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Quodlibet Studio CittĂ e paesaggio. In teoria


In primo luogo per noi in ogni senso e dovunque dall’uno e dall’altro lato in alto e in basso non v’è limite al tutto come dissi la cosa in se stessa lo grida e l’essenza stessa del vuoto risulta evidente Lucrezio

In teoria già la sola osservazione è un principio di interpretazione: la posizione dello spettatore nel teatro condizionerà la sua lettura dell’opera. In teoria osservare, speculare, sono due verbi che tendono alla verità inficiandola di realtà. In teoria alla pratica dà norma la teoria, astraendo. Ma, appunto, solo in teoria.


Massimiliano Giberti Compendio di anatomia per progettisti

Quodlibet


Prima edizione: luglio 2014 Š 2014 Quodlibet Via Santa Maria della Porta, 43 - 62100 Macerata www.quodlibet.it Stampa: Industria grafica Bieffe, Recanati (mc) isbn 978-88-7462-xxx-x

CittĂ e paesaggio. In teoria Collana a cura di Alberto Bertagna e Sara Marini

Comitato scientifico: Fulvio Cortese Emanuele Garbin Dario Gentili Alessandra Vaccari

copertina: Archibot Tribute _ Massimiliano Giberti _ 2014. pp. 10, 12, 14, 16, 18, 28, 30, 32, 42, 58, 60, 64, 72, 84, 92, 94, 96, 102, 112, 118, 126, 136, 140: Elaborazione grafica _ Massimiliano Giberti _ 2014. pp. 74, 104, 128, 130: Elaborazione grafica _ Stefano Bai_ 2014. pp. 40, 44, 62, 70, 100,: Elaborazione grafica _ Stefano Bai e Massimiliano Giberti_ 2014.


Indice

3

Body of evidence di Alessandro Valenti

7

Definizione del campo

11

1. Il corpo teologico

41

2. Il corpo meccanico

71

3. Il corpo metabolico

101

4. Il corpo disorganico

137

Suture


Body of evidence Alessandro Valenti

Stato della Louisiana, New Orleans. È sera e il cielo è striato di rosa. Al primo piano di una balcony house del 1865, nota in città come The Buckner Mansion, Fiona Good – un’età indefinibile tra i cinquanta e i sessanta e un rossetto scarlatto esibito su labbra carnose – si passa le dita tra biondi capelli sfibrati da troppe decolorazioni. All’ombra del loggiato, sostenuto da esili colonne sormontate da capitelli ionici, la donna si guarda allo specchio: è ossessionata dall’idea di invecchiare o, peggio, morire; è alla continua ricerca del modo per riguadagnare la propria giovinezza, allontanare il momento in cui sarà solo un corpo inerte. Per farlo, per rinvigorire scheletro e muscolatura che hanno perso elasticità e tono, usa tutti i suoi poteri. Sì, perché Fiona – alias Jessica Lange – è una strega, anzi è la Strega con la esse maiuscola: la Suprema di una congrega di streghe, nonché la protagonista della terza serie dello show televisivo American Horror Story. In scena insieme a lei, puntata dopo puntata, c’è il corpo: il suo più quelli di altri personaggi mutilati, arsi nei roghi, resuscitati, sezionati, amputati e riassemblati come nel gioco del Lego, trasformati in qualcosa che è altro da sé. Niente, guardandoli muoversi o occupare lo spazio dell’abitazione bianca più del bianco, li riconduce alle posture note, alle andature consuete. Del resto cosa c’è di consueto in un corpo che anziché essere piantato a terra fluttua apparentemente appeso alle pareti? Cosa c’è di familiare nella vertigine che precede il momento in cui l’incanto (o incantesimo) finisce e le membra piombano irrimediabilmente sul pavimento?


Fig. 1. J. C. vant Woudt, Teatro di anatomia di Leiden, 1609.


Definizione del campo

L’aula magna è gremita; le teste degli studenti fanno capolino dagli alti banconi in legno che allestiscono l’emiciclo. La luce naturale piove sul centro della stanza, attraverso il vetro opalino del grande lucernaio. Improvvisamente tutti si girano verso una piccola porta ricavata nelle modanature della scalinata: due assistenti in camice bianco introducono una barella sulla quale è possibile immaginare la sagoma di un corpo umano coperta da un lenzuolo. Cala il silenzio, mentre il professore di anatomia fa il suo ingresso, a passi lenti, fermandosi accanto alla barella. Il lenzuolo viene scostato e appare la figura distesa: non un semplice corpo umano, ma un corpo architettonico. Il soggetto di questo volume, organizzato come compendio di quattro sessioni di anatomia comparata è infatti il corpo umano in architettura, o meglio, l’idea che nell’arco degli ultimi 20 secoli l’uomo ha costruito intorno al suo stesso corpo, nel momento in cui si è trovato nell’esigenza di immaginare il proprio spazio architettonico. Uno spazio è dato solo nel momento in cui un corpo lo occupa, nonostante il fatto che alcune caratteristiche proprie dello spazio prescindano dal soggetto collocato in esso e, in qualche modo, ne condizionino l’esistenza. Cosa dunque occupa lo spazio? Un corpo capace di indicare una direzione attraverso un gesto, di definire un’area attraverso una rotazione, di demarcare ed orientare lo spazio stesso. Il corpo umano, ed il sistema proporzionale e modulare ad esso connesso, è anche il primo codice linguistico su cui le antiche civiltà costruiscono la grammatica del loro artificio. A partire dall’antico Egitto, passando attraverso l’Europa del ’500 il modulo proporzionale, applicato al corpo umano come sede di


1.

Il corpo teologico Icona: L’uomo vitruviano Leonardo, 1490 Architettura: Villa Capra, La Rotonda, Vicenza, Palladio, 1451 Parole chiave: misura, proporzione, percezione


Il corpo pallido di Jacques Saunière giaceva sul pavimento esattamente come gliel’aveva mostrato la fotografia. Mentre, fermo al di sopra del corpo, socchiudeva gli occhi a causa della luce troppo forte, Langdon si rammentò con stupore che Saunière aveva consumato i suoi ultimi minuti di vita disponendo il proprio corpo in quello strano modo. Saunière appariva straordinariamente robusto per un uomo della sua età, e la muscolatura era perfettamente visibile. Si era tolto tutti i vestiti, li aveva posati sul pavimento, ben ripiegati, si era sdraiato sulla schiena, nel centro dell’ampio corridoio, allineandosi perfettamente all’asse della sala. Aveva le braccia tese all’esterno e le gambe divaricate come se galleggiasse sull’acqua1.

Parigi 2003. Grande Galleria del Museo del Louvre. Ore 22:46. La scena, descritta nel best seller di Dan Brown Il Codice Da Vinci è la rappresentazione esplicita dell’uomo di Vitruvio: il celebre disegno di Leonardo raffigurante un corpo maschile inscritto all’interno di una circonferenza. Un corpo le cui relazioni con le geometrie del quadrato rimandano a una serie di rapporti numerici, che per secoli hanno regolato le proporzioni dell’architettura2. L’idea portante del mondo astrologico ed alchemico, la teoria del microcosmo e del macrocosmo, che ebbe tra i suoi primi teorizzatori Ippocrate e Democrito, è chiaramente espressa in diversi scritti di Leonardo, collegabile all’idea dell’uomo zodiaco. Il Dan Brown, Il codice Da Vinci, Mondadori, Milano 2003. Alessandro Valenti, Case disperatamente contemporanee, 22 Publishing, Milano 2012. 1 2


2.

Il corpo meccanico Icona: Il Modulor, Le Corbusier, 1946 Architettura: Attico Beistégui Champs Elisées Parigi, Le Corbusier, 1929-31 Parole chiave: organo, meccanismo, dinamicità, visione


La figura che sta prendendo forma a bordo del cargo liberty della compagnia di navigazione americana Vernon S. Hood è priva del braccio destro e del piede sinistro. Non ha volto, la mano sinistra, alzata sopra le spalle, assomiglia più alla chela di un grosso crostaceo che ad un arto umano. Le uniche due parti anatomiche di cui è possibile intuire l’identità sono l’ombelico e i genitali; indizio determinante per definirne il genere: maschio. Mancano solo pochi giorni per l’arrivo a New York, ne sono già passati 15 dalla partenza da Le Havre, quasi tutti trascorsi chiuso in cabina, a rigirare tra le mani affondate nelle tasche il nastro graduato prestatogli da Soltan, arrotolato in una piccola capsula di alluminio di pellicola Kodak. L’elica del nastro srotolato inizia a formarsi anche sul foglio di carta, assumendo la geometria della serie di Fibonacci, parallela al fianco sinistro della sagoma umana stilizzata. Le Corbusier alza la testa soddisfatto; il disegno mette finalmente a sistema una serie di misure che ricorrono incessanti e martellanti nella sua mente: la regola d’oro! Non gli resta che siglarne la data di nascita, il 6 gennaio 1946, e pensare ad un nome per la sua creatura, che sarà conosciuta universalmente come Modulor: una crasi tra i termini module – che incarna ogni idea di misurazione possibile – e section d’or, la regola universale di crescita per ogni forma di vita perfetta1. L’architetto svizzero è entusiasta: Ho ottenuto un disegno molto buono. Ho sviluppato la serie di Fibonacci partendo dalla relazione basata sull’unità 108, che John Summerson, The Classical Language of Architecture, The MIT Press, Cambridge Mass. 1963. 1


3.

Il corpo metabolico Icona: Scanning robot, Stelarc, 1994 Architettura: Kunsthal Rotterdam, OMA, 1992 Parole chiave: innesto, ibridazione, contaminazione, trasformazione, mutazione


Tomoo si alza all’alba, come ogni mattina, nello squallido appartamento. La sequenza dei suoi gesti meccanici e ripetitivi parte dal bagno, davanti allo specchio scheggiato e pieno di macchie, dove inizia a radersi. Improvvisamente il rasoio si blocca lungo il profilo del mento: qualcosa di molto più resistente di un semplice pelo ne ha interrotto il movimento. L’uomo si ferma e inizia a ripulire il viso, mentre cerca di scoprire di cosa si tratta. Si passa le dita sulla barba incolta e scopre di avere un piccolo condensatore elettronico conficcato in faccia. Cerca di estirparlo, ma nella concitazione si ferisce, schizzando sangue un po’ dovunque, nel lavandino e sullo specchio. È l’inizio della metamorfosi che lo condurrà a trasformarsi in Iron Man.

Quella dell’uomo d’acciaio è un’ossessione per Shinja Tsukamoto, il regista giapponese dell’ipermutazione tra la carne e il metallo. Il suo personaggio Tetsuo nasce dal cyberpunk, da Crash di Ballard, da Videodrome di Cronenberg; la costante ricorrente è il tema della mutazione, del conflitto tra carne e macchina, tra corpo e metropoli, un dominio delle macchine che contamina i tessuti organici. Nel suo film d’esordio, Tetsuo (titolo originale The Iron Man, 1988), il metallo non è una protesi funzionale ed estensiva del corpo, è un’alterazione, una fisicità martellante, una metastasi ingestibile e autonoma, è l’accelerazione del postindustriale, è il residuo non riciclabile che si incarna e che diviene corpo. Forse non a caso Tetsuo è anche il nome del protagonista del manga Akira, storia post-atomica creata negli anni ’80 dal maestro Katsuiro Otomo: dopo l’esplosione di un conflitto mondiale definitivo, che ha interrotto l’evoluzione tecnologica dell’umanità, un gruppo di bambini mutanti dotati di superpoteri esp si


4.

Il corpo disorganico Icona: l’uomo icona, Keith Haring Architettura: Mediateca, Sendai, Toyo Ito, 2002 Parole chiave: flusso, rete, sistema, morphing, programma, uso


Jerome entra nel bagno attrezzato con una vasca in acciaio inox, lavandino, doccia e WC chirurgicamente puliti. Accanto alla toilette si trova un grande frigorifero, anche questo in acciaio inox, in stile industriale. Indossando guanti protettivi, Jerome apre il frigorifero raffreddato ad azoto liquido. Una nube di vapore acqueo condensato lo investe. L’interno del frigo è equipaggiato con scaffali carichi di contenitori sterili etichettati e sacchetti di silicone; alcuni contenenti un liquido giallastro, altri, un fluido rosso. Di fronte a uno dei vasi c’è una lista della spesa scritta a mano - “TARTUFI, SIGA, VODKA”. Jerome sorride tra sé mentre recupera la nota insieme a uno dei barattoli. Ne controlla l’etichetta. Soddisfatto della data che trova scritta, rompe il sigillo e versa il contenuto, in un sacchetto di silicone. Lo chiude e ne controlla il funzionamento aprendo la valvola del tubetto che è collegato alla sacca e spruzzando una piccola quantità di liquido nel vicino water. Rimaniamo sul volto di Jerome mentre congiunge le gambe e inserisce il sacchetto sotto la cintura dei pantaloni. Riapre il frigorifero; questa volta tira fuori un vassoio contenente file ordinate di piccole capsule della dimensione di un polpastrello riempite con un liquido di colore rosso profondo. Si toglie i guanti, seleziona una delle bustine e accuratamente la applica al polpastrello del dito indice. Si prepara una seconda bustina per il dito medio. Jerome incolla quindi una finta pelle sopra le bustine, per confonderle con il colore delle sue dita. Jerome, con ancora indosso la sua vestaglia, si arrampica sulla grande scala a chiocciola fino al piano di sopra. Voce fuori campo: Il più irrilevante degli eventi. Jerome Morrow, Navigator di prima classe, è a pochi giorni di


Suture

La scena è occupata da un tavolo e due sedie. La grande sala a tripla altezza è stata riperimetrata con un nastro adesivo bianco attaccato al pavimento: uno spazio a pianta quadrata che non ha soffitto né pareti, ma che è delimitato semplicemente da una linea chiusa. Su quel segno immateriale si accalcano centinaia di corpi indifferenziati, anonimi, disomogenei. Ai quattro angoli altrettanti esili tralicci sostengono l’impianto di illuminazione. Il silenzio è pressoché totale. Marina Abramovic occupa una delle due sedie; ha i capelli neri sistemati in una lunga treccia che le scende sopra la spalla sinistra. Gli occhi lucidi sono rivolti verso il basso, le mani abbandonate in grembo hanno invece il palmo rivolto verso l’alto. Uno degli uomini della sicurezza fa un cenno ad una ragazza che aspetta da ore, in piedi, allineata in equilibrio instabile sul nastro bianco; lei si muove un po’ impacciata, anche perché sente gli occhi di tutte le persone intorno rivolti su di lei. Raggiunge la sedia vuota e si siede. A quel punto Marina alza la testa, apre gli occhi e inizia a fissare il volto della ragazza. Per tre mesi, da marzo a maggio 2010, ripeterà questo rituale ogni giorno, per sette ore consecutive, nella grande hall di ingresso, al piano terra del MoMA di New York. Sulla sedia, di fronte a lei, passano decine di migliaia di persone che stabiliscono una connessione individuale, soggettiva e unica con l’artista. La sua più grande fatica di sempre si consuma in un tempo dilatato quasi all’infinito, nel quale l’unico modo possibile per il suo corpo di entrare in contatto con la massa dei corpi che la circondano è quello di non fare assolutamente niente. Lo spazio dell’involucro che la ospita è annullato; i soli oggetti che dovrebbero indicare una gerarchia tra i corpi diventano elementi quasi


Ringraziamenti Questo volume è stato realizzato con il contributo del Dipartimento di Scienze per l’Architettura, Scuola Politecnica, Università degli Studi di Genova. I contenuti rappresentano una rielaborazione delle ricerche svolte nell’ambito del Dottorato in Problemi e Metodi nella Progettazione Architettonica, coordinato da Franz Prati, presso la Facoltà di Architettura di Genova nonché dell’attività didattica svolta nei laboratori di Progettazione Architettonica presso la medesima Facoltà. L’incontro con Sara Marini e Alberto Bertagna e il loro successivo invito a pubblicare in questa collana è stato determinante per obbligarmi a rivedere, riorganizzare e dare una forma compiuta a tutto il materiale che si è accumulato per 10 anni in diversi hard disk (alcuni dei quali fortunatamente andati distrutti) quaderni di appunti e polverosi raccoglitori. Molte delle idee sviluppate in questo lavoro sono una diretta conseguenza dell’intenso rapporto di collaborazione accademica e professionale con Alessandro Valenti, che si è tradotto negli anni in qualcosa che il termine amicizia forse non rappresenta pienamente. I disegni relativi all’attico Beistégui, alla Kunsthal di Rotterdam e alla Mediateca di Sendai, sono stati realizzati e rielaborati da Stefano Bai, che ha saputo, ancora una volta, interpretare efficacemente le idee e gli spunti schizzati con un pennarello su fogli di riciclo durante le nostre fugaci riunioni intercontinentali. I mini racconti di apertura dei capitoli 2,3,4 e Suture, sono nati come forma di improvvisazione narrativa, quasi quotidiana, con Laura Arrighi, che per prima è stata colpita dalla forza della performance The Artist is Present di Marina Abramovic, al punto da farla diventare un riferimento ricorrente per diverse riflessioni nei campi dell’architettura e del design.


Quodlibet Studio. CittĂ e Paesaggio In teoria

Alberto Bertagna, Sara Marini, In teoria. Assenze, collezioni, angeli Massimiliano Giberti, Compendio di anatomia per progettisti Emanuele Garbin, In bianco e nero. Sulla materia oscura del disegno e dell’architettura

Profile for massimiliano giberti

Compendio di Anatomia per Progettisti  

collana In Teoria, Quodlibet

Compendio di Anatomia per Progettisti  

collana In Teoria, Quodlibet

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