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the trip N°14 winter 2012 / 2013 Lost&Found Project Hong Kong / Maramureş Hashima / Panamá Giorgio Di Noto thetripmag.com


EDITORIALE

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... Il dentifricio è sullo spazzolino. Lo specchio ti dice che forse è il caso di darti una pettinata. Batti le dita sul lavandino per contare quanto tempo ti rimane. Dieci minuti. Troppo pochi per shampoo caffè e la corsa in motorino. Cerchi la spazzola, non la trovi, imprechi e continui a cercare. Every year is getting shorter never seem to find the time. Plans that either come to naught or half a page of scribbled lines. Gilmour ti ricorda dell’appunto che hai lasciato sul comodino. Lo cerchi non lo trovi. C’è segnato il nome della cittadina giapponese sommersa dallo tsunami del 2011. Mentre infili la scarpa sinistra tenti di ricordare ma ti viene in mente solo la regione della Transilvania dove William Blacker ha deciso di vivere. Sei seduto accanto allo scrittore anglo-irlandese. Ti racconta di un mondo incantato, di un mondo dove il tempo è stato fermato dalla foresta circostante. Ti sorride e tu ti senti a casa. Le scarpe sono allacciate, i capelli arruffati, l’orologio sulla scrivania ti dice che sono passati tre minuti e tu ancora non hai trovato la spazzola. Ticking away the moments that make up a dull day. You fritter and waste the hours in an offhand way. Kicking around on a piece of ground in your home town. Waiting for someone or something to show you the way. Le otto mani che hanno composto uno dei tuo brani preferiti sono come uno schiaffo in pieno volto. Ami la tua città natale, con i suoi ponti e i resti di una storia gloriosa. Ma il Colosseo assomiglia ad un Suv che ti taglia la strada nel caos del lunedì mattina. E tu sei ancora a casa bramando il cappello che ha sostituito la spazzola. Sei minuti. Sei in ritardo. Segui mentalmente il percorso da fare con il tuo SH affrontando il traffico e ti ritrovi sulla funivia di Hong Kong ad osservare dall’alto i cambiamenti della città-isola, ieri colonia britannica, oggi Regione Amministrativa Speciale della RPC, domani in attesa che Pechino indichi la via. Tired of lying in the sunshine staying home to watch the rain. You are young and life is long and there is time to kill today. And then one day you find ten years have got behind you. No one told you when to run, you missed the starting gun. Ascolti la pioggia scansare via il sole mentre con un sorriso ti infili il cappello che ti ha accompagnato per l’adolescenza. Quando le giornate scorrevano senza tic tac e il tempo viveva solo nelle cinque ore passate sui banchi di scuola. Richard Wright è al primo ritornello e tu smetti di sentirti bambino. Rovistando nel cassetto dei ricordi è spuntato l’appunto che cercavi. Yamamoto-cho, prefettura di Miyagi. Continui a ripetertelo in testa come un mantra cercando di visualizzare la fascia est del Giappone ma finisci su un'isola fantasma di nome Hashima. Hai le mani sporche di carbone e stai correndo per non perdere la nave che ti porterà via da quella landa di cemento. Due minuti. So you run and you run to catch up with the sun but it’s sinking. Racing around to come up behind you again. The sun is the same in a relative way but you’re older, shorter of breath and one day closer to death. Il tempo è scaduto. Valentina Diaconale

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Time di Sara Tyson

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SOMMARIO

04 editoriale

08 eventi dal mondo

14 FotografiSenzaFrontiere

Giorgio Di Noto

19 Romania

26 Hong Kong

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50 Panamá

56 Ottavia Massimo

64 Italia / chi ci crede ancora

24 Premio Kapuscinski

Lost&Found Project

lago di Resia

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60 Hashima

66 MoCA

68 Savile Row

REDAZIONE the trip N°14 winter 2012 / 2013 direttore responsabile Valentina Diaconale valentinadiaconale@gmail.com direttore editoriale Lorenzo Verrecchia lorenzoverrecchia@thetripmag.com direttore artistico Andrea Bennati info@andreabennati.com responsabile redazione Francesca Rosati redazione Claudia Bena responsabile web Veronica Gabbuti coordinatore tecnico Damiano Mencarelli responsabile marketing Luca Salice lucasalice@thetripmag.com editore the trip s.r.l. via Apollo Pizio 13 - Roma centro stampa Pignani printing via degli Imprenditori snc Zona industriale Settevene – Nepi (VT)

sede legale via Gasperina 188 - Roma sede redazione via Apollo Pizio 13 - Roma Registrazione Tribunale di Roma n. 329 del 6 ottobre 2009 hanno collaborato Adelphi Edizioni, William Blacker, Brian Burke-Gaffney, Federico Marcello Capurso, Giovanna Forlano, Marianna Kuvvet, Rachele Masci, Ottavia Massimo, Anna Mastrolitto, Stefano Miraglia, Neri Pozza Editore. consulenza fotografica del numero Annalisa D’Angelo e Valeria Ribaldi

foto Andrea Dapueto - andreadapueto.it Giorgio Di Noto – giorgiodinoto.com Alessia Laudoni – alessialaudoni.com Lost&Found Project – lostandfound311.jp Tommaso Martelli – tommasomartelli.com Thomas Merkle Paola Micalizzi Antonio Politano – antoniopolitano.com Emiliano Scatarzi – emilianoscatarzi.com Benjamin Sieberer - flickr.com/photos/benjaminsieberer La foto in copertina è del Lost&Found Project L’illustrazione dell’editoriale è di Sara Tyson saratyson.com contatti info@thetripmag.com thetripmag.com

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EVENTI DAL MONDO a cura di Francesca Rosati

SEGNALACI ANCHE IL TUO

EDIMBURGO (SCOZIA) 30 DICEMBRE – 2 GENNAIO EDINBURGH’S HOGMANAY Hogmanay è la parola scozzese che indica l’ultimo giorno dell’anno, ma questo festival, conosciuto a livello mondiale, racchiude tantissimi eventi che si svolgono dal 30 dicembre al 2 gennaio. Quattro giorni incredibili colmi di attrazioni culturali ed eventi celebrativi: teatro, musica, danza e la famosa street party con i fuochi d'artificio mozzafiato sul castello della città. edinburghshogmanay.com

SYDNEY (AUSTRALIA) 5 – 27 GENNAIO SYDNEY FESTIVAL Ogni anno, per tre settimane, il Sydney Festival anima e trasforma la città con una celebrazione culturale basata su grandi idee e sull’arte di alta qualità. Il programma è caleidoscopico e spazia dal circo burlesque al rap di New York, dal teatro russo alla danza contemporanea, dai programmi per famiglie alle arti tradizionali indigene. Circa trecento spettacoli e cento eventi eseguiti da oltre mille artisti in più di venti sedi ogni anno. sydneyfestival.org

BERLINO (GERMANIA) 28 GENNAIO – 3 FEBBRAIO CTM Progetto indipendente organizzato da DISK Berlin, CTM è un festival di rilievo internazionale dedicato alla musica elettronica contemporanea, digitale e sperimentale, nonché alla vasta gamma di attività artistiche che riguardano la sound and club culture. Dal 1999 si svolge in concomitanza e in collaborazione con transmediale, festival internazionale di arte e cultura digitale sempre berlinese. ctm-festival.de

SAPPORO (GIAPPONE) 5 – 11 FEBBRAIO SAPPORO SNOW FESTIVAL Uno degli eventi invernali più importanti del paese, attira un numero crescente di visitatori provenienti dal Giappone e dall'estero ogni anno. Circa due milioni di persone accorrono per vedere le centinaia di statue di neve e sculture di ghiaccio che costeggiano l’Odori Park e la strade principali. Per sette giorni queste opere d’arte trasformano Sapporo in un luogo da sogno di cristallo. snowfes.com

scrivi a info@thetripmag.com

OSLO (NORVEGIA) 11 – 13 GENNAIO ALL EARS Il festival della musica improvvisata. Eclettico, stravagante e di nicchia come solo gli eventi dei paesi scandinavi sanno essere. Con una line up di livello mondiale, all Ears abbraccia tutto ciò che ruota intorno all'improvvisazione, al jazz d'avanguardia e alla sperimentazione tout-court, incorporando anche altri mezzi come il video e la danza. Solo grandi nomi, con scandinavi e giapponesi nei ruoli da protagonisti. all-ears.no

Franz Ferdinand

TRAVELLING AROUND MUSIC LOLLAPALOOZA FESTIVAL SAN PAOLO – SANTIAGO CHICAGO – TEL AVIV COSQUÍN (ARGENTINA) 9 – 11 FEBBRAIO COSQUIN ROCK Importanti cantanti e gruppi rock nazionali partecipano ogni anno al festival, insieme ad alcune delle più importanti band rock internazionali, per lo più provenienti da paesi di lingua spagnola come la Spagna, il Messico e l’Uruguay. Il festival si svolge durante le vacanze estive, ed è uno degli eventi musicali più popolari del paese, con oltre centocinquantamila partecipanti. cosquinrock.net

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BINCHE (BELGIO) 10 – 12 FEBBRAIO CARNAVAL DE BINCHE Il carnevale di Binche è un evento popolare, umano e sociale, riconosciuto come Capolavoro del Patrimonio Orale e Immateriale dell'Umanità dall'UNESCO nel 2003. A partire da sei settimane prima dell’evento la città si anima di feste e preparativi, che sfociano poi in un vero e proprio rito di tre giorni popolato dai gilles (i personaggi principali), i pierrot, i contadini e gli arlecchini. carnavaldebinche.be

SHILPGRAM (INDIA) 18 – 27 FEBBRAIO TAJ MAHOTSAV Una manifestazione che dura dieci giorni, il Taj Mahotsav di Agra (la regione indiana dove si trova il villaggio di Shilpgram) è una piattaforma culturale vibrante che riunisce il meglio dell’artigianato locale e delle tradizioni culturali. Musica popolare, shayari (poesia), spettacoli di danza classica, giri in groppa a elefanti e cammelli, giochi di vario genere e un festival gastronomico sono solo alcune delle tante iniziative del festival. tajmahotsav.org

a cura di Anna Mastrolitto foto di Alessia Laudoni

Molti avranno sentito parlare del Lollapalooza, e non solo gli appassionati di musica. Il presidente Obama in un discorso alla Casa Bianca ha citato il festival chiamandolo Lappalooza generando diversi commenti in rete. I Simpson nella puntata Homerpalooza hanno ospitato gruppi come gli Smashing Pumpkins in tour con Homer nella versione cartoon del festival. Se invece vi suona familiare questa parola sarà forse perché il termine lollapalooza è stato usato dai soldati

americani durante la Seconda Guerra Mondiale per individuare le spie ma veniva anche utilizzato come espressione colloquiale per definire qualcosa di meraviglioso. Definizione perfetta per un festival che da due decenni riunisce grandi nomi e band emergenti per un pubblico sempre alla ricerca della buona musica e il divertimento. Siamo nel 1991, durante l’epoca del grunge, quando Perry Farrell, in seguito all’ultimo tour con i Jane’s Addiction, decide di creare un festival itinerante dando così vita al Lollapalooza. Nei primi anni il festival ha avuto luogo in vari stati del Nord America, poi dopo una pausa di qualche anno ha scelto come sede Chicago e dopo un ulteriore stop ha ripreso vita generando festival satelliti prima a Santiago, poi a San Paolo e dal 2013

anche a Tel Aviv. Anche se i primi passi non sono stati facili, oggi il Lollapalooza offre una buona organizzazione, buoni gruppi e un buon ambiente. Il resto tocca a voi. In quale città deciderete di voler fare questa esperienza dipende solo dalle inclinazioni come viaggiatori o da quando vi farà più comodo prendere le ferie. Ecco alcuni nomi che saranno presenti in entrambe le location del Sud America: Pearl Jam, The Black Keys, The Killers, Queens of the Stone Age, Franz Ferdinand, etc. San Paolo: dal 29 al 31 marzo 2013. Santiago: dal 6 al 7 aprile 2013 - Chicago: dal 2 al 4 agosto 2013. Tel Aviv: dal 20 al 22 agosto 2013 (in posizione infrasettimanale per rispettare lo Shabbat, il giorno di riposo ebraico). travellingaroundmusic.com

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INTERVISTA

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Giorgio Di Noto giorgiodinoto.com Giorgio Di Noto ha osservato gli avvenimenti della Primavera araba attraverso televisione e web. Ha poi deciso di dare una forma a quelle immagini, scattando con la sua polaroid, con pellicola impossible in bianco e nero, fermi immagine da singoli eventi. La sua è una descrizione artistica di episodi che si stanno svolgendo vicino a noi e che ci coinvolgono tutti. Con questo progetto ha vinto il premio Pesaresi 2012 di fotogiornalismo.

the Arab Revolt di Claudia Bena

Nato a Roma nel 1990, Giorgio Di Noto ha studiato fotografia al Centro Sperimentale di Fotografia A. Adams di Roma e ha imparato le tecniche di camera oscura studiando e lavorando con alcuni stampatori professionisti in Italia. È studente di Filosofia all’Università La Sapienza. Vive e lavora a Roma.

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Come nasce il progetto “The Arab Revolt”? Inizialmente stavo lavorando separatamente su quelli che poi sono diventati i due aspetti principali del progetto: da una parte studiavo e sperimentavo diverse tecniche fotografiche analogiche in rapporto alle immagini

virtuali che vediamo attraverso uno schermo. Volevo riportarle, attraverso la fotografia, a un livello concreto e oggettuale, concentrandomi sulle caratteristiche di questo passaggio. Dall'altra seguivo con estremo interesse gli eventi della Primavera araba, con particolare attenzione alle novità che si stavano delineando a livello me-

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INTERVISTA

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tiche portano alla nascita di una discussione e di un confronto, sono il primo a essere contento. In un certo senso era lo scopo stesso del progetto e penso sia l'ambizione di qualunque fotografo o artista generare un dibattito col proprio lavoro. Poi ovviamente ci sono molte tante critiche inutili, alcune offensive, ma è normale che sia così. Sono talmente tante le questioni sollevate, che ci vorrebbe la rivista intera per rispondere a ciascuna. Continuerai a lavorare su questo progetto, o hai altre idee per il futuro? Nonostante le Primavere arabe restino un tema che sto ancora indagando, quella serie, in quella forma specifica, è conclusa così. Quello che non è concluso è il lavoro e la riflessione sulle immagini, sul loro rapporto con il tema della documentazione e della produzione/diffusione di materiale visivo. Così come la sperimentazione di diverse tecniche fotografiche, in relazione a questi contenuti, rimane un punto centrale. Oltre a questo sto lavorando in Sicilia a un progetto sul rapporto tra l'uomo e il paesaggio.

diatico. Già dall'11 settembre il materiale prodotto dai semplici cittadini e protagonisti degli eventi aveva acquisito importanza fondamentale nella comunicazione e nell'informazione. Con le nuove tecnologie e l'avvento dei social media, questo aspetto è diventato sempre più importante, fino a risultare, in particolare nella Primavera araba, addirittura determinante: spesso proprio a causa dei video e delle foto diffuse via web, il giorno dopo scoppiavano proteste e manifestazioni. Prendendo spunto dall'importanza che questo materiale diffuso su internet stava avendo, ho deciso di concentrarmi su questo aspetto, rappresentando in qualche modo quella sovrapposizione che si era venuta a creare tra documentazione e testimonianza. È diventato anche uno spunto importante per riflettere sul ruolo delle immagini e del fotogiornalismo, e sulla natura documentaria della fotografia. Il progetto è iniziato quando tutte queste cose hanno cominciato a funzionare insieme.

tà è sempre accaduto, il digitale in sé c’entra poco. È solo un mezzo come tanti altri. La fotografia è linguaggio, è rappresentazione. Non mostra la realtà così com'è, non ne coglie in nessun modo la verità, a patto che la verità esista. A cosa è dovuta la scelta di non inserire nel loro tempo e spazio gli scatti, dando semplici numeri alle singole foto? Per lo stesso motivo per cui ho voluto dare un titolo il più possibile generico al lavoro. Non sto raccontando un evento in particolare, non sto aggiungendo nulla rispetto a quello che già si sa della Primavera araba o della guerra. Il lavoro è più sull'immaginario della fotografia di guerra, sulla sovrapposizione che oggi abbiamo tra documentazione e testimonianza, sulla necessità di essere o non essere lì. Insomma le didascalie non avrebbero aggiunto nulla di più.

Cosa pensi del fotogiornalismo nell’epoca dei nuovi mezzi di diffusione delle immagini e di comunicazione? E della fotografia in generale nell’epoca del digitale?

Cosa ne pensi delle critiche mosse dal mondo della fotografia all’assegnazione del Premio Pesaresi 2012 al tuo progetto?

Penso semplicemente che si debbano interrogare sul proprio linguaggio e sulla propria funzione. Il digitale è un mezzo incredibile, con potenzialità interessantissime. È vero anche che dà l'illusione di una maggiore accessibilità al mezzo. Quando questa consapevolezza manca smette di essere interessante. Ma questo in real-

La vittoria al Pesaresi è stata una sorpresa, veramente inaspettata. Tanto che sono arrivato il giorno dopo la premiazione, visto che mai avrei potuto immaginare quello che era successo. Sono ovviamente contentissimo, la massima aspirazione per questo progetto era vincere un premio di fotogiornalismo. Nel momento in cui le cri-

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What you see here, caught in your night defences These steel and glass cocoons for killing people With tons of bombs, are just the consequences For all, and not the causes of the evil. Bertold Brecht

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Dal 1978, Ben&Jerry’s conquista i palati dei più golosi grazie a gelati buoni davvero, perché nati rispettando il concetto di sviluppo finalizzato a raggiungere obiettivi di miglioramento economico, sociale e ambientale. Difendere il delicato equilibrio di Madre Natura è molto importante per il brand, come dimostrano gli sforzi compiuti per cercare di ridurre l’impatto ambientale della propria filiera. Perché un pianeta più caldo fa sciogliere prima il gelato! A Ben&Jerry’s, lo sapete, piacciono tutte le idee che contribuiscono a rendere il mondo un posto migliore e a difendere il benessere dell’ambiente. Per questo, sicuramente, gli amici di Ben&Jerry’s apprezzano le iniziative di FotografiSenzaFrontiere...

FOTOGRAFI SENZA FRONTIERE di Francesca Rosati foto di Emiliano Scatarzi (emilianoscatarzi.com ) Sul passare del tempo in carcere si è detto, scritto e pensato di tutto. Il tempo non esiste più, viene percepito come una dimensione diversa, assume un valore che fuori non ha. Il tempo si ripete, è sempre lo stesso. Senza dubbio quando si è privati del più elementare dei diritti sembra non scorrere mai, portando spesso alla follia e all’esasperazione. Fuori dalle sbarre siamo impegnati in una corsa costante contro il tempo, questo tempo che sembra non bastare mai, nella ricerca disperata di spazi da ritagliare dalla routine e dal tran tran frenetico della vita quotidiana per dedicarli a noi stessi o alle nostre passioni. Dentro, al contrario, il tempo si trascina lentamente, e la vera sfida sta nel trovare qualcosa per poterlo impegnare. Perché il tempo, in carcere, diventa esso stesso una costrizione, e farlo scorrere in maniera positiva diventa un modo per sentirsi più liberi. Questo è quello che sta cercando di fare FotografiSenzaFrontiere a Buenos Aires, nel carcere femminile di Ezeiza. Il primo importante risultato è quello di

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far uscire le detenute dal carcere per seguire le lezioni. La parte teorica del laboratorio si svolge in uno spazio chiamato il Centro Universitario, nato grazie all'impegno di alcune detenute e dell'Università pubblica di Buenos Aires. Sorge all'interno del penitenziario ma è fuori dalla giurisdizione del Ministero della Giustizia, e quindi la polizia, per entrare, deve bussare. Su uno schermo appeso in modo sbilenco vengono proiettate le fotografie scattate dalle allieve durante la lezione precedente e si spiegano fattori quali la luce e la prospettiva, quanto mai emblematici in questo nonluogo. Si passa poi alla parte pratica nello spazio esterno dove, circondate da filo spinato e torrette di controllo, le nove donne che seguono il laboratorio scattano ritratti. Alcune si sdraiano a terra, abbracciate l'una all'altra, alcune usano il muro dell'edificio come sfondo per le foto. Il tempo, per cambiare, fila via velocemente. Soprattutto gli ultimi momenti trascorrono in allegria: sedute sul prato, le donne si raccontano le loro impressioni e le loro storie prima di rientrare

le allieve Saharawi, Sallaka e Selke, durante il laboratorio di fotografia analogica. Dajhla, Algeria 2003

nelle celle, dove la luce e la prospettiva cambiano e si restringono. Da diversi anni oramai FotografiSenzaFrontiere-onlus (FSF) raggiunge alcune delle aree più critiche del pianeta con un gruppo di fotografi e di addetti ai lavori che si occupa di aprire laboratori permanenti di fotografia, offrendo a persone che vivono situazioni di disagio, marginalità o post-emergenza la possibilità di auto-rappresentarsi e l'opportunità di apprendere le basi di un mestiere. Spesso in situazioni di emergenza quello che veramente viene a mancare non è soltanto il cibo, la salute, i medi-

cinali, ma è l'identità. La filosofia di FSFonlus si fonda sulla convinzione che la pratica della fotografia possa rendere la comunicazione più libera e fruibile a coloro che fino a oggi l'hanno solamente subìta, per far sì che in un prossimo futuro essi possano raccontare le proprie storie trasformandosi così da oggetti a soggetti attivi della comunicazione. Nel 2002, ad esempio, nasce il primo laboratorio autonomo di FotografiSenzaFrontiere a El Ajiun, un campo profughi Saharawi nel deserto algerino. Lì la camera oscura, un piccolo prefabbricato senza finestre, è stata costruita sulla

sabbia, tra le tende. La onlus è presente anche a Kalongo, nel Nord Uganda, devastato da venti anni di guerra civile. Un primo laboratorio è iniziato nel 2009, quando nel villaggio non c’era ancora la corrente elettrica, se non nell’ospedale e in alcuni uffici per poche ore al giorno. E poi ancora in un campo rom di Roma, a Somoto (Nicaragua), a Betlemme, addirittura a Gaza, e nel Kuna Yala, la comarca panamense abitata dalla tribù autoctona dei Kuna. Insomma, forse FSF non risolverà le questioni politiche ed economiche per cui queste comunità vivono in condizioni di

isolamento, di povertà estrema o di ingiustizia. Ma senza dubbio contribuisce a regalare sorrisi e obiettivi a chi fatica ad averne. Perché molto spesso sono le piccole azioni a permetterci di raggiungere quei traguardi che possono farci sentire meglio. Questa la filosofia di Ben&Jerry's, la stessa pensata e adottata da FotografiSenzaFrontiere.

fotografisenzafrontiere.org facebook.com/benjerryitalia twitter.com/benjerryitalia benjerry.it

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RACCONTO DI VIAGGIO

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RACCONTO DI VIAGGIO

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William Blacker percorre l’Europa dell’Est quando le macerie del muro di Berlino sono ancora in terra. Giunge in Romania e quasi per caso scopre la regione del Maramureş, in Transilvania, ritrovandosi in un mondo incontaminato tra contadini con tradizioni antiche sulle spalle e gruppi di rom colorati, spensierati e romantici. Da questa esperienza prende forma un romanzo sospeso tra viaggio e incanto, pubblicato nel 2012 dalla casa editrice Adelphi. PENSAVO DI ESSERE NATO TROPPO TARDI PER POTER INCONTRARE DA QUALCHE PARTE LA VITA CONTADINA DESCRITTA DA TOLSTOJ E HARDY, MA MI ERO SBAGLIATO. ECCO I RESTI DI UN MONDO ANTICO, UN MONDO MEDIOEVALE, ISOLATO GRAZIE ALLE MONTAGNE E ALLA FORESTA CHE AVEVO APPENA ATTRAVERSATO. E CI ERO CAPITATO PER PURO CASO. Un desiderio di raggiungere l’est Europa sorto dalla curiosità irrefrenabile di vedere il mondo comunista prima che venisse conquistato e distrutto da quello occidentale. Era chiaramente la fine di un’epoca, iniziata con la rivoluzione russa, e uno tra i momenti storici più significativi da quando ero nato, e sentivo che non avrei dovuto perderlo. Immaginavo un mondo grigio e deprimente, la gente oppressa da decenni di conformismo e repressione comunista. È quello che ho trovato in alcuni luoghi, ma ho visto tante altre cose che mi sono piaciute. Berlino Est, per esempio, dove non c’erano cartelloni pubblicitari e nessuna luce a neon, aveva una purezza vi-

siva che in occidente non esiste più. Era un piacere per la vista che solo una volta sperimentato ci porta a capire quanto da noi tutto questo inquinamento visivo sia disturbante. In Romania, invece del grigiore e dei villaggi distrutti e rasi al suolo di cui avevo letto, ho scoperto un paese pieno di colori e un popolo semilatino pieno di vita e di umorismo. Sono rimasto stupito perché dalla propaganda occidentale immaginavo qualcosa di molto diverso. La domenica in chiesa i costumi contadini erano magnificamente colorati e indossati con dignità. Erano tutti molto più educati e rispettosi di quanto avrei potuto immaginare. Il sabato sera i musicisti rom suonavano e i giovani del villaggio ballavano antiche danze tradizionali, osservati dai loro genitori e nonni che sedevano contenti tutt’intorno alla stanza. I villaggi erano ancora funzionanti e reali comunità. Era impressionante per me che venivo dall’Inghilterra, dove un tale stile di vita è scomparso da almeno cinquant’anni, se non di più. ALL’INIZIO DEL 1996 RIUSCII FINALMENTE A LIBERARMI DELLE PROPRIETÀ E RESPONSABILITÀ CHE MI LEGAVANO ALL’INGHILTERRA, E UN MATTINO DI PRIMAVERA ME NE ANDAI DA LONDRA, A CUOR LEGGERO. Avevo già deciso che sarei voluto rimanere lì, ma altri impegni me lo impedivano. Negli anni successivi tornai ogni volta che potevo per alcune settimane fino al 1996, quando mi sono finalmente lasciato il mondo moderno alle spalle per andare a vivere lì, con una pagina

William Blacker sulla scala che porta alla “stanza più bella”

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vuota davanti e senza nessun tipo di impegno, solo una nuova vita da vivere e una antica e affascinante da osservare. Giungere in Romania, e soprattutto nel Maramureş, è stato come incontrare qualcuno tornato in vita da un altro secolo e conoscere da vicino il vecchio mondo e la vita così com’erano in passato. Era affascinante leggere Thomas Hardy e Tolstoj mentre stavo vivendo le stesse esperienze descritte nei loro libri. È stata una strana sensazione. Ho letto Anna Karenina quando ero in Maramureş. Leggendo le descrizioni di Levin mentre falciava l’erba sono rimasto impressionato di come Tolstoj descrivesse dettagliatamente tutto ciò che io stavo facendo ogni giorno nei campi, e tutto quello che provavo. Anche io, come Levin, ero innamorato di una ragazza di campagna, e vivevo semplicemente come lui. Ho avuto certamente modo di apprezzare di più i luoghi dove vivevo grazie ai libri e alle poesie che avevo letto e che stavo leggendo. Provare quelle stesse cose che gli autori del XIX secolo e anche prima avevano così vividamente descritto è stato speciale. Mi sentivo molto privilegiato, come se qualcuno morto da tempo fosse tornato in vita e io potessi parlare di nuovo con lui. CON LE SUE VALLI RACCHIUSE DA BOSCHI E MONTAGNE, LONTANO DALLE CITTÀ, REMOTO E MAL COLLEGATO AL MONDO ESTERNO, IL MARAMUREş ERA UNA DELLE REGIONI PIÙ INTATTE D’EUROPA. Ho imparato di più vivendo in questi villaggi che in tutti gli anni che ho trascor-

so a scuola e all’università. Le tradizioni rurali del Maramureş sono molto diverse da quelle dei rom, e il contrasto è illuminante. Il mondo dei contadini è ordinato e ancorato saldamente; il mondo dei rom è un magnifico caos dove sembra che la vita ti possa trasportare ovunque senza nessun tipo di ostacolo. MA A MANO A MANO CHE LEGGEVA LE PAGINE DIMINUIVANO, PERCHÉ LE STRAPPAVA PER ACCENDERE IL FUOCO. LA TRANSITORIETÀ DEL TUTTO ERA INSITA NELLA SUA NATURA, E I LIBRI ERANO COME UN VIAGGIO: QUANDO LI FINIVA, NON C’ERANO PIÙ. I LIBRI COME EREDITÀ PER LE GENERAZIONI FUTURE ERANO ROBA DA GENTE STANZIALE. PER LEI ERANO MOMENTI DI PIACERE TEMPORANEI, COME LA DANZA. Ormai in Romania non ci sono più rom completamente nomadi, o almeno io non ne sono a conoscenza, ma il loro spirito migratore si sente ancora in tutto ciò che fanno e dicono. La loro è una situazione molto difficile. La cultura rom è molto importante per l’Europa, ed è sorprendente vedere quanto di indiano ancora ci sia nei rom di Romania nonostante siano trascorsi un migliaio di anni da quando abbandonarono quella parte del mondo. Da questo punto di vista sono come i Sassoni della Transilvania, che sono venuti dal nord Europa più di ottocento anni fa e sono ancora, ovviamente, sassoni, con i capelli biondi e gli occhi azzurri, parlano il dialetto sassone e hanno tradizioni e modi di vivere diversi dai vicini rumeni.

danze al funerale-matrimonio

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RACCONTO DI VIAGGIO

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SECONDO ANGUS FRASER E ALTRI, MOLTI GRUPPI AFFINI DI MUSICISTI E ARTIGIANI DEI METALLI LASCIARONO L’INDIA E SI SPOSTARONO VERSO L’EUROPA NELL’ALTO MEDIOEVO: ALCUNI SI FERMARONO IN PERSIA; ALTRI PROSEGUIRONO A OVEST.

la chiesa sassone fortificata di Archita

Purtroppo il mondo moderno non ha più spazio per loro, o ne ha solo per alcuni. La maggior parte delle loro occupazioni tradizionali è stata inghiottita dalle grandi imprese, o semplicemente non più necessaria: i musicisti nei villaggi (juke box e computer hanno sostituito la musica dal vivo), gli artigiani di pentole e calderoni di rame, i riparatori di vasi, i produttori di ciotole e cucchiai in legno, di scope, e in particolar modo gli artigiani di mattoni e piastrelle in terracotta e i fabbri per i ferri di cavallo e tutte le altre forme di lavorazione del ferro. La maggior parte di queste persone non riesce a trovare lavoro. In un mondo di automobili, di agricoltura meccanizzata e supermercati non c’è posto per loro. NELLA STORIA DEGLI ZINGARI LA SOFFERENZA NON MANCA MAI. Sarei sicuramente favorevole a un ritorno al vecchio stile di vita, più lento e umano, in cui tali occupazioni venivano valorizzate e considerate di vitale importanza per le piccole comunità. Purtroppo però non riesco a vedere cosa succederà nel prossimo futuro. Una società che non ha posto per i rom, né per i contadini tra i quali viveva, non è una società sana. Come affermava Virginia Woolf molti anni fa, i contadini sono l'ulti-

mo grande santuario di sanità mentale, quando scompaiono non c'è speranza per la razza. Ho deciso di scrivere questo libro anche perché sento che la Romania ha avuto, e continua ad avere, una cattiva pubblicità. Ho trovato molte cose meritevoli, e così tante persone meravigliose, che ho pensato fosse ingiusto che i giornali si concentrassero solo sui lati negativi. Alcuni abitanti di Breb, nel Maramureş, hanno letto il mio libro, tra cui ad esempio i figli istruiti dei contadini. Gli è piaciuto, a quanto pare, perché sentivano che era una descrizione accurata della vita in quel periodo, vale a dire tra il 1996 e il 2008. Alcuni rumeni, direi pochi, lo hanno letto quasi tutto, e lo hanno accolto positivamente. Quando ho presentato il libro a Milano, una donna del Maramureş che lavorava in una casa in cui ho cenato, venuta a sapere che il libro raccontava della Romania, ha voluto parlare con me. Abbiamo conversato in rumeno e le ho raccontato di quello che avevo scritto sul suo paese, e mentre le parlavo mi sono accorto che qualcosa stava bagnando leggermente la tovaglia. Ho alzato gli occhi e visto le lacrime che scorrevano in silenzio lungo le sue guance e sulla biancheria.

William Blacker ora vive un’esistenza semi-nomade, spostandosi tra il sud della Toscana, la Transilvania e l’Inghilterra. Continua a scrivere e restaura vecchie case.

Herr e Frau Knall, Sassoni di Transilvania

contadini e zingari mangiano insieme nel giorno di fienagione

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il mercato di Ocna Şugatag d’inverno

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FESTIVAL DI LETTERATURA DI VIAGGIO

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il giardino di Klingsor di Stefano Malatesta vincitore del Premio Kapuściński 2012 come autore affermato

Ulla aveva la statura di un capitano della nazionale di basket e delle forme che gli americani chiamano gorgeous, perfette ma sovrabbondanti, che teneva imbrigliate, senza mai riuscirci completamente, con corpetti e maglie aderenti come cerotti. La sua pelle chiara aveva quella luminosità che diffondono i paralumi di seta color avorio e odorava di torta di mele e di marmellata di albicocche. Dopo il nostro primo incontro, decisi che non sarei ripartito da quella meravigliosa città del nord se prima non mi fossi dedicato ad un rito antropofago. Come i polinesiani d’origine maori delle Hawaii si erano cibati delle carni di James Cook, il grande navigatore, per impadronirsi del suo potere magico. La rivedo altissima e torreggiante, linda e senza un’ombra di trucco, nella sua divisa da infermiera, con il grembiule a quadretti bianchi e celesti e una crestina bianca che svettava sulla fronte, simile a quella degli elmetti dei granatieri prussiani, che verso le sei di mattina, già pronta per andare in ospedale, lasciava sul comodino al turpe italiota, quale ero io, del caffè bollente, rinchiuso dentro un thermos e uno zabaione, come da istruzioni. E ogni volta, ancora mezzo addormentato, cercavo di abbrancarla, eccitato dalla divisa. Ma lei mi respingeva con una dolcezza infinita, mormorando: "Dopo, dopo..." e partiva, mentre io mi rimettevo a ronfare sotto le coperte. Ero arrivato in Svezia attraversando l’Europa con una Seicento gialla con i sedili reclinabili. Ancora in rodaggio. Non potevamo superare i settanta chilometri all’ora e non ricordo come abbiamo

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fatto a resistere alla noia che ci procurava crampi alle gambe. Il mio compagno era un ricciolone, borgataro di aspetto e di accento, che nascondeva un’anima piccolo-borghese. Non mi ricordo perché mi fossi trascinato dietro un tipo simile. Finalmente ci trovammo davanti a un tetro palazzo della città vecchia, con finestre simili a feritoie e una porta blindata. Era sabato e io suonai a lungo, da maleducato, perché ero troppo stanco per adoperare le buone maniere. Dopo qualche tempo il portone cominciò ad aprirsi, emettendo cigolii sinistri. E io dissi: "Siamo finiti allo Spielberg. Vedrai che adesso compare Maroncelli". Invece apparve un lungo corridoio dove si aprivano numerose stanze, dalle quali facevano capolino sette-otto testoline bionde, che ci guardavano con una curiosità che non erano riuscite a nascondere. Era un pensionato femminile, abitato da studentesse, che si stavano preparando per andare a zonzo per i locali della città e non c’era nessuno a controllarle, perché era sabato e la custode aveva preso il suo giorno di libertà. Ulla viveva nel pensionato: io volevo essere libero da impegni troppo stretti e la vedevo saltuariamente. Solo verso la fine della vacanza decidemmo di metterci stabilmente insieme. Aveva capito il mio amore per i viaggi e la sera mi leggeva a puntate la storia di Nils Holgersson, il ragazzo che aveva fatto un fantastico viaggio intorno alla Svezia aggrappato al collo di un’oca selvatica. Ascoltando quell’avventura incantevole immaginavo che Nils dovesse vedere il grande nord dal punto di vista di

Saul Steinberg e delle sue meravigliose mappe a volo d’uccello. Ritornato a Roma, col passare dei mesi il ricordo di Ulla era andato sfumando. Durante tutto l’inverno le feci solo tre o quattro telefonate, e sembrava un rapporto destinato a perdersi per le nostre lontananze. Ma a luglio il successo degli esami, i primi che facevo all’università, riportò a livello conscio la solenne promessa dell’anno prima. Il pomeriggio stesso del giorno dell’ultimo esame andai alla Posta, spedendo a Ulla questo telegramma: "Si parte". Due giorni più tardi si presentò a casa mia con i capelli lunghi fino al ginocchio e un corpo che non voleva saperne di essere coperto, e cominciai a pensare che il nostro viaggio a sud avrebbe comportato qualche rischio. Partimmo alle prime luci dell’alba come due eroi di un feuilleton. Tutti questi luoghi mi sembravano estremamente familiari, come se li avessi frequentati da sempre, per aver già visto quei paesaggi in centinaia di tele, dipinte da artisti del nord che ogni anno scendevano lungo itinerari che erano sempre gli stessi. Quella che stavo attraversando era ancora l’antica Italia, dalla grazia bucolica e agreste, pastorale e magica: Et in arcadia ego. L’autostrada del Sole era ancora di là da venire e dopo la Campania Felix cominciammo a salire lungo una strada dissestata che si inerpicava in lunghe volute a gomito sulla fortezza del vallo lucano, un massiccio battuto da un sole chiaro e penetrante. Ulla pressava il suo corpo stringendomi le braccia, emozionata, sussurrandomi: "Questi odori, questi profumi... la testa

Pesca in riva al Platani (foto di copertina del libro di Stefano Malatesta La pescatrice del Platani. Imprevisti siciliani)

foto di Antonio Politano (antoniopolitano.com) mi gira. Sembra di stare nel giardino di Klingsor". E io, che allora non sapevo chi fosse Klingsor e che aspetto avesse questo giardino, rispondevo: "Ah, sì, sì", e acceleravo la Lambretta. Arrivati al passo, sotto di noi si stendeva il golfo di Sapri, dal colore turchiniccio, attraversato da una barca gialla che scendeva e saliva sulle onde. Non si vedeva nessuno in giro e un silenzio assoluto avvolgeva questo mondo incantato, anche le cicale tacevano: c’era un’atmosfera così intensa come non avevo mai conosciuto, in qualche modo pagana, senza che sapessi dire perché. Era passato un mese e mezzo dalla nostra partenza e prendemmo un traghetto per Napoli. L’idea di separarci non mi rattristava come avrei voluto. L’affetto per Ulla era molto forte, o almeno così credevo. Ma capivo che poteva diventare un intralcio per la mia libertà deambulatoria e la mia irrequietezza congenita. Comunque fosse, ogni malinconia svanì per un curioso episodio, possibile solo a Napoli. Mentre la attraversavamo in marcia di trasferimento a piedi, arrivati alla piazzetta Mondragone, improvvisamente un signore alto, con gli occhiali da sole scuri, che indossava una giacca di lino tagliata alla tirolese, così almeno mi parve, ci sbarrò la strada. Ignorando completamente la mia presenza, fece un rapido mezzo inchino a Ulla - niente di spagnolesco, per intenderci - e disse queste esatte parole arrotando leggermente la erre: “Chi è più bella ‘e te, se trucca". Poi lestamente riprese il suo cammino col passo allegro di chi sentiva di aver fatto il proprio dovere. leggi il racconto integrale su thetripmag.com

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HK

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di Stefano Miraglia foto di Andrea Dapueto (andreadapueto.it)

2046

HONG KONG: MEMORIA E IMMAGINAZIONE

Sheung Wan - foto di Benjamin Sieberer

Voglio andare a Hong Kong prima del 2046. Non sono mai stato in Cina, ma sono molto legato alla cultura cinese, quella che riesce ad arrivare in Italia attraverso la gente comune, i sinologi, la fotografia e soprattutto il cinema. Nella fotografia analogica, il contatto è il foglio, poco più grande di una pagina A4, dove vengono impressi i negativi, in formato originale e con tanto di strisce di pellicola laterali, su fondo nero. L'immagine che ho della Cina è proprio quella di un provino a contatto di un fotografo non-professionista con una forte fascinazione per le immagini in movimento: la Cina è l'immagine in movimento, ma è come se io avessi ancora solo una vecchia macchina fotografica. Le strisce della pellicola sono accompagna-

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te dal nero del resto del foglio: il nero è la distanza tra me, giovane europeo cresciuto in un paese che sta affondando, e la Cina, terra di cui noi occidentali conserviamo in default immagini di paura e desiderio, di pareti di roccia infinite, di vestiti sintetici, di vie della seta, di oggetti di plastica senza il marchio CE sequestrati, di libretti rossi. Gli scatti possibili sono sempre pochi rispetto alla vastità della visione, ed ecco il primo scatto: inutile; il secondo: fuori fuoco; il terzo ha un bel soggetto ma è da riquadrare; il quarto ti affascina e non ricordi più dove l'hai scattato; il quinto è perfetto, il soggetto è già stato fotografato milioni di volte, ma non potevi non scattare anche tu. Il sesto è un altro tassello che si aggiunge alla fascinazione per un paese che non potresti mai abitare: troppe differenze. E così fino all'ultimo scatto. Molti momenti bassi, incerti, apparente-

mente incomprensibili. Pochi momenti di bellezza comprensibile e lancinante. E il resto è immaginario. La città-isola di Hong Kong riempie il mio immaginario da qualche anno ormai. A Hong Kong non si vive come nel resto della Cina. Diventata una colonia britannica con il trattato di Nanchino dell'agosto 1842, l'isola, assieme alla penisola di Kowloon e alle aree a essa limitrofe, è stata amministrata da un governatore britannico come una colonia per più di centocinquanta anni. Pur non attribuendo pieni diritti politici ai cittadini, la dominazione inglese concesse libertà individuali molto ampie, a livello economico e di tutela dei diritti e delle libertà, garantite dal common law britannico. Il processo di riacquisizione di Hong Kong da parte della Repubblica Popolare Cinese comincia nel 1984, anno dell'accordo sino-britannico con il quale

la Gran Bretagna s’impegna a ritrasferire alla Cina la sovranità sull'isola, a patto di garantire il mantenimento dell'assetto economico, politico e sociale del territorio. Hong Kong diventa per la RPC una Regione amministrativa speciale e il 1 luglio 1997 entra in vigore la legge fondamentale della regione, ribadendo gli impegni politici assunti tredici anni prima dalla RPC con la Gran Bretagna. Ed ecco che arriviamo a uno dei punti importanti di questa storia: l'articolo 5 della costituzione dell'isola afferma che “il sistema e le politiche socialiste non saranno praticate nella Regione amministrativa speciale di Hong Kong, e il sistema e il modo di vivere capitalista rimarranno invariati per cinquant’anni”. Mancano trentaquattro anni al 2046, e mi chiedo cosa succederà. Da dieci anni a questa parte il governo della RPC si è diviso tra repressione e ambigue

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villaggio squatter alla periferia della città

aperture. Per capire meglio la questione di Hong Kong bisogna soffermarsi sugli eventi del 2003. I primi mesi di quell'anno il mondo li trascorse a seguire l'emergenza epidemica dall'Oriente, la Sars. Il coronavirus si diffuse velocemente fuori dalla Cina continentale anche a causa del totale blackout di informazioni sanitarie da parte del governo. La popolazione di Hong Kong ne uscì stremata. Per sconfiggere il virus, la Cina dovette smettere di bloccare le informazioni che provenivano dall'estero, fermare la censura e licenziare il ministro della Sanità. La doverosa conversione alla trasparenza minò il governo centrale di Pechino. Nel luglio dello stesso anno, nonostante i postumi della crisi epidemica (con gravi conseguenze economiche), mezzo milione di cittadini si riversò nelle strade per contestare le leggi anti-sovversione che il chief executive della regione Tung

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Chee Hwa voleva varare con l'approvazione di Pechino. Il governo, con il pretesto dell'ordine pubblico, mirava a ridurre la libertà di manifestazione, a indebolire la protezione dello statuto speciale di Hong Kong. La mobilitazione popolare fu un successo e il governo dovette fare marcia indietro.Ma Pechino, per sedare l'agitazione politica di Hong Kong, decise di inondare la città di benefici economici, attraverso un'ambigua apertura democratica: possibilità per le imprese continentali di quotarsi alla borsa di Hong Kong, liberalizzazione dell'ingresso dei turisti cinesi, miglioramento dei collegamenti con la terraferma. L'isola è passata dalla Sars a un boom economico creato appositamente dal governo centrale per distrarre gli hongkonghesi dalla situazione politica. Un boom che non è servito ai dirigenti pechinesi, poiché nel gennaio del 2004 un'altra impo-

nente manifestazione ha avuto luogo nell'isola. Tutto questo è successo pochi anni fa, e non negli anni Ottanta. Ho l'impressione che in italia viviamo la presenza della Cina nella nostra società soltanto come se fosse un'invasione di tipo capitalistico. A Milano, come a Prato e in altre città, ci guardiamo attorno e ignoriamo, o dimentichiamo, che la Cina continua a opprimere il Tibet, che a Hong Kong, una delle città più ricche del mondo, si combatte per i pieni diritti politici. La Cina è un paese moderno? Politicamente parlando, credo che la RPC si stia avvicinando sempre di più all'Occidente (una volta emigrando in massa, ora comprando porzioni di debiti pubblici statali) perché non sa più come affrontare il proprio paese-continente, la propria popolazione. E noi, noi che della Cina abbiamo po-

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panoramica sulla città

che immagini importanti (Tienanmen, 1989), come facciamo a capire la RPC e la sua esistenza nel 2012? Tra trentaquattro anni potrebbe succedere qualcosa di importante oppure nulla. Adesso, nel 2012, a dispetto delle apparenze, della gente che lavora troppo per guadagnare tantissimo, della vita intesa come work hard, play hard, a Hong Kong si continua a vivere in un modo completamente diverso dalla Repubblica Popolare Cinese. Vorrei capire come, ma non sono lì. Per come ragiono io, posso solo partire dalle immagini. Chiedo a Benjamin Sieberer, fotografo austriaco che da sei anni vive sull'isola, di mandarmi delle foto e di descrivermi la vita a Hong Kong alla fine del 2012. Gli chiedo subito di parlarmi della luce, della luminosità nelle strade, è la prima cosa che vorrei scoprire e analizzare, se fossi lì. Mi scrive: “Si potrebbe affermare

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che qui, di giorno, è molto buio: grattacieli e larghi palazzi coprono il sole producendo forti contrasti; d’inverno un monsone proveniente dal nord rilascia sulla città tutto lo sporco proveniente dalla Cina, coprendo il cielo come una cappa, e d’estate un monsone dal sud porta spesse nuvole e forti piogge. Se scatti in bianco e nero è perfetto, il tempo atmosferico ci mostra Hong Kong nel suo lato visivamente più drammatico”. Molte volte ho immaginato le ombre dei grattacieli, e quelle dei ponti che collegano i grattacieli, che formano un vero e proprio terzo livello percorribile della città, dopo il sottosuolo e la strada. Gli chiedo della notte, mi scrive: “Di notte l’illuminazione stradale è così forte e diffusa che puoi quasi fotografare a una velocità di scatto simile a quella del giorno”. Benjamin mi fa capire che l'iconografia

personale che possiedo di Hong Kong rappresenta una sorta di negativo di un'altra metropoli asiatica: Tokyo. Molte sono le caratteristiche in comune, e da ciò mi rendo conto che dovrei riconsiderare anche il bagaglio immaginario che possiedo sul Giappone. Le cose si complicano. Entro il 2046 andrò a Hong Kong, per disfarmi completamente dell'idea che mi sono fatto in tutti questi anni di questa città-isola che si divide tra consumismo e lotta per i diritti civili. Sfoltirò la memoria, rinnoverò l'immaginazione. Forse capirò qualcosa, e qualcos'altro sarà sfocato. Intanto mi preparo. C'è un proverbio cinese che in italiano fa più o meno così: se la corda è lunga l'aquilone volerà in alto. a pag 26: Tung Choi street


LOST& FOUND PROJECT Family Photos Swept Away by 3/11 East Japan Tsunami

lostandfound311.jp


REPORTAGE

LOST&FOUND PROJECT testo di Sako Shimizu Tutte queste fotografie sono state trovate in una cittadina chiamata Yamamoto-cho, nella prefettura di Miyagi. L'11 marzo 2011 alle 14.26, Yamamoto-cho è stata colpita da un fortissimo terremoto di magnitudo 9.0, il 50% della cittadina si è allagato quando lo tsunami è arrivato dopo il terremoto. Lo tsunami non ha spazzato via solo il porto, ma anche molte case, automobili, treni e persone. 614 persone, su una popolazione di 16,700, hanno perso la vita, 4 sono ancora disperse. 2,209 palazzi sono stati completamente spazzati via, 1,062 sono in piedi a metà e 1,110 parzialmente distrutti. Yamamoto-cho era una piccola cittadina tranquilla, proprio come tante altre nella campagna giapponese. Il Progetto Salvage/Album ha avuto inizio grazie a un team di giovani ricercatori della Japan Society for Socio-information Studies. Stiamo cercando di riconsegnare ai legittimi proprietari 130,000 fotografie che sono state danneggiate durante lo tsunami, togliendo via lo sporco, lavandole con acqua, e rifotografando le foto per creare un archivio digitale. Più di 500 persone si sono offerte volontarie per rendere possibile questo progetto, 1100 album e 1900 fotografie sono state restituite ai legittimi proprietari. A Novembre 2011 il progetto era ancora in corso. Abbiamo utilizzato l'archivio digitale per rintracciare i proprietari

delle immagini ancora in giacenza. Sfortunatamente, circa 30,000 fotografie sono state fortemente danneggiate e non potranno essere riconsegnate. Erano destinate ad essere gettate via, ma abbiamo deciso di esporle in quanto crediamo che queste immagini siano cariche di messaggi forti. È così che il progetto Lost&Found è iniziato. Lost&Found è stato inizialmente lanciato per dare l'opportunità alle persone di vedere le fotografie che sono state spazzate via dallo tsunami durante il disastro del terremoto avvenuto nella fascia est del Giappone. Queste immagini ci coinvolgono con la loro semplice presenza e ci rendono consapevoli delle loro voci silenziose. Questa consapevolezza è molto importante per noi che viviamo nel presente e che continueremo a vivere nel futuro. La mostra dovrebbe dare l'opportunità di pensare alla relazione che le persone hanno con le proprie fotografie e anche pensare al significato stesso della fotografia. Il progetto Lost&Found è stato già esposto a Tokyo, Los Angeles, NY, Melbourne. Parte di esso ha poi viaggiato a San Francisco e Roma, con diverse installazioni in ogni luogo, rendendo ogni mostra un'esperienza unica e personale. Presidente del Progetto: Munemasa Takahashi Vice Presidente: Kazuto Hoshi Responsabili del progetto italiano: Annalisa D'Angelo, Stefano Ruffa, 3/3

Gli introiti provenienti dalla vendita di poster e dalle donazioni online sono destinati ai comitati dei residenti della città di Yamamoto per gli alloggi provvisori e alle scuole elementari locali per acquistare strumenti di emergenza (lostandfound311.jp/en/posters-donation).

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storie (vere) di Panamá testo di Veronica Gabbuti foto di Tommaso Martelli (tommasomartelli.com) Cinquanta chilometri di terra che separano due oceani. Circa millecinquecento che tengono insieme due Americhe: quella della Coca-Cola e di Martha Stewart e quella di salsa, merengue e narcotraffico. A guardarlo sul planisfero sembra che stia lì lì per spezzarsi, il Panamá. Per sua natura geografica è crocevia di mondi e di culture. L’ultimo crocevia del mondo, come azzardò lo scrittore belga George Simenon.

Un viaggio a Panamà è una porta che conduce a un tempo che non è passato né presente, ma semplicemente diverso, sospeso. Panamá è un ventaglio immenso di scenari degni di un colossal hollywoodiano, a Panamá ogni luogo è un set perfetto, ogni personaggio un protagonista. Esistono storie vere, molto lontane dalla magia fatta d’oro e di sangue dei Maya e degli Aztechi, che vale la pena di raccontare.

PAESE PANAMÁ / VISTO NON NECESSARIO PER TURISMO FINO A 90 GIORNI DI PERMANENZA / VACCINI FEBBRE GIALLA CONSIGLIATA PER CHI INTENDE VISITARE SAN BLAS E IL DARIÈN / DOVE DORMIRE IN UNA DELLE CASE COLONIALI RISTRUTTURATE NEL CASCO VIEJO A PANAMÁ CITY / CONSIGLI PRIMA DI ANDARE A SAN BLAS, ACQUISTATE UN PACCO DI GALLETAS MARIA PER LA COLAZIONE: I KUNA MANGIANO RISO STRACOTTO E PESCE FRITTO A QUALSIASI ORA

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LA PEREGRINA L’arcipelago di Las Perlas, nel golfo di Panamá, è composto da più di duecento isole dalla vegetazione rigogliosa, spiagge bianchissime e acque che ricordano i colori dei Caraibi, più che del Pacifico. Il nome dell’arcipelago fu scelto nel 1513 dal conquistador spagnolo Vasco Núñez de Balboa (il primo europeo che, attraversato l’istmo, avvistò il Pacifico) e si riferisce al fatto che in queste acque si trovassero molte perle, tra le più grandi e belle del mondo. Nei secoli a seguire Las Perlas divennero per questa ragione una destinazione ambita dai pirati che infestavano quei mari. L'Isla Contadora, isola della contabilità, oggi meta turistica per eccellenza dell’arcipelago, era il luogo in cui gli spagnoli facevano la conta delle perle trovate dagli schiavi africani su queste coste. Uno di essi,

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in un giorno fortunato, si guadagnò la libertà trovando La Peregrina, la perla più grande del mondo. 50,6 carati immediatamente inviati al Re di Spagna Filippo II per essere donati alla futura moglie Bloody Mary Tudor, Regina d’Inghilterra. Dopo la sua morte, La Peregrina rientrò in Spagna, per essere sottratta da Napoleone Bonaparte nel 1808. Per molti anni si persero le tracce del gioiello, finché venne ritrovato, si dice, tra i cuscini di un divano di Buckingham Palace, perso probabilmente in occasione di un ballo. La Peregrina, appartenuta anche all’attrice Liz Taylor, oggi vale 11,8 milioni di dollari. IL NATALE KUNA Nella comarca di Kuna Yala, sul versante caraibico del Panamá, sopravvive una comunità autoctona composta da

circa ventimila persone che vivono per la maggior parte nelle isole dell’arcipelago di San Blas, vero e proprio paradiso terrestre. I Kuna sono un popolo di pescatori diviso in cinquanta tribù guidate dai sahila, sciamani leader che detengono il potere amministrativo e spirituale e mantengono i rapporti con le istituzioni panamensi. L’economia dei Kuna è quasi totalmente basata sul commercio di aragoste, noci di cocco e molas, tipici prodotti di artigianato locale. I prezzi sono imposti dai capi delle tribù, così come le tasse. Nessuno è ricco, nessuno è povero, nessuno può permettersi privilegi. Ma si dice che ci sia un giorno di festa, il Natale dei Kuna, che cade solo una volta ogni tanto, senza avvento, senza preavviso, senza cenone né regali. La posizione di San Blas, a cavallo tra Panamá e la Colombia, è al centro

delle rotte dei narcotrafficanti colombiani che portano la cocaina fino in Messico alla volta poi degli Stati Uniti. Si tratta di droga purissima in quantitativi enormi trasportata in casse di legno cui sono legati sacchi di sale: in caso di intercettazione da parte delle autorità i trafficanti gettano le casse in mare, per poi attendere, grazie allo scioglimento del sale, che queste tornino a galla. È in quel frangente che i Kuna, a bordo delle loro barchette ricavate dai tronchi degli alberi della foresta pluviale, remano a più non posso per aggiudicarsi il bottino prima del ritorno dei trafficanti. I Kuna non hanno mezzi per portare la droga fino alle città allo scopo di rivenderla, quindi la tengono per sé. A San Blas non nevica mai, ma in quel giorno tutto si riempie di neve bianca, come a Natale. E i Kuna fanno festa per tutta la notte.

DARIÈN GAP La strada Panamericana, che inizia in Alaska e finisce in Cile, si interrompe per un centinaio di chilometri all’altezza della cittadina coloniale di Yaviza, nella provincia del Darièn. Lo chiamano Darièn Gap, un vuoto di giungla e paludi, il territorio degli indigeni Embera-Wounaan che separa la Panamá civile dal confine colombiano. Oltre a essere una zona difficile da attraversare, poiché priva di strade e vie di comunicazione, il Darièn Gap è considerato estremamente pericoloso a causa della presenza di guerriglieri come le Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (FARC) o di paramilitari come le Autodefensas Unidas de Colombia (AUC). In conflitto tra loro - i primi insurrezionalisti, i secondi di estrema destra - questi gruppi sono spesso coinvolti nel narcotraffico e utilizzano il rapimento di stranieri come fonte

di finanziamento per le proprie operazioni. Nel 2003 un gruppo AUC rapì il giornalista Robert Young Pelton mentre era in missione per National Geographic Adventure in compagnia di Tom Hart Dyke, appassionato di orchidee selvatiche. Il rapimento, durato dieci giorni trascorsi in marcia nella giungla del Darièn tra torture, abusi e insetti, è terminato con la liberazione dei due ostaggi in seguito al rifiuto del pagamento di un riscatto pari a tre milioni di dollari. Lasciati in mezzo alla giungla, i due hanno ritrovato la strada solo dopo tre estenuanti giorni di cammino. Robert Pelton ha in seguito definito il Darièn Gap "una specie di Everest del backpacking, uno degli ultimi luoghi selvaggi del mondo”. a pag 50: la spiaggia di Santa Catalina

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CURIOSITÀ

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CURON E RESIA due comunità sommerse di Federico Marcello Capurso foto di Thomas Merkle C’è una lunga fila di uomini sulla riva del lago di Curon, nell’Alto Adige, con i sacchi in spalla e il cappello di feltro nero calcato sugli occhi. Alcuni si trascinano dietro un materasso, altri rimangono immobili a guardare l’acqua, calma e scura, su cui si riflettono le montagne della Val Venosta in quest’ultimo giorno d’estate del 1950. I muli sono carichi di provviste, qualche autocarro è stato messo a disposizione per trasportare i mobili più pesanti, e il rumore dei motori che si accendono con un ruggito secco suona come un ultimo addio. È un esodo inevitabile, quello degli abitanti dei paesi di Curon e di Resia, perché l’acqua a breve sommergerà le loro case. Niente a che fare con le catastrofi naturali. Nessuna esondazione di fiumi, né giornate di pioggia torrenziale. D’altron-

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de è estate. Piuttosto, un’enorme quantità di operai dell’industria Montecatini che si agitano da tempo alla guida di ruspe e scavatrici. Le carte dei progetti indicano la costruzione di una grande diga in terra, la prima in Italia, pronta a intrappolare le acque dei due laghi della valle e a convogliarle in un unico grande lago per fornire energia elettrica alle industrie lombarde. Una questione di soldi e di progresso insomma. Peccato che tra i laghi ci sia una comunità che abita lì da generazioni. Niente di grave. Anzi, tutto è rimediabile per la Montecatini con la costruzione di abitazioni moderne, poco lontane, e pronte ad accogliere gli sfollati. Ovviamente quelle case sono più adatte al clima di Palermo che a quello dell’inverno delle Dolomiti, ma d’altronde è ancora estate e allora di cosa si stanno a preoccu-

il campanile della vecchia chiesa di Santa Caterina a Curon

pare? Intanto è tornato tra la sua gente Alfred Rieper, il parroco di Curon. È un uomo agguerrito, che ricorda un po’ il Don Camillo di Fernandel, pronto a tutto pur di proteggere il proprio paese. Tanto agguerrito da formare una delegazione di cittadini per protestare davanti alla sede della Montecatini e a ottenere poco dopo un’udienza da Papa Pio XII. Le speranze del viaggio a Roma vengono però deluse. Neanche il santo padre vuole schierarsi contro i grandi interessi economici che girano intorno alle industrie del nord. Così Don Alfred torna a

Curon per svuotare la sua chiesa di Santa Caterina, in piedi da oltre seicento anni, ora che l’acqua sta per travolgere tutto. In quel pomeriggio d’estate vengono sommerse centosessantatre case e quasi settecento ettari di terreno agricolo. Centocinquanta famiglie contadine perdono la loro unica fonte di reddito e la metà sarà costretta a emigrare. L’acqua del nuovo lago di Resia, arrivata al livello prestabilito, si ferma. L’intera Curon e una parte di Resia sono sparite, inghiottite dai flutti, ma dal pelo dell’ac-

qua, a un centinaio di metri dalla riva, svetta l’ultimo segno della loro storia: il campanile romanico della vecchia chiesa. Oggi simbolo della Val Venosta, protetto dalle Belle Arti e ricercato dai turisti che lo guardano con occhi romantici, il campanile resta nella mente di Don Alfred il simbolo di un dramma per la sua comunità ma anche dello spirito di resistenza di quella gente, della loro speranza e della loro forza. Così mi ritorna in mente il discorso di Don Camillo di fronte a una situazione analoga alla nostra, quando le acque del Po

esondarono nel 1951 allagando i vicini paesi: “Un giorno le acque si ritireranno e il sole ritornerà a splendere. Allora, ci ricorderemo della fratellanza che ci ha unito in queste ore terribili e, con la tenacia che Dio ci ha dato, ricominceremo a lottare, perché il sole sia più splendente, perché i fiori siano più belli e perché la miseria sparisca dalle nostre città e dai nostri villaggi. Dimenticheremo le discordie e quando avremo voglia di morte cercheremo di sorridere. Così tutto sarà più facile, e il nostro paese diventerà un piccolo paradiso in terra”.

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TEMPO MECCANICO VS

TEMPO NATURALE Dialoghi tra incompresi e dimensioni non comprensibili testo e foto di Ottavia Massimo "Chi sei? Tu non sei una giornalista". Tu invece si? Sadiqi bussò alla mia porta una notte di due mesi fa. Ero appena uscita dalla Syria ed era venuto a prendermi alla frontiera con un amico comune. Disse di essere freelance. Era molto silenzioso. Sorridente. Lo sguardo vispo. Un guizzo di intelligenza perversa negli occhi che quando si fermano ti entrano nell'anima per capire. E trasmettere un dolore misterioso. Sadiqi è un mercenario. Pagato da uno stato del Medio Oriente. Ha ammazzato settecentottantadue persone. È un cecchino, un esecutore. Non spara a casaccio, non spreca munizioni, non ammazza per paura di essere ammazzato. Di origini africane, appartiene alla famiglia più importante di una tribù dell'Africa centrale. Cresce in Francia. A sedici anni entra nella Legione Straniera. Ne esce dopo quattro anni invece di cinque, dopo aver ucciso un superiore per questioni d'onore. Si arruola nell'esercito algerino. Sposa una ragazza con cui fa un figlio. Lei e parte della famiglia vivono in una città del sud della Francia. Sadiqi, perché hai scelto di fare questo mestiere? "Per l'adrenalina. Nulla come un fronte di guerra aziona il meccanismo per cui l'eccitazione cancella ricordi e passato". Quanto è importante eticamente il fronte cui decidi di appartenere? "Qualche mese fa ho ricevuto una proposta dal regime siriano in carica. Ho rifiutato". Perché? Non pagavano abbastanza? Ride. "Mi prendi in giro? Parliamo di decine di migliaia di dollari al mese. Ho rifiutato perché Bashar Al Assad sta ammazzando la sua popolazione senza logica né discriminazioni". Sadiqi, perché hai scelto questo lavoro, cos'è successo, che ti hanno fatto? Non risponde. Lo sguardo a terra, le mani chiuse a pugno. Insisto. "Lo sai perché mi faccio chiamare così? Sadiqi era il nome di mio figlio. Aveva sei anni. Sparì improvvisamente. Ricevetti una telefonata in cui mi

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dissero che per riavere il bambino avrei dovuto pagare un milione di euro. Rifiutai. Sapevo che se avessi accettato avrebbero continuato a perseguitarmi. La mia famiglia è una delle più ricche della città. So come funzionano queste cose. Sadiqi fu trovato morto una settimana dopo, a pochi chilometri dal centro". E poi cosa è successo? "Ho ucciso l'intera famiglia del responsabile del rapimento. Tranne un neonato". Quanti erano? "Tre. Lui, la moglie e il figlio". Perché non solo lui? Perché non il neonato? "Il figlio, perché il padre aveva ammazzato mio figlio e perché si sarebbe in futuro vendicato. La madre, perché non andasse in giro a raccontare. Lui per ovvi motivi. Al neonato ho trovato una famiglia di adozione". Come fai a sapere quanta gente hai ammazzato? "Non sparo a caso. Neanche sui fronti. Un caricatore contiene trenta proiettili. Ne uso in media due per persona". Cosa si prova a uccidere un bambino? "Lo faccio solo per questioni di onore e rivendicazione verso chi ha fatto lo stesso". Sadiqi. Guardami. Cosa si prova ad ammazzare un bambino.. Come lo fai, gli spari? "No. E' un lavoro veloce. Pulito, senza sangue. Gli rompo il collo girandogli la testa". Quanta gente sa veramente chi sei? "Poca. Qui solo te. E non credo tu voglia morire per così poco”. Notte. Piove. Siamo a una ventina di chilometri da Aleppo, Syria. Preparando una missione che prevede l'attacco alla base di Al Mushad, sotto il controllo del regime di Bashar Al Assad. Freddo sopportabile. Correre nel fango non è piacevole ma con le nuvole gli aerei non volano ed è il momento migliore per circondare gli obiettivi. La casa che occupiamo è di una famiglia evacuata qualche ora fa. Siamo dodici. Mi mettono in mano un kalashnikov. Lo restituisco indicando la macchina fotografica e il cielo, dicendo Allah u bess, Allah e

basta. Usciamo nel cortile per fumare. Ogni tanto si sentono i fischi delle pallottole dei cecchini tra gli ulivi, a circa cinquecento metri di distanza. La casa è una delle basi e intorno ci sono altri rivoluzionari, cinquanta circa, a proteggere la nostra e altre fattorie occupate. “Oggi è una gran bella giornata!". Perché? “Perché sono ancora vivo. Quando questa guerra sarà finita ci sposeremo”. Rido. Credo nell'amore, non nei contratti.

Viva la libertà! “Se non mi sposi ti ammazzo”. Benissimo. Grazie! “Puoi scegliere, vivere o morire. Non è difficile”. Sadiqi, chi è stato il primo? Non mi risponde, come due mesi fa. Abbassa lo sguardo, sorride. “Non dimentichi mai nulla, eh?!". Dimmi allora, solo, perché non me lo vuoi dire. “Perché lo vuoi sapere?". Perché quando mi guardi mi arriva un dolore fortissimo, antico. Chi è stato il primo Sadiqi, quanti anni avevi? “Meno di quattordici. Era il fratello di mia madre. L'ho ucciso con le mie mani”. Mentre dormiva? “No. Non ho mai ammazzato nessuno che non mi guardasse negli occhi”. Cos'è il Tempo? “Non morire. La guerra ti insegna ad apprezzare ogni singolo istante in cui ti è concesso di respirare. Perché sei musulmana?". È una lunga storia. “Abbiamo tempo”. Sono un messaggero. Allah mi ha salvata da Marte quando fu disintegrato, sono cresciuta su Sirio, la stella. Mi ha mandata su Terra ventitremila anni fa. Mi sarei anche un po stufata, voglio tornare a casa. “Perchè ti ha mandata qui?". Perché il genere umano non si estinguesse. “E come penseresti di salvarlo?". Non sono l'unica hambdullah! Siamo un gruppo di fratelli, di vari pianeti, tutti inviati su Terra per attivare le coscienze. Sorride. Puoi non crederci, è un problema tuo. “E gli altri dove sono?". In giro per il mondo a trasmettere codici. Che io sappia, sono l'unica a coprire le zone di guerra. “Codici?". Si. Ognuno di noi è un canale di trasmissione di percezione con le altre dimensioni. Venne un Essere di Venere, nato in Argentina. Con le sembianze di una donna. Mi trasmise un codice che mi apparve negli occhi attraverso figure geometriche precise. Io le trasmisi il mio. Ci riconoscemmo nell'appartenenza a un'unica missione. Da nove anni gira il mondo attivando esseri più o meno consapevoli. La coscienza si sviluppa attraverso l'immagazzinamento di informazioni che gradualmente si collegano a

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RACCONTO DI VIAGGIO

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dell'anima che continuerà a reincarnarsi su questo pianeta. Da studi scientifici risulta che utilizziamo in media il 10% del nostro cervello. Il restante 90% è anestetizzato dalle polarità che rincorrono la materia allontanando l'essenza delle emozioni che percepiamo. L'attuale sistema mondiale è contro l'amore, per quello ci sono così tante guerre.

formare storie non casuali. Provò ad allontanarmi dalle dimensioni di guerra. Le raccontai delle istruzioni che ricevo e finalmente capì che non posso ancora allontanarmi dalle guerre, perchè i miei poteri si attivano in tali dimensioni. “Perché proprio l'Islam. Qual è la tua missione?". Pensi che Allah sia contento di tutto questo sangue? Credi che la Jihad sia davvero una guerra santa da combattere con armi e terrore? Credi che i musulmani attuali stiano realmente interpretando il pensiero e il volere di Allah? Buddha, Allah e Cristo. Credo in tutti e tre ma è Allah a darmi istruzioni. Sono uno ma operano in tre a seconda delle epoche e zone del mondo. Ascolta. Ciò che sta accadendo sulla terra non è altro che il riflesso di ciò che l'umanità emana. Attualmente ci sono circa sessanta piccoli e grandi conflitti nel mondo. Le guerre più feroci sono

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islamiche. L'interpretazione attuale dell'essenza dell'Islam, la Jihad, non è altro che il riflesso delle costrizioni che lo stesso applica alle minoranze. Guarda l'Occidente. Osserva quanti casi di tumore ci sono. Le cellule del cancro si muovono nel corpo divorandone organi e tessuti, fino a esaurimento. Esattamente come in quella parte di mondo, l'umanità costruisce e invade il territorio. Senza pietà né rispetto alcuno per il bioritmo dell'ambiente. Conseguenze: terremoti e malattie. “Qual è la tua missione?". Attivare la coscienza di più esseri possibile. “Perché?". Perchè sto cercando di uscire dalla dimensione Terra. “Ma perchè proprio le guerre?”. Per creare un ponte di coscienza tra bene e male. “Se sei così cosciente del male, perchè hai bisogno di viverlo?". Perché la mia anima è ancora polare e non ancora incarnata.

L'incarnazione avviene attraverso l'esperienza e l'accettazione delle proprie polarità. Siamo ciò che emaniamo, non la materia di cui ci contorniamo. “Qual è l'obiettivo?". Tornare a vivere nella frequenza vibrazionale 13:20. Riportare le coscienze alla dimensione del Tempo Naturale. “Cioè”?. Siamo intrappolati nella dimensione temporale del calendario gregoriano fondato sul ciclo artificiale di dodici lune, il Tempo Meccanico installato su Terra perchè le anime perdessero gradualmente il potere di viaggiare tra dimensioni. Trenta giorni un mese, ventotto, trentuno, a volte ventinove. In realtà, i mesi sono tredici e ognuno conta ventotto giorni. Semplice, logico, naturale. Tornare a vivere tredici lune attraverso la percezione significa ricordare per allontanarsi dal concetto di Tempo materiale, causa principale dell'involuzione

Al contrario di ciò che si dice, il tempo non guarisce se non trovi il modo di sfogare la rabbia senza ricorrere alla vendetta. Se ti incastri tra le dinamiche della vendetta, le delusioni, e i traumi, verranno inconsciamente nutriti dall'illusione di sollievo e appagamento che la stessa finge ogni volta di procurare. Il sentimento di vendetta aziona la produzione di adrenalina. L'adrenalina genera dipendenza. La vendetta è una dimensione in cui la mente incastra i sentimenti in uno spazio definito e regolato da meccanismi rabbiosi. La guerra si muove attraverso dinamiche di dipendenza regolate dalla sensazione di vuoto che la mancanza d'amore genera. Le emozioni che una zona di guerra è in grado di produrre, forniscono l'illusione di non avere tempo da dedicare a ricordi dolorosi. Come una droga, la guerra sembra fermare il tempo, per cui nulla ha valore se non l'essenza imposta da una data circostanza. In guerra non c'è tempo per pensare. I giochi della mente non trovano spazio. “Ottavia, cos'è la guerra?". La guerra è un urlo disperato in cerca di emozioni. Il riflesso della parte di mondo distratta dalle esigenze materiali che il proprio ego si illude di avere. La guerra è contro l'amore come lo è il sistema regolato dalla bramosia di successo e potere. Morire altro non è che non avere Tempo di percepire.

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CURIOSITÀ

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HASHIMA la vita non potrà mai tornare su quest'isola di Brian Burke-Gaffney Hashima si trova nel Mar Cinese Orientale, a una quindicina di chilometri da Nagasaki. Uno sguardo più attento rivela gruppi di grattacieli disabitati che premono contro una diga artificiale, un santuario malconcio in cima a una scogliera ripida, e non un solo albero

in vista. La chiave del mistero dell'isola si trova nelle miniere di carbone. Nel fondo dell'oceano circostante fu rilevata la presenza di giacimenti, e furono costruite lunghe gallerie discendenti per sfruttare la risorsa. L’azienda Mitsubishi acquistò l'isola nel 1890 e avviò le ope-

Hashima a fine XIX secolo (archivio del Nagasaki Museum of History and Culture)

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razioni in concomitanza con l'ascesa del Giappone come potenza militare e industriale, utilizzando le scorie degli scavi per creare uno spazio pianeggiante, costruendo una diga marina tutt’intorno all’isola, ed erigendo i primi grattacieli giapponesi in cemento armato. Nel

i bambini compongono la scritta sayonara Hashima poco prima di abbandonare l’isola (dal libro Takashima chōsei sanjūnen no ayumi)

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CURIOSITÀ

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festa nel cortile della scuola elementare intorno al 1965 (dal libro Takashima chōsei sanjūnen no ayumi)

1941 la produzione di carbone annuale di Hashima aveva raggiunto un picco di quattrocentomila tonnellate, in cambio però di un pesante tributo in termini di sofferenza umana. Mentre i giovani giapponesi scomparivano sui campi di battaglia della Cina, del Sud-Est asiatico e del Pacifico, il governo reclutava con la forza un numero elevato di coreani e cinesi per riempire i posti vuoti nelle fabbriche e nelle miniere. Alla fine della guerra, nel 1945, circa milletrecento lavoratori stranieri erano già morti sull'isola. Dopo la seconda guerra mondiale, Hashima e altre miniere di carbone fiorirono di nuovo, questa volta fornendo combustibile per la notevole ripresa economica del Giappone. Nel 1959 la popolazione di Hashima era di 5.259 persone. Con 835 abitanti per ettaro aveva la più alta densità di popolazione mai registrata sulla terra.

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Nel 1974, quando il petrolio stava sostituendo il carbone nei sistemi energetici nazionali, Mitsubishi decise di chiudere la miniera e di sfruttare i lavoratori in altri settori della sua rete industriale in espansione. A marzo di quello stesso anno, gli ultimi abitanti abbandonarono l'isola al vento e alla salsedine, lasciando solo cose inutili e un paio di gatti che non si fecero catturare. Folate di primavera e nuvole bianche galleggiavano nel cielo il giorno che visitai Hashima. La barca noleggiata ruggiva mentre rimbalzava da un’onda all’altra e schivava l'ultima isola-boa all’entrata del porto di Nagasaki, fino a raggiungere la diga di Hashima. Quando saltai dalla barca su una sporgenza di cemento che una volta forse sosteneva un molo, mi sentii come se stessi salendo a bordo di una grande nave che

la scuola elementare nel 1986 (foto di Brian Burke-Gaffney)

aveva misteriosamente perso tutti i suoi passeggeri durante la navigazione in un’acqua maledetta come quella del Triangolo delle Bermuda. Per due ore vagai tra gli edifici cupi e minacciosi, esplorando le corsie e i corridoi, sbirciando nelle stanze, frugando tra pezzi di carta e immaginando la vita umana in quei luoghi. Il deterioramento era molto più grave di quanto mi aspettassi. Quasi tutte le finestre erano rotte. Grandi lastre di rivestimento in cemento erano cadute dalle pareti ed erano sparse sui pavimenti. Porte, persiane e ringhiere mezze marce pendevano dai cardini e cigolavano nel vento. L'isola era disseminata di elettrodomestici, mobili e altri oggetti che oggi non si troverebbero nemmeno nelle discariche. Sembrava un museo popolare degli anni Sessanta. Nella stanza in cui la gente attendeva la nave per Nagasaki,

sulla parete c’erano ancora l’orario delle partenze, un orologio e un calendario congelati al 1974. Il caos all'interno degli edifici era sorprendente. Il teatro, gli uffici, l’ospedale e gli altri luoghi pubblici ricordavano le scene che seguono i terremoti. Al tempio Senpukuji qualche visitatore premuroso aveva legato un pezzo di corda intorno alla testa di una statua per evitare che cadesse a pezzi. Quel Buddha in meditazione sembrava più un soldato bendato, seduto in stato di shock tra le macerie di una città devastata. Era opera dei vandali, mi sono chiesto, o il lavoro degli spiriti dell'isola infuriati da quella solitudine terribile? O erano i fantasmi dei lavoratori coreani e cinesi morti prematuramente che battevano i piedi nei corridoi e nelle stanze, di notte, implorando la loro libertà? Un visitatore prima di me, forse un ex residente, aveva usato della vernice spray

per lasciare un messaggio sul muro di uno degli edifici: Quanti decenni son potuti passare Da quando Hashima è stata lasciata a marcire; Lasciata a rovinarsi, a marcire, a disintegrarsi? La vita non potrà mai tornare su quest’isola. Non sentivo alcun bisogno di guardare indietro quando saltai dalla sporgenza di cemento sul ponte della barca a noleggio che era tornata a prendermi. E mentre guadagnavamo velocità e ci dirigevamo verso Nagasaki immaginai che, invece di essere spinti dai motori, venivamo tirati dal richiamo delle verdi colline rigogliose all'orizzonte e dalla promessa di ricongiungimento con la famiglia e gli amici.

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CHI CI CREDE ANCORA

la Madonna dell'Arco a cura di Claudia Bena C’era una volta un uomo che giocava a palla a maglio. Sconfitto dal suo compagno, scagliò la sfera contro un’edicola che custodiva l’immagine di una madonna con bambino. Dal volto della vergine si aprì una ferita che cominciò a sanguinare. L’uomo venne punito con la morte per impiccagione, ma l’albero che reggeva il cadavere morì insieme a lui. Un secolo dopo una donna, tale Aurelia Del Prete, oltraggiò l’immagine della stessa Madonna calpestandola ripetutamente. In pochissimo tempo le caddero entrambi i piedi, che furono conservati in una gabbia a monito dei curiosi che giungevano in pellegrinaggio dai paesi circostanti per osservare il macabro evento. La storia del culto della Madonna dell’Arco di Pomigliano è degna di una fiaba dei fratelli Grimm. Vicina meno famosa della Madonna di Pompei, vanta più di quattromila tavolette votive per grazia ricevuta. Ancora oggi in tutto il territorio campano si trovano cappelle ed edicole dedicate a una delle sette Madonne sorelle. Il culto mariano in Campania ha inizio e fine con la Madonna

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di Montevergine, seguita in ordine cronologico da quella dell’Arco, delle Galline, di Castello, dei Bagni, dell’Avvocata e di Materdomini. Caratteristica di alcune di queste madonne è la tipologia di devoti. Come per quella di Montevergine, si racconta che anche la Madonna dell’Arco può vantare fedeli che forse la Chiesa non farebbe entrare dalla porta principale. Davanti al Signore siamo tutti uguali. Nel giorno di Pentecoste si può assistere alla processione dei fujenti, cugini lontani dei battenti repentini, confraternita trecentesca che era solita flagellarsi a sangue il giovedì della Settimana Santa. Uomini, donne e bambini vestiti di bianco corrono quasi in trance fino all’altare. I piedi scalzi, alcuni in ginocchio, altri addirittura strisciano per tutta la navata fino all’immagine della Madonna ferita.Come le parenti di San Gennaro, che insultano il santo finché non avviene il fenomeno dello scioglimento del sangue, anche qui chi non riceve la grazia si rivolge con toni alti alla Madonna, perché considerata una di famiglia. Il popolo elimina le distanze.


ARTE

ma il MoCA? di Rachele Masci foto di Paola Micalizzi A vederlo comparire da lontano in mezzo alla radura alberata che costeggia il Danubio, voltando le spalle ai palazzoni anni Cinquanta di Novi Beograd, l’edificio di vetro e acciaio promette uno spazio espositivo all’avanguardia. Ma avvicinandosi, attraverso un prato di erba incolta, la messa a fuoco rivela gli strati di polvere sulle vetrate e un senso generale di incuria e abbandono. All’entrata, la presenza del guardiano, un uomo smilzo sulla cinquantina, ha qualcosa di surreale. “È possibile visitare il museo?” “Certo - risponde affatto stupito - ma è bene che leggiate qui per capire la situazione”. “C’è qualcosa da vedere?” “C’è molto da vedere”, risponde alzando gli occhi verso il soffitto e invitando i rarissimi visitatori giornalieri a salire le scale mentre si affretta a mettere loro in mano un volantino dal titolo “What happens to the Museum of Contemporary Art?”. Perché quell’edificio decadente è il Museo di Arte Contemporanea di Belgrado, una struttura concepita negli anni Sessanta per accogliere il meglio dell’arte jugoslava del XX secolo. Nella Serbia di oggi, di fatto, è sparito dalle mappe culturali e dalle guide turistiche. Così il caso “Cosa è successo al Museo di Arte contemporanea di Belgrado?” è diventato una vera e propria Non Mostra allestita all’interno del museo. L’idea è venuta a un gruppo di artisti serbi, una forma di protesta per reiterare quella domanda rimasta fino a oggi fluttuante e senza risposta. Al primo piano dell’edificio sono esposti, su grandi pannelli, articoli e documenti che ricordano le tappe dei lavori di ristrutturazione iniziati nel 2002, con tanto di foto di tagli di nastro e finte inaugurazioni. Salendo le scale, tra le macchie di muffa alle pareti, le pance delle travi d’acciaio scoperte e una parte del tetto letteralmente en plein air, si riconoscono gli interventi artistici ideati per la casa fantasma dell’arte. Un’intera parete è allestita con i caschi di protezione rossi e gialli appartenuti agli operai. In un angolo campeggiano, pietrificati dal gesso, i resti del cibo consumato dagli addet-

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ti ai lavori durante la fase di ristrutturazione. L’impressione è di trovarsi all’interno di un museo ibernato, o di un posto abbandonato in tutta fretta. In una struttura così all’avanguardia stupisce che tutto sia lasciato a marcire: le porte dell’ascensore, ormai inutilizzabile, sono rimaste aperte sul vano del secondo piano, e lì sono ammucchiati i sacchi dei calcinacci e gli utensili degli operai. Al secondo piano i murales sulle pareti la fanno sembrare una vecchia fabbrica abbandonata dove prendono forma le prime opere di alcuni writer. Ci pensa l’istallazione di Ministry of space, un’associazione di giovani artisti di Belgrado, a fare i conti con il tempo che passa: un grosso timer conta le ore e i minuti che separano dalla fine della mostra. Cosa accadrà poi? Continuerà a crescere l’erba intorno, i vetri diventeranno più opachi e incrinati, la muffa ricoprirà pareti e pavimento? Dejan Sretenović è un teorico dell’arte e dei media e uno degli ideatori dell’esposizione. È lui a spiegarci le complesse vicende del museo e a ribadire che i lavori di ristrutturazione sono stati fermati per mancanza di fondi. Il governo non riconosce la funzione sociale e culturale del museo e, soprattutto, il ruolo che potrebbe giocare nel processo di transizione della Serbia. Per la Non Mostra sono stati chiamati artisti meno conosciuti, giovani ed emergenti, che non hanno mai avuto la possibilità di esporre in passato nel museo e alcuni in verità nemmeno di visitarlo, come ci ha raccontato il professor Sretenović quando lo abbiamo contattato qualche giorno dopo la visita. Ci ha tenuto a specificare che l’iniziativa è sì una forma di protesta ma soprattutto un modo per aprire una discussione più ampia sullo stato dell’arte nel paese. Per uscire dallo stallo occorre stimolare l’attenzione e chiedere aiuto al pubblico culturale e artistico più vasto. Ce la mette tutta anche il custode che saluta ricordando al visitatore: “Questo spazio è anche tuo”. nella foto: un’installazione nel Museo di Arte Contemporanea di Belgrado


MODA

God save the 3 piece di Marianna Kuvvet illustrazione di Giovanna Forlano Londra sinonimo di eleganza. Dimenticatevi i vari Topshop e gli altri colossi della moda dozzinale di Oxford Street e dimenticatevi anche della London Fashion Week e dei numerosi designer, almeno per un attimo. Sto parlando di eleganza, non moda. La prima a differenza della seconda non conosce collezioni e stagioni e soprattutto ignora le tendenze passeggere. La moda cambia in continuazione, è schiava del tempo che passa e la rende passata, l’eleganza no. A pochi passi dal caos di Oxford Circus e Regent Street si nasconde Savile Row, definita the golden mile of tailoring. Un solo miglio che racchiude, ha visto nascere e ancora oggi racconta l’eleganza british nella più tradizionale delle accezioni. Tanto tradizionale che il nostro Giorgio Armani si è scomodato e l’ha definita un “cattivo esempio di commedia inglese” per il suo essere completamente fuori dal tempo. Punti di vista. Detto ciò, rimane il fatto che Savile Row è laddove è nato il termine bespoke, da be spoken for, su misura nella meno romantica traduzione italiana. È laddove l’ammiraglio Nelson, Wiston Churchil, Fred Astaire e Cary Grant si recavano per affidarsi alle mani di sarti esperti. Anacronistico? Rilancio con Mick Jagger, tre dei quattro completi che i Beatles indossano sulla copertina di Abbey Road, i costumi del Batman di Tim Burton e un numero tanto elevato di attori che non ho il tempo né lo spazio di citare. Per non parlare dei designer, fra i quali Alexander McQueen, che hanno mosso proprio lì i loro primi passi come apprendisti. Questa stradina è stata location dell’ultimo live dei Beatles il 30 gennaio del 1969, avvenuto sul tetto del civico n.3, è citata dai Kinks ma anche da Jay-Z così come nel film Dr. No di James Bond, solo per dirne alcuni. Se si deve parlare di eleganza e classe si parla di Savile Row. Lo sanno bene i giapponesi, tanto bene che la parola che utilizzano per indicare i completi maschili è sebiro, una contrazione del nome della via londinese.

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Non si possono non riconoscere il fascino e il romanticismo di questo miglio d’oro. Passeggiando davanti alle vetrine ci si aspetta quasi di incontrare uomini con cilindro e bastone e vedere carrozze percorrere lente la strada al posto dei black cab. Microcosmo nel pieno centro della capitale inglese, nell’elegante quartiere di Mayfair, è un piccolo spazio, una bolla, in cui il passare del tempo sembra non avere effetto mentre il resto della città si muove frenetica al suo ritmo. Per la consegna di un abito su misura si può aspettare anche più di un anno (ve l’ho detto, lì il tempo è relativo) e i prezzi sono tutto tranne che modesti, ma si sa, ahinoi, spesso la qualità è sinonimo di lusso. E se da una parte il lavoro minuzioso dei sarti di Savile Row non è accessibile a tutti, dall’altra è sicuramente in grado di soddisfare i gusti più disparati. Atelier centenari assicurano lavorazione e produzione classiche, quelli sorti più di recente assecondano le richieste più singolari. Unico punto fermo la qualità, per proteggere la quale è stata costituita la Savile Row Bespoke Association, a tutela di quello che da molti è considerato un prodotto senza eguali che rischia di venire inghiottito dal consumismo contemporaneo e dall’aumento esponenziale dei prezzi degli immobili della prestigiosa zona. Proprio lo scorso aprile alcune voci di corridoio volevano Abercrombie & Fitch in procinto di inaugurare uno store nella via. Si salvi chi può. La notizia ha portato i Chaps, una community di auto-ironici amanti dei vestiti e del lifestyle vintage, a manifestare al grido di “Give Three-piece a chance, save Savile Row from Abercrombie & Fitch”. La manifestazione ha avuto un’enorme risonanza mediatica in tutto il mondo e del flagship americano ancora neanche l’ombra. Ovviamente. Ditemi come si potrebbe non dare ascolto a qualcuno che sembra uscito da un jazz club degli anni del Protezionismo.


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the trip magazine n°14