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E in questo periodo cupo dedichiamo questo lavoro ai medici che ogni giorno rischiano la loro vita per salvarne tante altre, ma anche agli alunni e agli insegnanti, che hanno deciso di non farsi abbattere dalla paura, di impiegare tutto il tempo a disposizione in maniera produttiva in modo da uscire da questa situazione piĂš forti di prima. La dedichiamo a noi, alla nostra classe, alla nostra scuola.


INDICE: - "Era stupido sperare. Ma a volte la speranza è l'unica cosa che hai." p.1 - Un sacrificio individuale per la difesa di tutti.

p.3

- COVID-19: è una realtà l'idea rivoluzionaria di un respiratore per due pazienti! p.5 - La preghiera di Papa Francesco in piazza San Pietro. p.6 - Il grande cuore dell'Italia! p.8 - La musica in 8D entra direttamente nella testa! - COME COMBATTERE LE FAKE NEWS.

p.10

p.11

- COME DISTRARSI DURANTE LA QUARANTENA. p.12 -Anche l'economia va curata.

p.14

- COME REAGISCE LO SPORT AL CORONAVIRUS. - La leggerezza di "Ariosto".

p.18

- I GIOVANI AL TEMPO DEL COVID-19. p.20 - La didattica a distanza.

p.22

- Le mie letture: IL PRINCIPE DELLA NEBBIA. p.23 - Le mie letture: LA TREGUA.

p.24

- Le mie letture: DELITTO E CASTIGO.

p.26

- Le mie letture: ORGOGLIO E PREGIUDIZIO.

p.29

p.16


“Era stupido sperare. Ma a volte la speranza è l’unica cosa che hai”

di Marzia Zarro

“3..2..1.. AUGURI” urlava il mondo alla mezzanotte del 1° gennaio 2020, contento di lasciare un anno fulminante, buono per alcuni, tremendo per altri.. punti di vista. Tutti orientati verso il nuovo, verso un altro anno, altri 365 giorni che avrebbero potuto cambiare le sorti della loro vita, tanto in meglio, quanto in peggio. Eppure, tra un bicchiere di prosecco e l’altro, nessuno si è soffermato ad immaginare qualcosa di inatteso, qualcosa che avrebbe intaccato il normale equilibrio quotidiano; ma d’altronde, chi se lo sarebbe mai aspettato? Beh, di sicuro non i giovani ragazzi impegnati a cogliere la giusta angolazione per una foto da pubblicare sui social, e nemmeno i signori anziani, innocenti e grati alla vita per avergli dato l’opportunità di trascorrere un’altra, e forse l’ultima, festa in famiglia. Si festeggia, ci si diverte, e ormai fatta l’alba, si torna a casa, per dormire e ricaricarsi per il pranzo del giorno successivo. La vita continua, per tutti, dai più piccini ai più anziani, tra un debole e affaticato buongiorno ad un piatto di pasta divorato di fretta e furia, perché si deve tornare a lavoro! Tra una festicciola in famiglia, un compleanno e un sabato sera con i propri amici, trascorrono le settimane e i mesi.. e improvvisamente.. il panico. Mi correggo, non del tutto “improvviso”, almeno per noi italici la notizia ci ha pervasi lentamente, folgorandoci però sul finale. È la fine di febbraio, e cominciano ad essere annullate le festività di paese, vengono chiuse le scuole per pochi giorni e comincia a sorgere tra gli abitanti la sfiducia, ogni forma di razzismo e disprezzo per chiunque ci si trovasse davanti. Era un continuo ascoltare esclamazioni del tipo:

“Questi

dannati

cinesi

che

esistono

a

fare!”

“E’

stato

in

Spagna?

Quarantena!”, senza conoscere, senza sapere cosa fosse questo germe che si stava diffondendo, cosa comportasse e come andasse curato. Si inveiva contro i cinesi, come i proprietari dei bar che, per evitare il contagio, fissavano all’entrata dei cartelli per vietare l’ingresso agli orientali; ci si arrogava il diritto di parlare e commentare qualsiasi tipo di situazione, senza conoscerne le circostanze. Ma l’Italia non aveva ancora capito cosa stesse realmente succedendo nel grande stivale tricolore; sì, il telegiornale ne parlava sempre più frequentemente, ma ogni cittadino vedeva queste notizie lontane da sé stesso, come se fosse immune al contagio, lontano dal resto del popolo, o come se avesse un qualche contatto con il destino, chi lo sa. Le persone continuano ad uscire, soprattutto i giovani, che sostenevano in base a ciò che raramente leggevano sui social – “Il virus colpisce solo gli anziani, ho 22 anni, io a casa non resto” o ancora, – “Quando morirà un giovane, allora a quel punto comincerò a prendere la cosa sul serio”, e continuavano la propria vita. E poi, il 9 marzo: “Tutti a casa!”, ordina il Ministero dell’Istruzione: scuole e università chiuse, bar chiusi, ai supermercati si può accedere solo con le apposite prevenzioni, e si entra uno per volta; chiudono i negozi, l’economia italiana subisce un blocco.

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“Se solo avessimo provveduto prima ora non ci troveremmo in queste condizioni”, è un pensiero che pervade le menti e le bocche degli italiani ipocriti; non eravamo a conoscenza della gravità della situazione, perché non avevamo mai provato sulla nostra pelle una situazione del genere, eravamo abituati a sentirlo al telegiornale durante il pranzo, e a non dare neanche troppa importanza a ciò che stava accadendo nel resto del mondo, parliamoci chiaro. Finalmente però, ora, nel terrore e nella disperazione, tra le lacrime di chi ha perso anime a lui care, e tra i mille pensieri di chi deve pensare a come recuperare i ricavi economici bloccati, ci stiamo provando. Sono fonte di forza le parole della scrittrice statunitense Cassandra Clare: “Era stupido sperare. Ma a volte la speranza è l’unica cosa che hai”.

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Un sacrificio individuale per la difesa di tutti. di Patrizia Maria Sparagna In questo momento tutta l’Italia sta vivendo un periodo di stallo e ci ritroviamo protagonisti di un’emergenza sanitaria, a causa della pandemia, dovuta al dilagare del virus COVID-19, che non avremmo mai immaginato, l’economia è collassata e vaghiamo nel buio più totale, senza sapere cosa potrebbe succedere ancora domani. La paura è tanta e il fatto che il fenomeno sia così nuovo non aiuta. Negli ultimi decenni, con i grandi progressi della tecnologia, le famiglie hanno subito una incrinatura a causa dei nuovi device che allontanano soprattutto gli adolescenti dalla realtà che li circonda. Adesso, nella situazione che si è creata, diventa alquanto pesante passare tutte le ore della giornata davanti ad uno schermo che ci ricorda costantemente l’orrore che da un po’ di tempo a questa parte stiamo vivendo, pertanto è inevitabile cercare di distaccarsi da ciò che accade, passando un po’ di tempo in famiglia, rimettendo insieme dei pezzi che erano ormai andati persi. Com’è strana la vita! Un mese fa, o poco più, eravamo sempre pronti a puntare il dito contro coloro che definivamo “portatori del virus” ed ora si è ribaltato tutto, siamo noi i discriminati. Fino ad una settimana fa eravamo liberi, liberi di dare un abbraccio, di abbassare la maniglia della porta e uscire fuori, di festeggiare compleanni, ricorrenze o feste del paese.. eravamo liberi in tutti i sensi e nessuno di noi studenti avrebbe mai pensato che da un giorno all’altro avrebbe volentieri desiderato attivato la sveglia alle 6 del mattino per poi correre dietro ad un pullman ed andare a scuola per seguire direttamente le lezioni della giornata. Nessuno avrebbe mai immaginato di voler tornare a quella realtà eppure adesso non c’è una sola persona che non vorrebbe farlo. Abbiamo dinanzi giorni monotoni, trascorsi tra le quattro mura della nostra casa e niente di più, lontani da tutti gli affetti e proprio questo aspetto ci permette di rivalutare cose che superficialmente prima definivamo “non indispensabili”, perché fino all’arrivo del virus chi sarebbe mai arrivato a pensare che un banalissimo abbraccio avrebbe fatto la differenza? Nella tempesta che stiamo vivendo, ognuno di noi ha il compito di prendersi cura di sé e degli altri, cosa che attualmente risulta possibile soltanto attraverso il rispetto delle leggi. Bisogna dire che purtroppo ci sono tante persone che non capiscono che non siamo in vacanza, non viviamo in un mondo virtuale. Ogni giorno centinaia di persone perdono la vita e ogni giorno tutti i medici rischiano la loro per cercare di salvare quella di altri, per cui noi ogni giorno dovremmo impegnarci dando il nostro contributo, stando a casa. Dobbiamo impegnarci, svolgere i nostri doveri nel rispetto di tutti i cittadini proprio come dimostrano le scuole, le quali stanno cercando di attivarsi il più possibile per la “didattica a distanza”

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che non risulta assolutamente facile. Insegnanti ed alunni, si ritrovano a dover comunicare tramite videolezioni e social cercando di evitare, per quanto più è possibile, che tutto questo possa influenzare negativamente la nostra formazione, provando ad abituarsi a qualcosa di tanto diverso rispetto alle consuetudini scolastiche.Ognuno di noi dovrebbe farlo in ogni ambito, dovremmo cercare di modificare le nostre abitudini per far sì che tutto ciò possa svanire al più presto e smetterla di essere superficiali continuando ad andare in giro con scuse di vario genere.Se il numero di contagi e decessi continua ad aumentare la colpa è solo nostra, perché continuiamo a prendere sotto gamba il problema e a dire :“Io esco, ho bisogno di prendere aria, tanto non saluto nessuno”, la colpa è solo nostra non dei medici che lavorano facendo turni infiniti, rischiando di finire tra i loro pazienti e trascurando la loro famiglia. Non saranno un periodo di tempo passato a casa o qualche aperitivo in meno a determinare il nostro futuro, ci sarà tanto altro tempo per fare quello che vogliamo. Adesso è giunta l’ora di essere maturi, di non continuare a lamentarci e di pensare che se ai nostri nonni veniva chiesto di andare in guerra, a noi stanno chiedendo di rimanere seduti sul divano.

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COVID-19: E’ una realtà l’idea rivoluzionaria di un respiratore per due pazienti! di Maria d'Arcangelo Nelle ultime settimane non si sente parlare d’altro che della pandemia da Covid-19 che, sfortunatamente, ha colpito e continua a colpire tutto il mondo. In particolare l’Italia oggi si ritrova ad essere tra i paesi più contagiati. I casi, purtroppo, aumentano notevolmente ogni giorno e fino ad ora si sono registrati più di 59.000 pazienti positivi, alcuni dei quali necessitano camere di terapia intensiva e appositi macchinari per la respirazione. A causa di una così elevata richiesta di ricoveri, molti ospedali, in particolare nel nord Italia, si sono ritrovati a non poter offrire l’adeguata assistenza a tutti i pazienti, dato l’insufficiente numero di attrezzature mediche. A scarseggiare, in particolare, sono stati i ventilatori, respiratori polmonari che permettono ai pazienti la regolare respirazione, indispensabili per i contagiati più gravi. Fortunatamente, però, in questa situazione così tragica, si sente parlare anche di buone notizie, come l’invenzione resa nota negli ultimi giorni: un doppio ventilatore. Si tratta di un circuito che consente ad una sola macchina di ventilare due persone contemporaneamente, ideata da due rianimatori italiani, il professor Marco Ranieri, direttore dell’anestesia e terapia intensiva del Sant’Orsola di Bologna ed il suo collega Antonio Pesenti, coordinatore dell’unità di crisi terapie intensive al Policlinico di Milano. I due raccontano di aver lavorato tutta la notte, cercando cos’era stato fatto all’estero e consultando altri colleghi, per poi avere la brillante idea. A dare vita al loro progetto è stata l’azienda Intersurgical di Mirandola, che senza neanche un disegno sotto mano, è riuscita brillantemente a realizzarne un prototipo. Successivamente il macchinario è stato portato al Sant’Orsola per essere testato e si è rivelato perfettamente funzionante, dunque ne sono stati ordinati già 1000. I primi verranno mandati in Emilia Romagna, a Parma e Piacenza, ospedali che, nonostante gli sforzi compiuti, si sono ritrovati al limite, poi si proseguirà con la distribuzione in Lombardia. Il professor Ranieri afferma: “Per il Sant’Orsola ne abbiamo ordinate un centinaio, non siamo ancora in emergenza e speriamo di non dover mai arrivare a quel punto, speriamo che il nostro sia stato solo un esercizio teorico. Non siamo in crisi, però potremmo esserlo anche noi se la gente continua ad uscire. Siamo sotto stress, è vero, ma non siamo nel panico. Abbiamo l’ottimismo della volontà e il pessimismo dell’intelligenza”. Ed è con queste parole di speranza che il professore ci raccomanda di restare a casa e seguire le regole di sicurezza, così da limitare i contagi ed evitare il collasso di ospedali e strutture mediche.

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La preghiera di Papa Francesco in piazza San Pietro. di Guido De Fusco

«Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura, ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta». Queste sono le profonde ed eloquenti parole pronunciate da Papa Francesco che costituiscono la pietra angolare dell’appello rivolto al Signore. E’ risuonato il 27 marzo 2020 (trasmesso in diretta su moltissime reti televisive di tutto il mondo) in una piazza San Pietro completamente vuota, paralizzata dal silenzio, e offuscato dai suoni discontinui delle sirene di alcune ambulanze. Nuvole plumbee occultano il cielo di Roma, riversando incessantemente pioggia. Inoltre, la supplica di Papa Francesco contempla un passo della Bibbia, in allusione a questo periodo dove tenebre ostili hanno invaso le nostre vite e colmandole di un vuoto addolorante. Il passo biblico narra degli apostoli in preda all’angoscia, quando in barca vengono sorpresi da un’inaspettata tempesta; essi implorano Gesù, il quale dorme sereno sulla poppa dell’imbarcazione, di redimerli da questo cruento perturbamento, che non desiste di sgomentare le loro anime. Tramite le sue direttive da maestro lungimirante, Egli placa l’agonia ossessiva dei suoi discepoli replicando: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Le parole di Gesù lasciano riflettere particolarmente: se la nostra fede è salda, se il nostro rapporto con il Signore non presenta avarie allora non c’è nulla di cui temere. Francesco attua la concretizzazione del suo messaggio mediante la benedizione “Urbi et Orbi” (locuzione latina la cui traduzione letteraria è “Alla città e al mondo”, dove “alla città” sta per Roma) e la formula dell’indulgenza plenaria, recitata dal cardinale Angelo Comastri, consacrata a tutti i malati di coronavirus e ai loro familiari, agli operatori sanitari, ai membri della protezione civile, alle forze dell’ordine, ai politici (che sono responsabili delle precauzioni da assumere) e a quanti, con sistemi differenti, lottano per garantire il bene comune, e a tutti i fedeli che lo desiderano. Solo attraverso la preghiera, espressione congrua della misericordia di Dio, possiamo purificarci moralmente e ricongiungerci con il Signore. Questo periodo di emergenza sanitaria, pieno di irregolarità e assurdità, sta rivelando il profilo negativo della società frenetica e senza concezione del tempo in cui viviamo tuttora, e dove diamo per assodato quasi tutto, anche le cose più banali e insignificanti che, del resto, non sono per nulla scontate.La calamità che stiamo affrontando in questi giorni, sembra essere stata sprigionata da una divinità superiore per ristabilire un’integrità interrotta: l’amore umano, cristiano, senza il quale non esisterebbe vita sulla Terra; siamo in una situazione sociale dove ognuno si tiene ben fisso alla sua zona sicura.In questi giorni il virus ci sta spiegando, a caro prezzo,che l’unico modo per continuare a vivere è la reciprocità, aiutarsi l’uno con l’altro.

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Solo cosĂŹ riusciremo ad andare avanti (ÂŤabbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malatoÂť, enuncia il papa). Spero vivamente che, quando tutto sarĂ finito, riusciremo ad apprendere al meglio dai nostri errori, migliorandoci continuamente sia come cittadini che come persone.

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Il grande cuore dell'Italia! di Noemi Mastrantuono

Il senso di solitudine dilaga per le strade di tutta Italia ma si tratta di un isolamento apparente perché ora come non mai gli italiani sono uniti. Basta passare per le vie della Lombardia fino a quelle di Palermo per

vedere

che

quasi

tutti

mostrano

un

senso

di

solidarietà

e

responsabilità, dimostrando che nulla può tenerci separati e che non molliamo, fieri di dove siamo nati e dove abitiamo. Siamo italiani perché affacciandoci al balcone cantiamo il nostro inno, quello di Mameli, e le nostre canzoni così da cercare di sconfiggere la malinconia che regna nei nostri cuori in questo momento. Siamo italiani perché tantissimi rapper hanno partecipato alla challange dei freestyle, tra cui J-ax, Beba, Geolier. Siamo italiani perché milioni di persone hanno fatto video e memes comici per tirarci su di morale nei momenti di sconforto regalandoci una risata. Siamo italiani perché i calciatori della Juve hanno donato ben 300 mila euro con gli appelli social dei grandi campioni, da Ronaldo a Chiellini, fino allo stesso Rugani, il primo giocatore trovato positivo in serie A. Lorenzo Insigne ha donato 100 mila euro e promosso la raccolta fondi per il reparto di terapia intensiva dell’ospedale Cotugno di Napoli. Ibrahmovic

donerà

una

mascherina

all’Humanitas

di

Rozzano

per

ogni

pacchetto venduto online. Francesco Totti ha donato con Dash 15 macchinari per il monitoraggio dei parametri vitali dei pazienti in terapia intensiva dello Spallanzani. Leonardo Bonucci ha donato 120 mila euro alla città della salute di Torino. Siamo italiani perché Amadori ha lanciato una campagna per raccogliere fondi da destinare al Civile di Brescia e ha raccolto quasi 8 mila euro. Siamo italiani perché Silvio Berlusconi ha donato 10 milioni di euro per realizzare il reparto di terapia intensiva alla Fiera di Milano. Siamo italiani perché Mario Cavazza, medico in pensione, torna a lavorare per far fronte all’emergenza dichiarando “se ognuno fa la sua parte, ne usciamo tutti”. Siamo italiani perché i medici, a qualunque età, lavorano senza sosta per il benessere del popolo e perché infermieri e medici in pensione possono essere di nuovo “arruolati” negli ospedali di Lombardia, Emilia Romagna e Veneto durante l’emergenza del coronavirus e nessuno ha reclamato anzi tutti sono fieri di poter dare un contributo. Io penso che tutti noi, in un modo o nell’altro, stiamo aiutando il nostro paese e sono fiera di essere italiana .

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Siamo italiani perché Chiara Ferragni e Fedez donano 100 mila euro, dando via una raccolta fondi per l’ospedale San Raffaele di Milano, arrivando a raccogliere fino a 4 milioni per costruire un reparto destinato ai malati. Il reparto è stato costruito in soli 12 giorni da operai che hanno lavorato per 24h al giorno.Sono accadute cose incredibili alla Fiera di Milano durante la costruzione del nuovo reparto di terapia intensiva: dalla sera alla mattina si sono preparati locali dal nulla, con pareti piombate, climatizzati, gas medicinali. Quello che sta succedendo non è normale, è straordinario, grazie a gente incredibile che non si ferma mai e sta facendo miracoli! Anche il mondo della moda ha dovuto affrontare dei cambiamenti e Calzedonia e Armani producono camici monouso destinati alla protezione degli operatori sanitari, in più quest’ultimo ha donato 2 milioni di euro ed è stato uno dei primi ad attivarsi per evitare il contagio nella prima fase, chiudendo le porte della sua sfilata in piena fashion week milanese. Gucci, Prada, Valentino, su richiesta della regione Toscana, hanno avviato nello stabilimento di Montone la produzione di 110 mascherine. Stiamo notando che in tutti i campi c’è un supporto economico, dal mondo dell’abbigliamento al mondo delle automobili, come FCA e Ferrari che affiancheranno la Siere Engineering, una delle poche aziende che producono respiratori per aiutare a raddoppiare la produttività. Ramazzotti ha convertito nel periodo di epidemia la propria produzione, producendo, al posto dell’amaro, disinfettanti, mentre Bulgari è passato dai profumi al gel. Gli chef stellati cucinano per operai e medici negli ospedali come Carlo Cracco e i fratelli Cerea, Chicco e Bobo. Siamo italiani perché attori, ballerini, cantanti, modelle, presentatori supportano noi tramite tv e social, nonostante abbiano famiglie a cui pensare. Siamo italiani perché i professori, nella didattica a distanza, domandano prima come stiamo e poi fanno lezione, perché i giovani cercano di stare vicino alle persone anziane, perché prima di andare a dormire chiamiamo le persone che amiamo per vedere come stanno. Siamo italiani perché il nord c’è per il sud e il sud c’è per il nord. Siamo italiani perché sull’appello per 500 infermieri volontari, hanno risposto 8000. Siamo italiani perché nonostante tutto amiamo la nostra terra, il nostro paese e la nostra vita e in qualche modo vogliamo recuperare gli errori che finora abbiamo commesso ed aiutare non solo noi stessi ma anche il prossimo. Siamo italiani perché sono tantissimi gli artisti che hanno usato l’hashtag #iorestoacasa che oggi conta quasi 90.000 condivisioni. Ma non solo. Sono tantissimi, infatti, i messaggi di solidarietà che in questi giorni hanno riempito Instagram, chiedendo di rispettare quanto chiesto dal decreto per limitare l’ulteriore diffusione dal contagio di coronavirus, da Jovanotti a Fiorello, da Sangiorgi a Nek. Siamo italiani perché combattiamo, tutti insieme questa lotta. Ci prendiamo cura degli altri e le nostre responsabilità uscendo con mascherine, guanti e autorizzazione. Passiamo giornate chiusi in casa a fare videochiamate, chiamate, a guardare film, serie, a studiare, leggere, dormire, mangiare. I bambini fanno striscioni e cartelloni con scritte colorate e felici. Sono felice delle norme che hanno imposto a tutti noi cittadini e a come in gran parte le stiamo rispettando. Abbiamo un’enorme responsabilità, quella di prenderci cura non solo di noi stessi ma di tutti gli altri. Siamo italiani, abbiamo superato la peste, il colera e la spagnola. Supereremo anche questa calamità . Mi ritorna in mente il mondiale 2006 quandi ci abbracciammo tutti e …quando finirà tutto avremmo vinto un altro mondiale.

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La musica in 8D entra direttamente nella testa! di Maria d'Arcangelo

Negli ultimi giorni sembra che molti italiani, rinchiusi in casa in quarantena a causa dell’emergenza sanitaria a cui stiamo andando incontro ormai da quasi un mese, abbiano deciso di ingannare il tempo ascoltando della buona musica; sono bastate, infatti, una manciata di ore per far diventare virale il fenomeno della musica in 8D. Nel giro di una settimana centinaia di migliaia di utenti si sono visti recapitare su WhatsApp un audio anonimo e la raccomandazione da parte del mittente di ascoltarlo rigorosamente con le cuffie, con un messaggio che recita:“Ascoltatelo solo con le cuffie. Sarà la prima volta che sentirete questa canzone con il vostro cervello e non con le vostre orecchie. Sentirete la musica dall’esterno e non dalle cuffie. Sentite gli effetti di questa nuova tecnologia”. Il brano che gira come prova è “Hallelujah”, capolavoro di Leonard Cohen nella suggestiva versione a cappella dei Pentatonix, un famoso gruppo statunitense. L’esperienza acustica alla quale si assiste è a dir poco mozzafiato: è come se la musica rimbalzasse da un auricolare all’altro, facendo sì che voce e strumenti musicali si muovano intorno a noi con un andamento circolare ben congegnato, trasportandoci in una rilassante campana di suoni. A spiegare il perché di questo sorprendente effetto è il tecnico del suono e produttore Andrés Mayo su Infobae: “Si basa su una manipolazione di fase che impedisce al cervello di identificare da dove viene il suono. Ciò significa che grazie al lavoro di mix che si realizza per generare l’8D, la mente entra in una specie di parco divertimenti di suoni che regalano una sensazione di spazialità più approfondita di quella vissuta con il suono stereo. La musica, dunque, non rimane circoscritta a due fonti sonore (lato destro e sinistro), bensì diventa uno spazio virtuale dove si possono apprezzare stimoli provenienti da diversi angoli”. Il lavoro di mix a cui fa riferimento Mayo è il panning, un’attività di equalizzazione sonora ed altri trucchi che permette a chiunque abbia un po’ di dimestichezza con le applicazioni impiegate nel settore musicale di agire sul suono in modo che dia la sensazione di muoversi in un raggio di 360°. Ma perché la definiamo proprio musica in “8D”? Il termine “8D” è una sorta di iperbole dell’effetto audio tridimensionale. Non a caso è facile imbattersi in tracce che si definiscono con numeri ancora più alti semplicemente per migliorarne la qualità, ma la sostanza è la stessa. Questo tipo di immersività deriva dal formato “Ambisonics”, che, grazie a specifiche configurazioni microfoniche, ha consentito dagli anni ’70 le prime registrazioni, mix e riproduzioni in audio tridimensionale. Da allora questo meccanismo è stato perfezionato e si inserito nella tecnologia moderna (nel campo dei videogiochi, delle installazioni 3D e dei video 360° di YouTube). Come abbiamo visto la moda, ormai, è stata lanciata e sembra che gli italiani si stiano divertendo a convertine in questo interessante formato anche file non musicali. Un utente di nome “Rycott”, ad esempio, ieri ha pubblicato una versione in 8D del video del discorso alla nazione del premier Conte, accompagnato da effetti psichedelici e musica, riuscendo a strappare un sorriso e a distrarre per qualche minuto migliaia di persone dalla drammatica situazione che stiamo vivendo.

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COME COMBATTERE LE FAKE NEWS. di Lucia Fusco

Disinformazione è sinonimo di pericolo, così come lo sono le Fake news, tanto più quando riguardano temi di salute. In un momento di emergenza e avvilimento come quello che stiamo attraversando a causa del COVID19, il flusso di informazioni ingannevoli, soprattutto in rete e sui social, è particolarmente massiccio e districarsi in questa marea di notizie che vengono diffuse non è facile, anche per i più esperti. Il termine inglese fake news, tradotto come “false notizie”, indica articoli scritti sulla base di informazioni inventate o distorte, rese pubbliche attraverso qualsiasi mezzo di informazione. Fino all’avvento dei nuovi mezzi di comunicazione e dei social media le informazioni fasulle avevano una diffusione molto più lenta, mentre oggi possiamo definirle virali. Il problema, però, non può essere affatto circoscritto alle piattaforme di social networking, ma riguarda l’intero sistema dell’informazione, in un mondo in cui i tempi e i luoghi della fruizione sono sempre più liquidi, e poco inquadrabili nelle classici matrici delle programmazioni. E’ molto facile creare un falso mito, soprattutto quando si gioca con le emozioni altrui, come, in questo caso, la paura, ma il vero problema è che, una volta diffusa, la notizia non veritiera diventa difficile da distruggere. Essa passa attraverso un’infinità di bocche, le quali incrementano il fatto spinte da rabbia, odi, paure e altri stati d’animo che, può sembrare strano, sono capaci di trasformare una credenza o una bufala in una verità. Ci sono due modi per combattere le fake news: uno è rispondere colpo su colpo, contrapponendo la verità e le evidenze. Funziona, ma non basta. Il secondo modo è smascherare il metodo con cui vengono costruite, ma non è semplice, perché le notizie false sono furbe, persuasive, danno messaggi semplici che consolano ed ecco perché ci si aggrappa e le si difende con la speranza che siano vere, infatti è più facile accettare una buona notizia, che una cattiva. Per questo non si può essere paternalisti o dare degli ignoranti a chi ci crede. La domanda a questo punto sorge spontanea: bisogna arrendersi ? Assolutamente no. Un codice di condotta sulla disinformazione online su base volontaria è l’iniziativa delle grandi piattaforme, fra cui Facebook, Google e Twitter, presentata alla Commissione Europea. Per essere più chiari ed evitare incomprensioni, le varie piattaforme hanno presentato un Codice di autodisciplina che contiene una serie di impegni nella lotta al fenomeno, una misura accolta con favore dalla commissaria europea all’economia e alla società digitale Mariya Gabriel, la quale ha sollecitato a intensificare gli sforzi per combattere la diffusione della disinformazione online fino in fondo. Il codice di condotta, ha detto Gabriel, è il “primo risultato tangibile” della comunicazione adottata dalla Commissione europea. Fra gli impegni sottoscritti dalle piattaforme ci sono l’interruzione delle entrate pubblicitarie dai siti web che diffondono disinformazione, una maggiore trasparenza della pubblicità politica e l’impegno ad affrontare i problemi degli account falsi e dei bot. Si permetterà ai consumatori di segnalare le bufale e migliorare le visibilità e la reperibilità di contenuti autorevoli e si consentirà ai ricercatori di monitorare la disinformazione attraverso l’accesso ai dati delle piattaforme. Il vero metodo per risolvere il problema è, dunque, affidarci a siti d’informazione al 100% attendibili e tralasciare tutti gli altri, potrebbero sembrare misure estreme da adottare, ma bisogna farlo per limitare la nascita di queste falsità fino ad eliminarle del tutto. Tutti insieme possiamo farcela.

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COME

DISTRARSI

DURANTE

LA

QUARANTENA. di Gaia e Gabriele Bevellino L’emergenza COVID-19, a causa della sua rapida diffusione, ha stravolto la normale quotidianità alla quale tutti noi eravamo abituati. Sono ormai venti giorni che tutta l’Italia è in quarantena: l’11 marzo è stato infatti pubblicato il “Decreto #IoRestoaCasa”, l’ultimo provvedimento del Governo che ha esteso a tutto il territorio nazionale quanto già previsto col decreto dell’8 marzo per le zone rosse di Lombardia e Veneto. Questa, del resto era considerata l’unica via accessibile per far attenuare gli effetti del virus. Non eravamo e non siamo pronti a tutto questo, basta pensare che l’ultima volta in cui si sono attuate misure così restrittive risale agli anni della Seconda guerra mondiale. In questi giorni di forzata permanenza in casa, è importante distrarsi dalla situazione che stiamo vivendo; la parola chiave che tutti dovrebbero sempre ricordare è POSITIVITÀ. Infatti, è stato scientificamente provato che emozioni come la tristezza o lo stress provocano un abbassamento delle difese immunitarie e, conseguentemente, una maggiore esposizione alle malattie. Per questo motivo, per la nostra salute, è fondamentale dedicarsi ad attività utili sia dal punto di vista fisico che psichico. Prima di tutto è necessario dedicarsi a cose che ci piacciono, invece di seguire costantemente i vari aggiornamenti al telegiornale. Tra le tante, si potrebbe preferire: -Guardare film e serie tv: una delle attività preferite da tutti è rilassarsi davanti alla tv, magari con una buona tazza di tè caldo e sgranocchiando qualcosa. Netflix, ad esempio, mette a disposizione una grande quantità di serie TV e film che incontrano i gusti di noi giovani e non solo. -Divertirsi con i propri animali domestici: è stato scientificamente provato che accarezzare il pelo del gatto e ascoltarne le fusa o coccolare il proprio cane stimola il rilascio di ossitocina, ovvero l’ormone della felicità, il quale alimenta il buon umore e allontana lo stress, agendo positivamente sulla frequenza cardiaca e la pressione arteriosa. Un buon passatempo potrebbe essere quello di educare i propri animali, insegnando loro ad eseguire alcuni semplici comandi. -Fare attività fisica e mantenere una buona alimentazione: per mantenere una buona forma e salute, è molto importante stabilire una routine costante che comprenda attività fisica. L’allenamento è fondamentale poiché permette al nostro corpo di essere in sintonia con noi stessi, aumentando il livello di resistenza muscolare e permettendoci anche di avere una valvola di sfogo. Per svolgere gli esercizi in modo corretto basta applicarsi per almeno 30 minuti al giorno anche nel corridoio di casa, muniti di un tappetino e di un cuscino se non si hanno a disposizione determinati attrezzi specifici. Inoltre, solo dopo un buon riscaldamento è possibile iniziare ad allenarsi. All’attività fisica bisogna anche associare una corretta alimentazione; è opportuno infatti: limitare zuccheri, dolci e bevande zuccherate, assorbire maggiormente cibi contenenti vitamine, mangiare più frutta e verdura. (naturalmente, la “dieta” dipende da persona a persona.)

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-Mantenere i contatti con amici e familiari: Una delle opzioni più valide per trascorrere al meglio questi giorni è sicuramente quella di passare più tempo con i propri amici e familiari tramite messaggi o videochiamate per mantenersi sempre in contatto; -Dedicarsi ai propri hobby:

– Ascoltare musica: è scientificamente provato che è considerata una forma di relax poiché è in grado di trasportarci in un mondo a parte, allontanandoci momentaneamente da situazioni del tutto negative. -Leggere un libro: durante il tempo libero, una buona scelta è anche quella di dedicarsi alla lettura che permette al lettore di immedesimarsi nella storia. Ci sono infatti molti generi a cui dedicarsi come il giallo, il thriller, l’horror e il romantico. -Disegnare: il disegno è uno dei modi migliori per esprimere la propria creatività. Ci si potrebbe dedicare a quei disegni ai quali non si è mai avuto abbastanza tempo da dedicare. -Cucina: Una nuova scoperta potrebbe essere il mondo della cucina. -Prendersi cura di sé: per una buona salute, è importante prendersi cura di se stessi. Una delle regole più importanti da seguire è quella di dare vita, se non se ne ha già una, ad una routine dedicata al nostro corpo. Ad esempio, per le donne, è fondamentale struccarsi sempre prima di andare a dormire poiché, così facendo, si permette alla pelle di respirare. Per una pelle più liscia è possibile applicare diversi prodotti come creme idratanti, oli. -Accrescere la propria cultura: Non c’è niente di meglio che imparare cose nuove, scoprire argomenti del tutto impensabili a cui dedicare tempo. Tutti dovrebbero impegnarsi riguardo a ciò poiché è un’attività che non ha mai fine e che coinvolgerà sempre la nostra curiosità. Questi sono solo alcuni piccoli suggerimenti utili a rendere le nostre giornate meno angoscianti in maniera che alla ripresa (si spera quanto prima) non dovremo fare i conti con un ancor più pericoloso nemico da affrontare: la depressione collettiva.

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Anche l'economia va curata. di Francesca Di Donato e Patrizia Maria Sparagna

La pandemia che stiamo vivendo sta mietendo migliaia e migliaia di vittime, generando malessere e provocando il collasso dell’istituzione sanitaria, nella quale non sono stati investiti,per anni, i fondi adeguati. Bisogna dire che, prima o poi, il fantasma di questo virus passerà,lasciando dietro di sé ingenti perdite di vite umane e recessione in campo economico. Per quest’ultima non esiste e non esisterà vaccino o camera di terapia intensiva che tenga ma, al contrario, ci sarà bisogno di “cure” adeguate e mirate che potranno guarire l’economia in modo tale da non farle subire una ricaduta. Detto ciò, bisogna trovare una soluzione che possa sostenere il peso di quanto sta accadendo e possa ristabilire un equilibrio a sostegno di tutti i cittadini. A questo proposito, gran parte delle zone colpite dalla pandemia stanno lavorando al fine di elaborare una strategia con la quale sedare e allontanare nel minor tempo possibile l’incombente crisi economica. Nel frattempo la popolazione dei lavoratori, in Italia, continua a soffrire… I lavoratori bloccati a casa, da ormai molto tempo, sono circa tre milioni, dei quali 1/3 sono i lavoratori autonomi, mentre gli altri 2/3 quelli dipendenti. Questi ultimi non sono gli unici ad essere in allarme, infatti anche gli altri 3,6 milioni di lavoratori che continuano a lavorare vedono i loro settori a rischio chiusura e dunque iniziano a temere il peggio. Gli effetti di questa inattività cominciano a comportare svariate conseguenze, prima fra tutte la mancanza di liquidità che, unita al bisogno di acquistare beni di prima necessità, genera malcontento diffuso, seguito da accenni (per ora) di ribellioni. Nel Sud-Italia si sono già verificati episodi che hanno visto il rifiuto di pagare la spesa da parte di gruppi di persone all’interno di alcuni supermercati, nonché l’azione sconsiderata di alcuni individui, che,utilizzando account anonimi sui social, incitano al saccheggio e all’assalto degli stessi supermercati. In ogni caso queste agitazioni sono state represse efficacemente dalle forze dell’ordine, per evitarne la ripetizione , il Governo italiano ha emanato il decreto legge n. 18 del 17 marzo 2020, meglio conosciuto col nome di “Decreto Cura Italia”, con il quale si vogliono aiutare tutti i cittadini e con il quale si spera di far ripartire l’economia. In questo documento sono state inserite delle agevolazioni fiscali e alcuni provvedimenti di sostegno come la cassa integrazione speciale a tutela dei dipendenti delle aziende al momento a casa, il rinvio del pagamento di tasse e contributi per le partite IVA danneggiate dalla crisi, la sospensione dei mutui sulla prima casa. Un’ulteriore misura adottata dal governo è stata quella di sostenere i lavoratori autonomi (artigiani e commercianti), che rientrano in specifici parametri, tramite un’indennità di seicento euro per il mese di marzo, che potranno essere richiesti con apposita domanda da presentarsi presso agli enti di previdenza.

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Con l’assunzione di questi provvedimenti speriamo di riuscire ad arginare il problema quanto prima… ma quando ne usciremo? Quanto sarà ancora lunga e dolorosa questa quarantena? Riusciremo a superare la crisi che ci attende o affronteremo la recessione? Se questo periodo rappresenta un corso della storia e se è vero che la storia è un susseguirsi di corsi e ricorsi (per citare lo storico Giambattista Vico), quando dal declino ci solleveremo per raggiungere tempi migliori? Sono innumerevoli gli interrogativi e le preoccupazioni che , ogni giorno, ciascuno di noi si pone. Tuttavia solo il tempo, la volontà, il perseguimento di strade virtuose e le scelte giuste e opportune dei nostri politici riusciranno a farci uscire dal tunnel nel modo più indolore possibile.

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COME REAGISCE LO SPORT AL CORONAVIRUS. di Simone d'Itri

In questo periodo stiamo cambiando le nostre vite. Senz’altro siamo soggetti tutti a molte limitazioni. È poi questo il tempo in cui le nuove tecnologie possono assumere maggiormente le funzioni originarie e più positive, ovvero quelle di mettere in comunicazione le persone fra loro, non per evadere dalla vita reale ma per sopperire alla possibilità di vedersi fisicamente. Internet e i social oltrepassano il metro di distanza fisica che ci è imposto per prevenire il contagio e fanno entrare il mondo nelle nostre case mentre fuori le strade si svuotano. Piattaforme telematiche si moltiplicano e tutti i Device in casa sono presi d’assalto non solo per giochi un po’ ripetitivi, ma per mettersi in contatto col professore o la maestra, per una lezione a distanza, un compito in rete o una comunicazione condivisa. Il tempo in cui dobbiamo tenere le distanze, può essere per paradosso quello in cui impariamo vicinanze nuove. Il virus e le misure previste dal nuovo Decreto emanato dalla Presidenza del Consiglio per contrastare l’emergenza coronavirus, coinvolgono in modo diretto anche lo sport. Questo riguarda tutti gli sport, come per esempio, il calcio. Da un punto di vista economico-finanziario il calcio professionistico italiano ha raggiunto i 2,7 miliardi di euro di valore della produzione aggregato confermandosi un settore di assoluto rilievo. Il giro d’affari complessivo stimabile del calcio italiano è di 13 miliardi di euro, infatti, si posiziona oggi tra le prime 10 industrie italiane e gioca pure un ruolo cruciale nella contribuzione fiscale e previdenziale. Esso si aggira fra i 170 e i 720 milioni per la serie A , fra i 150 e i 200 per la B e fra i 20 e gli 84 per la C. Nella peggiore delle ipotesi, si arriva a un miliardo di euro in totale, senza contare i dilettanti. Queste sono le stime dei danni che, le varie Leghe, attraverso studi specializzati, hanno ipotizzato a causa dello stop della stagione calcistica, e della sua durata. La Lega di Serie A ha presentato un documento che verte su sei punti in particolare per affrontare la crisi: costo del lavoro, norme speciali, liquidità, nuove fonti di finanziamento, infrastrutture e diritti tv.

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Stanno contribuendo in questo periodo, anche i calciatori, con donazioni di beneficenza, e anche i club come la Juventus (non solo) stanno tagliando gli stipendi ai calciatori e questo deve essere un esempio anche per gli altri club. Dopo aver bloccato le attività sportive in tutto il mondo, l’emergenza Covid-19 ha pregiudicato il regolare svolgimento dei prossimi Giochi Olimpici. In questi giorni è stato detto ufficialmente che Tokyo 2020 slitta di un anno. E’ stata accolta la proposta del premier giapponese Shinzo Abe, che ha chiesto di far posticipare i Giochi olimpici di 12 mesi per la crisi coronavirus. Il CIO ha accettato senza remore la proposta, il premier giapponese e quello del Comitato Olimpico Internazionale, Thomas Bach, hanno concordato di rimandare tutto non oltre la prossima estate a causa della pandemia coronavirus. Il primo ministro del Giappone ha riferito ai giornalisti della telefonata di oggi con il numero 1 del CIO, spiegando che “la decisione di posticipare i Giochi è totalmente condivisa”. Si chiameranno comunque Tokyo 2020 e “saranno la testimonianza della sconfitta del virus”. Speriamo che questo bruttissimo periodo passerà presto, e ne usciremo più forti di prima.

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La leggerezza di "Ariosto". di Mauro Caimano

Ludovico Ariosto è l’autore che ha messo in scena il contrasto tra sogno e realtà, tra mondo concreto e mondo ideale. E’ stato un poeta, commediografo, funzionario e diplomatico italiano, ed è l’autore dell’ “Orlando Furioso”, il più celebre, fantasioso e avvincente poema cavalleresco del nostro Cinquecento. La sua vita però fu tutt’altro che avventurosa caratterizzata da problemi economici e di sussistenza. Ludovico nasce a Reggio Emilia l’8 settembre del 1474, primo di dieci fratelli. Suo padre Niccolò, proveniente dalla nobile famiglia degli Ariosti, era un militare al servizio degli Estensi e governatore della stessa città di Reggio Emilia. Il piccolo si trova quindi, fin dalla più tenera età, a respirare il clima della corte estense intorno a cui suo padre opera, passando un’infanzia e una giovinezza spensierate, senza subire direttamente l’influenza dei regnanti. Studia prima giurisprudenza a Ferrara, poi abbandona la facoltà di Legge per passare alle Lettere e comincia a comporre le sue prime poesie. Nel 1500 muore il padre e il giovane Ludovico, in qualità di figlio maggiore, si trova obbligato ad occuparsi della famiglia, composta da quattro fratelli e cinque sorelle; per garantire la loro sicurezza economica, diventa cortigiano presso gli Estensi. Si tratta di un periodo infelice per Ariosto, combattuto tra la vocazione letteraria e i doveri di uomo di corte, che lo coinvolgono spesso in missioni diplomatiche o in compiti amministrativi. Durante i mille impegni di questa carica, Ariosto non abbandona gli interessi letterari: dopo le opere giovanili (tra cui la raccolta dei Carmina, una tragedia e altre opere minori), lavora alle prime commedie (intitolate Cassaria e I Suppositi) e, dagli inizi del 1500, lavora ai canti in ottave del suo poema, che vedrà la luce per la prima edizione nel 1516. Nel 1522 viene nominato governatore della Garfagnana, regione da poco entrata sotto il dominio estense, e quindi assai complessa da gestire. Nel 1525 il poeta rientra a Ferrara, dedicandosi alla revisione del Furioso, alla composizione delle restanti Satire e alla pace nella contrada di Mirasole, dove Ariosto trascorre gli ultimi anni, prima di spegnersi nel luglio del 1533. Ludovico Ariosto per la stesura della sua opera più celebre, “l’Orlando furioso”, si rifà all’”Orlando innamorato” di Boiardo, riprendendolo dal punto in cui si era interrotto. La prima edizione fu pubblicata nel 1516 in 40 canti, ma Ariosto si mise subito al lavoro per correggerla. La seconda edizione fu pubblicata nel 1521 con qualche sistemazione e la terza edizione fu pubblicata nel 1532.

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Nell’ultima edizione apportò una modifica innanzitutto linguistica: nelle prime due edizioni, infatti, l’Ariosto aveva utilizzato la lingua cortigiana, basata sul toscano letterario con elementi padani e latineggianti, mentre nella terza edizione utilizza una lingua basata sui canoni classicistici che erano stati fissati dal Bembo nell’opera Prose della volgar lingua e che si rifaceva al fiorentino delle opere dei letterati del Trecento. Nella terza edizione vengono modificati anche i contenuti: vengono inseriti nuovi episodi, con riferimenti anche alla storia contemporanea, e cioè alle guerre che le potenze straniere stavano combattendo sulla penisola italiana. Così facendo i canti diventarono da 40 a 46. Gli inserimenti di questi nuovi contenuti resero anche il clima dell’opera più cupo, a causa dell’inserimento di tematiche pessimistiche, in cui si possono cogliere i riflessi della crisi italiana. Di questo contesto fanno parte anche i Cinque Canti, scritti probabilmente per inserirli nella seconda edizione, ma che l’Ariosto decide di lasciare anonimi, in quanto riteneva che avrebbero alterato l’equilibrio dell’opera. Furono poi pubblicati dal figlio Virginio. Nell’Orlando furioso, Ariosto, come Boiardo, inserisce la materia cavalleresca e opera la fusione tra il ciclo carolingio e quello arturiano. I personaggi (come Carlo Magno, Orlando, Rinaldo, Astolfo) sono del ciclo carolingio, ma il tema dell’amore e del meraviglioso fiabesco sono del bretone. Ariosto porta alle conseguenze estreme gli effetti che l’amore ha sul paladino Orlando, facendolo, rispetto al Boiardo, diventare pazzo. Nell’opera dell’Ariosto vi sono inoltre dei riferimenti alla letteratura dei classici latini, come Virgilio, Ovidio e altri. .Quindi i temi delle “armi” e degli “amori” sono rivisitati in chiave classica. Ma il fatto che l’Ariosto prenda luoghi, personaggi ed episodi da altre opere, non deve far pensare che l’Orlando furioso non sia un’opera originale: l’autore li prende come spunti, ma attribuisce loro la sua visione originale della vita. La vera materia del poema di Ariosto però, secondo il filologo italiano Lanfranco Caretti, è la concezione moderna dell’uomo e della vita che si esprime attraverso la struttura aperta tipica del romanzo, molto diversa dalla struttura chiusa, tipica del genere epico. Ariosto cercò di realizzare il massimo della varietà con il massimo della naturalezza, conciliando la fertilità inventiva con il rigore logico ossia con l’intrinseca coerenza del racconto. A ciò l’Ariosto ha provveduto con una tecnica estremamente raffinata, tanto più ammirevole, quanto più dissimulata e quasi inavvertibile. Nel Poema si possono individuare due grandi temi: l’amore e la guerra; che danno vita a tre storie principali: l’amore infelice di Orlando per Angelica, l’amore corrisposto fra Ruggiero e Bradamante e la guerra fra Cristiani e Saraceni; in cui compaiono numerosissimi personaggi protagonisti di altrettante numerose vicende come Astolfo sulla luna, il castello di Atlante, Olimpia e l’orca, la maga Melissa e la maga Alcina, raccontate utilizzando registri diversi (ironici, tragici, realistici). Questa molteplicità di temi, personaggi e modalità espressive è governata da meccanismi narrativi che strutturano e aggregano le vicende: l’inchiesta, l’esempio paradigmatico, la simmetria. Nell’inchiesta (o la ricerca) il personaggio principale cerca qualcuno; segue un momento di crisi e di dramma che si risolve con il ritorno all’equilibrio iniziale. L’esempio paradigmatico è articolato in tre momenti: il fatto di cui è protagonista il personaggio, la riflessione morale, l’esempio paradigmatico. Nella simmetria le due storie sono messe in relazione attraverso la presenza di una situazione simile che dà vita a sentimenti, comportamenti, esiti di tipo opposto; oppure è opposta la situazione iniziale e sono invece identici gli esiti. La sua grandezza consiste quindi nell’aver creato una tecnica estremamente raffinata, capace di dare coerenza e rigore logico a una incredibile molteplicità e varietà di situazioni. Ludovico Ariosto svolge quindi un ruolo di fondamentale importanza nella cultura letteraria del Rinascimento e, con l’ ”Orlando Furioso”, arriva al livello più alto nella poetica epica e con lui il poema epico diventa un vero e proprio genere narrativo in versi.

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I GIOVANI AL TEMPO DEL COVID-19

di Maria Di Bello

I ragazzi che dovranno affrontare la maturità sono sicuramente preoccupati per l’esito di quest’ ultima, invece gli alunni più piccoli, ossia quelli che a settembre inizieranno le medie, potrebbero trovarsi più in difficoltà. Per i bambini, infatti, non è facile affrontare questa situazione. Non possiamo spiegare loro come stanno davvero le cose perché non tutti lo capirebbero fino in fondo, ma, nonostante la loro tenera età, stanno dimostrando di essere più maturi e meno capricciosi di molti adulti che si ostinano a sottovalutare il problema. Quasi tutti i genitori hanno cercato di far svolgere ai loro figli qualsiasi tipo di attività nella speranza di non farli annoiare e di riempire così le loro giornate. Ad esempio, molti hanno realizzato un cartellone con la scritta “Andrà tutto bene” e un grande arcobaleno colorato, usando anche lenzuola e creando dei veri e propri striscioni da appendere fuori casa. I bambini quindi sono stati i primi a lanciare un messaggio di positività e speranza in questo clima di terrore e disperazione. Proprio oggi, al telegiornale è stata data la notizia della decisione del Viminale di regalare una boccata d’aria ai figli minorenni che potranno uscire uno per volta accompagnati da un genitore. Secondo il mio parere questa, per quanto possa sembrare un inizio di libertà, è una mossa azzardata che purtroppo potrebbe vanificare tutti i sacrifici fatti fino ad oggi. Per noi ragazzi, restare a casa sta diventando sempre più frustrante. Sono stati chiusi centri sportivi, scuole di danza, palestre, e piscine. Spesso questi luoghi sono fondamentali, perché fare attività ci permette di distrarci un po’ dalla scuola e dalle nostre vite in generale, ma soprattutto di stare in salute, che alla nostra età è davvero importante. Personalmente, non faccio sport da parecchio, ma ho frequentato una scuola di danza per sei anni, e se avessi dovuto interrompere la mia routine all’improvviso, come hanno dovuto fare molti ragazzi, non credo sarebbe stato così facile. È triste pensare di dover trascorrere la Settimana Santa lontano da parenti e amici e non poter vivere le emozioni che ci vengono regalate, anno dopo anno, dalle tradizioni dei nostri paesi e delle nostre famiglie. Proprio in questo periodo avremmo organizzato uscite e pic-nic all’aria aperta nei giorni di San Giuseppe, usanza di alcuni paesini del nostro comune, e a Pasquetta. Può sembrare che a noi ragazzi piaccia isolarci e chiuderci nel nostro mondo fatto solo di tecnologia, ma negli ultimi periodi stiamo imparando ad apprezzare la natura e a trascorrere del tempo all’aria aperta, facendo lunghe e salutari passeggiate nelle stradine di campagna. Questo sarebbe stato il periodo più adatto per passare dei pomeriggi fuori con i nostri amici, ed effettivamente da qualche mese a questa parte anche io e i miei compagni avevamo preso l’abitudine di andare a camminare quando era bel tempo e, ovviamente, quando eravamo liberi da compiti o impegni scolastici. Purtroppo, come tutti, abbiamo dovuto interrompere questa che ormai stava diventando la nostra quotidianità. Credo che, paradossalmente, la nostra fortuna siano i social. Da quando è iniziata la quarantena, questi ultimi sono diventati una forma di salvezza per noi, perché sono il modo più semplice per restare in contatto. Una delle cose che a noi adolescenti piace fare di più è sicuramente vedersi a casa di uno di noi per guardare un film insieme su Netflix o qualche puntata della serie tv del momento, soprattutto quando è una brutta giornata e non possiamo uscire. Spesso le ragazze amano trascorrere i pomeriggi preparando dolci e facendo merenda insieme. Guardano i post online di brand famosi e parlano di moda e di fare shopping. Questo era proprio uno dei programmi che avevamo io e le mie amiche, ma ovviamente, a causa dell’emergenza, non abbiamo più potuto. Come dicevo, il lato positivo dei social è che ci permettono di sentirci vicini in qualsiasi momento anche quando in realtà non lo siamo per niente.

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Noi giovani, a maggior ragione durante il periodo della quarantena, ci scriviamo molti messaggi, inviamo video divertenti, note vocali, e ci vediamo attraverso le videochiamate. Mi ritengo molto fortunata, perché in questi lunghi venti giorni non mi sono mai sentita sola o abbandonata dai miei amici. Certo, è normale sentirsi giù ed essere pessimisti, anche perché da quando siamo nati non ci è mai capitato nulla del genere, però devo ammettere che nel momento del bisogno loro ci sono sempre stati per me, e anche io per loro. La chiusura drastica di bar, negozi, centri commerciali, ristoranti, locali o discoteche, è stata quasi uno shock. Nelle grandi città alcuni di questi hanno un po’ tardato a chiudere, infatti noi adolescenti inizialmente avevamo un atteggiamento di strafottenza verso l’allarme del COVID-19, e molti di noi lo hanno dimostrato continuando a vivere le loro vite normalmente e continuando ad uscire e a frequentare luoghi affollati come se nulla stesse accadendo. Questo si è potuto constatare dalle risposte di molti ragazzi intervistati fuori dai locali delle grandi città e non solo, quando il virus doveva ancora mietere centinaia e centinaia di vittime. Negli ultimi giorni sembra però che la maggior parte di noi abbia preso coscienza della gravità del problema. Sembra lontano il ricordo dell’ultimo sabato sera trascorso in piazza con i miei amici. Devo ammettere che è davvero molto pesante sentirsi chiusi in casa, in particolar modo se si è adolescenti e l’unica cosa che si desidera alla nostra età è la libertà. Quindi, anche una normale uscita nei nostri piccoli paesi, ci faceva sentire vivi e felici. Forse nelle città più grandi tutto è stato ancora più sconvolgente, perché realtà come Milano sono famose proprio per la vita notturna e il divertimento. È triste vedere le strade della nostra bellissima Italia quasi deserte, i monumenti lasciati lì, senza nessun turista ad ammirarli e a scattare foto, le nostre chiese, i teatri, le piazze… Sembrano scene tratte da un film, e ciò sembrava essere lontano da noi e dalla nostra realtà, ma è accaduto. L’intero Paese sembra essersi fermato. Il mondo intero si è fermato. Il lato positivo di questo incubo è che stiamo imparando a trascorrere più tempo con le nostre famiglie e che sicuramente tutto ciò ci sta permettendo di crescere e di apprezzare i piccoli gesti e soprattutto la vita, che un giorno ci verrà restituita. Nessun abbraccio sarà mai più bello e il solo pensiero mi emoziona.

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La didattica a distanza. di Carmen Lettieri In un momento così complicato, dove il Covid-19 sta seminando morte e paura, l’unica cosa sicura è rimanere a casa . Anche il mondo dell’istruzione si è adeguato per primo a questa condizione di allarme, portando la scuola nelle nostre case . Infatti noi alunni abbiamo iniziato da circa tre settimane a prendere parte alla didattica a distanza, la quale si base sull’utilizzo di apparecchiature tecnologiche come : computer, tablet e smarthphone . Usufruiamo delle applicazione per le videochiamate al fine di continuare a seguire le lezioni come se stessimo a scuola . Le applicazioni che noi usiamo più spesso sono Skype ,8×8 e Zoom meeting . Zoom si è rivelata la migliore tra tutte . Ogni mattina, seguendo l’orario scolastico, ci connettiamo con i vari professori , i quali generando un link ci fanno accedere e partecipare alle lezioni online. Durante il tempo che trascorriamo insieme al docente possiamo anche svolgere esercizi e scrivere attraverso l’uso della lavagna digitale . Per condividere i compiti e tutti gli approfondimenti trattati, i nostri professori usufruiscono di varie piattaforme tra cui Weschool, quella che la mia classe usa. Il sito presenta varie sezioni : una dove sono troviamo tutte le classi, a cui l’alunno accede grazie ad una chiave , poi abbiamo la wall dove i professori possono comunicare con noi attraverso post e messaggi. Un’altra sezione è quella della board ,la più importante, dove si possono caricare documenti e per finire abbiamo quella dei test e dei live, che consente le video lezioni. Un’altra piattaforma da noi utilizzata è Moodle presente anche sul sito della scuola . La didattica a distanza funziona alla perfezione. E’ molto vantaggiosa anche perché noi alunni riusciamo a gestire bene il tempo dedicato allo studio. Questa didattica ha portato ad una svolta digitale di grande importanza per la scuola, soprattutto in un momento simile. Tuttavia non sarà mai uguale alla scuola tradizionale né migliore , perché essa ci priva di ogni contatto fisico con i nostri compagni di classe, con i quali condividiamo molto tempo e cose belle ma anche brutte della nostra vita . Speriamo tutti che questa pandemia finisca al più presto per riabbracciarci forte e per ritornare più uniti di prima .

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// đ?“Ąđ?“žđ?“Ťđ?“ťđ?“˛đ?“Źđ?“Ş: đ?“›đ?“Ž đ?“śđ?“˛đ?“Ž đ?“ľđ?“Žđ?“˝đ?“˝đ?“žđ?“ťđ?“Ž Le mie letture: IL PRINCIPE DELLA NEBBIA di Luigi di Cola “Il principe della nebbiaâ€? è un thriller dalle sfumature noir emozionante e avvincente; un libro da leggere tutto di un fiato, con giĂ pronto sul comodino qualche testo scritto in anni successivi dallo stesso autore, come “Marina “oâ€?L’ombra del ventoâ€?. Quando si scende a patti con il diavolo è impossibile riaffiorarne senza perdere qualcosa. E le creature degli inferi, se chiamati cosĂŹ, hanno un loro perchĂŠ. Lo spiega perfettamente nella narrazione Carlos Ruiz ZafĂłn, l’autore del romanzo, dove per la prima volta la parola principe non porta ad un personaggio fiabesco e dal cavallo bianco, ma ad un demonio degli inferi, in grado di esaudire desideri in cambio di un pegno. La trama ci porta nel 1943. Il vento della seconda guerra mondiale soffia impetuoso quando il padre di Max Carver decide di trasferire la famiglia sulla costa spagnola. Il luogo sembra protetto e tranquillo ma, appena arrivati, cominciano a succedere strani fenomeni: Max scopre un giardino disseminato di statue orribili, che sembrano‌ muoversi, la sorella Alicia inizia a fare sogni inquietanti, compare una scatola piena di vecchi film che sembrano aprire una finestra sul passato, mentre l’orologio della stazione va all’indietro. E ci sono le voci, sempre piĂš sinistre, che riguardano i precedenti proprietari della villa, e i racconti che accompagnano la misteriosa scomparsa del loro unico figlio. Quando un incidente colpisce la sua famiglia, Max è costretto, suo malgrado, a improvvisarsi detective. Assieme ad Alicia e al nuovo amico Roland, nipote dell’anziano custode del faro, inizia a indagare sull’oscuro naufragio di una nave che giace sui fondali della baia custodendo molti segreti. Se dapprima la vista dell’infinito oceano appare incantevole e indimenticabile agli occhi di Max, la nuova cittadina rivela macabri scenari e oscuri misteri avvolti da una fitta‌ Nebbia. Si narrano storie a cui è difficile credere, ma tali storie possono non essere solo storie. E a farci i conti è la curiositĂ  di Max, insieme alla sorellina Alice e al nuovo amico Roland. La piccola Irina, sorellina di Max, incappa in un brutto incidente e la piĂš grande, Alice, sembra fare sogni strani. E Max, insieme a Roland, si improvvisa piccolo detective per scoprire, una volta per tutte, come mai l’orologio della cittĂ  vada indietro invece che avanti e il perchĂŠ delle statue singolari presenti sul retro dell’abitazione, cosĂŹ come delle voci sospette che circolano sui vecchi proprietari della sua nuova casa. La storia si presenta breve e di scorrevole e veloce lettura, motivo per cui la narrazione si incentra prevalentemente su pochi personaggi principali. Gli abitanti della cittadina paiono non esistere, cosĂŹ come le descrizioni sui luoghi si incentrano solo sulla nuova casa di Max e sulle rive dell’oceano, cosĂŹ come nel faro eretto dal nonno di Ronald. Tutto questo sembra quasi voler focalizzare l’attenzione solo sulla misteriosa storia del passato, che riaffiora piano piano coinvolgendo e catturando la curiositĂ  dei lettori. Ho scoperto, attraverso “Il principe della nebbiaâ€?, un romanzo avvolto da una grandissima nebbia di magia, incredulitĂ , fantasia e talvolta pura paura ma con una storia incredibile e difficile da dimenticare. Lo consiglierei agli amanti del mistero e di quelle voci strane a cui talvolta è difficile credere, ma che potrebbero rivelarsi veritiere.

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Le mie letture: LA TREGUA di Giulio Marchegiano

“La Tregua” è un romanzo di Primo Levi, scritto tra il 1961 e il 1962 ( l’ autore aveva già scritto alcune pagine tra il 1947 e il 1948) e pubblicato nel 1963 da Einaudi. L’ opera è la continuazione delle vicissitudini

raccontate in “ Se questo è un uomo”, libro che rese celebre Primo Levi, consacrandolo alla fama mondiale, vicissitudini vissute da Primo Levi dopo la liberazione di Auschwitz nel gennaio del 1945 ad opera delle

truppe russe. Il titolo “La Tregua” rispecchia il senso di sospensione del proprio destino in attesa di

ritornare ad una vita normale. La tregua è suddivisa in 17 capitoli ed è introdotta, come “ Se questo è un

uomo”, da un testo in versi che introduce le principali tematiche del libro (Shemà). Il libro di Levi narra il suo viaggio verso Torino, sua città natale, viaggio che inizia alla fine del febbraio 1945 dal campo di

Auschwitz . Il protagonista è condotto dalle truppe dell’ Armata Rossa prima in Ucraina, poi in Bielorussia,

quindi in Romania, per giungere in Austria attraverso Ungheria e Slovacchia e infine giunge a Verona e poi

a Torino. Nel primo capitolo “ Il disgelo” Levi descrive il 27 gennaio 1945, giorno in cui egli, mentre sta

trasportando ,con l’ amico Charles, alla fossa comune il corpo di un compagno di stanza scorge da lontano la

prima pattuglia di soldati russi. Tre giorni dopo un prigioniero russo lo trasporta sopra un carretto nel lager centrale di Auschwitz. Nel secondo capitolo Levi parla del suo ricovero in un ospedale nel campo grande di Auschwitz e narra la storia di un bambino nato e morto nel campo e altre storie di prigionieri tra le quali

quella di Olga e di Vanda. Il terzo capitolo “ Il greco”, ambientato dopo la liberazione, parla dell’ incontro di

Levi con un altro ex prigioniero di Auschwitz, un greco ebreo di Salonicco; insieme essi raggiungono Cracovia dove alloggiano in una caserma di soldati italiani. I due uomini diventano amici a tal punto che il greco

racconta a Levi le sue idee sulla vita, sulla morte, sul lavoro, sugli uomini e sulla guerra. I due amici si

lasciano dopo qualche giorno di viaggio dopo essere giunti al campo di raccolta di ex prigionieri a Katowice. Nel quarto capitolo “ Katowice” Levi racconta la sua esperienza di infermiere nel campo di sosta gestito e

diretto da un commando russo , dove ha modo di conoscere Cesare, che sarà protagonista del capitolo

quinto,il medico Leonardo e l’ infermiera Galina. Nel quinto capitolo intitolato “ Cesare” Levi parla appunto di Cesare, un commerciante di Roma che diventerà suo compagno di viaggio. Nel sesto capitolo “ Victory

Day” l’ autore racconta l’ euforia generale che segna la fine della guerra e lo spettacolo teatrale allestito dai

sovietici per festeggiare la vittoria dell’ Armata Rossa sui nazisti. Dopo una partita di calcio Levi si ammala di pleurite. Nel settimo capitolo “ I sognatori” l’ autore descrive la guarigione dalla malattia grazie ai suoi amici dottori, Leonardo e Gottlieb e racconta anche le storie di alcuni compagni di camera . Nell’ ottavo capitolo “ Verso Sud” si parla del viaggio verso Odessa, punto di imbarco verso l’ Italia; il successivo viaggio in treno viene bloccato a causa dell’ interruzione della ferrovia ed egli si ferma per tre giorni a Zmerinka.

Nel nono capitolo “ Viaggio verso Nord” Levi e Cesare giungono in un campo di smistamento in Bielorussia. Nel decimo capitolo “ Una curizetta” Levi racconta il viaggio a piedi verso il campo di Staryje Doroghi, dove

il protagonista e i suoi amici barattano una gallinella con i sei piatti che usavano per mangiare. Nell’ undicesimo capitolo “ Vecchie Strade” giungono finalmente nel campo di Staryje Doroghi che in russo

significa vecchie strade dove alloggiano nella casa rossa. Nel dodicesimo capitolo “ Il bosco e la via” Levi descrive la permanenza nella casa rossa, vecchia caserma dell’ esercito sovietico, dove trascorrono due mesi e assistono al passaggio dell’ Armata Rossa ormai al disarmo .

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Nel tredicesimo capitolo “ Vacanza” Levi racconta l’ incontro emozionante con Flora, una donna ebreoitaliana conosciuta nel lager. Nel quattordicesimo capitolo “ Teatro” Primo Levi racconta lo spettacolo teatrale che gli italiani allestiscono per intrattenere gli occupanti della casa rossa. Il mattino seguente il generale Tymosenko arriva ad annunciare la definitiva, prossima partenza.Nel quindicesimo capitolo “ Da Staryje Doroghi a Iasi” l’autore racconta il 15 settembre, giorno della sua partenza. Il treno passa da Kazatin, dove Levi saluta per l’ ultima volta Galina, l’infermiera di Katowice e arriva a Iasi dove riceve dagli altri ebrei una somma irrisoria , in quanto i rubli erano stati sequestrati al confine russo dai soldati che ne impedivano l’ esportazione . Nel sedicesimo capitolo “Da Iasi alla linea” Levi racconta l’ attraversamento della Romania, dell’ Ungheria e dell’ Austria e l’ arrivo a Vienna l’ 8 ottobre . Alcuni giorni dopo Levi e i suoi compagni attraversano la frontiera e passano dalla protezione sovietica a quella americana e, condotti in un campo profughi , ottengono un bagno e una disinfestazione accurata. Nel diciassettesimo capitolo, l’ ultimo, intitolato “ Il risveglio” Levi arriva a Verona il 17 ottobre e a Torino il 19 ottobre ,dopo 35 giorni di viaggio, ritrovando la propria casa e l’ affetto dei familiari. Ho letto con molto interesse “ La tregua” , un libro che narra avvenimenti sospesi in un tempo tanto dilatato da essere quasi irreale ,avvenimenti che costituiscono una tregua tra l’ esistenza senza futuro del lager e il futuro aspro della vita civile nella quale i deportati dovettero reinserirsi , carichi dei traumi e delle privazioni materiali e psicologiche alle quali furono sottoposti. Mi sono molto commosso nel leggere le pagine più tragiche , testimonianza di un periodo orrendo vissuto da migliaia di innocenti immolati sull’ altare della follia e della cupidigia ,che scrissero con il loro sangue una delle pagine più buie dell’ umanità. Nel libro la “Tregua” mi ha inoltre molto affascinato la capacità di Levi di sviluppare i temi della gioia e dell’ ironia , temi con i quali affronta e cerca di trasformare tutti i segni della morte ancora ben visibili nelle città dell’ Europa che attraversa nel suo lungo viaggio . La capacità di superare tante difficoltà e sofferenze,credo soltanto apparentemente ,alla luce della sua tragica fine, gli permisero però a quel tempo di ritrovare la voglia di ricreare rapporti umani al fine di riscattare la degradazione e l’annientamento morale subiti: non resta che inchinarsi di fronte a tanta abilità letteraria e a tanta ricchezza interiore .

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Le mie letture: DELITTO E CASTIGO di Leonardo Giacometti “La sofferenza e il dolore sono sempre obbligatori per una coscienza ampia e per un cuore profondo. Ho l’impressione che le persone autenticamente grandi debbano provare al mondo una grande tristezza.” Questa è soltanto una delle innumerevoli citazioni presenti all’interno del romanzo “Delitto e castigo”, pubblicato nel 1866 dallo scrittore russo Fëdor Dostoevskij,(Mosca, 11 novembre 1821 – San Pietroburgo, 9 febbraio 1881), considerato uno dei pensatori, scrittori e filosofi più grandi di tutti i tempi. Il romanzo è ambientato in Russia, precisamente a San Pietroburgo, seconda città russa (peraltro federale) per dimensioni e popolazione, con circa 5 milioni di abitanti, nonché il porto più importante del paese, fondata dallo zar Pietro il Grande (1672-1725) sul delta del fiume Neva. Insieme al romanzo “Guerra e pace” di Lev Tolstoj, fa parte dei romanzi russi più famosi e influenti di tutti i tempi. Esso esprime la concezione religiosa ed esistenziale dell’autore, con una focalizzazione sul conseguimento della salvezza attraverso la sofferenza. Il romanzo di Fëdor Dostoevskij è diviso in sei parti, che contengono fra i cinque e gli otto capitoli ciascuna, con un epilogo, diviso in due capitoli. L’intero romanzo è scritto in terza persona,al passato, da una prospettiva non onnisciente, maggiormente dal punto di vista del protagonista, sebbene, durante la narrazione, si sposti brevemente su altri personaggi. La maggior parte della narrazione si svolge nel corso di un’estate particolarmente calda, a San Pietroburgo. Protagonista degli eventi è Rodion Romanovic Raskol’nikov, o semplicemente Raskol’nikov, un giovane studente di 23 anni, di bell’aspetto e condizioni economiche non agiate, che ha deciso di abbandonare il suo percorso di studi in legge più per pigrizia che per mancanza di capacità. La condizione fisica, economica e sociale del protagonista risulta determinante per comprendere, nel corso dell’intero romanzo, i motivi che lo portano a compiere il gesto decisivo che rappresenta il motore narrativo della vicenda: l’omicidio, premeditato, nei confronti di Alëna Ivanovna, una vecchia usuraia, proprietaria, fra le altre cose, della stanza in cui vive Raskol’nikov; e, successivamente, l’omicidio, contemporaneo ma imprevisto, nei confronti di Lizaveta Ivanovna, sorella più giovane dell’anziana donna, ritrovatasi, come si suol dire, “nel posto sbagliato, al momento sbagliato”. All’inizio del romanzo, la scrupolosa preparazione dell’omicidio nei confronti di Alëna ci presenta un Raskol’nikov sicuro, intenzionato a compiere il reato e, soprattutto, motivato da ragioni etiche e di ingiustizia sociale che, nella sua visione, gli permetteranno di riuscire a sopportare le conseguenze delle sue azioni e del suo gesto. Nei capitoli successivi all’omicidio, tuttavia, pian piano, cadono tutte le ferme convinzioni del protagonista, diventato vittima di se stesso. Angoscia, rimorsi, paure, pentimento, tormenti e continue turbe mentali, si uniscono ad una condizione psicologica irrimediabilmente invasa dal timore di dire, fare e pensare qualsiasi cosa, per paura di essere scoperto. Il delitto, infatti, era stato compiuto con la convinzione che fosse per una giusta causa, dato che Raskol’nikov aveva preventivato di utilizzare il denaro e gli oggetti rubati alla defunta usuraia per fare del bene, redimendo la sua colpa. Giorno dopo giorno, invece, si renderà conto di quanto questa condizione lo logori, dando vita a una profonda crisi esistenziale. La colpa si potrà espiare solo attraverso la sofferenza e il dolore più profondi; Raskol’nikov raggiunge questa consapevolezza soltanto molto più tardi. All’origine del romanzo, quindi, vi è la ricostruzione di un evento peccaminoso in grado di generare riflessioni e pensieri estendibili a livello esistenziale, religioso, morale, giuridico, psicologico e anche politico. Dunque, il protagonista scopre il complesso dinamismo psicologico che domina la sua vita, le sue emozioni, la sua passione e le sue colpe, e non riesce a mantenerne il controllo.

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L’incontro con Sonjia, una ragazza giovane, povera, costretta a prostituirsi per provvedere a sua madre (malata di tisi) e ai suoi fratellastri, ma ricca nell’animo e nel cuore, animata dalla fede profonda e da un amore puro nei confronti di Dio è fondamentale. Attraverso l’amore per lei, Raskol’nikov ritroverà l’amore nei confronti della sua vita, riscoprirà lentamente la sua fede totale nel Signore, deciderà di costituirsi, di scontare la sua pena in Siberia e, soprattutto, di riscattare il suo futuro insieme a Sonjia, pronta a seguirlo dappertutto. Nel frattempo, all’interno del romanzo, sono presenti numerose storie parallele, che si intrecciano con quella principale, aiutandone lo svolgimento.Ogni personaggio rappresenta, in qualche modo, un’idea, un’ossessione, un punto di vista sulle cose: è ideologicamente autorevole, autonomo, indipendente dalla visione dell’autore, che non fa altro che seguirne il naturale sviluppo, senza piegarne la psicologia. Ogni personaggio del romanzo è in una posizione di dialogo aperto con gli altri personaggi, con l’autore e con i lettori: il romanzo è costruito su una pluralità di voci, ciascuna con il proprio spazio e la propria dignità. Naturalmente, il protagonista principale rimane Raskol’nikov, ma all’interno del romanzo emergono molte altre figure. Infatti, la storia di “Delitto e Castigo” ha tre linee narrative fondamentali: oltre alla storia dell’omicidio e della sua espiazione, c’è la storia delle miserie dei Marmeladov, il cui capofamiglia è un disoccupato alcolista; personaggio fondamentale di questo filone e di tutto il romanzo è la figlia di Marmeladov, Sonjia, costretta a prostituirsi, ma piena di una carità cristiana che riuscirà a infondere all’amato Raskol’nikov, aiutandolo a redimersi e ad accettare la Siberia. Una terza linea narrativa segue invece le vicende sentimentali di Dunja, la sorella di Raskol’nikov, di cui sono innamorati Razumichin, amico del protagonista, Lužin, piccolo borghese meschino e maschilista, e Svidrigajlov, pervertito e amorale che, incapace di redimersi, finirà suicida. Naturalmente, le tre linee si intrecciano e i personaggi passano da un piano narrativo all’altro. Parente di Razumichin è Porfirij, il giudice istruttore che incontra tre volte il protagonista e ne intuisce la colpa e il tormento segreti: senza mai accusarlo, ma semplicemente chiacchierando con lui a proposito delle sue idee, lo spinge a liberarsi e a confessare. C’è, infine, un ultimo, grande protagonista: San Pietroburgo, città che Dostoevskij odiava e che fa da sfondo claustrofobico ai deliri e alle miserie di Raskol’nikov e degli altri personaggi. La San Pietroburgo del romanzo non ha nulla della città imperiale: la sporcizia, gli spazi angusti in cui si muovono i personaggi, il disordine sono l’immagine, per così dire, “esterna” della desolazione interiore che abita i personaggi. Uno dei risvolti più interessanti del romanzo si trova nell’analisi del senso di colpa, che diventa una delle caratteristiche di maggiore rilievo nella psicologia tormentata del protagonista. Dopo il delitto, il giovane sprofonda in uno stato febbrile e allucinatorio, che lo prostrerà profondamente, fino a condurlo negli abissi di una profonda angoscia. Il senso di colpa si insinua in lui, diventando sempre più pulsante, giorno dopo giorno. A nulla valgono i ragionamenti e i pensieri razionali. Il senso di colpa che tormenta Raskol’nikov è talmente forte da farlo vivere in una situazione mentale annebbiata, priva della lucidità che aveva caratterizzato, in precedenza, il ragazzo. La colpa non produce solo agitazione psichica e malessere somatizzato, ma diviene fonte di una profonda solitudine, di un isolamento necessario a prevenire la possibilità di essere scoperti da qualcuno.

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La svolta, a questa situazione di disperato stallo, arriverà da Sonjia, piena di puro amore cristiano. Sarà grazie a lei che Raskol’nikov prenderà pienamente coscienza di sé e capirà che l’unico modo per superare l’angoscia opprimente, che si è impadronita di lui, è la fede e il pentimento. La vera rivincita, davanti all’errore, è quella di ammettere le proprie responsabilità e di farsene carico. Il capolavoro di Dostoevskij invita a una riflessione profonda e a prendere coscienza dei propri errori e delle proprie paure. Il lettore può comprendere, nello sfaccettato mondo psicologico che ci viene presentato, che l’animo umano è molteplice: l’intelligenza, la capacità di chiedere perdono, i sentimenti positivi fanno parte dell’animo umano tanto quanto l’individualismo, l’egoismo e l’errore.

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Le mie letture: ORGOGLIO E PREGIUDIZIO di Giulio Armando Palmieri Orgoglio e Pregiudizio (Pride and Prejudice) è un romanzo della scrittrice inglese Jane Austen, edito nel 1813. E’ considerato una delle opere più significative

dell’autrice

e

probabilmente

la

più

famosa,

la

più

letta

soprattutto da intere generazioni di “lettrici”. L’aver poi appreso che alcuni lettori l’abbiano letta e riletta più volte, traendone sempre un inalterato piacere, mi ha incuriosito e alla curiosità si è aggiunto il desiderio di conoscere gli aspetti essenziali della società inglese di fine XVIII ed inizio XIX secolo, di cui Jane Austen è stata un’ottima descrittrice. In effetti la Austen ci immerge sin dalle prime pagine nella “Gentry”, la società dei piccoli proprietari

terrieri

del

sud

dell’Inghilterra,

una

società

molto

rigida,

codificata, direi, molto patriarcale e apparentemente molto distinta, ma nella quale emergono tratti forti, come la stupidità, l’invidia, la maldicenza, la cupidigia. La prima famiglia che conosciamo è quella dei Bennet: un marito alquanto cinico e misantropo, ma, a mio avviso, gradevole e divertente; una moglie chiaramente superficiale e un po’ sciocca, agile in società come un elefante in un negozio di porcellana, e cinque figlie tutte da maritare. E qui bisogna descrivere un particolare della società inglese dell’epoca: in assenza di eredi maschi, tutte le proprietà familiari sarebbero andate in eredità al primo maschio più vicino. Quindi, per una ragazza, in piena società patriarcale e “maschilista”, l’unico modo per assicurarsi un buon avvenire era fare un buon matrimonio. La famiglia Bennet non aveva avuto figli maschi e per tale motivo l’intera proprietà, venendo a mancare il capofamiglia, sarebbe finita nelle mani di un nipote . Alle figlie non rimaneva altro che sperare di trovare un buon partito e tale speranza guidava, in modo eccessivo, tutte le azioni della signora Bennet. Immaginate, dunque, il fermento che nasce in seno alla famiglia Bennet quando un giovane gentleman celibe, Mr Bingley, fa la sua comparsa a Netherfield. Se poi aggiungiamo che il giovane è affascinante, ricco e di ottime maniere, non è difficile capire che egli diventa subito l’oggetto di ogni discussione e di tutte le aspirazioni di queste signore. A questa figura avvenente si aggiunge il suo amico intimo, Mr Darcy, un po’ riservato, brusco e, all’inizio, sprezzante nei riguardi delle signorine estranee alla bella società di cui egli è fiero di far parte. I due protagonisti saranno coinvolti in una storia d’amore con due delle figlie dei Bennet: Jane e Elisabeth, la prima, la maggiore, bella, timida, ponderata, saggia e benpensante; la seconda, sagace, ribelle e, direi, lungimirante e che faticherà a riconoscere l’amore e ad accettare, infine, il matrimonio con Darcy. Questi i quattro personaggi che mi hanno

colpito

in

modo

particolare,

chi

per

simpatia,

chi

per

impatto

psicologico. Attorno ad essi ruotano i cosidetti personaggi “minori” che, però, danno movimento al romanzo e suscitano pure un po’ di fastidio: Lydia Bennet, una delle sorelle più giovani, molto leggera e attratta dagli uomini in uniforme; Miss Bingley, una ragazza vanitosa, una piccola peste che gira di continuo attorno a Darcy come una mosca attorno al miele;

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Lady Catherine de Brough, una donna vanagloriosa intenta a dare consigli a tutti e a mascherare ordini sotto forma di consigli, sicura di essere depositaria tuttavia,

del

sapere

hanno

la

supremo…e

loro

tanti

importanza

nel

altri

personaggi

romanzo:

minori

senza

i

che,

personaggi

scomodi e poco simpatici, la storia sarebbe forse stata un po’ noiosa e avremmo

letto

il

solito

romanzo

“d’amore”.

Cosa

mi

è

rimasto

in

particolare di tutta la storia? Sicuramente una descrizione feroce e allo stesso tempo ironica della società del tempo e la scorrevolezza e la gradevolezza della lettura di un romanzo considerato il primo grande romanzo psicologico della letteratura anglo-sassone e soprattutto il primo

capolavoro

della

letteratura

scoperta.

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al

femminile,

per

me

una

vera


53°giorno di pandemia Covid-19 di Andrea Di Bernardo Stiamo vivendo un periodo difficile, nessuno si sarebbe mai aspettato tutto questo. La vita di ognuno di noi è cambiata. Siamo a casa da circa 10 settimane e staremo ancora a casa per un bel po’. L’Italia, come la maggior parte delle nazioni del mondo, si trova ad affrontare un periodo di “lockdown”, termine inglese che significa “chiusura totale”, chiusura di ogni attività ed ogni uscita collettiva o singola dell’individuo, dovuta all’infezione di Covid-19. Il Covid-19 appartiene ai coronavirus (CoV); essi sono una grande famiglia di virus respiratori che possono causare malattie da lievi a severe, dal banale raffreddore a sindrome respiratoria acuta e grave. Sono chiamati “covid” per le punte che essi hanno a forma di corona e sono presenti sulla loro superficie. I coronavirus sono comuni in molte specie animali, come i cammelli e i pipistrelli, ma in alcuni casi, come si è verificato, possono evolversi e infettare l’uomo per poi diffondersi nella popolazione. Il covid-19 è un nuovo ceppo di coronavirus, precedentemente mai identificato nell’uomo, apparso in Cina verso la fine del 2019 ed oggi causa di pandemia mondiale e del periodo tragico che stiamo attualmente vivendo. Non esistono, purtroppo, trattamenti specifici per le infezioni causate dai coronavirus e non sono disponibili, al momento, vaccini per proteggersi dal virus. La maggior parte delle persone infette da coronavirus comuni guarisce spontaneamente ma per persone affette già da patologie importanti o, purtroppo, persone over 70, con condizioni di salute precaria, il virus rappresenta una vera e propria spada di Damocle e, nella peggiore delle ipotesi, si dimostra letale. È possibile ridurre il rischio di infezione proteggendo sé stessi e gli altri, seguendo alcuni accorgimenti, ovvero: starnutire e tossire coprendo la bocca con le mani, lavare spesso le mani ed evitare contatti con persone affette, indossare mascherina protezione costantemente quando si esce solo ed esclusivamente per necessità. #restoacasa e #mantenereledistanze sono gli hashtags del nostro quotidiano, ormai, inviti al rispetto delle regole che il governo ci suggerisce per tornare al più presto alla vita normale, la nostra vita prima del 5 marzo. Mai come ora ho condiviso le misure di sicurezza e la serietà ma mi dispiace tantissimo che il massimo che possa fare per dare una mano ai miei genitori, parenti ed amici, sia restare a casa!…Abbiamo trascorso giorni di panico, con il bombardamento mediatico della visione di scene di malati moribondi intubati, camere di terapia intensiva, bare ma soprattutto morti, morti, morti. Non avrei mai immaginato che il 4 marzo sarebbe stato il mio ultimo giorno di scuola, senza un saluto, senza un arrivederci…non avrei rivisto più i miei compagni e i miei prof. se non da una videochiamata su uno sterile schermo di pc. A scuola si è in un ambiente unico, a contatto con i professori, i bidelli, i compagni di classe… il rapporto umano che si ha a scuola non si ritrova da nessun’altra parte e mi manca da morire! Proprio il rapporto umano è fondamentale per imparare qualcosa. Ci sono tante piattaforme per fare video-lezione o condividere materiale partendo dal semplice registro elettronico ad arrivare alle videolezioni fatte su piattaforme come Weschool, Zoom, Skype e GSuite (in questi cinquanta giorni i miei prof. hanno sperimentato di tutto pur di raggiungerci, pur di stabilire una connessione, un apparente banale contatto, pur di salutarci semplicemente affinché non ci sentissimo soli!). Tutto questo può aiutare soprattutto in questo periodo difficile, ma non potrà mai sostituire la scuola, i contatti umani diretti. Siamo stati disumanizzati.


Solo ora ho capito che, anche se non ho magari vissuto inseguendo la movida con notti brave perché ho solo sedici anni, amo la mia vita nelle sue piccolezze, dall’andare a scuola alle otto del mattino, al mangiare un pezzo di pizza durante il pomeriggio con i miei amici, senza dover stare a un metro di distanza da loro, poter tornare a salutare la gente con una semplice stretta di mano, senza dover aver paura che quel saluto segni il mio nome su un tampone positivo dopo una settimana. Scrivendo queste parole, spero sempre di più che questa situazione finisca il più presto possibile ma mi rattrista davvero il sapere che domani, probabilmente, sarà come oggi e dopodomani anche. In passato, difficilmente avrei pensato che un giorno sarei stato recluso in casa e avrei dovuto essere attore di un momento storico simile. Queste sono cose che ho sempre visto nei film e mai, ripeto mai, avrei creduto che certe volte la finzione può diventare realtà. Un domani a scuola si studierà l’epidemia, l’emergenza sanitaria, chiamatela come volete, che ha colpito l’Italia nel 2020 e ha sospeso la vita del paese per giorni interi. Rimanere chiusi in casa dà a noi giovani una sensazione di soffocamento: sempre le stesse cose, sempre la noia che ci accompagna…è un momento di caos in cui tutti viviamo e nessuno ne ha colpa. Spero che questa situazione si risolva al più presto e tutto torni alla normalità.

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L’amore in Catullo e Lucrezio di Alessandro Maliziano

Sin dall’invenzione della scrittura, tutti i poeti cercano di esprimere i propri pensieri sull’amore. C’è chi vede il sentimento amoroso come una sofferenza, ad esempio Lucrezio che nel suo “De rerum natura” ci dà delle delucidazioni sul suo pensiero amoroso. Il poeta considera questo sentimento come fonte di angoscia, crede che l’esperienza dell’amore vero e proprio è fallace, turbolenta e dolorosa. Ad esempio, nel libro IV lui dice che l’amore non è altro che l’esaltazione dell’immagine della persona amata che colpisce i nostri sensi e ci obbliga ad amarla. Ne segue quindi una sofferenza atroce, che a volte sfocia nella follia, che fa dimenticare la realtà alla persona che ama. In contrasto con la mentalità dei nostri giorni, Lucrezio consiglia agli uomini di scindere il rapporto tra amore e sesso, di appagare il desiderio sessuale senza innamorarsi dell’altra persona. Afferma, inoltre, che l’amore rende folli. Non pensa questo invece Gaio Valerio Catullo che attraverso la frase: ” Da mi basia mille, deinde centum, dein mille altera, dein secunda centum, deinde usque altera mille, deinde centum. Dein, cum milia multa fecerimus, conturbabimus illa, ne sciamus, aut ne quis malus invidere possit, cum tantum sciat esse basiorum” nel Carme V, uno dei moltissimi carmi collegati apertamente al rapporto d’amore con Lesbia, ci dà un messaggio chiaro su qual è il suo pensiero al riguardo. Considerato un rivoluzionario nella letteratura romana, Catullo vede l’amore come un’emozione essenziale nella vita di un uomo, un impulso senza il quale la vita perderebbe di significato. Per lui è un sentimento che si pone fuori dagli schemi tradizionali e che talvolta diventa proibito, perché i due amanti possono avere vite completamente diverse e tradire i rispettivi mariti o fidanzati. Altro tassello fondamentale del suo pensiero è lo sforzo immane di recuperare il valore della fedeltà, una delle virtù fondamentali della moralità romana. Il poeta, infatti, pensava di costruire un patto con la persona amata, costituito da un impegno duraturo, caratterizzato da un affetto e da una fedeltà reciproca. Secondo me la parola amore ha tante sfaccettature diverse. Amare veramente qualcuno, dal mio punto di vista, è un  raro. Per amare una persona devi volere il suo bene prima del tuo. Devi accettarne i difetti e goderti i suoi pregi, è essere complici, è stare bene insieme. Amare non significa imprigionare una persona, perché amore è libertà, è soprattutto fiducia.  Una volta ho letto una frase di Oscar Wild che diceva “Tutti dicono che l’amore fa male. Non è vero, la solitudine fa male, il rifiuto fa male, perdere qualcuno fa male, tutti confondono queste cose con l’amore, ma in realtà l’amore è l’unica cosa al mondo che copre il dolore e ci fa sentire ancora meravigliosi”. Questa frase racchiude, a mio parere, il significato di amare, un significato che è difficile da dimostrare, spesso incompreso, ma bastano poche parole per esprimere quello che prova il nostro cuore.


È complicato esternare ciò che si prova, ma se “gli occhi sono lo specchio dell’anima” allora dovremmo imparare a usarli un po’ più spesso. Forse un solo sguardo carico d’amore può far capire tante cose difficili da spiegare.

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Grazie per il tempo e

l'attenzione, 3C


3C:

Bevellino Gabriele Bevellino Gaia Caimano Mauro Colantuono Antonio D'Arcangelo Maria D'Itri Simone De Fusco Guido Di Bello Maria Di Bernardo Andrea Di Cola Luigi Di Donato Francesca Morgana Fusco Lucia Giacometti Leonardo Lettieri Carmen Maliziano Alessandro Marchegiano Giulio Mastrantuono Noemi Palmieri Giulio Armando Sparagna Patrizia Maria Zarro Marzia


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