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Presentazione

In una storia c’è sempre un particolare che spicca sugli altri. Può essere un personaggio, un’ambientazione particolare oppure qualcosa di ben più semplice, come un oggetto. Costruire una storia attorno a un’idea così semplice non è stata un’impresa facile ma si è rivelata comunque una sfida interessante riuscendo a farmi scrivere una storia che in altre condizioni difficilmente avrei preso in considerazione.

Desert

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Era una mattina tranquilla e la città era ancora avvolta nel buio, infilata a letto. Il tempo diceva che era estate: il vento aveva quel certo tocco e il respiro del mondo era lungo, caldo e lento. Bastava alzarsi e sporgersi dalla finestra per sapere che questo era il primo giorno di libertà e di vita, il primo mattino d'estate. Douglas Spauding, dodici anni, appena sveglio, lasciò che l'estate lo cullasse nel flusso pigro dell'alba. Per quel giorno Douglas si era messo d’accordo con il suo amico Tom per passare la giornata insieme. Dato che era il primo giorno libero da impegni scolastici avevano già deciso che si sarebbero incontrati di prima mattina sotto casa sua. Appena finitosi di preparare scese le scale e al piano terra entrò nella sala da pranzo dove avrebbe dovuto aspettarlo la colazione. Invece trovò ad aspettarlo sua madre Mary e suo padre Jeff seduti. Avevano un’espressione turbata e appena entrò volsero il loro sguardo su di lui. Douglas rimase un po’ sorpreso e continuò a fissarli in silenzio per qualche istante. «Stamattina, verso le cinque, ci hanno telefonato i genitori di Tom…» Disse Jeff interrompendo quel momento di silenzio. «Ci hanno detto che Tom ha avuto un incidente. E’ stato investito da un’auto in piena notte.» Douglas all’inizio non disse nulla, quasi che non avesse afferrato il significato di ciò che gli aveva appeno detto suo padre. «E ora… sta bene, vero?» «I medici non si sono voluti sbilanciare» Intervenne Mary. «Dicono che le condizioni attuali sono stabili ma potrebbero avere un peggioramento, non hanno aggiunto altro. Mi dispiace, Douglas.» «Dobbiamo andare subito all’ospedale e vedere come sta!» Disse Douglas con fare quasi implorante. Il viaggio verso l’ospedale si rivelò più lungo di quel che si aspettasse. Dalle poche volte che ci era stato ricordava che ci volessero solamente tre quarti d’ora per arrivarci partendo da casa sua, eppure questa volta il viaggio si protrasse a lungo. Quanto esattamente neppure lui sapeva dirlo, forse un paio d’ore, forse più. Sta di fatto che a lui sembrò un tempo interminabile tanto che a un certo punto si lasciò andare a un sonno irrequieto. Si svegliò solo quando furono giunti a destinazione. Scese barcollando dall’auto ancora mezzo addormentato e venne condotto insieme ai suoi genitori nella camera dove si trovava Tom. Lui entrò per primo. Le pareti erano di un colore grigio-giallognolo ed erano innaturalmente alte. Sembravano protendersi verso l’interno quasi a voler minacciare chi si trovasse all’interno della stanza. L’ambiente era immerso in una leggera oscurità interrotta da due fasci di luce fioca proiettati da un paio di finestre lunghe e strette. Al centro della stanza c’era un letto e sopra di esso il suo amico Tom. Era in parte ricoperto di bende e attaccato ad alcune macchine di cui Douglas non conosceva la funzione. Il volto era lasciato scoperto e su di esso vi era impressa un’espressione contratta e congelata in un interminabile momento di dolore. Douglas si diresse verso l’amico, voleva parlargli, chiedergli come stava ma lui non era cosciente. Deluso si volse per cercare il conforto dei propri genitori ma non trovò nessuno dietro di se. Era solo in quella camera. Si diresse quindi verso la porta e tentò di aprirla. Questa però non si apriva e lui cominciò a chiamare. «C’è nessuno?» Nessuna risposta. Continuò alzando sempre di più il tono della voce. «Perché non rispondete?!» Alla fine si ritrovò a urlare. «Il mio amico sta male!» «Per favore, aiutatemi…» Nessuna risposta. Alla fine la disperazione prevalse e Douglas si ritrovò a piangere battendo i pugni sulla porta. Ma fu tutto inutile. «Hei ragazzo, perché fai tutto quel baccano?» Chiese una voce dietro di lui. Douglas si voltò immediatamente e vide che vicino al letto di Tom stava seduto su una sedia un uomo in camice bianco, sembrava comparso dal nulla. Aveva le gambe accavallate e teneva in mano una cartella medica su cui stava scrivendo a capo chino. «Siete un medico?» Chiese Douglas L’uomo distolse brevemente lo sguardo da ciò che stava scrivendo per dare un’occhiata a Tom, poi dopo aver scosso leggermente il capo ritornò al suo lavoro di scrittura, come se stesse riportando la situazione del paziente.

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Douglas si sentì irritato dall’atteggiamento del presunto medico e gli si avvicinò sperando di poter vedere cosa stesse scrivendo di così importante tanto da doverlo ignorare. Il presunto medico sembrò capire le intenzioni del ragazzo e posò sul letto il plico di fogli volgendosi poi verso Douglas. «Si ragazzo, sono un medico. Stavo compilando la cartella medica del paziente. Immagino che tu sia qui per lui.» «Mi chiamo Douglas Spaunding e sono un amico di Tom. Ero venuto qui con i miei genitori a vedere come stava ma quando sono entrato in questa camera sono rimasto chiuso dentro.» «E ora i tuoi genitori dove si trovano?» «Non lo so. Camminavo insieme a loro quando siamo entrati nell’ospedale ma una volta entrato qua dentro la porta si è richiusa dietro di me.» «Non c’è nulla di cui preoccuparsi, ragazzo. Se siamo rimasti chiusi qui dentro non dobbiamo fare altro che aspettare che ci aprano da fuori.» Disse il medico rimettendosi a scrivere. Douglas a questo punto avrebbe voluto controbattere che se fuori c’era qualcuno disposto ad aiutarli avrebbe certamente risposto alle sue chiamate d’aiuto e che comunque la fuori ci dovevano essere i suoi genitori e questi avrebbero dovuto rispondere alle sue chiamate d’aiuto più di chiunque altro. Tuttavia tenne per se queste considerazioni in quanto gli sembrava che al medico interessasse più compilare la sua cartella che uscire dalla stanza. «E ora come sta Tom?» Chiese Douglas. Il medico posò finalmente la cartella e ripose la penna. «Ha avuto un grave incidente riportando numerose fratture compreso un trauma cranico. Inoltre non è stato soccorso immediatamente rimanendo a lungo sulla strada in quelle condizioni. Quando è arrivato qui era in condizioni critiche, ora si è stabilizzato ma rimane ancora un caso preoccupante. Bisogna ancora aspettare e vedere come si evolve la situazione.» Il silenzio calò tra i due, Douglas cominciò a ripensare a Tom, alla loro amicizia e a quante cose avevano fatto insieme da quando si conoscevano. Si erano conosciuti per la prima volta ancor prima di cominciare ad andare a scuola e le giornate passate a giocare con Tom costituivano alcuni dei suoi primi ricordi. Ora pensare che il suo vecchio amico avrebbe potuto non farcela lo faceva star male e vederlo in quello stato dopo averlo visto perfettamente sano solo il giorno prima gli aveva tolto ogni parola di bocca. «Comunque ancora non è il caso di perdere le speranze, finora non ha dato segni di peggioramento» Disse il medico cercando di rassicurare Douglas che tuttavia non sembrò minimamente toccato da quella frase. «Se proprio non riesci a distogliere l’attenzione dai tuoi pensieri potresti parlare un po’ con me, che ne dici?» Douglas fece un debole cenno di assenso. «Bene, potresti cominciare parlandomi dell’ultima volta che hai incontrato Tom e di cosa avete fatto insieme.» Douglas parve sorpreso da una simile richiesta e anche se pensare a Tom lo faceva star male decise di rispondere perché in fondo parlare di lui non avrebbe certo potuto peggiorare la situazione e ormai aveva terribilmente bisogno di staccare l’attenzione dalle attuali condizioni del suo amico. «L’ultima volta che l’ho incontrato è stato ieri. Saranno state le otto di sera, ci eravamo incontrati per caso quando tornavamo a casa. Fu una bella coincidenza e abbiamo preso l’occasione per parlare del più e del meno, della scuola e degli amici. Alla fine ci siamo messi d’accordo per passare il primo giorno delle vacanze estive insieme.» «Interessante…» Disse il medico. «Interessante cosa?» «E’ interessante notare che Tom è stato portato qui verso le dieci di ieri notte e che si può affermare, con un certo margine di errore, che l’incidente sia avvenuto proprio verso le otto… se così fosse tu saresti l’ultima persona ad aver visto Tom prima dell’incidente.» «E lei come fa a dirlo con certezza?»

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«Oh, ma io non ho la certezza di nulla…» Disse il medico con fare sornione. «Il mio lavoro consiste anche nel saper indovinare. Pensa a una diagnosi, si parte dall’analisi sintomi per poi arrivare a una conclusione. Eppure la conclusione a cui si arriva è in fin dei conti una semplice congettura, i pazienti non hanno mica scritto in faccia che malattia hanno, c’è sempre la possibilità di sbagliarsi.» Douglas parve irritato dal discorso del medico che gli parve inopportuno data la situazione. «E questo cosa centra con la sua congettura sull’ora in cui Tom avrebbe avuto l’incidente? Ha per caso potuto dedurre questo dai “sintomi” di Tom?» Disse Douglas con aria di sfida. «No, non dai sintomi. Ho semplicemente usato l’immaginazione, quando il semplice ragionare non serve più è lei che mi tira fuori dai pasticci.» E dopo aver pronunciato queste parole il medico tirò fuori dalla tasca del camice un orologio tascabile, di quelli di forma circolare e con attaccata una catenina per non perderli. Cominciò a far dondolare l’orologio davanti al volto quasi che stesse cercando di scoprire qualcosa dal suo oscillare. Douglas ormai si stava davvero irritando «Quindi mi sta dicendo che lei si immagina le cose che non riesce a comprendere!? E’ per caso così che intende salvare il mio amico!? » «Il tuo amico non ha bisogno di essere salvato» Disse facendosi serio all’improvviso. «Sei tu quello nei guai.» Dopo aver detto questo il medico cominciò ad essere inondato dalla poca luce che filtrava dalle finestre. Douglas sul momento rimase a bocca aperta ma poi, osservando bene, si accorse che la luce non investiva l’uomo ma lo attraversava. Semplicemente era lui che si stava smaterializzando. Alla fine scomparve con un lieve lampo che sembrò quasi un sorriso finale e rimasero per terra solo i vestiti e sopra di essi il suo orologio da taschino. Douglas non riuscì a credere a quello che vedeva, era talmente stupito che rimase li immobile a guardare il mucchio di vestiti senza riuscire a muoversi. Passarono diversi minuti e Douglas non riuscì a fare altro che vagare per la stanza pensando a quello che avrebbe fatto. Era certo che quello che avesse visto non fosse reale e che si trovasse ormai all’interno di un sogno o di un’allucinazione. Alla fine la frustrazione ebbe il sopravvento e, ormai nella certezza che fosse tutto un inganno, si scagliò contro Tom. «Dimmi allora… neanche tu sei reale, vero!?» E mentre diceva questo l’aveva afferrato per le spalle e lo scuoteva sperando forse di strappargli una risposta o forse di dimostrargli la propria rabbia. La testa di Tom ondeggiava avanti e indietro quasi che volesse fargli cenno che no, non avrebbe avuto nessuna risposta. Ciò che successe dopo sconvolse ancor di più Douglas: Tom lentamente cominciò a cambiare aspetto. Dapprima successe solo al colore degli occhi che passarono dal blu al marrone, poi all’intero viso. Alla fine Douglas si trovò davanti a una copia esatta di lui. L’unica differenza erano i segni dell’incidente subito e quell’espressione di dolore che aveva notato in Tom sin dall’inizio. Il terrore ebbe quindi il sopravvento e passarono le ore. Dopo molto tempo Douglas riuscì a raccogliere i propri pensieri e ragionare sulla situazione in cui si trovava. Decise quindi di forzare la porta della stanza e dopo molti tentativi andati a vuoto stava quasi per rinunciare quando ebbe un’intuizione. Non riuscì mai a capire perché lo fece ma, guidato dall’istinto, prese l’orologio del medico, se lo mise in tasca e cominciò a sbattere l’unica sedia presente nella stanza contro la porta. Dopo poco i cardini cominciarono a cedere e Douglas terminò il lavoro con una spallata che buttò giù la porta. Si ritrovò inghiottito da una luce accecante che poco a poco divenne più tenue fino ad assumere le tonalità della luce artificiale. Si trovava ora in un’altra stanza d’ospedale, questa volta reale e lui era disteso sul letto. Accanto c’erano i suoi genitori e Tom, perfettamente in salute. Gli raccontarono dell’incidente che aveva avuto, di come Tom lo avesse soccorso e il timore dei medici che lui non si svegliasse più dal coma. Tutto era tornato normale, tranne una cosa: Douglas aveva ancora con se l’orologio. Quella sera ebbe molto per riflettere su ciò che gli era accaduto e l’unica cosa che concluse era che doveva scoprire di più su quel “mondo”. Ora gli si profilava davanti a lui un’estate tutt’altro che noiosa…

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immaginazione