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pirci è anche qualcos’altro, che si afferra solo ad una più attenta osservazione di ogni singola foto. E’ impossibile non notare infatti come tutto, dalle persone ritratte ai fondali, sia assolutamente “perfetto”, ovvero come non ci sia nulla che sia fuori posto: da alcune geometrie nella posizione dei soggetti ai giochi tra il bianco ed il nero c’è una perfezione strutturale tale che pare infatti impossibile che le foto siano state prese d’istinto con una macchina fotografica manuale, fatta cioè per un utilizzo rapido e mobile. Prima di questo lavoro sugli zingari c’è da dire che Koudelka si fece le ossa facendo il fotografo per una compagnia teatrale praghese, e che questo sia stato sicuramente una buona palestra per sviluppare quello che in fotografia è chiamato l’occhio selvaggio (come nota Robert Delpire a proposito proprio del suo amico Koudelka), e dunque un notevole senso estetico per angolazioni, per capire quando la luce è migliore, per aspettare il momento perfetto per lo scatto. I soggetti di Gitani infatti sembrano presi sempre in atteggiamenti particolari, o per meglio dire “significanti”, e immessi in sfondi mai neutri. Che poi anche l’indole della popolazione zingara abbia aiutato a dare un ulteriore spinta verso una accentuata “significazione” è fuori dubbio (basti vedere la foto dei tre ragazzini che mostrano i muscoli, una delle più famose della serie, ma questi atteggiamenti si possono riscontrare in moltissime altre, dove si passa dal patetismo al comportamento smargiasso e comunque non neutrale), ma è anche innegabile che vi sia una composizione che fa pensare allo studio plastico sulle forme più tipico della pittura figurativa. Probabilmente sarà stata la fusione di tutte queste qualità ad aver impressionato Henri Cartier-Bresson e Elliott Erwitt che,

pare vedendo proprio questi scatti, abbiano deciso di far entrare Koudelka nella prestigiosissima agenzia Magnum, anche se l’autore sembrerebbe un elemento abbastanza atipico per lo stile dell’agenzia che da sempre predilige artisti che amano lo scatto più istintivo possibile (quello da reportage per intenderci. Basti ricordare Robert Capa o gli stessi Cartier-Bresson ed Erwitt). Ci si sarebbe aspettati infatti che le foto più calzanti sarebbero quelle fatte da Koudelka durante il sessantotto praghese: ovvero quelle immagini di guerra scattate dall’autore che furono pubblicate in tutto il mondo proprio pochi anni dopo la realizzazione del lavoro sugli zingari. Ma questo mix tra istinto e attenzione alla ricerca formale deve aver colpito i due famosi fotografi esattamente come colpisce noi oggigiorno. Con queste due mostre, di cui una italiana, l’Europa si mostra ancora attenta alla grande storia della fotografia mondiale, che non può mancare nel bagaglio culturale di qualsiasi appassionato di arti visive.

Tutte le foto fanno parte del ciclo di lavori Cikàni di Josef Koudelka (1961-66)

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The Artship  
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Bulletin of Visual Culture

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