una madrassa attraversando una strada, meraviglioso sarà camminare all’interno di un castello, non troppo ben conservato, ma più vecchio di Roma. E poi ancora: Khiva una città museo, Bukhara che dà la possibilità di passeggiare, mangiare, rilassarsi in uno dei centri storici più suggestivi che possiate incontrare, e altre mille meraviglie nascoste ed esposte. A cavallo tra storia e presente, tra Oriente e Occidente. Persone da portare nel cuore per il loro genuino “welcome in Uzbekiston” ce ne saranno a decine, e decine saranno i motivi per dire ad ogni amico di fare un viaggio in Uzbekistan. Ognuno di loro, come me, si sentirà un po’ Marco Polo. Salam aleikum O’Zbekiston!

sulla chiatta che collega le due sponde del fiume "Amu-Darya" a sud di Nukus

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DETTAGLI DI VIAGGIO VISTO TURISTICO UZBEKO 15 gg PRESSO L’AMBASCIATA: 60 EURO PRENOTATI CON AGENZIA UZBEKA TRAMITE E-MAIL: LETTERA DI INVITO NEL PAESE, 11 NOTTI, 2 TASKHENT; 3 SAMARCANDA; 3 BUKHARA; 3 KHIVA, CON COLAZIONI, MACCHINA CON AUTISTA PER SPOSTAMENTI DA CITTÀ A CITTÀ, COSTO: 370 EURO VOLO UZBEKISTAN AIRLINES ANDATA/RITORNO E VOLO INTERNO DA KHIVA A TAKHENT COSTO: 700 EURO DIRETTAMENTE ALLA SEDE DI ROMA DELLA COMPAGNIA AEREA. (VOLI PERFETTI) COSTO MEDIO DI UN PASTO: 3/5 EURO COSTO SARBAST (BIRRA LOCALE) CIRCA: 1000 SYM (0,45 EURO)

bagni pubblici sulla strada che collega Khiva a Bukhara

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curiositá

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carnevale di Lula

riti disionisiaci tra sangue e terra di Roberto Gabriele foto di Simona Ottolenghi Il Carnevale tradizionale di Lula è una festa antichissima che trae le sue origini nei riti dionisiaci di mescolamento del sangue con la terra di tradizione agropastorale. Siamo in Sardegna, nella Barbagia nuorese, a Lula, un paese piccolo e isolato nel quale fino agli anni Settanta vigeva una sanguinosissima faida tra alcune famiglie e lo Stato era assolutamente assente, incapace di governare al punto che il paese non aveva un sindaco per mancanza di candidati che volessero assumersi tale carica istituzionale. Questo stato di cose descrive la cultura isolana, ci mostra il fortissimo attaccamento dei sardi alla loro terra, e quanto siano sentite le tradizioni e la forza del popolo Barbaricino. I visitatori che si imbattono in questo piccolo angolo di Sardegna sono accolti con gioia e serenità e vengono rispettati e benvoluti da tutti se le loro intenzioni si dimostrano da subito amichevoli. Si viene invitati a bere un bel bicchiere di Cannonau in casa da chiunque ti veda passare in strada. Il Carnevale tradizionale è molto sentito, anche se ad un primo superficiale impatto non vi sembrerà propriamente una festa. Siamo infatti lontani anni luce da coriandoli e stelle filanti, da bambini vestiti come nei cartoni ani-

mati, da balli in discoteca o trenini con la samba. Il Carnevale di Lula è unico al mondo e per fortuna ancora sconosciuto al grande pubblico perché è un carnevale povero, fatto dagli abitanti di Lula per loro stessi, senza alcuno scopo di lucro né diretto né indiretto: eventuali ospiti sono ben graditi, ma la festa è di chi è nato nel posto. La figura principale del Carnevale è Su Battileddu, un uomo con la faccia annerita e con le corna di montone tra le quali viene legato un omaso di bue (un sacco contenente la parte della trippa dal sapore più delicato), che veste un vello di pecora nera e porta delle interiora riempite di sangue e vino appese in vita. Insieme a Su Battileddu ci sono i Sas Gattias (uomini con abiti da donne, che rappresentano le vedove, anch'essi anneriti in volto) che si disperano per la morte dei loro mariti agitando un bambolotto in segno del loro dolore. Infine ci sono i Sos Massaios, gli aguzzini che portano Su Battileddu al laccio a sfilare nelle vie del paese mentre lo percuotono con calci e frustate. Si celebra in questo modo il predominio dell’uomo sulla bestia, la supremazia dell’intelligenza sulla forza. Su Battileddu nell'antichità era molto spesso un personaggio scomodo di cui liberarsi o il matto del paese. Il Car-

nevale era quindi un'occasione per eliminare i deboli e fare una "selezione della specie" migliorando in questo modo il DNA generale della piccola comunità paesana. Oggi il rito si perpetua come sempre, tranne nell'uccisione di Su Battileddu che non avviene se non nella finzione, ma comunque, tutti gli anni, alla fine della rappresentazione Su Battileddu viene ucciso e portato su un carro trainato dai buoi e dominato dai Massaios. Durante il cammino viene anche infilzato con dei bastoni che colpendo le interiora che porta in vita provocano la fuoriuscita del sangue e il suo mescolamento con la Madre Terra in segno di fertilità. Un carnevale allegorico ma tutt'altro che festoso. I bambini sono ammessi a sfilare a patto che siano Massaios o Gattias, il vino Cannonau scorre a fiumi inebriando gli animi di tutti.

Su Battileddu, figura principale del carnevale

PER SAPERNE DI PIÙ Visitate il sito lulu.com dove Simona Ottolenghi e Roberto Gabriele hanno pubblicato il libro “Harresehare de Mamujada” sul più famoso carnevale di Mamoiada. I due autori stanno lavorando ad un progetto più ampio, durato più di due anni, di documentazione audio-fotografica dei carnevali nella zona Barbagia in Sardegna. un bambino partecipa alla sfilata

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L.A. dove la vita è un set testo e foto di Giona Peduzzi


racconto di viaggio

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se la ricordano tutti!”. Si mangia sushi fatto in casa e pizza surgelata with pepperoni (chiamano così la nostra pizza col salame) e la mia tasca si riempie di headshot e curricula di artisti in cerca di notorietà. Qui tutti sono gentili, socievoli, amiconi, in cerca di agganci e di gloria. Ma, appena girato l’angolo, c’è da scommetterci che sono pronti a scannarsi per un ruolo in un film o un posto in una crew. Venice Beach è la spiaggia più famosa del mondo. Qui è estate tutto l’anno: bancarelle, muscoli, bikini, surfisti, skater, murales, tette rifatte, rasta e rapper, salvia allucinogena a mazzi e hippie con roulotte colorate, labbra gonfiate, partite di pallacanestro, bagnini alla baywatch. Una teoria di mostri che se non la si vede non la si crede. Ma sotto i piercing e i tatuaggi, anche qui: niente. Beverly Hills (90210) potrebbe essere la propaggine degli Studios, con mamozzi di scenografia al posto delle case. Ma non è così. Qui ci abitano veramente, anche se chi sta den-

tro vive una vita che forse non esiste. Gli alberi secolari sono trapiantati da chissà dove, i vialetti sono acciottolati come in Francia, le case sono vittoriane come in Inghilterra, le ville sono palladiane, le torri sono come quelle medioevali e le statue come quelle di Canova. Tutto è come qualcosa d’altro, ma tutto è più ardito, più grandioso, più lussuoso. Ad un passo da Rodeo Drive un cane al guinzaglio di un messicano fa pipì su un cespuglio: forse lui ha capito tutto. Con un autobus scendo verso Downtown e, come in un viaggio verso l’inferno, sudo e mi sporco (finalmente!) di vita. Eccomi sulla Broadway che, dalla terza alla nona strada, è un mondo imperdibile. Qui c’era il centro della cultura e dello spettacolo di Los Angeles prima che Hollywood prendesse il sopravvento. Qui c'erano i neon, i lustrini, le follies, le signore coi vestiti eleganti, gli spettacoli di Charlie Chaplin, le star del grande cinema americano dei primi del Novecento. Poi tutto è caduto in declino ed è rimasto solo un

ammasso di lusso scrostato, ricoperto di polvere, rovinato. I vecchi teatri ora sono chiese del settimo giorno, cinema porno, night club o semplicemente hanno le porte sbarrate e le lettere delle insegne che cadono poco a poco, mentre tutto il territorio viene popolato dai nuovi poveri: i messicani. Qui tutti parlano spagnolo, le insegne dei negozi sono in spagnolo, e anche quello che si vende è principalmente indirizzato a loro. Cd di musica latina, maschere del wrestling messicano (la lucha libre), statue di santi, madonne e gesucristi, pozioni da santeria, e vestiti italiani anni '80 rivenduti come all'ultimo grido per pochi dollari. Per un dollaro mi compro una maglietta con la scritta “I Love Los Angeles” e la indosso. Gonfio il petto e allargo le spalle mostrando a tutti la scritta sul davanti. Nonostante tutto, o forse proprio per tutto quanto, Los Angeles mi è rimasta nel cuore. a pagina 22: il set del film "The war of the worlds"

all'ingresso degli Universal Studios

DETTAGLI DI VIAGGIO

Walt Disney come Michelangelo. Ma due strade più in là la gente si spara. E non è un film A Los Angeles la vita va presa alla leggera (take it easy, man!), tutti sognano e pochi progettano, ma sotto i rivestimenti dorati e le stelle che brillano sull’asfalto e non solo, c'è lo sporco e il marcio che, nonostante tutti cerchino di nascondere, è sempre lì, a ricordarci che il mondo è uguale dappertutto. Hollywood Boulevard, una delle strade più famose del mondo, in realtà è un nome: tolto quello rimane solo lo stradone centrale di una qualsiasi cittadina messicana, sparsi qua e là grandi megastore dove tutto è colorato e luccicante, ma attenzione: è solo cartapesta. E le stelle sul marciapiede ormai non si negano a nessuno (in cielo

non c’è più spazio, a Los Angeles sì). Agli Universal Studios il tour è obbligatoriamente su un pulmino con guida spiritosa. Si gira tra Lo Squalo di Spielberg (il cui lago è lo stesso della Signora in giallo), il vecchio far west, le piazzette europee, la villetta delle Casalinghe Disperate e il ristorante di Psycho. Tutto è bidimensionale (non parlo delle scenografie) e l’unica cosa quasi vera e genuina è l’inondazione artificiale di un villaggio messicano, tra effetti speciali e fuochi d’artificio (dove la finzione è dichiarata e si trova ancora, rannicchiata, la verità). I parchi giochi di Los Angeles ci ricordano la vocazione della città: divertire

INGRESSO AGLI UNIVERSAL STUDIOS: 74 DOLLARI TOUR IN BUS PER LE CASE DELLE STAR DEL CINEMA A BEVERLY HILLS: 40 DOLLARI

e intrattenere. E in questo sono i maestri indiscussi. Walt Disney come Michelangelo. Mi inchino alla bravura. Ma due strade più in là la gente si spara. E non è un film. La sera alcuni ragazzi conosciuti in un bar mi invitano ad una festa in una villetta di Hollywood. Stringo le mani: un indiano artista di murales, una ballerina di uno show televisivo, e poi producer, registi, sceneggiatori e una folla di attori, per lo più affamati o in cerca di fama, qualcuno con un film importante sulle spalle come co-protagonista: “Era nell’89, il film è famosissimo, non l’hai visto? Beh io ero quello lì che diceva quella battuta divertentissima,

NOLEGGIO DI UN'AUTO COMPATTA PER UNA SETTIMANA, ASSICURAZIONE ESCLUSA: 250 EURO CIRCA PREZZO DI UN BIG MAC DA MCDONALD: 3,89 DOLLARI MANCIA (OBBLIGATORIA) NEGLI STATI UNITI: 15/20% SUL PREZZO DEL SERVIZIO FOTO CON LA SOSIA DI MARYLIN MONROE SULLA HOLLYWOOD BOULEVARD: 10 EURO Spiderman per le strade del Parco Tematico degli Universal Studios

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Giamaica a tempo di musica di Maria Carla Gullotta foto di Simone Tramonte

La prima cosa che colpisce chi arriva in Giamaica è la presenza di un’onnipresente colonna sonora. Il battito in levare del reggae accompagna le giornate e, soprattutto, le nottate di un’isola che ha conquistato uno spazio speciale nel cuore di chi ci è stato e nei sogni di chi vorrebbe salire sul primo aereo, proprio per scoprire la magia della sua musica. Si atterra e nel corridoio che porta agli sportelli dell’immigrazione suona una band che propone i successi del caro

caratteristici dipinti giamaicani fanno da cornice a 7-Mile beach

Bob Marley. Si passa la dogana e l’impiegata che controlla i bagagli porge un orecchio attento all’ultima hit sparata dalla radiolina sul bancone. Si esce nell’aria calda e umida dei tropici e si viene abbracciati dal fumo squisito dei mille polli che cuociono sulla brace nei bidoni lungo le strade, mentre un intrecciarsi di stazioni radio regala il primo assaggio di come sarà una vacanza diversa da tutte le altre. Voci, percussioni, grida dei dj si accavallano ad un volume altissimo.


racconto di viaggio

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una band reggae si esibisce sulla spiaggia di Negril

partita di domino sulla spiaggia di Bloody Bay

in aeroporto, in città, nelle spiagge, nei ristorante e nei locali il reggae è ovunque Chi li ascolta continua a fare quello che deve ma un guizzo improvviso, un passo di ballo che non si può trattenere, scappa a parecchi. E non è certo una questione di età perché poderose vecchie signore possono lasciare improvvisamente i banchetti in cui vendono un po’ di tutto per lanciarsi nel loro pezzo preferito. Si procede nel traffico e ogni macchina, anche la più scassata, ha a bordo una radio-sound, corredata da lucette che si accendono tutte insieme con l’impazzare dei bassi. Si va a spasso per città affollate o per viottoli di campagna e la musica è sempre li che accompagna i tuoi passi.

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Le serate del venerdì e del sabato sono un tutt’uno con le potenti torri dei sound system: un assemblaggio di consolle, casse, microfono e selecta incorporato. 50.000 watt sparati da ogni bar, pub e piazzetta annunciano che questa è l’ora della festa e la gente si raduna per bersi un rum e chiacchierare, aspettando il momento in cui la voglia di ballare ti prende e ti porta lontano. Lontano dai pensieri di una vita povera e difficile che va saggiamente accantonata per le ore del party time. E tutti si vestono eleganti, scintillanti, provocanti per essere al top. Una scia di profumi, parrucche colorate, vestiti stretch e tacchi al-

tissimi per le ragazze, jeans all’ultima moda, magliette oversize da rapper, catene e anelli, e occhiali a specchio per i bad boys. Diceva Marley: ”Forget your troubles and dance”, e i giamaicani sono in effetti maestri dell’arte della dimenticanza. Le serate di dancehall catturano completamente chi, invece di restare impaurito da tanta potenza e dalla folla, decide di godersi la meraviglia del reggae, capace di unire vecchi e giovani, bianchi e neri, poveri e ricchi e famosi. In Giamaica la musica è cambiata nel corso degli anni. Ha accelerato il ritmo per accompagnare una società che ormai non è solo contadina ma che

ha raccolto nelle sue due maggiori città più di metà della popolazione tra ricche uptown e ghetti invivibili. Ma la Giamaica non ha dimenticato i tempi della schiavitù, la vergogna di una tratta che ha deportato intere popolazioni dall’Africa al Centro America, cancellando totalmente l’identità di chi viaggiando in catene ha perso il suo paese, la sua famiglia, la lingua, la cultura, la religione. Non c’è da stupirsi se a volte certe durezze emergono nel rapporto con chi non è stato considerato per generazioni un essere umano. Oggi i giamaicani dipendono economicamente mani e piedi dagli USA e culturalmente da modelli che non gli appartengono. I ghetti di Kingston sono la personificazione dell’emarginazione e della totale solitudine in cui è lasciata la gente che ci vive. Non c’è lavoro, al posto della luce ci sono fili volanti attaccati di notte ai pali delle strade, strade dissestate, scuole con i tetti pericolanti. Realtà durissime da cui emergono improvvisamente luminosi talenti. La stragrande mag-

gioranza degli artisti arriva dai ghetti e, dagli stessi quartieri, proviene il fantastico team di atleti che ha sbancato le ultime olimpiadi di Pechino. Si sono allenati senza scarpe, eppure hanno vinto non solo una medaglia d’oro ma il riconoscimento che una via d’uscita si può trovare. La musica reggae ha sempre raccontato le storie dei “sufferers” (sofferenti) e le sue parole sono la cronaca quotidiana di una realtà troppo spesso ignorata da chi viene a godersi le belle spiagge e le fumatine illegali. E anche se il reggae delle ultime generazioni è diventato più martellante e aggressivo bisogna avere la pazienza di ascoltarne le parole. Sono testi bellissimi, coprono tutto lo spazio che va dall’impegno sociale al sesso pirotecnico. Lasciano poco all’immaginazione e raccontano molto bene chi sono i giamaicani. Su ritmi che fanno ballare si creano testi che fanno pensare, che attaccano la politica locale e la sua corruzione, che chiamano a gran voce il potere di Jah Rastafari, il Re dei Re, Imperatore di

Etiopia, considerato dai rasta il nuovo Messia. Testi mistici di inusuale potenza carismatica segnalano che l’Africa non è stata totalmente dimenticata. Il reggae canta a tutto tondo ed è per questo che la musica in Giamaica è il media più potente e ascoltato. Sulle orme del reggae si può fare un lungo viaggio partendo da Kingston, la capitale. Molti ne temono la leggendaria violenza ma in realtà, se si usano poche intelligenti attenzioni, è un posto ultra divertente. Dal lunedì al lunedì è tutta una teoria di mega dance: il Passa Passa, il Weddy Weddy, il Dirty Friday, l’esclusivo Asylum, il Quad, i concerti al Mass Camp sono appuntamenti imperdibili per giamaicani e visitatori. Serate che continuano fino all’alba, scuole di danza in mezzo alla strada con i ballerini schierati in doppia fila. Alla terza nota tutti gli adolescenti hanno già imparato il nuovo passo e lo ballano con una maestria e una grazia sconosciute ai bianchi. E ancora gli studi di registrazione, dal vecchio e mitico King Tubby fino al tecnologico

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racconto di viaggio

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in entrambe le immagini: cori e preghiere durante una messa Gospel

Penthouse. Spazi di creazione musicale ma anche punti di ritrovo dove, tra una birra e uno spliff, il visitatore è benvenuto se non mette i piedi sui cavetti della consolle. Davanti agli studi una folla di aspiranti cantanti prova a venderti la cassetta fatta in casa. Spesso non sono affatto male ma se uno di loro crede di avere incontrato un promoter in incognito, non molla la presa finche non è certo di essersi sbagliato. E da Kingston si va fino a Negril, dove il Risky Business, il Jungle e Alfred organizzano concertini e concertoni. Molto spesso la mattina passano sulla spiaggia ragazzi con il megafono che pubblicizzano concerti e dance. Imperdibile il Ruff Club di Port Antonio, un locale che ha quasi trent’anni ma non li dimostra, che ogni sabato mette in pista serate indimenticabili. La domenica l’apertura è anticipata per chi viene in gita da Kingston e Spanish Town. Pullman carichi di gente vanno a Winnifred Beach, dove si fermano per il picnic, per giocare a palla in acqua, scaldare gli animi con il sound

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sulla spiaggia e poi concludere la giornata in discoteca. Alle undici di sera l’autista avverte con insistenti clacsonate che è ora di tornare a casa. I concerti sono per chi è fisicamente robusto, vanno avanti fino al mattino con line-up di quaranta artisti Tre canzoni a testa, il pubblico in delirio, fischietti e trombe, la folla ammassata sotto al palco che scambia battute e scherzi con i cantanti. Tutto intorno si allineano banchetti di pollo, zuppa, pesce e bibite nel grande cerchio che racchiude lo spettacolo. Molti si portano le sedia da casa, parecchi comprano dai venditori all’esterno dei pezzi di cartone. Si chiamano reggae bed e sono single, double o family. Servono a sedersi tra un cambio band e l’altro, servono ai bambini che tracollano a metà concerto e dormono tranquilli nel gran baccano. Il cantante più famoso si esibisce all’alba: “Sun is rising, music is rising!”, grida l’mc nel microfono. E tutti si scrollano di dosso l’umidità della notte e benedicono il giorno che sorge con una fenomenale ballata.

DETTAGLI DI VIAGGIO PER LA GIAMAICA NON OCCORRE VISTO, SOLO UN PASSAPORTO VALIDO SEI MESI COSTO MEDIO DI UN PASTO IN UN RISTORANTE: 12 EURO COSTO MEDIO DI UN PASTO IN STRADA: 4-5 EURO NON SONO NECESSARIE VACCINAZIONI NÉ TERAPIE ANTIMALARIA UNA GUEST HOUSE MEDIA È SUI 60 EURO A NOTTE PER CAMERA DOPPIA I GIAMAICANI SONO CORTESISSIMI E SEMPRE PRONTI A DARTI UNA MANO

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la rinascita di Coney Island reportage fotografico di Francesca Tosarelli - francescatosarelli.com

Coney Island è un leggendario luogo sul mare, a un’ora di distanza da Manhattan, conosciuto anche come “La sodoma del mare” per le sue persone bizzarre e stravaganti. All’inizio del secolo passato, alcuni italiani costruirono un grande parco divertimenti, chiamato “Astroland” e Coney Island divenne un’attrazione per i suoi show bizzarri. Dopo lo splendore dei primi decenni il parco iniziò un lento declino che portò alla chiusura nel 2006. Nel maggio del 2010, grazie ad un'opera di ristrutturazione e valorizzazione, il luna park è stato riaperto. In queste foto emerge la spontanea eccentricità di questa zona, economica e popolare, luogo di incontro tra i suoi diversi “freak contemporanei”.


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Salvatore Saldini | INHASSORO |vita tranquilla in Mozambico

Dara Schafer | NEW YORK | Williamsburg

Un anno da servizio civile da trascorrere a Inhassoro, un villaggio di pescatori a 850 km da Maputo, dove l’ONG CELIM - Milano è presente con un progetto sul turismo responsabile. All’orizzonte si scorge il paradisiaco arcipelago di Bazaruto (raggiungibile con i dhow, imbarcazioni da pesca di origine araba), parco nazionale e rinomato centro per lo snorkeling. Tra le polverose vie del villaggio si respira un’aria rilassata e alcuni lodge gestiti da sud africani si ergono a lato delle palhotas - abitazioni degli autoctoni. La quotidianità si svolge intorno al mercato locale e le numerose confessioni religiose convivono in armonia. È proprio un posto tranquillo dove trascorrere una serena vacanza o un significativo periodo di vita.

La cosa che preferisco del mio quartiere è la calma che lo contraddistingue, soprattutto se paragonata alla velocità caotica di Manhattan. Eppure c’è sempre qualcosa da fare in questa oasi di abitanti ultra cool, giovani e artistoidi, che sia andare a un concerto in uno dei tanti bar di Bedford Avenue o semplicemente camminare a McCarren Park, il mini Central Park di Brooklyn, dove si può prendere il sole, fare sport, guardare film all’aperto o fare picnic. Adoro i weekend. Mi piace fare il brunch con gli amici da Roebling Tea Room, un bistrot eclettico con un menù di tè impressionante, o da Five Leaves, uno dei ristoranti più frequentati della zona. E con la pancia piena andare all’Artist & Flees, il mercatino delle pulci settimanale. Non importa che gusti hai, Williamsburg ha qualcosa da offrire a tutti.

Alessia Pienzi | CARACAS | Rumba e bottiglie etichettate

Marco Monti | BROOKLYN | la Chelsea di New York

Nei migliori bar di Caracas si beve whisky invecchiato diciotto anni. Dicono che il Venezuela è il secondo paese al mondo in consumo pro capite di whisky (oltre che in BlackBerry). Nonostante la situazione politica, l’inflazione galoppante e la violenza, i venezuelani infatti non rinunciano alla Rumba, la festa del lungo fine settimana. Si comincia il giovedì dopo il lavoro, si esce con gli amici nei locali più alla moda della città e si ordina una bottiglia di whisky. Non si bevono molti cocktail al bicchiere: ai caraqueñi piace far vedere la marca del whisky che bevono e condividerlo con gli altri. Anche le coppie d’innamorati o di amici scherzano e ridono di fronte a una bottiglia. La domanda sorge spontanea, ma la bevono tutta? Generalmente no, alla fine della serata il barista la etichetta con il nome del cliente e il venerdì la riporta in tavola. E la festa continua… rumbeando per tutto il fine settimana.

Mi chiamo Marco Monti, sono fotografo e vivo a Bushwick, Brooklyn. Il quartiere è per lo più industriale: grossi building una volta fabbriche sono ora diventati per la gran parte loft, gallerie e studi d'arte. Dicono che Bushwick stia diventando la nuova Chelsea di New York: molti artisti infatti si sono trasferiti in questa zona ricercando spazi enormi dove produrre a prezzi più economici senza dover esser slegati dal centro del mondo. La linea metropolitana L, infatti, una delle più recenti, collega questo quartiere 24 ore su 24 con l'Isola. La sensazione che qualsiasi cosa ti possa accadere da un momento all'altro continua a pervadermi qui a New York, qui a Brooklyn.

Gianmaria Schönlieb | SAN FRANCISCO | Friday Night

Arianna Spagnolo | SÃO PAULO | culture accalcate

Pollo fritto e lanterne colorate mi ricordano di essere arrivato a Chinatown. Se l’EZ5 fosse una donna, sarebbe una grinzosa signora, dai tratti asiatici, con sopracciglia tatuate, una voce rauca ed un ghigno ammaliante. La musica pop riecheggia tra le pareti in finta pelle rossa. L'anziano barista serve dei Lychee Martini a degli uomini d'affari arrapati, intenti a osservare un gruppo di ragazzine giapponesi illuminate dalla verde luce dell'acquario. Hillary mi offre un Jello Shot e in un attimo mi ritrovo in un taxi. Il Phone Booth ha calde luci rosse, un biliardo, cocktail super cheap e buste di popcorn. Il Beauty Bar offre solo musica anni ‘90. Al Deliruim l'odore di birra mista a sudore è forte, mentre quarantenni sorridenti ballano assieme a skater tatuati. Matilda mi chiama, è ora di cambiare locale.

Uno sguardo che ne incontra un altro tra mille. Un sorriso e gli occhi che si abbassano, come per uno storico pudore. Sono nella linea gialla dell'efficientissima metro di São Paulo e mi guardo intorno per non pensare al caldo che fa oggi. Dentro il vagone c'è ogni sorta d'individuo. Molti neri, qualche cinese e una manciata di facce bianche scavate dall'afa e dalla giornata che si lasciano alle spalle. Sembra quasi di non essere in Brasile, né in nessun altro stato del mondo. La varietà di culture accalcate in questo moderno parallelepipedo è impressionante, quasi irreale. Immagino improvvisamente un vagone per i neri e i posti VIP per i bianchi mentre mi sale un groppo in gola, quasi riuscissi a sentire mio quell'orrore. SP sa celare bene il suo lato d’oscuro esclusivismo dietro quella sua apparente consolidata tolleranza.

Cecilia Gatti | BUENOS AIRES | Enfundá la Mandolina

Enza Migliore | ROMA | perdersi

Non pretenderete che gli argentini vivano solo di carne? No, abbiamo le nostre ricette speciali nate in casa per deliziare tutti. Ecco quel che amo di “Enfundá la mandolina”: il vero cibo argentino. È un ristorante in uno dei quartieri più movimentati della città, dove la Buenos Aires giovane si ritrova di notte per un drink. Ed il locale è unico, con tanti oggetti della nostra storia su mobili e pareti e tavoli che riproducono ambienti diversi di una casa d’altri tempi. La luce è tenue e spesso sembra pulsare anch’essa al ritmo del tango. Camerieri sorridenti ti accolgono con un aperitivo offerto dalla casa e del pane artigianale servito dentro vecchie fioriere; persino i piatti sono antiche mattonelle in maiolica. Attenti però: è aperto solo la notte. Lo troverete in Salguero 1440 (tel. 4822-4479). iBuen apetito!

Mi basta un verbo per raccontare Roma: perdere! Perdere l’orientamento. Non è certo tra le più grandi metropoli del mondo, eppure nessun’altra sa depistare più di lei, con l’approssimazione delle indicazioni e le strade che si abbracciano e confondono. Lei gioca a nascondino, non perdere la pazienza! Ecco, appunto, perdere la pazienza. Il traffico è lento, le code interminabili, l’aria sugli autobus troppo poca: tutto è una gran perdita di tempo. Ma Roma vi ruba il tempo per regalarvi momenti di intimità di massa, in cui ognuno sente di condividere la stessa sensazione di chi gli cammina accanto e così ci si scambia sguardi e parole. Dunque perdere tempo e guadagnare uno stato di compassione. È talmente tanto quello che avrei da dire su Roma che, l’incorreggibile, è in grado anche di farmi perdere il filo!


curiositá

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Ruaha National Park l’amore al tempo dei leoni testo e foto di Ferdinando Kustermann Agosto non è forse il mese migliore per visitare la Tanzania, ma in fondo non è neanche il peggiore. Si evitano le grandi piogge, per lo meno. Quello che invece non si evita sono le folle di turisti che, va da sé proprio ad agosto, si trovano ovunque, mettendo alla prova il mio sistema nervoso. La maggior parte italiani, non c’è bisogno di sottolinearlo. Il che, se possibile, peggiora la situazione. Non è la solita prosopopea provinciale del non-sopporto-di-incontrare-italiani-quandosono-in-viaggio. Io gli italiani non li sopporto neanche quando sono a Roma (la firma dell’articolo non vi tragga in inganno, sono italiano anch’io). Sta di fatto che dopo aver affrontato i bellissimi e battutissimi parchi della Tanzania settentrionale (Ngorongoro, Serengeti etc), stufi di vedere file sterminate di Land Rover ovunque si avvisti un animale, io e Cecilia decidiamo di trovare un parco naturale che sia un po’meno battuto. Amica d’infanzia, Cecilia. Se dovessi dire perché siamo partiti insieme, non saprei. Opposti che si attraggono: lei aveva un viaggio organizzato, io no. Lei aveva un amica in Tanzania, io ovviamente no. Ma tant’è, partiamo insieme. Ed è andato tutto bene, tranne che mi sono dovuto sorbire il vicendevole corteggiamento telefonico con quello che sarebbe diventato poi il suo fidanzato e che in quel momento si trovava in Irlanda. Infatti, pur ritenen-

domi una persona di ampie vedute, considero di una maleducazione imperdonabile mandare un sms mentre davanti a te un leone salta sulla groppa di uno gnu per ucciderlo o un coccodrillo esce all’improvviso dall’acqua per addentare un povero impala intento ad abbeverarsi (non è successo niente di tutto questo, va bene, ma sarebbe potuto succedere!). Decidiamo dunque di dirigerci verso il Ruaha National Park, grande parco situato al centro della Tanzania e trascurato dai principali circuiti turistici, vuoi per le difficoltà logistiche (tre ore su un monomotore decollato da Arusha ed atterrato, non so come, su uno spiazzo sterrato), vuoi per le poche strutture turistiche offerte. Ma ne vale la pena. A Ruaha, di turisti, se ne vedono davvero molti meno rispetto ai parchi del nord. E quando la nostra guida (un ubriacone, scopriremo la sera al bar, ma con un certo occhio per le tracce degli animali) si allontana dalla pista sterrata portando la nostra jeep in mezzo ai cespugli, ci troviamo di fronte uno spettacolo incredibile, tutto per noi. Una coppia di leoni giace li, sotto un albero, incurante della nostra macchina che si trova a non più di un metro e mezzo da loro. Domando incredulo se è normale che si lascino avvicinare così. Ci spiega che non si curano di noi perché sono stanchi. Sono in luna di miele. La luna di miele dei leoni funziona così:

sesso per trenta secondi, ogni quindici minuti, per due settimane. Meritano dunque la nostra comprensione se hanno l’aria un tantinello stanca. Passano dieci minuti, è ora di ricominciare. La tabella di marcia di un leone innamorato, è noto, non ammette ritardi. Lui si alza, si stiracchia, poi rigonfia il petto con fare spavaldo e fa per salire sulla schiena della sua compagna. Non l’avesse mai fatto! Lei scatta improvvisamente ringhiando e cacciandolo via. Non sembra abbia voglia di farlo. Ma lui non si scoraggia ed inizia una serie di approcci di dubbio gusto, alcuni teneri e sottomessi altri più aggressivi. E dopo sette/otto minuti di questo inusuale corteggiamento, assistiamo alle scena clou: lei gli consente di montarle sulla schiena e di scivolargli dentro mentre lui inizia ad emettere una serie di grugniti di intensità crescente, fino a terminare con un lungo rantolo di piacere, seppur molto composto. Incredibile a dirsi, trenta secondi trenta! Un concentrato mix animalesco di passione e sentimento. Cecilia, è più forte di lei, decide di inviare un sms al suo capo (un noto e famoso giornalista): “Ho assistito all’accoppiamento di due leoni. Trenta secondi ogni quindici minuti. Riflettevo sulla natura effimera dell’amore. Tu, che fai?”. E lui, geniale: “Io un minutominuto e mezzo”.

due leoni in luna di miele, Ruaha National Park, Tanzania

cartina della Tanzania

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racconto di viaggio

Thai x 1 Thai x 2 di Roberto Riccardi e Matteo Tabacchini foto di Andrea Rodato e Francesca Tosarelli

Riccardo Un bellissimo viaggio di coppia per chi ama sorprendersi e godersi sapori e piaceri piccanti, per chi come me crede che la sua donna (moglie, fidanzata o compagna) debba essere prima la sua amante e poi la sua migliore amica, e quindi sicuramente la persona con cui si viaggia meglio. Ma non tutti la pensano in questo modo, quindi vi do un po’ di consigli per vivere un viaggio così: al top. Innanzitutto, partite con Thai Airways: posti avanti, possibilmente vicino alle uscite di sicurezza. Ci si può coccolare mentre gli altri guardano il film! Matteo Ho attraversato questa terra con la sicurezza che non poteva accadermi nulla sul mio cammino, tra foreste di mangrovie, immagini del Buddha e la sensazione costante di avere tutto da imparare dalla sua gente. Bisogna essere soli per conseguire questo prodigio come è necessario che quelli che ti passano accanto ti somiglino in qualche modo: monaci o backpacker, ognuno con il suo viaggio, in fondo identico al tuo. Gente come Mandy, Emilienne, Mahdi, Paco, Samuel o Yoku, la giapponese solitaria.

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risaia nei pressi di Chai Pra Kan, provincia di Chiang Mai (A. Rodato)


racconto di viaggio

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nei pressi di Thanon Sukhumvit, Bangkok (A. Rodato)

Sukhumvit Area, Bangkok (F. Tosarelli)

dall’antica capitale del regno di Lanna alle celebrazioni per l’avvento del primo quarto di luna Bangkok Scegliete lo “Shangri-La” o un hotel sul fiume: romantico, elegante e con letti a tre piazze! Arrivate nel weekend per godervi il mercato di Chatuchak, dove potrete comprare tanti regali a costo zero. Se lei vi ha chiesto il solitario, evitate le gemme preziose a poco prezzo: sono una sola. Una passeggiata col traghetto sulle acque del Chao Phraya River spezza il cuore a un prezzo massimo di 800 bat. La sera con la cena è tutto molto poetico, ma per mangiare davvero, andate in alto allo “Sirocco”, al 63° piano dello State Tower. Se lei è curiosa di arte religiosa portala al Wat Pho e stupiscila con le statue dorate dei Buddha: occhio a quella distesa di 47 m! Alle coppie che amano il brivido consiglio posti a bordo ring nel Lumpini Stadium. Evitate i bagarini e preparatevi a combattere sul tre piazze al rientro in albergo. Non c’è dubbio. Le donne adorano l’azione!

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Bangkok Bangkok è fulminea, caotica, del tutto intangibile. Non ho mai visto un posto così sospeso tra estasi e squallore: dai grattacieli del centro, fino alle vie secondarie che sono fatte per esercitare la turpitudine come i diamanti falsi ad adornare le mani delle prostitute. Per il resto, solo silenzio spinoso destinato, con il tempo, a tramutarsi in odio puro: le sirene della polizia, le grida degli imbonitori di peep show, la prossima guerra civile. Fine. M’infilo in un tempio per assorbire un po’ di silenzio, seduto sotto quella stazione del Pali dove il viso di Buddha viene lavato e pulito da una donna. Sotto una statua d’oro circondata da altre statue di diverse dimensioni, i monaci cantano il vespro. C’è profumo d’incenso e pace quando leggo il messaggio di Emilienne: “L’appuntamento è al club di Khao San Road, oppure se vuoi ci raggiungi all’after”.

in coppia o da soli, il fascino dei Buddha, il rigoglio delle giungle e il divertimento metteranno tutti d’accordo Chiang Mai e Chiang Rai Dopo Bangkok passaggio obbligatorio a Chiang mai. Noi siamo arrivati con un comodo volo, scartando l’alternativa romantica e più lunga del treno. La guesthouse “Tamarind Village” ha una posizione eccezionale, a dieci minuti dal bazaar notturno più cool della Thailandia. Quello che troverete nei mercatini in giro per tutto il paese, isole comprese, arriva da qui, quindi comprare è lo sport preferito in questo magico posto fatto di templi incredibili e tesori nascosti. È oppio, ups, ovvio che siamo passati per Chiang Rai, centro del triangolo d’oro, ma solo per ripartire subito in cerca di calore e mare chiaro. Koh Samui In tre ore scarse atterriamo a Koh Samui, terza isola per dimensioni. Perfetta per qualsiasi tasca, offre lunghe spiagge di sabbia finissima - come Hat Lamai e Hat Cha-

Ayutaya e Sukothai Si racconta che queste città contenessero meraviglie in grado di lasciare a bocca aperta qualsiasi viaggiatore: cupole d’oro, statue di cristallo, architetture futuristiche. Oggi di tutto questo non rimane che lo scheletro. Eppure chi si trova a camminare per le vie di Ayutaya riesce facilmente ad immaginare lo splendore di tutti i 375 templi, le 94 porte e le 29 fortezze che la vestivano quando era capitale di un impero. Mentre percorrendo in bicicletta il parco nazionale di Sukothai si può intuire la magnificenza di un suo sovrano dalla perfezione del disegno di una foglia su un frammento di colonna. Di notte, poi, le rovine sono completamente illuminate. Chiang mai Antica capitale del regno di Lanna, situata nel mezzo di uno dei manti forestali più ampi del pianeta e centro re-

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racconto di viaggio

weng - con ristoranti dai paesaggi mozzafiato, candele e aragoste. Sulle tracce di Alex Garland (lo scrittore di “The Beach”), abbiamo girato come bambini eccitati, scoprendo cascate all’interno di foreste (Nam Tok Na Muang), e lagune cristalline piene di pesci colorati (Ang Thong), arrivando fino all’estremità più settentrionale dell’isola dove si godono panorami unici di grotte e scogliere. Koh Phangan Basta comodità, ora un po’ di avventura! Saltiamo su un traghetto bestiame per Koh Phangan, sorellina bastarda di Samui, in tempo per il Full Moon Party a Hat Rin, con diecimila scalmanati. Consiglio di non amoreggiare troppo a riva : Hat Rin vuol dire spiaggia delle pulci ( guardare le coppie correre via veloci e… mezze nude!). Koh Tao Via di nuovo sul traghetto bestiame, sacco sulle spalle bruciate dal sole e passaggio veloce per la splendida Nang Yuan, una lingua di sabbia che unisce tre isolette. Approdiamo come naufraghi a Koh Tao, quella che considero il “diamante grezzo” di questo arcipelago thailandese. Un bungalow senza corrente elettrica su una spiaggia deserta. Tartarughe marine che nuotano tra pesci e coralli. Un ristorante sulla spiaggia che fa solo piatti locali. E tutte le stelle dell’universo sopra la testa, nelle notti che finalmente sono notti, nere come la pece. Qui amarsi è facile, e anche conoscersi bene. Giorni trascorsi in un paradiso dove il tempo scorre lentamente, rallentando tutto, dalla marea ai nostri baci. Nessuna fretta, mai.

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ligioso fondamentale del buddismo Theravada, Chiang Mai è il anche il perno del triangolo d’oro. Ci addentriamo nel cuore della giungla sulle rotte proibite dei trafficanti. Camminiamo tre giorni seguendo un ruscello e di sera ci accampiamo nei villaggi che incontriamo sulla strada. A Pai, un paesino abitato da vecchi freak, incontro la mia amica Mandy. Ci raccontiamo tutto e, alle prime luci all’alba, ci salutiamo con un lungo abbraccio: lei è diretta verso il confine, io a Koh Phangan. Koh Phangan Qui ho trascorso il tempo che intercorre tra un Full Moon e un Half Moon Party. C’è qualcosa di ipnotico in questi luoghi, un magnetismo che elude ogni mia resistenza a mantenere un controllo: le feste in base alle fasi lunari, i tatuaggi fatti secondo antichi rituali. E poi c’è stato un effetto che non so spiegare, quando ho brindato con i miei amici proprio come si fa con una nuova famiglia. Il resto della giornata, per quel che ricordo, l’ho passato nella giungla con una collanina fluorescente intorno alla testa, a celebrare l’avvento del primo quarto di luna. Koh Phayam Emilienne e gli altri sono nelle Filippine, così raggiungo Mandy su un’isola vergine al confine con il Myanmar, in tempo per festeggiare la coincidenza della luna piena con l’inizio del nuovo anno. A Koh Phayam l’atmosfera è cool, la musica è quella del Bar 25, e noi, per un attimo, ci sentiamo a casa. Poco dopo, però, è il solito lungo abbraccio: lei è diretta a Mandaly, io torno in Cambogia.

un bar di Sukhumvit Soi 4 (F.Tosarelli)

DETTAGLI DI VIAGGIO VOLO QATAR AIRLINES MILANO BANGKOK IN ALTA STAGIONE: 800 EURO VOLO AIRASIA BANGKOK CHIANG RAI IN ALTA STAGIONE: 43 EURO VOLO AIRASIA CHIANG MAI PHUKET IN ALTA STAGIONE: 65 EURO VOLO BANGKOK AIRWAYS KOH SAMUI BANGKOK IN ALTA STAGIONE: 115 EURO PERNOTTAMENTO IN UN BUNGALOW SPARTANO: MENO DI 10 EURO PIATTO TIPICO: PAD THAI: 2 EURO

barca di pescatori a Koh Samui (A. Rodato)

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Sukhumvit Soi 5, Bangkok (F. Tosarelli)

SINGHA BEER (BIRRA LOCALE): 1,5 EURO

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curiositá

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verità cubane

conta solo camminare testo e foto di Giona Peduzzi Con il pollice faccio girare la fede attorno all’anulare e con un gesto deciso la faccio scivolare via dal dito. Leggo all’interno la data che ho aspettato per quasi un anno e che ora vorrei cancellare per sempre. Il rombo di una vecchia Cadillac mi fa alzare lo sguardo verso il Malecòn, la passeggiata più romantica e allo stesso tempo triste che si possa fare sulla terra. Il sole è così basso che il mare si tinge di rosso e i corpi dei cubani sul marciapiede si colorano di giallo. “Changó es peligroso” mi sussurra una donna alle spalle. Voglio starmene da solo, ma sembra impossibile a Cuba. La donna mi prende il polso e io chiudo il pugno, per difendere l’anello. “Changó es el Dios de la guerra y la destrucción”. Mi divincolo e faccio qualche passo superando un bambino che pesca nudo. Mi giro: mi segue. “Su esposa se ha ido”, mi dice non appena mi raggiunge. Che ne sa di mia moglie? Non ho fatto nemmeno in tempo ad imparare a chiamarla così che già se ne è andata. “Su esposa está con

Changó” mi sussurra avvicinandosi al mio viso. Gli occhi sono bianchi e non mi guardano, la pelle è piena di rughe e l’alito puzza di rum e sigaro. I capelli sono avvolti in uno straccio bianco: è una Santera. Che ne sa una vecchia cieca di mia moglie e di quello che se la sta sbattendo sulla spiaggia di Varadero? “Io non vedo” mi dice “ma vedono le mie conchiglie, e vede la mia anima”. Nemmeno una settimana è durato il matrimonio. Fino a che non sono tornato prima dalla partita di beach volley nel Villaggio. Non si è scomposta, non ha urlato. E nemmeno io l’ho fatto. Mi ha chiesto di andarmene e di chiudere la porta. Ed io ho chiuso la porta e me ne sono andato. Lasciandola nuda con quell’uomo sopra di lei. Mi sono fatto qualche bicchiere di rum, poi bottiglie intere. E alla fine ho pianto. Poi ho vomitato. “Nella vita non bisogna aver paura di camminare, anche se non si vede più la strada, anche se si è da soli”. Stacco lo sguardo dalla donna e lo faccio scivolare lungo il mare fino al marcia-

piede. “Com’è il lungomare questa sera?” mi chiede “Non lo vedo più da tanti anni”. Le parlo del vecchio che vende noccioline e delle sue mani stanche, le racconto dei baci di due adolescenti e di quell’uomo che suona la tromba e del suo cappello buffo. Le parlo delle magliette strette sui seni gonfi e delle canottiere bianche sui fisici scolpiti, le parlo dei palazzi che stanno per crollare e dei pescatori e dei poliziotti. “Non è cambiato molto” mi dice alla fine “quello che cambia siamo solo noi, se lo vogliamo”. La vecchia mi bacia le mani e si allontana lungo la curva del golfo. E io resto lì, senza sapere cosa fare. Sento la tromba che suona, il rumore dei baci, le risate e i pianti. Salto sul muretto del lungomare e inizio a camminare. Camminando sorrido. Ad ogni passo sorrido. E mentre vado nella direzione del sole stringo forte il pugno. Poi lo tiro indietro e lo lancio. Vedo l’anello brillare un’ultima volta prima di cadere, muto, tra le onde del mare. in entrambe le foto: l’Avana Vecchia

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arte

gli aristogatti

dell’Hermitage di Alexandra Rosati foto di Gerald Bruneau

Il Museo dell’Hermitage, a San Pietroburgo, è sede di una delle più importanti collezioni d’arte del mondo. Nelle sue trecentocinquanta sale d’esposizione ci sono 60.000 opere, tra le quali dipinti di Caravaggio, Gauguin, Leonardo da Vinci, Picasso, Rembrandt, Rubens, Tiziano, Van Gogh, Velázquez, Matisse e tanti altri. Nato come reggia per gli zar, la sua costruzione venne cominciata per l’imperatrice Elisabetta, e cominciò a prendere le sembianze di un vero e proprio museo grazie a Caterina La Grande, che, nel Petit Hermitage, alloggiava insieme alle numerose opere acquistate sul mercato europeo. Fu all’epoca, nella seconda metà del ‘700, che la sovrana, riconosciuta come ‘protettrice delle arti’, lo diventò a tutti gli effetti. Le opere che andava accumulando diventavano sempre più numerose, il suo alloggio non bastava più, e cominciò a distribuirle anche negli altri edifici dell’antico complesso architettonico, dove le visite non erano più consentite solo a pochi ospiti privilegiati, ma a chiunque desiderasse ammirarle. E Caterina, ispirandosi al marito, decise di proteggerle in maniera molto singolare. La tradizione, infatti, vuole che Pietro Il Grande, dopo aver trovato antiche mappe e documenti rosicchiati da golosi topi, decise di mettersi in casa un gatto, portato appositamente dall’Olanda. La figlia Elisabetta, con lo stesso scopo, si procurò altri felini a Kazan, nel Teterstan, proprio perché rinomati nella caccia ai ratti. Fu così che Caterina, seguendo il loro esempio, arruolò un corpo speciale di protezione, una troupe di gatti randagi nominati ‘Guardiani delle Pinacoteche’, ai quali oggi ogni primavera, nel mese di marzo, quello in cui Pietro portò il primo micio a Palazzo, viene dedicata la giornata del ‘Gatto marzolino salva-capolavori’. Gli Aristogatti Sanpietroburghesi vivono tra i sotterranei del museo, dove sono conservate centinaia di mi-

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gliaia di tele, e la riva della Neva. Possono entrare ed uscire liberamente attraverso delle porticine basculanti, riconosciuti dai guardiani, loro colleghi a tutti gli effetti, grazie a dei microchip sottocutanei. Ognuno di questi piccoli eroi ha un nome: Vaska, Persik, Ivan, e così via. Ad occuparsi di loro è stata incaricata Tatjana Danilova, responsabile della sicurezza del Palazzo. Ogni giorno, dopo aver fatto il tour di tutte le sale per verificare che ogni postazione sia stata rispettata dagli oltre trecento guardiani, di cui la maggior parte donne, si prende cura dello staff felino. In un’apposita cucina, da lei creata qualche anno fa negli scantinati, prepara, in alternativa allo scatolame di classe ‘Premium’, prelibate pietanze a base di pollo, pesce e riso, e si occupa della loro pulizia e del loro stato di salute. Tutte le spese sono a carico degli affezionati custodi, che organizzano regolarmente delle collette. Proprio per non gravare troppo sul budget dei suoi dipendenti, il direttore del museo, Mikhail Piotrovskij, ha deciso che il piccolo esercito di gatti, che ne conta attualmente una settantina, ma che in alcuni periodi ha superato addirittura il centinaio, dovrà essere ridotto a massimo cinquanta esemplari. Per quelli in esubero il destino è comunque roseo. Ogni domenica, nel quartiere periferico di Ligovskij, ha luogo una fiera che permette l’adozione di animali domestici, dove di persone disposte a mettersi in fila, sfidando il gelo delle mattine pietroburghesi, pur di diventare “genitori” di questi beniamini, ce ne sono a frotte. Niente paura, dunque, se trovandovi tra i quattro milioni di visitatori annui dell’Hermitage troverete di fronte all’ingresso un cartello in cirillico che avverte il pubblico: “Attenzione ai gatti”. a destra: una responsabile si prende cura dei “Guardiani delle Pinacoteche”


antropologia

voci nella foresta di Elena Adorni foto di Philippe Gigliotti

Great Papuan Plateau, provincia di Southern Highlands. Papua Nuova Guinea. Nella foresta tropicale, sui pendii del monte Bosavi, vivono i kaluli. Milleduecento anime distribuite in circa venti gruppi. Le loro case si trovano in collina, ma il monte Bosavi, da cui prende il nome la loro lingua, è sempre meta di caccia e di esplorazione. L'antropologo, etnomusicologo e linguista americano Steven Feld decise di trascorrere più di vent'anni della sua vita in questa terra, tra questo popolo, raccogliendo poi tutta la sua analisi nel saggio “Suono e Sentimento”, titolo che racchiude la linfa della cultura kaluli. Quando si entra in contatto con una cultura diversa dalla nostra ci colpiscono sempre i fatti sociali più vicini a noi, forse perché ci scordiamo di viverli e di metterli in pratica ogni giorno. La reciprocità è il motore della società kaluli, una specie di legge che organizza e regola gli avvenimenti quotidiani, in particolare quelli legati allo scambio, all'affetto, alla solidarietà e all'ospitalità. Ma anche in forma più pragmatica e materiale, o meglio, sotto forma di ciò che noi crediamo pragmatico e materiale, la reciprocità domina sempre. Ad esempio il cibo. Il cibo viene condiviso, sempre. Non c'è scritto da nessuna parte ma tutti lo fanno, perché vi è una ragione sociale. Il cibo regola i rapporti extra-familiari, li sviluppa e li consolida. Quando due kaluli mangiano insieme gamberetti d'acqua dolce, galin, i commensali si chiameranno reciprocamente con il nome della pietanza, e quindi in questo caso “mio gamberetto”, ni galin. L'amicizia e l'altro sono fondamentali nella società kaluli. Niente li rincuora più di una casa piena di amici, rumori e movimenti, assistenza, sostegno, facce familiari. Gli eventi sociali tra i kaluli sono rumorosi, affollati e pieni di esuberanza, e interrelazioni e sentimenti sono esplicitati e proiettati all'esterno. Quindi, come si può ben intuire, la solitudine è ciò che in assoluto è più temuto, ancor più della morte. Un kaluli solo è un kaluli morto. O meglio, un kaluli solo si trasforma in uccello. Il mito narra di due fratelli che cercavano cibo in un ruscello. La ragazza acchiappò un gamberetto ma non lo porse in dono al fratello minore, il quale lo chiedeva con

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insistenza perché era affamato. La sorella continuava a negargli il gamberetto e il bambino per questo si sentiva triste e abbandonato. Quando la sorella, presa dal senso di colpa, si voltò, vide che il fratello era diventato un uccello: le mani erano ali, la bocca era un becco lucente. Lei gridava e si disperava, ma le sue parole ormai erano vane. Ora il bambino era un uccello muni e continuava ad emettere il suo verso piangente. Per i kaluli l'assenza di rapporti umani è come la morte. Nel mito il bambino diventa uccello perché gli uccelli sono considerati ane mama, ovvero “manifestazione degli spiriti” dei loro morti. A ogni canto di uccello corrisponde il codice sonoro di uno stato d'animo, come se la fauna fosse una società umana metaforica. Ad esempio l'uccello muni è associato allo spirito dei bambini, poiché il suo canto è una melodia discendente e acuta, come un falsetto. La solitudine è morte, e la morte è solitudine. Quando un membro della società viene a mancare, vengono istituite cerimonie funebri durante le quali il corpo del defunto viene sistemato al centro del luogo sacro, e intorno le donne liberano i loro lamenti. Riproducono il suono degli uccelli, aggiungendo testi poetici che ricordano il padre, il marito o semplicemente qualcuno che scompare. Le melodie richiamano l'andamento delle cascate e delle acque che attraversano la foresta, in un'armonia musicale che racchiude in sé tutto un ecosistema. Il lamento è impulsivo, perché è vero dolore, ma allo stesso tempo contiene regole poetiche e melodiche precise che creano l'estetica del canto. L'acqua, gli uccelli, il cibo sono incarnazioni di sentimenti profondi. La natura veicola la cultura, e viceversa. I paesaggi sonori sono paesaggi dell'anima. Feld racconta di quando cercava di analizzare il canto di alcuni volatili nella foresta, insieme al suo accompagnatore Jubi, che stava imitando richiami e comportamenti e improvvisamente successe qualcosa. Ad una domanda dell'antropologo Jubi rispose: “Per te sono uccelli, per me sono voci nella foresta”. a destra: la tribù dei Kaluli


cinema

love in translation di Marco Costa foto di Alessia Pierdomenico

Lido di Venezia, crocevia d’amore, morte e romanticismo. È l’11 Settembre 2010. Nella Sala Grande del Palazzo del cinema si celebra la serata finale del Festival Internazionale d’Arte Cinematografica. C’è da attribuire il Leone D’oro. A questo punto il presidente di giuria, la scucchia più famosa di Hollywood, l’incontestabile Quentin Tarantino, fa una breve premessa per spiegare quanto la scelta sua e della giuria sia stata unanime, dettata dallo strascico sensazionale conseguente alla visione di quel film. Del resto, dice, “I don’t give a fuck”. E poi lo fa. Premia “Somewhere”, di Sofia Coppola. Il pubblico risponde con un’ovazione cui si mescolano alcuni brontolii, reflussi gastro-nazionalisti e sussurri inaciditi: “Be’ certo, lei partiva avvantaggiata, è stata anche la sua fidanzata…”. Dato per certo l’innegabile valore di un film vertiginosamente stiloso e intimista come “Somewhere”, è pur lecito cavillare su quanto sia pesato il ricordo di un amore romantico nella scelta di Quentin. Ma che cos’ha di così speciale Sofia Coppola? Assodata l’identità familiare, quel clan coppoliano di cui lei è fiore raro ed esotico, cos’è che la rende così affascinante e magnetica? Così influente ed apprezzabile da farle raggiungere l’Oscar come miglior sceneggiatrice (“Lost in Translation”) e l’agognato Leone d’oro (“Somewhere”)? Una giornalista manierista una volta ha definito il suo cinema: alienazione con room service. Fighismo percepito cinque stelle. Pezzi di torta di pasticcerie costose. Descrizioni azzeccate per un blog ma imparziali per un approfondimento cinefilo. Sofia spiazza perché ha scelto un cinema d’immagine e d’attesa, piuttosto che di trama e turning point. Perché a quarant’anni ha girato quattro film molto diversi eppure identici. Perché mette l’amore al centro di ogni storia, declinandolo in ogni sua contrastante sfuggevole configurazione, e già questo basterebbe ad innalzare il livello

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glicemico di molti critici che proprio non sopportano di vedere una “figlia-di” incontrare il successo con una tale grazia e rilassatezza. Amore per la vita. Negato, ricercato, infine abbandonato. È al centro de “Il Giardino delle Vergini Suicide” sua opera prima, del 1999, tratto dal romanzo di Jeffrey Eugenides. Cinque bellissime figlie bionde, tra i tredici e diciasette anni, nel pieno della loro adolescenza, combattono contro i legami e le costrizioni di una coppia di genitori perbenisti e anaffettivi. Premesse da sociodramma borghese sulla difficoltà di crescere nell’America anni ‘70 che si tramuta in una tragedia irrimediabile e simbolica. La scelta cerimoniosa del suicidio s’evidenzia come una sorta di liberazione estrema per chi si vede negata la possibilità di correre incontro alla vita. Ed anche se la seconda parte del film non regge le premesse magiche e misteriose seminate nel setting iniziale, risolvendosi in un finale piuttosto congestionato e lacunoso, gli spettatori del 52° Festival di Cannes avevano già capito che si sarebbe parlato ancora di quella regista indie-glam. L’amore smarrito, al di là della forma, in cerca di contenuto. In “Lost in Translation” primo grande successo di Sofia (2003), si parla di due solitudini che si incrociano nella terra alienante per eccellenza: il Giappone. Una neo sposa al seguito del marito fotografo work addicted ed una vecchia celebrità hollywoodiana in trasferta per pubblicizzare una nota marca di whiskey, si ritrovano tra ascensori e roof bar a combattere il jet lag. Attraverso piccoli grandi momenti di condivisione scoprono di avere la stessa necessità di riassaporare la condivisione di sentimenti autentici.

Sofia Coppola durante la presentazione di “Lost in Translation

Nel minimalismo imperante della pellicola, a tratti onirico e impalpabile come un acquarello giapponese, si palesa l’impronta stilistica della Coppola: dettagli pop, silenzi metropolitani, trascurabili equivoci, pianti sommessi e l’odore dei cuscini negli alberghi di lusso. E alla fine di tutto, un bacio. Niente di più, nessun monologo rivelatore alla “25° Ora”, nessun dubbio lasciato in sospeso alla “Inception”, perché talvolta le trame migliori, i più sorprendenti rovesciamenti, sono celati nell’involucro del nostro cuore. L’amore simulato, rincorso e mai posseduto. È il caso di “Maria Antonietta” del 2006, l’affresco pop con colonna sonora rock che suggella in colossal le ambizioni della Coppola. Stavolta la briosa adolescente annoiata e irrequieta è la moglie di Luigi XVI, Re di Francia, che dalle prime difficoltà d’ambientazione nella sconfinata, impersonale Versailles, trova il modo di abbandonarsi ai piaceri golosi e spregiudicati dell’essere regine. Dopo aver rinunciato a coltivare l’amore per un marito francamente insulso e puerile, ne rincorre una chimera rappresentata dal suo amante, il capitano Fersen, da cui

sarà infine abbandonata al suo destino. L’amore disinteressato, come quello di un padre per la figlia. E rieccoci a “Somewhere”, l’ultimo film, che ti resta addosso come un profumo, nelle orecchie come una bella canzone. Ad esempio “I’ll try anything at once” degli Strokes che riecheggia fra le immagini dei due che giocano sott’acqua in piscina. La storia non c’è. Nessuna partenza, nessun arrivo. C’è piuttosto un attore utrafamoso e logorato dalla provvisorietà, e c’è sua figlia, una celestiale undicenne stavolta diligente e senza capricci che lo vuole aiutare a ritrovare un senso. Gli basta passare del tempo insieme, tra viaggi in Ferrari, cene in camera allo Chateau Marmont e grottesche ospitate al freak show dei Telegatti, ed è impossibile non pensare a rimembranze autobiografiche da parte di Sofia. Anche lei bambina cresciuta all’ombra del gigante Francis, a piangere sulla porta nel vederlo partire per chissà quale viaggio, ad imparare sin da piccola che l’amore non si può ordinare in camera.

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150 - omaggio ai perdenti

Gaeta a cura di Claudia Bena

14 Febbraio 1861. È la fine. La fortezza è caduta, e con lei la resistenza borbonica. La nave francese “La Mouette” salpa verso Roma con a bordo Francesco II, ultimo re delle Due Sicilie, e sua moglie Maria Sofia di Baviera. Un mese e mezzo sotto il fuoco nemico, quasi mille morti solo tra i militari. L’assedio è finito. Sono passati due anni dalla sua incoronazione. Cugino di Vittorio Emanuele II ed ultimo vero discendente dei Savoia, si ritrova avvinghiato in qualcosa più grande di lui. L’Italia, così come nessuno che ci aveva creduto l’avrebbe voluta, è formata. Non è l’Italia di Mazzini, di Garibaldi, né tanto meno quella di Cattaneo, di Cavour, di Pisacane, d’ogni singolo garibaldino… è la semplice conquista di Vittorio Emanuele II che, incoronato re il 17 marzo 1861, a sottolineare la continuità dello stato sabaudo non cambia il proprio nome in Vittorio Emanuele I. Fuggito da Napoli con l’esercito garibaldino alle porte per evitare la distruzione della città e l’inutile spargimento di sangue, tradito dalla stragrande maggioranza del suo seguito, Francesco II è solo, difeso da pochi fedelissimi, contro le grandi potenze europee. La politica sarda, riporta il traditore Liborio Romano nel tentativo di persuadere il re ad una resa incondizionata, è onnipresente. All’om-

bra di Vittorio Emanuele II, massone ed anticlericale, si muove la Francia di Napoleone III e l’Inghilterra dei liberali Palmerston e Gladstone, il cui credo nel libero commercio li spinge sempre più verso il Mediterraneo, in particolare sulla Sicilia, per grano, zolfo ed olio. Una religiosità anacronistica cui è stato educato, di stampo medievale, ed una lealtà al limite dell’ingenuità lo spingono a credere in una giustizia divina in terra, prima che in cielo. Il coraggio di tutti, compresa la regina, definita in seguito da Proust: “Femme héroique, reine soldat”, non può bastare. “Caieta Italiae restituta”. Non pensate, percorrendo oggi le strade di Gaeta, di rievocare intorno a voi l’assedio, di sentire il rumore dei cannoni o le urla dei soldati gli uni contro gli altri armati gridare “viva il re” o “viva l’Italia”. Ai potenti bastioni è stato sostituito un tipico lungomare italiano ed un porto turistico. Leggendo d’imprese non poi così lontane nel tempo, colpisce piuttosto la forte assenza di ciò che rendeva unica ed imponente questa cittadina centocinquanta anni fa. Solo il borgo è rimasto tale, con le sue vie strette ed i suoi corridoi, classico esempio d’urbanistica medievale marina. continua su thetripmag.com

VIA NICOLA ZABAGLIA, 25 - 00153 - ROMA - Tel. 06 5781466 - info@osteriadegliamici.info CHIUSO IL MARTEDÌ

vista del Golfo di Gaeta

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portfolio

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Simona Ottolenghi simonaottolenghi.com Nata a Roma nel 1972, Simona Ottolenghi frequenta gli studi classici per poi laurearsi in architettura. La passione per la fotografia comincia a prendere forma solo alcuni anni dopo, quando Simona si iscrive ad un corso presso l’agenzia Vision che sarà per lei una tappa fondamentale. Questo grande amore cammina a braccetto con la passione per i viaggi, e la voglia di conoscere le differenti realtà la porta a girare il globo da nord a sud fotografando soprattutto le architetture di diversi mondi e culture. La foto qui accanto, scattata a Citato, un villaggio rappresentativo dell’Angola post guerra, ritrae tre donne e una bimba nel cortile di un edificio crollato.

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ULTRASUONI RECORDS Via degli Zingari 61/A

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