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Rubrica curata da Chiara Casciotta

#numeroquattro

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editoriale

la moda eco-chic

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le due anime di zürich

permette un ballo?

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natura e metropoli due volti della fotografia

là dove corpo e mente si incontrano

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l’arte di viaggiare

d.segni

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cenerentola principessa o strega?

essere

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di·se·gno

il bianco e il nero

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i love design

il morbido e il pungente

tra innovazione e tradizione

paglia milano

danza e teatralità

un progetto di federica papa

food

food


Editoriale curato da Elisabetta Cerigioni

A quanto pare ogni cosa al mondo si genera per via di contesa! La morale ci fa distinguere tra bene e male, in letteratura si parla di ossimoro e addirittura dall’antica filosofia cinese arrivano lo Yin e lo Yang, mentre la fisica e la chimica parlano di cariche positive e negative. Anche nella quotidianità ci condizionano due fattori assolutamente contrari: l’abitudine e la novità. Così abbiamo deciso di dedicare questo numero al tema degli Opposti. Vi scorteremo lungo un viaggio incredibile, attraverso sapori, forme artistiche, stili di vita e punti di vista lontanissimi, senza dimenticare tuttavia che può succedere che gli estremi si congiungano. A volte per un attimo, a volte per sempre.

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Articolo di Chiara Casciotta Fotografie di Laura Novara

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Rubrica curata da Chiara Casciotta

LE DUE ANIME DI ZÜRICH

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Alcune città sono una vera e propria sorpresa, ed è il caso di Zürich, gioiello svizzero che ha l’eccezionalità di accogliere sia un fiume che un lago, con alle spalle la scenografia delle montagne, permettendo così degli scorci da favola. Il Niederdorf, chiamato dai cittadini «Dörfli» (paesello), è il quartiere centrale e storico della città in cui, tra i vicoli aggrovigliati senza auto, si scoprono piccole boutique, antiquari e laboratori artigianali. Un luogo romantico e di altri tempi, caratterizzato da palazzi medioevali e stradine in ciottoli, che di notte si trasforma nel centro della movida. A questo lato di Zürich più tradizionale si contrappone il quartiere West, lato innovativo, creativo e non convenzionale della città. Zürich West (kreis 5), strategicamente localizzata tra il fiume Limmat, utilizzato come fonte di energia, e il viadotto Letten, era sede degli stabilimenti industriali. Con la chiusura delle fabbriche l’area cade nell’abbandono e nel degrado fino all’apertura, avvenuta nel 2000, dello Schiffbau (ex cantiere navale) quale centro culturale e operativo del teatro di prosa. Da allora è stato un susseguirsi di locali, ristoranti e bar che hanno trasformato l’ex quartiere industriale. Successivamente è stato riqualificato anche il viadotto

dagli EM2N, con la creazione di boutique di design e di un mercato coperto, Markthalle, che è il vero cuore della struttura e punto di riferimento enogastronomico. Questa zona è una sorta di laboratorio a cielo aperto da cui svetta la caratteristica pila di container ammassati uno sull’altro, store dei designer Markus e Daniel Freitag, i quali sono riusciti ad espandere il loro business di accessori unisex realizzati con materiali di riciclo (airbag scoppiati, teloni di camion, cinture di sicurezza). Tra container, teloni, botti del vino e contenitori di varia forma e grandezza sorge il Frau Gerolds Garten, a mio parere vera chicca della zona, un giardino urbano costituito da circa ottanta cassette di diverse dimensioni con piante aromatiche, da frutto e verdura, delimitato da un muro tappezzato di murales in continua evoluzione, intorno al quale troviamo atelier, bar, un ristorante con terrazza panoramica, una zona relax e numerosi tavoli sia all’aperto sia al riparo. Un’oasi urbana alternativa ricca di arte e design, un vero e proprio spazio pubblico di condivisione e aggregazione, un’atmosfera familiare fatta di grandi tavolate, di cibo e creatività.

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DESIGN HOLM Brandschenkestrasse 130 8002 Z端rich TOWNHOUSE Weite Gasse 4 8001 Z端rich FOOD MARKTALLE Limmatstrasse 231 8005 Z端rich MILCHBAR AM BELLEVUE St. Urbangasse 4 8001 Z端rich WEB FRAU GEROLDS GARTEN www.fraugerold.ch VIADUKT www.im-viadukt.ch

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NATURA E METROPOLI Due volti della fotografia Non ho mai creduto nell’ispirazione, non ho mai avuto la fortuna di provare quella sensazione di quadro completo, di dover solo tendere la mano e raccogliere il frutto della mia creatività. Credo però che ci siano luoghi dove ci sentiamo perfettamente a nostro agio, dove tutti i nostri sensi si allineano e ci rendono più attenti nel cogliere ciò che altri ignorano. Immergersi nei giochi di luce in un bosco, nei riflessi del mare, farsi sopraffare dalla folla, andare alla ricerca del particolare o di un viso fra molti. Scegliere tra natura e metropoli significa manifestare un lato della propria personalità, in qualche modo scoprire, inventare, scavare nelle emozioni e nei ricordi più ripidi. Abbiamo chiesto a due fotografi, due appassionati fotografi, di raccontarci perché hanno deciso di rappresentare se stessi, il loro immaginario, il loro punto di vista, attraverso ‘terra’ o ‘cemento’.

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A cura di Laura Novara

“La fotografia metropolitana è il genere che più mi rappresenta, mi piace realizzarla sotto qualsiasi punto di vista: l’attesa, la ricerca, il camminare per strada, l’avvicinarsi alle persone, la costruzione della scena in frazione di attimi. Amo la strada, sempre nuova e in movimento, e mi attirano le persone con le loro storie tutte da cogliere. Vorrei scattare in Cina o in Giappone, due luoghi che mi affascinano per la cultura e soprattutto per la convivenza tra tradizione e modernità. In primavera e in estate amo fare foto di mattina presto o dopo le 18,00, durante la stagione invernale prediligo le ore centrali del mattino e del pomeriggio, senza dimenticare gli scatti al buio. A volte mi capita di avere in mente un progetto preciso, altre volte mi lascio guidare da uno stato d’animo o dalla musica che sto ascoltando nell’istante dello scatto, o ancora dalle suggestioni lasciate da un libro appena letto o da un film. Insomma, credo di non saper scattare a comando, aspetto che la scena mi si presenti davanti all’obiettivo. Se devo pensare a qualche fotografo di riferimento mi vengono in mente questi nomi: Elliott Erwitt, Vivian Maier, Henri Cartier-Bresson e William Klein”. ph. giorgia ivone

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“Ho trascorso l’infanzia tra le piante, gli alberi e le coltivazioni della campagna di mio nonno e ho sempre conservato questo atteggiamento di meraviglia verso la natura. La fotografia è subentrata in età adulta, diventando il mezzo attraverso cui immortalare l’immutata bellezza delle cose. In questo modo la foto si fa rievocazione di un ricordo seppellito nella coscienza, ricordo che si infiamma e ritorna alla vita, vivido e tangibile, tra passato e futuro. Mi piacerebbe fotografare i paesaggi incontaminati della Nuova Zelanda, di questa terra ai confini del mondo. Per me le ore migliori sono le prime luci dell’alba o la famosa luce “a cavallo” che precede l’imbrunire, calda, morbida e priva di forti contrasti. Altrimenti è possibile scattare in piena luce solare, purché la luce sia filtrata da nuvole o da un filtro polarizzatore, in modo da ridurre il forte contrasto con le ombre. Non esco mai appositamente per scattare: arrivo in un posto nuovo, mi fermo a contemplarlo e solo successivamente ritorno con la macchina fotografica. Non ho un fotografo di riferimento, ma prediligo alcuni nomi del National Geographic: Jim Brandenburg, Gordon W.Gahan, Frans Lanting, Sam Abell”. ph. salvo gervasi

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Rubrica curata da Chiara Casciotta

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Fotografia di Vanessa Illi

12 CREATIVI PER 12 MESI Human Traction è una piccola Onlus italiana che aiuta e finanzia la casa famiglia di un istituto scolastico nella Kathmandu Valley, in Nepal. In pochi anni di attività , i volontari di Human Traction hanno contribuito a migliorare le condizioni di vita dei giovani ospiti, ma gli obiettivi da raggiungere sono ancora molti. www.humantraction.org

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Articoli di Laura Ferrari e Elisabetta Cerigioni Fotografie di Marian Bader e Anna Chiara Fumagalli

L’ARTE DI VIAGGIARE Viaggiare è un’arte e, come diceva Terzani, bisogna praticarla con passione e con amore. Tanti sono i viaggi che possiamo compiere ma ancora di più i modi in cui li possiamo intraprendere. Non tutti viaggiano allo stesso modo: c’è chi lo fa coi modi della vacanza, come un ritaglio temporale dai confini definiti, e chi invece assume il viaggio come uno strappo più deciso, come esperienza totale, assoluta, per questo indipendente e fuori da qualsiasi condizionamento. Due storie, due punti di vista, due filosofie di viaggio contrapposte: il backpacker e la libertà dell’improvvisazione opposta alla sontuosità e all’esclusività di un hotel di lusso.

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“Ricordo che una volta a Londra un cliente arabo mi richiese della sabbia da mettere nella propria camera per pregare. Mi dovetti recare a Brighton per procure dei sacchi di sabbia. A Venezia, invece, ricevetti una delle richieste più stravaganti e fui contento di riuscire a soddisfare il cliente greco, il quale mi chiese di poter andare a cena in un ristorante a Londra per poi tornare a Venezia subito dopo. Desiderio esaudito”. In questo modo Paolo Morra, General Manager dell’Hotel Centurion Palace di Venezia, racconta di alcuni episodi che appartengono alla sua esperienza. Richieste di certo stravaganti per i molti, e curiose anche, ma d’altronde si sa: il cosiddetto “viaggio di lusso” è prodigioso, un sogno fuori dall’ordinario. Ma cosa rende davvero eccezionale un viaggio di questo tipo? A tutto ciò si risponde con l’Emozione. A patto che sia un’emozione irripetibile, vale a dire esperienza indimenticabile, capace di resistere al tempo come un prezioso cammeo. E non vi è desiderio che non si possa esaudire.

“Colto, elegante ed esigente”. È questa la carta d’identità del cliente tipo di un hotel di lusso e per sorprenderlo, dando per scontato la bellezza del prodotto e della location, occorre curare in maniera maniacale qualsiasi dettaglio. Tailor made è la formula imperativa. Fatto su misura dunque. Cucito addosso come un sontuoso abito di alta sartoria. Per questo - continua Morra - “per offrire un servizio di altissimo livello, per essere un eccellente General Manager di un Hotel cinque stelle lusso bisogna essere anche un po’ psicologi, avvocati, architetti, tecnici impiantisti e talvolta anche un po’ assistenti sociali”. È possibile che la nuova frontiera dei viaggi di lusso siano i soggiorni nello spazio. E sembra di parlare del Futuro. Ma di fatto, a pensarci bene, anche la sabbia in camera e una cena londinese durante una vacanza veneziana, sono già cose d’altro mondo.

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C’è a chi basta uno zaino in spalla e la voglia di partire per conoscere il mondo in maniera autentica. Lui è Claudio Pelizzeni di triptherapy.net, da circa 500 giorni sulla strada. Dopo aver lasciato un lavoro sicuro in banca, è partito per compiere un viaggio intorno al mondo di 1000 giorni. Un viaggio low cost che sacrifica i vizi e le comodità a favore di un grande spirito di adattamento, perché ogni euro speso in più è tempo in meno sulla strada. Un viaggio indipendente che non contempla guide turistiche o alberghi lussuosi ma ostelli o guest house, definiti da Claudio luoghi magici per la qualità delle informazioni che si possono reperire. O ancora meglio è adottare il couch surfing, ovvero essere ospiti nelle case di persone locali. “Attenzione però!” ci avverte Claudio “non si tratta di ‘scrocco’, bensì di una mentalità, un modo per conoscere persone e condividere esperienze: cercate di sdebitarvi con chi vi ospita e condividete tempo insieme”. Anche per il cibo e i trasporti vale la regola “dell’autentico”: mangiare esclusivamente piatti locali, possibilmente in quei ristoranti dove il menù non è tradotto e muoversi con mezzi occasionali, evitando shuttle bus, spostamenti organizzati o ancora peggio i taxi. In questo modo non solo si risparmia, ma si entra in contatto con la realtà locale: “all’inizio vi sentirete osservati, ma una volta rotto il ghiaccio sarà una festa. La gente del luogo capirà il vostro intento di integrazione e lo apprezzerà. Vi aiuteranno e magari vi inviteranno a casa loro e in quel caso, accettate! Le esperienze più belle del mio giro del mondo me le hanno regalate gli incontri casuali sui mezzi pubblici”. Anche l’abbattimento delle barriere linguistiche diventa importante, cercate di “imparare almeno alcune parole nella lingua locale, i saluti o come ringraziare. La gente del posto apprezza questi dettagli anche se la pronuncia è goffa e ridicola”. La ricompensa sarà il gusto della libertà. Se il vostro istinto vi suggerisce di partire, per andare alla reale scoperta di civiltà lontane, forse non lo sapete ancora, ma siete dei backpackers nell’animo.

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CENERENTOLA: PRINCIPESSA O STREGA? Le origini di una fiaba (s)conosciuta

C’era una volta … «una figlia, di una dolcezza e di una bontà senza pari», ma forse non tutti sanno che in lei dormivano desideri inconfessabili, l’invidia, la ferocia. Cenerentola non è sempre stata la fanciulla che da oltre sessant’anni si è imposta nell’immaginario collettivo, ovvero la dolce e bionda protagonista, nonché perfetta housewife del film disneyano; in realtà, alle origini della fiaba, la ragazza non era che l’immagine rovesciata di questo ideale femminile: un’assassina, un’arrivista e ancor più, una strega.

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Articolo di Elisabetta Cerigioni

Basterà pensare alle prime versioni letterarie della storia e scopriremo come ne La gatta Cenerentola di Basile (1634) la protagonista chiamata Zezolla non esiti ad uccidere la matrigna, incastrandole la testa dentro un cassone e spezzandole il collo abbassando di colpo il coperchio. O ancora, in Cendrillon ou la Petite Pantoufle de verre (1697) di Perrault, Cenerentola è sì l’incarnazione della femme civilisée, ma l’autore non manca di offrire una tagliente morale alla vicenda, secondo cui nulla è abbastanza, nemmeno la bellezza e la virtù, se non si può contare sull’intercessione di amici altolocati, simboleggiati della fata madrina. Ma vi è di più, perché quella di Cenerentola è una fiaba antica che proviene da una tradizione folklorica perduta e dai rituali del sabba. Sono i due elementi cruciali della fiaba (la scarpetta perduta e gli amici-aiutanti) a segnare il legame con questo substrato stregonesco. Un gran numero di miti accolgono il tema della danza claudicante

o dell’equivalente elemento del sandalo perduto come contrassegno di chi si è recato nell’aldilà. Ugualmente accade in numerose varianti della fiaba che prevedono per la protagonista la discesa e risalita dagli inferi, esemplificata nella metafora del viaggio verso il palazzo del principe e il conseguente ballo che sottende il ballo claudicante o la danza macabra delle streghe. Non erano forse le streghe, anche signore degli animali? Vi sono centinaia di varianti di Cenerentola in cui quest’ultima diventa una vera strega che resuscita i suoi animali o compie gesti pietosi verso le ossa e le pelli dei suoi aiutanti, compresa la più antica tra le versioni, quella del cinese Tuang Ch’eng-Shih (800-63). In questo caso la protagonista, Sheh-Hsien, raccoglie i resti di un pesce miracoloso, ottenendo i sandali d’oro con cui recarsi alla festa. In ogni caso, pur volendo accogliere Cenerentola come principessa, siamo sicuri che lei ami davvero il principe? Questo non è detto in nessun punto della storia.

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DI·SÉ·GNO Tra innovazione e tradizione

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Tutto nasce da qui, da una parola di tre sillabe che racchiude in sé un significato grandissimo, di·sé·gno, una rappresentazione grafica di carattere artistico, perché sì, è di arte che stiamo parlando. Chi di noi non ha un ricordo d’infanzia legato a fogli bianchi, matite colorate, rondini stilizzate e cieli ricreati con delle semplici bande blu? Ecco, ci sono alcuni che hanno trasformato quel ricordo in solide fondamenta per la loro formazione professionale. Con impegno e passione hanno realizzato, mattone su mattone, il loro più grande sogno, diventare illustratori professionisti, proprio come Irene Renon, amante di colori acrilici, pastelli e colori ad olio, ed è lei che ci dice: “occorre molto


Articolo di Maria Luisa Spera Illustrazioni di Daniela Giarratana e Irene Renon

tempo per migliorarsi, ma la tecnica da sola non basta; curiosità e desiderio di mettersi in gioco sono il motore che fa muovere tutto”. Come tutte le arti, anche l’illustrazione ha dovuto fare i conti con il passare del tempo e con lo sviluppo di nuove tecnologie ed usabilità. Sempre più illustratori contemporanei hanno deciso di migrare verso le nuove tecniche di computer art, non lasciando mai da parte però le vecchie e temperate matite colorate, come ci fa notare la giovane Daniela Giarratana: “il mio strumento di lavoro è il computer ma le mie illustrazioni partono molto spesso da uno schizzo preliminare o da un disegno cartaceo. Il procedimento creativo di una illustrazione digitale, nel mio caso, è molto simile a quello di una illustrazione tradizionale: avere una buona idea, schizzare, disegnarla, colorarla e rifinire i dettagli”. E come sottolinea Irene: “in realtà le basi del disegno sono sempre le stesse, è lo strumento che utilizzi che cambia”.

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La commistione di tecniche, anche in questo campo ha indubbiamente creato un nuovo linguaggio visivo portando consapevolezze sempre nuove; ci sono artisti che riescono a creare illustrazioni digitali del tutto somiglianti a quelle riprodotte con tecniche di vecchio stampo, e viceversa. Due esempi? Paolo Domeniconi e Daniela Volpari, sareste capaci di indovinare chi utilizza il digitale e chi il tradizionale? Per molti l’illustrazione digitale è semplicemente una comodità, grazie alla possibilità di creare livelli in cui gestire luci, ombre e colori in maniera del tutto indipendente, riducendo drasticamente il margine di errore per mezzo del cosiddetto “undo”; per altri invece la digital art è una vera e propria opportunità, come dice Daniela: “con il digitale si ha sicuramente molta più flessibilità e possibilità nel cambiare idea sulla struttura o sui colori della tavola, senza doverla rifare completamente. Lavorare digitalmente, senza dubbio, dà un po’ più di sicurezza e tranquillità, diversamente dalla realizzazione cartacea di un lavoro”. Il grande dualismo tradizione vs innovazione origina un processo senza fine in qualsiasi ambito e l’illustrazione, troppo spesso considerata un’arte minore per la sua funzione e riproducibilità, non è immune a questa eterna battaglia.

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Rubrica curata da Chiara Casciotta

tradizione e innovazione i love design

“Un oggetto di design non è solo quello che si vede, ma tutto ciò che esso rappresenta” Enzo Mari

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TOTIDE’ - WALL CLOCK Federica Bubani www.federicabubani.it

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Federica Bubani si dedica alla ricerca dei materiali, delle forme e delle decorazioni, facendo particolare attenzione ai contrasti e alle combinazioni, coniugando artigianalità e design, tradizione e stile minimal. È una collezione di accessori per la casa concepita come gioco di forme, dimensioni, materiali e colori che insieme creano oggetti semplici e funzionali, adatti a tutti gli ambienti. La ceramica in versione matt e colorata e il legno di faggio in versione naturale: un armonico contrasto di materiali per TOTIDE’, nome scelto dalla designer per rievocare la sua tradizione, ma anche per il suo significato in dialetto romagnolo, ovvero tot i de’ = tutti i giorni.


Rubrica curata da Chiara Casciotta

SOTTOPENTOLA PERALIA | Susanna Pilia www.peralia.it

L’ispirazione per la nascita del brand arriva dalla necessità della designer, di origini sarde, di catalogare i ricordi infantili del periodo trascorso in Sardegna fermandoli all’interno di oggetti. La ricerca formale di Peralia è influenzata in parte dalle forme rigorose e cristalline della materia inorganica ed in parte dai profili irregolari caratteristici della flora e della fauna. Le opere tentano di codificare l’ambiente primordiale dell’isola attraverso l’interpretazione materica del paesaggio sardo. Peralia si propone di creare un linguaggio visuale che possa bloccare i ricordi e al tempo stesso valorizzare un territorio evidenziandone le caratteristiche meno note. Le geometrie presenti nei sottopentola esagonali sono il frutto di una ricerca grafica che parte dallo studio dei disegni dei tappeti sardi. L’intento è quello di cercare nuovi equilibri formali che permetteranno di codificare in una nuova chiave la tradizione decorativa.

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ANALOGICO | DIGITALEPERALIA_SuPaola Paolini design Paola ha scritto la sua tesi sul paola07.paolini@gmail.com design indipendente, mettendone poi in pratica le idee, progettando e producendo una sua linea di prodotti. Le collane della serie Analogico|Digitale concretizzano tre temi importanti per Paola: la tecnologia, il design e l’artigianato. La collezione di gioielli Analogico|Digitale unisce la tipicità della lavorazione artigianale all’uncinetto, a quella tecnologica delle macchine a controllo numerico, che lavorano ritagli di materiale plastico di scarto, riproducendo la stessa decorazione del segmento fatto a mano.

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BIG MAYA LESS is HOME www.lessishome.com

Less is Home nasce dalla voglia di creare design e dal desiderio di riscoprire e rivalutare un materiale, come il cemento, non solo capace di costruire ma anche di arredare. Nasce dal desiderio di due fratelli, quasi coetanei e molto uniti, di perpetuare l’arte del nonno e del papà (entrambi artigiani) con l’obiettivo di sviluppare e sperimentare, insieme, un progetto nuovo, innovativo e bello. Il design degli oggetti è semplice, elegante e lineare, capace di arricchire ogni contesto, all’interno e all’esterno dalla propria casa o del proprio ufficio. Lo scopo è far emergere l’intrinseca bellezza del cemento, esaltarne le forme e le strutture. Un’apparente semplicità che diventa assoluta protagonista, depurata da ogni inutile ridondanza, in grado di esaltare l’eleganza così unica e preziosa dell’essenza.

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Workshop, tavole rotonde, greet&meet, mostre ed esposizioni. Due giorni tra creatività, divertimento, networking e tanto altro. Hai voglia di metterti in gioco? Se sei un architetto, un designer o un creativo con la passione per gli oggetti autoprodotti, questa è l’occasione che fa per te!

In collaborazione con:

Caffè&Coccole

milano

Scarica il bando e partecipa al nostro contest. www.the-fridayproject.com/contest


LA MODA ECO-CHIC Paglia Milano

Può uno scarto essere chic? Il termine chic evoca l’eleganza, ma non solo. Apre un mondo di significati tra il prezioso e l’esclusivo, uno stile di vita raffinato e un’allure di charme. Quanto di più lontano sembrerebbe esserci dallo scarto, qualcosa che viene buttato via perché non serve più. Non la pensano così le sorelle Paglia: Francesca, Margherita e Giulia, che nel 2012 hanno fondato Paglia Milano, fashion brand che utilizza i tessuti recuperati dagli avanzi dell’alta moda. Non si tratta di riciclo di abiti già confezionati, ma di uso del materiale in esubero per la realizzazione di capi di alta moda. Il prodotto è una moda eco-chic, come la definiscono le tre sorelle, dove tutto viene valorizzato, nella ricerca dell’unicità ad un prezzo contenuto.

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Articolo di Benedetta Consonni

Qual è la loro storia? “Veniamo da una famiglia con una forte inclinazione artistica, dove sin da piccole abbiamo respirato l’amore per le cose belle, la nostra casa infatti è piena di sculture e di quadri” racconta Francesca a TFP. “Ognuna di noi ha declinato in modi diversi questa sensibilità. Io sono diventata architetto, Margherita fashion designer e Giulia grafica, ma la nostra storia familiare e l’inclinazione imprenditoriale ci hanno portato a creare qualcosa insieme”. Il campo della moda viene scelto come più immediato per veicolare la creatività, ma anche per l’eredità lasciata dalla nonna. “La nostra nonna faceva la sarta e a casa nostra c’era l’armadio delle stoffe, dove si pescava quando serviva un abito: per noi era diventato normale non comprare i vestiti, ma farli in casa”. Per questo autunno inverno 2015/2016 Paglia Milano propone una collezione che dimostra consapevolezza dei punti di forza del brand e della sua proposta creativa: abiti dal gusto minimal, adattabili a tutte le età e a tutti gli stili.

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Il materiale che regna incontrastato è sempre la seta, non solo prezioso, ma anche molto duttile nelle sue declinazioni, per disegnare outfit che stiano bene a tutte le donne. Per rendere la collezione trasversale le sorelle Paglia prediligono abiti che valorizzano la parte alta della figura, scivolando sui fianchi e adattandosi così a più taglie. “Accanto alla seta, proponiamo anche capi realizzati in cotone, per soddisfare l’esigenza di praticità di quelle donne che preferiscono non dedicare risorse ai lavaggi a mano o in tintoria”. Un esempio? La felpa con interni colorati e sempre diversi. Un grande classico delle collezioni invernali è il cappotto in panno di cachemire, dalla linea svasata con profili colorati da sete ricavate dalle prove di stampa di un cravattificio, che ha ricevuto una menzione speciale al Grandesign Etico Award 2012. Per ogni collezione vengono presentati diversi modelli di camicie, dalle linee morbide e avvolgenti, che ben si sposano ai pantaloni e alle gonne Paglia Milano. I pantaloni in particolare sono studiati per accompagnare i movimenti nel massimo confort e valorizzare la figura, anche grazie all’uso del cady di seta, tessuto

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elastico e chic. La maggior parte delle stoffe utilizzate proviene dal recupero degli avanzi dell’alta moda e questo significa che molti capi sono unici per la fantasia. Per creare una parte di collezione replicabile e continuativa, le sorelle Paglia hanno inserito anche tessuti stampati prodotti appositamente per loro. “La nostra produzione è a km 0, realizzata completamente in Lombardia” spiega Francesca a TFP “grazie alla collaborazione con due laboratori di sartoria. Inizialmente producevamo interamente noi le collezioni, poi fortunatamente siamo cresciute e abbiamo dovuto chiedere aiuto”. Al momento nessuna di loro ha abbandonato la propria attività di origine, come conciliare tutto? “Lavoriamo di sera e nei week end, inoltre ogni settimana fissiamo un giorno in cui lavoriamo tutte e tre insieme, per capire quale direzione prendere e affrontare tutte le decisioni, dai tessuti da utilizzare agli eventi a cui partecipare”. Infatti al momento il negozio di Paglia Milano è itinerante tra eventi dedicati alla creatività, come il Chiostro in fiera o L’Artigiano in Fiera. Potete seguire tutte le loro tappe su www.pagliamilano.it.


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A cura di Laura Ravetta ed Elisabetta Cerigioni

PERMETTE UN BALLO? Danza e teatralità

Eleganza, stile e ritmo sono ingredienti irrinunciabili per la danza. Non se ne può fare a meno. Ciò che ci incoraggia, tuttavia, è la verità secondo cui chiunque può fare (almeno) un tentativo e scoprire così doti o possibilità che non ci si sarebbe mai aspettati. E fidatevi: è accaduto a molti. Ascoltate questa storia. Enrico Gazzola ha 54 anni ed è affetto da una tetraparesi spastica dalla nascita. Enrico lavora nel reparto Radiologia dell’ospedale Santa Corona di Pietra Ligure. Enrico oggi, dopo aver praticato diversi sport, è approdato con successo e soddisfazione alla danza in carrozzina. Dall’altra parte di questa vicenda ci sono Edo Pampuro, ballerino e coreografo, e Lorella Brondo, danzatrice professionista. Fino alla fine del marzo 2015 non si erano mai visti. Poi ci fu la grande occasione d’incontro tra questi due

moNdi lontanissimi, e verrebbe voglia di toglierla quella N di troppo! Due MODI quindi, di vivere e di essere differenti, opposti quasi, per necessità naturalmente, ma di certo non separati. E infatti, dopo appena quattro settimane di lavoro, nella categoria combinata (ballerino in carrozzina e ballerina normodotata) Enrico e Lorella, su coreografia di Edo, hanno vinto il Campionato Regionale, successivamente il IV Trofeo Liguria Open e poi, addirittura, è arrivato l’argento ai Campionati Italiani. Il segreto è rompere lo stereotipo, sperimentare, oltrepassare l’ostacolo utilizzando la carrozzina come un qualsiasi oggetto di scena, in grado di offrire nuovi spunti, figure e movimenti inediti. “Danza con teatralità” l’hanno definita. Creatività insomma. Quando parte la musica si danza... e basta!

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A cura di Laura Ferrari Fotografia di Laura Novara

LÀ DOVE CORPO E MENTE SI INCONTRANO Corpo e mente, uno dei dualismi più controversi di sempre. Due realtà distinte ma indissolubilmente legate tra loro, a cui può capitare di incontrarsi e spesso scontrarsi. Due discipline a confronto, due approcci opposti per scoprire ancora una volta che la mente è l’arma più potente che possediamo.

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Tra tutti gli sport perché hai scelto l’ironman? Per arrivare al limite; per mettermi alla prova; per vedere se ne sarei stato capace. Credo che in realtà sia il motivo per cui ci arriva la stragrande maggioranza dei partecipanti. Ho praticato agonisticamente tanti sport, sono personal trainer e preparatore atletico, insomma... lo sport è la mia vita. L’ironman, oltre a racchiudere in sé le caratteristiche del triathlon, ossia la padronanza tecnica e condizionale di tre discipline (nuoto, bici e corsa), ha la peculiarità di essere “folle”! Folle per le sue distanze (3.8 km a nuoto, 180 km in bici e 42 km di corsa, tutti di fila, tutti da compiere, naturalmente, nel più breve tempo possibile). Folle per l’abnegazione che richiede nella sua preparazione, e folle perché, almeno finché non partecipi al primo, non hai la benché minima idea di come possa andare a finire. Forse è proprio la sua follia a renderlo così affascinante e magnetico. Si dice che non sia tu a scegliere di fare l’ironman, ma sia lui a scegliere te... Decidere di allenarsi per l’ironman ha portato dei mutamenti nella tua vita quotidiana e nelle tue abitudini? Sicuramente sì! Allenarsi per tre discipline, per una distanza tale, vuole dire organizzare la tua vita in funzione di quello. Spesso ci si allena due volte al giorno, incastrando gli allenamenti come un alchimista nei pochi momenti liberi della giornata... ed il we è dedicato agli allenamenti lunghi, per la felicità di mogli e fidanzate! senza l’appoggio ed il sostegno delle quali sarebbe davvero una missione impossibile. Spesso quando si parla di sport si finisce per parlare di nutrizione, quanto questa influisce nel tuo rendimento? Tantissimo. Quando si sta preparando una gara di questo livello, l’alimentazione assume un’importanza fondamentale; mantenere il fisico nel peso forma e avere sempre a disposizione i nutrienti di cui il nostro corpo ha bisogno, è alla base di una preparazione e di una gara al top delle nostre potenzialità. Non sto parlando solo di alcuni sacrifici “di

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gola”, bensì di una razionale organizzazione alimentare, sia prima che durante, ma anche dopo gli allenamenti! Detto questo... alle mie birrette non rinuncerò mai! Cosa provi (non solo fisicamente) quando ti alleni o stai facendo una gara? Direi che libertà e benessere siano le emozioni più forti in allenamento! Le endorfine prodotte dal movimento, la sensazione di libertà che ore in bici e a piedi ti regalano, il contatto con la natura, il tuo respiro, la gestione del tuo corpo e della fatica... sono solo alcuni dei motivi che rendono ogni allenamento unico. Certo, ci si deve confrontare anche coi dati oggettivi del cardiofrequenzimetro, dei tempi e della velocità che, benché siano meno “poetici”, diventano dei fedeli compagni di viaggio, senza i quali spesso ci si sente un po’ persi! In gara la faccenda cambia: l’adrenalina è a mille; l’agitazione del via è fortissima; sei consapevole che sono mesi che ti stai sacrificando per questo obiettivo e sai che non puoi fallire. Gli avversari ti sembrano tutti forti e tu hai qualche ripensamento sul tuo stato di forma. Poi parti... l’agitazione si trasforma in determinazione; in acqua è un delirio... ma sono tutti nelle stesse condizioni; ti accorgi che non sono tutti forti; e sai che il bello deve ancora venire. Mente o corpo (preparazione fisica), cosa conta di più nel raggiungimento dell’obiettivo? “Un ironman lo corri con la testa e lo finisci con il cuore”. In una gara così lunga si alternano momenti di crisi a momenti di forza. È nei momenti di crisi che vinci o perdi il tuo ironman. La testa è tutto. Non mollare mai è l’obiettivo! In realtà queste considerazioni premettono che ci sia stato un adeguato e duro allenamento alle spalle: c’è una bella differenza tra partecipare a una gara folle da allenati o da irresponsabili.

GIULIANO CONCONI preparatore atletico Ironman endorfina.ch

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Tra tutte le discipline sportive perché hai scelto lo yoga? Credo sia stato lo yoga a scegliere me in realtà e quando è accaduto ne sono rimasta immediatamente ammaliata. Probabilmente ci siamo incontrati nel momento giusto. Non ho scoperto solamente una disciplina, ma molto di più: un vero e proprio modo di essere, perché lo yoga, ancor prima di essere uno sport, è uno strumento eccezionale, in grado di creare una sorta di connessione con noi stessi e poi, di conseguenza, anche con gli altri, con chi vive intorno a noi. Tutto questo è possibile usando il corpo con la consapevolezza della mente, in maniera sapiente e consapevole dunque, e lasciandolo guidare dal ritmo del respiro. Praticare yoga ha portato dei mutamenti nella tua vita quotidiana e nelle tue abitudini? Indubbiamente sì. Lo yoga significa unione, lavorare nella (e con la) totalità di ciò che siamo, non trascurare nessuna parte del corpo, impegnarsi nel rispetto di sé e degli altri, imparare a cercare l’armonia in ogni cosa, ma soprattutto allenare la mente a vedere il lato positivo in qualsiasi evento. A livello fisico e mentale lo yoga mi regala ogni giorno più flessibilità, più forza, più capacità di ascolto, ma anche una maggiore gratitudine per quello che ho e, per così dire, per quello che non ho! È importante capire che in realtà non si è perfetti, che non si è mai arrivati e che ogni giorno rappresenta una nuova opportunità dalla quale trarre insegnamento. A volte la strada per il raggiungimento di una meta può apparire lunga, ma anche i percorsi più difficili e complessi prendono avvio da uno scatto iniziale e, un passo alla volta, possono condurre a risultati che si credevano irraggiungibili. Spesso quando si parla di sport si finisce per parlare di nutrizione, quanto questa influisce nel tuo rendimento? L’alimentazione è fondamentale, se consideriamo il corpo come il nostro tempio, d’altronde è con lui che viviamo ed è con lui che condividiamo ogni cosa. È il nostro “involucro”, ma come si sa, per essere sano nella sua esteriorità, è necessario che la cura, che è sempre e comunque misura di rispetto, parta anche dalla nostra interiorità. Una pratica costante richiede un’alimentazione completa ma soprattutto varia, in grado di rendere sazi e al contempo leggeri.

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Un’alimentazione sregolata influisce negativamente sull’umore e, naturalmente, anche sulla pratica. Anche in questo caso è determinante porsi in un atteggiamento di ascolto della propria persona, in ascolto del sé insomma, rispettando così i propri gusti, le proprie necessità, nonché le personali attitudini. Cosa provi (non solo fisicamente) quando pratichi? La certezza che ho (e al mondo, di certezze, sappiamo bene che non ne abbiamo poi tante!) è che lo yoga è lì, mi aspetta, mi dà il tempo di essere pronta, mi offre l’opportunità di “tornare un po’ a casa”, in quel luogo, privato e della mente, che ciascuno possiede, ma che molto spesso, specie per i ritmi frenetici che la vita impone, viene trascurato e a volte, perfino dimenticato. Lo yoga mi regala l’opportunità di osservare e riconoscere i miei limiti, rendendoli accettabili; mi permette di convivere con loro e soprattutto, grazie a quella singolare sinergia tra fisico e mente, mi aiuta a trovare il modo per superarli. Durante la pratica avverto davvero un senso di completezza, di armonia e unione tra mente, corpo e spirito. La percezione è immediata: sento che sono nel momento. Nessun passato, né futuro. Si tratta semplicemente di essere qui e ora. L’esserci. Vorrei anche ricordare che il termine “yoga” significa appunto unione. Mente o corpo, cosa conta di più nella pratica dello yoga? Mente e corpo lavorano insieme, l’importanza è equiparabile. I due elementi non possono essere slegati, ma il dato che più mi affascina è il fatto che non sono mai il corpo e la mente ad adattarsi allo yoga, bensì il contrario. Siamo in assenza di competizione, non vi è nulla da dimostrare. Siamo piuttosto in ascolto e alla ricerca del benessere. Mi piace definire questa disciplina come “poesia del movimento”, dove nulla è lasciato al caso, infatti ciascuna posizione, oltre ad agire a livello muscolare, lavora allo stesso modo sulla mente, rafforzando, conferendo maggiore equilibrio e flessibilità. Quindi non vi è una componente che prevale sull’altra, ciò che conta è la collaborazione tra le parti. È questo a permettere il bellissimo viaggio dentro di noi. DANIELA FAVA insegnate di yoga

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D.SEGNI Un progetto di Federica Papa

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Foto e scenografie di Federica Papa Coreografie di Lara Carelli Compagnia di Talent’s Dance

Il corpo è un “abito”, un comportamento che veste la nostra razionalità e la rende materica, tangibile, emotiva. Noi abitiamo il corpo. E lo facciamo nel momento in cui il corpo viene considerato esso stesso un linguaggio diverso da quello verbale: comunica con modalità proprie, lascia trapelare l’inconscio più remoto; esso osserva, assimila e reagisce. Registra passivamente gli affetti più cari, la cultura, si mostra e si nasconde. È dicotomia pura: può narrare il dolore ma anche una grande gioia, è espressione della nostra attenzione, dell’attenzione degli altri e del nostro scherno. È al contempo il tabernacolo dell’anima e testimonianza della fragilità umana; e in questa fragilità risiede tutta la sua bellezza. Il corpo sente, patisce, reagisce e ama. Testimonia le nostre scelte, colma fisicamente le dimensioni di spazio e tempo in quanto sempre in un “qui” e in un “ora”. Cosa può voler dire abitare il corpo? Poterlo amare con le sue imperfezioni e il vissuto che lo accompagna? D.segni nasce da una riflessione attorno al tema della corporeità ferita, di persone che hanno lottato

per la propria sopravvivenza e che portano addosso i segni di questa fatalità; un progetto in cui danza e fotografia si incontrano per dare vita ad un linguaggio, quello di un corpo che, nonostante sia stato ferito e piegato nell’intimo, ha ancora fame di vita. D.segni parla di questa fame: della ricerca di affermazione, dell’ostinazione, dell’andare avanti laddove, quella stessa vita, si è rischiata di perderla. La cicatrice che portiamo addosso si fa così testimonianza del nostro vissuto e di come essa sia, per assurdo, un disegno impresso dalla vita sulla nostra pelle. Questo disegno parla delle nostre esperienze, della nostra volontà, questo disegno ci parla di noi. Segno-disegno che diventa (di)segno e infine d.segni. Un progetto in cui le persone portano le loro storie, la fotografia tenta di dar loro giustizia e la danza le narra. Viene così creato un punto di incontro dove le diverse sensibilità sospendono il dramma del reale e lo rendono momento estetico.

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Fotografie di Laura Novara Testi a cura di Elisabetta Cerigioni e Linda Franzosi

ESSERE... Inquadrare un essere umano in una categoria è pericoloso, riduttivo e in alcuni casi addirittura svilente. Una delle facoltà più preziose di cui l’uomo dispone è la libertà di scelta: poter decidere cosa amiamo, cosa fa per noi e cosa, viceversa, non possiamo proprio sopportare. Abbiamo individuato tre coppie di opposti, senza muovere alcun giudizio di valore, senza l’intenzione di mostrare una “via”. La volontà era di individuare e indagare sei differenti modi di essere (vegetariano-carnivoro, tatuato e non, rocker-musicista classico) chiedendo ai protagonisti delle nostre interviste di raccontarci il percorso che li ha condotti ad aderire a quel determinato stile di vita. È sorprendente scoprire come punti di vista e filosofie apparentemente divergenti possano trovare momenti di incontro e a volte, perfino completarsi.

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musicista classica Serena Mele

Fatta eccezione per i primi pezzi, ho sempre fatto musica classica: la preparazione al diploma è basata su questo. Quando ho iniziato a studiare la teoria musicale mi si è aperto un mondo. Oltre al suono

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percepisci la struttura del pezzo e ne scopri la genialità. È difficile da spiegare: è come riuscire a vedere e capire il significato delle ricorrenze musicali. Queste diventano la firma vera e propria del

compositore. Con la musica classica si possono ripercorrere tutte le epoche arrivando fino alla conteporaneità. Una buona base si consolida imparando dagli autori e conoscendo la storia della musica.


rocker Morgana

Mi sono sempre piaciuti i ritmi veloci e le melodie aggressive, i ‘sapori’ un po’ diversi insomma e, prima di ogni altra cosa, il rumore delle chitarre: riff, assoli e ritmo serratissimo. Il rock è un genere musicale che

accoglie una enorme varietà di sottogeneri diversissimi tra loro, ma tradizionalmente sono tutti riconducibili ad una componente sovversiva e di grande intensità. Non vi è nulla di statico. Mentre suono ogni

cosa si tramuta in dinamismo, si moltiplica quasi, e diventa il prolungamento dei miei sensi, dei miei nervi, delle mie frequenze emotive e anche del mio corpo.

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non tatuato Carlo Alberto Molinari

Mi hanno chiesto spesso se volessi farmi un tatuaggio. Ci ho pensato diverse volte, fantasticando cosa mi sarebbe piaciuto avere disegnato sul mio corpo e dove. Non riesco a trovare il disegno giusto. Non sono convinto del torace, della

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schiena, del braccio. Non sono convinto di un tribale, di una frase, di un simbolo. Semplicemente, non sono convinto. Non tratto il mio corpo come una tela immacolata: mi piacerebbe avere i ricordi sulla mia pelle,

ma per ora so che ha piĂš valore averli soprattutto ‘sotto’. Non sono convinto che disegnarli sul corpo li renda piĂš veri.


tatuato camillo Agnello

Sento le mie emozioni emergere in superficie: toccare e guardare i miei tatuaggi li fa sentire ancora più vivi, attraversati da una sorta di scossa passionale. Abito il mio corpo e mi piace sapere di

dover fare i conti con quello che è indelebile. Mi pentirò dei miei tatuaggi un giorno? Può essere, ma non mi pentirò delle ragioni. Le scelte fatte sono i miei tatuaggi. Io sono i miei tatuaggi. E per questi ultimi

vale la stessa regola applicabile a una qualsiasi decisione: devo accettare e convivere con le conseguenze. Per questo, sentire i tatuaggi sotto le dita, mi fa sentire vivo.

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vegetariana GAIA DUNYA RAI

Essere vegetariana per me è un insieme di cose. Rispettare la natura, non depredandone almeno gli animali, mi rende soddisfatta e mi permette di scoprire e sperimentare, anche in termini culinari! Mi diverto

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a ricreare i tipici piatti ai quali si pensa di dover rinunciare da vegetariani e a riproporli con nomi sontuosi e ridicoli: “Lasagne alla boscaiola disarmata”, “Vitell Tofunè”, “Seitan-atra all’arancia”,

”Scaloppine di soy-gliola”, “Ragù di quinoa reale”. “Siamo ciò che mangiamo” e il fatto di evitare proteine animali non può che migliorare la qualità della vita.


carnivoro Marco Galli

Amo la carne: cruda, cotta, battuta, condita. Non c’è niente di più gustoso e raffinato di un filetto che si scioglie sotto il coltello caldo. Ammiro chi sceglie di privarsene per nobili ragioni, ma non posso

abbracciare questa scelta. Gradisco il sapore della buona carne, m’inebria un buon piatto. Sazia la mia fame di vita, di connessione con uno stato di sopravvivenza intrinseco nell’uomo. Il cacciatore e la

preda sono complementari nell’evoluzione. Io preferisco sapere cosa voglio e come ottenerlo. Non sono fatto per essere dominato, ma per assecondare il mio istinto predatore.

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IL BIANCO E IL NERO


Rubrica curata Fotografie da Chiara di Laura Casciotta Novara Ricette e testi di Roberta Deiana


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Rubrica curata da Chiara Casciotta

INGREDIENTI PER 4 PERSONE:

150 g di confettura di pomodori piccante 200 g di robiola freschissima pepe nero macinato fresco PER I CRACKER AL CARBONE: 100 g di farina bianca 150 g di farina di farro bianca 1 dl d’acqua 4 cucchiai d’olio 10 g di carbone vegetale in polvere oro alimentare in polvere per decorare.

PROCEDIMENTO:

Preparate i cracker: in una ciotola capiente mescolate tutti gli ingredienti, sino ad ottenere un impasto morbido. Dividetelo in 4 parti e cominciate a lavore ciascuna di queste con la macchina per tirare la pasta, sino ad ottenere una sfoglia di 2-3 millimetri di spessore. Tagliatela a rettangoli di circa 10x2 cm, se volete stampateci una scritta con dei timbri per alimenti, quindi infornate a 180° per 10 minuti. Sfornate, lasciate raffreddare, quindi componete il piatto: stendete uno strato di confettura piccante, unite con una buona cucchiaiata di robiola, una macinata di pepe, e ultimate con i cracker leggermente spolverati di polvere d’oro.

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IL MORBIDO E IL PUNGENTE


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Rubrica curata da Chiara Casciotta

INGREDIENTI PER 4 PERSONE:

100 g di gorgonzola piccante 4 fette di pan carré carta commestibile pennarello per uso alimentare PER LA GELATINA DI PASSITO: 2 dl di passito 3 fogli di gelatina 1 cucchiaio d’acqua

PROCEDIMENTO:

Preparate la gelatina: ammollate i fogli in una ciotola di acqua fredda per 10 minuti, scolateli e scioglieteli con un cucchiaio d’acqua a fuoco dolce. Spegnete e mescolate con il passito. Distribuite il composto in bicchierini monoporzione, riempiendoli per circa la metà. Lasciateli raffreddare in frigo per 2 ore circa. Poco prima di servire, tostate il pane e tagliatelo a pezzi irregolari, poi tagliate il gorgonzola a grosse scaglie. Sistemate il pane e il formaggio sopra la gelatina. Se volete potete unire una frase scritta su carta commestibile con un pennarello o inchiostro per alimenti.

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AAA. CREATIVI CERCASI Il nostro quinto numero sarà dedicato al tema delle sfide, un argomento a noi carissimo. Siamo chiamati ogni giorno ad affrontare situazioni difficili, imprevisti e nuove paure. Sono le nostre reazioni a fare la differenza, ed è lì che emerge il nostro lato creativo. Se hai già un’idea o uno spunto per un articolo su questo tema, contattaci all’indirizzo redazione@the-fridayproject.com

Per la tua pubblicità sul nostro magazine contattaci all’indirizzo adv@the-fridayproject.com


#numerocinque

CHALLENGES


Chiara Casciotta

Architetto di professione ma creativa nel cuore, una ne pensa e cento ne fa.

Laura Ferrari

Pr & event planner, digital addicted, esperta nel far diventare un sogno realtĂ , trasformando ogni evento in un'esperienza unica.

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La redazione di The Friday Project

Elisabetta Cerigioni

Copywriter errante con la passione del dietro le quinte, la letteratura è il suo cavallo di battaglia ma la devozione per il palcoscenico la rende una docente atipica.

Laura Novara

Fotografa innamorata dei chiaroscuri, paladina della celebrazione del ricordo come apoteosi dell’amore.

Maria Luisa Spera

Graphic designer con una laurea in pubblicità, diy dipendente e con una cronica difficoltà a star ferma.

Laura Ravetta

Web & graphic designer che vive sulle nuvole, guarda il mondo con curiosità e si perde facilmente in mondi virtuali.

Alessandro Rocchetti

Avvocato nel titolo, per lui la fretta è una costante, il tempo si ferma solo quando è in sella alla sua Vespa o allo stadio.

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Redattori Chiara Casciotta Elisabetta Cerigioni Laura Ferrari Laura Novara Laura Ravetta Maria Luisa Spera collaboratori Benedetta Consonni Roberta Deiana Linda Franzosi Federica Papa progetto grafico Maria Luisa Spera fotografie Marian Bader Anna Chiara Fumagalli Salvo Gervasi Vanessa Illi Laura Novara Federica Papa

revisione testi Elisabetta Cerigioni Note Legali Alessandro Rocchetti


Rubrica curata da Chiara Casciotta

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The Friday Project è un periodico online registrato presso il Tribunale di Ancona al n. 07/2015 del registro periodico, protocollo n.34/2015. Responsabilità. La riproduzione delle illustrazioni e degli articoli pubblicati sulla rivista, nonché la loro traduzione è riservata e non può avvenire senza espressa autorizzazione. Alcune delle immagini pubblicate potrebbero essere tratte da internet, in caso di involontaria violazione dei diritti d’autore vi preghiamo di contattarci per indicare, nel numero successivo, il nome/link del proprietario in base al modello di copyright utilizzato.

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