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Sandri Antonio

Andarsene


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Devo prepararmi ad andare, a uscire dalla scena della vita. Sono vecchio. In questo passaggio vi sono cose che riguardano me e solo me stesso, ve ne sono altre che non mi riguardano. Le cose che riguardano me stesso quelle del dopo morte. Che ne sarà di me? Sarò ancora un uomo, anche se trasfigurato, che ha una coscienza? O sarò assorbito dal Tutto, perdendo ogni tipo di identità? O, che è la stessa cosa, sarò ingoiato dal Nulla. Che tipo di coscienza avrò di me e di quello che ci sarà attorno a me? Se io sarò assorbito dal Tutto, non ci sarà preparazione al dopo morte che valga, qualsiasi cosa faccia, il Tutto sarà sempre un non io. Non avrò coscienza né conoscenza separate, personali. Anche se il Tutto avrà una coscienza e una conoscenza, questa sarà una faccenda sua non mia. Se poi nemmeno lui, il Tutto, è dotato di coscienza e conoscenza, allora il Tutto equivale al Nulla. Niente può influenzare il Nulla. Se rimarrò io, con la mia coscienza e conoscenza, solo allora si presenta il problema del dopo morte. Sarà un problema mio mentre vivo e riguarderà anche la solitudine nel morire e della morte. Non so quanto mi riguarderà la solitudine della morte, ma può essere un problema del quale vale la pena di riflettere. Almeno un po’.


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Dopo che me ne sarò andato, dietro di me rimarranno persone, cose e ricordi. Non desidero parlare delle persone, perché quando sarò morto, il problema riguarderà loro e non io. Per quanto riguarda i miei ricordi, se rimarrò persona, avranno un senso, anche se non so quale, in caso contrario con i miei ricordi moriranno quelli e quelle cose che vi avevano trovato posto. Cose. Quali cose? Per quanto mi riguarda, posso tentare un elenco di quelle che paiono più interessanti: • Libri; • Carte da me scritte, alcune leggibili altre meno; • File nel computer, alcuni stampati e raccolti, altri stampati e non raccolti, altri ancora non stampati. • Disegni. Ci possono essere anche altre cose, ma le ritengo meno importanti (forse meglio classificarle come meno interessanti). Se mi viene in mente qualche cosa da meritare di essere citata lo farò. Volendo sottilizzare, vi è l’impronta della mia persona, anche nelle penne (per essere precisi meglio dire “mezzo per scrivere”). Ne ho moltissime. Qualcuna rubata, faceva parte dei miei piccoli furti, qualcuna è un retaggio di quelle a disposizione nei convegni o nella banche, qualche regalo, qualcuna comperata. Nella vita ho cambiato molte volte mezzo per scrivere. Ognuno ha una sua personalità e caratteristica. Ricordo ancora – e questa volta ricordare è sentirla tra le dita – la penna che utilizzavo nelle elementari: un pezzo di legno rotondo con in cima un porta pennino di lamiera sottile ed il pennino. Non riesco a descriverlo ma lo ricordo


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benissimo, come ricordo l’invidia per coloro che usavano pennini a forma di torre Eiffel. Scrivevano peggio, perché tendevano a lacerare la carta, ma erano molto belli. Il mio pennino e la penna non so disegnarli ma l’ho trovati su Google. Me li ricordo benissimo così come il calamaio della scuola, incassato nel banco, di vetro spesso, sempre senza inchiostro, ma incrostato di quello vecchio e rappreso. Il bidello teneva e custodiva una piccola damigiana d’inchiostro dentro uno sgabuzzino, ricavato nel sottoscala della scala che portava al primo piano, con relativa porticina chiusa a chiave. Il mio ricordo dice che i calamai erano quasi sempre vuoti. Quelle volte che erano riempiti, era ancora peggio perché ci immergevamo la penna fino in fondo e il manico ne usciva gocciolante ed impasticciava irrimediabilmente il quaderno. Disastro, perché allora si aveva un solo quaderno. Solamente in terza elementare diventavano due, uno a quadretti per l’aritmetica, l’altro a righe per scrivere. A casa l’inchiostro era contenuto nelle boccettine che sembravano cubi con un buco laterale. (anche questa figura è ripresa da Google). La mia prima penna stilografica mi è stata regalata che frequentavo, non ricordo, la prima o la seconda media. Sono propenso a ritenere fosse la prima media inferiore, come si diceva allora. Era la prima volta che si chiamava così perché prima era chiamata prima ginnasio. Sì, perché ho avuto la fortuna (fortuna?) di iniziare i miei studi con la riforma fascista del ginnasio. Il professore di lettere, che era prete e fascista, ci ha fatto un libro che contiene scritti di noi studenti. Ce l’ho ancora. Un giorno non trovo più la penna stilografica. Non ho il coraggio di confessare di averla perduta.


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Quella prima penna stilografica per me aveva più valore di quello che aveva avuto l’orologio della Cresima. Sì, perché alla Cresima i padrini regalavano un orologio. Era la testimonianza che tu divenivi padrone del tuo tempo, eri diventato adulto. A quei tempi gli orologi si classificavano secondo quanti rubini avevano. Lo portavano scritto nel quadrante. Il mio ne aveva dodici ed era ritenuto averne tanti. Ma quella stilografica valeva di più. Ora non ricordo perché aveva un valore così grande per me, so che lo aveva. Ero in collegio e a tutti quelli che mi venivano a trovare dicevo che avevo una penna stilografica e che la tenevo sul banco di scuola. Giuravo che non l’avevo perduta. Lo giuravo anche se non me lo chiedevano. Fu un periodo di lungo disagio a scuola poiché non avevo niente con cui scrivere. Chiesi a un mio compiano di banco in prestito, almeno per un momento, la sua. La risposta fu “No!”. anche se io a lui l’avevo imprestata. L’hanno trovata tempo dopo: era in una mia giacca che era nel guardaroba del collegio. Vengo chiamato, mi mostrano la penna: è la mia. C’era anche la mamma presente che confermava: me l’aveva regalata lei. Io insisto, giuro, mi arrabbio nel confermare che quella penna non è la mia. Mi rifiuto persino di toccarla. “La mia è nel mio banco di scuola”, dico quasi piangendo. Insisto finché cedono e si tengono la penna. Un altro periodo, di cui conservo gli incubi per avere nulla con cui scrivere. Forse è da allora che ho avuto la mania di possedere decine e decine di penne, quasi a soffocare l’angoscia di non avere avuto il coraggio di riconoscere la mia prima penna stilografica. Lasciamo pure le penne che, stilografiche o no, stanno scomparendo davanti all’avanzare del computer. Penso rimarranno finché nelle scuole si insegnerà a scrivere con la penna e uno potrà dire con soddisfazione “anch’io sono un fratello di penna o di matita".


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Ritorniamo ai libri che lascerò in eredità. Dubito saranno una eredità gradita e a chi e per quanto tempo. Occupano molto posto, specie quando divengono inutili. I libri, le carte stampate, in qualche modo rilegate, hanno molte maniere di porsi come ricordo di chi li ha accumulati. Ho conservato quasi tutti quelli di mio padre. Alcuni sono rimasti a mio fratello. Non so perché a lui e quali e che fine abbiano fatto. Ho cercato di costruire quale importanza avessero avuto per mio padre. Forse così l’avrei ricordato meglio. Ho tentato di farlo, tirando fuori dai luoghi nascosti e pieni di ragnatele della memoria, le sue citazioni e da dove le aveva tratte. Sono riuscito a mettere assieme qualche frammento, non certo sufficiente da formare una figura ben delineata di mio padre. I frammenti sono tenuti in qualche maniera assieme dai miei ricordi e i miei ricordi hanno un altro tempo (e un’altra vita) rispetto a quando e in che occasione mio padre ha citato quelle frasi e quei libri. Non è solo la distonia tra i tempi che rendono i legami stabiliti dai ricordi molto fragili e arbitrari. Vi sono anche il quando e il dove e il perché dell’acquisto dei libri che indicano gli interessi e il loro succedersi. Raccontano lo scorrere dei desideri, le occasioni, le pulsioni di un uomo, talvolta del momento, talvolta permanenti. Nella piccola biblioteca (poiché mio padre non possedeva una grande biblioteca), vi erano libri di filosofia, di storia, di religione (una Bibbia in dodici volumi contenente la Vulgata e la sua traduzione in italiano), libri di cultura (anche in questo caso dodici volumi dove, con tutte le opere di Leopardi e di Galileo, vi sono le prediche di San Bernardino e il Galateo di monsignor Dalla Casa). Vi erano opere acquistate a fascicoli come un’enorme enciclopedia Sonzogno, il Decamerone edito da Nerbini, Il Gobbo di Notre Dame, pure edito da Nerbini. Allora una casa editrice all’indice. Inoltre la biblioteca era fornita da


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testi di teosofia che mi fanno pensare che mio padre fosse molto colpito da queste tesi. Conservo un libriccino della SEI che contiene gli Atti degli Apostoli e le lettere canoniche in greco. Lo leggeva quelle poche volte che andava a messa. Potrei aggiunger altri titoli e altri ricordi ma nulla cambierebbe, la figura di quello che era mio padre non cambierebbe: continuerebbe essere mutila e arbitraria. Mio padre era quella rete di sinapsi, costruita durante tutta una vita, con cui incasellava, valutava, sistemava le sensazioni e le percezioni. Che poi questa rete fosse costituita anche da qualche cosa di innato, il mio discorso si farebbe solo più complicato, poiché anche quel qualche cosa di innato, faceva parte inscindibile con la rete nata dalla sua sensibilità. Analogamente, ma molto peggio, ritengo capiterà a chiunque, dopo che me ne sarò andato, e vorrà gettare un occhio interessato alla mia biblioteca (meglio sarebbe dire raccolta di libri). Migliaia di volumi. Qualcuno sarà sfogliato, pochi letti, la maggior parte prenderà solo polvere, finché, prima o dopo, tutti non verranno eliminati o regalati a qualche ente o biblioteca, che non rifiuterà ma non saprà che farsene. Nulla cambia se io affermo che in quei libri, vi è la mia vita spirituale e intellettuale, le mie idiosincrasie, le fantasie, i fallimenti. Ho sempre sofferto della nevrosi dell’accumulo. Accumulare libri e carta stampata mi sembrava desse importanza, fosse un segno di riconoscimento e di identità. Ricordo un negozio di generi alimentari, appena aperto in un paesino di montagna. Nelle intenzioni del titolare probabilmente doveva divenire una specie di emporio. Aveva disposto i pochi barattoli di merce varia, due o tre per scaffale, quasi fosse una collocazione che rispondeva a motivi estetici.


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In realtà erano gli unici che possedeva e che aveva avuto i soldi per comperare. Li aveva disposti così per dar la sensazione di avere il negozio pieno di merci. Sono sicuro che alcuni di quei barattoli fossero vuoti. In realtà indicavano solamente che il titolare aveva pochi soldi, molta buona volontà, ma specialmente una incrollabile speranza. La stessa esperienza l’ho incontrata nelle montagne dell’Erza Erzegovina, molti anni or sono. In questo caso indicava solo povertà se non miseria. Lo stesso è successo a me con i libri. All’inizio ne avevo pochissimi e molto spazio dove collocarli e così li distribuivo “artisticamente”. Oltre che raccogliere di tutto: riviste scadute, vecchie carte, libri di scuola. Riempivano gli spazi. Ora ho molte librerie, in tutte le stanze e gli scaffali si sono moltiplicati. Ho molti libri, troppi e non ho spazio dove metterli, ma continuo ad accumulare, indipendentemente da considerazioni di interesse ed utilità. Sono disposti con un certo ordine, o meglio, la maggior parte è disposta in un certo ordine. Alcuni per casa editoriale, altri per argomento, altri perché sono letti contemporaneamente. Conservo una piccola targa di BonVi, Sturmtruppen, in cui c’è scritto: “I Capi sono come i libri nelle bibliotechen, più sono inutili più stanno in alto”. Lo ritengo un ottimo criterio per la distribuzione dei libri negli scaffali. I libri hanno cambiato molte volte collocazione, così come io cambiavo idee. Quella attuale è probabilmente l’ultima, non ho più tempo per cambiare e non ha più senso. Non è certo la più bella o la più funzionale o la più logica. È solamente l’ultima. Forse la definitiva.


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Per la maggior parte dei libri, certamente la definitiva, perché non gli toglierò mai più da dove sono, né per leggerli né per sfogliarli. Li sto dimenticando. Li tocco ancora, ma solo perché mia moglie mi obbliga una volta l’anno a pulirli e togliere la polvere dagli scaffali. Succede che all’inizio li prendo in mano uno per volta, ne leggo il titolo, lo pulisco e lo ripongo. Melanconia, tanta melanconia e così dopo un po’, pulisco in fretta, alla bene e meglio e non leggo nemmeno i titoli. Tristezza, tanta tristezza. Della maggior parte di loro non mi resterà nemmeno il ricordo. Sto per andarmene. Qualcuno o qualcuna entrerà nella mia casa, guarderà gli scaffali pieni di libri, leggerà qualche titolo sul dorso, forse ne toglierà qualcuno dal suo posto e lo sfoglierà. Chissà se verrà in mente di chiedersi chi era quello che li ha raccolti e vorrà conoscere il perché. In questo caso dirà che ero così o forse colà; convinzioni o opinioni che non avranno niente a che fare con quello che sono stato. Nel migliore dei casi vivrò nel loro ricordo come loro mi ricordano. Sarò il modo in cui sarò ricordato. Non vi è da sperare molto di più. Il loro ricordo sarà l’unico modo di essere ricordato e rimanere nella mente. Significa che qualcuno tenterà di formarsi una immagine di quello che sono stato. Risulterà sfuocata, ma meglio che niente. Ciò che i libri erano per me se ne andrà con me, così come tutte le cose che ho toccato, usato, di cui ho gioito e pianto. Non ti conosce né il toro né il fico, né i cavalli né le formiche di casa tua. …non ti conosce il dorso della pietra, …non ti conosce il tuo muto ricordo,


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…perché tu sei morto per sempre. Versi tratti dalle “In morte di Ignazio” di Garcia Lorca. Ho divagato. Il problema è un altro. Il ricordo che resterà di me, se e quanto resterà, sarà forse importante per qualcuno, ma non avrà niente di che spartire con quello che io sono stato. Perché io sarò morto per sempre. L’unico problema che si pone a me è se sarò ancora persona individuale dopo la morte. Se avrò ricordi, quali avrò? Come influiranno nella mia maniera di essere altro? Perché sarò altro: altro nel corpo altro nel modo di vivere, altro nel modo di sentire. Come altro? Mistero non scalfibile. Godremo della vista di Dio, lo vedremo, saremo nel suo amore. Che cosa vuol dire tutto ciò? Parole, per il momento solo parole. Qualunque descrizione sono vuote parole. Come quel che saremo per l’eternità. Sarà una eternità beata che scorre come il tempo, o una eternità istante presente ed immobile? Si potranno avere rapporti con gli altri morti? Anche le domande sono prive di significato reale, non solo le risposte, poiché sono poste da uno che conosce ed esperimenta solo questo corpo, questo modo di essere uomo e null’altro fuori di questo. L’unica influenza che io posso avere su quello che sarò, sembra consistere se morirò in grazia di Dio, come si dice, o no. Sapendo che Dio è amore, che è misericordia, che è perdono. Non dice molto, anzi niente, ma dà motivo di speranza. La vita in questo mondo scorre su binari assolutamente diversi.


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Saremo trasfigurati. Cosa significhi una espressione del genere non è possibile nemmeno immaginarlo. Come non possiamo immaginare cosa significhi “vedere Dio faccia a facciaâ€?.


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