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Te

Dai sogni alla creatività: tre romanzi brevi. Tre storie di donne, di amore e di amicizia. Tre protagoniste. Emma: la passione sportiva, l’entusiasmo, la tenacia. Petra: l’intraprendenza, l’inventiva, l’altruismo. Amanda: la forza dei sentimenti, la ricerca dell’identità, la concretezza. Tre vite straordinarie e comuni.

Manuela Boscari

Ho Scritto

Ho Scritto Manuela per Te Boscari Dai Sogni

alla

Creatività

Ho Scritto

Raccolta

per

Te

Manuela Boscari è nata a Empoli, dove lavora, e vive a S. Miniato Basso, in provincia di Pisa. Questo è il suo primo libro. ISBN 978-88-97039-11-2

€ 12,00 Se vuoi conoscere il nostro catalogo, essere informato sulle ultime novità e acquistare on-line clicca su www.stampaunlibro.it In copertina: foto di Shannon Pifko © 2007

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ISBN 978-88-97039-11-2

Se vuoi conoscere il nostro catalogo, essere informato sulle ultime novità e acquistare on-line clicca su www.stampaunlibro.it In copertina: foto di Shannon Pifko © 2007

9 788897 039112

Te

€ 12,00

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Manuela Boscari è nata a Empoli, dove lavora, e vive a S. Miniato Basso, in provincia di Pisa. Questo è il suo primo libro.

Ho Scritto Manuela per Te Boscari Dai Sogni

Ho Scritto

Dai sogni alla creatività: tre romanzi brevi. Tre storie di donne, di amore e di amicizia. Tre protagoniste. Emma: la passione sportiva, l’entusiasmo, la tenacia. Petra: l’intraprendenza, l’inventiva, l’altruismo. Amanda: la forza dei sentimenti, la ricerca dell’identità, la concretezza. Tre vite straordinarie e comuni.

Manuela Boscari

Ho Scritto

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Raccolta

alla

Creatività


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MANUELA BOSCARI

MANUELA BOSCARI

HO

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SCRITTO PER TE:

DAI SOGNI ALLA CREATIVITÀ

SCRITTO PER TE:

DAI SOGNI ALLA CREATIVITÀ

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MANUELA BOSCARI

MANUELA BOSCARI

HO

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SCRITTO PER TE:

DAI SOGNI ALLA CREATIVITÀ

SCRITTO PER TE:

DAI SOGNI ALLA CREATIVITÀ

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Questa è un'opera di fantasia. Le persone e i fatti descritti sono immaginari, e ogni riferimento eventuale a eventi realmente accaduti è puramente casuale e non voluto.

Questa è un'opera di fantasia. Le persone e i fatti descritti sono immaginari, e ogni riferimento eventuale a eventi realmente accaduti è puramente casuale e non voluto.

Foto di: Rossano Peruzzi

Foto di: Rossano Peruzzi

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Questa è un'opera di fantasia. Le persone e i fatti descritti sono immaginari, e ogni riferimento eventuale a eventi realmente accaduti è puramente casuale e non voluto.

Questa è un'opera di fantasia. Le persone e i fatti descritti sono immaginari, e ogni riferimento eventuale a eventi realmente accaduti è puramente casuale e non voluto.

Foto di: Rossano Peruzzi

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A tutte le persone che, come me, amano scrivere

A tutte le persone che, come me, amano scrivere

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A tutte le persone che, come me, amano scrivere

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A tutte le persone che, come me, amano scrivere

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Copyright © 2010 by Manuela Boscari

Copyright © 2010 by Manuela Boscari

L'opera, comprese tutte le sue parti, è tutelata dalla legge sui diritti d'autore. È vietata (se non espressamente autorizzata) la riproduzione in ogni modo e forma (comprese le fotocopie, la scansione e la memorizzazione elettronica).

L'opera, comprese tutte le sue parti, è tutelata dalla legge sui diritti d'autore. È vietata (se non espressamente autorizzata) la riproduzione in ogni modo e forma (comprese le fotocopie, la scansione e la memorizzazione elettronica).

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Copyright © 2010 by Manuela Boscari

Copyright © 2010 by Manuela Boscari

L'opera, comprese tutte le sue parti, è tutelata dalla legge sui diritti d'autore. È vietata (se non espressamente autorizzata) la riproduzione in ogni modo e forma (comprese le fotocopie, la scansione e la memorizzazione elettronica).

L'opera, comprese tutte le sue parti, è tutelata dalla legge sui diritti d'autore. È vietata (se non espressamente autorizzata) la riproduzione in ogni modo e forma (comprese le fotocopie, la scansione e la memorizzazione elettronica).

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Frequentando il corso “Fa bene scrivere inventando storie” organizzato dall’”Officina del Talento”, associazione culturale nata a Empoli nella chiesa della Tinaia, ho deciso di mettere nero su bianco la mia fantasia, i miei sogni, e tutto quello che il mio cuore mi diceva... Così sono nati questi tre brevi romanzi che ora vi presento. Quando leggerete il mio libro, vorrei che come me, volaste con la fantasia. Spero che in questi momenti di lettura, la vostra mente venga assorbita da ciò che state leggendo e lasciate fuori dal libro il mondo esterno.

Frequentando il corso “Fa bene scrivere inventando storie” organizzato dall’”Officina del Talento”, associazione culturale nata a Empoli nella chiesa della Tinaia, ho deciso di mettere nero su bianco la mia fantasia, i miei sogni, e tutto quello che il mio cuore mi diceva... Così sono nati questi tre brevi romanzi che ora vi presento. Quando leggerete il mio libro, vorrei che come me, volaste con la fantasia. Spero che in questi momenti di lettura, la vostra mente venga assorbita da ciò che state leggendo e lasciate fuori dal libro il mondo esterno.

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Frequentando il corso “Fa bene scrivere inventando storie” organizzato dall’”Officina del Talento”, associazione culturale nata a Empoli nella chiesa della Tinaia, ho deciso di mettere nero su bianco la mia fantasia, i miei sogni, e tutto quello che il mio cuore mi diceva... Così sono nati questi tre brevi romanzi che ora vi presento. Quando leggerete il mio libro, vorrei che come me, volaste con la fantasia. Spero che in questi momenti di lettura, la vostra mente venga assorbita da ciò che state leggendo e lasciate fuori dal libro il mondo esterno.

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Frequentando il corso “Fa bene scrivere inventando storie” organizzato dall’”Officina del Talento”, associazione culturale nata a Empoli nella chiesa della Tinaia, ho deciso di mettere nero su bianco la mia fantasia, i miei sogni, e tutto quello che il mio cuore mi diceva... Così sono nati questi tre brevi romanzi che ora vi presento. Quando leggerete il mio libro, vorrei che come me, volaste con la fantasia. Spero che in questi momenti di lettura, la vostra mente venga assorbita da ciò che state leggendo e lasciate fuori dal libro il mondo esterno.

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La panchina sul lago

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’intenso profumo di caffè invase la cameretta ed Emma con un salto si gettò giù dal letto, indossò i suoi jeans preferiti, quelli a vita bassa, una maglietta rosa e scarpe da tennis. Velocemente si lavò il viso e... giù per le scale! In un momento fu in cucina. «Buon giorno!» «Buon giorno, Emma!» rispose la mamma mentre preparava la colazione. Sul tavolo era già preparata la sua tazza di caffè e la torta di mele che le piaceva tanto. «Stanotte ho dormito benissimo ed ho sognato che vincevo la gara.» «Bene, sono contenta!» rispose sua madre «Però ricordati che hai ancora tre settimane soltanto per allenarti, e, se non lo fai seriamente, forse non arriverai a quell’oro che tu sogni da tanto tempo.» «Hai ragione, mamma! Ci devo dare dentro con gli allenamenti. Adesso vado a scuola e stasera andrò ad allenarmi.» «Ricordati il casco!» le urlò dietro sua madre. Mise in moto il motorino, quello che le aveva regalato suo padre per i suoi 17 anni, si allacciò il casco e, zaino a tracolla, partì. Intanto sua madre in cucina rimetteva in ordine dopo la colazione e ripensava al marito, morto proprio tre anni prima in un incidente stradale con la sua moto. Gli era saltato il casco nell’urto e così aveva sbattuto violentemente con la testa contro il marciapiede. Non le era rimasta che lei, Emma, e la voleva proteggere in ogni modo, le

’intenso profumo di caffè invase la cameretta ed Emma con un salto si gettò giù dal letto, indossò i suoi jeans preferiti, quelli a vita bassa, una maglietta rosa e scarpe da tennis. Velocemente si lavò il viso e... giù per le scale! In un momento fu in cucina. «Buon giorno!» «Buon giorno, Emma!» rispose la mamma mentre preparava la colazione. Sul tavolo era già preparata la sua tazza di caffè e la torta di mele che le piaceva tanto. «Stanotte ho dormito benissimo ed ho sognato che vincevo la gara.» «Bene, sono contenta!» rispose sua madre «Però ricordati che hai ancora tre settimane soltanto per allenarti, e, se non lo fai seriamente, forse non arriverai a quell’oro che tu sogni da tanto tempo.» «Hai ragione, mamma! Ci devo dare dentro con gli allenamenti. Adesso vado a scuola e stasera andrò ad allenarmi.» «Ricordati il casco!» le urlò dietro sua madre. Mise in moto il motorino, quello che le aveva regalato suo padre per i suoi 17 anni, si allacciò il casco e, zaino a tracolla, partì. Intanto sua madre in cucina rimetteva in ordine dopo la colazione e ripensava al marito, morto proprio tre anni prima in un incidente stradale con la sua moto. Gli era saltato il casco nell’urto e così aveva sbattuto violentemente con la testa contro il marciapiede. Non le era rimasta che lei, Emma, e la voleva proteggere in ogni modo, le

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’intenso profumo di caffè invase la cameretta ed Emma con un salto si gettò giù dal letto, indossò i suoi jeans preferiti, quelli a vita bassa, una maglietta rosa e scarpe da tennis. Velocemente si lavò il viso e... giù per le scale! In un momento fu in cucina. «Buon giorno!» «Buon giorno, Emma!» rispose la mamma mentre preparava la colazione. Sul tavolo era già preparata la sua tazza di caffè e la torta di mele che le piaceva tanto. «Stanotte ho dormito benissimo ed ho sognato che vincevo la gara.» «Bene, sono contenta!» rispose sua madre «Però ricordati che hai ancora tre settimane soltanto per allenarti, e, se non lo fai seriamente, forse non arriverai a quell’oro che tu sogni da tanto tempo.» «Hai ragione, mamma! Ci devo dare dentro con gli allenamenti. Adesso vado a scuola e stasera andrò ad allenarmi.» «Ricordati il casco!» le urlò dietro sua madre. Mise in moto il motorino, quello che le aveva regalato suo padre per i suoi 17 anni, si allacciò il casco e, zaino a tracolla, partì. Intanto sua madre in cucina rimetteva in ordine dopo la colazione e ripensava al marito, morto proprio tre anni prima in un incidente stradale con la sua moto. Gli era saltato il casco nell’urto e così aveva sbattuto violentemente con la testa contro il marciapiede. Non le era rimasta che lei, Emma, e la voleva proteggere in ogni modo, le

’intenso profumo di caffè invase la cameretta ed Emma con un salto si gettò giù dal letto, indossò i suoi jeans preferiti, quelli a vita bassa, una maglietta rosa e scarpe da tennis. Velocemente si lavò il viso e... giù per le scale! In un momento fu in cucina. «Buon giorno!» «Buon giorno, Emma!» rispose la mamma mentre preparava la colazione. Sul tavolo era già preparata la sua tazza di caffè e la torta di mele che le piaceva tanto. «Stanotte ho dormito benissimo ed ho sognato che vincevo la gara.» «Bene, sono contenta!» rispose sua madre «Però ricordati che hai ancora tre settimane soltanto per allenarti, e, se non lo fai seriamente, forse non arriverai a quell’oro che tu sogni da tanto tempo.» «Hai ragione, mamma! Ci devo dare dentro con gli allenamenti. Adesso vado a scuola e stasera andrò ad allenarmi.» «Ricordati il casco!» le urlò dietro sua madre. Mise in moto il motorino, quello che le aveva regalato suo padre per i suoi 17 anni, si allacciò il casco e, zaino a tracolla, partì. Intanto sua madre in cucina rimetteva in ordine dopo la colazione e ripensava al marito, morto proprio tre anni prima in un incidente stradale con la sua moto. Gli era saltato il casco nell’urto e così aveva sbattuto violentemente con la testa contro il marciapiede. Non le era rimasta che lei, Emma, e la voleva proteggere in ogni modo, le

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voleva un bene tale che era diventato morboso, quasi ossessivo. Anna avrebbe fatto qualsiasi cosa per lei. Era ancora una bella donna alta, un po’ appesantita dall’età, però era molto piacente, aveva i capelli corti biondi e sempre ben curati, vestiva sobriamente, ma con un leggero tocco di eleganza. Sì, quando suo marito era in vita ed Emma non era ancora nata, economicamente stavano bene, e avevano girato in lungo e in largo l’Italia perché suo marito era campione italiano di canoa individuale. Quindi capiva benissimo lo stato d’animo di Emma e il perché voleva vincere quella gara. Emma era arrivata al cancello della scuola; come tutte le mattine c’era Francesco, il suo ragazzo, ad attenderla. Alto, atletico, con due belle spalle muscolose e capelli ricci e neri, sembrava un dio greco. Aveva due anni più di lei e si volevano molto bene. Stavano insieme da circa un anno. «Ciao Emma!» la salutò e andandogli incontro l’abbracciò e le diede un bacio. «Come va stamani?» «Bene!» rispose lei con un gran sorriso. «Stanotte ho sognato che vincevo la gara e a tutti i costi devo vincere. Mio padre sarebbe orgoglioso di me. Ci teneva tanto a questa vittoria...» «Penso che tu ce la possa fare con un po’ di sacrifici, sei in gamba e molto forte.» rispose. «Stasera ci vediamo al lago e ci alleneremo insieme. Adesso entriamo, altrimenti saranno guai.» Anche Francesco, come Emma, amava la canoa, però vogava solo per hobby. Andava lì al lago per mantenersi in forma, non per gareggiare, ed era proprio lì che si erano conosciuti. Ognuno entrò nella propria aula e alle 12:30 si ritrovarono all’uscita. «Ti aspetto alle tre al lago, non tardare.» disse lui. «Va bene! Sarò puntuale.» Lei stava montando sul motorino quando si sentì chiamare:

voleva un bene tale che era diventato morboso, quasi ossessivo. Anna avrebbe fatto qualsiasi cosa per lei. Era ancora una bella donna alta, un po’ appesantita dall’età, però era molto piacente, aveva i capelli corti biondi e sempre ben curati, vestiva sobriamente, ma con un leggero tocco di eleganza. Sì, quando suo marito era in vita ed Emma non era ancora nata, economicamente stavano bene, e avevano girato in lungo e in largo l’Italia perché suo marito era campione italiano di canoa individuale. Quindi capiva benissimo lo stato d’animo di Emma e il perché voleva vincere quella gara. Emma era arrivata al cancello della scuola; come tutte le mattine c’era Francesco, il suo ragazzo, ad attenderla. Alto, atletico, con due belle spalle muscolose e capelli ricci e neri, sembrava un dio greco. Aveva due anni più di lei e si volevano molto bene. Stavano insieme da circa un anno. «Ciao Emma!» la salutò e andandogli incontro l’abbracciò e le diede un bacio. «Come va stamani?» «Bene!» rispose lei con un gran sorriso. «Stanotte ho sognato che vincevo la gara e a tutti i costi devo vincere. Mio padre sarebbe orgoglioso di me. Ci teneva tanto a questa vittoria...» «Penso che tu ce la possa fare con un po’ di sacrifici, sei in gamba e molto forte.» rispose. «Stasera ci vediamo al lago e ci alleneremo insieme. Adesso entriamo, altrimenti saranno guai.» Anche Francesco, come Emma, amava la canoa, però vogava solo per hobby. Andava lì al lago per mantenersi in forma, non per gareggiare, ed era proprio lì che si erano conosciuti. Ognuno entrò nella propria aula e alle 12:30 si ritrovarono all’uscita. «Ti aspetto alle tre al lago, non tardare.» disse lui. «Va bene! Sarò puntuale.» Lei stava montando sul motorino quando si sentì chiamare:

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voleva un bene tale che era diventato morboso, quasi ossessivo. Anna avrebbe fatto qualsiasi cosa per lei. Era ancora una bella donna alta, un po’ appesantita dall’età, però era molto piacente, aveva i capelli corti biondi e sempre ben curati, vestiva sobriamente, ma con un leggero tocco di eleganza. Sì, quando suo marito era in vita ed Emma non era ancora nata, economicamente stavano bene, e avevano girato in lungo e in largo l’Italia perché suo marito era campione italiano di canoa individuale. Quindi capiva benissimo lo stato d’animo di Emma e il perché voleva vincere quella gara. Emma era arrivata al cancello della scuola; come tutte le mattine c’era Francesco, il suo ragazzo, ad attenderla. Alto, atletico, con due belle spalle muscolose e capelli ricci e neri, sembrava un dio greco. Aveva due anni più di lei e si volevano molto bene. Stavano insieme da circa un anno. «Ciao Emma!» la salutò e andandogli incontro l’abbracciò e le diede un bacio. «Come va stamani?» «Bene!» rispose lei con un gran sorriso. «Stanotte ho sognato che vincevo la gara e a tutti i costi devo vincere. Mio padre sarebbe orgoglioso di me. Ci teneva tanto a questa vittoria...» «Penso che tu ce la possa fare con un po’ di sacrifici, sei in gamba e molto forte.» rispose. «Stasera ci vediamo al lago e ci alleneremo insieme. Adesso entriamo, altrimenti saranno guai.» Anche Francesco, come Emma, amava la canoa, però vogava solo per hobby. Andava lì al lago per mantenersi in forma, non per gareggiare, ed era proprio lì che si erano conosciuti. Ognuno entrò nella propria aula e alle 12:30 si ritrovarono all’uscita. «Ti aspetto alle tre al lago, non tardare.» disse lui. «Va bene! Sarò puntuale.» Lei stava montando sul motorino quando si sentì chiamare:

voleva un bene tale che era diventato morboso, quasi ossessivo. Anna avrebbe fatto qualsiasi cosa per lei. Era ancora una bella donna alta, un po’ appesantita dall’età, però era molto piacente, aveva i capelli corti biondi e sempre ben curati, vestiva sobriamente, ma con un leggero tocco di eleganza. Sì, quando suo marito era in vita ed Emma non era ancora nata, economicamente stavano bene, e avevano girato in lungo e in largo l’Italia perché suo marito era campione italiano di canoa individuale. Quindi capiva benissimo lo stato d’animo di Emma e il perché voleva vincere quella gara. Emma era arrivata al cancello della scuola; come tutte le mattine c’era Francesco, il suo ragazzo, ad attenderla. Alto, atletico, con due belle spalle muscolose e capelli ricci e neri, sembrava un dio greco. Aveva due anni più di lei e si volevano molto bene. Stavano insieme da circa un anno. «Ciao Emma!» la salutò e andandogli incontro l’abbracciò e le diede un bacio. «Come va stamani?» «Bene!» rispose lei con un gran sorriso. «Stanotte ho sognato che vincevo la gara e a tutti i costi devo vincere. Mio padre sarebbe orgoglioso di me. Ci teneva tanto a questa vittoria...» «Penso che tu ce la possa fare con un po’ di sacrifici, sei in gamba e molto forte.» rispose. «Stasera ci vediamo al lago e ci alleneremo insieme. Adesso entriamo, altrimenti saranno guai.» Anche Francesco, come Emma, amava la canoa, però vogava solo per hobby. Andava lì al lago per mantenersi in forma, non per gareggiare, ed era proprio lì che si erano conosciuti. Ognuno entrò nella propria aula e alle 12:30 si ritrovarono all’uscita. «Ti aspetto alle tre al lago, non tardare.» disse lui. «Va bene! Sarò puntuale.» Lei stava montando sul motorino quando si sentì chiamare:

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«Emma!» Si voltò. Era la sua amica del cuore, Ketty, quella a cui confidava tutto. Anche lei era nella sua stessa squadra di canottaggio. Erano cresciute insieme ed erano molto affiatate. Si raccontavano tutto, proprio tutto: dolori, angosce, sogni. Ketty era veramente l'opposto di Emma: alta, piuttosto magra, con capelli corti e nero corvino. Vestiva sempre con tute molto sportive e scarpe da tennis, amava molto andare in bicicletta e spesso si recava agli allenamenti con questa, lei la definiva la sua spider, era rossa, un modello da uomo, con la canna. «Come va?» le disse Ketty. «Bene!» rispose. «Cosa fai nel pomeriggio?» «Vado agli allenamenti...» rispose Emma. «Tu vieni?» «Sì!» «Allora ci vediamo là.» Si salutarono e partì. Quando Emma arrivò a casa, il pranzo era già sul tavolo e con sua madre iniziarono a mangiare. Parlavano del più e del meno, però era tutto diverso quando, seduto a quel tavolo, c’era anche suo padre. Ridevano, scherzavano... ora invece era diventato tutto molto più serio. Dopo il pranzo, mentre Anna rimetteva a posto la cucina, Emma salì in camera sua. Le piaceva molto stare da sola lì, distesa sul suo letto a pensare, e il pensiero le andava sempre a suo padre che lei amava tanto. Le mancava, sentiva veramente il vuoto intorno a sé, era il suo punto di riferimento, che ora era diventata sua madre. «Emma, preparati, sono quasi le tre e devi andare agli allenamenti!» le urlò sua madre dalla cucina. «Va bene mamma, scendo subito...» Puntualissima, come al solito alle tre era al lago. Arrivata in fondo alla stradina ghiaiosa, parcheggiò il motorino all'ombra di un albero e si avviò a piedi con lo zaino in spalla verso la rimessa. Appena ebbe

«Emma!» Si voltò. Era la sua amica del cuore, Ketty, quella a cui confidava tutto. Anche lei era nella sua stessa squadra di canottaggio. Erano cresciute insieme ed erano molto affiatate. Si raccontavano tutto, proprio tutto: dolori, angosce, sogni. Ketty era veramente l'opposto di Emma: alta, piuttosto magra, con capelli corti e nero corvino. Vestiva sempre con tute molto sportive e scarpe da tennis, amava molto andare in bicicletta e spesso si recava agli allenamenti con questa, lei la definiva la sua spider, era rossa, un modello da uomo, con la canna. «Come va?» le disse Ketty. «Bene!» rispose. «Cosa fai nel pomeriggio?» «Vado agli allenamenti...» rispose Emma. «Tu vieni?» «Sì!» «Allora ci vediamo là.» Si salutarono e partì. Quando Emma arrivò a casa, il pranzo era già sul tavolo e con sua madre iniziarono a mangiare. Parlavano del più e del meno, però era tutto diverso quando, seduto a quel tavolo, c’era anche suo padre. Ridevano, scherzavano... ora invece era diventato tutto molto più serio. Dopo il pranzo, mentre Anna rimetteva a posto la cucina, Emma salì in camera sua. Le piaceva molto stare da sola lì, distesa sul suo letto a pensare, e il pensiero le andava sempre a suo padre che lei amava tanto. Le mancava, sentiva veramente il vuoto intorno a sé, era il suo punto di riferimento, che ora era diventata sua madre. «Emma, preparati, sono quasi le tre e devi andare agli allenamenti!» le urlò sua madre dalla cucina. «Va bene mamma, scendo subito...» Puntualissima, come al solito alle tre era al lago. Arrivata in fondo alla stradina ghiaiosa, parcheggiò il motorino all'ombra di un albero e si avviò a piedi con lo zaino in spalla verso la rimessa. Appena ebbe

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«Emma!» Si voltò. Era la sua amica del cuore, Ketty, quella a cui confidava tutto. Anche lei era nella sua stessa squadra di canottaggio. Erano cresciute insieme ed erano molto affiatate. Si raccontavano tutto, proprio tutto: dolori, angosce, sogni. Ketty era veramente l'opposto di Emma: alta, piuttosto magra, con capelli corti e nero corvino. Vestiva sempre con tute molto sportive e scarpe da tennis, amava molto andare in bicicletta e spesso si recava agli allenamenti con questa, lei la definiva la sua spider, era rossa, un modello da uomo, con la canna. «Come va?» le disse Ketty. «Bene!» rispose. «Cosa fai nel pomeriggio?» «Vado agli allenamenti...» rispose Emma. «Tu vieni?» «Sì!» «Allora ci vediamo là.» Si salutarono e partì. Quando Emma arrivò a casa, il pranzo era già sul tavolo e con sua madre iniziarono a mangiare. Parlavano del più e del meno, però era tutto diverso quando, seduto a quel tavolo, c’era anche suo padre. Ridevano, scherzavano... ora invece era diventato tutto molto più serio. Dopo il pranzo, mentre Anna rimetteva a posto la cucina, Emma salì in camera sua. Le piaceva molto stare da sola lì, distesa sul suo letto a pensare, e il pensiero le andava sempre a suo padre che lei amava tanto. Le mancava, sentiva veramente il vuoto intorno a sé, era il suo punto di riferimento, che ora era diventata sua madre. «Emma, preparati, sono quasi le tre e devi andare agli allenamenti!» le urlò sua madre dalla cucina. «Va bene mamma, scendo subito...» Puntualissima, come al solito alle tre era al lago. Arrivata in fondo alla stradina ghiaiosa, parcheggiò il motorino all'ombra di un albero e si avviò a piedi con lo zaino in spalla verso la rimessa. Appena ebbe

«Emma!» Si voltò. Era la sua amica del cuore, Ketty, quella a cui confidava tutto. Anche lei era nella sua stessa squadra di canottaggio. Erano cresciute insieme ed erano molto affiatate. Si raccontavano tutto, proprio tutto: dolori, angosce, sogni. Ketty era veramente l'opposto di Emma: alta, piuttosto magra, con capelli corti e nero corvino. Vestiva sempre con tute molto sportive e scarpe da tennis, amava molto andare in bicicletta e spesso si recava agli allenamenti con questa, lei la definiva la sua spider, era rossa, un modello da uomo, con la canna. «Come va?» le disse Ketty. «Bene!» rispose. «Cosa fai nel pomeriggio?» «Vado agli allenamenti...» rispose Emma. «Tu vieni?» «Sì!» «Allora ci vediamo là.» Si salutarono e partì. Quando Emma arrivò a casa, il pranzo era già sul tavolo e con sua madre iniziarono a mangiare. Parlavano del più e del meno, però era tutto diverso quando, seduto a quel tavolo, c’era anche suo padre. Ridevano, scherzavano... ora invece era diventato tutto molto più serio. Dopo il pranzo, mentre Anna rimetteva a posto la cucina, Emma salì in camera sua. Le piaceva molto stare da sola lì, distesa sul suo letto a pensare, e il pensiero le andava sempre a suo padre che lei amava tanto. Le mancava, sentiva veramente il vuoto intorno a sé, era il suo punto di riferimento, che ora era diventata sua madre. «Emma, preparati, sono quasi le tre e devi andare agli allenamenti!» le urlò sua madre dalla cucina. «Va bene mamma, scendo subito...» Puntualissima, come al solito alle tre era al lago. Arrivata in fondo alla stradina ghiaiosa, parcheggiò il motorino all'ombra di un albero e si avviò a piedi con lo zaino in spalla verso la rimessa. Appena ebbe

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percorso cento metri, ecco il lago! le si presentò davanti in tutta la sua grandezza: benché fosse quasi cresciuta lì e vi avesse trascorso anche la sua infanzia, ogni volta che lo vedeva, per lei era una grande emozione, mischiata a nostalgia per la perdita del padre. Grande, immenso, con le acque azzurrine cangianti al verde, effetto delle piante sul fondale, era circondato da mille varietà di piante. Ai bordi, proprio vicino all'acqua, erano situate delle transenne in legno naturale intrecciate a mo' di protezione. Terminate le transenne, da un lato, si protendevano nell'acqua come mani che ti invitavano i tre molettini da dove partivano le canoe. Panchine in legno erano disseminate ovunque. Bimbi che giocavano e correvano rallegravano l'ambiente. Due alti e secolari cipressi facevano da sentinelle all'ingresso e sulla destra spiccava un gigantesco cartello bianco con la scritta nera: 'Vietato l'ingresso agli estranei. Ingresso consentito solo agli atleti'. Entrò nella rimessa e, diritta come un fuso, si diresse verso gli spogliatoi. Indossò la sua muta e correndo uscì, andando incontro a Francesco ed al suo allenatore, Carlo, che erano lì ad attenderla. «Oggi vorrei che tu facessi tre giri completi e veloci del lago.» le disse Carlo. «Voglio vedere quanto tempo ci impieghi, la gara è fra tre settimane e bisogna accelerare i tempi.» «Ok!» rispose lei e, caricata al massimo, si sistemò dentro la sua canoa e partì. Francesco la seguì e con due vogate erano già a metà lago. Terminati i tre giri, come aveva detto l’allenatore, ritornarono al punto di partenza. Era sfinita, ma contenta perché secondo lei il tempo impiegato era buono. «Va bene! Hai guadagnato due secondi, però non mi basta, devi fare di più; ce la puoi fare, allora dacci dentro, forza! riparti da capo e rifai i tre giri.» disse Carlo. Silenziosa, e un po’ delusa, fece come le aveva detto. Aveva ragione, doveva mettercela tutta per vincere. Carlo, l’allenatore, era stato a suo tempo campione italiano di canoa individuale prima di suo padre, e per Emma voleva il meglio. Credeva nelle sue capacità, quindi la doveva spronare. Era un uomo di media statura, un po’ calvo, con due grossi baffi e il suo corpo era rimasto abbastanza snello anche se

percorso cento metri, ecco il lago! le si presentò davanti in tutta la sua grandezza: benché fosse quasi cresciuta lì e vi avesse trascorso anche la sua infanzia, ogni volta che lo vedeva, per lei era una grande emozione, mischiata a nostalgia per la perdita del padre. Grande, immenso, con le acque azzurrine cangianti al verde, effetto delle piante sul fondale, era circondato da mille varietà di piante. Ai bordi, proprio vicino all'acqua, erano situate delle transenne in legno naturale intrecciate a mo' di protezione. Terminate le transenne, da un lato, si protendevano nell'acqua come mani che ti invitavano i tre molettini da dove partivano le canoe. Panchine in legno erano disseminate ovunque. Bimbi che giocavano e correvano rallegravano l'ambiente. Due alti e secolari cipressi facevano da sentinelle all'ingresso e sulla destra spiccava un gigantesco cartello bianco con la scritta nera: 'Vietato l'ingresso agli estranei. Ingresso consentito solo agli atleti'. Entrò nella rimessa e, diritta come un fuso, si diresse verso gli spogliatoi. Indossò la sua muta e correndo uscì, andando incontro a Francesco ed al suo allenatore, Carlo, che erano lì ad attenderla. «Oggi vorrei che tu facessi tre giri completi e veloci del lago.» le disse Carlo. «Voglio vedere quanto tempo ci impieghi, la gara è fra tre settimane e bisogna accelerare i tempi.» «Ok!» rispose lei e, caricata al massimo, si sistemò dentro la sua canoa e partì. Francesco la seguì e con due vogate erano già a metà lago. Terminati i tre giri, come aveva detto l’allenatore, ritornarono al punto di partenza. Era sfinita, ma contenta perché secondo lei il tempo impiegato era buono. «Va bene! Hai guadagnato due secondi, però non mi basta, devi fare di più; ce la puoi fare, allora dacci dentro, forza! riparti da capo e rifai i tre giri.» disse Carlo. Silenziosa, e un po’ delusa, fece come le aveva detto. Aveva ragione, doveva mettercela tutta per vincere. Carlo, l’allenatore, era stato a suo tempo campione italiano di canoa individuale prima di suo padre, e per Emma voleva il meglio. Credeva nelle sue capacità, quindi la doveva spronare. Era un uomo di media statura, un po’ calvo, con due grossi baffi e il suo corpo era rimasto abbastanza snello anche se

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percorso cento metri, ecco il lago! le si presentò davanti in tutta la sua grandezza: benché fosse quasi cresciuta lì e vi avesse trascorso anche la sua infanzia, ogni volta che lo vedeva, per lei era una grande emozione, mischiata a nostalgia per la perdita del padre. Grande, immenso, con le acque azzurrine cangianti al verde, effetto delle piante sul fondale, era circondato da mille varietà di piante. Ai bordi, proprio vicino all'acqua, erano situate delle transenne in legno naturale intrecciate a mo' di protezione. Terminate le transenne, da un lato, si protendevano nell'acqua come mani che ti invitavano i tre molettini da dove partivano le canoe. Panchine in legno erano disseminate ovunque. Bimbi che giocavano e correvano rallegravano l'ambiente. Due alti e secolari cipressi facevano da sentinelle all'ingresso e sulla destra spiccava un gigantesco cartello bianco con la scritta nera: 'Vietato l'ingresso agli estranei. Ingresso consentito solo agli atleti'. Entrò nella rimessa e, diritta come un fuso, si diresse verso gli spogliatoi. Indossò la sua muta e correndo uscì, andando incontro a Francesco ed al suo allenatore, Carlo, che erano lì ad attenderla. «Oggi vorrei che tu facessi tre giri completi e veloci del lago.» le disse Carlo. «Voglio vedere quanto tempo ci impieghi, la gara è fra tre settimane e bisogna accelerare i tempi.» «Ok!» rispose lei e, caricata al massimo, si sistemò dentro la sua canoa e partì. Francesco la seguì e con due vogate erano già a metà lago. Terminati i tre giri, come aveva detto l’allenatore, ritornarono al punto di partenza. Era sfinita, ma contenta perché secondo lei il tempo impiegato era buono. «Va bene! Hai guadagnato due secondi, però non mi basta, devi fare di più; ce la puoi fare, allora dacci dentro, forza! riparti da capo e rifai i tre giri.» disse Carlo. Silenziosa, e un po’ delusa, fece come le aveva detto. Aveva ragione, doveva mettercela tutta per vincere. Carlo, l’allenatore, era stato a suo tempo campione italiano di canoa individuale prima di suo padre, e per Emma voleva il meglio. Credeva nelle sue capacità, quindi la doveva spronare. Era un uomo di media statura, un po’ calvo, con due grossi baffi e il suo corpo era rimasto abbastanza snello anche se

percorso cento metri, ecco il lago! le si presentò davanti in tutta la sua grandezza: benché fosse quasi cresciuta lì e vi avesse trascorso anche la sua infanzia, ogni volta che lo vedeva, per lei era una grande emozione, mischiata a nostalgia per la perdita del padre. Grande, immenso, con le acque azzurrine cangianti al verde, effetto delle piante sul fondale, era circondato da mille varietà di piante. Ai bordi, proprio vicino all'acqua, erano situate delle transenne in legno naturale intrecciate a mo' di protezione. Terminate le transenne, da un lato, si protendevano nell'acqua come mani che ti invitavano i tre molettini da dove partivano le canoe. Panchine in legno erano disseminate ovunque. Bimbi che giocavano e correvano rallegravano l'ambiente. Due alti e secolari cipressi facevano da sentinelle all'ingresso e sulla destra spiccava un gigantesco cartello bianco con la scritta nera: 'Vietato l'ingresso agli estranei. Ingresso consentito solo agli atleti'. Entrò nella rimessa e, diritta come un fuso, si diresse verso gli spogliatoi. Indossò la sua muta e correndo uscì, andando incontro a Francesco ed al suo allenatore, Carlo, che erano lì ad attenderla. «Oggi vorrei che tu facessi tre giri completi e veloci del lago.» le disse Carlo. «Voglio vedere quanto tempo ci impieghi, la gara è fra tre settimane e bisogna accelerare i tempi.» «Ok!» rispose lei e, caricata al massimo, si sistemò dentro la sua canoa e partì. Francesco la seguì e con due vogate erano già a metà lago. Terminati i tre giri, come aveva detto l’allenatore, ritornarono al punto di partenza. Era sfinita, ma contenta perché secondo lei il tempo impiegato era buono. «Va bene! Hai guadagnato due secondi, però non mi basta, devi fare di più; ce la puoi fare, allora dacci dentro, forza! riparti da capo e rifai i tre giri.» disse Carlo. Silenziosa, e un po’ delusa, fece come le aveva detto. Aveva ragione, doveva mettercela tutta per vincere. Carlo, l’allenatore, era stato a suo tempo campione italiano di canoa individuale prima di suo padre, e per Emma voleva il meglio. Credeva nelle sue capacità, quindi la doveva spronare. Era un uomo di media statura, un po’ calvo, con due grossi baffi e il suo corpo era rimasto abbastanza snello anche se

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aveva smesso di fare sport. Voleva tanto bene ad Emma e si era affezionato a lei come un padre, da quando era morto il suo. Terminati i giri, le disse che poteva rimettere la canoa in rimessa, che per quel giorno poteva bastare: l'indomani ci sarebbero stati ulteriori allenamenti. Lei ripose la canoa mentre Francesco l’aspettava fuori nel parco. Prese lo zaino che aveva appoggiato sopra la sedia e di corsa uscì dalla rimessa. Si presero per mano e si diressero verso una delle tante panchine in legno disseminate intorno al lago. Abbracciati, facevano progetti insieme, lui le accarezzava dolcemente il viso mentre a lei scendeva una lacrima sulla guancia: era rimasta un po’ delusa dal comportamento di Carlo. Piano piano il sole calava dietro quegli altissimi olmi, era uno scenario veramente romantico. L’acqua si stava increspando e una leggera brezza scompigliava i lunghi capelli dorati di Emma, le rondini volavano basse come se volessero salutarli e tutto intorno c'era un gran silenzio. Ad un certo momento lei guardò l’orologio e si accorse che si stava facendo tardi: «Andiamo, presto, mia madre si starà già preoccupando...», disse. E, mano nella mano, correndo come due bambini, si diressero verso le loro moto, indossarono i caschi e via... sfrecciando arrivarono al bivio in fondo alla strada. Un saluto con la mano, e poi uno a destra e l’altra a sinistra, verso casa. Arrivata a casa, sua madre arrabbiata le disse: «Ma dove sei stata tutto questo tempo? è già tardi e gli allenamenti, mi ha detto Carlo, sono finiti già da due ore!» «Hai ragione» rispose lei «però, sai, c’era anche Francesco e siamo rimasti un po’ a parlare e così il tempo è passato e non mi sono accorta che si stava facendo tardi, scusami, un’altra volta non succederà, lo so che stai sempre in pensiero quando sono fuori con il motorino, scusami ancora!» e, con tanta dolcezza, le fece una carezza sul viso e le diede un bacio. Cenarono con molta serenità, parlavano di tante cose perché Emma si confidava con sua madre, quando il campanello della porta suonò. «Chi è?» chiese Anna.

aveva smesso di fare sport. Voleva tanto bene ad Emma e si era affezionato a lei come un padre, da quando era morto il suo. Terminati i giri, le disse che poteva rimettere la canoa in rimessa, che per quel giorno poteva bastare: l'indomani ci sarebbero stati ulteriori allenamenti. Lei ripose la canoa mentre Francesco l’aspettava fuori nel parco. Prese lo zaino che aveva appoggiato sopra la sedia e di corsa uscì dalla rimessa. Si presero per mano e si diressero verso una delle tante panchine in legno disseminate intorno al lago. Abbracciati, facevano progetti insieme, lui le accarezzava dolcemente il viso mentre a lei scendeva una lacrima sulla guancia: era rimasta un po’ delusa dal comportamento di Carlo. Piano piano il sole calava dietro quegli altissimi olmi, era uno scenario veramente romantico. L’acqua si stava increspando e una leggera brezza scompigliava i lunghi capelli dorati di Emma, le rondini volavano basse come se volessero salutarli e tutto intorno c'era un gran silenzio. Ad un certo momento lei guardò l’orologio e si accorse che si stava facendo tardi: «Andiamo, presto, mia madre si starà già preoccupando...», disse. E, mano nella mano, correndo come due bambini, si diressero verso le loro moto, indossarono i caschi e via... sfrecciando arrivarono al bivio in fondo alla strada. Un saluto con la mano, e poi uno a destra e l’altra a sinistra, verso casa. Arrivata a casa, sua madre arrabbiata le disse: «Ma dove sei stata tutto questo tempo? è già tardi e gli allenamenti, mi ha detto Carlo, sono finiti già da due ore!» «Hai ragione» rispose lei «però, sai, c’era anche Francesco e siamo rimasti un po’ a parlare e così il tempo è passato e non mi sono accorta che si stava facendo tardi, scusami, un’altra volta non succederà, lo so che stai sempre in pensiero quando sono fuori con il motorino, scusami ancora!» e, con tanta dolcezza, le fece una carezza sul viso e le diede un bacio. Cenarono con molta serenità, parlavano di tante cose perché Emma si confidava con sua madre, quando il campanello della porta suonò. «Chi è?» chiese Anna.

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aveva smesso di fare sport. Voleva tanto bene ad Emma e si era affezionato a lei come un padre, da quando era morto il suo. Terminati i giri, le disse che poteva rimettere la canoa in rimessa, che per quel giorno poteva bastare: l'indomani ci sarebbero stati ulteriori allenamenti. Lei ripose la canoa mentre Francesco l’aspettava fuori nel parco. Prese lo zaino che aveva appoggiato sopra la sedia e di corsa uscì dalla rimessa. Si presero per mano e si diressero verso una delle tante panchine in legno disseminate intorno al lago. Abbracciati, facevano progetti insieme, lui le accarezzava dolcemente il viso mentre a lei scendeva una lacrima sulla guancia: era rimasta un po’ delusa dal comportamento di Carlo. Piano piano il sole calava dietro quegli altissimi olmi, era uno scenario veramente romantico. L’acqua si stava increspando e una leggera brezza scompigliava i lunghi capelli dorati di Emma, le rondini volavano basse come se volessero salutarli e tutto intorno c'era un gran silenzio. Ad un certo momento lei guardò l’orologio e si accorse che si stava facendo tardi: «Andiamo, presto, mia madre si starà già preoccupando...», disse. E, mano nella mano, correndo come due bambini, si diressero verso le loro moto, indossarono i caschi e via... sfrecciando arrivarono al bivio in fondo alla strada. Un saluto con la mano, e poi uno a destra e l’altra a sinistra, verso casa. Arrivata a casa, sua madre arrabbiata le disse: «Ma dove sei stata tutto questo tempo? è già tardi e gli allenamenti, mi ha detto Carlo, sono finiti già da due ore!» «Hai ragione» rispose lei «però, sai, c’era anche Francesco e siamo rimasti un po’ a parlare e così il tempo è passato e non mi sono accorta che si stava facendo tardi, scusami, un’altra volta non succederà, lo so che stai sempre in pensiero quando sono fuori con il motorino, scusami ancora!» e, con tanta dolcezza, le fece una carezza sul viso e le diede un bacio. Cenarono con molta serenità, parlavano di tante cose perché Emma si confidava con sua madre, quando il campanello della porta suonò. «Chi è?» chiese Anna.

aveva smesso di fare sport. Voleva tanto bene ad Emma e si era affezionato a lei come un padre, da quando era morto il suo. Terminati i giri, le disse che poteva rimettere la canoa in rimessa, che per quel giorno poteva bastare: l'indomani ci sarebbero stati ulteriori allenamenti. Lei ripose la canoa mentre Francesco l’aspettava fuori nel parco. Prese lo zaino che aveva appoggiato sopra la sedia e di corsa uscì dalla rimessa. Si presero per mano e si diressero verso una delle tante panchine in legno disseminate intorno al lago. Abbracciati, facevano progetti insieme, lui le accarezzava dolcemente il viso mentre a lei scendeva una lacrima sulla guancia: era rimasta un po’ delusa dal comportamento di Carlo. Piano piano il sole calava dietro quegli altissimi olmi, era uno scenario veramente romantico. L’acqua si stava increspando e una leggera brezza scompigliava i lunghi capelli dorati di Emma, le rondini volavano basse come se volessero salutarli e tutto intorno c'era un gran silenzio. Ad un certo momento lei guardò l’orologio e si accorse che si stava facendo tardi: «Andiamo, presto, mia madre si starà già preoccupando...», disse. E, mano nella mano, correndo come due bambini, si diressero verso le loro moto, indossarono i caschi e via... sfrecciando arrivarono al bivio in fondo alla strada. Un saluto con la mano, e poi uno a destra e l’altra a sinistra, verso casa. Arrivata a casa, sua madre arrabbiata le disse: «Ma dove sei stata tutto questo tempo? è già tardi e gli allenamenti, mi ha detto Carlo, sono finiti già da due ore!» «Hai ragione» rispose lei «però, sai, c’era anche Francesco e siamo rimasti un po’ a parlare e così il tempo è passato e non mi sono accorta che si stava facendo tardi, scusami, un’altra volta non succederà, lo so che stai sempre in pensiero quando sono fuori con il motorino, scusami ancora!» e, con tanta dolcezza, le fece una carezza sul viso e le diede un bacio. Cenarono con molta serenità, parlavano di tante cose perché Emma si confidava con sua madre, quando il campanello della porta suonò. «Chi è?» chiese Anna.

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«Sono Carlo, mi puoi aprire?» «Vieni!», lo invitò ad entrare «Prendi un caffè con noi...» Lui si mise seduto intorno al tavolo con le due donne e cominciò a parlare: «Scusami» disse, rivolgendosi ad Emma, «per le parole un po’ burbere che ti ho detto oggi agli allenamenti, però vedi, io ci tengo tanto a te e vorrei con tutto il cuore che prendessi la qualificazione.» «Lo so!» rispose la ragazza. «lo so che tutto quello che mi dici e quello che fai lo stai facendo per il mio bene, ed io ti ringrazio tanto, lo dovresti sapere che ti voglio bene e che dopo mia madre sei per me la persona più cara al mondo!» e lo baciò sulla guancia. «Adesso vado a letto. Buona notte a tutti due!» e dopo averli salutati salì nella sua cameretta. Carlo e Anna rimasero in cucina a parlare. Tutto il suo mondo era lì, in quelle quattro pareti, pitturate di rosa. Vicino alla porta c’era il suo letto bianco di ferro che le aveva dipinto suo padre quando ancora era piccola. La scrivania era posta sotto la finestra, sopra c’erano tante foto incorniciate di lei con suo padre. Guardandole le prese un po’ di malinconia perché pensava a quando era piccola e insieme a lui si divertiva tanto, in terra un grande tappeto disseminato di cuscini variopinti e peluche che le ricordavano la sua infanzia. Si affacciò alla finestra e con un po’ di malinconia in cuore guardò il cielo pieno di stelle. Le venne in mente suo padre e una lacrima le scese sulla guancia. Lanciò un bacio in cielo, certa che lui lo raccogliesse, chiuse la finestra e si coricò nel suo letto, mentre tanti ricordi invadevano la sua mente. Piano piano si addormentò.

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«Sono Carlo, mi puoi aprire?» «Vieni!», lo invitò ad entrare «Prendi un caffè con noi...» Lui si mise seduto intorno al tavolo con le due donne e cominciò a parlare: «Scusami» disse, rivolgendosi ad Emma, «per le parole un po’ burbere che ti ho detto oggi agli allenamenti, però vedi, io ci tengo tanto a te e vorrei con tutto il cuore che prendessi la qualificazione.» «Lo so!» rispose la ragazza. «lo so che tutto quello che mi dici e quello che fai lo stai facendo per il mio bene, ed io ti ringrazio tanto, lo dovresti sapere che ti voglio bene e che dopo mia madre sei per me la persona più cara al mondo!» e lo baciò sulla guancia. «Adesso vado a letto. Buona notte a tutti due!» e dopo averli salutati salì nella sua cameretta. Carlo e Anna rimasero in cucina a parlare. Tutto il suo mondo era lì, in quelle quattro pareti, pitturate di rosa. Vicino alla porta c’era il suo letto bianco di ferro che le aveva dipinto suo padre quando ancora era piccola. La scrivania era posta sotto la finestra, sopra c’erano tante foto incorniciate di lei con suo padre. Guardandole le prese un po’ di malinconia perché pensava a quando era piccola e insieme a lui si divertiva tanto, in terra un grande tappeto disseminato di cuscini variopinti e peluche che le ricordavano la sua infanzia. Si affacciò alla finestra e con un po’ di malinconia in cuore guardò il cielo pieno di stelle. Le venne in mente suo padre e una lacrima le scese sulla guancia. Lanciò un bacio in cielo, certa che lui lo raccogliesse, chiuse la finestra e si coricò nel suo letto, mentre tanti ricordi invadevano la sua mente. Piano piano si addormentò.

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ancava poco più di una settimana alla gara e se avesse vinto si sarebbe qualificata per il titolo europeo di canoa. Quindi gli allenamenti si facevano sempre più intensi e duri. Sia lei che Carlo

ancava poco più di una settimana alla gara e se avesse vinto si sarebbe qualificata per il titolo europeo di canoa. Quindi gli allenamenti si facevano sempre più intensi e duri. Sia lei che Carlo

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«Sono Carlo, mi puoi aprire?» «Vieni!», lo invitò ad entrare «Prendi un caffè con noi...» Lui si mise seduto intorno al tavolo con le due donne e cominciò a parlare: «Scusami» disse, rivolgendosi ad Emma, «per le parole un po’ burbere che ti ho detto oggi agli allenamenti, però vedi, io ci tengo tanto a te e vorrei con tutto il cuore che prendessi la qualificazione.» «Lo so!» rispose la ragazza. «lo so che tutto quello che mi dici e quello che fai lo stai facendo per il mio bene, ed io ti ringrazio tanto, lo dovresti sapere che ti voglio bene e che dopo mia madre sei per me la persona più cara al mondo!» e lo baciò sulla guancia. «Adesso vado a letto. Buona notte a tutti due!» e dopo averli salutati salì nella sua cameretta. Carlo e Anna rimasero in cucina a parlare. Tutto il suo mondo era lì, in quelle quattro pareti, pitturate di rosa. Vicino alla porta c’era il suo letto bianco di ferro che le aveva dipinto suo padre quando ancora era piccola. La scrivania era posta sotto la finestra, sopra c’erano tante foto incorniciate di lei con suo padre. Guardandole le prese un po’ di malinconia perché pensava a quando era piccola e insieme a lui si divertiva tanto, in terra un grande tappeto disseminato di cuscini variopinti e peluche che le ricordavano la sua infanzia. Si affacciò alla finestra e con un po’ di malinconia in cuore guardò il cielo pieno di stelle. Le venne in mente suo padre e una lacrima le scese sulla guancia. Lanciò un bacio in cielo, certa che lui lo raccogliesse, chiuse la finestra e si coricò nel suo letto, mentre tanti ricordi invadevano la sua mente. Piano piano si addormentò.

«Sono Carlo, mi puoi aprire?» «Vieni!», lo invitò ad entrare «Prendi un caffè con noi...» Lui si mise seduto intorno al tavolo con le due donne e cominciò a parlare: «Scusami» disse, rivolgendosi ad Emma, «per le parole un po’ burbere che ti ho detto oggi agli allenamenti, però vedi, io ci tengo tanto a te e vorrei con tutto il cuore che prendessi la qualificazione.» «Lo so!» rispose la ragazza. «lo so che tutto quello che mi dici e quello che fai lo stai facendo per il mio bene, ed io ti ringrazio tanto, lo dovresti sapere che ti voglio bene e che dopo mia madre sei per me la persona più cara al mondo!» e lo baciò sulla guancia. «Adesso vado a letto. Buona notte a tutti due!» e dopo averli salutati salì nella sua cameretta. Carlo e Anna rimasero in cucina a parlare. Tutto il suo mondo era lì, in quelle quattro pareti, pitturate di rosa. Vicino alla porta c’era il suo letto bianco di ferro che le aveva dipinto suo padre quando ancora era piccola. La scrivania era posta sotto la finestra, sopra c’erano tante foto incorniciate di lei con suo padre. Guardandole le prese un po’ di malinconia perché pensava a quando era piccola e insieme a lui si divertiva tanto, in terra un grande tappeto disseminato di cuscini variopinti e peluche che le ricordavano la sua infanzia. Si affacciò alla finestra e con un po’ di malinconia in cuore guardò il cielo pieno di stelle. Le venne in mente suo padre e una lacrima le scese sulla guancia. Lanciò un bacio in cielo, certa che lui lo raccogliesse, chiuse la finestra e si coricò nel suo letto, mentre tanti ricordi invadevano la sua mente. Piano piano si addormentò.

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ancava poco più di una settimana alla gara e se avesse vinto si sarebbe qualificata per il titolo europeo di canoa. Quindi gli allenamenti si facevano sempre più intensi e duri. Sia lei che Carlo

ancava poco più di una settimana alla gara e se avesse vinto si sarebbe qualificata per il titolo europeo di canoa. Quindi gli allenamenti si facevano sempre più intensi e duri. Sia lei che Carlo

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erano molto soddisfatti dei risultati ottenuti. Erano sicuri della qualificazione. Il giorno tanto atteso finalmente arrivò. Era l’ultimo sabato di agosto. La notte Emma aveva dormito un po’ agitata, per il pensiero della gara. Di buon mattino si alzò e scese in cucina per la colazione. C’era sua madre ad attenderla seduta al tavolo: insieme presero il caffè. «Mamma! Sono un po’ agitata ed ho tanta paura.» «Non ci pensare, abbi fiducia in te stessa e vedrai che ce la farai, ne sono certa.» «Grazie per l’incoraggiamento!» le diede un bacio e uscì di casa. Si mise il casco, accese il motorino e partì. Fece un po’ di strada perché il posto dove doveva recarsi non era vicino a casa, ma non importava, quella visita la doveva fare a tutti i costi. Arrivata in fondo al cancello spense il motore e si avviò lungo il viale pieno di sassolini, era sola ma non importava, anzi era meglio così, poteva parlare liberamente. Svoltò a destra ed eccola arrivata, lui era lì che le sorrideva e la guardava. Si mise seduta per terra mentre lo fissava. «Ciao papà, sono venuta presto stamani, perché, come tu sai, oggi ho la gara. Ho tanta paura sai, se almeno ci fossi stato tu ad incoraggiarmi, tutto sarebbe stato diverso. Cosa pensi, ce la farò?» In quel momento si sentì mettere una mano sulla spalla e quasi ebbe paura perché pensava di essere sola. Era Carlo: anche lui era lì: sapeva benissimo, conoscendola, che prima della gara sarebbe passata dal cimitero a trovare suo padre. «Stai tranquilla cara, ho tanta fiducia in te e sono sicuro che vincerai quell’oro e la qualificazione sarà tua.» «Ho paura, Carlo» gli rispose, «ho tanta paura, ci sono avversari molto forti ed ho paura.» «No, no non dirlo e non pensarlo, tu sei la più forte e ce la farai, sono sicurissimo.» Emma salutò con un bacio suo padre, Carlo pure e se ne andarono in silenzio.

erano molto soddisfatti dei risultati ottenuti. Erano sicuri della qualificazione. Il giorno tanto atteso finalmente arrivò. Era l’ultimo sabato di agosto. La notte Emma aveva dormito un po’ agitata, per il pensiero della gara. Di buon mattino si alzò e scese in cucina per la colazione. C’era sua madre ad attenderla seduta al tavolo: insieme presero il caffè. «Mamma! Sono un po’ agitata ed ho tanta paura.» «Non ci pensare, abbi fiducia in te stessa e vedrai che ce la farai, ne sono certa.» «Grazie per l’incoraggiamento!» le diede un bacio e uscì di casa. Si mise il casco, accese il motorino e partì. Fece un po’ di strada perché il posto dove doveva recarsi non era vicino a casa, ma non importava, quella visita la doveva fare a tutti i costi. Arrivata in fondo al cancello spense il motore e si avviò lungo il viale pieno di sassolini, era sola ma non importava, anzi era meglio così, poteva parlare liberamente. Svoltò a destra ed eccola arrivata, lui era lì che le sorrideva e la guardava. Si mise seduta per terra mentre lo fissava. «Ciao papà, sono venuta presto stamani, perché, come tu sai, oggi ho la gara. Ho tanta paura sai, se almeno ci fossi stato tu ad incoraggiarmi, tutto sarebbe stato diverso. Cosa pensi, ce la farò?» In quel momento si sentì mettere una mano sulla spalla e quasi ebbe paura perché pensava di essere sola. Era Carlo: anche lui era lì: sapeva benissimo, conoscendola, che prima della gara sarebbe passata dal cimitero a trovare suo padre. «Stai tranquilla cara, ho tanta fiducia in te e sono sicuro che vincerai quell’oro e la qualificazione sarà tua.» «Ho paura, Carlo» gli rispose, «ho tanta paura, ci sono avversari molto forti ed ho paura.» «No, no non dirlo e non pensarlo, tu sei la più forte e ce la farai, sono sicurissimo.» Emma salutò con un bacio suo padre, Carlo pure e se ne andarono in silenzio.

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erano molto soddisfatti dei risultati ottenuti. Erano sicuri della qualificazione. Il giorno tanto atteso finalmente arrivò. Era l’ultimo sabato di agosto. La notte Emma aveva dormito un po’ agitata, per il pensiero della gara. Di buon mattino si alzò e scese in cucina per la colazione. C’era sua madre ad attenderla seduta al tavolo: insieme presero il caffè. «Mamma! Sono un po’ agitata ed ho tanta paura.» «Non ci pensare, abbi fiducia in te stessa e vedrai che ce la farai, ne sono certa.» «Grazie per l’incoraggiamento!» le diede un bacio e uscì di casa. Si mise il casco, accese il motorino e partì. Fece un po’ di strada perché il posto dove doveva recarsi non era vicino a casa, ma non importava, quella visita la doveva fare a tutti i costi. Arrivata in fondo al cancello spense il motore e si avviò lungo il viale pieno di sassolini, era sola ma non importava, anzi era meglio così, poteva parlare liberamente. Svoltò a destra ed eccola arrivata, lui era lì che le sorrideva e la guardava. Si mise seduta per terra mentre lo fissava. «Ciao papà, sono venuta presto stamani, perché, come tu sai, oggi ho la gara. Ho tanta paura sai, se almeno ci fossi stato tu ad incoraggiarmi, tutto sarebbe stato diverso. Cosa pensi, ce la farò?» In quel momento si sentì mettere una mano sulla spalla e quasi ebbe paura perché pensava di essere sola. Era Carlo: anche lui era lì: sapeva benissimo, conoscendola, che prima della gara sarebbe passata dal cimitero a trovare suo padre. «Stai tranquilla cara, ho tanta fiducia in te e sono sicuro che vincerai quell’oro e la qualificazione sarà tua.» «Ho paura, Carlo» gli rispose, «ho tanta paura, ci sono avversari molto forti ed ho paura.» «No, no non dirlo e non pensarlo, tu sei la più forte e ce la farai, sono sicurissimo.» Emma salutò con un bacio suo padre, Carlo pure e se ne andarono in silenzio.

erano molto soddisfatti dei risultati ottenuti. Erano sicuri della qualificazione. Il giorno tanto atteso finalmente arrivò. Era l’ultimo sabato di agosto. La notte Emma aveva dormito un po’ agitata, per il pensiero della gara. Di buon mattino si alzò e scese in cucina per la colazione. C’era sua madre ad attenderla seduta al tavolo: insieme presero il caffè. «Mamma! Sono un po’ agitata ed ho tanta paura.» «Non ci pensare, abbi fiducia in te stessa e vedrai che ce la farai, ne sono certa.» «Grazie per l’incoraggiamento!» le diede un bacio e uscì di casa. Si mise il casco, accese il motorino e partì. Fece un po’ di strada perché il posto dove doveva recarsi non era vicino a casa, ma non importava, quella visita la doveva fare a tutti i costi. Arrivata in fondo al cancello spense il motore e si avviò lungo il viale pieno di sassolini, era sola ma non importava, anzi era meglio così, poteva parlare liberamente. Svoltò a destra ed eccola arrivata, lui era lì che le sorrideva e la guardava. Si mise seduta per terra mentre lo fissava. «Ciao papà, sono venuta presto stamani, perché, come tu sai, oggi ho la gara. Ho tanta paura sai, se almeno ci fossi stato tu ad incoraggiarmi, tutto sarebbe stato diverso. Cosa pensi, ce la farò?» In quel momento si sentì mettere una mano sulla spalla e quasi ebbe paura perché pensava di essere sola. Era Carlo: anche lui era lì: sapeva benissimo, conoscendola, che prima della gara sarebbe passata dal cimitero a trovare suo padre. «Stai tranquilla cara, ho tanta fiducia in te e sono sicuro che vincerai quell’oro e la qualificazione sarà tua.» «Ho paura, Carlo» gli rispose, «ho tanta paura, ci sono avversari molto forti ed ho paura.» «No, no non dirlo e non pensarlo, tu sei la più forte e ce la farai, sono sicurissimo.» Emma salutò con un bacio suo padre, Carlo pure e se ne andarono in silenzio.

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I

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l momento tanto atteso arrivò; il parcheggio intorno al lago era pieno di auto, migliaia di persone si erano già disposte vicino alla partenza e alcune all’arrivo. Anna e Francesco erano lì alla partenza, trepidanti aspettavano. Due batterie erano già partite, la sua era la terza. Eccole! Emma e Ketty scesero in acqua con le loro canoe, gareggiavano vicine e le altre sei avversarie di fianco, indossavano ambedue la stessa muta blu con due righe rosa al centro, gareggiavano per la stessa squadra. Con calma, forse apparente, entrarono nelle loro canoe, si distesero con esattezza sul sedile mettendo l'una vicino all'altra le gambe ed i piedi allineati. Afferrarono con decisione la pagaia con le mani. Si guardarono negli occhi per un minuto, quell’attimo fu lungo una vita. In quello sguardo ci fu un’intesa tale che le due ragazze si fecero l’occhiolino, si mandarono un bacio e si dissero tutto. Il giudice le invitò a prepararsi e a mettersi in fila, un colpo di pistola e via, partite. Emma era la terza, vogava velocemente ma la sua avversaria. quella tanto temuta, era sempre in testa. “Non posso perdere,” pensava “ce la devo fare, devo arrivare prima di lei!”. E con quanta forza aveva nelle braccia e gambe cominciò a rimontare mentre dalla riva Carlo le urlava: «Forza, forza! ancora di più, più veloce!». Quegli attimi non finivano mai. Erano sempre a metà lago. La rivale era sempre lì, al suo fianco, non cedeva. Le forze le stavano mancando ma non doveva mollare. Fece appello a tutte le sue energie e come per magia sentì la sua canoa scivolare leggera sull'acqua. E quando vide che con la punta della sua canoa aveva tagliato il traguardo, alzò le braccia al cielo e iniziò a piangere: ce l’aveva fatta, aveva vinto, era lei la più forte. Si era qualificata per gli europei. Subito le venne alla mente il ricordo di suo padre. Come sarebbe stato contento fosse stato lì con lei! Un nodo le serrò la gola e dai suoi occhi cominciarono a uscire lacrime che non riusciva più a trattenere. Arrivò piano piano al molettino n. 3, il suo molettino. C’erano ad attenderla sua madre, Carlo e Francesco. Uscì dalla canoa stremata e sua madre l’avvolse

l momento tanto atteso arrivò; il parcheggio intorno al lago era pieno di auto, migliaia di persone si erano già disposte vicino alla partenza e alcune all’arrivo. Anna e Francesco erano lì alla partenza, trepidanti aspettavano. Due batterie erano già partite, la sua era la terza. Eccole! Emma e Ketty scesero in acqua con le loro canoe, gareggiavano vicine e le altre sei avversarie di fianco, indossavano ambedue la stessa muta blu con due righe rosa al centro, gareggiavano per la stessa squadra. Con calma, forse apparente, entrarono nelle loro canoe, si distesero con esattezza sul sedile mettendo l'una vicino all'altra le gambe ed i piedi allineati. Afferrarono con decisione la pagaia con le mani. Si guardarono negli occhi per un minuto, quell’attimo fu lungo una vita. In quello sguardo ci fu un’intesa tale che le due ragazze si fecero l’occhiolino, si mandarono un bacio e si dissero tutto. Il giudice le invitò a prepararsi e a mettersi in fila, un colpo di pistola e via, partite. Emma era la terza, vogava velocemente ma la sua avversaria. quella tanto temuta, era sempre in testa. “Non posso perdere,” pensava “ce la devo fare, devo arrivare prima di lei!”. E con quanta forza aveva nelle braccia e gambe cominciò a rimontare mentre dalla riva Carlo le urlava: «Forza, forza! ancora di più, più veloce!». Quegli attimi non finivano mai. Erano sempre a metà lago. La rivale era sempre lì, al suo fianco, non cedeva. Le forze le stavano mancando ma non doveva mollare. Fece appello a tutte le sue energie e come per magia sentì la sua canoa scivolare leggera sull'acqua. E quando vide che con la punta della sua canoa aveva tagliato il traguardo, alzò le braccia al cielo e iniziò a piangere: ce l’aveva fatta, aveva vinto, era lei la più forte. Si era qualificata per gli europei. Subito le venne alla mente il ricordo di suo padre. Come sarebbe stato contento fosse stato lì con lei! Un nodo le serrò la gola e dai suoi occhi cominciarono a uscire lacrime che non riusciva più a trattenere. Arrivò piano piano al molettino n. 3, il suo molettino. C’erano ad attenderla sua madre, Carlo e Francesco. Uscì dalla canoa stremata e sua madre l’avvolse

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l momento tanto atteso arrivò; il parcheggio intorno al lago era pieno di auto, migliaia di persone si erano già disposte vicino alla partenza e alcune all’arrivo. Anna e Francesco erano lì alla partenza, trepidanti aspettavano. Due batterie erano già partite, la sua era la terza. Eccole! Emma e Ketty scesero in acqua con le loro canoe, gareggiavano vicine e le altre sei avversarie di fianco, indossavano ambedue la stessa muta blu con due righe rosa al centro, gareggiavano per la stessa squadra. Con calma, forse apparente, entrarono nelle loro canoe, si distesero con esattezza sul sedile mettendo l'una vicino all'altra le gambe ed i piedi allineati. Afferrarono con decisione la pagaia con le mani. Si guardarono negli occhi per un minuto, quell’attimo fu lungo una vita. In quello sguardo ci fu un’intesa tale che le due ragazze si fecero l’occhiolino, si mandarono un bacio e si dissero tutto. Il giudice le invitò a prepararsi e a mettersi in fila, un colpo di pistola e via, partite. Emma era la terza, vogava velocemente ma la sua avversaria. quella tanto temuta, era sempre in testa. “Non posso perdere,” pensava “ce la devo fare, devo arrivare prima di lei!”. E con quanta forza aveva nelle braccia e gambe cominciò a rimontare mentre dalla riva Carlo le urlava: «Forza, forza! ancora di più, più veloce!». Quegli attimi non finivano mai. Erano sempre a metà lago. La rivale era sempre lì, al suo fianco, non cedeva. Le forze le stavano mancando ma non doveva mollare. Fece appello a tutte le sue energie e come per magia sentì la sua canoa scivolare leggera sull'acqua. E quando vide che con la punta della sua canoa aveva tagliato il traguardo, alzò le braccia al cielo e iniziò a piangere: ce l’aveva fatta, aveva vinto, era lei la più forte. Si era qualificata per gli europei. Subito le venne alla mente il ricordo di suo padre. Come sarebbe stato contento fosse stato lì con lei! Un nodo le serrò la gola e dai suoi occhi cominciarono a uscire lacrime che non riusciva più a trattenere. Arrivò piano piano al molettino n. 3, il suo molettino. C’erano ad attenderla sua madre, Carlo e Francesco. Uscì dalla canoa stremata e sua madre l’avvolse

l momento tanto atteso arrivò; il parcheggio intorno al lago era pieno di auto, migliaia di persone si erano già disposte vicino alla partenza e alcune all’arrivo. Anna e Francesco erano lì alla partenza, trepidanti aspettavano. Due batterie erano già partite, la sua era la terza. Eccole! Emma e Ketty scesero in acqua con le loro canoe, gareggiavano vicine e le altre sei avversarie di fianco, indossavano ambedue la stessa muta blu con due righe rosa al centro, gareggiavano per la stessa squadra. Con calma, forse apparente, entrarono nelle loro canoe, si distesero con esattezza sul sedile mettendo l'una vicino all'altra le gambe ed i piedi allineati. Afferrarono con decisione la pagaia con le mani. Si guardarono negli occhi per un minuto, quell’attimo fu lungo una vita. In quello sguardo ci fu un’intesa tale che le due ragazze si fecero l’occhiolino, si mandarono un bacio e si dissero tutto. Il giudice le invitò a prepararsi e a mettersi in fila, un colpo di pistola e via, partite. Emma era la terza, vogava velocemente ma la sua avversaria. quella tanto temuta, era sempre in testa. “Non posso perdere,” pensava “ce la devo fare, devo arrivare prima di lei!”. E con quanta forza aveva nelle braccia e gambe cominciò a rimontare mentre dalla riva Carlo le urlava: «Forza, forza! ancora di più, più veloce!». Quegli attimi non finivano mai. Erano sempre a metà lago. La rivale era sempre lì, al suo fianco, non cedeva. Le forze le stavano mancando ma non doveva mollare. Fece appello a tutte le sue energie e come per magia sentì la sua canoa scivolare leggera sull'acqua. E quando vide che con la punta della sua canoa aveva tagliato il traguardo, alzò le braccia al cielo e iniziò a piangere: ce l’aveva fatta, aveva vinto, era lei la più forte. Si era qualificata per gli europei. Subito le venne alla mente il ricordo di suo padre. Come sarebbe stato contento fosse stato lì con lei! Un nodo le serrò la gola e dai suoi occhi cominciarono a uscire lacrime che non riusciva più a trattenere. Arrivò piano piano al molettino n. 3, il suo molettino. C’erano ad attenderla sua madre, Carlo e Francesco. Uscì dalla canoa stremata e sua madre l’avvolse

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con un abbraccio. «Brava, ero sicura che ce l’avresti fatta.» Anche Carlo l’abbracciò e si congratulò con lei. Francesco le diede un bacio e le sussurrò all’orecchio: «Per la mia stella vincente. Ti voglio bene.» Si sentì chiamare, si voltò, era Ketty che le stava correndo incontro. «Brava, brava, hai visto? Hai vinto, ti sei guadagnata la qualificazione. Sono molto felice per te.» «Grazie Ketty, ma non credevo di farcela, giuro! Quella lì era più forte di un caterpillar.» Alcune persone di sua conoscenza andavano a congratularsi dandole la mano e baciandola. Ma lei aveva fretta, doveva recarsi ad un appuntamento a cui non poteva mancare. Finito di salutare tutti, Emma si diresse verso il motorino, indossò il casco e veloce come un fulmine prese la strada principale. Fatto qualche chilometro, arrivò di fronte a quel cancello che lei amava tanto, lasciò il motore e correndo felice come non era mai stata, arrivò di fronte a suo padre. «Ciao papà! Ce l'ho fatta! Ho vinto, come sarei stata contenta se ci fossi stato anche tu! Grazie di avermi dato la forza di lottare. Ti voglio bene papà!» Rimase lì, davanti a quella fotografia dove suo padre le sorrideva, immersa nei suoi pensieri. Non sapeva quanto tempo era trascorso, ma si accorse che stava già calando il sole, lo baciò, lo salutò e si incamminò verso l’uscita. Al cancello c’era sua madre, era sicura che l’avrebbe trovata lì. Si abbracciarono strette strette e in quell’abbraccio c’era tutto il loro amore e il ricordo di un bravo papà e marito.

con un abbraccio. «Brava, ero sicura che ce l’avresti fatta.» Anche Carlo l’abbracciò e si congratulò con lei. Francesco le diede un bacio e le sussurrò all’orecchio: «Per la mia stella vincente. Ti voglio bene.» Si sentì chiamare, si voltò, era Ketty che le stava correndo incontro. «Brava, brava, hai visto? Hai vinto, ti sei guadagnata la qualificazione. Sono molto felice per te.» «Grazie Ketty, ma non credevo di farcela, giuro! Quella lì era più forte di un caterpillar.» Alcune persone di sua conoscenza andavano a congratularsi dandole la mano e baciandola. Ma lei aveva fretta, doveva recarsi ad un appuntamento a cui non poteva mancare. Finito di salutare tutti, Emma si diresse verso il motorino, indossò il casco e veloce come un fulmine prese la strada principale. Fatto qualche chilometro, arrivò di fronte a quel cancello che lei amava tanto, lasciò il motore e correndo felice come non era mai stata, arrivò di fronte a suo padre. «Ciao papà! Ce l'ho fatta! Ho vinto, come sarei stata contenta se ci fossi stato anche tu! Grazie di avermi dato la forza di lottare. Ti voglio bene papà!» Rimase lì, davanti a quella fotografia dove suo padre le sorrideva, immersa nei suoi pensieri. Non sapeva quanto tempo era trascorso, ma si accorse che stava già calando il sole, lo baciò, lo salutò e si incamminò verso l’uscita. Al cancello c’era sua madre, era sicura che l’avrebbe trovata lì. Si abbracciarono strette strette e in quell’abbraccio c’era tutto il loro amore e il ricordo di un bravo papà e marito.

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con un abbraccio. «Brava, ero sicura che ce l’avresti fatta.» Anche Carlo l’abbracciò e si congratulò con lei. Francesco le diede un bacio e le sussurrò all’orecchio: «Per la mia stella vincente. Ti voglio bene.» Si sentì chiamare, si voltò, era Ketty che le stava correndo incontro. «Brava, brava, hai visto? Hai vinto, ti sei guadagnata la qualificazione. Sono molto felice per te.» «Grazie Ketty, ma non credevo di farcela, giuro! Quella lì era più forte di un caterpillar.» Alcune persone di sua conoscenza andavano a congratularsi dandole la mano e baciandola. Ma lei aveva fretta, doveva recarsi ad un appuntamento a cui non poteva mancare. Finito di salutare tutti, Emma si diresse verso il motorino, indossò il casco e veloce come un fulmine prese la strada principale. Fatto qualche chilometro, arrivò di fronte a quel cancello che lei amava tanto, lasciò il motore e correndo felice come non era mai stata, arrivò di fronte a suo padre. «Ciao papà! Ce l'ho fatta! Ho vinto, come sarei stata contenta se ci fossi stato anche tu! Grazie di avermi dato la forza di lottare. Ti voglio bene papà!» Rimase lì, davanti a quella fotografia dove suo padre le sorrideva, immersa nei suoi pensieri. Non sapeva quanto tempo era trascorso, ma si accorse che stava già calando il sole, lo baciò, lo salutò e si incamminò verso l’uscita. Al cancello c’era sua madre, era sicura che l’avrebbe trovata lì. Si abbracciarono strette strette e in quell’abbraccio c’era tutto il loro amore e il ricordo di un bravo papà e marito.

con un abbraccio. «Brava, ero sicura che ce l’avresti fatta.» Anche Carlo l’abbracciò e si congratulò con lei. Francesco le diede un bacio e le sussurrò all’orecchio: «Per la mia stella vincente. Ti voglio bene.» Si sentì chiamare, si voltò, era Ketty che le stava correndo incontro. «Brava, brava, hai visto? Hai vinto, ti sei guadagnata la qualificazione. Sono molto felice per te.» «Grazie Ketty, ma non credevo di farcela, giuro! Quella lì era più forte di un caterpillar.» Alcune persone di sua conoscenza andavano a congratularsi dandole la mano e baciandola. Ma lei aveva fretta, doveva recarsi ad un appuntamento a cui non poteva mancare. Finito di salutare tutti, Emma si diresse verso il motorino, indossò il casco e veloce come un fulmine prese la strada principale. Fatto qualche chilometro, arrivò di fronte a quel cancello che lei amava tanto, lasciò il motore e correndo felice come non era mai stata, arrivò di fronte a suo padre. «Ciao papà! Ce l'ho fatta! Ho vinto, come sarei stata contenta se ci fossi stato anche tu! Grazie di avermi dato la forza di lottare. Ti voglio bene papà!» Rimase lì, davanti a quella fotografia dove suo padre le sorrideva, immersa nei suoi pensieri. Non sapeva quanto tempo era trascorso, ma si accorse che stava già calando il sole, lo baciò, lo salutò e si incamminò verso l’uscita. Al cancello c’era sua madre, era sicura che l’avrebbe trovata lì. Si abbracciarono strette strette e in quell’abbraccio c’era tutto il loro amore e il ricordo di un bravo papà e marito.

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