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VIAGGIO ALL’INFERNO E RITORNO DISEGNI DI GAETANO LAZZARINI

A CURA DI

MARIO BERNARDINELLO TESTI DI

PAOLA FAGGELLA


COLOPHON


GAETANO LAZZARINI DISEGNI BIANCO/NERO E COLORATI

EDITORE DIGICOPY (MARCHIO)


Dopo di allora, ad ora incerta, quella pena ritorna, e se non trova chi lo ascolti gli brucia in petto il cuore. Rivede i visi dei suoi compagni lividi nella prima luce, grigi di polvere di cemento, indistinti per nebbia, tinti di morte nei sonni inquieti: a notte menano le mascelle sotto la mora greve dei sogni masticando una rapa che non c’è. “Indietro, via di qui, gente sommersa, andate. Non ho soppiantato nessuno, non ho usurpato il pane di nessuno, nessuno è morto in vece mia. Nessuno. Ritornate alla vostra nebbia. Non è mia colpa se vivo e respiro. E mangio e bevo e dormo e vesto panni”.

Primo Levi Il superstite (1984)

Since then, at an uncertain hour, That agony returns: And till my ghastly tale is told, This heart within me burns. Once more he sees his companion’s faces Livid in the first faint light, Grey with cement dust, Nebulous in the mist, Tinged with death in their uneasy sleep. At night, under the heavy burden Of their dreams, their jaws move, Chewing a nonexistent turnip. ‘Stand back, leave me alone, submerged people, Go away. I haven’t dispossessed anyone, Haven’t usurped anyone’s bread. No one died in my place. No one. Go back into your mist. It’s not my fault if I live and breathe, Eat, drink, sleep and put on clothes. Primo Levi The survivor (1984)


PREFAZIONE

PREFACE

“But when a witness cannot bear witness you need to gather his words and witness on his behalf. It is a matter of conscience for you: you hand over the baton-testament, you act as a justice co-witness and save the truth lived by the witness.” 1

“Ma quando il testimone non può più rendere testimonianza, si deve raccoglierne la parola e testimoniare in sua vece. E’ la coscienza che lo impone: prendi il testimone-testamento, sii co-testimone di giustizia e salva la verità vissuta dal testimone.”1

Estate 2017: riprendo tra le mani “Se questo è un uomo”, noto libro di Primo Levi scritto in un’epoca ormai entrata nel passato remoto. Lo riprendo perché Mario Bernardinello mi ha parlato di una cartella contenente decine di disegni ricevuti in dono da un certo Gaetano Lazzarini, un amico di tanti anni fa che aveva attraversato l’inferno di Auschwitz e si era salvato grazie alla sua abilità artistica. Tornando vivo sì, ma “psicologicamente azzerato” - mi ripete più volte. Oltre trent’anni sono trascorsi da quando lessi per la prima volta il best-seller di Primo Levi tradotto in decine di lingue, diffuso in tutto il mondo. Frequentavo la quarta ginnasio ed ero convalescente per un lungo periodo a causa della varicella: mio papà pensò bene di farmi passare le giornate con la lettura di alcuni libri tratti dalla sua biblioteca e uno di

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dalla postfazione di Giampiero Fattorello in “K.Z. Disegni degli internati”, a cura di Arturo Benvenuti

Summer 2017: I take again this book in my hands. “If this is a man”, the well-known book of Primo Levi written in an ancient past. I take it again because Mario Bernardinello described me a folder he has with dozens of drawings received as a gift from Gaetano Lazzarini, an old friend who went through the hell of Auschwitz and saved himself thanks to his artistical talent. He returned alive but “psychologically cancelled”, he repeated me many times. More than thirty years have passed since I have read this Primo Levi’s best-seller for the first time, a book translated into dozens of languages and spread all around the world. I was attending the first year of the high school when I had a long convalescent due to chickenpox. My father thought to let me pass those days by reading some books from his library and one

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from the afterwordof Giampiero Fattorello in “K.Z. Disegni degli internati”, curated by Arturo Benvenuti


questi era “Se questo è un uomo”. Ricordo quanto estraniante sia stata la difficoltà a credere che quella storia di vita fosse vera: parevano vicende surreali. E a mano a mano che mi addentravo nelle pagine, ricordo il senso di vertigine e di sconcerto: lo scenario disumano della deportazione ebbe un forte impatto sulla mente acerba di una ragazzina che stava crescendo nella società del benessere e dei consumi. Ancora oggi, la poesia di apertura di quel libro mi risuona dentro: Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici: Considerate se questo è un uomo che lavora nel fango che non conosce pace che lotta per mezzo pane che muore per un sì o per un no. […]

Meditate che questo è stato: vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore stando in casa, andando per via coricandovi, alzandovi; ripetetele ai vostri figli.

of them was “If this is a man”. I remember how estranging and difficult was to believe that that life was a true story: it seemed to be a surreal event. Gradually I went into details of those pages and I remember the sense of vertigo and astonishment: the inhumane scenario of the deportation had a strong impact on my immature teenager mind who was growing up in the wellbeing and consumption society. It still resounds in my mind the poetry at the beginning of the book: You who live safe In your warm houses, You who find, returning in the evening, Hot food and friendly faces: Consider if this is a man Who works in the mud Who does not know peace Who fights for a scrap of bread Who dies because of a yes or a no. […]

Meditate that this came about: I commend these words to you. Carve them in your hearts At home, in the street, Going to bed, rising; Repeat them to your children. […] 2

[…] 2

Oggi, 2017, sfoglio la voluminosa cartella dei disegni che Lazzarini ha lasciato a Bernardinello, mentre Mario mi racconta episodi della loro

Nowadays, in 2017 I look through the paintings which Lazzarini left to Mario Bernardinello. While he describes me some episodes of their friendship I listen to him with amazement, I greatly

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Primo Levi, “Se questo è un uomo”, 1947

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Primo Levi, “If this is a man”, 1947


frequentazione: ascolto la storia con stupore, resto ammirata di fronte alla capacità tecnica ineccepibile ed alla espressività artistica del materiale. Sono disegni realizzati da Lazzarini durante gli anni successivi all’esperienza nel campo di sterminio, quindi non riguardano direttamente il periodo buio bensì il “dopo”. Ma quale “dopo”? Come procede la vita “normale” di un sopravvissuto ai lager? Nel tentativo di ricostruire la condizione psicologica di un uomo che ha attraversato l’esperienza infernale di Auschwitz, mi trovo a leggere varia bibliografia sull’argomento: le ricerche psico-sociologiche parlano di “sindrome del sopravvissuto” e di “situazione estrema”, e poi il silenzio e la rimozione del vissuto… si delineano risvolti complessi a tratteggiare il profilo di un giovane uomo deportato per errore e ritornato in Italia dopo la Liberazione, ma segnato per sempre da un’esperienza incancellabile. Nel giro di breve, la decisione è presa: pubblicheremo un volume dei disegni più significativi di Lazzarini. Per due validi motivi: riscattare la memoria di un uomo finito nel nulla e rendere merito alla sua capacità artistica. Presenteremo senza retorica i disegni di un artista sconosciuto, tra le righe di una storia di vita ormai dissolta. Sarà un libro di arte e di testimonian

admire Lazzarini’s impeccable technical ability and his artistic expression. They are drawings made by Lazzarini over the years after his experience in the extermination camp, not strictly related to the dark period but related to the period “after” it. But what does it mean “after”? How a life of survived person to lager can normally proceed? In the attempt to rebuild the psychological condition of a man who went through the infernal experience of Auschwitz, I read different bibliography on the topic: psych-sociological research describes both “survived syndrome” and “extreme situation”, then silence and removal of the experience… There are complex implications to draw up the profile of a young man deported by mistake and returned to Italy after the Liberation, permanently marked by that unforgettable experience. We have rapidly taken a decision: we will publish a book with the most significant drawings of Lazzarini. This is due to two main reasons: both redeeming the memory of a broken man and paying tribute to his artistic talent. We will present the drawings of an unknown artist without rhetoric, between the lines of a disappeared life. This book will be a book of art and wi tness, art for the service of memory. Or simply art for art.


za, di arte al servizio della memoria. O semplicemente di arte per se stessa. Perché - come scrive Aldo Carpi, “[...] l’arte riprende vigore nuovo e consuma e dona buone energie agli uomini capaci di sentirla e di possederla, di nutrirsene.”3

Because, as Aldo Carpi writes, “[...] Art flourishes in a renewed impetus, consumes and gives good energies to those men capable of feeling, possessing it and feeding themselves with it.” Paola Faggella, November 2017

Paola Faggella, novembre 2017

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Aldo Carpi, “Diario di Gusen” a cura di Pinin Carpi, Einaudi 1993. Aldo Carpi, titolare della cattedra di pittura all’Accademia di Brera, fu deportato a Gusen (campo-satellite di Mauthausen, in Austria) e si salvò grazie al suo talento artistico. Fu autore – a rischio della vita – di un vero diario in presa diretta all’interno del campo di sterminio.

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Aldo Carpi, “Diario di Gusen” (Gusen Diary) curated by Pinin Carpi, Einaudi 1993. Aldo Carpi, Professor of painting at the Brera Academy, was deported to Gusen (the Mauthausen sub-camp in Austria) and saved himself thanks to his artistic talent. His life was in jeopardy when writing his live diary inside an extermination camp.


GAETANO LAZZARINI NEI RICORDI DI MARIO BERNARDINELLO INTERVISTA

GAETANO LAZZARINI IN THE MEMORIES OF MARIO BERNARDINELLO INTERVIEW

Premessa

Introduction

Gaetano Lazzarini: un artista finora sconosciuto di cui non sappiamo quasi nulla, ma la sua esperienza di vita può essere ricostruita attraverso due importanti fonti: le cartelle dei suoi disegni – molte decine – e la testimonianza di Mario Bernardinello che l’ha conosciuto e frequentato per molti anni e nell’intervista che segue ne ripercorre le tracce. Lazzarini attraversò l’inferno di Auschwitz riuscendo a sopravvivere grazie alla sua abilità artistica. Ma per quali ragioni era stato deportato dal momento che non rientrava in nessuna delle “categorie” a rischio? Non era infatti di religione ebraica, né attivista politico contro il regime, non era un criminale né un malato di mente… Per immaginare come andarono le cose, è necessario ricostruire quel particolare momento storico. Dal settembre 1943, oltre ai convogli che trasportavano ebrei ai campi di sterminio, molti altri ne partono dall’Italia diretti verso la Germania e l’Europa occupata. Con l’occupazione tedesca, la costituzione della Repubblica di Salò e i primi tentativi di resistenza armata ha infatti inizio il periodo più duro, che vede il moltiplicarsi dei controlli e dei divieti e un netto estendersi delle condizioni e delle categorie a rischio. Quello dell’arresto è ora un pericolo largamente diffuso; e al tempo stesso il primo di una serie di passi che possono anche portare al lager. […] Le vicende di quelli – e sono comunque un numero significativo – che ai campi di sterminio arrivano senza un pas-

Gaetano Lazzarini is an unknown artist and we still hardly know about him. However, his life experience can be reconstructed through two important sources, both dozens of his drawings and the testimony of Mario Bernardinello who has known and met him for many years. In the following interview Mario retraces back his story. Lazzarini went through the hell of Auschwitz and survived due to his artistic skills. But which were the reasons why he was deported considering he was not part of the “categories” at risk? He did not belong to the Jewish faith or was a political activist against the regime, neither a criminal nor a mentally ill person… In order to imagine how things went on, it is needed to consider that specific historical moment. Starting from September 1943, convoys carried out Jewish people to the extermination camps, many others left Italy directed to Germany and occupied Europe. A very hard period started with the German occupation, the constitution of the so-called Republic of Salò, and the earliest attempts of armed resistance, where controls and prohibitions multiplied. Furthermore, conditions and categories at risk extended. Arrest was a widespread danger and was the first of significant steps forward which might lead to the lagers. […] The events of those who arrived to the extermination camps without an anti-fascist or partisan past, and without a pollical experience, found a little space in literature and in historiography. 1 “I don’t know why they took me here […] I have never been


sato antifascista o partigiano alle spalle e senza alcuna esperienza politica, hanno in genere trovato ben poco spazio nella letteratura e nella storiografia . “Proprio sapere perché mi abbiano portato via, non lo so. […] Non sono mai stato di nessun partito, niente. Non sapevo neanche cos’era la politica […]” 2 “Ti pigliavano magari per la strada durante un rastrellamento, ti mettevano su un vagone e andavi a finire a Mathausen. […] C’era gente che non ne poteva assolutamente niente e che era stata dirottata lì e di lì non usciva più: non è che potesse fare i ricorsi per uscire, ormai era lì e seguiva la sorte degli altri.” 3

Mario, come vi siete conosciuti, tu e Lazzarini?

Conobbi Lazzarini nel 1968, nel negozio che vendeva cornici, stampe, riproduzioni, litografie e serigrafie situato a Milano in Viale Lazio all’angolo con Viale Montenero, vicino al mio primo studio di progetti per l’oggettistica aziendale, in Via Montenero, tra Porta Romana e Porta Vittoria. Era un momento favorevole per le litografie, molto richieste sul mercato. Facevamo commenti sulle grafiche e sulle incisioni esposte e notai subito che aveva un’approfondita conoscenza della materia. Mi raccontò che il titolare di quel negozio gli commissionava lavori da eseguire su lastre d’argento pagandolo una miseria, considerato che per ogni piastra di cm 14x20 circa impegnava almeno 30/40 ore. Nonostante fosse molto apprezzato dal committente – perché gli autori dei disegni riconoscevano che le incisioni fatte da Lazzarini erano addirittura migliori dei loro

fonte: “La vita offesa – storia e memoria dei lager nazisti nei racconti di duecento sopravvissuti” a cura di Anna Bravo e Daniele Jalla (1986) 2 testimonianza di Silvio Mollea in “La vita offesa” (op. cit.) 3 testimonianza di Terenzio Magliano in “La vita offesa” (op. cit.) 1

involved in a party, nothing. I did not know what politics was […]” 2 “They took you in the street during a sweep, they put you in a wagon and finally you arrived to Mathausen. […] There were persons who could not do anything and they were deported and could not go out from that place: no effort or action could be made, they were in that place and followed their destiny as the others.” 3

Mario, how did you meet Lazzarini?

I knew Lazzarini in 1968 in a shop selling frames, prints, reproductions, lithographs, serigraphs located in Viale Lazio in Milan, at the corner with Viale Montenero, near my first office of corporate gifts projects, in Via Montenero between Porta Romana and Porta Vittoria. It was a favorable moment for lithographs, the most popular in the market. We commented the exhibited graphics and etchings, and I immediately noted that he knew very well the subject. He told me that the owner of the shop usually commissioned works on silver sheets for a little money considering that each 14x20 cm sheet required at least 30/40 hours. Although he was very appreciated by the client and considering that the authors of drawings recognized that Lazzarini’s incisions were even better than their same drawings, the owner of the shop paid him less than an apprentice salary. Then, I decided to offer him my help to deal with the shop owner. He always refused probably because he was proud or because he would have rewarded me in some ways and he could not, or

Source “La vita offesa” (The offended life), history and memory of the Nazi lagers in the tales of two hundred survivors by Anna Bravo e Daniele Jalla (1986) 2 Testimony of Silvio Mollea in “La vita offesa” (The offended life) (op. cit.) 3 Testimony of Terenzio Magliano in “La vita offesa” (The offended life) (op. cit.) 1


stessi disegni - il negozio lo pagava meno di quello che all’epoca guadagnava un semplice garzone, allora mi offrii per aiutarlo a trattare con il negozio/committente ma non volle mai… forse per orgoglio o forse perché avrebbe voluto ricompensarmi in qualche modo ma non poteva, o forse per non dover ammettere il proprio fallimento… Lo invitai a venirmi a trovare nel mio studio, lavoravo a 200 metri da quel negozio… Lui abitava nelle case popolari di Via Maffei, case di inizio secolo, un locale con servizi all’ultimo piano con un terrazzino di ringhiera “per prendere il sole” diceva lui, ma in realtà ci teneva i suoi gatti… Così iniziò la nostra lunga amicizia. Ricostruiamo qualche dato anagrafico e una breve cronistoria della sua vita…

Era nato a Milano nel 1920. Mi raccontò che a 14 anni aveva iniziato a lavorare come garzone in un laboratorio di stampe/targhe/incisioni/riproduzioni di opere su piastre di ottone, argento, altri metalli, con acidi o a secco, con il bulino… Era specializzato in riproduzioni artistiche su lastre d’argento: vedute, ritratti, nature morte, etc. con la tecnica del bulino, e questo è comprovato dall’abilità che io riconobbi subito nei lavori che faceva. Ha più o meno vent’anni quando, all’uscita del cinema di Piazzale Lodi a Milano, cade in una retata di tedeschi/fascisti: essendo sprovvisto di documento, viene identificato come ebreo, caricato su un camion e deportato nel campo di concentramento di Auschwitz, dove resta fino all’arrivo dell’Armata Russa, nei primi mesi del 1945… Mi raccontò che la sua salvezza fu dovuta alla capacità artistica come disegnatore…

maybe in order not to admit his failure... I invited him to visit me in my office, I worked 200 meters far from that shop… He lived in social housing district in Via Maffei, houses dating back to the beginning of the century, a space with toilet placed on top floor which included a small balcony with fence for “sunbathing”, he said. To be honest that was the space of his cats. This is how long friendship started. Let reconstruct some personal details and a brief history of his life…

He was born in Milan in 1920. He told me that when he was 14 he started working as apprentice in a laboratory of stamps, plates, incisions, reproductions of works on brass, silver and other metal places, with both acids and dry techniques, with the burin… He specialized in artistic reproductions on silver plates: landscapes, portraits, still life, etc., using the burin technique expressing his ability which I immediately recognized in the works he realized. He was about 20 when exiting the cinema located in Piazzale Lodi in Milan, fell into the hands of German/fascists. He did not have his identity card, was identified as Jewish, loaded in a track and deported in Auschwitz concentration camp where he remained until the arrival of the Russian Army, at the beginning of 1945… He told me his salvation was due to his artistical skills as a drawer… We can include him among those “saved”, as Primo Levi wrote, those who could open a breach… “If the submerged have not history [...] the streets of salvation are a lot, are bitter and unexpected. The main way is Prominentem. Prominentem were the officials


Possiamo annoverare anche lui trai i “salvati”, come scrive Primo Levi, che sono riusciti ad aprirsi una breccia... “Se i sommersi non hanno storia [...] le vie della salvazione sono invece molte, aspre ed impensate. La via maestra è la Prominenz. Prominentem si chiamano i funzionari del campo a partire dal direttore-Haftling, ai Kapos, ai cuochi, agli infermieri, alle guardie notturne, fino agli scopini delle baracche e ai sovrintendenti alle latrine e alle docce.” 4

Dunque anche Gaetano Lazzarini riuscì a trovare una “via della salvazione”?

Esatto, mi disse che fu notato dal maresciallo del campo che lo elogiò e si fece fare alcuni disegni a titolo personale. In cambio lo fece spostare nelle cucine come aiuto alle pulizie e ciò giovò al suo sostentamento. Questa storia è molto simile a quella del pittore Aldo Carpi che - deportato a Gusen in età matura - comprese quasi subito che il talento artistico lo avrebbe potuto aiutare. Gli erano stati dati pennelli e colori dozzinali e improbabili, ma Carpi se ne servì con perizia, tracciando ritratti di carcerieri e dei loro figli, mogli, fidanzate, a volte con l’aiuto di un’ingiallita fotografia, altre volte immaginando e traducendo sulla carta paesaggi marini e montani…

Storie simili, ma Lazzarini ritornato in Italia non ebbe più la forza per reinserirsi nella normalità della vita quotidiana. Insofferente a qualsiasi imposizione o dipendenza, mentalmente era azzerato. Vagava di giorno in giorno alla ricerca del minimo per poter campare fino al giorno dopo con piccoli lavoretti temporanei. Di che cosa viveva?

Le sue entrate economiche erano misere: nessuna pensione, riceveva un contributo per i reduci di guerra e qualche occasionale

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Primo Levi, “Se questo è un uomo” (1947)

of the camp, starting from the director Haftling, the Kapos, chefs, male nurses, night watches, until the shakes’ toilet brushes, superintends to toilets and showers.” 4

Therefore, also Gaetano Lazzarini was able to find a “salvation path”?

Exactly, he told me that the marshal of the camp had noted him, praised and asked Lazzarini to make some personal drawings. In exchange, he moved him to work in the kitchens as a cleaner and this enables him to survive. This story is very similar to Aldo Carpi’s story, a painter who was deported at a mature age in Gusen and he almost immediately understood that his artistic talent could have helped him. He received both paint brushes and cheap and cheesy colors. However, Carpi was able to use them with expertise and portraited jailers and their sons, wives, girlfriends, sometimes with the support of a yellowed photo, sometime by imagining and translating sea and mountain views on paper…

Very similar stories. But once back Lazzarini had not that strength to integrate himself into daily life. Intolerant of any imposition or dependence, he was mentally reset. He wandered day by day looking for a little money to survive until the day after and small temporary jobs. How did he make his living?

His economic revenues were miserable: no pension. He received a contribution for war veterans and some occasional subsidies from social assistance. He worked in a candlelight environment because the electricity supply was disconnected as he did not pay the bills.

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Primo Levi, “If this is a man” (1947)


sussidio dall’assistenza sociale. Lavorava a lume di candela perché gli era stata staccata la corrente elettrica (non avendo pagato le bollette) … non è facile fare il lavoro di incisione a lume di candela, un lavoro di precisione su lastre di metallo che riflettono la luce… infatti spesso si lamentava della vista, diceva di vedere dei bagliori quando alla sera finalmente chiudeva gli occhi per dormire…

The work of candlelight engraving, a precise work on metal plates reflecting light is not easy. He often complained about his eyes and the fact he saw glares in his eyes when he went to sleep at night.

Ma non chiedeva aiuto economico, era molto orgoglioso e non accettava nulla se non poteva dare in cambio qualcosa a compensazione.

Then, sometimes, during Christmas or Eastern time, I ordered some drawings to him with the excuse of giving them to some clients who were passionate about art. To be honest I preserved those drawings and many of them are in this catalogue.

Allora ogni tanto, in occasione del Natale o della Pasqua, gli ordinavo alcuni disegni dicendogli che li avrei regalati a miei clienti amanti dell’arte, anche se in realtà poi li tenevo io e molti di questi disegni sono presenti in questo volume. Quindi non cercava un lavoro stabile? Questo è un aspetto psicologico apparentemente incomprensibile e può essere utile riportare un paio di testimonianze che spiegano le difficoltà degli ex-deportati nel processo di riadattamento e reintegrazione nel mondo: “...un dopo che però non c’è e non può mai esserci, perché una volta dentro non si esce mai dai lager. E’ un’esperienza che non può non condizionare la vita dell’ex-deportato e i suoi rapporti privati, collettivi, universali, con il mondo...” 5 “i sopravvissuti sono sempre nel Lager, non sembrano riuscire ad annodare i fili della loro esistenza” 6

However, he did not ask for an economic support, was very proud and did not like to accept anything unless exchanged for something else.

Therefore, wasn’t he looking for a stable job? This is a psychological aspect apparently incomprehensible and it may be useful to report a couple of testimonies which explain the difficulty of the former deportees during the reintegration process into the world: “...there is not an after and never can arrive because when you are inside, you never leave the lager. It is an experience which influences life of the former deportee and her/his private relationships, collective, universal, with the world...”

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“The survived are always in the lagers and they do not seem to be able to tie up all their existence” 6

It was like this. Even poor, he did not want to find and have a stable work. Then destiny… In the seventies I proposed him to deliver a course on engraving/etching/

Proprio così, era come se non volesse un la-

testimonianza di Edith Bruck in “Il ritorno dai lager” a cura di Alberto Cavaglion (1993) 6 Massimo Martini, “Il trauma della deportazione: ricerca psicologica sui sopravvissuti italiani ai campi di concentramento nazisti” (1983); (The trauma of deportation: psychological research on Italian survivors of Nazi concentration camps” (1983) 5

Testimony of Edith Bruck in “Il ritorno dai lager” (Return from lagers), curated by Alberto Cavaglion (1993) 6 Massimo Martini, “Il trauma della deportazione: ricerca psicologica sui sopravvissuti italiani ai campi di concentramento nazisti” (1983); (The trauma of deportation: psychological research on Italian survivors of Nazi concentration camps” (1983) 5


voro stabile… nonostante l’indigenza pareva rifuggisse ogni impegno fisso. E poi il destino… negli anni settanta gli avevo proposto l’incarico di tenere un corso di incisione/acquaforte/acquatinta al Centro Artistico di Viale Lucania (di cui ero stato uno dei fondatori, tuttora esistente come Centro Artistico Culturale Milanese): ma il corso venne sospeso dall’ASL per mancanza di una struttura adeguata, e tutto svanì nel nulla. Il destino... Cercai a volte di proporgli qualche piccolo incarico, ma percepivo che la sua libertà restava al di sopra di ogni cosa. Forse ho capito in ritardo che la libertà personale ritrovata era l’altra faccia della medaglia: compensava l’annullamento fisico e mentale subito ad Auschwitz durante la prigionia. Era come se lui stesso si fosse messo ai limiti della società, come se vivesse ogni giorno nel semplice superamento del giorno stesso per arrivare a quello successivo.

aquatint at the Artistic Centre of Viale Lucania (I was one of the founder and now the centre is called, Centro Artistico Culturale Milanese). Unfortunately, that course was suspended by the local health service because of the lack of a proper structure and everything vanished. The destiny… I tried sometimes to propose him some little tasks. However, I perceived that his freedom was beyond everything. Maybe I was late in understanding that his regained freedom was the other side of the coin: this compensated both mental and physical cancellation suffered from Auschwitz during imprisonment. It was as he had decided to put himself at the limits of society as he lived every day simply overcoming the day in order to reach the next one. Unfortunately, this is a common psychological distress of the former deportees which is also underlined by P. Levi:

Purtroppo questo è un disagio psicologico comune negli ex-deportati, che trova riscontro nelle parole di P. Levi:

“he will be a hollow man, reduced to suffering and needs, forgetful of dignity and restraint, for he who loses all often easily loses himself [...] It is in this way that one can understand the double meaning of the term “extermination camp” and it will be clear what we seek to express with the express with the phra-

“sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso [...] si comprenderà allora il duplice significato del termine <<campo di annientamento>> e sarà chiaro cosa intendiamo esprimere con questa frase: giacere sul fondo.” 7

se “lying on the bottom.”

Mario, come sei venuto in possesso di questi disegni?

Alla sua morte, nel 1998, ritrovarono una cartella di disegni (circa quattrocento) indirizzati “all’amico Mario Bernardinello”… probabilmente come unico e ultimo scambio per l’amicizia e il sostegno di tanti anni trascorsi insieme. Al funerale eravamo solo in quattro: io, mia

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Primo Levi, “Se questo è un uomo” (op. cit.)

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Mario, how did you have those drawings?

In 1998 he died and someone found that folder of drawings (about four hundred) addressed “to my friend Mario Bernardinello” probably it was the only and last gift for our friendship and support for many years we have spent together. At his funeral there were four persons: my wife and I, Mancigotti (the Chairman of the Centro Artistico Lucania) and the social assistant. You told me that Gaetano Lazzarini and

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Primo Levi, “If this is a man” (1947) (po.cit.)


moglie, Mancigotti (allora Presidente del Centro Artistico Lucania) e l’assistente sociale. Mi dicevi che fra te e Gaetano Lazzarini si era instaurata una frequentazione quasi quotidiana, in cosa consisteva?

Veniva molto spesso nel mio studio/laboratorio, soprattutto durante il periodo invernale perché nel suo piccolo appartamentino delle case popolari non esisteva il riscaldamento a termosifoni e lui non poteva permettersi di acquistare legna per la stufa. Normalmente arrivava verso le tre del pomeriggio e ci restava circa tre ore, approfittando poi di avere un passaggio in auto verso casa. Sapeva di essere sempre accolto con simpatia, non solo da me ma anche da tutto il personale che lavorava nel mio laboratorio, gli si offriva sempre cappuccio e brioche. A volte compilavamo insieme la schedina del Totocalcio, c’è un ritratto fatto a me con a fianco i numeri in colonna... Poi si metteva a disegnare: seduto ad un tavolo, disegnava tutto quello che gli capitava, compreso le persone (soprattutto le donne), facendone poi dono al soggetto del disegno. Molti disegni riguardano Venezia, come ti parlava di questa città? Era innamorato di Venezia che riteneva essere la più bella città del mondo: “è un ricamo dell’uomo” diceva, bella ed elegante nel suo assetto architettonico, autorevole nel suo grande periodo politico durato 250 anni, ricchissima di storia e di arte… Venezia con le tre T (Tiziano, Tintoretto, Tiepolo). Ha ritratto Venezia con le sue vedute, le chiese, i palazzi, le piazze, il ponte di Rialto, il Ponte dei Sospiri (“né incontrarsi né vedersi”, scrive su uno dei suoi disegni, era il

you met almost daily, what did you do?

He often came to my study/laboratory, mainly during winter season because in his small apartment he did not have the heating system and he could not afford to buy wood stove. Normally he arrived at 3.00 p.m. in the afternoon and stayed with us at least three hours, benefitting I took him back home. He knew he should be warmly accepted by those working in my laboratory and I, we offered him also cappuccino and brioche. We sometimes participated together in Totocalcio, and there is also a portrait where I am close to column numbers... Then, he started drawing by sitting on a table. He drew everything that came, including persons, especially women, and then giving to them that drawing. Many drawings show Venice, how did he talk to you about that city?

He was in love with Venice and he considered that city as the most beautiful city of the world: “it is a human decoration, with its beautiful and elegant architecture, authoritative in its political period which lasted 250 years, Venice is rich in history and art with its three T, Tiziano, Tintoretto and Tiepolo”, he said. He painted Venice with his views, churches, palaces, squares, the Rialto bridge and the Ponte dei Sospiri (“neither meeting nor seeing each other”, he wrote on one of those drawings showing the bridge leading to the prisons, the so-called “I Piombi”, that bridge where the relatives saw the condemned passing for the last time), the very famous Scala Contarini (built as sign of the richness of the new bourgeoisie). Then snowing in Venice, an uncommon artistical view (maybe only the photographer Roiter 8 took picture of Venice under the snow).


ponte che portava alle carceri – “i piombi” e su quel ponte i parenti vedevano passare per l’ultima volta i condannati), la famosissima Scala Contarini (edificata non per essere utilizzata ma solo per apparire, la nuova borghesia 8 doveva mostrare un emblema di ricchezza) E poi le nevicate a Venezia, una visione artistica così inconsueta (forse solo il fotografo Roiter ha ripreso Venezia sotto la neve) E’ probabile che alcuni decenni fa Venezia fosse nei sogni di molti artisti: cito nuovamente Aldo Carpi che nel suo “diario” ne ripercorre alcune immagini con desiderio di ritornarci 9 : “[...] rivedere Venezia, giungere alla stazione, non prendere la gondola per economia, avviarsi al battello, no, al vaporetto, prendere il biglietto fino a San Marco, fare quella magnifica, sempre più bella traversata del Canal Grande, in mezzo a quei palazzi incantati, in quelle acque di un verde di cobalto. Aspirare quell’aria marina e sentirsi contenti, leggeri come bimbi liberati dalla scuola. Il canale si fa sempre più bello, pare più largo e luminoso. Si passa il punto buio del Ponte di Rialto, poi sotto il bel ponte in legno dell’Accademia; ti appare la Salute e il bacino di San Marco [...] da qualunque parte tu lo veda è un’apparizione che da sempre un senso di stupore; è immateriale, è il paesaggio delle fate belle e buone e bionde. [...] non ho mai potuto fermarmi a Venezia a dipingere quanto volevo e quanto avrei avuto bisogno di fare. [...] si perde un po’ la testa a Venezia. Noi artisti specialmente, che vediamo irreale anche la realtà comune: là dove la realtà comune non c’è, perdiamo un po’ le redini di noi stessi.”

Sì, Lazzarini ha disegnato la Venezia più elegante ma anche altri angoli più particolari, ad esempio lo squero 10 San Trovaso: lo squero è un’area dove i carpentieri realizzano le gondole e altre imbarcazioni tipiche della laguna. Fulvio Roiter (1926-2016), originario di Meolo (VE), ha esordito nel 1954 proprio con un volume in bianco e nero su Venezia ed è poi divenuto famoso in tutto il mondo. 9 in Aldo Carpi, “Diario di Gusen” (a cura di Pinin Carpi) 10 Tipico cantiere veneziano, il termine squero deriva dalla parola “squara” che indica una squadra di persone che cooperano per costruire le imbarcazioni. Lo squero di San Trovaso sorge lungo il rio omonimo e risale a prima del Seicento. È uno dei pochi squeri ancora in funzione a Venezia. 8

It is probable that Venice was part of many artists’ dreams: here some words of Aldo Carpi on his “diary” when expressing his desire to go back there 9 : “[...] see again Venice, reach the station, not to take the gondola because too expensive, go to the boat stop, precisely the vaporetto, take the ticket until San Marco square, go through that wonderful view of Canal Grande, in the middle of beautiful palaces, those cobalt blue waters. I breathed that sea air feeling happy, as children freed from the school. The channel is even more beautiful, it seems to be larger and brighter. You pass the dark space of Ponte di Rialto, then under that beautiful wooden bridge of the Academy: it appears the Salute and San Marco basin. [...] From any part you see it, it is like a new appearance providing a feeling of amazement; it is immaterial, it is the passage of blonde and beautiful fairies [...] I could stay in Venice for painting for a long time as I would always do [...] you lose the head in Venice. Especially artists like us who can see unreal also the common reality because over there where there is not a common reality, we lose the reins of ourselves a little”.

For sure Lazzarini drew the most elegant Venice but also other particular corners, for example, the squero 10 San Trovaso: the squero is an area where carpenters made the gondola and other typical boats of the lagoon. It is probable that island of San Giorgio’s view was taken from some postcards views. However, in many drawings is relevant the preparatory phase which we have published: only vertical and diagonal few signs in order to have those reference points. The sacred images are the subject of several Lazzarini’s drawings, almost always very accurate, sometimes with colours: have you ever spoken about religious or spiritual aspects?

Fulvio Roiter (1926-2016), native of Meolo (VE), made his debut in 1954 when launched a blackand-white book of Venice and then he became famous all over the world. 9 Aldo Carpi, “Diario di Gusen” (Gusen diary), curated by Pinin Carpi) 10 Typical shipyard of Venice, the word squero comes from “squara” indicating a team of people working together to build ships and vessels. The squero of San Trovaso is along the homonym canal and dates back to 17th century. It is one of the few squeri still operating in Venice. 8


Mentre invece è probabile che le vedute dell’isola di San Giorgio siano state prese da una cartolina. Ma in molti disegni è significativo il disegno preparatorio che abbiamo pubblicato: pochi segni, solo diagonali e verticali per avere i punti di riferimento...

...his favourite painter was Giovanni Bellini and particularly the Madonna and Child 11 which considered his greatest masterpiece in the Marian representation ever realized: the posture of Mary is resolute and gentle and a proud gaze.

Le immagini sacre sono il soggetto di numerosi disegni di Lazzarini, quasi sempre molto curate, a volte anche a colori: avete mai parlato di aspetti religiosi o spirituali?

From the sacred to the profane… dozens of drawings depicted faces and entire figures: how was his relationship with women?

...il suo pittore preferito era Giovanni Bellini e in particolare la sua Madonna con Bambino 11 che riteneva il più grande capolavoro nella rappresentazione mariana di tutti i tempi: la postura di Maria è decisa e dolce, tenera nello sguardo e orgogliosa Dal sacro al profano… decine sono i disegni che ritraggono donne, ritratti di visi e figure intere: come era il suo rapporto con il mondo femminile?

Le sue attenzioni per il mondo femminile rasentavano la maniacalità: tutto sembrava in funzione delle donne, ragionamenti, sguardi, espressioni, desideri… La sua libertà (senza impegni di alcun tipo) la dedicava alla “caccia” di sempre nuove donne…partiva dai complimenti (dicendo che avevano un bel profilo, un bel viso, adatto ad un ritratto) ma in realtà andavano bene tutte, dai 20 ai 60 anni e più...l’offerta di un ritratto gratuito era un modo facile per entrare nella conoscenza reciproca e ottenere probabilmente un contraccambio… lo dimostrano le decine di ritratti eseguiti e catalogati con il nome della donna di turno. Giovanni Bellini, Madonna con Bambino, olio su tavola (50x41cm), databile 1510 circa e conservato alla galleria Borghese di Roma 11

He almost paid attention to women maniacally: everything seemed to be based on women, reasonings, glances, expressions, desires… His freedom (without any commitment) was dedicated to new women “hunting”. He started with compliments (saying they had a beautiful profile, a nice face, perfect for a portrait). However, all of them were perfect, from 20 to 60 years old and more… by offering a free portrait it was easy to start knowing each other and maybe easy to receive a sort of compensation… Dozens of portraits were made and filed with the name of the woman in question at that time. And the drawings dedicated to the characters?

It was very famous people those years such as Valentina Cortese, Gianni Agnelli, politicians of the 1980s or some historical characters such as Christopher Columbus and Giuseppe Verdi, but also people from his reGiovanni Bellini, Madonna with Child, oil painting on canvas (50x41cm), dating back to 1510 and preserved in the Galleria Borghese, Rome. 11


E i disegni dedicati ai personaggi?

Era gente famosa di quegli anni (Valentina Cortese, Gianni Agnelli, uomini politici degli anni ottanta), oppure alcuni grandi della storia (si riconoscono Cristoforo Colombo e Giuseppe Verdi), ma anche gente che faceva parte della sua ristretta cerchia di vita (Luigina – la vicina di casa)... ha fatto molti ritratti anche a me, perché ci si vedeva di frequente. Gli “amici”, chi erano?

Quelli che lui chiamava “amici” erano anzitutto i suoi gatti, diceva che “le bestie vere sono gli uomini”… Ospitava i gatti nel terrazzino del locale dove abitava, all’ultimo piano, con i servizi sul ballatoio, e molte volte alla sera divideva con loro il latte (che costituiva abitualmente anche il suo pasto serale). Il suo gatto preferito sarebbe stato uno solo, ma spesso alla sera ne arrivavano tanti altri e allora era costretto a cedere anche la sua porzione di latte per accontentarli tutti. Probabilmente si sentiva responsabilizzato per l’esistenza e il mantenimento di quegli animaletti domestici… in alcuni disegni ci sono pensieri dedicati ai gatti che ritrae. E poi faceva anche molti bozzetti di bambini, che vedeva giocare o camminare in strada... A quanto mi risulta era solo al mondo, non l’ho mai sentito parlare di parenti di nessun tipo…forse solo di nipoti, ma nessun legame familiare significativo. Oltre a quelle di Venezia, ci sono anche alcune vedute di Milano, forse non molte rispetto a quante ne avrebbe potute fare, come mai?

Penso che su Milano non si sia espresso pienamente attraverso i disegni, forse perché si

stricted group of persons such as the woman Luigina – the neighbour. He also made some portraits to me, because we have often met. Who were his “friends”?

Those who he called “friends” were mainly his cats. He said that the “real beasts were men”. He hosted the cats in his small balcony of the apartment where he lived, on the top floor with toilets at the mid-stairs. He often divided his milk with them because milk usually was his dinner. His favourite cat was probably only one, but often at night, many other cats arrived and then he was forced to share his milk to make all of them happy. Probably he felt responsible for the little pets’ existence and life… some drawings reported some thoughts dedicated to the cats he portraited. He also drew many children that he observed when playing or walking in the street. As far as I know he was alone. I have never listen him to talk about relatives… maybe only nephews, but not any significant family link. Beside Venice views, there are some Milan views. In any case he could have drawn more than he did, why?

I think that he has never expressed himself through his Milan drawings, I think maybe because he felt as a “rejected” man from Milan, was he put aside? Few drawings are dedicated to Milan, some churches, the Castello Sforzesco, the Navigli, Via Tertulliano, San Cristoforo and some views of Milan in the second half of the nineteenth century, maybe taken by postcards or books... And what about charcoal?

They are mainly drawings regarding physical activities connected with some sports.


considerava un milanese “scartato”, messo da parte? Pochi i disegni dedicati a Milano: qualche chiesa, il Castello Sforzesco, i Navigli, Via Tertulliano, San Cristoforo e alcune vedute della Milano nel secondo ottocento, forse prese da libri o da cartoline... E i carboncini?

Sono prevalentemente disegni sulle dinamiche fisiche di vari sport.

The cover drawing is definitively different from the others, it is not part of any subject of the drawings collected in this catalogue…

Exactly, it is the only drawing with a clear reference to the war’s years, deportation… a subject that Lazzarini has never wanted to talk about. This is not so strange, let me read for you a testimony of a former deportee:

Il disegno scelto per la copertina si distacca nettamente da tutti gli altri, non è iscrivibile in nessuna delle tematiche che raggruppano gli altri disegni del volume…

“I have never spoken about my return home from the lager and, after today, I would not speak anymore. However, I promise it and I do it, even I feel pain and horror. I will open this tombstone and I will look at the bottom where snakes are

Esatto, è l’unico disegno con un chiaro riferimento agli anni della guerra, della deportazione... un argomento di cui Lazzarini non voleva mai parlare.

Do you think that such psychological condition may be attributed also to G. Lazzarini, as per you have known him?

Questo non è così strano, ti leggo la testimonianza di una ex-deportata: “mai ho parlato del mio ritorno dal lager e, dopo oggi, mai più ne parlerò. Ma ho preso l’impegno e lo faccio, pur risentendone orrore e dolore. Alzerò quella lastra tombale, guarderò in un fondo dove strisciano serpenti…” . 12

Pensi che questa condizione psicologica si possa attribuire anche a G. Lazzarini, per come tu lo hai conosciuto?

Mi pare proprio di sì. Sempre, quando si entrava nell’argomento per cercare di sapere qualcosa in più di quell’esperienza, lui evitava di rispondere e si chiudeva nel suo mondo continuando a disegnare qualsiasi cosa gli capitasse davanti... Ma una domanda ora voglio fartela anch’io: la poesia che hai scelto di mettere in apertutestimonianza di Liana Millu in “Il ritorno dai lager”, a cura di A. Cavaglion (1993) 12

crawling…” . 12

This seems to me. When we entered into that conversation in order to know something more on his experience, he has always avoided to reply and he closed himself in his world and continued his drawings with anything he had in front of him… But now, let me ask something to you: the poetry you decided to add in the opening is very emotional, please, why you don’t explain the hidden message to me … I have chosen that poetry – The survivor – expressing the dark shadow of the survivals even many years after they return home and to a free and “normal” life. As we know, also Primo Levi is a deportation survivor, therefore he knew how to track both deepness and state of mind of the former deportees in few words. The readings of insights at the end of the volume will enable you to better understand the complex psychological aspects Testimony of Liana Millu in “Il ritorno dai lager” (Return from lagers), curated by A. Cavaglion (1993) 12


ra è molto intensa, spiegami meglio il messaggio che ci sta dietro… Ho scelto quella poesia - Il superstite perché esprime l’ombra funesta che resta dentro ai sopravvissuti, anche dopo anni di ritorno alla vita “normale” e libera. Come ben sappiamo infatti, anche Primo Levi è un superstite della deportazione, perciò ha saputo tracciare in profondità, con poche parole, lo stato d’animo degli ex-deportati. La lettura degli approfondimenti in coda al volume permetterà una migliore comprensione dei complessi aspetti psicologici e comportamentali che riguardano il reinserimento dei superstiti nel contesto sociale quotidiano.

and behaviours connected with the reintegration of survivors in social daily life.


disegno dello studio esegiuto da Mario Bernardinello


VENEZIA “Era innamorato di Venezia che riteneva essere la più bella città de mondo: “è un ricamo dell’uomo” diceva, “bella ed elegante nel suo assetto architettonico, autorevole nel suo grande periodo politico durato duecentocinquant’anni, ricchissima di Storia e di arte...Venezia con le tre T di Tiziano, Tintoretto e Tiepolo...”


Venezia Campanile S. Marco e Palazzo Ducale Venezia Campanile S. Marco e Palazzo Ducale 2


Venezia Campanile S. Marco e Palazzo Ducale Venezia Campanile S. Marco e Palazzo Ducale 3


Venezia Campanile S. Marco e Palazzo Ducale Venezia Campanile S. Marco e Palazzo Ducale 4


Venezia Campanile S. Marco e Palazzo Ducale Venezia Campanile S. Marco e Palazzo Ducale 5


Venezia Campanile S. Marco e Palazzo Ducale Venezia Campanile S. Marco e Palazzo Ducale 6


Venezia Campanile S. Marco e Palazzo Ducale Venezia Campanile S. Marco e Palazzo Ducale 7


Venezia Campanile S. Marco e Palazzo Ducale Venezia Campanile S. Marco e Palazzo Ducale 8


Venezia Campanile S. Marco e Palazzo Ducale Venezia Campanile S. Marco e Palazzo Ducale 9


10


11


Ponte dei sospiri visto da Ponte Paglia Ponte dei sospiri visto da Ponte Paglia

pagina accanto Ponte dei sospiri visto dal Rio interno pagina accanto Ponte dei sospiri visto dal Rio interno 12


14


pagina accanto Venezia Ponte dei sospiri

Ponte paglia e Rio di Palazzo con a Sinistra Palazzo Ducale e a destra le Prigioni

pagina accanto Venezia Ponte dei sospiri

Ponte paglia e Rio di Palazzo con a Sinistra Palazzo Ducale e a destra le Prigioni 15


Nevicata in Rio di Santa Barbara Nevicata in Rio di Santa Barbara 16


Nevicata in Rio di Palazzo Nevicata in Rio di Palazzo 17


Venezia Palazzo Dario Venezia Palazzo Dario

pagina accanto Venezia Palazzo Contarini pagina accanto Venezia Palazzo Contarini 18


19


pagina accanto Portale della Chiesa di San Moise

Facciata Chiesa di San Moise

pagina accanto Portale della Chiesa di San Moise

Facciata Chiesa di San Moise 21


Venezia Squero San Trovaso Venezia Squero San Trovaso

22


Venezia Isola di Murano Rio Fondamenta dei vetrai Venezia Isola di Murano Rio Fondamenta dei vetrai

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Venezia Campanile di San Giorgio dei Greci, visto da Riva degli Schiavoni

pagina accanto Venezia Rio di Santa Barnaba

Venezia Campanile di San Giorgio dei Greci, visto da Riva degli Schiavoni

pagina accanto Venezia Rio di Santa Barnaba

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San Marco e Palazzo Ducale visto da Riva Degli Schaivoni Bozzetto San Marco e Palazzo Ducale visto da Riva Degli Schaivoni Bozzetto

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Venezia Campanile San Marco e Palazzo Ducale visto da Riva Degli Schiavoni Venezia Campanile San Marco e Palazzo Ducale visto da Riva Degli Schiavoni

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Veduta di Venezia da Riva degli Schiavoni con Palazzo Ducale a destra e Chiesa della Salute a sinistra

pagina accanto Chiesa della Salute 1631 architetto Baldassarre Longhena

Veduta di Venezia da Riva degli Schiavoni con Palazzo Ducale a destra e Chiesa della Salute a sinistra

pagina accanto Chiesa della Salute 1631 architetto Baldassarre Longhena

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Case con comignoli tipici veneziani

Venezia Squero San Trovaso

Case con comignoli tipici veneziani

Venezia Squero San Trovaso

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Venezia Panoramica su Piazza San marco

Palazzo Nobile con attracco per le gondole

Venezia Panoramica su Piazza San marco

Palazzo Nobile con attracco per le gondole

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Interno area dismessa dellâ&#x20AC;&#x2122;Arsenale Interno area dismessa dellâ&#x20AC;&#x2122;Arsenale 34


Accademia di Belle Arti Accademia di Belle Arti 35


Ex Scuola di San marco ora sede dellâ&#x20AC;&#x2122;Ospedale civile

Bozzetti

Ex Scuola di San marco ora sede dellâ&#x20AC;&#x2122;Ospedale civile

Bozzetti

37


IL SACRO â&#x20AC;&#x153;Il suo pittore preferito era Giovanni Bellini e in particolare la sua Madonna con Bambino che riteneva il piĂš grande capolavoro nella rappresentazione mariana di tutti i tempi.â&#x20AC;?


Disegno preparatorio per Madonna con Bambino di Giovanni Bellini Disegno preparatorio per Madonna con Bambino di Giovanni Bellini 40

Madonna con Bambino da Giovanni Bellini Madonna con Bambino da Giovanni Bellini


42

Particolare da Giovanni Bellini

Madonna con Bambino da Giovanni Bellini

Particolare da Giovanni Bellini

Madonna con Bambino da Giovanni Bellini


44

Studio da G.Bellini

Madonna con Bambino da Giovanni Bellini

Studio da G.Bellini

Madonna con Bambino da Giovanni Bellini


46

Studio da G.Bellini

Studio da G.Bellini

Studio da G.Bellini

Studio da G.Bellini


Studi da Giovanni Bellini Studi da Giovanni Bellini

Studio da G.Bellini Studio da G.Bellini

48


50

Bozzetti

Studio da Giovanni Bellini

Bozzetti

Studio da Giovanni Bellini


51


52

Studio da Madonna con Bambino e angelo

Studio da Madonna con Bambino

Studio da Madonna con Bambino e angelo

Studio da Madonna con Bambino


53


Studio Studio 54


Studio Studio 55


56

Studio di viso di Madonna

Madonna con GesĂš Bambino

Studio di viso di Madonna

Madonna con GesĂš Bambino


IMMAGINE DA CAMBIARE CON UNâ&#x20AC;&#x2122;ALTRA (DONNA CHE GUARDA IN BASSO)

58

Viso di Madonna

Viso di Madonna

Viso di Madonna

Viso di Madonna


60

Studio

Maria con Gesù

Studio

Maria con Gesù


61


62

Madonna in trono

Maria assunta in cielo

Madonna in trono

Maria assunta in cielo


63


Stidio di teste Stidio di teste 64


La Sacra Famiglia La Sacra Famiglia 65


Cristo deposto

Deposizione di GesĂš Cristo

Cristo deposto

Deposizione di GesĂš Cristo 67


Stidio Studio 68


Profeta Profeta 69


70

Disegno preparatorio

Ultima Cena, particolare

Viso di Madonna

Ultima Cena, particolare


Chiostro Chiostro 72


Lâ&#x20AC;&#x2122; ora della preghiera Lâ&#x20AC;&#x2122; ora della preghiera 73


Pensare come classificarle


La Fonte della Vita (particolare)

La Fonte della Vita

La Fonte della Vita (particolare)

La Fonte della Vita 77


78

Studio per nudo

Studio per ritratto di Dama

Studio per nudo

Studio per ritratto di Dama


79


Ritratto Ritratto

Donna in costume Cinquecentesco Donna in costume Cinquecentesco


82


Acconciatura medievale

Acconciatura medievale

Acconciatura medievale

Acconciatura medievale 83


MILANO â&#x20AC;&#x153;...pochi i disegni dedicati a Milano: qualche chiesa, il Castello Sforzesco, i Navigli, Via Tertulliano, San Cristoforo e alcune vedute della Milano del secondo Ottocento...â&#x20AC;?


Piazza Fontana fine 800 Piazza Fontana fine 800 86


Retro del Castello Sforzesco di Milano Retro del Castello Sforzesco di Milano 87


Porta Ticinese fine 800 Porta Ticinese fine 800 88


Naviglio in cittĂ Naviglio in cittĂ  89


Venditore di castagne al ponte di Piazza Cavour

Mamma e bambina a passeggio

Venditore di castagne al ponte di Piazza Cavour

Mamma e bambina a passeggio 91


92

Naviglio e Chiesa di S. Cristoforo

Chiesa di S. Cristoforo

Naviglio e Chiesa di S. Cristoforo

Chiesa di S. Cristoforo


Casello di Milano Chiaravalle Casello di Milano Chiaravalle 94


MilanoPiazza del Duomo MilanoPiazza del Duomo 95


Barconi alla Darsena di Porta Ticinese Barconi alla Darsena di Porta Ticinese 96


Chiesa di S. Lorenzo Maggiore Porta Ticinese Chiesa di S. Lorenzo Maggiore Porta Ticinese 97


1.

2.


3.

Pianificazioni Prospettiche: 1. Chiesa di San Cristoforo 2. Piazza Fontana e le guglie del Duomo (in basso) 3. Barconi lungo il Naviglio di Ripa Ticinese

99


Silos Darsena di Porta Ticinese Silos Darsena di Porta Ticinese 100


Il Lambro all periferia di Milano Il Lambro all periferia di Milano 101


Primavera in Via Tertulliano

Inverno in Via Tertulliano

Primavera in Via Tertulliano

Inverno in Via Tertulliano 103


LE SUE DONNE-DONNE “L’ offerta di un ritratto era un modo facile per entrare nella conoscenza reciproca e ottenere probabilmente un contraccambio...”


106

Maria Luisa

Paola

Maria Luisa

Paola


108

Carmen

Titti

Carmen

Titti


Tosca B. Tosca B. 110


Moira Moira 111


Celeste

Marisa

Celeste

Marisa 113


Lisa Lisa 114


Sara Sara 115


116

Tilli

Chiara

Tilli

Chiara


117


Dalila Dalila 118


Grazia Grazia 119


Augusta Augusta 120


Monica Monica 121


122


Anonima vestita

Anonima desnuda

Anonima vestita

Anonima desnuda 123


Nudo in piedi

Nudo coricato

Nudo in piedi

Nudo coricato

125


126


Prima

Dopo

Prima

Dopo

127


Modella Modella 128


Donna Robot Donna Robot 129


Giosetta di fronte

Giosetta di spalle

Giosetta di fronte

Giosetta di spalle 131


Giosetta in gepierre Giosetta in gepierre 132


Giosetta in abito da sera Giosetta in abito da sera 133


DONNE (E CASE CHIUSE)


La Maitresse La Maitresse


Ragazza n째1

Ragazza n째2

Ragazza n째1

Ragazza n째2 137


Ragazza n째3 Ragazza n째3

Ragazza n째4 Ragazza n째4


140

Ragazza n째5

Ragazza n째6

Ragazza n째5

Ragazza n째6


Ragazza n째7

Ragazza n째8

Ragazza n째7

Ragazza n째8 143


Eros

145


Studio di nudi Studio di nudi 146


Studio di nudi Studio di nudi 147


STUDI PER RITRATTI


150

Studio per ritratto

Studio per ritratto

Studio per ritratto

Studio per ritratto


152

Studio per ritratto

Studi per ritratto

Studio per ritratto

Studi per ritratto


Dalla modista Dalla modista 154


Dalla modista Dalla modista 155


Concentrazione Concentrazione 156


Ho fatto 13 13

13 13!

Ho fatto 13 13

13 13! 157


158

Top model

La mia panettiera

Top model

La mia panettiera


Appunti per ritratti Appunti per ritratti 162


Appunti per ritratti Appunti per ritratti 163


Studio di visi Studio di visi 164


Studio di visi Studio di visi 165


166

Schizzi

Soubrettes

Schizzi

Soubrettes


PERSONAGGI


170

Monna Lisa

Monna Lisa

Monna Lisa

Monna Lisa


171


Giuseppe Verdi

Cristoforo Colombo

Giuseppe Verdi

Cristoforo Colombo 173


174

Gianni Agnelli

Valentina Cortese

Gianni Agnelli

Valentina Cortese


Personaggio politico anni 70-80 Personaggio politico anni 70-80 176


Personaggio politico anni 70-80 Personaggio politico anni 70-80 177


Ritratto di anonimo anni 70-80 Ritratto di anonimo anni 70-80 178


Ritratto di Rita Pavone anni 70 Ritratto di Rita Pavone anni 70 179


180

Schizzo di Mario Berardinello

Profilo della Regina Elisabetta II

Schizzo di Mario Berardinello

Profilo della Regina Elisabetta II


Alcolizzata Alcolizzata 182


Teomondo Scrofalo Teomondo Scrofalo 183


Ballo in maschera Ballo in maschera 184


Ballo in maschera Ballo in maschera 185


I SUOI PICCOLI AMICI â&#x20AC;&#x153;Quando parlava dei suoi amici si riferiva di solito a gatti e bambini [...] ...ospitava i gatti nel terrazzino del locale dove abitava, allâ&#x20AC;&#x2122;ultimo piano, con i servizi sul ballatoio, e molte volte alla sera divideva con loro il latte - che costituiva abitualmente anche il suo pasto serale...â&#x20AC;?


188


La mia gatta

I miei piccoli amici

La mia gatta

I miei piccoli amici 189


190


Il fidanzato della mia gatta

Salotto di gatte nobili o conversazione tra gatte

Il fidanzato della mia gatta

Salotto di gatte nobili o conversazione tra gatte 191


DISEGNI A CARBONCINO


Pallacanestro Basket 200


Pallacanestro Basket 201


Calcio Football 202


Danza moderna Danza moderna 203


Shopping Shopping 204


In attesa In attesa 205


Conversazione tra amiche Conversazione tra amiche 206


Lezione di pittura Lezione di pittura 207


208

Schizzo di Mario Berardinello

Strabismo di Venere

Schizzo di Mario Berardinello

Strabismo diVenere


Etnia Africana Etnia Africana 210


Etnia Africana Etnia Africana 211


NATURA MORTA E VIVA SCHIZZI E INCISIONI


Venezia, donna in cucina incisione Venezia, donna in cucina incisione 214


Personaggi storici incisione Personaggi storici incisione 215


216


Venezia, incisione punta secca Sio Riola, Venezia incisione

Venezia, incisione punta secca

Sio Riola, Venezia incisione 217


Oggetti Oggetti 218


Strumenti per legatoria Strumenti per legatoria 219


Natura morta, vaso con fiori Natura morta, vaso con fiori 220


Natura morta, frutta Natura morta, frutta 221


222

Tavola imbandita

Ultima corona floreale

Tavola imbandita

Ultima corona floreale


Tavole per fumetti Tavole per fumetti 224


Tavole per fumetti Tavole per fumetti 225


Signore eleganti

Acconciature

Signore eleganti

Acconciature 227


Prealpi bergamasche I due pastorelli

Alpi, il Monte Cervino Da dove partĂŹ verso un mondo migliore (Mario Bernardinello)

228


IL RITORNO DAI CAMPI DI STERMINIO

RETURNING HOME FROM EXTERMINATION CAMPS

“Sono i vivi che mi interessano qui, non i morti. Le vicende dell’olocausto nazista sono ormai divenute argomento per gli storici; a me invece interessa il significato che esso può rivestire per la generazione attuale” (B. Bettelheim1 )

“What I am interested in here are those alive and not deaths. The events of Nazi Holocaust have become a matter for historians while I am interested in how this can play a role for the current generation”. (B. Bettelheim1 )

Quali effetti - rivelatisi spesso irreversibili accompagnarono i superstiti al ritorno dai lager? Una breve premessa è necessaria per contestualizzare le riflessioni sull’argomento.2 “In Italia la deportazione non è mai stata studiata in modo serio da nessuno. Mentre esistono montagne di libri sulla resistenza, sappiamo pietra su pietra di tutti i posti dove si è sparato un colpo di fucile, non sappiamo ancora quanti sono stati i trasporti partiti, non sappiamo quanti sono i morti, quanti i deportati, non sappiamo chi è stato deportato… Non sappiamo ancora niente di completo sulla deportazione.”3

Which effects, often irreversible, accompanied the survivors when returning home from the lagers? A brief introduction is needed to contest the subject. 2 “In Italy deportation has never been seriously studied by anyone. Many books exist on Resistance. We know stone by stone where bullets have been shot. However, we do not know how many transports, how many died, how many deportees and who has been deported… We have no knowledge and exhaustive information associated with the deportation”3 .

In short, some dates and figures are described below.

Ventun marzo 1933: il comunicato firmato da H. Himmler - capo della polizia di Monaco - segna la nascita ufficiale dei campi di concentramento nazisti che dureranno 12 anni (gli ultimi deportati furono liberati nel maggio 1945). In questo arco temporale, la diffusione dei lager fu un fenomeno di enorme vastità: se ne contarono 1.215. La deportazione degli italiani nei KZ ebbe inizio dopo l’8 settembre 1943, ma la grande maggioranza fu deportata tra la primavera

On 21st March 1933: the statement signed by H. Himmler, the Police head of Munich, has marked the official creation of the Nazi concentration camps which lasted for 12 years (last deportees were freed on May 1945). During this period the dissemination of lagers was an enormous phenomenon, precisely 1,215 camps. The deportation of Italians to KZ began after 8th September 1943. However, the large majority was deported between Spring and Summer 1944 with a stay ranging from some months to about one year and a half. Nobody could measure that time on a calendar because this was a far more serious issue.

Bruno Bettelheim (1903-1990) noto psicanalista austriaco internato a Dachau alla vigilia della guerra; liberato fortunosamente e trasferitosi in America, tentò di far conoscere l’orrore dei lager ma si trovò di fronte un muro di incredulità, diffidenza, rifiuto. Dedicò molti libri al rapporto tra sopravvissuti e ambiente sociale. 2 fonte: Massimo Martini, “Il trauma della de-

Bruno Bettelheim (1903-1990) well-known Austrian psychoanalyst interned in Dachau on the eve of the war. Fortunately, he was freed and moved to America. He attempted to make lagers’ horror known however he faced with a wall made of disbelief, distrust and refusal. He dedicated many books to the relationship between the survivors and the social environment.

Di seguito, in estrema sintesi, qualche data e alcuni numeri.

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e l’estate del 1944, con una permanenza che varia quindi da qualche mese a un anno e mezzo circa. Per tutti, l’entità del distacco non si poteva misurare sul calendario, perché colpiva ben più in profondità. Gli italiani, arrivati tra gli ultimi, rimasero tra gli ultimi nella gerarchia interna del campo, costretti ad un adattamento accelerato e oggetto di regole incrudelite. Gli italiani deportati furono circa 40.000 e soltanto 4.000 ritornarono a casa: la percentuale di vittime quindi, fu altissima, circa il 90%. Essi fecero il loro ingresso nei lager proprio quando le condizioni erano particolarmente difficili: nell’ultimo anno di guerra la Germania era in parte già occupata dagli eserciti alleati, i rifornimenti mancavano, molti campi avevano dovuto essere evacuati man mano che le forze alleate avanzavano, perciò i deportati venivano concentrati nei lager disponibili dove sopravvivere era ancora più difficile in quanto l’obiettivo era eliminare numericamente i prigionieri piuttosto che mantenerli in vita.

Italians were among those who were deported in the last and they were among the latest in the camp internal hierarchy. They were forced to accelerate their adaptation to it and they were submitted to cruel rules. Deported Italians were about 40,000 and only 4,000 returned home: a very high percentage of deaths, about 90%. They entered the lagers when conditions were extremely hard. During the last year of war, Germany was partly occupied by allied armies, there was a lack of supplies and many camps needed to be evacuated as the allied forces gradually advanced. Therefore, the deportees were concentrated on the available lagers where surviving was ever more difficult because the goal of those camps was to numerically kill the prisoners instead of keeping them alive.

portazione - Ricerca psicologica sui sopravvissuti italiani ai campi di concentramento nazisti” ANED-ricerche (1983) 3 testimonianza di Lidia Rolfi Beccaria in “La vita offesa”, storia e memoria dei lager nazisti nei racconti di duecento sopravvissuti, a cura di Anna Bravo e Daniele Jalla (1986)

source: Massimo Martini, “Il trauma della deportazione - Ricerca psicologica sui sopravvissuti italiani ai campi di concentramento nazisti” (The trauma of deportation – Psychological research on Italian survivors in Nazi concentration camps) ANED-ricerche (1983) 3 Testimony of Lidia Rolfi Beccaria in “La vita offesa” (The offended life), history and memory of the Nazi lagers in the tales of two hundred survivors by Anna Bravo e Daniele Jalla (1986) 2


“Nei campi su cui si riversano le masse di prigionieri sopravvissuti alle marce, il sovraffollamento raggiunge le sue punte più alte, mentre il blocco degli approvvigionamenti e il dilagare delle epidemie provocano migliaia di altre vittime, soprattutto negli ultimi tempi, quando il caos diventa totale.”

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Per quei pochi che riuscirono a salvarsi, il ritorno alla vita di tutti i giorni non fu sufficiente a sanare le ferite che la deportazione aveva lasciato nel fisico e nello spirito: essi si sentivano diversi da come erano prima e diversi dagli altri, senza dubbio avevano subìto danni psico-fisici irreparabili. Questo testo ripropone molte testimonianze originali rilasciate da ex-deportati, proprio per lasciare ampio spazio all’espressione diretta di coloro che hanno vissuto e patito in prima persona le vicende di cui si tratta, evitando il più possibile sovrapposizioni postume. “Quanto di noi era stato eroso, spento? - scrive P. Levi - Ritornavamo più ricchi o più poveri, più forti o più vuoti? […] Sentivamo fluirci per le vene, insieme col sangue estenuato, il veleno di Auschwitz: dove avremmo attinto la forza per riprendere a vivere, per abbattere le barriere, le siepi che crescono spontanee durante tutte le assenze, intorno ad ogni casa deserta, ad ogni covile vuoto? Presto, domani stesso, avremmo dovuto dare battaglia, contro nemici ancora ignoti, dentro e fuori di noi: con quali armi, con quali energie, con quale volontà? Ci sentivamo vecchi di secoli, oppressi da un anno di ricordi feroci, svuotati ed inermi.”5

Se il ritorno dopo la liberazione è dominato dall’ansia di arrivare, lo spaesamento emerge quando il viaggio giunge alla conclusione: agli occhi dei sopravvissuti si presenta un mondo indaffarato a recuperare il tempo perduto, incapace di riconoscere l’enormità del male accaduto nei lager. Gli aspetti psicologici e sociali che hanno “La vita offesa” (op. cit.) 5 Primo Levi, “La tregua” (1963) 4

“In those camps, where mass of prisoners survived to marches, the overcrowding reaches its peaks while the supplies’ block and the spread of epidemies cause thousands of deaths, mainly during the last times when chaos was total.”4

For those few who managed to survive, returning to their everyday life was not sufficient to heal the wounds that deportation left in both their bodies and souls. They felt different from they were before and different from others because they had experienced psycho-physical damages. This text reports original testimony of former deportees and leaves space to the direct expression of those who lived and suffered in person form the concerned events as far as possible avoiding posthumous overlaps. “Primo Levi wrote: “How much of ourselves had been eroded, extinguished? Were we returning richer or poorer, stronger or emptier? […] We felt in our veins the poison of Auschwitz, flowing together with our thin blood; where should we find the strength to begin our lives again, to break down the barriers, the brushwood, which grows up spontaneously in absences, around every deserted house, every empty refuse? Soon, tomorrow, we should have to give battle against enemies still unknown, outside ourselves and inside; with what weapons, what energies, what will power? We felt the weight of centuries on our shoulders, we felt oppressed by a year of ferocious memories. We felt emptied and defenseless.”5

The return after Liberation was dominated by the anxiety to arrive home while disorientation emerged when the journey had arrived at their conclusion. The eyes of the survivors saw a busy world committed to make up for lost time, unable to recognize the enormity of that evil in the lagers. The psychological and social aspects involving the former deportees were undervalued at the beginning, namely those post-war ye-

La vita offesa (The offended life)” (op. cit.) Primo Levi, “Truce” (1963)

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coinvolto gli ex-deportati furono sottovalutati soprattutto nel momento iniziale: quei primissimi anni del dopoguerra quando tutti erano occupati nel vortice della rinascita, della ricostruzione, della ripresa della vita. La realtà del dopoguerra spingeva ad un reinserimento rapido ed emarginava chi faticava a tornare attivo o aveva comportamenti giudicati conflittuali. Da parte dei superstiti, era duro riadattarsi a modi di vita di cui nel frattempo si era scoperto il carattere relativo e superficiale. L’orizzonte non era sereno per i deportati usciti dai lager: molti non ritrovarono la famiglia (o la ritrovarono decimata) né la casa; molti avevano perso la salute e il lavoro; sicuramente su tutti gravava un’ombra: il ripresentarsi dell’immagine ossessiva della morte. Perché carico di morte era il contesto in cui avevano passato tanti lunghi giorni, morte declinata nelle modalità più atroci, morte come finalità dichiarata a cui opporre ogni mezzo per sopravvivere: “vi è una vasta categoria di prigionieri che, non favoriti inizialmente dal destino, lottano con le sole loro forze per sopravvivere. Bisogna risalire la corrente; dare battaglia ogni giorno e ogni ora alla fatica, alla fame, al freddo e alla inerzia che ne deriva; resistere ai nemici e non avere pietà per i rivali; aguzzare l’ingegno, indurare la pazienza, tendere la volontà. O anche, strozzare ogni dignità e spegnere ogni lume di coscienza, scendere in campo da bruti contro gli altri bruti, lasciarsi guidare dalle insospettate forze sotterranee che sorreggono le stirpi e gli individui nei tempi crudeli. Moltissime sono state le vie da noi escogitate e attuate per non morire: tante quanti sono i caratteri umani. tutte comportano una lotta estenuante di ciascuno contro tutti, e molte una somma non piccola di aberrazioni e di compromessi.”

ars when everybody was involved in the vortex of the renaissance, reconstruction and return to everyday life. The post-war situation pushed people to a rapid reintegration and it marginalized those who hardly returned to their activity or had controversial behaviors. The survivors found very hard to re-adapt themselves to a new and superficial lifestyle. The landscape was not serene for those deportees who experienced the lagers: many of them did not find their families (or were decimated) or their house. Many of them had lost their health or job. Unfortunately, everybody had to deal with the same shadow: the obsessive image of death. The scenario they have lived for long days was a death scenario: horrific death as declared opposition to life: “There is a vast category of prisoners, not initially favored by fate and who fight merely with their own strength to survive. One has to fight against the current; to battle every day and every hour against exhaustion, hunger, cold, and the resulting inertia; to resist enemies and have no pity for rivals; to sharpen one’s wits, build up one’s patience, strengthen one’s will-power. Or else, to throttle all dignity and kill all conscience, to climb down into the arena as a beast against other beasts, to let oneself be guided by those unsuspected subterranean forces which sustain families and individuals in cruel times. Many were the ways devised and put into effect by us in order not to die: as many as there are different human characters. All implied a weakening struggle of one against all, and a by no means small sum of aberrations and compromises.”6.


Pochi coloro che salvarono non solo la vita biologica ma anche l’integrità psichica ed emotiva. Queste le parole espresse da Ilda Verri Melo7 : “l’internamento nel campo di concentramento nazista aveva sottoposto il prigioniero ad un estremo mutamento delle condizioni ambientali e biologiche; basti pensare alla sistematica induzione al terrore, al trattamento brutale, ai raffinati mezzi di disintegrazione della personalità, alla mancanza di cibo, alle conseguenze della vita collettiva coatta, alla mancanza di libertà interiore, alla separazione dalla famiglia” “pur con diversità individuali, molti sopravvissuti presentano notevoli alterazioni della personalità, in tutte le relazioni con il “mondo dentro” e con quello “al di fuori” (sensazione di essere diversi dagli altri e dal proprio essere precedente); il loro umore è teso e vigile, mostrano quella particolare fragilità che è data dalla memoria del dolore” “...disturbi della struttura della personalità, direttamente rapportabili alle misure oppressive: ritorno ossessivo della memoria sul passato, mancanza di prospettive per il futuro, carenza di motivazioni, indebolimento della volontà, dubbi sulle proprie capacità, sentimenti di perdita e di tristezza, minore adattabilità e flessibilità nei rapporti con gli altri, mancanza di speranza nell’aiuto divino”

Si trattava di elaborare traumi legati alle privazioni e alle mortificazioni subìte. “Per tanto che io spieghi, uno non riesce a immaginarsi cos’era l’atmosfera là dentro. Erano ventiquattrore difilate con il cuore sospeso, con sempre la paura; né di giorno né di notte si era mai tranquilli.”8

Nella maggior parte dei casi l’esperien-

za del lager si rivelò incancellabile e persistente nel tempo nonostante la ripresa di una vita apparentemente normale.

“non so dire quando la mia liberazione sia realmente avve-

Primo Levi, “Se questo è un uomo” (1947) 7 testimonianza di Ilda Verri Melo in “Il ritorno dai Lager”, a cura di Alberto Cavaglion (1991) 8 testimonianza di Giuseppe Beccaris in “La vita offesa” (cit.) 6

Very few saved their physical life and also their psychical and emotional life. Those words were used by Ilda Verri Melo7 : “Interment in the Nazi concentration camp submitted the prisoner to an extreme change of the biological and environmental conditions. You need only think to a systematic raise of terror, to brutal treatment, to the refined tools to disintegrate personality, to the lack of food, to the consequences of a compulsory collective life, to the lack of interior freedom, to the separation from family”. “With individual diversity, many survivors have significant changes on personality, in all relationships in-between “inside world” and “outside world” (the perception to be different from the others and from who they were before); the mood is tensioned and vigilant. They show that particular fragility connected with memory of pain”. “...disorders of personality structure directly related to oppressive measures: obsessive return of memory back to the past, lack of perspectives for the future, lack of motivation, weakening of the will, doubts of being able, feelings of loss and sadness, less adaptability and flexibility in the relationships with others, lack of hope for divine help”.

The aim was to work through trauma connected with deprivation and incurred mortification. “Even if I explain it, you will not even imagine the atmosphere there. Twenty-four hours with suspended heart, always with fear; during the day and in the night, we could never be in peace.”8

In most cases the experience in the lager was indelible and unforgettable over time despite of an apparently normal life. “I am not able to say when my liberation occurred: when I fled from the queue during evacuation, when Russians arrived, when I crossed the Brenner or never. Because we either are not really sure to be actually out of the lager even if we are here to make our testimony.”9 “… I tried obstinately to understand what and why that happened. I licked my wounds, forcing me to be quiet, to act as if

Primo Levi, “If this is a man” (1947) Testimony of Ilda Verri Melo in “Il ritorno dai Lager” (Return from lagers), curated by Alberto Cavaglion (1991) 8 Testimony of Giuseppe Beccaris in “La vita offesa” (The offended life) (cit.) 6 7


nuta: se nel momento in cui sono fuggita dalla colonna durante l’evacuazione o all’arrivo dei russi o quando ho varcato il Brennero oppure mai, perché neanche noi – che siamo qui per rendere testimonianza – siamo sicuri di essere realmente usciti dal lager”9 “… cercavo ostinatamente di capire che cosa e perché era successo. Leccavo le mie ferite, imponendomi di stare calmo, di far finta di niente, perché la vita continua. Mi dicevano: vedrai, col tempo…in quanto tempo? No, per quello che avevo dentro e dietro di me, il tempo non passava mai”10

Il ritorno tanto atteso e sognato

nothing happened because life goes on. They told me: you see, over time… how long? No, because of I had inside and behind me, time never passed.”10

Returning home as they expected and dreamed was different from what effectively was when impacting reality. “When we were in the camp with our imagination we built it (returning home) and even immensely suffered, we enriched it day by day full of perceptions, promises and at the end preserved as a priceless asset, the only one we could have.”11

“nel campo, con la fantasia ce lo eravamo costruito [il ritorno] e, sia pure soffrendolo immensamente, lo avevamo arricchito giorno dopo giorno di sensazioni, promesse, e infine custodito come un bene inestimabile, l’unico che ci fosse concesso”11

testimonianza di Lidia Rolfi Beccaria (19251996) in “Il ritorno dai Lager” (op. cit.) 10 testimonianza di Teo Ducci in “Il ritorno dai Lager” (op. cit.) 11 testimonianza di Ferruccio Maruffi in “Il ritorno dai Lager” (op. cit.) 9

Testimony of Lidia Rolfi Beccaria (1925-1996) in “Il ritorno dai Lager” (Return from lagers) (op. cit.) 10 Testimony of Teo Ducci in “Il ritorno dai Lager” (Return from lagers) (op. cit.) 11 Testimony of Ferruccio Maruffi “Il ritorno dai Lager” (Return from lagers) (op. cit.) 9


fu diverso dal ritorno effettivamente realizzatosi nell’impatto con la realtà. “L’ora della libertà suonò grave e chiusa”12 scrive P. Levi, con sentimenti conflittuali e contrastanti rispetto alla gioia immaginata. Uno dei maggiori ostacoli alla ripresa della vita socialmente integrata emerse a livello di comunicazione interpersonale tra gli ex-deportati e il resto della società, a causa della difficile, e spesso impossibile, condivisione dell’esperienza vissuta: “Era bastato un giorno per convincermi che al mio bisogno di far sapere si opponeva la volontà degli altri di non voler sapere, che eravamo testimoni scomodi e inopportuni in mezzo a un’umanità che voleva solo riprendere a vivere e dimenticare”. “Non volevano sentir parlare di fame – tutti avevano avuto fame, di freddo – tutti avevano avuto freddo. Era impossibile far capire che ci sono morti diverse, una fame diversa, un freddo diverso: quello che solo il superstite del lager conosce e vorrebbe far conoscere” “…imparai a tacere, a nascondere il mio passato, per sentirmi come le altre…”13

Senza dubbio, è imprescindibile la soggettività di ogni esperienza vissuta in prima persona: nel momento in cui viene trasmessa ad altri che non ne sono stati partecipi, essa si sdoppia presentandosi come una moneta a due facce, quella del proprietario del ricordo e quella del ricevente (famiglia/amici/istituzioni). “La gente non credeva. ‘Sì – dicevano – non t’avranno dato da mangiare, ma non è possibile tutti quei morti che stai raccontando tu.’ Oppure ti ascoltavano così, con sufficienza… Ammettevano che fosse successo, però magari a un certo punto mi interrompevano, preferivano parlare dei fatti loro. […] E un bel momento ho capito, nella mia povera mente, ho capito che non valeva la pena di raccontare. Perché capire mi capivano, però non gli interessava.”14

Nello specifico caso degli ex-deportati, la solidarietà materiale non venne quasi mai

“Così per noi anche l’ora della libertà suonò grave e chiusa, e ci riempì gli animi, ad un tempo, di gioia e di un doloroso senso di pudore, per cui avremmo voluto lavare le nostre coscienze e le nostre memorie della bruttura che vi giaceva: e di pena, perché sentivamo che questo non poteva avvenire, che nulla mai più sarebbe potuto avvenire di così buono e puro da cancellare il 12

P. Levi described with conflicts and contrasts comparing them to the joy he imagined. One of the main obstacles to take up a social and integrated life, was the conflict at interpersonal communication level between the former deportees and the rest of society due to the difficult and often impossible sharing of the experience they lived: “The hour of liberty rang out grave and muffled”12 ,

“One day was enough to convince myself that while I need to let people know there was the will of others not to know because we were uncomfortable and inappropriate witnesses among a humanity who would forget and begin to live once again”. “They did not want to hear about hunger, all of them suffered from famine and were cold. It was impossible to let people understand that there were different kind of deaths, a different famine and a different cold: those that the lager survivor lives and would others know”. “… I learned to be silent, to hide my past in order to feel as the others…”13

Without doubts, subjectivity is an essential element of each experience lived in person: when we transmit to others who did not participate to the experience, it is split into two as two-sided coin, the owner’s memory and the receiver one (family, friends, institutions). “People did not believe it. “Yes, they did not give you food”, they told. “But it is not possible all deaths you describe”. Or they listened to you with contempt… They admitted it was occurred but at a certain point they interrupted me and preferred to talk about their business. […] And at that moment I understood, in my poor mind, I understood that it was not worthy to tell them, because they also understood but they were not interested in.”14

In the specific case of former deportees, financial support was never refused while effective and deep participation to their drama was not a habitual phenomenon. “…I was alone with myself. Having reached a level of unbearable anguish, I would have reminded the tragedy I lived in

“So for us even the hour of liberty rang out grave and muffled, and filled our souls with both joy yet with a painful sense of pudency, so that we should have to wash our consciences and our memories clean from the foulness that lay upon them; and also with anguish, because we felt that this should never happen; and also with anguish, because we felt that this should never 12


negata, mentre la partecipazione effettiva e profonda al loro dramma non fu fenomeno abituale. “…ero solo con me stesso. Attraversato da un livello insopportabile di angoscia avrei ricordato nelle narrazioni la tragedia vissuta oppure mi avrebbe assalito il freddo indicibile della negazione o del silenzio?” “…sentivo che alcuni effetti di quel trauma sarebbero durati a lungo, forse tutta la vita, e potevano costituire una minaccia alla stessa sopravvivenza fisica. La via per uscirne non era quella di restare prigionieri di quella esperienza né di rimuoverla o negarla, la vera soluzione era di reintegrarsi in quel passato – abbastanza recente – e quindi nella vita quotidiana e così lavorare <<per il futuro con il cuore al passato>> o se la memoria ha un futuro, per una <<futura memoria>>”15

E così il superstite doveva ricostruire sé stesso fra l’incredulità e l’indifferenza degli altri uomini. “quando eravamo in campo dicevo ‘quando usciremo di qui, se usciremo, non crederemo neanche noi di aver superato tutto questo…’ Quindi come si può pensare che gli altri ci credano, che capiscano la tragedia che è avvenuta qui…”16 “quante volte mi è capitato sentirmi dire da qualcuno, che aveva saputo che ero stato internato ad Auschwitz <<deve essere stato terribile per lei, non voglio agitarla col continuare a parlarne>>. Molti volevano evitare l’argomento mettendo avanti questa compassione che a me pareva simulata”.17

L’impatto con chi non aveva condiviso la loro sorte li faceva sentire “diversi”, lontani dalla gente “normale”, con la quale comunicare era difficoltoso: li divideva il lager.

narrative, or that cold and unspeakable negation or silence would have assailed me?” “… I felt some of those trauma effects would have last long, maybe the entire life, and they might have been a serious threat to my survival in physical terms. The sole way out was not remaining prisoner of such experience, removing or denying it. The sole way was to reintegrate myself in that quite recent past and therefore in daily life and work “for the future having the heart in the past” or if memory has a future, for a “future memory”15.

Thus, the survivor had to reconstruct himself between incredulity and indifference from other human beings. “when we were in the camp I used to say: ‘when we go out from here, if we can, we will not believe either to have undergone this experience…’ Therefore, how can we think others may believe us, or understand such tragedy that occurred here…”16 “So many times, I have heard somebody telling me who knew I was interned in Auschwitz <<It had to be terrible for you, I don’t want to disturb you and continue to discuss about it>>. Many of them only would avoid to talk about it using that compassion that seemed simulated to me”.17

The impact of those who had not their same destiny made them feeling “different”, far from “normal” people”, with whom it was very difficult to communicate because lagers divided them. “We know the world would not believe this”18

Furthermore, violence suffered from deportees and daily experience with death, would induce them, as defense, to develop a sort of emotional anesthesia.

“Noi sappiamo che in questo difficilmente saremo compresi”18

nostro passato, e che i segni dell’offesa sarebbero rimasti in noi per sempre, e nei ricordi di chi vi ha assistito, e nei luoghi ove avvenne, e nei racconti che ne avremmo fatti”. Primo Levi, “La tregua” (1963) 14 testimonianza di Lidia Rolfi Beccaria in “Il ritorno dai Lager” (op. cit.) 14 testimonianza di Angelo Travaglia in “La vita offesa” (op. cit.) 15 Italo Tibaldi in “Il ritorno dai Lager” (op. cit.)

happen that now nothing could ever happen good and pure enough to rub out our past, and that the scars of the outrage would remain within us for ever, and in the memories of those who saw it, and in the places where it occurred and in the memories of those who saw it, and in the places where it occurred and in the stories we should tell of it”. Primo Levi, “Truce” (1963) 13 Testimony of Lidia Rolfi Beccaria in “Il ritorno dai Lager” (Return from lagers) (op. cit.) 14 Testimony of Angelo Travaglia in “La vita offesa” (The offended life) (op. cit.) 15 Italo Tibaldi in “Il ritorno dai Lager” (Return from lagers) (op. cit.)


Per di più, le violenze subite dai deportati e il contatto quotidiano con la morte, li avevano inconsciamente indotti - per difesa - a sviluppare una sorta di anestesia emotiva. “In quanto a me ero cambiato, mi era subentrata una sorta di indifferenza verso le cose più importanti, più grosse […] ero indifferente di fronte a una disgrazia, una morte, una strage […] dovevo essere completamente diverso, perché avevo anche ritrovato la mia fidanzata, ma non me ne fregava più niente; non è che avessi un’altra, veramente non davo più importanza al matrimonio né al mio futuro.”19

L’incomunicabilità dell’esperienza del lager determinava a livello psicologico la frustrazione della forza liberatoria del racconto e induceva a retrocedere dal piano sociale al piano interiore. In questo caso, era la scelta del silenzio ad assumere il significato di testimonianza del dramma vissuto. “non è infrequente che le storie raccontate dagli ex-deportati vengano ascoltate con diffidenza, incredulità, … anche gli interlocutori che accettano la realtà dei racconti, in ogni caso non capiscono. Così raccontare diviene inutile”20

Il ritorno da un’esperienza come quella dei lager, ai confini della realtà credibile, determinò nei sopravvissuti due principali reazioni a livello comunicativo. Scrisse P.Levi21

Tacciono coloro che provano più profondamente quel disagio che per semplificare ho chiamato <vergogna>, coloro che non si sentono in pace con sé stessi, o le cui ferite ancora bruciano. Parlano, e spesso parlano molto, gli altri, obbedendo a spinte diverse. Parlano perché, a vari livelli di consapevolezza, ravvisano nella loro - anche se ormai lontana - prigionia, il centro della loro vita, l’evento che nel bene e nel male ha segnato la loro esistenza intera. Parlano perché sanno di essere testimoni di un processo di dimensione planetaria e secolare”

“Personally speaking, I changed. A sort of indifference involved me toward those important matters, the biggest […] I remained indifferent to disgrace, death, slaughter […] I was supposed to be totally different because I found my girlfriend but I cared nothing about her, not because I had another one. Honestly I though marriage or future were not important for me anymore.”19

The incommunicability of the lager’s experience determined, at psychological level, the frustration of narration clearance action and implied to turn back from social point of view to internal view. This meant not to talk about the tragedy they have experienced. “it is quite common that stories told by former deportees are heard with a certain mistrust or incredulity, also those who accept reality of narration, in any case they don’t understand. So, it becomes pointless.”20

Returning home from lagers, on the boundary of the believable reality, resulted in two main reactions of the survivors on a communicative level. P. Levi21 wrote:

“Those remain silent who feel more deeply that sense of malaise which I for simplicity’s sake call “shame”, Those remain silent who feel more deeply that sense of malaise which I for simplicity’s sake call “shame” those who do not feel at peace with themselves, or whose wounds still burn. The others speak, and often speak a lot, obeying different impulses. They speak because, at varied levels of consciousness, they perceive in their (even though by now distant) imprisonment the center of their life the event that for good or evil has marked their entire existence. They speak because they are witnesses in a trial of planetary and epochal dimensions. “I have never come back to that speech, I didn’t want to talk about certain things anymore, I didn’t want to listen to them anymore. It was something that I would and should forget. If I had started thinking about it, it would have become a disease.” 22

“Non sono mai andato a cercarlo quel discorso lì, non volevo

testimonianza di Leonella Bellinzona in “La vita offesa” (op. cit.) 17 testimonianza di Hermann Langbein in “Il ritorno dai Lager” (op. cit.) 18 Primo Levi, “Se questo è un uomo” (op. cit.) 19 testimonianza di Davide Franco in “La vita offesa” (op. cit) 20 testimonianza di Bruno Maida in “Il ritorno dai 16

Testimony of Leonella Bellinzona in “La vita offesa” (The offended life) (op. cit.) 17 Testimony of Hermann Langbein in “Il ritorno dai Lager” (Return from lagers) (op. cit.) 18 Primo Levi, “If this is a man”” (op. cit.) 19 Testimony of Davide Franco in “La vita offesa” (The offended life) (op. cit) 20 Testimony of Bruno Maida in “Il ritorno dai lager” 16


più parlarne, non volevo più sentirne parlare. Era una cosa che io volevo e dovevo dimenticare. Perché se no, se cominciavi a pensarci, diventava una malattia.”22

Molti si chiusero in sé stessi, sia a causa degli ostacoli incontrati nel cercare di trasmettere agli altri la propria esperienza, sia perché “pur essendo molto sensibile all’autenticità dei contatti umani, il sopravvissuto ha un esclusivo, ostinato, rassicurante rapporto con il silenzio”23

Scrive C. Stajano a proposito di Aldo Carpi24 :

“Quando tornò a casa parlò ininterrottamente per due giorni. Poi più niente. Ancora negli ultimi anni faceva fatica a raccontare del lager. Gli era rimasto nelle narici l’odore del gas, diceva, non ce la faceva a dimenticare i giovani russi che per la disperazione della tortura subita andavano a sfracellarsi contro i reticolati dell’alta tensione, non riusciva a togliersi dagli occhi i compagni che ogni notte aveva visto entrare nel Bahnhof del blocco 31, la camera della morte.”

Altri invece furono guidati da una “coazione a portare testimonianza”, dal desiderio di far capire agli altri l’esperienza, sostenuto dal bisogno interiore di comprendere quello che gli era accaduto in modo da riuscire a padroneggiare quell’esperienza sia razionalmente sia sul piano emotivo. La crisi del ritorno si sviluppò nella divaricazione tra le speranze nutrite in vista della liberazione e la realtà di fatto ritrovata: “per molti non c’è stato solo il <<prima>>, che era già abbastanza, ma anche un <<dopo>>”25

lager (op. cit.) 21 Primo Levi, “I sommersi e i salvati”

Many withdrew into themselves due to those obstacles they faced when trying to share that experience with others, and also because: “while being very sensitive to the authenticity of human being contacts, the survivor has an exclusive, obstinate and reassuring relationship with the silence” 23

C. Stajano wrote on Aldo Carpi 24 :

“When he was back home he has continuously spoken for two days. Even during the final years of his life, it was hard for him to talk about lagers. He said that the smell of gas had remained into his nostrils and it had not been easy to forget those young Russians that due to the tortures they had undergone, had smashed themselves against the high voltage grids. He was enabled to remove those companions from his eyes who entered in the Bahnhof of 31st block, the death room”.

Many were guided by a “compulsion to bring testimony”, a desire to make others understanding their experience with the purpose of succeeding in mastering that experience both rationally and emotionally. The crisis of returning home led to the divarication between the cherished hopes of liberation and reality they found: “for many there was not only <<before>>, which was enough, but also <<after>>” 25

an absence of communication related to those infernal and absurd facts which needed to be faced, therefore an obliged choice to withdraw into themselves, this meant a serious obstacle to active social reintegration.

(Return from lagers) (op. cit.) 21 Primo Levi, “The Drowned and the Saved”


un muro di incomunicabilità relativa a quanto di infernale e assurdo si era dovuto affrontare, quindi la scelta obbligata di rinchiudersi in sé stessi, che per molti rappresentò un grave ostacolo al reinserimento attivo nella società. “Auschwitz vuol dire morte, la morte totale, assoluta, dell’uomo e di tutti gli uomini, della parola e dell’immaginazione, del tempo e dello spirito […] Il sopravvissuto lo sa. Lo sa lui e nessun altro.” “tante volte ho provato […] l’impressione che l’unica cosa da fare sia rinchiudersi nel silenzio”26

Oltre all’aspetto comunicativo, l’esperienza traumatica aveva determinato nei superstiti un cambiamento irreversibile nella personalità e nel comportamento sociale: “la nostra sensibilità nei rapporti con il mondo è diversa; io direi proprio che siamo diversi, siamo un pugno di persone terrorizzate, non solo all’idea che si dimentichi, ma che ricominci qualcosa che non è mai finita, che non si è mai capita perché incomprensibile”27 “la corazza che si è formata a poco a poco nel campo per proteggere la nostra sensibilità ci separa ora dagli altri” perciò “ci volle molto tempo per ritrovare un comportamento più socievole”28

Addentrandosi nei meccanismo della psiche, Bettelheim - psicanalista austriaco che fece esperienza della deportazione in prima persona - ha analizzato le modalità inconsciamente messe in atto per convivere con un problema esistenziale che non ammette alcuna risoluzione. In sintesi, si tratta di conservare la propria integrazione di fronte agli effetti di una passata disgregazione. Bettelheim ha schematizzato gli atteggiamenti psicologici assunti dai superstiti dei lager in tre principali tipologie:

testimonianza di Giovanni Prato in “La vita offesa” (op. cit.) 23 testimonianza di Ilda verri Melo in “Il ritorno dai lager “ (op. cit.) 24 Corrado Stajano, introduzione a “Diario di Gusen” Aldo Carpi (a cura di Pinin Carpi, 1993) 25 testimonianza di Leonella Bellinzona in “Il ritorno dai Lager” (op. cit.) 22

“Auschwitz means death, total death of human being and those men, death of word, imagination, time and spirit […] The survivor know it. He knows and not anybody else.” “several times I had […] the impression that the only thing to do, was to remain absolutely silent”26

Beside communication, that traumatic experience had led an irreversible change of survivors’ personality and social behaviors: “our sensitivity in relationship with the world is different, I should say we are different, we are a bunch of terrorized persons not only scared by this could be forgotten, but also that this may happen again because never ended and never understood because incomprehensible” 27 “armor built over the time when we were in the camp to protect our sensitivity, separates ourselves from the others now”, therefore “it took long time to find a more sociable behavior”28

By exploring psyche mechanisms, Bettelheim, an Austrian psychoanalyst who personally experienced deportation, has analyzed how human mind unconsciously acts in order to live together with an existential problem with no resolution. Briefly, the point is to safeguard his own integration facing the effects of a past disruption. Bettelheim29 summarized the psychological behaviors of lagers’ survivors according to three main categories: 1) rejection of traumatic experience suffered 2) reconstruction of his/her own identity before the experience 3) reconstruction of his/her own identity taking into account the trauma suffered According to the psychoanalyst, those mental attitudes and behaviors meant three different “answers” by social environment:

Testimony of Giovanni Prato in “La vita offesa” (The offended life) (op. cit.) 23 Testimony of Ilda verri Melo in “Il ritorno dai lager” (Return from lagers) (op. cit.) 24 Corrado Stajano, introduction to “Diario di Gusen” (Gusen diary) Aldo Carpi (curated by Pinin Carpi, 1993) 25 Testimony of Leonella Bellinzona in “Il ritorno 22


1) rifiuto dell’esperienza traumatica subìta 2) ricostruzione della propria identità precedente all’esperienza 3) ricostruzione della propria identità prendendo atto del trauma subìto Secondo lo studioso, a questi atteggiamenti mentali e comportamentali, corrisposero tre diverse “risposte” da parte del contesto sociale: 1) rifiuto della realtà soggettiva e storica rappresentata dal sopravvissuto 2) accettazione dell’esperienza del sopravvissuto in base alla sua capacità di rimozione 3) accettazione e partecipazione alla vicenda del sopravvissuto I meccanismi psichici adottati dai superstiti furono principalmente quelli di rimozione e negazione: difese psicologiche primitive e inadeguate in quanto implicano molta energia investita per mantenerle in atto (ogni negazione/rimozione ne esige altre in appoggio per poter continuare, alimentando un circolo vizioso senza uscita). Di fronte ad eventi potenzialmente distruttivi, queste difese sono anche molto pericolose, in quanto impediscono di prendere le appropriate misure di salvaguardia e conducono a disturbi emotivi: il soggetto resta inconsapevolmente intrappolato in un loop senza uscita. In ogni caso la condizione del sopravvis-

Elie Wiesel, For some measure of humility Edith Bruck in “Il ritorno dai Lager” (op. cit.) 28 testimonianza di Hermann Langbeim in M. Martini, “Il trauma della deportazione” (op. cit.) 29 Bruno Bettelheim, “Sopravvivere” (1981) 26 27

1) rejection of the historical and subjective reality depicted by the survivor 2) acceptance of the experience of the survivor according to his/her removal capacity 3) acceptance and participation in the survivor’s experience The psychic mechanisms implemented by the survivors were mainly those of removal and negation, namely primitive and inadequate psychological defenses because they involve a lot of energy to maintain that status (any removal/negation require more energy to support it while fueling an endless dangerous vicious circle). When facing those potential disruptive events, those defenses are very dangerous because they prevent individuals from adopting specific and appropriate protective measures leading to emotional troubles and they unconsciously remain entrapped in a dead-end loop. In any case, the survivor’s condition was characterized by a strong “alterity” referred to society, and Bettelheim defined it as an “extreme” experience lived by deportees who were detached from the normal guidelines parameters at the basis of both emotional reactions and behaviors. Indeed, the persistence of the “extreme” experience, main reaction of many deportees in the first period of imprisonment, that is the effort to maintain un-

dai Lager” (Return from lagers) (op. cit.) 26 Elie Wiesel, For some measure of humility 27 Edith Bruck in “Il ritorno dai Lager” (Return from lagers) (op. cit.) 28 Testimony of Hermann Langbeim in M. Martini, “Il trauma della deportazione” (The trauma of deportation) (op. cit.) 29 Bruno Bettelheim, “Surviving” (1981)


suto si caratterizzò per una forte “alterità” rispetto alla società: Bettelheim definisce come “estrema” l’esperienza vissuta dai deportati, che si trovarono disancorati dai normali parametri-guida alla base delle reazioni emotive e comportamentali. Infatti, con il perdurare dell’esperienza “estrema”, quella che era stata la principale reazione di molti deportati nel primo periodo di prigionia - cioè lo sforzo di mantenere inalterata la propria identità - dovette cedere di fronte all’esigenza di sopravvivere in qualche modo possibile. Nello specifico, Bettelheim definisce come “situazione estrema” quella in cui “veniamo catapultati in un insieme di condizioni in cui i meccanismi adattivi e i valori di un tempo non sono più validi […] ci troviamo allora scaraventati sul fondo, e per risalire dobbiamo costruirci un nuovo insieme di comportamenti, valori e modi di vivere”

sottolineando la netta differenza fra “esperienza dolorosa” (che può essere affrontata dalla normale personalità) e “situazione estrema” (che invece implica il mutamento della struttura stessa della personalità). Una situazione “estrema” - come indubbiamente fu quella della deportazione - si legge negli effetti di cambiamento provocati nell’individuo sia a livello interiore sia di riflesso a livello comportamentale verso l’esterno e richiede un’attenzione possibilmente parallela a questi due aspetti, pur tenendo presente che i cambiamenti interiori producono automaticamente modificazioni della condotta esterna, mentre il reciproco non sempre avviene.

changed his/her own identity, was replaced by the need to survive in some way. More specifically, Bettelheim defined as “extreme situation” when: “we are catapulted in a set of conditions where adaptive mechanisms and values of the past are not valid anymore […] we are thrown on the bottom and, in order to rise up, we need to build a new set of values and behaviors”

and underlined the clear difference between the “painful experience” which a normal personality can face and the “extreme situation” which implies the change of the same personality structure. Deportation was undoubtedly an “extreme situation” and it resulted in behavior changes of deportees both interiorly and at behavioral level toward external environment. It required a possibly parallel attention to be paid at both aspects, even considering that interior changes may lead to external behavior changes, and not always vice versa. When constantly alternating the opposite polarities such as desperation/hope; dehumanization/ recovery of dignity; resignation/rebellion; life/death, the total separation from external world and the destruction of standard schemes of normal life, this was much more profound than a shock because they undermined the psyche basis. The scientific community has not understood the specific psychological sufferings connected with lager deportation for a long time. Until 70s those diseases were assimilated to the war traumas, so-called PTSD, post-trau-


Nella continua alternanza tra polarità opposte - disperazione/speranza, disumanizzazione/recupero della dignità, rassegnazione/ribellione, morte/vita - la separazione totale dal mondo esterno e la distruzione degli schemi di riferimento standard della vita normale costituirono qualcosa di più profondo di uno shock: essi minarono le stesse basi della psiche. La comunità scientifica per molto tempo non comprese la specificità delle sofferenze psicologiche legate alla deportazione nei lager: fino agli anni ’70 queste patologie venivano assimilate ai traumatismi di guerra (i cosiddetti PTSD, post-traumatic stress disorders). Successivamente, tutte le ricerche che hanno esaminato i postumi da internamento nei KZ hanno evidenziato una vera e propria “sindrome del sopravvissuto” che include sintomi quali: senso di colpa per essere vivi, rabbia, ansia, disturbi del sonno, ipervigilanza, depressione, incapacità a stabilire legami profondi. L’indagine condotta da M. Martini30 , basata sui ricordi dei sopravvissuti dopo quasi 40 anni dalla deportazione, ha evidenziato continui slittamenti tra l’epoca dell’internamento e quella successiva, frequenti sovrapposizioni tra passato e presente, come se il tragico viaggio iniziato tanti anni prima continuasse ancora. Per molti si poteva parlare di un fenome-

Massimo Martini, “Il trauma della deportazione” (op. cit.) 30

matic stress disorders. Later on, research analyzing traumas from internment in KZ and underlined a real “syndrome of survivor” with symptoms of feeling of guilty to be alive, anger, anxiety, sleep disturbances, hyper-vigilance, depression, incapacity for establishing long term relationships. The survey carried out by M. Martini 30, based on the memory of survivors after about 40 years from deportation, highlighted continuous slips from internment period and the subsequent one, frequent overlaps between the present and the past, as the tragic trip started many years before and was still continuing. For many of them there was a phenomenon of “assimilation” of the lager inside their own personality, in a process of interiorization of the lived trauma with the inevitable consequence of deriving part of their own identity from that “extreme” reality which became familiar. Research underlined that fear, briefly defined as a specific emotion facing a real external stimulus, was transformed in anxiety, namely a general emotional status originating from an external stimulus and not from a factual external danger. A subtle and persistent anxiety representing the most common disorder suffered from the former deportees due to the suffered trauma. Distress often appeared again also in dreams:

Massimo Martini, “Il trauma della deportazione” (The trauma of deportation) (op. cit.) 30


no di “assimilazione” del lager nella propria personalità in un processo di interiorizzazione del trauma vissuto, con l’inevitabile conseguenza di derivare parte della propria identità da quella realtà “estrema” diventata familiare.

“[…] and it did not stop visiting me at close or long intervals, dreams full of terror. […] I sit around a table with my family, friends or I am at work in a green countryside, the environment is relaxed and apparently tension and pity free. However, I feel subtle and deep distress and a defined sensation of a threat hanging over. And in fact, proceeding with my dream, slowly or brutally, and each time differently, all fall and discard around me, the environment, walls and people, and distress feeling becomes precise and intense.

Dalla ricerca è emerso che la paura (definibile sinteticamente come emozione specifica di fronte ad uno stimolo esterno reale) si era trasformata in ansia, cioè in uno stato emotivo generalizzato che trae origine da uno stimolo interno, non da un oggettivo pericolo esterno. Un’ansia subdola e persistente rappresentava il disturbo più frequente di cui soffrivano gli ex-deportati a causa del trauma subìto.

Everything is into chaos I am alone in the center of a turbid and grey nothing. I know what this means and I have always known

L’angoscia ricompariva spesso anche nei sogni: “[…] e non ha cessato di visitarmi, ad intervalli ora fitti ora radi, un sogno pieno di spavento. […] Sono a tavola con la famiglia, o con amici, o al lavoro, o in una campagna verde: in un ambiente insomma placido e disteso, apparentemente privo di tensione e di pena; eppure provo un’angoscia sottile e profonda, la sensazione definita di una minaccia che incombe. E infatti, al procedere del sogno, a poco a poco o brutalmente, ogni volta in modo diverso, tutto cade e si disfa intorno a me, lo scenario, le pareti, le persone, e l’angoscia si fa più intensa e più precisa. Tutto è ora volto in caos: sono solo al centro di un nulla grigio e torbido, ed ecco, io so che cosa questo significa, ed anche so di averlo sempre saputo: sono di nuovo in Lager […]”31

perché la costrizione di vita in lager aveva determinato nella psiche dei prigionieri continui slittamenti dal “prima” al “dopo”, dal “dentro” al “fuori”, con frequenti ricorsi a realtà di altri tempi e altri luoghi.. Ciò conferma che l’esperienza subita dai deportati può essere letta come “liminare”,

Primo Levi, “La tregua” 32 E.J. Leed, “Terra di nessuno” - esperienza bellica e identità personale nella prima guerra mondiale (1979) 33 Arnold Van Gennep, antropologo (1873-1957) 31

it: I am again in a Lager […]” 31

because the constraint of living in a lager led to continuous slips in the psyche of prisoners from “before” to “after”; from “inside” to “outside” with frequent recourses to reality made of different places and times. This confirms that the experience suffered from deportees may be read as “liminal”, namely it refers to frontiers between the known and unknown, beyond the borders (from Latin limen), crossing the borders of the normal social life. The theory of “liminality”32 assimilates the war experience with rites of passage33 and identifies three steps: - rites of separation (pre-liminal) which transfer the individual from his/her usual place of living - rites of borders (liminal) which assert the identity of those who are in those two conditions - rites of aggregation (post-liminal) when the individual is welcomed back to the same group of origin. If we analyze the reintegration of the former deportees in the society according to the thePrimo Levi, “Truce” E.J. Leed, “No Man’s Land: combat and identity in World War” (1979) 33 Arnold Van Gennep, anthropologist (18731957) 31 32


cioè ai confini fra il noto e l’ignoto, oltre la soglia (dal latino limen), per aver varcato i limiti della normale vita sociale. La teoria della liminarità32 assimila l’esperienza bellica ai riti di passaggio33 e ne individua tre fasi: - riti di separazione (pre-liminari) che trasferiscono l’individuo dal suo luogo di vita abituale - riti di margine (liminari) che fissano l’identità di chi si trova tra due condizioni - riti di aggregazione (post-liminari) con i quali l’individuo è riaccolto nel gruppo di origine Se si analizza il reinserimento degli ex-deportati nella società in base alla teoria della liminarità, è inevitabile constatare le difficoltà dell’ultima fase (ri-aggregazione) in quanto spesso l’identità dei superstiti restava bloccata in una “terra di nessuno”. La parentesi traumatica della deportazione era terminata, ma chi l’aveva vissuta non poteva tornare ciò che era prima, aveva subito un cambiamento interiore irreversibile e portava con sé un’esperienza problematica da conciliare con il mondo esterno. Se la continuità è una condizione sine qua non dell’identità, un’esperienza che incrini il massiccio tessuto connettivo che lega nell’io eventi distinti, determina perdita o quantomeno frattura - d’identità. Scrive Leed a proposito dei reduci: “Coloro che continuarono ad essere psichicamente disturbati dalla personale esperienza di guerra, erano disturbati proprio

ory of liminality, we will inevitably acknowledge the difficulty during this last step (re-aggregation) because the survivors’ identity often remained blocked in a “no man’s land”. The traumatic parenthesis of deportation was concluded. However, those who lived it, could not go back to the past to whom they were, they underwent to an interior irreversible change and they brought an experience with a lot of problems, to be reconciled with the external world. If continuity is a sine qua non condition of identity, an experience cracking the mass connective tissue and connecting the distinctive events into ego will lead to an identity fracture. Regarding veterans, Leed wrote: “Those who continued to be psychically disturbed from their personal experience of war, were disturbed by the obsession to have lived two distinct lives and from the fact to feel unable to resolve the contradictions between them”.

However, there is also a “positive” value to be saved, because all liminal experience is an experience of deep learning even different from the others which can be traditionally learnt. “In that place it seems I have learnt the human beings’ facts. There is a friend of mine, Lidia Rolfi who was in Ravensbruck, she was a school teacher and she affirmed that Ravensbruck was her university. [...] I attended the university, however, I can say that Auschwitz was my university. [...] I believed I reached maturity considering I was lucky to survive” 34

Therefore, with greater reason, knowledge and identity acquired in the framework of a liminal experience (war or KZ) may be only integrated with extreme difficulty in a “continuous-ego”


dall’ossessione di avere vissuto due vite distinte e dal fatto di sentirsi incapaci di risolvere le contraddizioni tra di esse”

In tutto ciò esiste però anche una valenza “positiva”, da salvare, poiché ogni esperienza liminare è un’esperienza di profondo apprendimento, seppur ben diverso da ogni altro apprendimento che possa essere acquisito tradizionalmente. “lì mi pare di aver imparato a conoscere i fatti degli uomini. C’è una mia amica, Lidia Rolfi, che è stata a Ravensbruck, era una maestrina, e dice che Ravensbruck è stata la sua università. [...] Io avevo fatto l’università, ma anch’io devo dire che la mia vera università è stata Auschwitz. [...] io credo di aver subito una maturazione, avendo avuto la fortuna di sopravvivere”24

Quindi a maggior ragione, conoscenza e identità acquisite nell’ambito di un’esperienza liminare (guerra o KZ), potevano essere integrate solo con estrema difficoltà in un “io-continuo”, in quanto rappresentavano elementi non cumulativi che - invece di confermare - invalidavano il precedente bagaglio di conoscenze. continuo”, in quanto rappresentavano elementi non cumulativi che - invece di confermare - invalidavano il precedente bagaglio di conoscenze. Sottolineare la natura disgiuntiva della “conoscenza di vita” acquisita, significa evidenziare come questa abbia costituito un mutamento irreversibile che ha inevitabilmente segmentato il tempo dell’esistenza in un “prima” e un “dopo”. Alla luce di queste evidenze è possibile dare una lettura più profonda alla storia di Ferdinando Camon, “Conversazione con Primo Levi - Se c’è Auschwitz, può esserci Dio?” (1997) 34

experience (war or KZ) may be only integrated with extreme difficulty in a “continuous-ego” because they represented non-cumulative elements which undermined previous knowledge instead of confirming it. By underlining the disjunctive nature of the acquired “life knowledge”, this means to underline how that knowledge constituted the irreversible change which inevitably segmented the time of existence in “before” and “after”. Given those facts, it is possible to deeply analyze Gaetano Lazzarini life story. By the support of psycho-behavioral research and former deportees’ witnesses who lived an experience similar to Lazzarini who survived in Auschwitz, it is possible to understand what characterized his silence about the hell he went through, his indifference to build a profitable and active life, his closing to social life, his refuge in clear elements and aesthetically attractive of the surrounding reality using the art medium. We inherited his numerous drawings which are not both evocative of the past and not challenging for the present: women mainly depicted in their external appearance, cities landscapes, among them there are beautiful views of Venice, the cats which were his friends and with whom he divided his milk/ dinner, his few human friends, among them there is Mario Bernardinello. The common element of his drawings is his artistic mastery never improvised: a spontaneous gift he received and certainly refined in those art schools he attended when he was Ferdinando Camon, “Conversation with Primo Levi – There is Auschwitz, therefore God cannot exist”. (1997) 34


vita di Gaetano Lazzarini. Supportati dalle ricerche psico-comportamentali e dalle testimonianze di ex-deportati che hanno vissuto un’esperienza analoga a quella di Lazzarini - superstite di Auschwitz - è possibile comprendere ciò che lo caratterizzava: il suo silenzio sull’inferno attraversato, la sua indifferenza a costruirsi un percorso di vita attiva e produttiva, il suo chiudersi ad una vita sociale, il suo rifugiarsi in elementi sereni ed esteticamente piacevoli della realtà circostante, ricorrendo al medium dell’arte. Questo rappresentano i numerosi disegni che ci ha lasciato, non evocativi del passato e non impegnativi sul presente: donne ritratte quasi esclusivamente nel loro aspetto esteriore, vedute di città (tra cui spiccano bellissimi scorci di Venezia), i suoi amici gatti (con i quali condivideva il pasto/latte serale), i pochi amici umani (tra cui Mario Bernardinello). Elemento comune a tutti i disegni è una maestria artistica non improvvisata: un dono spontaneo sicuramente affinato attraverso scuole d’arte frequentate in giovane età, prima della deportazione, una risorsa preziosa che gli ha permesso di salvarsi nel contesto dei campi di sterminio e di accompagnare lo scorrere della vita al ritorno.

young and before deportation. A valuable resource who enabled him to survive in the extermination camps and was with him after returning home.

Bernardinello volume viaggio all'inferno e ritorno ilovepdf compressed (1)  
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