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Antonio Sandri

UOMO IN ROSSO


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Premessa e conclusione

UOMO IN ROSSO

Ăˆ solo questione di metodo


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Mi sentivo tranquillo e quindi soddisfatto. Ogni cosa era al suo posto ed io ero al posto che mi competeva in mezzo a tutte le cose. Avevo cercato più volte di spiegare questa situazione ad altri ma con modesti risultati. Non ero mai riuscito ad andare più in là di far riconoscere l'equivocità dei punti di vista per poter avere un vissuto tranquillo. Si riconosceva che il mio era un auspicabile punto di vista. Ma il mio non è un punto di vista. Sapere che se appoggio il piede sul pavimento non scivolo, è qualche cosa di diverso che un semplice punto di vista, data tutta la soggettività che un punto di vista implica e che dà diritto a qualsiasi altro di averne uno totalmente differente. Il pavimento può essere anche scivoloso, io debbo però saperlo per rendere sicuro il passo. Non può essere forse uno forse l’altro, scivoloso o non scivoloso Sarebbe equivoco, il che significherebbe non al suo posto. Sapere che c'è un gradino è atteggiare il corpo, i muscoli, l'attesa in tal senso e quindi incontrarlo con il piede. È molto di più di un semplice punto di vista, perché coinvolge la corporalità. Bisogna sapere e riconoscere che l'essenza, la ragion d’essere di un gradino è trovarsi in quel posto, in quella maniera e in quel momento. Aspettarsi che qualche cosa avvenga e costatare che avviene e avviene proprio quando deve avvenire: questa è l’essenza della tranquillità e della conoscenza per poterlo essere. Quante discussioni e divagazioni su questo tema!


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La prima indicazione per una valutazione del "sentirsi tranquillo" veniva, e viene tuttora, espressa con l'atteggiamento dell'ovvio e quindi di un atteggiamento, più o meno percepibile di: "non perdiamoci sopra troppo tempo, c'è il mondo e la vita là fuori, chiedono di noi, si aspettano la nostra presenza, che, anche noi, ci troviamo al nostro posto". Confesso che parlando del mio essere tranquillo, penso proprio al mondo e alla vita, dove la tranquillità, invece che là fuori, è dentro di me: è la testimonianza del mio essermi già talmente introdotto e adeguato alla realtà che mi circonda da essere, appunto, tranquillo. Essere tranquillo è anche non desiderare che le cose cambino. Significherebbe dover cambiare se stessi per rimanere adeguati e al posto giusto, secondo le attese. Cambiamento significa dire addio alla tranquillità. Se mentre ti siedi, ti fanno lo scherzo - stupido fin che vuoi, ma sempre situazione reale - di toglierti la sedia di sotto il culo, (scusa dell'espressione ma quando ci vuole ci vuole), le tue chiappe vanno là dove tu non volevi andassero, producendo molti effetti deleteri, tra i quali quello di far andare a quel paese ogni significato esistenziale di tranquillità. Apprezza che ho abbinato il concetto di esistenzialità con quello di tranquillità. Ma è proprio questo che mi dà ragione, è proprio il dolore che prova il mio deretano e la stizza e la rabbia di essere considerato ancora il tipo "togliamogli la sedia da sotto il culo che ci facciamo una risata" che dimostra che il valore, il senso, il significato, la giustificazione e l’essenza di essere sedia è di sostenere il mio deretano e ogni volta che, per qualsiasi ragione, non lo fa è fuori, è out. È non essere al proprio posto nel modo e al momento giusto per svolgere la propria funzione.


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Essere tranquilli è vivere la corrispondenza tra l'essere di una cosa e il suo esserci, il che vuol dire realizzazione piena della propria natura. La somma di queste corrispondenze è la totalità della tranquillità del mondo universo che diventa la mia tranquillità. Mi si contesta dicendo: - Linguaggio difficile per dire che tu a questo mondo ti trovi bene, sei appagato, non hai grane né pensieri e, se permetti, neanche desideri. No!! Ancora una volta, no. Il fatto che il gradino si trovi esattamente là dove il mio piede deve incontrarlo, non vuol dire che quel gradino mi piaccia e che io sono soddisfatto che ci sia. Prendo solo atto che c'è e mi adeguo. Non mi piacciono i serpenti velenosi, né i ragni, né i topi da fogna, ma li accetto; se continuano a rimanere quello che sono e al posto loro consono, fanno parte della mia tranquillità. Non fa parte della mia tranquillità se trovo diventato velenoso il mio cane o traditore il mio amico poiché allora significa che non solo la mia tranquillità ma quella del mondo e della vita e' andata in pezzi ed allora debbo ricercarla (preferirei usare il termine ricrearla) con fatica e al prezzo della perdita della tranquillità. Non è l'esistenza del male e della cattiveria che toglie qualcosa alla tranquillità ma quello di trovarli dove non ci dovrebbero stare. Amo il rosso e desidero che tutto ciò che mi circonda sia rosso o una sua tonalità. Mi sento al mio posto, nella maniera giusta se il mondo in cui vivo è riconducibile e rivestito con il colore rosso. Mi sento a mio agio.


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Non mi interessa che sia limitativo per il fatto che ci sono molti altri colori e il mondo sia pieno di colori. Mi sento a mio agio solo con le infinite variazioni del colore rosso. Vesto di rosso. L’intimo che indosso è di rosso tenue. Le scarpe sono di vernice rosso splendente. I miei capelli sono rosso ramato. La carnagione è di una delicata sfumatura di rosso con diffuse efelidi rosse. Mi posso permettere un maggiordomo ed anche questi veste di rosso, come il sottoscritto. Solo le sue scarpe sono nere a significare non che è un inferiore, ma che non ha ancora completamento compreso l’importanza di essere nel rosso come libera scelta per stare bene e vivere bene. A questo punto, ritengo sia inutile descrivere l’arredamento della mia casa basato in un intelligente utilizzo delle sfumature del rosso. Anni ho impiegato per raggiungere questo risultato e finalmente lo trovo soddisfacente. Da qui la mia inquietudine quando mi trovai, improvvisamente davanti, un uomo vestito completamente di verde come io lo ero di rosso. Aveva suonato e il mio maggiordomo non aveva potuto fare altro che introdurlo nel mio studio, data la sua insistenza. Era educato. Mi porse i suoi saluti con gesti appropriati e chiedendomi scusa per l’intrusione. Gli dissi un po’ bruscamente: - Spero lei si renda conto del turbamento che mi causa. - Me ne rendo conto.


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- Spero si renda conto che lei appartiene a un altro mondo, a un’altra logica, a un’altra maniera di vivere e pensare. - Me ne rendo conto. - Allora quale è il motivo che l’ha condotta qui? - Ritengo che, pur essendo diversi, abbiamo molte cose in comune. - Non ne scorgo alcuna. - Per scorgerle è necessario lei accetti la validità del colore verde e della maniera di vivere che implica. Essa ha pari dignità del rosso. - Non è un problema che mi interessa…anzi mi rifiuto di rifletterci sopra. Verrebbe a turbare l’equilibrio, il mio stare bene. Sarebbe un cambiamento enorme al quale sarei costretto sacrificare la mia tranquillità. - Se mi permette la sua risposta è dire no perché no. - Può essere. Per me è una riposta soddisfacente. Più lo guardavo, più dialogavo, più mi rendevo conto della sua estraneità. Macchia di verde nel mio rosso. Sì, era proprio una turpe macchia. Deturpava la sacralità del vivere propria della stirpe degli amanti del rosso. Aggiunsi: - La invito ad andarsene. - Non è possibile. Rimasi stupefatto. - Perché? - Perché questa è anche la mia casa. Un silenzio di sorpresa fu l’unica risposta a me possibile.


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- Non si stupisca. Da sempre abito in questa casa. Mi sono nascosto per lasciare a te lo spazio, come dici tu, per realizzarti e vivere in tranquillità. Ce l’hai fatta. È venuto il momento di farmi vivo. Puoi cacciarmi, dirmi di andarmene. Da questo momento, però, saprai che sono, abito, vivo vicino a te. Sono dietro di te. Non è possibile eludere esigenze e interrogativi che derivano dal mio essere verde. Essi esistono, anche se ammettere che sono tue esigenze e tuoi interrogativi, costa la tua tranquillità. Chiamami quando ti sentirai pronto a parlarmi.


Uomo in rossa