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BRIGHT N.10


BRIGHT


C’è un senso armonico e al contempo istintuale nella luce. Il numero BRIGHT nasce per immergere i lettori in un paesaggio di effetti grandemente suggestivi: chiarori, brillantezza, fulmini, bagliori, registri cromatici splendenti e lucentezza faranno da scorta entro un’esperienza estetica dai molteplici linguaggi. Le fotografie, gli spettacoli, le installazioni, gli oggetti di design e le architetture che qui si raccontano aprono il varco per un modo colmo di riverberi. Questi lavori diventano una dichiarazione in difesa della bellezza, impolverata e oscurata da quell’incessante processo ipertrofico che caratterizza i nostri tempi e produce una sempre più diffusa indifferenza nei confronti dell’originalità e della qualità estetica. Risplendere sempre, risplendere ovunque, sino al fondo degli ultimi giorni, risplendere e nient’altro! V. Majakovskij


INDICE

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FIELD OF LIGHT

ECLIPSE

INTERVISTA A GUEN FIORE


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LUZINTERRUPTUS

INTERVISTA A MARTA BEVACQUA

CHROMATIC

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DAWN LIGHTS

SPECTRUM

#TFPCREATIVEPEOPLE

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LUZINTERRUPTUS di Chiara Casciotta LE INSTALLAZIONI LUMINOSE DEL COLLETTIVO SPAGNOLO Sacchetti riempiti con contenitori di plastica trasparente e luci a led, appese ad una robusta rete metallica, sono i protagonisti di una delle ultime installazioni del collettivo artistico anonimo Luzinterruptus, realizzata per il iLight Marina Bay Festival a Singapore. I componenti del gruppo spagnolo, che provengono da discipline differenti come l’arte e la fotografia, iniziano a realizzare i loro interventi urbani nelle strade di Madrid alla fine del 2008, con l’idea di mettere sotto i riflettori i problemi che rileviamo in città e che passano inosservati agli occhi delle autorità e dei cittadini. A volte i loro interventi non hanno uno scopo sovversivo, ma vogliono semplicemente abbellire, o evidenziare luoghi o angoli anonimi che sembrano speciali. Elemento caratterizzante le loro opere effimere è la luce, elemento che, oltre a fornire un grande impatto visivo, consente di effettuare interventi facilmente removibili senza deteriorare lo spazio pubblico. La luce viene combinata con l’utilizzo di materiali semplici e spesso di riciclaggio. The Plastic // © Lola Martinez 8


Sensibili ai temi sociali ed ambientali hanno affrontato, con le loro installazioni luminose, la questione dell’utilizzo dell’energia nucleare attraverso un esercito di 100 manichini luminosi, ma anche la problematica relativa alla presenza di plastica nei nostri oceani, proponendo un claustrofobico labirinto realizzato con bottiglie di plastica consumate da abitanti e turisti nell’arco di un mese. Lo scorso ottobre hanno realizzato “Plastic We Live With” con l’intento di far comprendere a tutti l’eccesso di plastica che è intorno a noi, un tema ricorrente nel loro lavoro. L’opera artistica è consistita nel riempimento delle aperture presenti nella facciata di un edificio storico, l’ex MegaStore Virgin di Bordeaux, con sacchetti di plastica illuminati, in modo tale da rendere l’idea che la plastica stia per far esplodere l’edificio. La misura legislativa anti-bag, adottata dal governo francese per ridurre l’uso della plastica, non essendo il riciclaggio sufficiente per risolvere il problema, è stata fondamentale per il reperimento dei 6.000 sacchetti di plastica, ottenuti dai magazzini dei negozi presenti in città.

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Piscina // Š Gustavo Sanabria

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Nuclear // © Gustavo Sanabria

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Nonostante fosse un’installazione luminosa ha attratto l’attenzione dei cittadini anche durante le ore giornaliere. Quando il suo interno era illuminato di notte, le finestre sembravano ricoperte di vetro colorato in una versione più tossica e plastica. “La luce è la nostra materia prima e la notte è la nostra tela”

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Labyrinth // © Lola Martinez


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INTERVISTA A MARTA BEVACQUA di Laura Novara Marta Bevacqua si racconta così: “Sono cresciuta in una casa in campagna tra Frascati e Roma. Ho iniziato a scattare a 17 anni, durante il liceo. È successo per caso e da lì non ho mai smesso. Sono autodidatta alla base. Nel 2011 ho fatto un corso di una settimana di Fashion Photography alla Central Saint Martins di Londra. Poi ho iniziato con la moda. Nel 2014 mi sono trasferita a Parigi per motivi lavorativi, ma anche per provare cose nuove. Per ora mi trovo molto bene, ma chissà, magari un giorno sperimenterò altri luoghi. Da quest’anno sono rappresentata in Europa da Open Space Paris”.

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Sei una fotografa e una regista. Come cambia il tuo rapporto con la luce quando scatti e quando riprendi? Sicuramente trovo sia più facile gestire la luce in fotografia. Quando si riprende, essendo quindi tutto in movimento, è come se la luce si muovesse e devo fare più attenzione. Diciamo che in fotografia mi permetto ancora qualche improvvisazione, mentre in video c’è poco di lasciato al caso. Quando inizi un nuovo progetto parti dal luogo, dai protagonisti o dall’atmosfera? Dipende. Alcune volte dall’uno, altre volte dall’altro. Sicuramente l’atmosfera è la dimensione entro cui mi sento più a mio agio, sapendo già dal principio che tipo di storia voglio raccontare. Tuttavia adoro anche scoprire nuove location e capire come sfruttarle o ancora innamorarmi (si fa per dire...) di una ragazza che voglio assolutamente scattare, e costruire tutto intorno a lei e al suo viso.

Chi o cosa è la tua principale fonte di ispirazione? Diciamo che trovo molta facilità nel trovare ispirazione; questo può avvenire in molti modi e un po’ ovunque. Sicuramente mi ispiro ad altri fotografi e ad altri artisti, ma anche a libri, film e alla musica. Ogni tanto mi ispira un luogo, un volto, una storia, o un mio racconto o di chiunque altro. E, spesso, mi ispiro alla semplice natura e al mondo. Da qualche anno ti sei trasferita a Parigi. Quali sono i luoghi dove trovare le migliori occasioni per crescere e farsi notare per un giovane fotografo? Purtroppo in Italia non ho trovato ciò che cercavo. Non voglio dire che quindi in Italia non funzioni, forse non ha funzionato per me. Ho viaggiato tanto e Parigi è sicuramente una città che ti offre tantissimo, e non parlo solo di opportunità lavorative, ma della vita che si può condurre qui. Sicuramente in Europa ci sono molte città in cui poter trovare se stessi e costruire una carriera. Ma credo anche dipenda da persona a persona, dal proprio stile fotografico, da dove si vuole arrivare, come ci si vuol arrivare e percorrendo quale strada. Fortunatamente ognuno è differente, altrimenti nessuno andrebbe da nessuna parte. Come immagini si trasformerà il lavoro di fotografo nei prossimi anni? Una domanda difficile. Spero mi porti a viaggiare sempre di più e scoprire nuovi luoghi. Spero, in tutta onestà, per quanto possa sembrare banale, di riconoscermi sempre e non perdermi mai, e di sentirmi realizzata e... tanto per dire, felice.

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EXPLORATIONS IN LIGHT AND GLASS di Maria Luisa Spera CHROMATIC DI SHANE GRIFFIN

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La realtà è che non possiamo scindere il concetto di luce da quello di colore in quanto strettamente interconnessi per natura, ma possiamo analizzarli singolarmente giocando con le loro caratteristiche fisiche. In natura non esiste colore senza radiazione luminosa. La luce bianca naturale, quella generata dal sole per intenderci, è in realtà una miscela di radiazioni elettromagnetiche a differenti lunghezze d’onda. Le stesse che compongono lo spettro cromatico che si forma ogni qualvolta un fascio luminoso colpisce un prisma, dando origine alla rifrazione, disperdendo così le differenti radiazioni. Le due serie di Chromatic, realizzate da Shane Griffin, artista

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irlandese trapiantato a New York, fanno proprio questo: giocano con la luce studiandone lo strano e affascinante comportamento. Shane “gioca” con il raggio luminoso facendolo penetrare attraverso alcuni pezzi di vetro difettoso. Il passaggio è subito deviato, portando così alla creazione di qualcosa di unico: una composizione cromatica morbida dello spettro. Una composizione così morbida e sinuosa da far pensare subito ad una trasformazione irreale, da luce a liquido. L’effetto visibile in Chromatic porta il fruitore verso una percezione quasi materica della luce (e del colore) attraverso l’abbraccio delle tonalità che si uniscono in un unico fluttuare di sfumature. Le opere sfruttano quindi l’incapacità dei fasci di colore di convergere attraverso l’obiettivo, portando alla formazione naturale di questo vortice cromatico. Nella seconda serie abbiamo addirittura un’evoluzione del processo, unendo alla diffrazione l’assenza di luce diretta. L’effetto finale, seppur surreale, accentua ancora di più il percorso luminoso, trasportando con sé l’osservatore in un silenzio assordante in cui esiste solo l’unione tra luce e colore.


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Field of Light, Uluru, Bruce Munro 2016 // © Mark Pickthall


FIELD OF LIGHT di Elisabetta Cerigioni La cifra stilistica dell’installazione Field of Light è indubbiamente la luminosità, affidata all’intelligenza di un artista pieno di intuito. Un artista autentico. Ogni cosa nasce nel 1992, quando l’avventuriero britannico Bruce Munro, attraversando il Deserto Rosso dell’Australia centrale, avvertì l’energia e il calore di quel paesaggio desertico. Field of Light, a distanza di oltre un ventennio, permane la rappresentazione di questa clamorosa esperienza. “Volevo creare un campo illuminato di steli che, come il seme dormiente in un deserto secco, sarebbe scoppiato in fiore al crepuscolo, con dolci ritmi di luce sotto una coltre di stelle brillanti”. Il risultato è un mondo lontano, una mappa colma di bagliori, una sorta di campo extraterrestre e il transito attraverso la distesa di luce restituisce al visitatore tutta la ricchezza poetica del progetto: un lavoro che davvero accentua il colorito del creato. Field of Light è realizzata con 50mila steli che si accendono grazie a globi radianti di vetro smerigliato. 25


26 Multi-coloured light stems at the Field of Light, Uluru, Bruce Munro 2016 // Š Mark Pickthall


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Field of Light, Uluru, Bruce Munro 2016 // © Mark Pickthall

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Ciascuna sfera è collegata alle altre tramite una imponente rete di fibra ottica illuminata. Al calar della notte la scenografia di Munro diventa un campo di fiori digitali. Munro dice che l’opera “è un simbolo personale che rappresenta le cose belle della vita”, io dico che entrare nell’ecosistema variopinto e

iridescente resta una meraviglia, il problema è andarsene via, ma si sa: sono guai che capitano quando si è infinitamente più vicini alla bellezza. L’opera è stata portata in diverse parti del mondo ed è visitabile ancora oggi, proprio nel deserto del Northen Territory da cui tutto è nato. Qui, ai piedi di Uluru, il grande massiccio roccioso visibile da decine di chilometri di distanza, la presenza del campo di luce (sorto nel 2016 con la prospettiva di restarvi fino al 2017) è stata prorogata fino al 2020.

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ECLIPSE DI CHRIS WOOD di Maria Luisa Spera

Per la scienza la potenza del sole (e della luce) è naturalmente misurabile, ma per gli artisti è qualcosa da scoprire, totalmente effimero. Questo il principio secondo il quale è stato creato Eclipse. Un disco dicroico di 1,2 metri di diametro che quando viene sospeso nell’ambiente circostante, ad esempio ad un albero, cambia colore ruotando, sotto la spinta del vento.

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Il disco reagisce e interagisce con la luce solare che, colpendolo, si riflette su tutta la superficie, generando a terra una luce colorata che cambia ad ogni movimento del disco. Eclipse dipinge le sfumature dello spettro nell’ambiente in cui si trova, trasformandolo completamente. La percezione visiva è ciò che attira l’attenzione di Chris Wood che concentra tutta la sua ricerca artistica ed estetica proprio su questo concetto. Lo scopo è dare forma a qualcosa che nasce senza fisicità ma che vive di energia. La luce è quindi la componente principale nonché la protagonista assoluta delle opere di Chris. Eclipse vive grazie agli elementi naturali che compongono l’ambiente in cui si trova; alberi, acqua, prati vengono percepiti diversamente con la sua presenza, assumendo tratti estetici differenti, caratterizzati e trasformati dalla prepotenza della luce che, passando per il pannello di vetro diacronico, arriva fino a loro generando l’opera stessa.


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LA LUCE MISTERIOSA E MALINCONICA NEGLI SCATTI DI GUEN FIORE di Laura Novara

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Guen Fiore, nata a Roma, sin da bambina ha scelto la fotografia come suo strumento di comunicazione. Oltre ai progetti personali collabora con Vogue Italia, Vanity Fair, iGNANT, C-Heads, ha ricevuto numerosi riconoscimenti e Lens Culture l’ha inclusa fra i nuovi talenti della fotografia. Lo stile eclettico in luce naturale, i suoi ritratti e le sue immagini raccontano storie quotidiane piene di poesia. Le abbiamo chiesto di raccontarci del suo processo creativo e del suo rapporto con la luce. Quando hai capito che saresti diventata una fotografa? Qual è il tuo primo “ricordo fotografico”? L’ho fortemente desiderato per anni ma ho iniziato a vederla

come una reale possibilità solo recentemente. Sono sempre stata una persona abbastanza creativa, ma fino a qualche anno fa la mia ambizione non era quella di diventare una fotografa. Non ho sempre avuto le idee molto chiare a riguardo, inizialmente per me la fotografia era solo un divertimento, con il tempo ho iniziato a vederci del potenziale. Diciamo che dal momento in cui i “riconoscimenti” sono diventati più costanti, un po’ per caso, ho iniziato a crederci di più. I miei primi ricordi fotografici sono legati a quando ero piccola, mio padre era sempre in giro a scattare fotografie a me e alla mia famiglia, per cui credo di aver sviluppato un interesse nei confronti delle immagini molto presto. Ma il tutto si è concretizzato durante i miei primi anni universitari, non avevo mai palesato un reale interesse prima. Il velo di malinconia che si percepisce nelle tue immagini, emerge dalle persone che ritrai, dai tempi che stiamo vivendo o fa parte della natura di Guen? Forse un insieme di tutti questi elementi. Quando pianifico uno shooting la mia idea iniziale non è mai quella di creare qualcosa di malinconico, ma poi, non di rado, mi viene fatto notare che c’è un velo nostalgico

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(a volte mi è stato detto addirittura triste) in quello che faccio. È qualcosa che non ricerco, ma che alla fine viene fuori spontaneamente, quindi direi che sicuramente è parte della mia natura. È anche vero che non stravedo per la bellezza sfacciata, trovo sempre molto intriganti e interessanti personalità e volti magari più imperfetti, ma con un qualcosa di misterioso e, per l’appunto, malinconico. L’insieme delle cose fa sì che l’immagine venga percepita in un certo modo. Come spesso si dice c’è tanto di chi fotografa nelle storie che racconta, ma ovviamente il soggetto che si sceglie fa la sua parte! Parlaci del tuo rapporto con la luce. Preferisci creare la luce ideale o la cerchi nei luoghi in cui decidi di scattare? Quando posso preferisco scattare con luce naturale e quindi andare alla ricerca di luoghi che mi permettano di avere la migliore illuminazione possibile durante le ore del giorno che ritengo più adatte. Spesso la luce naturale è più che sufficiente per ottenere giochi di luce ed ombra che danno dinamismo all’immagine. Altre volte però ci si ritrova a lavorare in condizioni in cui la luce naturale non aiuta e allora è importante saperla gestire e “correggerla” con l’ausilio di flash e fari, ma diciamo che se posso evito. Nei miei lavori la luce la fa da protagonista, non sono un’amante delle immagini piatte e moto grafiche, ricerco sempre quella “pastosità” e morbidezza che solo il chiaro/scuro può dare.

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Quanto conta l’aspetto tecnico nel tuo lavoro di fotografa? Il tuo lato di ingegnere influenza l’artista? Per quanto mi riguarda pochissimo. Non ho mai studiato fotografia e ho sempre dato più importanza all’aspetto pratico che a quello tecnico. Credo che lasciarsi troppo guidare dalla ricerca di una perfezione tecnica ammazzi la creatività nella maggior parte dei casi. Solo nei ritratti fatti in studio può aver senso (ma neanche sempre) parlare di tecnica. Ma quando una foto

è frutto di improvvisazione ci si muove, la luce cambia e fissarsi con l’aspetto tecnico sarebbe troppo condizionante per me. Una fotografia può essere bella anche se sfocata, sgranata o sotto/sovra esposta; al contrario una fotografia “perfetta” a volte non dice nulla. I miei studi non penso mi abbiano mai condizionata, sarà perché il mio modo di fare e di essere non si è mai sposato bene con l’ingegneria! Hai ricevuto diversi autorevoli riconoscimenti, quale traguardo vorresti raggiungere entro i prossimi 5 anni? Mi trovo in una fase di transizione in cui vorrei fare qualcosa di nuovo e diverso rispetto a quello che ho fatto fino ad ora. Sono incuriosita da diverse forme di fotografia e prima fra tutte il ritratto documentaristico, mi piacerebbe sperimentare in tal senso. Ho sempre avuto un approccio che mirava a mettere il soggetto al centro di una storia che “inventavo”, adesso vorrei fotografare le persone in un contesto che le rappresenta per quello che sono realmente. Lavorativamente parlando ho tante cose in ballo al momento, e se andranno a buon fine spero daranno una nuova piega alla mia carriera!


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Ma nei prossimi anni vorrei non perdere di vista i miei progetti personali, come invece ho fatto negli ultimi 3 anni. Vengo fuori da un periodo di “stalloâ€? che ha avuto inizio nel 2015. Mi sono dedicata esclusivamente al lavoro commissionato, mettendo da parte tutto quello che poteva essere considerato creativo e ora che ho tante idee sento la necessitĂ di rimettermi a lavorare su cosa mi piace realmente.

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DAWN LIGHTS di Chiara Casciotta 40

LE SCULTURE DI LUCE DI SABINE MARCELIS


La luce è sempre stata al centro della ricerca nel design e nell’architettura, grazie alla sua capacità di modificare la percezione dello spazio.

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Nell’attuale panorama internazionale troviamo la promettente designer Sabine Marcelis che, dopo aver studiato alla Design Academy di Eindhoven e stabilitasi a Rotterdam nel 2014, affascinata dalla luce, inizia a lavorare come designer indipendente, sperimentando e manipolando la luce. Il suo punto di partenza non è il raggiungimento di un’esperienza legata semplicemente all’uso di un oggetto, né una concezione puramente formale del design, ma lo sperimentare con materiali, cercare di portarli al loro limite per creare qualcosa di nuovo che provochi un sentimento di stupore. I suoi lavori si occupano spesso di giochi di luce, bagliori o riflessi, che circondano, dominano o emergono dal materiale. Un’elegante e raffinata interpretazione di forme semplici contraddistingue chiaramente il suo lavoro. La ricerca di Sabine è basata principalmente sulla collaborazione con artigiani e l’esplorazione dei processi di produzione del materiale, per poterli spingere al massimo delle loro potenzialità, per ottenere nuovi e sorprendenti effetti visivi. Una collaborazione a lungo termine in cui crede molto. Infatti è dall’unione delle varie competenze e conoscen-

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ze, come dice la designer stessa, che può nascere qualcosa di bello. Sabine, cresciuta in Nuova Zelanda, trova l’ispirazione per le sue creazioni dalla magia fornita dalla natura ed in particolare nei giochi di luce, nei boschi, in mare, nella neve, nel modo in cui le nuvole appaiono in una giornata molto soleggiata. La serie Dawn Lights, commissionata dalla Victor Hunt Designart Dealer, è un’esplorazione del rapporto tra luce e colore ispirato da un momento nel quale il sole, le nuvole e il cielo si uniscono per creare un momentaneo tripudio di sfumature. Giocando con la relazione tra luce, colore, trasparenza e saturazione, le Dawn Lights sono costituite da un singolo tubo al neon bianco incorporato entro elementi geometrici in resina. L’utilizzo di una resina di poliestere nero attenua la luce del tubo al neon, l’uso di una resina colorata cambia il colore della luce, mentre aggiungendo molto pigmento bianco alla resina si rende la luce molto diffusa. Dawn Lights è un ottimo esempio della giustapposizione di due materiali che abbracciano le loro differenze e creano fluidità tra diversi toni e trame esplorando l’interazione con la luce.

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SPECTRUM di Maria Luisa Spera GLI ARCOBALENI RISONANTI SI IRRADIANO DAI PRISMI

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La luce naturale è un elemento così attraente per l’uomo che da sempre ne studia le proprietà e le modalità di figurazione. Tokujin Yoshioka concentra tutto il suo lavoro sulla relazione tra l’uomo e il mondo naturale, esplorando le diverse sensazioni che la luce naturale porta con sé. Luce solare, luce lunare e riflessi d’acqua: tutte le creature viventi possono percepire il potere del mondo naturale. Spectrum nasce dallo studio del sole e offre un viaggio attraverso la luce e i colori dell’arcobaleno. Questi ultimi, apparentemente infiniti, vengono ricreati dalla scultura composta da 200 prismi, agganciati ad un muro,

che rifrangono migliaia di raggi colorati. Nell’installazione i frammenti di luce proiettano lo spettro in tutto lo spazio circostante. Con Spectrum si comprende il carattere imprevedibile della luce naturale, mantenendo inalterata la sua proprietà mistica e affascinante. “Vedo la trasparenza come un colore che è il più vicino alla luce e lo uso come materiale. Il colore della trasparenza è radioso alla luce del sole. Ho sempre pensato che non ci fosse nulla di più bello della luce naturale. La luce stessa non ha una forma, ma esiste con un’aura mistica che può cambiare l’atmosfera circostante e risuonare con le nostre emozioni più intime”. Nelle sue creazioni non esiste un elemento esplicito in riferimento al Giappone, tuttavia gli spettatori trovano ugualmente qualcosa di giapponese in esse, probabilmente per quanto concerne la concezione di un mondo naturale pieno di misteri e energia. Per Tokujin Yoshioka l’aspetto più significativo è catturare l’essenza del tempo e della natura entro un’opera composta da disegni semplici, per consentire agli spettatori di integrarsi con la natura e la luce in un modo palpabile.

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#TFPCREATIVEPEOPLE

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Prossimamente sul blog

Le performance del francese Theo Dari, artista visuale e illusionista, si muovono tra magia e giochi di luce, manipolazione laser e interattività, ma anche tecnologia e momenti onirici. Nel 2005 nasce la Lasermen Company, un team di artisti e tecnici che porta i suoi spettacoli in tutto il mondo. Quello che ne risulta è uno spettacolo di fantascienza: trucchi, illusioni, spade laser e acrobazie di alto livello. Gli Eroi Laser di Theo Dari hanno fatto parlare di quarta dimensione e di Science Fiction.

Lo studio di architettura Ecòl composto da giovani architetti toscani porta avanti uno studioriflessione sulla riqualificazione degli spazi pubblici attraverso interventi più o meno temporanei. Performance con lettore di onde sonore. Le emozioni si trasformano in musica.


Melodicware di Agustina Bottoni. La serie è formata da tubi in ottone annodati a mano che, una volta mossi, scandiscono giochi musicali unici. La scultura prende vita inaspettatamente.

“La teoria della linea” dell’artista anconetana Monica Pennazzi. Cinque mesi di lavoro e altrettanti di studio e progettazione, 12.000 metri di filo per realizzare un’opera che sarà presto in mostra ad Ancona.

Niklas Söderlund, nato e cresciuto in Svezia, si è trasferito in Islanda per testimoniare la bellezza e la potenza della natura. L’atmosfera magica e la luce rarefatta delle sue immagini ci proiettano in paesaggi incontaminati ricordandoci l’importanza di prenderci cura del pianeta meraviglioso che abitiamo.

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THE FRIDAY PROJECT N.10

EDITORIAL STAFF EDITOR IN CHIEF AND PHOTOGRAPHER Laura Novara laura.novara@the-fridayproject.com ART DIRECTOR AND DESIGNER Maria Luisa Spera marialuisa.spera@the-fridayproject.com ARCHITECTURE AND DESIGN EDITOR Chiara Casciotta chiara.casciotta@the-fridayproject.com CULTURE EDITOR AND EDITING Elisabetta Cerigioni elisabetta.cerigioni@the-fridayproject.com

COVER: Sabine

Marcelis

CONTACT INFORMATION

www.the-fridayproject.com | redazione@thefridayproject.com


The Friday Project è un periodico online registrato presso il Tribunale di Ancona al n. 07/2015 del registro periodico, protocollo n.34/2015. La riproduzione delle illustrazioni e degli articoli pubblicati sulla rivista, nonché la loro traduzione è riservata e non può avvenire senza espressa autorizzazione. Copyright © 2017 The Friday Project


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