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“... tutti devono progettare: in fondo è il miglior modo per non essere progettati.“ G.C.Argan, 1974


Il TerzoPianoAutogestito Il TerzoPiano Autogestito è uno spazio all’interno della facoltà di Architettura di Napoli okkupato nel 1995 da un gruppo di studenti per realizzarvi in piena autonomia inziative politiche e culturali. Il TPA non è un’associazione di studenti con fini corporativi; esso nasce dal rifiuto di delegare ad altri soggetti la determinazione del proprio percorso culturale e politico. Si riconosce nella pratica politica dell’ Autogestione ed Autorganizzazione sociale, dove i soggetti portatori di bisogni ( studenti, lavoratori, disoccupati… ) costituiscono, in autonomia dalle istituzioni e dallo stato, le proprie forme di aggregazione e maturano le proprie riflessioni e rivendicazioni sociali.

tpa

autistici.org/terzopiano terzopiano@autistici.org


Il LaboratorioMaterialiOkkupato In una università e più in generale in una sistema dove teoria e pratica non vanno tanto d’accordo noi abbiamo pensato di confrontarci con la Materia, la Tecnologia e la Pazienza mettendo in piedi le nostre idee, cercando di abbattere quel muro creato dalla società moderna che divide i “pensatori” dai “manovali”.  Tutto è possibile per chi crede. Il Laboratorio Materiali è un’ Officina autogestita che dà a tutti la possibilità di lavorare legno, ferro, costruire plastici, modellini, allestimenti, scenografie e quello che si vuole…. Utilizzarla non costa nulla, basta venire al TPA… La nostra prassi quindi è l’autocostruzione, il cosidetto far da se, riappropiandoci di mezzi e tecniche di produzione ci poniamo in contrasto con il modo canonico di fare le cose, il modo di una società in cui tutto è prodotto in serie, preconfezionato, pubblicizzato, venduto, consumato e buttato. Nella maggior parte dei casi, la nostra materia prima non si compra, ma proviene dagli scarti. Ridiamo dignità sia estetica che funzionale a qualcosa che altrimenti andrebbe buttato. Sappiamo bene di non essere la soluzione ma non vogliamo nemmeno essere considerati come un palliativo. Vogliamo rappresentare un’esperienza di conflitto all’alienazione quotidiana, alla società del consumo, allo sfruttamento incondizionato delle risorse e delle persone che diventano “merce” in nome del profitto. Bè insomma non ci resta che metterci al lavoro…


“L’architettura è il mezzo più semplice per articolare il tempo e lo

spazio, per modellare la realtà, per far sognare. Non si tratta solamente di articolazione e di modulazione plastica, espressione di una bellezza passeggera. Ma di una modulazione influenziale che si inscrive nella curva esterna dei desideri umani e dei progressi nella realizzazione di questi desideri. L’architettura di domani sarà dunque un mezzo per modificare le concezioni attuali del tempo e dello spazio. Sarà un mezzo di conoscenza ed un mezzo di azione.”

Gilleis Ivan. “Formulario per un nuovo urbanismo” Internazionale Situazionista.


Indice: 0. Prefazione_TerzoPianoAutogestito 1. Intro_ TerzoPianoAutogestito 2. Progettazione nello stato di emergenza_ opencrafts/studio superfluo 3. Sapere indirizzato verso chi? verso cosa?_ Colpo/ collettivo politecnico 4. Senza panchine_ Franco La Cecla 5. Frammenti sparsi dall’Internazionale Situazionista_ Internazionale Situazionista 6. Frammenti da babel2 Diritto alla città_ babel2


0. Prefazione Quest’opuscolo è stato realizzato in occasione degli incontri di Autocostruzione, organizzati al LaboratorioMaterialiOkkupato del TerzoPianoAutogestito. Si è voluta sfruttare l’occasione del Laboratorio, per riflettere su alcuni argomenti che ci stanno a cuore, senza preoccuparci troppo di arrivare ad un “punto” o di trovare una soluzione, attivando piuttosto una pratica di confronto tra diverse esperienze e ragionamenti, parti integranti della nostra quotidianità, che sostenessero ed alimentassero il lavoro pratico e manuale del laboratorio. Ci troverete dunque: una breve ma intensa descrizione del TerzoPianoAutogestito e del LaboratorioMaterialiOkkupato; una sorta di “Introduzione” al Laboratorio (le cosiddette “linee guida” o più propriamente le regole del gioco alla base della nostra iniziativa) e un po’ di spunti e articoli presi qui e li sui temi del riuso critico e dell’autoproduzione, sulla cultura mercificata e l’università venduta, sugli spazi comuni che non abbiamo e sul controllo e la repressione che si manifestano nelle nostre città, sul tempo libero, sull’importanza del gioco e sul diritto che abbiamo ad “abitare come vogliamo” le nostre metropoli...

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1. Intro “Non mi muovo mai, non ho il tempo di girandolare. Sono un uomo serio, io! (…) Non ho il tempo di fantasticare” ripeteva l’Uomo d’affari nel quarto pianeta incontrato nella favola del Piccolo Principe. Non bisogna allontanarsi tanto per fare incontri del genere nella metropoli moderna ed allora, segnati da questo piccolo trauma infantile, abbiamo deciso di fantasticare e di prenderci tutto il tempo necessario per vedere nel gioco e nella costruzione collettiva e indipendente dei percorsi qualcosa di molto più serio! Già! Qualcosa di serio e arduo in un tempo e in uno spazio in cui essere competitivi, produttivi, ottimizzare i tempi, raggiungere “una posizione” sono le uniche discipline praticabili per chi voglia riuscire a stare a galla nel nostro mare di cemento. Per questo abbiamo deciso di giocare, anzi, “GIOCARE SPORCO!” Niente efficienza, nessuna spettacolarità. Quello che abbiamo in mente non risponde a questa roba. La nostra idea di svago è disinteressata, non vincolata al consumo e fuori dalle logiche del mercato. Un gioco, senza competizione, senza vantaggi individuali, per il quale non servono specializzazioni. Questo gioco consiste nel praticare una nuova idea di architettura! Desiderio ed usi già consolidati negli anni guideranno il nostro spirito costruttivo. La pratica adottata, quindi, sarà quella della progettazione collettiva. La fattibilità delle proposte e la fiducia verso tale modalità sarà esperita nell’atto pratico della realizzazione, che avrà immediatamente luogo grazie all’uso dei macchinari e degli spazi del laboratorio materiali che abbiamo messo su, in luoghi dell’università di cui ci siamo riappropriati, proprio nella prospettiva di rendere possibili tali sperimentazioni. 1


Scegliamo quindi come nostra materia prima gli Scarti. Passeggiando tra le strade e chiacchierando con le persone abbiamo raccolto materiali di risulta, prevalentemente lignei e plastici, come un esploratore che trova la sua pepita d’oro scavando nella sabbia! Abbiamo Occupato ormai da anni gli spazi in disuso della nostra facoltà. Il terrazzo, le sale comuni e i laboratori del terzo piano autogestito, sono un luogo di ritrovo alternativo ai luoghi e ai tempi della didattica per gli studenti della facoltà e per chiunque altro voglia utilizzarli. Il LABORATORIO, quindi, si propone di riprogettare e attrezzare gli spazi del terrazzo di palazzo gravina, in funzione delle nostre esigenze. Panchine, pedane, sdraio, piscine, alberi, altalene, aquiloni, prati e piste da ballo: tutto ciò di cui abbiamo bisogno per “perdere” il nostro tempo. Più che la media, i crediti ed il curriculum, è richiesta una volontà pertecipativa ludica e collettiva, aperta al confronto, espressiva, organizzata, adrenalinica e solare (un pò come miss italia). “Quante cose al mondo puoi fare, costruire, inventare, ma trova un minuto per te!” Diceva il signor Tassoni

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2. Progettazione nello stato di emergenza Riprogettare il progetto Molto spesso il design sostenibile viene associato alla progettazione e realizzazione di oggetti con materiale di scarto, tipicamente rifiuti, riadattati e assemblati per dar vita a nuovi prodotti. Questo tipo di approccio è tuttavia l’ultimo gradino della catena produttiva, una progettazione di emergenza, sintomo di una produzione di beni gravemente malata, che non è in grado di riutilizzare e mettere in circolazione i propri output come nutrimento per altri sistemi. Limitarsi a considerare la progettazione sostenibile come auto-produzione con materiale di recupero è sostanzialmente sbagliato. È bene tener presente che questa modalità non è in grado di configurarsi come un’ alternativa valida all’attuale sistema di produzione: proprio perché consapevoli dei limiti, non abbiamo intenzione di proporla come soluzione definitiva ad un problema ben più ampio. Nel frattempo, però, cosa fare di tutti gli scarti che stanno sommergendo il nostro mondo? Invece di contribuire a saturare ulteriormente le discariche, potrebbero essere recuperati e utilizzati, diventando così materia prima per nuovi prodotti. Interpretato in questo modo, il riuso degli scarti si rivela quindi una pratica valida. Si articola come una soluzione temporanea, parallela ad un cambio di paradigma progettuale che porti una completa ridefinizione sistemica dell’intera catena produttiva. Un’altra questione importante è la valenza estetica dei prodotti. Molto spesso, i manufatti realizzati in questo modo non restituiscono una dignità nuova alla materia prima recuperata, lasciando la sua natura di scarto sin troppo evidente. Per questo ci riferiamo sempre a materiale di scarto utilizzato come materia prima: la ri-progettazione come proposta in questo manuale, implica infatti la destrutturazione dell’oggetto preesistente, così da ottenere una 3


materia grezza semilavorata che potrà essere plasmata e configurata in nuove combinazioni. In questo modo l’identità di oggetto scartato verrà meno ed il progetto finito avrà una propria estetica che sarà diversa sia da quella del tipico “rifiuto recuperato” che da quella di un prodotto nuovo, essendo caratterizzato da tutti quei particolari che inevitabilmente parleranno del materiale di partenza, in grado di raccontare storie che difficilmente potremo ascoltare usando materie prime vergini. Progetto dal materiale, non materiale dal progetto Nella progettazione con materiali di recupero, l’ideazione di un prodotto nasce dall’incontro tra la creatività e la disponibilità contingente del materiale. Possiamo quindi affermare di trovarci di fronte ad un’inversione della metodologia rispetto all’approccio tradizionale: non più dal progetto al materiale, ma dal materiale al progetto. Questa è la modalità con cui si organizza il mondo naturale: le forme di vita crescono, si sviluppano e incrementano il numero della propria specie a seconda del contesto e dei nutrienti disponibili. Tramite la valorizzazione della ricchezza locale e delle diversità culturali, recuperando le tradizioni autoctone, è possibile offrire una produzione coerente con il contesto, in grado inoltre di ridurre l’impatto ambientale. Ricapitolando, la materia prima diventa il punto di partenza per le intuizioni creative, generando un progetto flessibile in grado di modificare se stesso in corso d’opera. Il progetto perciò non si chiude nel momento che precedente la realizzazione fisica dei prodotti, ma rimane aperto ed in continua evoluzione, diversamente da quanto accade nella produzione industriale. Proprio per questo avremo dei pezzi unici, ognuno con le proprie peculiarità e un linguaggio formale differente, a seconda delle tecniche e delle possibilità di lavorazione. La differenza e l’unicità saranno dei valori aggiunti, soprattutto in un mercato saturo di merce standardizzata a livello globale. La caratteristica principale che distingue questa metodologia di recupero da altre vie percorribili è la volontà di dare ai prodotti auto-costruiti un valore estetico ed una dignità nuova, attraverso un accurato trattamento e una lavorazione competente delle materie prime. Rifiuto = Cibo La creatività come puro atto generativo, senza cioè riferimenti ad esperienze o stimoli pregressi, non esiste. Questa, infatti, è sempre frutto di 4


incontri/scontri tra materia, energie e idee diverse: lo sa bene chi della creatività ne ha fatto un mestiere. Per quanto ricca possa essere la sua esperienza e per quanto ingegnosi possano essere i suoi lavori, un progettista difficilmente potrà paragonare la propria attività creativa con l’incredibile e meravigliosa attività della natura. Da miliardi di anni il nostro pianeta si equilibra autonomamente seguendo i principi che gli permettono di mantenere stabile la vita in esso. Alla base di ogni meccanismo, sia nel particolare che nel generale, c’è la concezione del rifiuto come cibo: gli scarti vengono reinseriti nelle strutture della vita sotto forma di nutrimento per altri sistemi viventi. Tutte le sostanze che circolano nel nostro pianeta sono state parte di altro: la natura, dunque, non concepisce scarti, almeno come li intende l’uomo. Confrontando il sistema produttivo industriale con le logiche che regolano da millenni la natura, si fa presto a svelare tutti i suoi paradossi e la sua tremenda incoerenza. Queste sono le ragioni che rendono inconcepibile continuare a strutturare le dinamiche di produzione come se le materie prime fossero inesauribili. Per chi desideri approfondire in maniera più esaustiva questi concetti, è possibile consultare a fine manuale una ricca bibliografia.

Di Studio Superfluo e Babel tratto da opencraft.org

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3. Sapere indirizzato verso chi? verso cosa? Spesso ci siamo interrogati su cosa significhi essere ingegnere o architetto. Ovviamente darsi una risposta ad una domanda così ampia sembra sempre essere riduttivo nonostante tutti i ragionamenti possibili che si possono mettere in campo. Una semplice ma fondamentale considerazione ha però sempre rappresentato per noi un punto fermo dal quale mai ci allontaneremo: siamo convinti che il sapere che si trasmette e si rinnova nelle università (compreso ovviamente quello tecnico-scientifico di ingegneri e architetti che ci caratterizza) non può e non deve essere asservito a logiche di mercato, e dunque di profitto, data l’estrema importanza che rappresenta la cultura in una società. Viviamo in un paese che, è bene ricordarselo sempre, fa parte di un sistema occidentale/globale dove è ben radicata una struttura economica finanziario-capitalista, dove ormai le scelte politiche che si riversano nella nostra società, e dunque anche nelle nostre università, sono totalmente asservite a questo tipo di sistema, che quindi, in modo più o meno diretto, finisce con il determinarci come studenti e futuri cittadini. Determina e costringe forzatamente la nostra formazione, le nostre scelte, la nostra vita. La didattica delle nostre università non è libera, ma incanalata verso una ben precisa direzione dal sistema prima citato e negli anni abbiamo visto questo vincolo rafforzarsi sempre di più arrivando con l’ultima riforma dell’università, la riforma Gelmini, ad una svolta di certo epocale, considerando soprattutto il peso enorme che ora avranno i soggetti privati, attori del sistema economico in questione, nel governo diretto delle nostre università (pubbliche) e dunque nell’indirizzo della nostra formazione. Dalla riforma del 3+2 in poi si è avuto un costante avvicinamento tra mercato ed università ed oggi crediamo sia ormai lampante questo legame: dall’indirizzo della didattica fino all’utilizzo della ricerca, soprattutto in 6


campo applicativo a scapito di una ricerca pura (per ovvi motivi di produzione e di riscontri più o meno immediati sul mercato). Per quanto ci riguarda, come studenti del Politecnico di Torino, viviamo uno degli ambienti universitari che, complice anche la natura tecnica delle discipline che qui si insegnano e che meglio di tutte si prestano alle “logiche di profitto”, di certo è sempre stato all’avanguardia nell’interpretare questi cambiamenti e nell’adeguarvisi senza porre criticità. Oltre all’arrivismo di alcuni politicanti (vedi il neoministro Profumo) crediamo che una delle motivazioni principali risieda nella quota di finanziamenti che il mondo privato ha sempre riservato a questa università, coprendo in qualche modo quella voragine dovuta al sottofinanziamento costante e continuo da parte di tutti i governi (tecnici o meno che fossero) che hanno da sempre preferito spendere miliardi di euro in giocattoli militari e TAV inutili (tanto per fare degli esempi), anziché investire in una università pubblica e di qualità. Una logica che, se da una parte ha permesso di avere i citati finanziamenti, ha pian piano trasformato il Politecnico in un grande centro di ricerca (applicativa) utilizzato da multinazionali di tutti i tipi (Eni, General Motors, Ferrero, Lavazza, Fiat ecc.). Viene automatico capire quindi chi direziona effettivamente le scelte della nostra università, verso dove e con quali scopi (e il logo della GM che troneggia su corso Castelfidardo è significativo in tal senso). Ecco allora che siamo formati in questa università, dove ormai lo spazio di creatività e di pensiero dello studente è limitatissimo. Molte nozioni, ma pochi ragionamenti. I perché che dovrebbero stimolare la nostra formazione sono sempre subordinati ad un’unica grande problematica che sembra essere imperante nei nostri corsi (forse soprattutto di ingegneria): abbattere i costi di produzione, in quanto questa è l’unica vera problematica che ci deve interessare come studenti e futuri lavoratori. Noi abbiamo in mente un’altra idea di sapere tecnico, di essere ingegneri, di essere architetti; un’altra idea di sapere e di cultura al servizio del bene comune, un’idea che è la base fondante di questo laboratorio di autocostruzione.

Da Laboratorio di Autocostruzione a cura del Collettivo Col.Po (politecnico di Torino) colpo.org

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4. Senza panchine Vietato fermarsi. Vietato sostare. Vietato riposarsi. Vietatissimo stendersi o peggio ancora dormirci sopra. Ecco perché (e come) il potere elimina le panchine. In tutto il mondo. So che dirlo così può sembrare ridicolo, ma a costo di esserlo vorrei affermare una regola per misurare il livello di tolleranza e democrazia di una società. Ci sono, credo, dei sintomi dai quali si può evincere se una democrazia è in crisi o no. Dei segni forti di questa sintomatologia sono la vita di strada e i diritti di tutti i cittadini all’uso della strada. Le società che cominciano ad aver paura della propria democrazia cancellano gradualmente gli spazi “casuali” della strada, quei luoghi dove ci si può incontrare tra estranei. Una storica della vita di strada negli Stati Uniti, Rebecca Solnit, ha affermato in un suo libro sulla storia del camminare (Wanderlust, di prossima pubblicazione in Italia per Bruno Mondadori) che democrazia è la possibilità di camminare in città in mezzo a estranei. Sicuramente “lo straniero” è una misura della democrazia e l’estraneità, cioè il diritto a una vita pubblica senza bisogno di appartenenze a clan, tribù o mafie, è una delle conquiste della democrazia moderna. Da questo punto di vista l’argomento che vorrei sostenere, e cioè che “le panchine” siano una cartina di tornasole della democrazia di un Paese, può sembrare meno originale di quanto suoni. In aiuto mi viene, ahinoi, proprio la tendenza delle grandi città americane ed europee a “estinguere” le panchine. A Parigi come a Hong Kong A Parigi come in America le panchine sono viste come luoghi sospetti dove clochard, barboni, immigrati, gente senza fissa dimora e di ma8


lappartenenza possono trovare rifugio. Nel metrò parigino è stata sperimentata una panchina “anticlochard” che non consente un appoggio stabile. Non vi ci potete sdraiare ma nemmeno sedere perché è concepita come una superficie in pendenza. Si può sostare per poco su di essa, ma sono le vostre gambe a continuare a sostenere il vostro peso. A Hong Kong precisi regolamenti di polizia proibiscono a chi passeggia per gli enormi shopping center posti tra un grattacielo e l’altro di sedersi, perfino di sostare per poco. La panchina risulta insomma un’infrazione a una delle regole delle nuove città autoritarie del Terzo millennio. Ci si può sedere per terra solo se è la polizia a obbligarvici. Le scene del G8 a Genova raccontano situazioni di repressione di questo tipo. I manifestanti vengono obbligati a distendersi per terra per essere esposti alla minaccia dei manganelli. O se chiusi in caserma vengono obbligati ad appoggiarsi al muro con le mani fin quando non crollano per la stanchezza e vengono puniti. C’è nella guerra alla posizione di sosta in posti pubblici il principio di qualunque repressione del diritto di assembramento e di manifestazione. L’unico fruitore cui viene concesso il diritto allo spazio pubblico è un fruitore di passaggio o che “lecchi” (come dicono i francesi) le vetrine dei negozi. Il cittadino delle città del Terzo millennio è qualcuno che la polizia deve far circolare. L’unica sosta consentitagli è un luogo in cui deve consumare, sia esso luogo di acquisto o di spettacolo o un luogo come l’automobile che è già dentro la logica della circolazione forzata. Giorgio Agamben qualche giorno dopo i fatti di Genova ha descritto in maniera agghiacciante quegli avvenimenti come prova generale di una gestione nuova delle città in quanto spazi di repressione. Il governo Berlusconi vi ha sperimentato uno spazio di polizia che occorre da ora in poi allargare a più territori possibili. La città diventa luogo del controllo e della sorveglianza mutuando una logica che ha avuto origine nell’invenzione degli spazi speciali di concentramento (che i nazisti avevano imitato dai campi inglesi in Sudafrica dove internare i Boeri) e poi via via fino ai campi di pulizia etnica in Bosnia, ai campi dove chiudere gli immigrati clandestini in Europa. È una logica che si sta infiltrando nelle nostre città – in questi tempi di pace/guerra con la scusa della sicurezza e del controllo. Già oggi in America le organizzazioni di quartiere possono ricevere finanziamenti per l’arredo urbano solo se li chiedono in funzione di una maggiore sicurezza 9


(è uno studio operato sulla zona di Hollywood, a Los Angeles, dall’antropologo John Katz). I Kafiri, per esempio La logica della sicurezza non vede di buon occhio tutto ciò che nella città è spazio offerto alla casualità della sosta. Una panchina diventa un luogo pericoloso perché non richiede nessuna tessera magnetica per essere usata. Se questi sono i sintomi preoccupanti, vediamo come le panchine sono diventate quello che sono “pericolosamente”. Le panchine sono un’invenzione della grande città “borghese”. Sono nate con i boulevard, con le passeggiate nei giardini e nei viali che hanno ridisegnato il volto della città post-gotica. Nelle città medievali non c’erano panchine, ma piuttosto sagrati, campi in città, e sedersi significava stravaccarsi, distendersi, mettersi a ginocchioni e tutta la più vasta gamma delle posizioni dello stare. Se viaggiate in Oriente vi accorgete che ancor oggi cinesi, vietnamiti, laotiani assumono posizioni dello stare che a noi sembrano impraticabili. I loro corpi si adattano al luogo e qualunque esso sia – marciapiede, muretto, tavolo, albero, scala – lo trasformano in luogo di vita e di socialità. La posizione può essere sui talloni, o l’accucciarsi può trovare altre parti del corpo come appoggio, ma la varietà dell’ubi consistam è enorme. Intere culture si distinguono per la loro maniera di “distendersi”. Ad esempio i Kafiri, che sono un popolo non islamizzato, sulle montagne afgane dell’Hindu-Kush, non sono capaci di sedersi per terra “alla maniera araba” e quando lo debbono fare una gamba viene distesa sul terreno in tutta la sua lunghezza (si dice che questo dipenda dal fatto che loro sono i discendenti delle truppe di Alessandro Magno e quindi degli stranieri anche nel modo di sedere). Le panchine “minimaliste” Le panchine nascono nelle città europee e americane e sono un corollario ai giardini e ai viali. Sono la risposta “urbana” al bisogno di sedersi per strada. Ne sono la civilizzazione, nel senso della “civiltà delle buone maniere” di cui parla Norbert Elias. Le grandi città del diciannovesimo secolo devono disciplinare grandi masse urbane e inventano un modo di fruire la città il cui modello rimanda ai comportamenti della nuova borghesia urbana. La panchina nasce con gli ombrellini che difendono mesmadames et mesdemoiselles dal sole, le crinoline, la redingote e tutto l’armamentario di cui i romanzi dell’Ottocento sono la migliore docu10


mentazione. Se volete trovarne una versione simpatica, aggiornata, andate a Barcellona lungo les Rambles che conduce al mare e vedrete come le panchine sono ancora il segno signorile di uno stare che non ha alcuna connotazione né da vegliardo né da clochard. È solo nei primi decenni del Novecento che le città diventano luoghi in cui il passeggio perde la presa e lo status. Le automobili prendono piede e condannano lo stare a una situazione che è marginale, decadente, riservata a chi non è “al centro” della vita sociale. Le panchine diventano nella Roma umbertina e poi nella Roma repubblicana il luogo degli anziani o degli innamorati “poveri”, cioè degli innamorati che non hanno altro luogo per incontrarsi perché sono troppo giovani o non posseggono luoghi privati per corteggiarsi. L’immaginario della panchina cambia. Cambiano anche le forme. Dal tripudio di varietà del diciannovesimo secolo si passa alle panchine “minimaliste” del ventesimo. È allora che la panchina diventa sempre più un luogo di sosta di chi è espulso dai processi sociali. I senza fissa dimora ci vivono, a volte ci muoiono (è successo all’inizio dell’inverno di quest’anno a Milano per il freddo). Se sfogliate la Settimana Enigmistica dagli anni Cinquanta a oggi vi accorgete che le vignette che ritraggono barboni e mendicanti hanno spesso come ambientazione le panchine. “Stare in panchina” diventa nel linguaggio comune un sinonimo di essere tagliati fuori dall’azione. La panchina è il luogo in cui finiscono, al momento del pensionamento, coloro che non sono più utili al processo produttivo. O coloro che per disgrazia o per scelta non vogliono essere utili allo stesso processo. Paul Auster, in vari suoi libri e racconti, spiega bene come si diventa barboni e come la panchina diventi un luogo di vita. E in una straordinaria cronaca, King, John Berger descrive la vita ai margini di un gruppo di homeless. Questa deriva della panchina colpisce tutto l’uso che altre fasce sociali possono farne. Già negli anni Settanta del Novecento a Parigi era proibito distendersi su una panchina. Arrivava un flic e vi diceva subito di mettervi seduti. Come se la panchina descrivesse il crinale pericolosissimo tra il sedersi ammesso e dignitoso e il lasciarsi andare “giù verso la china”. Nella panchina alligna una specie di morbo che vi può condurre giù verso la degradazione sociale e morale. 11


Regole non scritte Nel nuovo galateo urbano della città di fine Novecento in pubblico non ci si può lasciare andare. Se è concessa qualche effusione tra innamorati, è la solitudine stanca a essere proscritta. Chi è stanco se ne torni a casa. Questo nuovo comandamento altera completamente l’uso della città. La città zonizzata non consente un riposo e una ricreazione nel suo centro vitale. Chi vi dorme è considerato un soggetto pericoloso o in pericolo. Dormire in pubblico è considerato non solo una pratica oscena, ma soprattutto a rischio dell’incolumità di chi dorme. Nonostante secoli di siesta, di stravaccamenti e di riposo in pubblico. In altre culture e in altre città, specie in quelle asiatiche, ciò sarebbe inconcepibile. Nelle città europee e americane il “riposo” diventa, se esercitato in pubblico, altrettanto osceno di un atto sessuale. In Giappone è previsto ancor oggi che nei luoghi pubblici vi siano stanze, zone, all’aperto o al chiuso, negli uffici, nelle scuole, nei parchi, destinate al sonno ristoratore pomeridiano. Per un popolo costretto a pendolarismi sfibranti è l’unico modo di “farcela”. Lo stesso non avviene in Occidente. Da noi la connotazione del corpo disteso in pubblico ha una oscenità che è intollerabile. La panchina è una seduta ambigua perché, se consente il sedersi, suggerisce allo stesso tempo lo scivolare lungo distesi. Certamente forma e materiale consentono un riposo provvisorio, scomodo e non accogliente come un prato o un materasso, ma al contempo garantiscono una igiene e una posizione rialzata che il terreno non offre allo stesso modo. La cosa interessante è che le panchine portano raramente “istruzioni per l’uso”. Ciò che su di esse viene interdetto non c’è bisogno di scriverlo perché è la società nell’elaborazione continua dei suoi procedimenti disciplinari a “dirlo”. In questo non scritto c’è per i meccanismi repressivi un esercizio interessante. Le regole non scritte dello spazio sociale consentono una fluttuazione utile ai meccanismi disciplinari. È a giudizio della guardia o della polizia urbana che un atteggiamento viene considerato più o meno tollerabile. Le panchine sono per lo stesso motivo un luogo importante di “resistenza”. Se non lo erano fino a poco tempo fa, dove sembrava che fossero un rifugio della marginalità, oggi la loro esistenza e il loro uso sono altamente rappresentativi del rapporto tra cittadini e poteri di controllo polizieschi. Le panchine offrono nello spazio urbano luoghi di frammentazione della soggettività, luoghi di riproposizione di una non funzionalità. In 12


questi luoghi si possono esercitare attività non retribuite né retribuenti, in esse il cittadino è “nudo” cioè inutile al potere e per questo capace di un contropotere sociale. Tutto ciò viene concesso solo agli anziani o ai bambini, ma non è quasi concepibile per altre fasce, a meno che non si tratti di marginali che possono essere repressi facilmente. Una popolazione nuova delle panchine sono gli immigrati che le hanno scelte come luogo di riposo da una sfibrante ricerca di sopravvivenza, ma anche come luogo dove ricostituire una socialità tra immigrati. Le panchine diventano luogo dove si mangia, ci si riposa. A Hong Kong, città che per altro odia le panchine e le elimina appena può, sono il teatro della aggregazione domenicale delle donne filippine che vi fanno pic-nic, si truccano l’un l’altra, si acconciano, si tagliano i capelli. Ovviamente sono luoghi che danno fastidio perché nessuno vi paga l’affitto e sono offerti “gratuitamente” all’uso. È su questo punto che la repressione si scatena e si scatenerà. Luoghi del genere, gratuiti, sono sempre meno consentiti e possibili. Le città sono state trasformate in un teatro di ombre private e in una lugubre sfilata di shopping situations. Difficile che luoghi gratuiti possano sfuggire a questa pianificazione. Occorre dire che raramente architetti, designer e planner si sono posti questo problema. La città esiste fin quando al suo interno sono consentite attività “indefinite”, multifunzioni che mescolano soggetti, generazioni, generi, attività e movimenti diversi. In una città “autoritaria” come quella prefigurata durante il G8 o come le città della safety americana è proprio l’indefinitezza dell’utenza la cosa che ispira più terrore. Le panchine offrono una varietà di usi e di situazioni non gradite a chi voglia invece dare una disciplina nuova alle città. Anche i marciapiedi Non vorrei sembrare adesso esagerato, ma certamente è lo spazio pubblico di cui le panchine sono il simbolo che è in pericolo nei prossimi anni. Siamo tutti molto meno liberi ora che l’America ha lanciato la sua angoscia sul mondo (aveva cominciato ben prima dell’11 di settembre a farlo, essendo la civiltà che più ha negato nella sua storia i valori urbani e dello spazio pubblico). Insieme alle panchine l’altro oggetto di preoccupazione e di repressione saranno e sono già i marciapiedi, questo resto archeologico del passato per chi concepisce la città solo come luogo della circolazione delle auto e 13


pensa che lo shopping sia molto più efficace dentro gli shopping center. I marciapiedi insieme alle panchine sono il luogo di una resistenza tutta italiana, tutta europea per molti versi, all’americanizzazione delle città. Fino a poco tempo fa questo tipo di considerazioni potevano suonare assurde. Oggi sappiamo che nella spirale di caduta della civiltà americana l’Europa è minacciata fortemente nella sua storia e nei suoi valori urbani. Nei prossimi anni si giocherà una partita fondamentale per la democrazia dello spazio. La panchina sarà una delle bandiere più rappresentative di uno schieramento che “non ci sta” all’omologazione del mondo dentro lo spazio del panico.

Di Franco La Cecla tratto dal volume Panchina/Bench edito da Elèuthera

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4. Frammenti sparsi dall’Internazionale Situazionista Contributo ad una definizione situazionista del gioco La nuova fase di affermazione del gioco sembra debba caratterizzarsi con la scomparsa di ogni elemento competitivo. Il problema di vincere o di perdere fin ora quasi inseparabile dall’attività ludica, appare legato a tutte le altre manifestazioni della tensione tra individui per l’appropriazione dei beni. Il sentimento dell’importanza del vincere nel gioco, che si tratti di soddisfazioni concrete o più spesso illusorie, è il prodotto avvelenato di una cattiva società. Questo sentimento è ovviamente sfruttato da tutte le forze conservatrici che se ne servono per mascherare la monotonia e l’atrocità delle condizioni di vita che impongono. Basta pensare a tutte le rivendicazioni sviate per mezzo dello sport agonistico, che si impone sotto la sua forma moderna proprio in Gran Bretagna con lo sviluppo manifatturiero. Non solo le folle si identificano con giocatori professionisti o con certe squadre, che assumono lo stesso ruolo mitico delle stelle del cinema che simulano la vita e degli uomini di stato che decidono in vece loro, ma anche il succedersi senza fine dei risultati di queste competizioni non cessa di appassionare chi vi assiste. La partecipazione diretta a un gioco, anche preso tra quelli che richiedono un certo esercizio intellettuale, è altrettanto poco interessante appena si tratta di accettare una competizione, fine a se stessa, nel quadro di regole fisse. (…) l’elemento di competizione dovrà scomparire a vantaggio di una concezione davvero più collettiva del gioco: la creazione comune degli ambienti ludici scelti. La distinzione centrale che bisogna superare è quella che si stabilisce tra il gioco e a vita corrente, in quanto il gioco viene considerato un eccezione isolata e provvisoria. (…) l’unica riuscita che si possa concepire nel gioco è la riuscita immediata sul proprio ambiente e l’aumento costante dei propri poteri. Men15


tre, nella sua attuale coesistenza con i residui di questa fase di declino, il gioco non può liberarsi completamente da un aspetto competitivo, il suo scopo deve essere per lo meno quello di provocare delle condizioni favorevoli per vivere direttamente. In questo senso è ancora lotta e rappresentazione: lotta per una vita a misura del desiderio, rappresentazione concreta di una simile vita. Costruzione di situazioni Momento della vita, concretamente e deliberatamente costruito mediante l’organizzazione collettiva di un ambiente unitario di un gioco di avvenimento. Urbanismo unitario Teoria dell’impiego di insieme delle arti e tecniche che concorrono alla costruzione integrale di un ambito in legame dinamico con esperienze di comportamento. L’architettura è il mezzo più semplice per articolare il tempo e lo spazio, per modellare la realtà, per far sognare. Non si tratta solamente di articolazione e di modulazione plastica, espressione di una bellezza passeggera. Ma di una modulazione influenziale che si inscrive nella curva esterna dei desideri umani e dei progressi nella realizzazione di questi desideri. L’architettura di domani sarà dunque un mezzo per modificare le concezioni attuali del tempo e dello spazio. Sarà un mezzo di conoscenza ed un mezzo di azione.

Internazionale Situazionista

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6. Diritto alla Città La città è: “il più riuscito tentativo da parte dell’uomo di plasmare il mondo in cui vive in funzione delle sue più intime aspirazioni. Ma se da una parte la città è il mondo creato dall’uomo, dall’altra è anche il mondo in cui è condannato a vivere. Così, costruendo la città, l’uomo ha ricostruito, indirettamente e senza rendersene completamente conto, se stesso.” Robert Park Che cosa vuol dire “diritto alla città”? Questa domanda sembra inseparabile da una serie di altre questioni, quali ad esempio quelle relative al tipo di città che vogliamo, al tipo di persone che vogliamo essere, ai rapporti sociali cui aspiriamo, al rapporto che intendiamo promuovere con la natura, con le tecnologie che riteniamo convenienti. Il diritto alla città non può essere ridotto a un diritto individuale di accesso alle risorse concentrate nella città stessa: dev’essere piuttosto il diritto a cambiare noi stessi cambiando la città, in modo da renderla conforme ai nostri desideri. È perciò un diritto collettivo più che soggettivo, in quanto, per cambiare la città, è necessario esercitare un potere collettivo sul processo di urbanizzazione. In questa prospettiva, è importante analizzare come, nel corso della storia, siamo stati modellati e rimodellati da un processo di urbanizzazione sempre più frenetico ed esteso, animato da potenti forze sociali e costellato da violenti fasi di ristrutturazione urbanistica, di “distruzioni creative”, così come da resistenze e rivolte a cui queste ristrutturazioni hanno dato origine. Si può dunque cogliere l’assoluta attualità della tesi di Henri Lefebvre: il processo urbano è essenziale per la sopravvivenza del capitalismo. Il diritto alla città, ossia il controllo della stretta relazione fra urbanizzazione, produzione e uso delle eccedenze di capitale, deve diventare uno degli obiettivi principali delle lotte politiche e della lotta di classe.

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Il diritto alla città e la politica urbana dell’abitante Nella concezione di Lefebvre, tuttavia, il diritto civile appartiene a coloro che abitano la città … perché il diritto alla città ruota attorno alla produzione dello spazio urbano, e colui che vive in città che contribuisce alla costruzione dell’esperienza del vivere urbano e dello spazio vissuto, appunto, che può legittimamente rivendicare il diritto alla città. Tale diritto è immaginato per favorire gli interessi di tutta la società e principalmente di tutti coloro che ci abitano. Il diritto alla città comprende due diritti principali per gli abitanti urbani: •Il diritto alla partecipazione _ sostiene che i cittadini debbano giocare un ruolo centrale in ogni decisione che contribuisca alla produzione di uno spazio urbano. •Il diritto all’appropriazione _ l’appropriazione riguarda il diritto degli abitanti di accedere fisicamente, di occupare ed utilizzare lo spazio urbano. Così quest’idea diviene il punto focale tra coloro che reclamano il diritto per gli individui di essere fisicamente presenti nello spazio della città. Il diritto all’appropriazione, d’altra parte, costituisce una sfida esplicita e diretta alle relazioni sociali del capitalismo.

babel2. Diritto alla città

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