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Perché TerreMOti racconto TerreMOti racconto nasce da un’idea di Isabella (che si definisce una “fotoamante”), di Massimo

(l’informatico

di

Informanet)

e

di Marlene (blogger). Il terremoto che ha colpito l’Emilia ha scosso oltre che la terra, anche le nostre vite. Ci avevano raccontato che l’Emilia era a basso rischio sismico, e invece ci siamo ritrovati a misurare le nostre vite con un questo evento completamente al di fuori delle nostre possibilità di controllo. L’ idea era nata già all’ indomani della prima scossa delle 4.04 del 20 maggio. Le prime notizie su Twitter, ci confrontavamo se era accaduto davvero, e ci chiedevamo se stavamo tutti bene. Nei giorni seguenti sul web ci siamo imbattuti in storie, cronache, racconti, foto, tutti appunti di chi quel terremoto lo aveva vissuto in prima persona e aveva voglia di esorcizzare la paura attraverso parole ed immagini. E abbiamo pensato: perché non raccoglierle tutte in un contenitore, come una scatola da riaprire quando si spegneranno i riflettori sulla nostra terra? Poi le scosse sono diventate 4, e anche il nostro progetto ha incominciato un po’ a traballare. Ma adesso eccolo qua.

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La memoria, la cura. Il terremoto non finisce mai.

Abbatte la porta delle nostre sicurezze e si

accomoda, violento, nell’angolo più remoto dei nostri pensieri. Se ne sta lì, per sempre. Riaffiora nei rumori improvvisi, nei fruscii che non ti aspetti, nel tintinnare innocuo dei bicchieri, in una sedia trascinata sul pavimento del piano di sopra, nel mormorio notturno dei motori delle auto lontane. Le nostre vite sono vite dopo il terremoto, la paura non fa sconti, conviverci sarà la nostra normalità. E la normalità, lo sappiamo da sempre, è la capacità di dare forma alla paura, riconoscerla, darle dei contorni, dei confini, circoscriverla e, infine, domarla. Ecco perché raccontare il terremoto è al tempo stesso memoria e cura, ricordo disperato e apertura al futuro. I racconti,

le

fotografie,

le

storie,

raccolte

prima

sul

web

attraverso

terremotiracconto.it e poi su questo eBook, sono un regalo prezioso per tutti, salutare per chi li ha realizzati e corroborante per chi ne può godere, perché diventano memoria collettiva, quindi balsamo per i giorni che verranno.

In

ogni crepa fotografata, in ogni narrazione dell’angoscia di quella tarda primavera in cui la terra sembrava scrollarsi di dosso tutto e tutti, in quelle macerie e in quelle strade invase da un silenzio surreale, lì, in tutti questi segnali di memoria che Isabella, Marlene e Massimo hanno raccolto, c’è soprattutto la nostra vita che continua. Stefano Aurighi

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Il Maggio 2012, il Maggio del terremoto

Lo ricorderò sempre come il mese in cui andavo a dormire alle 21, in montagna, per stare tranquilla, per non beccarmi tutte le scosse della notte, e mi alzavo alle 6 per poter essere in ufficio in orario al mattino. Lo ricorderò come il mese in cui ho convissuto con i miei suoceri, come il periodo in cui non ho mai, e dico mai, indossato scarpe con i tacchi ma solo scarpe da ginnastica o scarpe basse per poter scappare. Ricorderò il mio sismografo artigianale posto in ufficio che ad ogni minimo rumore guardavo con angoscia. Ricorderò le notti passate a dormire sul divano perché in camera non c’era l’aria condizionata (mica perché avevo paura cosa credete.) e con la tv accesa perché così si coprivano i rumori. Ricorderò che i capelli non li lavavo sotto la doccia ma nel lavandino, con i capelli insaponati potevo scappare, dalla doccia era un po’ più complicato. Le serate passate davanti al camper di una amica a far filosso fino a quando con gli occhi semichiusi si andava a letto distrutte sperando che il sonno arrivasse veloce! Il mese in cui senza fare nessun tipo di sport avevo raggiunto una forma perfetta. Altro che 40enne, avevo il fisico di una ventenne. Ricorderò che non potevo pronunciare le parole vigili del fuoco, terremotati solidarietà senza piangere. Ricorderò le lacrime di mio padre, la sua paura di perdere tutto in un secondo e il senso di inadeguatezza che provavo io per non poterlo consolare. Ricorderò l’immenso amore che mi ha sempre legato a mio marito e che in questo frangente si è quintuplicato. Ricorderò quanto siamo vulnerabili, quanto siamo piccoli su questa terra. Ricorderò persone che non si sono nemmeno degnate di chiedermi come stavo e altre che invece mi sono state molto vicine. Ricorderò per sempre quelle date 20 e 29 maggio perchè hanno cambiato per sempre la mia vita!! Monia Vecchi TerreMOti racconto

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Il letto... Si muove! La porta sbatte sull'armadio: toc toc toc. Regolare come il meccanismo di un orologio. Ecco, il terremoto, ancora una volta; siamo in Romagna, è normale. Però... la casa sta oscillando, segno che siamo lontani dall'epicentro; considerando il moto delle oscillazioni, l'onda si sta Propagando da nord o da sud. Ecco, ha smesso. Sarà stato a sud? In Umbria forse? E se venisse da nord? Penso ai suoceri. Uhmm, no l'alto ferrarese è zona a basso rischio sismico. Più probabile in Veneto. Che ora è? Le 4:05, annoto mentalmente l'ora. Mia moglie: "era il terremoto?" - "Sì." - "Cosa facciamo?" - "Niente. Ha smesso." Alle 5:30 mi telefona mio suocero: "Avete sentito il terremoto?" - "Sì." - "Forte?" - "Abbastanza, e voi?" - "Qui si sono rotti i bicchieri, si sono scoperchiati i tetti di alcune case." - "Ma dai, davvero? Chissà dov'è stato per averlo sentito così forte lì a Bondeno." - "Dicono che l'epicentro sia a Finale." - "Vabè, ci sentiamo più tardi." Il resto della storia lo conosciamo tutti. Massimiliano Cuneo

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Il barbecue

Ciao a tutti, sono un barbecue, molto bellino, bianco e rosso. Sto in un giardino, all’ombra di uno schiacciasassi. Devo ammettere, che si sta bene, è una posizione strategica. Ho sempre un po’ di ombra e mi godo il passaggio delle auto e dei padroni di casa che entrano ed escono dal cortile. Qualche gatto si accoccola sul mio “davanzale” e il cani dei vicini, dall’altra parte della siepe, ogni tanto mi fanno compagnia. Nonostante ciò, mi sento trascurato, nessuno mi usa. Sono mesi o anzi anni che non vengo acceso. Sono dotato di due bellissime griglie, ma rimango sempre qui, inoperoso. Io vorrei “sfornare” delle belle bistecche succulente e spargere nell’aria quel buon profumino di carne affumicata. Ma niente, non mi considerano proprio, sto li come ornamento. A proposito ho omesso di dire che il giardino dove “abito” è a Cavezzo. Qualche mese fa questo dettaglio non era importante. La notte del 20 maggio, all’improvviso, uno sconquasso….ho pensato “Tocca a me!” poi vista l’ora, le 4 di notte, ho subito realizzato….il terremotooooo!!! Quella notte ho solo ballato un po’, una botta di vita alla mia piatta esistenza! E’ tornato tutto come prima, io lì al mio posto, le persone che mi passavano davanti, il gattino che mi faceva compagnia. Ore 9,05 del 29 maggio….”Stavolta tocca davvero a me!!!” Si ballava, altro che se si ballava. Mi sono sentito sollevare da terra….”Ma dove mi portano?”. Da nessuna parte… È solo il terremoto! Un altro, peggio del primo. Mi ha sollevato

e

sbattuto

dall’altra

parte

della

siepe,

dai

vicini

di

casa,

frantumandomi in mille pezzi! Il “davanzale” è ricaduto al suo posto, ma spezzato in due. Brutta fine, sono esploso, ridotto a pezzi, nello spirito e nella forma….come quasi tutto intorno a me. Sicuramente stavo meglio prima, quando mi lamentavo della noia e della solita routine. Monica Cavazzoli TerreMOti racconto

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Ungi or noaSanFel i ce Al essandr oAccor si

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Il terremoto è nostro

Tra emiliani e abruzzesi è fin troppo facile che ci si trovi a parlare di terremoto, quando per noi l'esperienza è ancora così fresca e tutta da elaborare e per loro è una ferita mai rimarginata. Così ci raccontiamo delle scosse, di come le abbiamo vissute, dei muri di casa che ondeggiano, delle notti in macchina, delle tende che non fanno più pensare alle vacanze. Della paura, così tanta che non ci ragioni più, e di come non controlli le tue reazioni così come non hai mai controllato il terremoto. E capisci che in fondo il problema è proprio questo: i sussulti, gli ondeggiamenti, il tempo, non controlli nulla e vivi sperando solo di essere pronta quando verrà il momento, stringere i denti, chiudere forte gli occhi e aspettare che passi. Sedute davanti a un tavolo, io e la mia amica continuiamo a rivivere le nostre sensazioni cogliendone le infinite similitudini mentre armeggio sul mio tablet. La scheda, tra le tante, sempre aperta è quella della pagina web dell'INGV: monitorare il terremoto per monitorare le proprie ansie. "Quando smetterai di guardarla ti sarà un po' passata" dice la mia amica. I percorsi sono tutti uguali, i terremoti in fondo potrebbero essere tutti uguali. Però no, perché su quella pagina le scosse ormai stanche che riguardano l'Emilia, si perdono tra quelle più incalzanti di altre zone d'Italia. E ad un certo punto dico "questo è il nostro". E mentre lo dico mi stupisco perché l'ho detto con un tono quasi orgoglioso e come si fa a parlare di un terremoto con orgoglio? Eppure nel considerarlo "nostro" ho percepito tutta l'identità di una terra che fa sua la calamità per affrontarla, trarne forza, imparare. Mi sono sentita parte di una comunità che lotta e non si lascia dominare. Il senso di quel "nostro" era tutto nel bisogno di controllo. E impossessandomi del terremoto, conoscendolo, studiandolo, rincorrendolo, parlandone, io lo controllo. Isabella Colucci

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Ferrara in bianco e rosso

Oggi sono tornata a Ferrara per la prima volta dopo il terremoto. I quindici minuti del tragitto in autobus attraverso Corso Giovecca fino alla Stazione sono stati accompagnati dal filo conduttore del bianco e del rosso dei nastri che delimitavano le zone segnate dalle scosse di domenica. A cominciare dall'arco della Prospettiva, interdetto per alcuni metri, passando per il Parco Pareschi, a cui è legata una delle immagini simbolo di questa tragedia, la macchina schiacciata dalla pigna caduta dal cornicione del muro perimetrale. Ma la vera stilettata al mio cuore ferrarese è arrivata poco più in la: prima nella veduta del Palazzo dell'Archivio di Stato, che conosco bene per avervi fatto una stage alcuni anni fa, interamente transennato, e poi, il tuffo al cuore del Castello estense ferito. Proseguendo su Viale Cavour, il bianco e il rosso si dirada, ma arrivati in Stazione, nell'atrio, quasi deserto nonostante l'ora appena post meridiana, eccolo tornare il lietmotif : il nastro bianco e rosso ricompare accanto ad alcune vetrate e vicino al sottopassaggio che porta ai treni. Manca poco alla partenza per Bologna, e un velo di tristezza mi assale. Mi tornano in mente le parole di Rossella O'Hara, con cui si conclude Via col vento : "domani è un altro giorno". Si "domani è un altro giorno" per Ferrara e i paesi dell'alta provincia devastati, il giorno della rinascita. Chiara Saletti

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...e il terremoto in Emilia continua...

Quando la natura non ti lascia tregua, le relazioni umane confortano ed incoraggiano a sopportare. Se si vuole aiutare qualcuno, occorre riflettere sul modo migliore per farlo per non urtare la sensibilità di chi riceve. Ieri sera, il mio amico Antonio, mi ha raccontato una bella storia. E’ tutto vero tranne i nomi delle protagoniste. In seguito al terremoto Emma è stata costretta a lasciare la propria casa. Ha avuto paura. Da lei la terra trema tante volte tutti i giorni, senza lasciare alla mente la possibilità di staccare il pensiero dal possibile pericolo. Emma, nella prima notte del terremoto, ha dormito in macchina con i figli ed il marito ed ha pensato di farlo anche nelle sere successive. Al mattino è andata a lavorare ed ha raccontato ai colleghi la sua situazione. Federica l’ha ascoltata ed ha iniziato a pensare a quello che poteva fare per aiutarla. Non sono grandi amiche, ma semplici colleghe. Federica ha subito chiesto ad Emma se voleva il suo camper “tanto a me serve ad agosto”. Emma non si è sentita di accettare ed ha risposto “no grazie”. Federica sapeva che Emma aveva bisogno, perché pensava che, a parti invertite, per lei sarebbe stato difficile dormire tutte le notti in macchina. Allora non si è fermata davanti a quel “no”. Ha chiesto agli altri colleghi un piccolo contributo economico, è andata a fare la spesa, ha riposto il mangiare nel camper ed è andata a casa di Emma per dirle: “Cara Emma, io lascio il mio camper parcheggiato qua da te, queste sono le chiavi, usalo, se pensi che ti possa essere utile” La terra qua da noi trema ancora, ma mi piace pensare che Emma, con la sua famiglia, possa dormire in un camper riscaldato dall’affetto dei suoi colleghi. Lisa Galli

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Del perché e del percome il terremoto assomigli alla leucemia. Ma anche no.

Nel 2006 ho avuto una leucemia (con relativo trapianto di midollo nel febbraio 2007), nel 2011 una recidiva (con relativo doppio trapianto di midollo). Chi mi conosce da un po’ di tempo, sa già all’incirca delle mie vicissitudini personali. Chi vede il telegiornale, legge i giornali o vive nel mondo reale, sa quel che sta succedendo in questi giorni nella mia Bassa: alla fine di maggio, un terremoto, anzi due, hanno sconvolto Mirandola (dove vivo) e i paesi vicini, insieme alla vita di tutti gli abitanti. Con il passare dei giorni, mi sono reso conto che queste due esperienze hanno tanto in comune, e che sotto diversi aspetti è quindi possibile fare un parallelo. La prima, evidente, è l’essere un evento completamente inaspettato. Scoprii di avere la leucemia grazie a una donazione all’AVIS, in un normale controllo di routine. La telefonata che mi annunciava che qualcosa non andava mi arrivò, come un fulmine a ciel sereno, nel mezzo di un pomeriggio di lavoro come tanti altri. Il terremoto mi ha trovato, la notte tra il 19 e il 20 maggio, addormentato sul divano dei miei. Mi ha svegliato un boato, tutto intorno tremava, la luce era saltata. Mi sono riparato a tentoni sotto l’arco di un muro portante, mentre a meno di un metro da me si sfracellava un acquario da 200 litri. La seconda, altrettanto evidente, è lo sconvolgimento che ha causato nella mia vita. Lo scoprire di avere la leucemia ha portato a tanti controlli, a un lungo periodo di ricovero, e – anche dopo il trapianto – a vari mesi di degenza e a tante precauzioni, che hanno costretto la mia vita in stand-by, mentre i miei coetanei si sposavano, facevano figli, facevano carriera, divorziavano, cambiavano lavoro. Il terremoto, specialmente la scossa del 29, ci ha costretti fuori casa. I miei sono in tenda, io – che per le suddette questioni di salute non posso starci – ho vagato prima tra le case di amici che mi hanno ospitato, e ora sono in un agriturismo nel Frignano, in attesa che arrivino i container dove passeremo le

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prossime settimane, finché la situazione non sarà abbastanza stabile. Inoltre ci ha privati delle nostre abitudini, delle chiese dove andavamo a messa, della piazza, dei bar, dei ristoranti, degli abituali punti di ritrovo. Per quanto riguarda il lavoro, sono tra i fortunati che non ne hanno risentito, lavorando a Modena. Per tanti non si può dire lo stesso. La durata: nessuna delle due situazioni si risolve in tempi brevi, a quanto pare. L’incertezza: quando pensavo di stare uscendo dal tunnel della malattia, è arrivata la recidiva. Quando pensavamo di poterci riprendere dalla scossa del 20, è arrivata quella del 29. E se la prima volta è un fulmine a ciel sereno che ti sconvolge la vita, la seconda è una mazzata sulle rotule proprio quando stai provando a rialzarti, che ti porta ogni giorno, ogni ora a chiederti se ricapiterà ancora. Proprio per questa incertezza, entrambi gli eventi ci costringono a vivere giorno per giorno, navigando a vista. E’ difficile per ora pensare a cosa accadrà tra sei mesi, o tra tre, o tra uno, o tra una settimana. Riesco a prendere solo decisioni di breve portata, così come capitava nel periodo della degenza, quando il futuro sembrava sempre troppo lontano e troppo incerto. L’impotenza, che nel terremoto è ancora più forte che nella leucemia. Se per questa puoi affidarti ai medici e alle loro cure, contro il terremoto un vero rimedio non c’è. Entrambe le esperienze portano poi ad alterare la percezione della realtà. Quando ho scoperto di essere malato, nei primi mesi tendevo a sentire un sacco di sintomi che poi non avevano un riscontro nei fatti. Non so voi, ma col terremoto, soprattutto nei primi giorni, continuavo a sentire tremare tutto, e ad ogni rumore ero in paranoia (specialmente quando Daniele in ufficio prende a testate l’armadio, o il collega dell’ufficio a fianco sfoga i suoi istinti omicidi sulla tastiera del pc). Ci sono però anche aspetti positivi: la solidarietà, ad esempio. Nei giorni del terremoto, come in quelli della malattia, è stato impressionante constatare quante persone si siano ricordate di me, e quante mi abbiano offerto aiuto e ospitalità, anche se spesso non ci vedevamo da anni.

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In questo, però, c’è anche una differenza: mentre la leucemia è un’esperienza molto personale, e da malato sentivo concentrate su di me le attenzioni di chi mi stava intorno, il terremoto è un’esperienza ovviamente collettiva, per cui anche chi sta attorno e aiuta, ha a sua volta bisogno di aiuto e di conforto. Inoltre è un’esperienza molto più confrontabile: il percorso della malattia è “singolare”, nel senso che ogni malato fa il suo, e ci sono coincidenze e differenze almeno in egual misura. Spesso, da malato, mi è capitato di sentirmi incompreso. Nel terremoto, le somiglianze sono molte di più, al di là della specifica situazione in cui ognuno si è trovato a quell’ora: questo rende più facile parlarne, e capirsi a vicenda. Ci saranno sicuramente altre cose: stasera mi sono venute in mente queste. Quel che mi fa sperare è che con la malattia si impara a vivere, e a ripensare la propria vita anche in circostanze difficili. Se le somiglianze sono così tante, spero ci riusciremo anche col terremoto. Andrea Razzaboni

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Che palle, il terremoto.

"Uh? Oh, che palle, il terremoto." ho pensato. Non è stata certo la prima volta che in trent'anni di vita sono stata svegliata da una piccola scossa e mi sono girata dall'altra parte, infastidita per il sonno interrotto. Per la prima volta, però, terminato di formulare quel pensiero, non è terminata la scossa. E nemmeno quando, a quel punto, sono balzata a sedere, con gli occhi sgranati e confusi nel buio. Erano le quattro del mattino, e mia figlia aveva finito di vomitare per uno di quei virus misteriosi che colpiscono i bambini solo tre ore prima. In quel momento, le campanelle scacciaspiriti appese sopra la sua finestra chiusa risuonavano allegre mentre le pareti continuavano a tremare, ed io dal mio letto quasi senza rendermene conto mi precipitavo accanto al suo. In quell'attimo la scossa è finita. Ci siamo guardate negli occhi, confuse. "C'è stato il terremoto?" mi ha chiesto lei. "Sì, ma ora è finito, non è successo niente." ho risposto, accarezzandole la fronte mentre il tintinnio delle campanelle si spegneva. "Cavolo, è stata forte, questa." ho pensato, tornando con la mente a quand'ero ragazzina e ci fecero evacuare da scuola. Nessuno nella mia zona è sceso in strada. In casa non si era spostato neppure un quadro o un soprammobile. La mia mente è già sollevata: il terremoto era finito, e non era successo nulla. Ho preso il cellulare, mi sono seduta sul letto ed ho aperto Twitter: le prime notizie che arrivavano parlavano di chiese crollate. "Fortuna che è notte.", ho pensato. "Sarebbe potuto morire qualcuno." Le palpebre mi si chiudevano, ma oltre alle parole hanno iniziato ad arrivare anche le immagini, ed io ho iniziato a rendermi conto che questa volta non era stata solo la solita "rottura di palle". Poi, la notizia che nonostante tutto ancora non ritenevo possibile: "E' crollato un capannone, ci sono sotto degli operai. Probabilmente morti." Poi la seconda scossa. "E vabbè, è l'assestamento, si sa". Ma nessuno ha più dormito. "Mamma, il mio lettino si è mosso!" ha detto mia figlia, prima di correre nuovamente al bagno a vomitare.

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"E se dobbiamo uscire per una scossa con lei che sta poco bene?" ho pensato, senza minimamente immaginare che l'inquietudine che stavo iniziando a provare in quel momento sarebbe durata ancora per oltre un mese. Quando finalmente al mattino le notizie e le immagini hanno raggiunto la televisione, la parola "terremoto" nella mia mente aveva già cambiato significato: non era più un fenomeno che "altrove" provocava morte e distruzione mentre "qui" disturbava di notte o ti faceva guadagnare qualche minuto di pausa caffè in ufficio. Il Terremoto vero era arrivato anche qui. Ma ancora non avevo capito fino in fondo cosa significasse. Da quel momento, la mia vita ha iniziato a procedere come in una strana dimensione parallela: da un lato, a casa, col passare dei giorni e delle scosse, i miei commenti sarcastici su Facebook e Twitter si affievolivano sempre più. Dall'altro vedevo le immagini della distruzione e non mi capacitavo che potessero riguardare posti a 30km da me. E ad ogni nuova scossa, la persona che un tempo diceva "Che palle, il terremoto." e che non capiva cosa avessero da agitarsi tanto i colleghi o gli amici che si spaventavano, lentamente è crollata. Casa mia è ancora solida, i miei nervi no. Ho iniziato a trasalire ad ogni scossa. Ho tolto la vibrazione dal telefono cellulare perchè ogni volta sobbalzavo. Guardavo con sospetto ogni piccola crepa. Un rumore improvviso bastava per farmi venire le lacrime agli occhi. Il Terremoto era arrivato e non andava più via. Ed allo stesso tempo, cresceva il mio senso di colpa, perchè qui non s'è spostato neppure uno spillo, eppure mi permettevo di essere terrorizzata, quando c'era gente morta, gente nelle tende. Amici di Facebook, compagni di scuola. Mia cugina di Mirandola che ha vissuto per qualche istante il terrore di non riuscire a raggiungere sua figlia, nel buio, perchè un mobile era caduto davanti alla porta della sua cameretta e bloccava la maniglia. Ho capito che il Terremoto non sarebbe più andato via. Quando sono venuta a conoscenza dell'iniziativa Inkiostro per l'Emilia, sono corsa a farmi il piccolo tatuaggio per beneficenza: un cuoricino rosso spezzato dalla linea del sismografo. E' passato un mese da quel giorno, "poco più in là" si stanno dando da fare per

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ricostruire, ed io continuo a sobbalzare quando un camion passa vicino a casa facendo tremare le fondamenta. Però un po' meno. Porto la mano al cuoricino tatuato sulla caviglia, dove la pelle è ancora un po' secca, e penso che stiamo guarendo. Lara Babitcheff

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Bondeno

Io e Roberta stavamo andando a trovare un amico che abita in piena zona terremotata che con la moglie dorme da ieri in tenda dopo tante notti passate in macchina. Naturalmente con tante deviazioni a causa delle strade dissestate mi sono perso e ho chiesto informazioni a quattro ragazzi della protezione civile che stavano lavorando intorno alla chiesa di Bondeno. Alla mia domanda si sono messi a ridere: uno era di Venezia, uno di Pescara, uno di Taranto e l’altro di Palermo. Non avrò avuto informazioni ma di sicuro tanta tanta soddisfazione. Luciano Bagni

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Al mé teremòot

Ognuno di noi ha un SUO terremoto. Sensazioni, episodi, paure: tutti eravamo in un qualche posto, quando ci sono state le scosse grosse e non vediamo l’ora di dirlo a qualchedun altro, sia per illuderci di ottenere un salvacondotto apotropaico, sia per sfogarci un po’ e anche perché, accidenti, anche noi siamo stati partecipi di un pezzo di storia, sia pur tragica, e il fatto deve essere ben testimoniato ai nostri cari, ma anche allo sconosciuto che ci capita davanti. In continuazione alterniamo il ruolo in commedia: diventiamo parte attiva o parte passiva degli impressionanti racconti che vengono evocati con studiata progressione drammatica. Ognuno di noi ha quindi un suo terremoto di cui terrà l’esperienza e il ricordo per sempre e tramanderà nel racconto ai propri figli o nipoti A un mese delle micidiali scosse di martedì 29 maggio tento di farmi un esame di coscienza su quanto è accaduto e su quanto MI è accaduto. Un bilancio esistenziale. Personalmente fino a dopo il terremoto delle 9 di martedì 29 maggio non ho avuto problemi; anche le precedenti scosse notturne del 20 maggio le avevo digerite bene ed ero tornato subito a dormire, dopo aver fermato con la mano il pendolismo insistente di vari lampadari oscillanti. Ma …

ma … la tripla scossa delle 13.00 mi (ci) ha colpito in un modo

durissimo; è stato un colpo violentemente inaspettato. Ci ha picchiato .. dentro … nel più profondo dell’animo: mi (ci) ha lasciato nella paura, nell’insicurezza. Tutte cose poco insite nella mente dei carpigiani. Negli anni ’60 si poteva carpigianamente intimare: “’Sa còostla … tutta la baraaca? “ (Cosa costa tutta la baracca?) e risolvere ogni seccatura con soldi, “comprando” in toto l’eventuale problema. Ma oggi domandare – “’Sa costeel al teremòot ? ” – non avrebbe senso; mancano innanzitutto validi interlocutori per la cessione dei sismi e forse anche i bèesi. (Chi vèecc’ i tachèen a finìir e chi nòov … in duv ini ? Quelli vecchi sono finiti e gli altri … dove sono ? ) Quando vedi la tua casa che si muove, il terreno che ondula e sembra di gomma e un rumore assordante ti martella la testa, il cuore, le orecchie e le

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gambe … perdi ogni più consolidato punto fermo della tua vita e dei tuoi cari. Abbiamo sentito con le nostre orecchie le campane della Torre della Sagra suonare da sole; la stessa cosa, ci hanno riferito, è successo con campanile di San Francesco. Sono cose grosse … enormi, in un primo momento superiori alla nostra capacità di comprensione. Ehee sì !!! Te la fai sotto … completamente smarrito. Tanta paura, però niente panico … niente panico, ma reazioni misurate. L’angoscia di un centro storico deserto, dove comunque abitavo e continuavo ad abitare come residente. Parlare con persone che non ti avevano mai rivolto la parola, anche se stavano a pochi metri da casa tua. Cercare negli occhi delle persone una speranza di sicurezza che non potevano darti. Stare assieme durante il giorno, fare filosso (incontro colloquiale di persone) e anche un po’ di baldoria, allontanando il pensiero della notte che comunque arriverà e ti riempirà di angoscia, di dubbi, di paure. Dormire in macchina, in tenda, a piano terra. Sei tu che devi scegliere e nel contempo lasciare piena libertà ai tuoi familiari e amici di fare SOLO ciò che si sentono. I problemi coi bambini, ma soprattutto con gli anziani, che non vogliono assolutamente lasciare le loro case di sempre. La badante ucraiana di tua madre resisterà o fuggirà via ? … lasciandoti in un mare ancora più grosso di guai. Pensare che il 29 e il 30 maggio una città di 70 mila persone dorme fuori. E meno male che il tempo è mite. Come non ricordare i 15 sotto zero di pochissimi mesi fa. Alzarci alla mattina già vestiti, uscire in strada (desertissima) e pensare: ” Anche questa notte è passata!! Andrà bene oggi? Cosa dice l’applicazione Iphone INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia)? La zona rossa è un paesaggio scioccante da Day after. La Prefettura ci ha dimenticato, non ci manda nessuno. La s à mulèe a la guàaSa! (Ci ha mollato alla guazza!) C’è bisogno di un forte controllo sul territorio sulla zona rossa, perché non

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diventi terra di nessuno. Si sente dire che i Comuni devastati delle Bassa hanno chiesto la presenza dell’Esercito, ma hanno chiesto loro il conto per la dislocazione. Caxxo! Come se non pagassimo già abbastanza tasse anche per queste emergenze. Centinaia di allievi dell’Accademia di Modena potevano essere dislocati e fare esperienza sul campo. L’ordine

pubblico

è

stato

gestito

da

volontari:

i

ragazzi

del

liceo,

splendidamente auto organizzatisi, difendono la loro (la mia) scuola da intrusioni indesiderate; le maestre degli asili vengono messe alcuni giorni agli incroci, poi tanti volontari che via via aumentano e danno la loro disponibilità. Si intuisce, si capisce che Carpi è un BENE COMUNE, di TUTTI. Vedere i parà della Folgore in congedo col baschetto rosso – granata, la mimetica e anche le stellette … mi dà un senso di sicurezza; di appoggio … di essere ITALIA. Sono SEMPRE stati presenti .. H24. Sempre gentili e disponibili. Si sentono in giro le stronzate più incredibili e la gente ha un impulso irresistibile a credere alle cose più inverosimili. Comincio a capire molto bene la caccia agli untori della peste del caro Manzoni. Bombe sotterrane, americani, russi, NATO, trivellazioni … come se pochi metri cubi di gas potessero avere affetto su miliardi di tonnellate di sottosuolo spinto dalle dinamiche della tettonica a placche e da un nucleo terrestre incandescente di 6.000 gradi. Un fenomeno che la gente NON VUOLE capire a ogni costo. ** Io abito a Carpi in quella che era la zona rossa e lo sgomento della disabitazione è terribile. Non c’è la tua edicola, il tuo bar, il tuo tabacchino, il tuo forno. Meno male che tanti esercizi commerciali fuori della zona rossa hanno tenuto aperto anche con coraggio: i Conad, le Coop, tanti privati, tanti bar. Il NIK, vicino allo Sporting Club, con le sue splendide ragazze scollate e sorridenti, al mattino aiuta ad affrontare la giornate. Ma mentre fai colazione, senti sotto di te ( coi piedi e le gambe) la terra che ribolle, sobbolle con delle vibrazione che durano minuti e minuti. Chiedi al tuo vicino: ” Ma lo senti?” e quello, con la faccia sgomenta e

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rassegnata, non vede l’ora di risponderti di sì. Sì le sente queste vibrazioni malefiche. Ma che diavolo succede qui sotto? Si fermerà ? Quando ? Ci sarà un altro colpo forte? Ti senti la casa NEMICA. La TUA casa NEMICA … pazzesco!! Ti attenti, le prime volte, a fare i gradini in circospetto silenzio, in punta di piedi, come la Pantera Rosa. Ridicolo! Ma è così! ** Al lunedì 11 giugno sono tornato in Comune (prima ero inutile) e in tre giorni abbiamo rimesso su in piedi il protocollo (nulla di eroico, ma importantissimo per i privati e i tecnici, chiamati a consegnare migliaia di pratiche edilizie sismiche), la posta in entrata e uscita e il giro dei messi per le notifiche delle ordinanze e l’ufficio atti amministrativi, con dei colleghi bravissimi, sempre presenti anche se con problemi sismici a casa loro e alcuni con le abitazione semi crollate). I nostri tecnici sono stati fantastici e si sono sottoposti a turni pesantissimi. I ragazzi del CED (Centro Elettronico) sono stati superlativi e sempre disponibili. Dal niente hanno ricreato la rete che ha consentito di lavorare con tutti i collegamenti necessari. Sono riusciti a risolvere problemi enormi, grazie alla loro competenza e inventiva. Ho convissuto i primi tre giorni con le assistenti sociali, condividendone la dislocazione d’ufficio in via Giusti. Non potrò mai dimenticarle … per tutta la vita. Sono stato presente al lavoro delle assistenti sociali per aiutare le persone più deboli e più fragili: migliaia di persone con migliaia di problemi. Vi giuro hanno fatto il possibile e l’impossibile, senza mai perdere la calma, CON GRANDE PROFESSIONALITÀ, PAZIENZA e CUORE. Davvero BRAVE … STUPENDE … Un Paese civile si vede anche da queste cose! ** Nel pomeriggio di venerdì 8 giugno si diffonde veloce la notizia che l’indomani alle otto la zona rossa sarà revocata. Subito diffondo la cosa su Facebook, ottenendo una quantità di “Mi piace”. Il 9 giugno non resisto e alle 6,45 vado in Corso Alberto Pio. Quattro colonne del Portico del Grano sono cerchiate con fascioni di ferro. Gianni Luppi, il

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tabaccaio del Portico, ha già aperto: ”A voi èsser al primm!

Ad avrìir !!!“

(Voglio essere il primo ad aprire!) Lentamente, cautamente la gente comincia ad arrivare; da soli, a coppie, in bici o piedi. Guardano, annusano, osservano i danni … non ci sono tante parole dire: ESSERCI dice già tutto!

“I perèen tante furmighìini!” (Sembrano tante

formichine) osserva incuriosito e soddisfatto il nostro Gianni, sempre attento nell’esaminare e soppesare i comportamenti delle persone. Io una bella soddisfazione però me la prendo subito: vado al Caffè Teatro, mi siedo davanti, sotto gli ombrelloni, vista piazza, e mi gusto i più buoni cappuccino e brioche del mondo. Bravissime, come sempre Carla e Simona, che non vedono l’ora di servirmi di tutto punto come primo cliente. Mi sento un vero signore che si gusta la visione della sua Carpi riguadagnata, anche se molto ferita. *** Dopo un serio esame di coscienza … sono soddisfatto di me stesso, ho fatto quello che dovevo fare e non potevo fare gran ché di più: ● nonostante la paura, non mi sono fatto prendere dal panico idiota e imbecille; ● ho protetto me, le tre mie famiglie e i miei amici nel limite delle mie forze e delle disponibilità logistiche e materiali; ● la mia casa e il giardino sono sempre stati aperti a tutti; ● ho controllato e tenuto sotto vigilanza la casa (ho dormito fuori solo le prime due notti allo Sporting Club, poi sempre dentro a piano terra); ● non ho creduto alle voci più assurde e incontrollate e le ho combattute con tutta la forza che avevo; ●

ho lavorato al meglio dando dei servizi (sia pure burocratici) alla gente;

● ho ospitato in giardino 4 tende e sei /sette ospiti e alla sera decine fra amici e conoscenti che si sentivano soli. Ci siamo confortati a vicenda, anche se sapevamo che la notte arrivava e avrebbe lasciato ognuno di noi solo con se stesso; ● ho aperto la pagina di FB dell’Istituto Comprensivo di Novi e Rovereto, (tutte le scuole sono giù o inagibili) su richiesta della mia amica Preside Rossella Garuti, per facilitare i contatti con gli studenti e per raccogliere

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aiuti e donazioni per ripartire il settembre con le lezioni; ● poi il 20 giugno, con Anna, siamo tornati al nostro primo piano a dormire e subito a mezzanotte, appena coricati, TRUKKCC.. TUMM!!, un colpetto da 3,1 ! Ho aperto un occhio, tirato due maledizioni secche .. a

i ò

vultèe galòun ... Mò va bèin a caghèer !! E a i ò tirèe dritt a durmiir . (Mi sono girato e ho continuato a dormire) Mauro D’Orazi

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Adesso smette

Era ciò che continuavo a ripetermi in quei troppi secondi - neanche adesso so con certezza quanti siano stati - in cui il letto ondeggiava e i muri ne seguivano il ritmo. Adesso smette. E sembrava non finire mai. Siamo a Modena, cosa vuoi che ci succeda. Lo urlavo a mio marito mentre lui mi diceva di vestire i bambini e di correre fuori. Stai calmo, non succederà niente. E

se

invece

stavolta

fosse

stato

diverso?

Era

così

forte

che

chissà

nell'epicentro. Perché l'epicentro non poteva essere qui. E' finita. Ma sembra che ancora tutto si muova e ho la nausea. Virginia ha continuato a dormire, non l'hanno disturbata neanche le luci accese, le voci concitate, il nostro andare di qua e di là per renderci conto che fosse ancora tutto a posto. La lascio dormire. Gli altri rumori erano quelli delle tapparelle dei vicini e delle loro voci in cortile. Quelli dell'ultimo piano, penso alla loro paura. D'istinto accendo il tablet. Devo sapere. E devo dirlo. Il mio primo tweet è delle 4.10, sette minuti dopo la scossa. Lorenzo, lui si era svegliato, mi prendeva in giro. Sei già lì? Ma non ci sono solo io, guarda. I tweet dopo il mio fioccavano. Milano Bologna Rovigo Asti Firenze Verona. Naturalmente Modena. Tutti avevano sentito, tutti cercavano conferma. Conferma di esserci ancora tutti. Ancora una volta il Nord Italia condivideva l'esperienza del terremoto. In pochi minuti era già possibile fare una mappa delle zone interessate. Fra un po' ne avremmo saputo di più. Le prime voci sull'intensità. 6 e qualcosa. Ma come, con 6.3 L'Aquila è venuta giù. Mi sembrava davvero troppo. Nel frattempo da Twitter passavo a Facebook e poi tornavo a Twitter. Ho il tweet compulsivo, dicevo. Non ero la sola. Ci si leggeva e ci si raccontava. L'esperienza ci diceva che non sarebbe finita così presto e perciò nessuno riusciva neanche a pensare di provare a riaddormentarsi.

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Eccola. Arriva da tutte le parti, anche dall'America, la notizia che l'epicentro è in provincia di Modena. Non ci credo. San Felice sul Panaro Finale Emilia. Quanti chilometri? 30, 40? Non ci credo. Le vittime siamo noi. I terremotati siamo noi. Però, dai, non è successo niente. Le nostre case hanno retto. Siamo ancora tutti su Twitter a raccontare la nostra paura. Finché non arrivano le prime notizie dei danni. Danni? Mica le solite crepe. Miodio no. E di un capannone crollato su un uomo. Morto. Miodio no. Com'è possibile che crolli un capannone? Com'è possibile che qui si muoia per il terremoto. La seconda scossa. Ok è normale, chissà quante ne seguiranno. Però siamo a Modena. Ma è stato più forte di quello del '96? Niente sarà più come prima, neanche le certezze. I tweet si moltiplicano, ecco i primi giornalisti che vengono qui a raccogliere le informazioni. Su Repubblica.it si accenna al fatto che pare ci sia stato un terremoto in Veneto. Buongiorno. Più tardi, quando si saranno svegliati, cominceranno ad arrivare le telefonate. I messaggi si susseguono su Facebook e su Twitter per tutto il giorno, qualche sms la chat. Come state, solo tanta paura vero? Si solo tanta paura. Baci abbracci. Mia sorella, lei sta in Abruzzo, lei lo sa. Isabella Colucci

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Gli sfollati di Samarcanda

Il 29 maggio è il giorno delle due scosse di terremoto che hanno devastato la mia terra. Le scuole sono state immediatamente evacuate, la terra continuava a tremare ed un senso pervasivo di precarietà attraversava gli animi dell’intera comunità. Mio marito è di Cavezzo e lavora là per una ditta di demolizioni, dopo la prima scossa mi ha telefonato rassicurandomi che stava bene, ma che il paese era distrutto: “E’ successo un disastro, scegli tu cosa è meglio per i bimbi, io non mi posso muovere di qua per i prossimi giorni …” Preoccupata per la sicurezza dei bambini li ho portati, insieme a mia madre, il più lontano possibile da Modena, a casa di mia sorella. Mentre ci allontanavamo dalla città, mia mamma, che nella seconda guerra mondiale era una ragazzina, mi ha detto: “Io vado dove tu vuoi che stia con i bambini, così torni a Modena a lavorare e sei tranquilla per noi, ma questa storia mi fa venire in mente una situazione simile che ho vissuto durante la guerra. Una notte iniziarono a bombardare Reggio Emilia. Noi ci siamo alzati in fretta e siamo scappati da casa verso la campagna per uscire dalla città. Ricordo che noi camminavamo lungo il Crostolo; casualmente ci siamo diretti verso la ferrovia, era la notte tra il 7 e l’8 gennaio del 1943. Il giorno dopo abbiamo saputo che gli aerei americani avevano distrutto la stazione e avevano cercato di colpire la linea ferroviaria. Quindi … come vedi … dove vuoi che scappiamo? Com’è che si intitola quella canzone che mi piace tanto?” “Samarcanda” “Ecco sì, la vita è proprio come quella canzone” ed ha aggiunto scherzando “Anzi, stai ben attenta alla strada mentre guidi, perché non si sa mai …” Passati alcuni giorni ho pensato di lasciare la piccola con mia madre e mia sorella e di portare gli altri tre dai miei suoceri sfollati sulla Riviera Adriatica. I bimbi si sono fermati una notte sola a dormire a Modena. Così, con un tempismo che ha dell’incredibile, sono riusciti a non perdersi la TerreMOti racconto

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scossa 5.1 della domenica sera e quella di 4.5 che l’altra mattina ha svegliato la Romagna! A quel punto ho chiamato mia madre: “Sai che c’è? C’è che qua continuano a bombardare la ferrovia ed io vi riporto tutti a casa, sfollati di Samarcanda!” Lisa Galli

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Ungi or noaSanFel i ce Al essandr oAccor si

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20 Maggio 2012, l’Emilia trema

16.03 è l’ora indicata dal cucù, che improvvisamente ha smesso di funzionare. Io dormo profondamente da alcune ore. Un urlo: “Maaaaaammma! Maaaaaammma!” interrompe il mio dormire. Capisco subito cosa sta avvenenendo. Mi alzo, incapace di muovermi, mi siedo sul bordo del letto. Perdo il pavimento sotto ai piedi; il letto sobbalza ed ondula; i lampadari ondeggiano velocemente, l’orologio a pendolo interrompe il suo ritmo mentre i pesi urtando uno contro l’altro fanno un insolito rumore: piatti, bicchieri, vasellame nei mobili. Tintinnano, tutta la casa ondeggia. La terra trema. Mi sento impotente, spero si fermi tutto di colpo. Tra la paura e questi pensieri passano 20 secondi, i più lunghi della mia vita. Alla fine della scossa scendo per strada. Altra gente è già fuori, uno comunica all’altro il proprio sentire. Mi siedo per poco in macchina. Un giro di telefonate per accertarmi dei parenti e poi di nuovo in casa dove una nuova e forte scossa mi riporta nel panico. Accendo la tv. Solo un sottotitolo su Rai News24. Accendo il computer e lì un tam tam di informazioni, ansie, paure viaggiano nell’etere. E chi torna piu’ a letto! Al terzo piano oscillavano il pavimento e le pareti, movimento sussultorio ed ondulatorio. Ora sto su facebook. Gli amici mi tengono compagnia e avverto meno la nausea. Finale emilia…epicentro! Magnitudo 5,9! Fortissimo… A 10 km di profondità. Da me ogni 15/20 minuti una scossa… l’ultima qualche minuto fa... mamma mia!! Mai sentito così forte e dicono in tv che è stato intenso come all’Aquila. Mi dispiace tanto. Non torno più a letto. Oggi dev’essere un bel giorno.

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Per la prima volta verrà a casa mia Amelia, la mia nipotina. Voglio allontanare la paura e creare un’atmosfera gioiosa per una piccolina alla quale riserviamo solo tenerezze e per la quale auguriamo di crescere in un mondo che offra solo il bello del vivere. Mariella

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1 Giugno 2012

Oggi è il mio compleanno. Lo festeggio anche così: provo a scrivere per me, ma anche per voi, amici lontani che in mille modi avete voluto sapere e capire che cosa sta accadendo qui. Il simbolo di questi giorni, per me è un’immagine che porto impressa nel cuore: una casa spaccata a metà, una libreria piena esposta a sole ed acqua: una vita, con tutti i suoi piccoli oggetti inutili, che si interrompe così, senza una ragione e senza una risposta. E’ vero, sono oggetti inutili. Ma il pensiero di una casa che non c’è più gela il cuore anche al più francescano di noi, al più distaccato dalle cose materiali. Perché le cose non valgono di per sé, non nella mia vita almeno, ma per quello che portano di emozioni e significati. Ho girato – e continuerò a farlo – per le comunità colpite, non per morbosa curiosità, ma per incontrare voci e volti. Le persone dopo una domanda, mi dicono “grazie”, perché – e l’ho capito con sorpresa – hanno bisogno di tutto, anche di parlare, raccontare e pensare che, in questo sconvolgimento di cose, non sono sole. Allora stringere mani ed abbracciare ha un senso, allora farsi atterrire dalla desolazione serve per fare quel passo in più, per trovare la forza per reagire. Dove sta nascosta quella riserva di energia? Non lo so, ma c’è un angolo del cuore che nessuno di noi sa dov’è, prima che l’incredibile accada. Nella palestra attrezzata a dormitorio ho ascoltato una signora dire, sorridendo, che avrebbe buttato cose vecchie che non servivano più. Ho visto un giovane sacerdote chiamare per nome tutte le persone della sua città, tutte … La reazione istintiva, quasi animalesca, nel senso più bello del termine, della mia gente è qualcosa che ancora oggi mi fa sentire

senza pelle, con i nervi esposti e le

lacrime sempre lì pronte a sgorgare. Il profumo del pane caldo, in una Cavezzo dal silenzio surreale, mi ha insegnato che la vita vince sempre, su tutto e ad ogni costo, ma che ci sono prezzi che non tutti possono permettersi di pagare, e allora sono quelle le persone a cui stare accanto, perché non possiamo permetterci di perdere nessuno, lungo la via. E accanto a questo ho capito, per la prima volta nella mia vita, la paura. Lo so,

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mi direte che sono fortunata, se accade solo dopo 44 anni. L’angoscia che ti fa scappare gridando, con tuo figlio in braccio, mentre la terra è squassata e i muri crollano, che ti fa singhiozzare seduto a terra senza nemmeno la forza di camminare un po’ più lontano. Non esiste spiegazione, parola saggia, certificato che ti permette di lasciare da parte la paura, subito, di sconfiggerla. Il primo round è suo, quasi sempre. Ho imparato a riconoscerla e rispettarla, la signora paura, ma non la voglio come compagna di vita. Non so più se sento le scosse o se tremo da sola, se devo scappare ancora o se non ha senso scappare, se finirà tutto questo. Ma poi... Poi so che non voglio vivere con quell’ospite scomoda ed ingombrante e vado a cercare piccoli segni di normalità: annaffio il basilico, abbraccio

i nipoti,

continuo a lavorare, guardo uno che passa per le vie di Modena in bici fischiando una canzoncina e mi accorgo che mi viene un mezzo sorriso. Ho sempre gli occhi umidi in questi giorni, bastano una nota, una parola, un segno di affetto a farmi piangere. Poco poco, perché poi mi dico che io di piangere non ho ragioni. Ma un po’ si, perché mi serve per restare lucida. Ho bisogno, oggi più che mai, di cercare la bellezza, l’amore, anche l’ironia e il disincanto. Oggi che la bellezza sembra fuggita via, l’amore fa da supplente: la generosità immediata e concreta, spontanea ed anche un po’ confusa, di tutti i modenesi è commovente e lascia senza fiato. Non conosco nessuno che, per le sue competenze e con i suoi mezzi, non abbia fatto nulla per dare un aiuto, un sostegno, una parte di sé, di giorno e di notte, con le mani, il pensiero, il cuore, le ruote … Quante storie ho raccolto: una coppia dello Sri Lanka aveva appena finito di fare i documenti – lui in un allevamento, lei badante - per portare qui i figli. Serve una casa per averli: una casa conquistata da loro a fatica e che ora è crollata, come le loro speranze. Una coppia con un neonato, che dormiva placido tra braccia ancora tremanti. Un prezioso quadro messo in salvo da un mix di competenza, gratuità e passione. La parrocchia di Fiorano che adotta una trentina di sfollati, altre comunità che si gemellano, spontaneamente con quelle più colpite… Non c’è colore a questa serie di slanci, non c’è etichetta e non c’è bandiera: tutti sono per tutti e prego che questo non se ne vada da

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noi, quando sarà andata via la paura Ora c’è l’emergenza, ma poi verrà un dopo. Non ci voglio pensare ora, perché so che sarà lungo, difficile e in salita. Ma so che ci sarà. E ci sarò anche io. Ve lo prometto. Mariapia Cavani

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Una storia antica

“Cosa vuoi che ti dica, solo che costa sempre fatica e che il vivere è sempre quello ma è storia antica. (...) Dammi ancora la mano anche se quello stringerla è solo un pretesto per sentire quella tua fiducia totale che nessuno mi ha dato o mi ha mai chiesto”. Ho pensato a questa canzone del conterraneo Guccini vedendo in televisione e sui giornali le immagini dell'Emilia ferita, e poi andando di persona a Finale, uno dei comuni più ferocemente colpiti dalle scosse. Tante macerie, occhi smarriti, paura forse, insicurezza certo, rassegnazione mai. Se c'è una cosa che ha segnato la grandezza delle nostre terre, dal dopoguerra ma anche prima, è che abbiamo sempre avuto chiara la direzione di marcia. Strada in salita, a tratti impervia di montagna, a tratti finalmente pianeggiante in quella nostra “pianura di pittori e matti, di cieli sopra fabbriche e campanili”. Ma nonostante le difficoltà, dalla povertà di inizio secolo e del dopoguerra all’attuale instabilitá, l'Emilia ha sempre saputo camminare nella direzione giusta, senza paura. Il pericolo era quello che il terremoto colpisse proprio lì, ci togliesse quella capacità, credo ineguagliabile, di sapere cosa fare, e quando. Non c'è voluto molto per capire che non è stato così, e che la preoccupazione era ed è quella di reagire, il prima possibile. Riaprire capannoni e fabbriche, tornare al lavoro, restituire ai vecchi le case in cui hanno vissuto, ai giovani le loro speranze. Rimboccarsi le maniche. “Finiranno le scosse, così come è finita la guerra”, ha detto il Presidente Napolitano. A noi che in questa guerra siamo rimasti ai margini, resta il dovere di aiutare i terremotati a restituire loro la quotidianità, quella semplicità dell’esistenza che sembra scontata ma è tanto rimpianta e desiderata quando manca. Stefano Bellentani

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Trema

“Ai terremoti non v’è rimedio alcuno. Se il cielo ci minaccia con le folgori, pure si trova scampo nelle caverne…. Ma contro i terremoti non vale la fuga, non giovano nascondigli… “ [Francesco Petrarca, Secretum, dialogo 91, dopo il terremoto del 1349] Ci contiamo. E’ buio e ci passiamo la voce: al telefono, via sms, su twitter e con whatsapp. Ci chiediamo come stiamo. Ci diciamo se dormiamo in macchina o in casa. Perché oggi la terra ha tremato ancora. Dicono che è una nuova faglia. Qualsiasi cosa sia e significhi, abbiamo ballato un bel po’. Ricorderemo dove eravamo alle 4.04 del 20 maggio, ricorderemo anche dove eravamo il 29 maggio alle 9.08 e alle 12.59. In strada, circondata dai miei colleghi, impauriti ognuno a modo suo, riflettevo a quanto era sciocco ma rassicurante essere in strada e non chiusa fra quattro mura. E ho registrato la sciocca conversazione fra chi sosteneva che una scossa diurna era da preferire ad una notturna perché essendo svegli e vigili ci si poteva mettere in salvo meglio di quando invece veniamo svegliati all’improvviso nel sonno e siamo più indifesi. Discorsi da stress posttraumatico, mi sono detta. Io sapevo solo che ero lontana da casa, che le linee telefoniche erano inutilizzabili perché sovraccariche, e che non avevo nessuna intenzione di tornare alla scrivania. Nonostante fossi lì, non sapevo cosa stava succedendo poco più in là. E mi meravigliavo di qualcuno che riusciva a scrivere da Milano di quello che stava succedendo nella “bassa” modenese. Perché è così che la chiamano qui la zona colpita più duramente dal terremoto: la “bassa”. So che chi ha potuto è andato via. So che un negozio di articoli da campeggio a Modena è stato preso d’assalto, ma le tende arrivate con un camion alle 15 sono state distribuite carta d’identità alla mano, per dare precedenza a chi veniva dalla “bassa”. So che molte persone che conosco dormiranno in macchina stanotte. So che tutta

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l’Emilia dormirà con un occhio aperto stanotte. Non sono un tecnico, non sono una scienziata, non mi lancio in congetture sul perché possa accadere un evento sismico di queste proporzioni in una terra definita non-sismica (si parla degli scavi per realizzare i siti di stoccaggio del gas) so solo che rimane la stanchezza, la sensazione di vertigine, la necessità di dormire e la paura di mettersi a letto. Ogni capogiro che arriva alzo gli occhi al lampadario. Ci sono quelli che un lampadario da guardare non ce l’hanno. Penso a loro e mi dico che sono stata, ancora una volta, fortunata. A Modena tanta paura e danni non preoccupanti, una palla di cemento caduta dalla facciata dalla Chiesa del Voto, l’orologio del Comune fermo all’ora della prima scossa. Oggi scuole e musei chiusi, ma in città sembra che dobbiamo convivere solo con la paura. E non è poco. Marlene

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Lepar ol edelt er r emot o

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St ef anoAur i ghi

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Terremoto Emilia

Mi sono sentita chiamare, svegliata da una mano sulla schiena, che mi tira fuori da un sogno che non ricordo. - Cosa c’è? - domando. - Tranquilla, è solo il terremoto Divento vigile all’improvviso, tanto da sentire ancora il letto che vibra e un rumore sordo di sottofondo, cupo, come un ruggito sommesso. Il terremoto. Madre Natura che ci scrolla come parassiti dal suo manto. La prima reazione è di incredulità. Poi sento quello del piano di sotto che apre la porta. Realizzo che è stato tutto vero. Allungo la mano sul comodino e illumino il display della sveglia: sono le 4.04. Il sonno si dissolve. Non riesco a scappare. Più che terrorizzata rimango impietrita. Mi alzo, vado in cucina e bevo un bicchiere di acqua. Il gatto dorme della grossa, non si è nemmeno svegliato. Incomincio a credere che non sia niente vero. Dicono che gli animali sono sensibili, più sensibili degli animal-umani, e che spesso prevedono eventi del genere. Si illumina il cellulare. Qualcuno mi ha mandato un tweet. Il primo di una lunga serie. Il messaggio chiede come sto. E incomincio a leggere la time-line. Realizzo che è successo per davvero. Il telefono invece incomincia a squillare dalle 5. Genitori, parenti, amici. Tutti a chiedere cosa è successo e se è tutto a posto. L’epicentro è a circa 50 chilometri. I danni gravi sono altrove, come anche le vittime. Qui solo spavento. Nemmeno un soprammobile è caduto. I libri sono rimasti nella libreria. Nella bassa modenese i danni più grossi, i crolli. Rifletto sull’ironia macabra della vita. Ho abitato in luoghi dove il terremoto ha lasciato il segno nella memoria di chi l’ha vissuto. Non nella mia. Quella volta in Friuli ero troppo piccola.

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Quella volta in Irpinia la casa era ancora da ristrutturare e mi ci sarei trasferita solo qualche anno dopo. Ora mi ha trovata. E il ricordo del letto ballerino non si cancellerĂ piĂš dalla mia mente, insieme alla sensazione di averla scampata, che poteva andare peggio, che sono stata fortunata. Marlene

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Terremoto! Non voglio cambiare.

Mi sveglio con uno strano senso di inquietudine, il tempo di riprendermi un po’ guardare l’orologio e poi tutto inizia a tremare…. È dal 23 novembre dell’80 che mi stai seguendo. Quando l’hai conosciuto da bambino, te lo porti dentro, già lo sai, lo capisci subito che è il terremoto, allora lo urli a tua moglie accendi la luce e prendi tuo figlio in braccio (che nel frattempo tenta di mettersi in piedi nella culla). Non so se l’ho svegliato io con il mio urlare oppure il terremoto, ma so di sicuro che lo ha sentito. In soggiorno il lampadario trema ancora ed inizia a cigolare allora lo fermo con la mano. Mia moglie vorrebbe scendere, io le dico che ormai è finita, non serve, semmai ci saranno scosse più leggere nei prossimi giorni. Chissà dove sarà stato l'epicentro. Di certo non qui, la luce è accesa mentre tu ricordi che va sempre via la luce, (te l'aveva spiegato allora tuo padre, dipendente Enel, che nelle cabine ci sono dei sismografi e per ragioni di sicurezza in caso di scosse in automatico la corrente viene staccata). Accendo la tv, ma notizie zero, allora accedo a twitter e trovo il cinguettio di @su_610:

E tanti altri da Milano, Verona, Padova... Dopo un po' qualcuna retwitta INVG e so che l'epicentro è Finale Emilia, Cazzo, nella bassa.

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Rivado indietro con la memoria, quando da bambino in auto con la mia famiglia (mamma ma perché dobbiamo dormire in macchina? Mamma non ho lo zaino, domani devo andare a scuola!...) una veccia radio a transistor rimane accesa tutta la notte per cercare di sapere notizie e solo dopo diverse ore si è riusciti a conoscere la gravità del disastro. Altri flashback mi riportano al cambiamento totale della mia vita, al trasferimento e tutto quello ad esso connesso, dall'andare a scuola facendo il pendolare,

alla

perdita

degli

amici,

al

dover

rinunciare

al

rugby.

È dal 23 novembre dell’80 che mi stai seguendo… e posso dire che mi hai cambiato al vita. Ora sono in un'altra regione, lontana, ormai mi sento emiliano d'adozione, in una regione che amo e soffro con “lei”, sono a mia volta marito e padre, sono io a dover proteggere, spiegare, valutare se è meglio rimanere a casa oppure uscire... sono io a dover rassicurare. E non voglio di nuovo cambiare. Massimo Fabbo

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Terremoto Il tre giugno scorso ho vissuto un’eucaristia all’aria aperta: nella mia Carpi, in quel Parco delle Rimembranze che mi ha visto mille pomeriggi da ragazzino a giocare a palline o a figurine. Nulla di strano, si potrebbe pensare, se non fosse che nella quasi totalità delle altre chiese della mia diocesi stava succedendo altrettanto, in cortili o spiazzi erbosi: su una cinquantina di edifici sacri sparsi tra Carpi e la Bassa modenese, infatti, appena tre erano risultati agibili ai controlli tecnici dopo le terribili scosse sismiche del 20 e del 29 maggio. Penso, fra gli altri, al maestoso Duomo oggi a rischio crollo e a San Nicolò a Carpi, alle splendide chiese dei Pico a Mirandola, alle parrocchiali di Concordia, Novi, Rovereto, San Possidonio, Rolo, e così via; ma penso anche, per assonanza, all’ex campo di concentramento di Fossoli – anch’esso ulteriormente falcidiato dal terremoto – che ha registrato negli anni le preziose testimonianze di Primo Levi che vi ambientò le pagine iniziali di Se questo è un uomo, del prossimo Beato carpigiano Odoardo Focherini e del fossolese don Zeno Saltini, che in prima battuta vi collocò l’utopia della sua Nomadelfia, il villaggio “dove la fraternità è legge”. Una chiesa, la nostra, che stava manifestando senza pudori, in quel modo, tutta la sua povertà e piccolezza, ma anche una prossimità estrema alla sua gente e alla sua terra, così crudelmente ferite. A un tratto, come per un’illuminazione, mi venne in mente che quel giorno si celebrava la memoria liturgica di Giovanni XXIII, morto – o meglio, ridato alla vita – il 3 giugno di quarantanove anni prima. E non ho potuto fare a meno di immaginare che il papa del Vaticano II avrebbe senza alcun dubbio sorriso bonariamente di fronte a quell’esperienza di una chiesa privata dei suoi bei templi storici e artistici ma capace di dire in mezzo alla confusione dei bimbi che giocavano poco più in là la cosa più importante di tutte in quel momento: che la Parola di Dio non viene meno, che l’amore prevale sulla morte, che occorre porci – in particolare nei momenti in cui tutte le certezze di sempre sembrano venir meno – nelle mani di Dio, con le nostre fragilità e la nostra voglia caparbia di ricominciare. Anche se sarà dura, molto dura. Anche se in queste settimane la chiesa carpigiana e diverse altre sue chiese emiliane sorelle sono ricche solo di paura, di

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stanchezza e di occhiaie. Io stesso, non posso negarlo, in questi giorni sto faticando a concentrarmi sulla preghiera, e spesso mi limito a un segno della croce (quello che mi hanno insegnato i miei genitori da piccolissimo) e a qualche interrogativo guardando il cielo. Eppure, nello spaesamento e nel dolore della mia terra e della mia gente e della mia chiesa si può scorgere un racconto di Dio. Tutto da decifrare, ma difficile da negare. Del resto, eventi come quello che stiamo vivendo hanno il potere di farci sentire come siamo davvero: minuscoli, precari, ma anche incredibilmente unici e irripetibili. Come ha scritto Alessandro Bergonzoni con parole che potrebbero apparire urticanti, ma con cui siamo chiamati a fare i conti (pur se difficile, mentre la nostra terra continua a tremarci sotto i piedi): non solo le maniche, dovremo rimboccarci anche e soprattutto il pensiero, riflettere su quanto il pianeta intende dirci con avvenimenti simili, accompagnare l’urgenza della ricostruzione materiale con i primi timidi passi di una ricostruzione interiore, antropologica, intima. Mentre il mattone iniziale di una nuova speranza non potrà che essere l’educazione a un’idea della terra, dell’economia e del denaro completamente diversa da quella corrente. E se a noi colpiti dal sisma viene detto continuamente di resistere e di tenere duro (qui si dice t’gnir a bota, e lo sapremo fare), forse però la virtù più adatta in circostanze del genere è quella della resilienza: perché resiliente è persona o materiale in grado di tornare alla condizione originaria, dopo una prova d’urto. Anche se noi modenesi non saremo mai più come prima: e starà a noi, in primo luogo, decidere se saremo migliori o peggiori. Brunetto Salvarani

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Sulle strade del terremoto

Silvia ed io decidemmo di andarci insieme, per farci coraggio e vincere la timidezza. Progettammo quel giro in fretta, da Carpi risaliamo per la Motta e ci dirigiamo verso Cavezzo, ci siamo dette. Le tante deviazioni trovate per strada ci avrebbero più volte fatto modificare la mappa. Il desiderio di fotografare nelle zone del terremoto era qualcosa che ci aveva preso da subito: vedere, sentire, accogliere dentro di sé, trasmettere. Ci preoccupava il pensiero di essere invadenti e ci offendeva l'idea che ci prendessero per turisti della fotografia. Sapremo essere discrete, ne eravamo certe. Cominciammo il nostro giro da Fossoli, neanche uscite da Carpi. E già la realtà cominciava a farsi pesante. Interi isolati circondati dal fatidico nastro bianco e rosso, già visto anche a Modena, e silenzio da deserto e cocci e calcinacci e quelle crepe profonde fino al cuore. La tendopoli era un po' più in là, un papà sorreggeva il suo bambino in bicicletta sul vialetto tra i teli blu. Niente obiettivo su di loro, niente persone, così avevamo deciso. Proseguimmo fuori dell'abitato, volevamo addentrarci nelle campagne. E le campagne ci resituirono presto tutta la loro tristezza. Era difficile capire se quel diroccare di tetti di antiche costruzioni fosse dovuto al tempo corrosivo o al terremoto. Finché vicino agli edifici non comparvero le tende e qualche segnale di vita vissuta. Ogni fabbricato, all'apparenza integro, aveva di fianco la sua barchessa crollata, gli animali in cortile e il gruppo di tende. La strada era interrotta, per Rovereto non ci si andava. La deviazione ci portò a Sant'Antonio in Mercadello. Mai sentito nominare, dissi. Strane conseguenze del terremoto che rimpicciolisce il mondo. Il paese si raccoglieva intorno alla via principale, silenzioso e stretto dai soliti nastri. Uno strato di cocci ricopriva il sagrato della chiesa anni '60: sembravano foglie secche, ma non era autunno. Alcune persone parlavano animatamente, sedute davanti all'uscio di una casa, non facevano caso a noi. La tendopoli era un po' più avanti. A Rovereto ci arrivammo in qualche modo. Parcheggiammo dove si poteva, a

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lato di un parco, in fondo le tende. Poliziotti erano a presidio delle transenne: la zona rossa si apriva al nostro sguardo e ci concedeva solo di girarle intorno. Ma tanto bastava per cogliere la disperazione degli squarci nelle case, del campanile sbriciolato sopra un tetto che non ha resistito. Resisteva il viavai delle auto che sfiorava il paese per recarsi nei luoghi di lavoro dove la vita non si era mai fermata. Pensammo di andare verso Novi ma le deviazioni continuarono a confonderci i piani. Ci ritrovammo su una strada per San Possidonio, sotto un argine meraviglioso - ci torneremo quando tutto sarà finito, bellissima bassa. E ancora fabbricati rurali e macerie e tende. All'incrocio, di là c'era Mirandola. Non fu difficile decidere. La città aveva una sua vita, intorno ai parchi e ai campi di tende. Gente in movimento, in bicicletta soprattutto, i semafori lampeggiavano tutti sul giallo. E la zona rossa, transennata, presidiata. Tante persone intorno in attesa di poter entrare, vigili del fuoco al lavoro su un campanile. Un giornalista si preparava alla diretta, sullo sfondo il castello silenziosamente si lasciava guardare le ferite. Pensammo che era ora di tornare a casa, occhi e cuore pieni. Sulla strada c'era Cavezzo. Lì le macerie delle recenti demolizioni ci ammutolirono con la loro crudeltà. A Cavezzo ho pianto. Isabella Colucci

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Speriamo non sia morto nessuno

Verona Conosco perfettamente il boato, gli scricchiolii, i lampadari che dondolano, il pavimento che si muove, i mobili che ballano, la paura. È il 20 maggio 2012, e alle 4 del mattino mi sveglio di soprassalto: c’è una scossa di terremoto, ed è forte! Anche mio figlio è in piedi, sembra tranquillo, lo abbraccio e mi consola. Ora è tutto fermo. Tremo solo io. Si sente un brusio insolito per strada, tapparelle che si alzano, ciabatte assonnate di coinquilini che fuggono in pigiama giù per le scale, abbracciati al beautycase contenente i gioielli di famiglia e il blocchetto degli assegni. Guardo mio marito, che dorme come il puttino innocente di una fontana spenta. Lo chiamo, ma non risponde. Allora gli afferro un braccio e lo scuoto: «Andrea, Andrea! Il terremoto! Il terremoto!». Apre un occhio: «Dove?». «Qui, qui, qui!», dico continuando a scecherarlo come un aperitivo. «No, non è il terremoto, sei tu che mi stai scrollando!», e si volta dall’altra parte continuando i suoi sogni. Allora telefono alla mamma. Chissà che spavento avrà preso lei al quinto piano, se io ho avuto così paura al terzo. La mamma è stravolta: «Ho pensato: “Ecco, adesso muoio e non ho ancora finito di stirare la biancheria!”». Logico! Una sta per morire e a cosa pensa? Alle camicie spiegazzate! Come il 6 maggio 1976 a Padova, al quinto piano di via Trieste 1, mentre in Friuli crollavano le case. Mia madre stava lavando i piatti e pensò: «Ora muoio e la cucina è in disordine!». Assai disdicevole crepare in un terremoto lasciando piatti sporchi e federe da stirare! Quella sera, il papà era a Milano per lavoro, e in Tv davano “Le 13 sedie”, film avvincente che stavo guardando con mio fratello Mario e di cui mai più riuscii a vedere il finale. Io avevo otto anni, Mario sette di più. Quando avvertimmo la prima scossa,

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sussultoria, le poltrone ci fecero saltellare deliziosamente emozionata: «È

stranamente, e mi sentii

il terremoto?», domandai a mio fratello con

eccitazione. «Sì», rispose lui con aria esperta e per nulla turbata. Ma dopo qualche secondo, si sentì quel boato e la casa cominciò ad ondeggiare violentemente, i libroni della Divina Commedia, illustrati da quel famoso pittore di cui non ricordo il nome, precipitarono dalla libreria, il quadro dipinto dalla bisnonna Giuseppina cadde, ed il vetro andò in frantumi, una lampada si rovesciò, e finii per terra anch’io, che correvo urlando verso mia madre. Mario mi aiutò a rialzarmi e cercammo di stare in equilibrio appoggiandoci l’uno all’altra fino ad incontrare in entrata la mamma, con i guanti di gomma rossa: aveva pensato di salvare noi, prima di finire di lavare i piatti. Spalancò la porta di casa e ci mise sotto l’arco di quella che sicuramente doveva essere una parete portante. Fu allora che accadde il fatto più scioccante. La dirimpettaia era uscita sul pianerottolo abbracciata ad una collezione di madonne di plastica bianca e azzurra piene di acqua di Lourdes. Ne porse una a mia madre che, con mossa fulminea ed imprevedibile, svitò il tappo e mi versò l’intero contenuto in testa. Una sorta di secondo battesimo o di rito sacro propiziatorio. Sarà anche stata di Lourdes, ma era fredda quell’acqua, e tanta. Una bambina terrorizzata scappa in mezzo a libri e quadri che cascano dall’alto e, quando finalmente crede di essere al sicuro sotto al muro portante e la scossa finisce, ecco che riceve in testa un gavettone ghiacciato. Meno male che non frequento psicanalisti, altrimenti, scavando nella memoria della mia infanzia, verrebbero a sapere dell’inconsulto atto materno, interpretandolo come il trauma da cui dipendono tutti i miei problemi attuali, dallo sviscerato amore per la Nutella fino all’avversione per chi mi sbaglia impunemente il congiuntivo, dal terribile complesso di superiorità che mi sorge di fronte ai professoroni che blaterano cazzate ai convegni

fino all’ostinazione nel dire

“chiocciolina” e “graffetta” anziché “at” e “attach”. Probabilmente scriverei una terribile lettera di 112mila battute alla mamma, rinfacciandole di avermi traumatizzata a vita con il santo gavettone.

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Cerco di ripensare con ironia a quei fatti, per esorcizzare la paura che sto provando adesso. E l’altro mio fratello? Umberto, la sera del 6 maggio 1976 era alla riunione dei giovani della parrocchia. Come tutti i patronati, anche quello del Carmine era fatiscente. Sicché, la mamma – anziché asciugarmi i capelli con il fon come avrei desiderato io - ci fece precipitare di corsa giù per le scale e lungo il cortile del caseggiato per andare a scavare fra le macerie per recuperare la salma del suddetto fratello, il quale, fortunatamente ci venne incontro vivo, anche se ricoperto di calcinacci. «Speriamo non siamo morto nessuno», continuava a ripetere con occhio allucinato. Purtroppo, invece, molti c’erano davvero, in quel momento, sotto le macerie in Friuli. E adesso? Dove sarà l’epicentro di questa scossa? Accendo la tv. Le notizie sono molto confuse, si parla genericamente di forte sisma avvertito in tutto il Nord Italia. Dopo qualche minuto si ipotizza un epicentro nella Pianura Padana. Intanto vado su Facebook. Molti sono on-line, spaventati. Dai commenti degli amici emiliani, capisco che loro il terremoto l’anno sentito più forte rispetto a me. E ripeto quella frase, la stessa di quel maggio 1976: «Speriamo che non sia morto nessuno. Speriamo che non sia morto nessuno». Sento un’altra scossa, un po’ più leggera. Di nuovo sono io a tremare, come la casa, e forse di più. Su Facebook cominciano a comparire le prime foto di campanili crollati e vecchi edifici squarciati.

La mia frase cambia: «Qui temo che sia morto qualcuno,

temo proprio che sia morto qualcuno!». Vorrei sbagliarmi, vorrei avere torto. Purtroppo, la conferma arriva presto: un morto. E invece i morti sono di più, e non è finita. Come le doglie di un parto, le scosse continuano con cadenza quasi regolare, più o meno in sordina, e tutti si aspettano da un momento all’altro un altro grande sisma. Non si dorme per giorni, o ci si accampa in soggiorno, pronti a infilare la porta d’ingresso e scappare, in un crescendo di tensione. Quindi il 29 maggio, alle 9 del mattino, sarà impossibile non scoppiare a piangere. Anna Laura Folena

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Ritiro zaini Stamattina, dalle 11 alle 13, il Comune permetteva di entrare nelle scuole per recuperare gli zaini lasciati dai bambini sfollati la mattina di martedì. Sono andata, baldanzosa e fiera, senza mettere in conto lo spettacolo che mi si sarebbe parato davanti. Niente macerie o calcinacci, no. Qualcosa di assai più semplice: il tempo congelato nelle classi vuote. La matite, le biro, gli astucci abbandonati sui banchi nella posizione in cui li ha colti la scossa. Sotto al banco di mio figlio, la merenda, i quaderni, i colori. Ho riposto la gomma e la matita nell’astuccio, ho chiuso tutto e ho portato fuori lo zaino. È stato come entrare nell’intimità di una casa. Vedere in che posizione esatta mio figlio appoggia le cose, come si organizza il banco è stato emotivamente forte, specie nel contesto in cui ero. Mi ha spalancato una finestra su un mondo che mi è giustamente precluso e mi ha ricordato che tanta, tantissima gente ha rinunciato a tutta la propria intimità. Sara Crimi

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Quello che non si riesce a spiegare

Non ho amici che hanno riportato anni diretti con il terremoto, ho però alcuni amici che vivono in zone contigue: parlando con loro ho sentito, molto distinguibile, un livello elevato e comune di shock: questa è la cosa che, da lontano, colpisce di più. Poi c’è in loro, rispetto agli eventi patiti, un vissuto molto intimo, personale, privo di condivisione, ed è l’aspetto peggiore perché quando ci si ripiega in noi stessi e si vive singolarmente un trauma, significa che il livello di sofferenza è stato ed è particolarmente elevato. A questo si associa una quasi incapacità di parlare di altri argomenti; il terremoto pare aver spazzato via tutto, il tempo libero, il lavoro, la vita sociale; occorrerà del tempo per tornare ad una vita normale. Puntuale c’è anche l’aspetto della 'teoria' e della 'pratica'; la distanza cioè tra cosa rappresentano e suscitano le immagini televisive e quello che è la realtà. A questo proposito ho un’esperienza personale. Successe nel 92 quando il fiumiciattolo che ho davanti casa, una notte, pensò bene di rompere gli argini; detriti di ogni genere a causa dell’incuria con cui vengono mantenuti gli argini, fecero tappo al ponte che ho a venti metri dalle mie finestre. Qui davanti, la furia dell’acqua divelse i muri di cinta, schiacciò l’ascensore, spinse con la sua forza decine di auto sulla massicciata della vicina linea ferroviaria spingendole, in salita, per venti, forse trenta metri. Nessuno si fece male, anche se alcuni rischiarono di perdere la vita perché rimanemmo tagliati fuori dalla possibilità di ricevere aiuto con persone in situazioni di elevato rischio; i danni materiali furono ingenti. L’area colpita fu assolutamente limitata, un fronte di non più di duecento metri e forse quattrocento di profondità, oltre i quali non successe nulla, neppure un po’ di fanghiglia. Fu così che mi fu chiaro come il nesso di casualità sia imprevedibile in questi eventi e come pochi metri ti pongano dentro o fuori dall’inferno. Tornando al terremoto, come sempre in queste occasioni - poi si sopirà presto torna prepotente la questione della prevenzione. I terremoti si possono prevedere? La risposta sembrerebbe negativa. Cioè, per quello che ho capito, si sa dove prima o poi accadrà, ma non potendo fare previsioni attendibili sui

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tempi è tutto inutile. I tempi geofisici sono diversi dai tempi di noi umani. Un anno per noi è un anno, per la terra è un niente, e allora, non potendo tenere per anni le popolazioni a dormire nelle tende...resta però da chiedersi se abbia un senso avere Centri dedicati allo studio della sismologia, il cui scopo, pur apprezzando la ricerca scientifica, dovrebbe essere di risparmiare tanti lutti e tante sofferenze. Jacopo Chiostri

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Quella fottuta paura

Preparare le macchine per poterci dormire la notte, portare le coperte, i cuscini, le torce, il libro da leggere, l'acqua da bere, è stato per Virginia un rito ed un gioco insieme. Il rito che aiuta ad affrontare la paura, quella dei grandi però. Perché lei continua a dire che la scossa di martedì mattina non l'ha sentita: ha suonato la campanella del terremoto e loro si sono subito infilati sotto i banchi perché così avevano imparato. E poi subito sul prato della scuola, ordinati e tranquilli, ad aspettare i genitori che corrono a prenderli. E che li abbracciano piangendo. Piange anche qualche ragazzino più grande, più consapevole, che ha una paura tutta sua da raccontare. Tranquilla mamma, stanotte non verrà nessuna scossa. Chiudi gli occhi piccola, se anche verrà ci sono io qui con te. Dicevo della paura. Quella paura che ormai non conosce ragioni, non accetta la consapevolezza che la tua casa in fondo è al sicuro. E' paura pura. Paura verso ciò che non puoi controllare e che non ha mandanti e non ha colpevoli. Quella fottuta paura che scivola in tutta la mia città e spinge la gente a ritrovarsi fuori. Quella viscida paura che trasforma Modena in una tendopoli e attanaglia tutti nell'attesa che passi anche questo giorno, che arrivi quella forte o che il terremoto finalmente si dimentichi di noi. Isabella Colucci

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Qualcuno dice

E succede che… succede che una notte ti svegli di soprassalto, gli occhi si spalancano, le pupille si dilatano ma tu non vedi nulla perché tutto intorno a te è buio, buio completo, quel buio a cui non sei abituata e che non hai mai sperimentato in tutta la tua vita. Perché quello che fino ad ora hai chiamato buio, non è mai stato così profondo e nero come pece. E quel rumore… quel rombo assordante che ti riempie le orecchie e il petto perché quel rumore che senti attorno ce l’hai anche dentro di te: è il rumore del tuo cuore, è il rumore della paura. La paura vera. Il tuo corpo è senza controllo, così come tutto quello che ti circonda. Il tuo letto si sta muovendo, trema, si sposta, e ancora quel rumore che va avanti da così tanto tempo…E’ la terra che urla, è la terra che si incazza e tu non hai modo di calmarla, devi solo stare lì e aspettare che lo faccia lei da sola. E intanto le tue mani cercano quelle di chi ti sta vicino, cercano qualcosa o qualcuno a cui aggrapparsi, nella testa mille pensieri terribili e mille domande che forse non avranno mai risposta. Che sta succedendo? Che cosa succederà? Finirà? E quando finirà, io ci sarò ancora? Cazzo! Mio figlio è di sopra, non è qui con me! Cazzo! Diciannove lunghissimi secondi in cui hai cercato in tutti i modi di alzarti da quel maledetto letto per andare da lui. Diciannove lunghissimi secondi in cui la terra ha deciso, invece, di non darti la possibilità di salvare tuo figlio e di salvare te stessa, perché quel maledetto letto trema troppo e tu non riesci nemmeno a muovere le gambe. E poi finalmente la terra smette di urlare, quel rumore assordante smette ma non quello del tuo cuore che ancora batte impazzito e rischia di uscirti dal petto. Perché la paura è così, non passa subito, ci vuole tempo, tanto tempo. La luce di una pila fortunatamente tenuta sul comodino ti permette di vedere il disastro mentre, dopo avere raggiunto le persone che ami ed esserti riunita a loro, corri fuori da quella casa messa a soqquadro. Tutte le tue cose, le tue fotografie, i tuoi soprammobili e persino il tuo divano, niente è più al suo posto. Il pavimento è un mare di vetri rotti e cocci. E tu spalanchi quella porta, esci

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da quella che una volta era il tuo porto sicuro e che ora ti sembra una trappola per topi. E ti imbatti nel silenzio della notte, rotto soltanto dall’abbaiare impaurito dei cani e dal lamento degli allarmi. Sei confusa, intontita, non capisci. I vicini! Devo vedere i vicini! Loro sono lì, accanto a te, in strada pure loro in pigiama o in mutande, tirati giù dal letto dalla furia della Natura come te. La faccia assonnata, gli occhi spauriti. Il senso di irrealtà, i cellulari che non prendono la linea, sei ancora al buio. Non sai che fine ha fatto tua madre. Qualcuno dice che la torre dell’orologio è crollata. Qualcuno dice che è impossibile. Qualcuno dice cose senza senso. Qualcuno non dice nulla, semplicemente piange. Perché nulla c’è da dire, in questi casi. Devi solo guardarti attorno e pensare che ci sei ancora, che le persone che ti sono care ci sono ancora e che, per quanto bella e meravigliosa sia la Natura, per quanto spesso ti riempia gli occhi con innumerevoli spettacoli incantevoli, anche lei sa essere spietata. Anche lei, come tutte le cose belle, sa essere una vera stronza. E tu non ci puoi fare niente, sei inutile, inerme, totalmente e maledettamente impotente. E non è bello. Stefania Farinelli

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Pensavamo che tutto si lmitasse a quel giorno

La mia terra Io ho sempre abitato nella “bassa Modenese” ora chiamata in termini più moderni AREA NORD della provincia di Modena, zona ai confini con la Lombardia, pianeggiante, con la campagna fertile irrigata dalle acque del Po, del Secchia e del Panaro. In giugno si vedono immensi campi di granoturco, frumento, cocomeri, meloni. Noi raccogliamo pomodori, dai nostri alberi maturano le pesche, le pere, l’uva, non ci mancano neppure gli allevamenti di mucche dal cui latte si ricava un ottimo e famoso formaggio conosciuto in tutto il mondo e quelli di suini che ci danno ottimi prosciutti, salami. L’industria, nonostante la crisi che ormai c’è in tutta Italia, qui da noi tiene ancora abbastanza, grazie alle multinazionali del biomedicale ed al loro indotto, formato da tanti gruppi di artigiani che hanno capannoni con alcuni operai. Anche l’attività culturale ferve: qui c’era il ducato dei Pico nel cui castello, recentemente ristrutturato vi è un museo, delle sale mostra, un auditorium. Abbiamo Asili e scuole che funzionano, una scuola di musica grazie alla quale i nostri ragazzi hanno avuto l’opportunità di conoscere ragazzi e luoghi di tutta Europa e dalla quale sono usciti bravissimi musicisti, la piscina, centri sportivi d’eccellenza. Il clima è quello che è, caldo e umido d’estate con zanzare di giorno e di notte, e nebbioso d’inverno, con quelle nebbie che si possono tagliare con il coltello. Dimenticavo, lo scorso inverno ci sono stati parecchi disagi, causati da una nevicata eccezionale, ma da noi, ci si alza presto, si fa la “rotta” e via che si parte per la giornata di lavoro. In ogni modo, se abbiamo voglia di allontanarci per qualche giorno dal caldo afoso dell’estate in un paio d’ore possiamo arrivare nelle belle località balneari della Romagna o in inverno possiamo andare a sciare sulle piste del monte Cimone. Insomma la nostra zona è fertile, si lavora parecchio ma ci si può divertire, il clima è pessimo, ma non sono mai successi disastri terribili e soprattutto, ci

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hanno sempre detto, non verranno mai terremoti perché non è zona sismica il nostro sottosuolo è sabbioso.

Allegro mosso Il giorno 19 maggio alle ore 15 circa siamo partiti dalla scuola di musica di Mirandola con destinazione Ippodromo di Cesena. Verso le 21 ero seduta sugli spalti ad ascoltare un bellissimo concerto organizzato dal Direttore della nostra scuola di Musica, nel quale i ragazzi della J. Lennon suonavano assieme a Goran Bregovic e alla sua orchestra Ha aperto la serata Gaetano che ci ha fatto sognare con le note dolcissime del suo violino. Ai piedi del palco c’erano migliaia di ragazzi provenienti da tutta Europa che si erano esibiti durante le serate precedenti nei paesi intorno a Cesena e tutti ballavano al ritmo della musica travolgente e assordante del grande Goran… Serata bellissima e indimenticabile. Ore 3 di notte ritorno a casa ci mettiamo sotto le coperte, siamo stanchi ci possiamo fare una bella dormita, domani è domenica, mica dobbiamo andare a lavorare, possiamo rimanere a letto fino a tardi. Buonanotte! 20 maggio 2012 ore 4: Appena preso sonno

sembra che il letto si muova tutta la casa scuote ma che

sogno è? Via usciamo presto è… è… è… è il terremoto Ci ritroviamo con tutti i nostri vicini davanti a casa, in pigiama e ciabatte a guardarci intorno: si sente odore di vino e si vedono rivoli che escono dalle cantine, si sono rovesciate le bottiglie ed un nostro vicino non perde tempo inizia a portare i vetri rotti nel cassonetto. Ci guardiamo tutti in faccia impauriti, nessuno osa tornare in casa, le nostre case sono tutte integre, sono nuove, ma cosa sarà successo alla piazza alle chiese, ai nostri parenti? Suonano i cellulari, ognuno vuol sapere le sorti dei propri familiari: qualcuno ricorda che c’è stata anche una scossa

precedente, alla una e trenta noi

eravamo a Cesena, non l’abbiamo sentita, qualcuno ha pensato che non era nulla di grave perché in fondo noi non siamo in una zona sismica, ed era tornato a letto. Ora invece nessuno pensa più a tornare in casa anche perché la terra trema in continuazione e si sentono

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sirene, ambulanze... Restiamo seduti sui muretti delle nostre case fino a che non albeggia, poi ci facciamo coraggio, perlomeno in fretta ci andiamo a vestire e ognuno di noi raccatta velocemente soldi documenti, chiavi e li mette nella borsa che tiene sempre con se perché non si sa mai dovesse accadere qualcosa di più grave. La colazione la facciamo all’aperto. Ognuno di noi intuisce che è successo qualcosa di grave. Ci facciamo coraggio e andiamo in centro: al duomo è rimata solo la facciata, sono caduti cornicioni, comignoli, i danni più grossi sono stati a Finale, dove c’era l’epicentro, e a San Felice. Ad ognuno di noi viene in mente che in quelle chiese crollate avrebbero dovuto esserci le Cresime e le comunioni proprio il 20 maggio. Sarebbero state affollatissime, meno male che il terremoto era venuto di notte!

Pensavamo che tutto si limitasse a quel giorno 29 maggio ore 9: altra terribile scossa. Ciò che era rimasto in piedi cade. Le persone hanno già ripreso a lavorare. Questa volta ci sono morti, le travi dei luoghi di lavoro si rompono, i muri si accartocciano, arrivano le telecamere delle TV per riprendere tutte le nostre case senza i tetti, i luoghi di lavoro sventrati i l nostro Municipio sorretto da pali di ferro, quasi fossero le stampelle di una persona che non si regge più in piedi. Questa volta l’epicentro è proprio sotto i nostri piedi. In pochissime ore vengono allestiti i campi della protezione civile, dei vigili del fuoco, si sentono ovunque sirene, la gente fugge verso il mare. No, io non voglio fuggire, voglio rimanere qui a vegliare sulla mia città ormai mutilata per sempre, così come si veglia sulle persone care quando sono ammalate gravemente. Angela Corazzari

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Matteo 24:7

Sono precisa e organizzata per natura. Questo è il modo carino per dirlo, ma diciamo le cose come stanno: sono una control freak. Forse è anche per questo che non sono una followers dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia "dell'ultim'ora".... controllo il sito ogni giorno da quasi un anno: dal 15 luglio 2011 per l'esattezza. Da quando quella sera al settimo piano di un appartamento in centro a Modena, il tavolo mi ha ballato sotto ai gomiti, il muro mi si è spostato da dietro la schiena, il pavimento da sotto i piedi. E' da allora che ho spostato le cose appese ai muri della mia camera, in modo che "in caso di terremoto non mi caschino in testa". E' da allora che "sento" che qualcosa sta covando sotto la pianura padana. E la scossa di gennaio 2012 mi ha solo messo ancora più all'erta. Sono stata l'unica del palazzo a scendere in cortile, con i vicini affacciati al balcone che mi prendevano in giro "ma torna su, tanto questo palazzo non viene giù!" Non mi importa. Ridete pure. Io scendo. Ed

ecco

perché

il

20

maggio,

seppur

stessi

dormendo

della

grossa

(addormentata di botto appena mi sono infilata sotto alle coperte alle 2:00am), appena la scossa mi ha risvegliato con la forza, non ho avuto bisogno di quell'attimo "per capire" di cui parlano in tanti. Mi sono svegliata già cosciente, già quasi "preparata": il terremoto. Non sono di quelle che si paralizza. Agisco abbastanza freddamente nel momento del "bisogno": in piedi, infilare le scarpe mentre ancora si balla (la scossa di gennaio mi ha insegnato che scendere le scale con le pantofole è un intralcio), attendere la fine della scossa sotto ad uno stipite, prendere il cellulare, infilare la giacca, scendere dal terzo piano e restare in strada. Ovviamente ho avuto la fortuna di poter fare tutto ciò perchè non vivo nella bassa. Essere "psicologicamente pronta e fredda" vuol dire non avere le ginocchia tremolanti a fine emergenza, o non entrare in paranoia? Purtroppo no. Ho passato le notti in macchina, ho memorizzato il numero della Protezione Civile (suggerimento di Marlene, grazie.), ho ancora intenzione di tenermi una torcia sul comodino. Con la speranza di non doverla usare mai. Samanta Jackson TerreMOti racconto

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Lettera dal sisma

Cara Aka, per il terremoto nessun guaio concreto per quanto mi riguarda personalmente. La casa si stava già aprendo a libro anni fa e abbiamo provveduto a incatenarla e a fare le fondamenta che non c'erano. Ora sono quasi tranquillo, anche perché se si ha la fortuna di stare in un posto dove il terremoto non ha fatto danni è inutile fare come se dovesse farli domani solo perché li ha fatti qui vicino. Sarebbe come camminare lungo la riva di un fiume ed essere angosciati perché non si sa nuotare. Si tratta di pochi centimetri ma fa differenza. Capisco l'ansia di chi magari sta al quinto piano e non riesce a camminare, ma noi ci mettiamo un attimo a scappar fuori, se serve. Le ripercussioni economiche ci saranno sicuramente ma chi ne soffrirà di più saranno quelli che aspiravano ad un benessere sopra le righe che già la crisi economica aveva messo in crisi. Quelli che hanno poco sono abituati a lottare bestemmiando e quelli che avevano niente continuano a non averlo. E poi, diciamolo! Gli emiliani ruspanti di una volta, legati alla terra e ai valori antichi esistono ancora, ma quanti di loro sono diventati sboroni insopportabili, speculatori sfruttatori, razzisti e stronzi? E' anche colpa di questi stronzi se si è costruito alla cazzo di cane. Il terremoto di per se è solo una scossetta della terra del tutto naturale e, se non prevedibile, immaginabile. La notte della prima scossa siamo usciti in strada, poi alcuni hanno cominciato a rientrare ma io ho aspettato perchè mi sembrava piacevole questa condivisione con la gente. A un certo punto si sono spenti i lampioni stradali e ci siamo accorti che stava sorgendo l'aurora, il primo chiarore che annuncia l'alba. Solo allora abbiamo udito gli uccelli che da sempre salutano il sorgere del sole, e abbiamo visto una lucciola, che alla luce dei lampioni non avremmo mai riconosciuto. Poesia pura, in un momento che la gente è indotta per forza di cose a vivere come drammatico, magari anche sotto la suggestione dell'informazione e delle

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proprie paure ma naturale, in fondo, come il sorgere del sole o le lucciole. Cose di cui abbiamo bisogno più del conto in banca o della casa (magari comprata sulla carta per risparmiare e pagata con un incatenamento a vita). Noi emiliani paghiamo lo scotto di esserci illusi che qui stavamo al sicuro perchè "galleggianti sull'acqua" e intanto anche qui, forse più che altrove, si è costruito "alla leggera" abbondando in pretenziosità e lesinando in sicurezza. Fessi! non meno di quelli che hanno sperato di scongiurare il terremoto facendo le offerte al santo patrono del paese, magari sgozzando il capretto a Pasqua. Io spero che gli emiliani recuperino un po' di coraggio e sana rabbia, disseppelliscano i fucili dei loro nonni partigiani e vadano a scovare nelle loro case antisismiche, trascinandoli in piazza, tutti quei geometri, architetti, ingegneri che hanno firmato progetti e agibilità di costruzioni che sapevano benissimo essere a rischio. Noi possiamo anche credere alle balle, ma loro no, perché certe cose le devono sapere e se non le sanno peggio ancora! Non parlo delle responsabilità e delle colpe di certi politici perché sarebbe come infierire su un fantoccio di paglia. Ci lamentiamo perché in Italia ci sono troppe leggi, e poi ci si lamenta perché non sono abbastanza scrupolose e se invocano altre. Le leggi giuste ci vogliono ma serve ancora di più la capacità di coltivare e giudicare le responsabilità individuali. DAL BASSO. In altri paesi servono meno leggi perché si crede di più nel buonsenso. Massimo Bonfatti

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Le calze e il lampadario

Tra poco vado a letto e questo è il momento in cui i fantasmi del terremoto tornano a galla. E' vero dopo la scossa del 3 giugno, con l'annesso blocco psicologico, che mi ha preoccupata e insieme risvegliata, la situazione è migliorata, posso dire di aver ripreso le mie abitudini, di riuscire a concentrarmi nello studio quasi come prima, insomma di essere tornata quasi alla normalità. Ieri sera, per la prima volta dal 21 maggio ho dormito senza calze. Tuttavia, mi accompagna ancora un'insana abitudine appresa in questi venti e passa giorni: ad ogni rumore sospetto alzo gli occhi a rimirare il lampadario. Non è opera di maestri di Murano, ma per me ha un valore enorme, essendo la sentinella che di notte e di giorno Indica se la scossa che sento è vera o è solo nella mia testa. Chiara Saletti

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Le 10 cose cambiate dal terremoto [per me] Le 10 cose cambiate nella mia vita nelle ultime due settimane, dopo il terremoto: ● Passo il tempo minimo indispensabile in casa. Non è più IL posto sicuro, non è più il luogo accogliente dove poter riposare. ● Per affrontare la notte scelgo il pigiama più bello, ma dopo la quarta scossa forte di domenica sera sceglierò la tuta. ● Capitolo scarpe: abbandonati i tacchi, vado al lavoro con scarpe basse e comode in caso di fughe rocambolesche e improvvise per le scale. Di notte le scarpe da ginnastica sono ai piedi del letto al posto delle ciabatte. ● Capitolo bagno: doccia veloce, e solo se c'è qualcuno in casa. Al lavoro avviso tutti che sto andando in bagno e non chiudo a chiave. Sempre con il cellulare a portata di mano: ho pensato che se dovessi rimanere sotto le macerie spero così di poter dire dove mi trovo. ● Ho memorizzato il numero della protezione civile. ● Ho scoperto il sito dell'Istituto di Vulcanologia e faccio refresh della pagina ogni 20 minuti per essere informata sulla magnitudo dell'ultima scossa [avvertita e non], in modo da giustificare il continuo senso di vertigini che mi affligge. ● Non chiudo più la porta di ingresso a quadrupla mandata ● Ho davanti alla porta di cui al punto 7 una borsa con: coperte, un cambio, una torcia,

batterie,

generi di prima sussistenza...e sto

pensando seriamente di aggiungere all'elenco delle cose da tenere a portata di mano una tenda. ● La macchina non si parcheggia più in garage. ● Ho cellulare e iPad sempre in carica, niente di peggio che trovarmi in strada senza poter sapere cosa succede e senza poter dire cosa sta succedendo alle persone che si preoccupano per me. Il terremoto sono anche le macerie che devi rimuovere dentro, cercando di ricostruire una struttura solida che possa reggere al prossimo scossone. Marlene TerreMOti racconto

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La valigia

Al

telefono

mi

dice

“Sto tornando con una sorpresa”

e

io

penso

immediatamente a un cucciolo di cane. Per fortuna mi sbaglio. Torna a casa con una valigia, o meglio con la valigia. La valigia è un trolley azzurro polvere (al momento con una spiccata sfumatura rosso mattone) nel quale sono contenuti dieci, forse quindici, anni di musica: CD comprati in giro per l’Europa, accumulati negli anni, pezzi di vita come solo la musica sa essere. Quella valigia era là, in casa, poco lontano dall’ingresso. È stata fin da subito uno dei nostri chiodi fissi, perché, come credo sia facile intuire, se l’idea di perdere le proprie cose fa male a tutti, l’idea di perdere cose che non si possono ricomprare fa male il doppio. Lo sguardo del Marito era trionfante, io mi sono commossa. La valigia rediviva significa primo ingresso in casa, significa coraggio a quattro mani, fiato sospeso e via entrare. Con prudenza, certo, ma adesso sappiamo che, all’interno, i piani hanno retto. Adesso spetta agli ingegneri strutturali valutare l’entità degli interventi (e non sarà cosa da poco), ma intanto ci siamo ripresi i primi metri interni. Salire al primo piano è impensabile, però “questo è un piccolo passo per un uomo, ma un balzo da gigante per l’umanità”. Stiamo in piedi e andiamo avanti. Sara Crimi

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La paura. 250 km oltre. domenica 20.5.012 ore 4:03am Mi sento girare la testa, quasi mi pare di avere le vertigini. Poi, vedo la mia miniatura della Ghirlandina iniziare a tremare, senza nemmeno averla sfiorata. Il

lampadario

che

oscilla.

Il

pavimento

sotto

i

piedi

che,

vibrando,

m’immobilizza dalla paura. “Il terremoto”. Sussurrai a me stesso stringendo con forza il piano della scrivania, avvertendo ancora oggi quel brivido che mi gelò le vene temendo, in realtà, per la mia famiglia. Esco immediatamente dalla camera incrociandomi coi miei coinquilini svegliati da questa scossa che non pare prendere fine, uno di loro: “L’Aquila, un’altra volta!” Io balbettando, con un drammatico presagio: “NO, la mia... Modena”. Quasi non volendo dire quel nome, impaurito da cosa potesse essere accaduto a 250 km da me. Il cellulare di mia madre: spento! Telefono immediatamente mio fratello. “Michi qui c’è stato il terremoto!”, con la sua voce ancora tremante! “Mamma?” Gli chiedo, senza aspettare. “E’ qui con me, tranquillo. Sono rientrato presto a casa proprio perché era sola. Siamo in giardino, scalzi. Ora chiamo papà che dovrebbe essere arrivato in Stazione a Bologna”. “La casa tutto ok?” continuo. “Non ho ancora controllato nulla, però sembra tutto a posto” [..] Le mie paure, archiviate. Nel frattempo continuano a centinaia i messaggi su Facebook e Twitter; ma uno, tra tutti, mi fa ingoiare a fatica la saliva: “Qui a Finale pare l’Inferno. Polvere. Crolli e distruzione. Ovunque.” Bisogna attendere quasi un’ora per le prime notizie in tv: “Alle 4:03 un forte terremoto di magnitudo 5.9 devasta Finale Emilia e molti altri Comuni nel modenese. Ci sono delle vittime”. E’ impossibile. Non può essere vero. Modena nemmeno è zona sismica, pensai.

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martedì 29.05.012 ore 9:03am “Michi! Qui sta rifacendo una scossa forte e non finisce più, sto provando a scendere le scale! Michi questa è brutta, qui tutto si muove. Forte. Non so cosa fare. Questa è più violenta della prima! C’è anche una crepa che si sta aprendo nella..” e nulla più. Il silenzio. La paura. 250km oltre. Solo il clacson dell’autobus su cui sono sopra riesce a distrarmi un attimo, e riprovo immediatamente a contattare mio fratello. Nessun segnale. Provo a telefonare mia madre. Nessun segnale. Mio padre, che certamente è a lavoro con mio fratello. Nessun segnale! Sensazioni, queste, capaci di diventare dettagli unici che compongono la nostra vita. Scendo dall’autobus, disanimato, provando a rintracciare qualcuno dei miei amici di Modena. NIENTE. Mi squilla il cellulare: “Michi, ho sentito ora per radio che c’è stata un’altra scossa a Modena. Pare sia crollato di tutto, i tuoi li hai sentiti?” “Ero al telefono con mio fratello mentre stava scappando, ma è caduta la linea. E ora non mi risponde più nessuno”. Non so con che voce e quale animo gli stessi dicendo quelle poche parole. “Ma cosa dicono, è grave?” Aggiungo. “Non lo so, ma sembrerebbe che la scossa è stata più forte rispetto a quella del 20. Ci sono dei morti, e stanno evacuando anche alcuni reparti dell’ospedale di Modena”. “Matte, posso telefonarti più tardi?” Solo Dio sa quanta paura mi stesse maturando dentro. Volevo sapere, ma allo stesso tempo temevo farlo. Rientro a casa, di fretta. Il telecomando della tv scomparso, finito chissà dove. Internet col segnale assente. Nel frattempo continuo a comporre col cellulare i numeri di mio fratello, mio padre, mia madre, alternandoli ai diversi sms che

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inizio a ricevere da chi mi chiede informazioni su Modena. Dopo un’ora riesco ad accedere ad internet: “Epicentro Cavezzo, magnitudo 5.8 ad una profondità di 10.2 km. Intasate tutte le linee telefoniche.” Il mio primo respiro profondo, pur rimanendo incollato allo schermo del pc seguendo le dirette streaming, attonito. Verso le 11.00 riesce a ricontattarmi mio fratello, rassicurandomi: “Casa non ha avuto lesioni. Mamma e papà stanno bene! A Modena città ci sono stati danni, ma nulla di grave. Pare”. L’ansia e il terrore di due ore aveva concretamente preso a pacarsi. ore 1:55pm In diretta streaming, da sopra il mio letto, e per telefono dalla voce tremante di mia madre nel giardino dell’asilo coi suoi bimbi, sento di nuovo la terra tremare con violenza. Infida. Arrogante! Lo farà per 3 volte, in 5 minuti. 5.3 - 4.9 - 5.2 di magnitudo. Ancora crolli. Le zone già devastate ulteriormente distrutte. Sale il numero delle vittime. Saranno 26! Oltre 20.000 gli sfollati. Quasi 30 i Comuni colpiti, alcuni forse destinati a diventare fantasmi. Apro il borsone, sbatto dentro le prime magliette che trovo nell’armadio, e mando un sms a mio padre: “Sarò imprudente, ma qui non ce la faccio. Vengo a Modena”. Michele Laurenzana

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La mia terra

La terra trema e con lei i cuori degli uomini. I capisaldi si spezzano e tutto pare irrimediabilmente compromesso. Ma siamo stati peggio, io non l’ho visto, non l’ho vissuto, ma le mie orecchie lo hanno ascoltato nei racconti di chi un tempo c’era ed ora ormai è passato a miglior vita. Racconti di tempi, non poi tanto lontani, nei quali la vita era dura, anzi durissima. Ma siamo arrivati fino a qui e ci siamo arrivati bene. Troppi pensieri e troppe emozioni tutte in una volta per riuscire a mettere ordine dentro di me, sintetizzo quindi questo groviglio di “cose” con uno stralcio di uno dei film a cui sono più affezionato e che riporto trascritto qui. Uno stralcio che racconta la mia terra e i suoi uomini, una terra di passioni, una terra generosa, una terra che nonostante tutto amo disinteressatamente: Ecco il paese, ecco il piccolo mondo di un mondo piccolo piantato in qualche parte dell’Italia del nord là, in quella fetta di terra grassa e piatta, che sta tra il fiume e il monte, tra il Po’ e l’Appennino. Nebbia densa e gelata l’opprime d’inverno, d’estate un sole spietato picchia martellate furibonde sui cervelli della gente e qui tutto si esaspera, qui le passioni politiche esplodono violente e la lotta è dura ma gli uomini rimangono sempre uomini e qui accadono cose che non possono accadere da nessun’altra parte. (Mondo Piccolo. Don Camillo- G. Guareschi) Filippo Macchi

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La famiglia

In 13 anni che sono in questo palazzo, sulle 30 famiglie che ci abitano, ne conoscevo al massimo 10. “Grazie” al terremoto abbiamo tutti legato tanto, ci salutiamo dando del tu a chiunque, senza nessun tipo di soggezione o diffidenza. Perché abbiamo vissuto insieme tutto quello che è successo, chi al primo piano con la paura di vedersi cadere in testa il soffitto, chi all’ottavo con quella di volare giù dalla finestra. E quando certe cose si vivono insieme si diventa per forza una grande famiglia. Mi mancherà tutto di questa casa che ho amato alla follia… E una parte del mio cuore resterà qui per sempre. Marina D’Avino

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Io e Nuccini a Finale Emilia

Arriviamo a Finale. E' una giornata torrida di fine maggio. Il paese è transennato ovunque. Ci portiamo fino al confine della zona rossa. Oltre non si va. Chiacchieriamo con la gente. C'è grande dignità e tanta voglia di ricominciare. Ottima è l'organizzazione dei soccorsi. Al bar della piazza, tra le camionette dei Pompieri e le pattuglie dei Carabinieri, gli anziani giocano a briscola con l'agonismo di una partita di rugby. Ci raccontano di quella terribile notte. Osvaldo, 91 anni suonati ma più verde di me, è ancora spaventato. Sorseggia un bicchier d'acqua e ci dice che, durante la scossa, sono tutti scappati in strada in ciabatte e pigiama. Si sente fortunato Osvaldo, la sua casa ha perso solo il comignolo. Gilberto, l'Alpino, ci accompagna nella tendopoli del campo sportivo. Tende, servizi igienici, mensa, gruppo elettrogeno. Tutto montato in poche ore. Un gruppo di Alpini ci accoglie sotto la tenda della cucina da campo. Sono dei giganti e vicino a loro mi sento piccolo piccolo ma sono buoni come il pane. Gilberto ricorda che domenica, quando montavano le tende, durante una scossa la terra del campo da calcio si muoveva come un serpente. Paolo Borghi

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Il nastro

Modena è viva piÚ che mai questo sabato pomeriggio post-terremoto. Il centro brulica di negozi aperti, di mercatini e locali affollati. La gente cammina, si parla, si abbraccia. Modena non vuole avere sempre paura. Velocemente sono stati raccattati i cocci, ripulite le strade. Subito è stato fatto ripartire l'orologio del Municipio, fermo sulla prima scossa del 29 maggio. Resta il nastro, bianco e rosso, una benda sulle nostre ferite e sulla nostra storia. Isabella Colucci

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Un giorno a San Felice

14 giugno 2012. Ore 10,30. Partiamo da San Cesario con due macchine fotografiche, block notes e registratore, in direzione della Bassa. Non sappiamo ancora dove andremo di preciso, non abbiamo deciso un itinerario, ci affideremo all’istinto, seguiremo il cuore. Siamo partiti spinti dall’esigenza di voler vedere con i nostri occhi questa terra ferita e da lei ci lasceremo guidare. Per ascoltarla, raccontarla e non dimenticarla. Ci passano accanto le prime “rovine”, le prime tende montate nei giardini, camper e roulottes parcheggiate sui marciapiedi o nei cortili, come sentinelle davanti alle case… Bandiere che sventolano su davanzali abbandonati, su balconi pericolanti: ce ne sono veramente tante, come se tutte insieme lanciassero un segnale di speranza, in quel tricolore, unitamente a un grido di orgogliosa appartenenza, come se dicessero “non traditeci”. Arriviamo a un bivio: Camposanto o San Felice? Oppure Finale… E perché non cominciare da Mirandola dove conosco una persona che da domenica è in cucina con la Croce Blu di Castelfranco? Poi potremmo andare a Cavezzo… Passare per Medolla… E sulla via del ritorno fermarci a Carpi: ieri mi ha telefonato un’amica, ha la casa agibile ma vive in tenda e vorrebbe ringraziare i tanti volontari che si stanno occupando della sua famiglia, si è sposata da poco, si era appena trasferita a Carpi… Ma poi qualcosa mi dice di “scegliere” San Felice: sarà per il nome che, rispetto a Camposanto, è più “incoraggiante”, sarà perché proprio da qui è iniziato tutto, quella domenica 20 maggio 2012, alle 4,04 di mattina, epicentro di un sisma inaspettato, perché zona a basso rischio, sì… fino a un mese fa. Ok, vada per San Felice, giriamo a sinistra, Camposanto lo faremo per ultimo, va bene così. Prima deviazione: c’è un ponte che il terremoto ha letteralmente spostato, non si può passare, cambiamo strada, passiamo per la zona industriale. Ecco i primi capannoni devastati, ma ancora “vivi”: ci sono operai al lavoro, all’esterno, impegnati a ricostruire. E altri capannoni che invece non sembrano riportare molti danni: ci sono operai al lavoro, all’interno, impegnati a costruire. Che facciamo… entriamo? No, lasciamoli lavorare.

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Andiamo avanti. Chissà se questa lunga crepa sull’asfalto c’era anche prima… Chissà se a quel semaforo mancava la “visiera” anche prima… Guarda… una bancarella di abiti, ma oggi non è giorno di mercato, è un negozio di abbigliamento che sta ricominciando sulla strada, sotto un gazebo, ed è solo. Parcheggiamo, andiamo a piedi, dai. Lasciamo la macchina in una piazza quasi vuota: dietro di noi c’è un parco e un accampamento dei carabinieri; alle nostre spalle c’è una casa in rovina, forse già da tempo perché dentro ci sono cresciuti gli alberi, sembra che sia stata colpita da una bomba. E c’è il Conad, aperto ad orario continuato e con tutte le porte aperte, anche quelle di sicurezza… Più avanti, c’è una bottega che vende frutta e pane fresco a prezzi ribassati e di fianco ci sono due negozi, gli unici aperti: una gelateria e una rivendita per animali… E poi due bancarelle affiancate, proprio sulla piazza dove abbiamo parcheggiato la macchina. Una vende giornali, l’altra pile e un po’ di chincaglieria. Avviciniamoci, iniziamo da questa edicola nata sul portabagagli di un’auto… Regola n° 1: non fotograferemo nessuno che non voglia essere fotografato, non intervisteremo nessuno che non voglia essere intervistato, saremo fotoreporter “gentili”, come lo siamo sempre, ma in questo caso di più. Gli sguardi che si posano su di noi, appena scendiamo dalla macchina con le reflex al collo, non sono rincuoranti: vorremmo rispondere che non siamo “turisti” e che non siamo qui per sentirci “migliori”, siamo qui per parlare di voi, oggi, e qui torneremo, un domani, affinché su questa terra sfregiata non cali l’oblio, quel silenzio che fa paura … Mafalda e Francesco, suocera e genero, avevano un’edicola-libreria-cartoleriaarticoli da regalo ben avviata in quel centro storico che adesso è “zona rossa”. Dopo il 20 maggio avevamo ricominciato: il loro negozio era ancora agibile. Anche la loro casa, ma non ci sono tornati più, perché “quando il terremoto ti sorprende nel sonno, non ce la fai a dormire nel tuo letto…”. Ma con il lavoro erano ripartiti, vincendo la paura. “La seconda scossa, quella del 29 maggio, ci ha dato il colpo di grazia. – raccontano – Il tetto del negozio ha ceduto e da allora siamo qui: in principio avevamo montato un gazebo, ma il vento si è portato via anche quello… Così ci siamo attrezzati nel baule della macchina, con un telo e un tavolino. I giornali li comprano in pochi: chi perché non vuole sapere più niente, chi perché preferisce comprare il pane. Avevamo anche una

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profumeria: ma chi lo compra un profumo adesso?”. “Devo ringraziare la mia collega di Rivara – aggiunge Francesco – che nelle prime due settimane mi ha permesso di andare davanti alla sua edicola, con un tavolino, per vendere i miei giornali. Del nostro negozio siamo riusciti a salvare computer e stampante, ma non i libri scolastici per il prossimo anno, che erano appena arrivati. Vendevo tante penne e adesso mi ritrovo solo con questa che ho in tasca… Questa sera abbiamo una riunione con il sindaco: tutti i commercianti del centro, circa 60, vorremmo avere delle risposte precise: continuare a lavorare è l’unico antidoto alla paura, l’unica via per ricominciare. Ma come? Cosa può fare il Comune per noi? Dall’amministrazione non arrivano segnali positivi per una ripresa immediata: ci sembra che siano un po’ lenti e che stia passando troppo tempo… Per il futuro abbiamo poche speranze: il sindaco è stato molto chiaro, oggi non ci sono soldi e chissà se e quando ci saranno,

nessuno

promette

perché

nessuno

sa…

Sono

crollate

case

meravigliose: chi abitava in centro e sotto la propria casa aveva il negozio, in un colpo solo ha perso tutto. Chiediamo aiuti per le piccole imprese, ma sembra che per noi non ci siano fondi. E, oltre al danno, la beffa: ho pagato l’affitto di casa il 1° maggio… cinque mesi di anticipo, fino a settembre, 5.000 euro che il padrone di casa non intende restituirmi… E mia moglie, dipendente comunale, sta usufruendo delle ferie: anche il Comune è inagibile e si lavora solo per l’emergenza. Abbiamo due figli di 12 e 15 anni che devono mangiare… Cerchiamo di essere autonomi, ma fino a quando? Però abbiamo salvato la pelle, quindi possiamo ritenerci fortunati…”. Quella di Mafalda e Francesco non era l’unica edicola del paese: c’era anche quella di Angela, proprio vicino alla rocca, nella zona rossa della zona rossa, che adesso si è trasferita in un gazebo con su scritto “edicola” con la vernice spray. Anche la sua casa è stata dichiarata agibile, ma anche lei non ci vuole entrare e con la famiglia dorme in un container. Andiamo avanti… Camminiamo in mezzo alla strada, sotto il sole cocente, fiancheggiando case che sembrano bombardate… E c’è silenzio, un silenzio strano, interrotto dal latrato di un cane, da una gru che puntella una casa, da un martello pneumatico che abbatte la torre Aimag e, sotto, qualcuno si ferma a guardare, in silenzio anche lui, scendendo un attimo dalla bicicletta, per poi

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continuare a pedalare, passare davanti alla sua casa o al suo negozio o al suo ufficio o a quel circolo di pittura nella torre del borgo che aveva fondato con tanta passione, restaurato da poco dal Comune, con 200 mila euro, un gioiellino che adesso non esiste più, al suo posto solo sassi, detriti, calcinacci, pezzi di vetro, brandelli di vita da fotografare per l’ennesima volta: ecco cosa rimane, polvere. Passiamo accanto ai binari di una stazione che sembra “fantasma”, ma non lo è: i treni passano, rallentano e poi riprendono velocità, il macchinista si affaccia dal finestrino e si toglie il cappello. Un silenzio che opprime più del caldo, un silenzio che ti parla e ti si appiccica addosso: non è quel silenzio di quei ferragosto di tanti anni fa, quando le grandi città rimanevano deserte perché in blocco si partiva tutti per il mare… Non è un silenzio sereno, di pace: è una calma apparente, un’assenza di rumore satura di tensione. Non è la quiete dopo la tempesta, perché la tempesta è solo temporaneamente sopita, ma potrebbe risvegliarsi e nessuno può dire se e quando succederà, ma soprattutto quanto arrabbiata si risveglierà. Non ci sono bambini che giocano nei parchi o sulle strade, anche l’altalena davanti alla rocca è transennata, non ci sono cani né gatti, ma volantini su muri e pali della luce con le foto di animali smarriti proprio il giorno del terremoto. E cartelli di attività in attesa di trasferimento o che hanno cambiato sede operativa e ci tengono a comunicarlo: “ci siamo ancora”, un parrucchiere, un calzolaio, uffici, il nuovo orario e la nuova sede per la Santa Messa… Ci siamo ancora, nonostante tutto, non lasciateci soli. Camminiamo in mezzo alla strada, anche noi in silenzio, inconsciamente a debita distanza dalle case vuote, quasi tutte con le tapparelle alzate, le finestre aperte, un vaso di gerani che qualcuno non dimentica di annaffiare, nonostante tutto… Arriviamo davanti alla Rocca, a quella fortezza del XV secolo che è il simbolo di San Felice e il suo vanto: soltanto quattro anni fa era stato ultimato il restauro, ripristinato il fossato… E adesso è rimasta in piedi soltanto una torre, la Torre del Maschio. Una squadra di ingegneri e i vigili del fuoco la stanno mettendo in sicurezza: le crepe, viste “dal vivo”, fanno davvero paura, anzi… mettono tristezza, sembra un animale agonizzante chiuso in gabbia, la gente ci passa

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davanti e lo guarda morire lentamente. In silenzio. “Abbiamo sempre speso tanto per la manutenzione del nostro patrimonio artistico: – dice Paolo, consigliere comunale di maggioranza, per la lista civica “Insieme per San Felice” – la Rocca era il nostro orgoglio… Anche la torre dell’orologio: l’avevamo appena rimessa in sesto con 80.000 euro. Energie, soldi, sacrifici di tutti che in una frazione di secondo sono andati perduti. La prima sofferenza è stata questa: veder crollare tutte le opere. Ho visto con i miei occhi, alle cinque di mattina, un pezzo del castello crollare… Non ci volevo credere: la rocca non poteva cadere, la rocca è “una rocca”. Non è la televisione, questa. E’ la realtà. Quando guardavamo il terremoto dell’Aquila o dell’Irpinia, poi spegnevi la TV e continuavi la tua vita normale… Ora la mattina ci alziamo, cerchiamo di spegnere la televisione, ma rimane sempre accesa… Avevo un’attività, un’oreficeria in centro: inagibile. – continua Paolo – Già c’era crisi del settore, ma adesso… della merce adesso non so che farmene: chi compra un gioiello? Sono disoccupato da un mese, con una famiglia di cinque persone. Dopo la scossa del 20 avevo ricominciato a lavorare, ma poi è arrivata quella di martedì mattina, che è stata più massacrante della prima: l’epicentro era a cinque chilometri da qui, in campagna il terreno si è alzato, il granoturco crescerà sulle onde… Voi che venite da fuori e arrivate qui non riuscite a rendervi conto: dovete entrare nelle case, ci sono danni ovunque, a casa di tutti. Basterebbe che lo Stato ci sollevasse dalle tasse per qualche anno e non credo che ci lasceranno soli: siamo l’1% del PIL nazionale”. “Abitavo in centro, – dice Vanna, una psicologa che però non tratta l’argomento “terremoto”, perché “ci sono troppo dentro, sono una terremotata anch’io” – la mia casa è ancora agibile, ma per paura e prudenza dormo in roulotte, in un piazzale con altre famiglie: siamo in 25. Abbiamo formato un bel gruppo. E’ grazie a questa paura e prudenza che ci siamo salvati dalla seconda scossa del 29. La paura e la prudenza ci aiuteranno a riacquistare fiducia nella madre terra e nelle nostre case. Ma sarà una conquista lenta, dobbiamo rispettare il nostro sentire. Fiducia nelle istituzioni, invece, non ne abbiamo. Assolutamente no. Si mostrano con la solita facciata, anche costosa, come la visita di Napolitano. Qui non è venuto: era a Mirandola ma mi sono rifiutata di andare a vedere la parata. Dicendo “non vi abbandonerò”, in realtà, con quel “non”, ha

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fatto un’affermazione negativa… La verità è che nessuno si occupa di noi, noi ci stiamo occupando di noi. I sindaci dei paesi terremotati hanno chiesto che fossimo esentati dalle tasse, per tre anni e non per tre mesi: vorremmo solo questo, ci basterebbe questo, poi ci ricostruiremo da soli. I piccoli artigiani hanno perso tutto, devono ripartire… Per il resto siamo autonomi e autosufficienti, sappiamo di doverlo essere: il nostro dolore è vedere gente che ha perso tutto. Dobbiamo rimettere in piedi il lavoro, dobbiamo dare fiducia ai disperati, far ripartire l’economia. Non chiediamo assistenza: chiediamo di non avere altre tegole sulla testa, cioè le tasse”. Costeggiamo quel che resta della vecchia canonica: un cumulo di macerie. E pensare che qui, la notte del primo terremoto, ci dormivano 40 scouts: una tragedia evitata, per fortuna… Non ci sono più chiese, nessun rintocco di campane, l’ufficio postale è in un container, come la banca… Il sindaco lavora incessantemente: si alza alle 5 del mattino e va avanti fino a mezzanotte-l’una, anche lui non dorme in casa, è inagibile. E sono circa 1.800 le persone che vivono nei campi ufficiali gestiti dalla Protezione Civile delle province di Trento, Veneto e Liguria. Una tendopoli è gestita dalla Misericordie d’Italia; altri sfollati si trovano nella scuola media del paese che, come la scuola elementare, “ancora regge”. Quasi nessuno dorme più nelle proprie case, che siano agibili o inagibili, solo qualche anziano ha deciso “come morire” e non si muove dal suo letto: il 60% della popolazione, anche se ha la casa presumibilmente a posto, preferisce trascorrere la notte in tendopoli autogestite, nei camper o nei container, ovunque ci sono campeggi “spontanei”. I sopralluoghi dei Vigili del Fuoco vanno avanti a ritmo serrato: le richieste di verifica pervenute sono 2.500, la metà delle abitazioni controllate fino ad ora è risultata inagibile. E le case che erano state controllate dopo la prima scossa di terremoto sono dovute passare di nuovo al vaglio: la tendenza è quella di recuperare il più possibile, ma i miracoli non si possono fare. Il centro storico è il più colpito: per il 90% è impraticabile e si stima che il 50% delle abitazioni sarà da abbattere. E migliaia di euro vengono spesi per dar da mangiare a migliaia di persone, ogni giorno, almeno due volte al giorno. Aiuti arrivano da ogni parte, atti di generosità anche notevoli: la Panini di Modena

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ha regalato 10 camper, un gruppo di muratori si è reso disponibile a montare a proprie spese 15 casette in legno, materiale compreso… Tante gocce, che però non bastano mai. “Eravamo preparati a tutto, all’afa, alla nebbia, ma non al terremoto, – ci dice un sanfeliciano – qui il tempo scorre lento, non passa mai…”. Pranziamo con un panino davanti alle rovine di una casa. Fa davvero caldo: compriamo qualche bottiglia d’acqua al Conad, anche se ci dicono che l’acqua viene

distribuita

gratuitamente

alla

“casa

dell’acqua”,

acqua

minerale,

freschissima, offerta dal Comune, la chiamano “l’acqua del sindaco”… Ma noi vogliamo dare una piccola mano all’economica e compriamo tutto quello che ci serve. E ci mettiamo di nuovo in marcia… Vorremmo visitare la zona rossa: ai giornalisti è consentito, ma occorre chiedere l’autorizzazione al Centro Operativo Comunale, registrarsi e poi passare “l’ispezione” ad uno dei varchi di accesso. Il vicesindaco in persona ci accorda il permesso. Indossiamo il casco di protezione e siamo pronti per una “visita guidata” nella zona rossa, entrando dalla porta supervigilata di Via Fossetta, scortati da un militare della Croce Rossa in tuta mimetica. E’ forte il primo impatto: Piazza Matteotti, che fino a un mese fa era il centro della movida, adesso è una landa desolata… Se non ci fossero i vigili del fuoco impegnati a mettere in sicurezza edifici pubblici e privati, regnerebbe il silenzio più assoluto, quell’assenza di rumore che spaventa… C’è un frammento di un’arcata e qui, fino al 29 maggio, c’era la torre dell’orologio, ora ridotta in un cumulo di ciottoli. Tavolini di un bar impolverati, posaceneri rovesciati, sedie ribaltate, cicche per terra… Tracce di un passato che sembra lontanissimo… Percorriamo lo storico Viale Mazzini: cornicioni pendenti, abitazioni sbarrate a croce (“significa che all’interno sono crollati i piani, anche se dall’esterno sembra tutto normale…”, ci spiega il militare). La zona rossa misura circa 500 metri quadrati: in fondo al viale si arriva alla Rocca, di fronte c’è la sede del palazzo municipale, parzialmente inagibile. E in fondo a destra, un mausoleo dell’epoca di Mussolini, senza più le statue ornamentali che, per prudenza, sono state rimosse. In fondo si scorge tutto il complesso della Curia: la parte più danneggiata del centro storico, dove solo i

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pompieri possono accedere. Alla fine della strada c’è un presidio fisso dei carabinieri, che con il Corpo Militare della Croce Rossa organizza ronde notturne per sventare atti di sciacallaggio, dall’orario di chiusura dei varchi d’accesso fino alle sette di mattina. I residenti e i commercianti possono entrare nella zona rossa solo per il “recupero beni”, registrandosi all’ULC e poi accompagnati dai vigili del fuoco. Per completare il nostro “giro”, non ci resta che visitare un campo della Protezione Civile. Non è facile accedervi, ci dicono, bisogna rivolgersi al capocampo e seguire una serie di protocolli, confidando nella disponibilità di una precisa scala gerarchica. Ci riusciamo. Entriamo nel primo campo allestito a San Felice, la notte del 20 maggio, il campo più grande e più “difficile”, perché qui convivono per forza e non per scelta ben 14 etnie diverse: ci sono quasi 400 ospiti, dei quali solo un centinaio sono italiani. Gli altri, in maggioranza, sono di origine araba, magrebini, ma ci sono anche 40 indiani sikh e una giovane famiglia dello Sri Lanka. E’ il campo Trento, istituito dalla Provincia autonoma di Trento, settore Protezione Civile. Parliamo con il simpaticissimo Bruno, volontario del soccorso per la Croce Rossa Italiana Brentonico. Prima di iniziare il “tour” accompagnati da Bruno tra le tende azzurre, fumiamo una sigaretta nella zona fumatori, che è anche il punto più ventilato del campo: perché qui non è consentito fumare vicino alle tende, com’è vietato l’uso di alcolici. Il regolamento è scritto in tre lingue (italiano, inglese e arabo), ma – soprattutto i primi tempi – non è stato facile farlo rispettare. Ci sono stati episodi di intolleranza, soprattutto tra islamici, bisticci tra di loro e una sorta di razzismo “al contrario”. Ci hanno raccontato che mentre una signora anziana, italiana, che da poco aveva anche perso il figlio (uno dei tre morti che piange San Felice), se ne stava per i fatti suoi a mangiare una braciola di maiale, di fronte ad un musulmano che l’ha aggredita verbalmente, in modo pesante, al punto da dover richiedere l’intervento del 118. Sul cibo, comunque, ci dicono che i malintesi sono superati (”erano solo fraintendimenti…”): lingue diverse, regole diverse, mentalità e abitudini diverse in una comunità nella comunità… Certo che in principio i musulmani si mostravano un po’ prevenuti e pretenziosi, richiedendo

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perfino di “fare la spesa” da un macellaio islamico. Alle loro donne, i più osservanti, portano da mangiare in tenda (“ci sono donne che non abbiamo mai visto”), c’è chi si lamenta per l’insalata con troppo sale e chi non è abituato a mangiare “tutti i giorni la stessa cosa”. Non è facile accontentare tutti, sarebbe più facile adattarsi: quasi 400 persone, ognuna con i propri gusti, dettati da usi e costumi differenti, tant’è che – forse per evitare “discussioni” – i volontari del Nu.Vol.A. (nucleo volontari degli alpini in congedo) di Trento, che qui sono in 15 e si alternano in turni di una settimana nella gestione della cucina, hanno appeso un cartello al muro: “Non usare assolutamente aceto e vino nelle pietanze, carne di maiale per i musulmani, carne di vacca e pesce per gli induisti”. Il campo Trento è una piccola città organizzata. C’è il centro operativo della Protezione Civile, una responsabile e un capocampo a cui riferirsi; sei volontari civili della Croce Rossa Italiana “H24” in turnazione di una settimana; quattro volontari del Corpo Militare della Croce Rossa che coadiuvano il lavoro dei vigili del fuoco, si occupano della sanità, girano per le campagne, effettuano il servizio d’ordine di notte; quattro guardie forestali del Trentino (addetti alla mensa e al passo carraio); due vigili del fuoco del corpo permanente di Trento (stipendiati) nel campo e altri vigili del fuoco (volontari) che invece sono in paese, impegnati in sopralluoghi, messa in sicurezza e recupero beni; poi ci sono

i

Pionieri,

le

giovani

leve

della

Croce

Rossa,

che

si

occupano

principalmente dell’animazione per i bambini; due psicologhe e squadre di ingegneri per le verifiche. La cucina è un blocco unico, mobile, dove è possibile preparare fino a 400 pasti all’ora, cuocere 15-16 kg di pasta per volta e 40 kg di spezzatino in un tegame enorme. Il cibo viene fornito dal Comune, le attrezzature sono del Nu.Vol.A. ed è tutto elettrico. I 15 volontari del Nu.Vol.A. lavorano incessantemente: la colazione viene servita alle 7,30 del mattino e si va avanti fino a mezzanotte, perché poi bisogna anche lavare le pentole… Hanno appena dato la merenda ai bambini che già affettano cinque casse di meloni per la cena. E lo fanno con il sorriso… Circumnavighiamo il campo: ci sono 56 tende, alcune delle quali con un divisorio per ospitare contemporaneamente due famiglie, bagni e docce a

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volontà, spazi per la preghiera, laboratori per i bambini, sala mensa, un’infermeria, depositi attrezzatissimi dove si trova di tutto per i più piccoli, dai pannolini al latte in polvere, dai vestiti ai libri, e una lavanderia “su prenotazione” che carica ben 25 lavatrici al giorno: tutto gratuito. E ci sono due cagnolini, che sono un po’ le mascotte della tendopoli: Rocky e Ringhio, quattro anni in due, sfollati a quattro zampe. E’ ora di tornare a casa: alla fine il cuore ci ha portati solo qui, a San Felice. Mentre ci avviciniamo alla nostra “valle felice”, più avanziamo e più scompaiono le case in rovina, le tende nei giardini, l’assenza di rumore… Ed ecco i bambini che giocano nei parchi, i cani al guinzaglio, i gatti randagi, la “normalità”. Andiamo avanti ma pensiamo a loro, alla bella accoglienza che ci hanno riservato,

alla

loro

forza

di

andare

avanti

per

continuare,

più

che

“ricominciare”, consapevoli di riuscirci, anche da soli. Intanto è appena iniziata la partita Italia-Croazia alla televisione… Già, la televisione: per 90 minuti il dramma non andrà in onda, anche a San Felice. Alessandra Consolazione

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Sul l est r adedelt er r emot o

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I sabel l aCol ucci

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Biografie degli autori

Marlene (quando non fa la blogger si chiama Marcella) Presentarsi è sempre la parte più difficile per me. non sono un tipo da riflettori. Sono piuttosto un tipo da dietro le quinte. mi piace scrivere, organizzare i pensieri e renderli visivi, mi piace che qualcuno li legga. Nonostante abbia imparato a scrivere a 4 anni e non abbia più smesso incomincio a scrivere in rete solo da gennaio 2007. Scrivo da quando ho smesso di disegnare, sintomo di qualcosa che bivacca dentro di me, arrivato senza invito, che deve continuamente esprimersi in qualche modo. Scrivo da quando ho incominciato a credere che fosse l’unico modo per mettere ordine nei pensieri sfusi e nel disordine che creano nella mia testa, e soprattutto da quando ho scoperto che riesco a scrivere benissimo quello che normalmente non riesco a dire a voce. Modena non è la mia città natale. Inutile nasconderlo. Ma è la città da cui mi sono fatta adottare quando ho deciso che non volevo più traslocare. Ho vissuto in un po' di posti e di ognuno conservo i ricordi in scatole che ogni tanto apro per non dimenticare. La scatola con l'etichetta "Modena" adesso ha un ricordo in più... ed è bello forte. Blog http://virgiliomodena.myblog.it/ Sito personale www.lastanzadimarlene.com Twitter https://twitter.com/x_marlene_x Terremoto Emilia Trema Le 10 cose cambiate dal terremoto [per me]

Isabella Colucci Amo fotografare soprattutto la gente e ciò che esprime attraverso gli sguardi e i gesti. Sono su facebook su flickr e ho un blog Il nastro TerreMOti racconto

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Quella fottuta paura Adesso smette Sulle strade del terremoto Il terremoto è nostro

Massimo Fabbo googlista della prima ora, cresciuto a pane e bit, si è occupato di disaffezione politica, intenet e democrazia diretta già nel vecchio millennio; poi ha fatto di una passione un lavoro. Formatore, webdesigner, tecnico, ecc., gli è rimasta la passione per il pane tanto che cura anche una raccolta di ricette. Terremoto!.. non voglio cambiare.

Alessandro Accorsi nato a Modena nel 1971 e residente a San Cesario sul Panaro, ha sempre nutrito un grande interesse per le persone: i gesti, gli sguardi, le presenze e le assenze. E così ha iniziato a catturarli con l’ambizione di donare loro una parvenza di eternità rubando attimi di quotidianità allo scorrere del tempo. Munito della sua quasi inseparabile Nikon, collabora con blogger, associazioni culturali ed enti pubblici.

Stefano Aurighi Giornalista professionista, free lance, collabora con il Venerdì di Repubblica. Videodocumentarista, ha fondato con Davide Lombardi e Paolo Tomassone il gruppo

"Officine

Tolau"

(http://officinetolau.blogspot.it/),

realizzando

cortometraggi relativi alle novità politiche, tra cui “Occupiamo l’Emilia”, film inchiesta sull'avanzata della Lega Nord nella regione rossa per eccellenza; "A furor di popolo", docu-film sul Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo; Il caso non è chiuso", videobiografia di Giovanni Tizian, il giornalista autore di "Gotica" sulle infiltrazioni mafiose al nord. Blog personale: Te l'ho chiesto (http://telhochiesto.blogspot.it/) La memoria, la cura

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Lara Babitcheff trent’anni, blogger, vegana ed appassionata di Londra. Ai primi del 2008 tramite un forum di cosmesi naturale conosce uno strano oggetto chiamato mooncup e ne resta incuriosita, senza immaginare che quattro anni dopo sarebbe

stata

l’autrice

del

primo

blog

(www.ecomestruazioni.it)

ed

avrebbe

italiano

aperto

sulle

un’attività

eco-mestruazioni legata

al

ciclo

femminile in chiave libera ed ecologica. Che palle, il terremoto. Luciano Bagni pensionato, nonno ed enigmista da Molinella (in provincia di Bologna). Bondeno Enrico Ballestrazzi nato a Modena nel lontano 1972 e tutt’ora residente a Modena. Ha iniziato ad avere la passione per la fotografia fin da ragazzo, solo da qualche anno si è avvicinato alla fotografia in modo più professionale cercando di fotografare sia con la tecnica, ma soprattutto col cuore.. proprio con quel cuore straziante mentre scattava a Cavezzo.. Medolla.. Mirandola…le nostre terre devastate, distrutte. Ci scrive “Tutto ciò mi ha fatto riflettere su quanto è piccolo l’uomo davanti alla natura e su quante cose perdiamo per la strada per il troppo correre… senza fermarci mai a riflettere… senza mai pensare che adesso ci sei… ma dopo..?. Ho fotografato solo cose distrutte dal terremoto e credetemi l’ho fatto con il massimo rispetto per le vite e le persone colpite da questo disastro!”

Stefano Bellentani giornalista professionista, modenese. twitter: @stebellentani Una storia antica

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Massimo Bonfatti anche detto Bonfa; il fumettaro modenese con più maestri e più allievi http://www.massimobonfatti.it/blog/ www.facebook.com/group.php?gid=52727794829 Lettera dal sisma Paolo Borghi vive a Modena da 46 anni. Sposato con Daniela, ha una figlia di 13 anni. Da giovane faceva quello che voleva cambiare il mondo in pochi giorni poi ha deciso di rallentare un po'. Ama la fotografia, la musica, le poesie e l'ozio. Di mestiere fa il tecnico informatico ma il suo sogno è fare il veterinario o l'astronauta. E' cittadino Europeo del Pianeta Terra che ama tantissimo e che ha deciso di non lasciare mai. Io e Nuccini a Finale Emilia

Mariapia Cavani giornalista, 44 anni. Abita a Bomporto. Crede nel potere benefico della parola. 1 giugno 2012 Monica Cavazzoli vive a Cavezzo e lavora a Carpi. Il barbecue

Jacopo Chiostri giornalista

per

mestiere,

fotografo

per

hobby,

scrittore

per

passione,

ultimamente zappatore d’orti, va in bicicletta, mangia molte pizze, almeno una volta al giorno deve transitare da piazza della Signoria, è amico di tutti quei

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personaggi che animano il centro storico di Firenze, legge libri e giura che prima o poi adotterà un altro meticcio. Quello che non si riesce a spiegare

Angela Corazzari vive a Mirandola con la su famiglia: ha 53 anni , 3 figli e una nipotina. Lavora con suo marito che è il titolare di una tipografia che fortunatamente non è rimasta troppo danneggiata, ed ora è stata aggiustata con tantissime placche e viti. Anche la loro casa non ha subito danni per cui si sentono molto fortunati. Pensavamo che tutto si limitasse a quel giorno

Sara Crimi è una traduttrice editoriale free-lance che, fino al 19 maggio del 2012, viveva e lavorava fra Modena e Cortile di Carpi. Il passato è d’obbligo, visto che la notte del 20 maggio (e la mattina del 29 di quello stesso mese) ha cambiato la sua vita: la casa di campagna non è più agibile, i punti di riferimento sono crollati (in tutti i sensi) e, come altre quindicimila persone circa, si trova a ripensare se stessa su fondamenta diverse. Scrive le parole degli altri per vivere e le proprie per sopravvivere. Ha un profilo Facebook un sito web e un blog (abbandonato e ripreso) La valigia Ritiro zaini dalle 11 alle 13

Massimiliano Cuneo abita a Santarcangelo di Romagna. Laureato all’università di Bologna, è impiegato in una azienda informatica e si occupa di soluzioni per la gestione documentale. Appassionato di scienze naturali, nel tempo libero si interessa di meteorologia, vulcanologia e astronomia. TerreMOti racconto

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Il letto...si muove!

Marina D’Avino 23 anni. Ama da sempre la letteratura e qualsiasi altro tipo d’arte ma, non si sa come, si ritrova a lavorare con i computer. La famiglia

Mauro D’Orazi ha tante passioni e ama molto la sua città: Carpi, ma anche le tradizioni delle zone vicine. Pubblica le sue ricerche su Voce di Carpi e sul gruppo Conosci il Dialetto di Carpi. Ha contribuito all’edizione del dizionario di dialetto Carpigiano uscito l’anno passato. Odia il campanilismo e apprezza la bellezza delle tradizioni locali. Viste con serenità e in modo aperto e non come cose esclusive di pochi eletti. Tutti i dialetti sono degni di nota e li ama tutti. Al mé teremòot

Stefania Farinelli ha 34 anni, vive a Poggio Renatico (FE) con il suo compagno e il figlio di 9 anni, un cane, tre gatti e tre pesci. La loro casa fortunatamente è nuova e non ha subito gravi danni. Insegnante di nuoto e nel tempo libero scrittrice, o meglio, una a cui piace scrivere, ha pubblicato il suo primo libro Il Filo (ed. Albatros) nel mese di marzo di quest’anno. Qualcuno dice

Anna Laura Folena nata a Padova nel 1968. Attualmente fa l’addetta stampa, continua a scrivere,

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conduce programmi alla Radio, la si vede spesso in Tv, modera dibattiti e aspetta ancora con curiosità ed entusiasmo l’arrivo… degli elefanti. Ogni giorno può succedere qualcosa in grado di stupirla positivamente. Speriamo non sia morto nessuno

Lisa Galli psicologa psicoterapeuta. Autrice di “Quando la vita cambia colore” (ed. Mondadori). Ha creato e gestisce il blog Quando la vita cambia colore ...e il terremoto in Emilia continua...

Samantha Jackson una modenese per caso. Twitter @SamanthaJackson Matteo: 24-7

Michele Laurenzana appassionato di architettura, fotografia e grafica. Autore de La Segreta Verità, romanzo interamente ambientato a Modena [sua città natale]. La paura. 250 km oltre.

Filippo Macchi fotografo e blogger sito personale: http://www.filippomacchi.it blog: http://www.azkaban.it facebook: Filippo Macchi

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La mia terra

Mariella maestra in pensione. Vive a Nonantola dove ha insegnato per quasi 40 anni. Dal 2010 ha aperto un blog http://www.madame46.blogspot.it/ 20 Maggio 2012, l’Emilia trema

Andrea Razzaboni ha 36 anni, è nato e vive a Mirandola, lavora in banca. Nel 2006 ha scoperto di avere una leucemia che lo ha portato ad un trapianto di midollo nel 2007 e un altro nel 2011. Questo standby forzato gli ha dato però il tempo di riscoprire alcuni interessi come la scrittura, sia sul suo blog La versione di razza75 sia attraverso alcuni racconti. A inizio maggio è tornato al lavoro e sperava in un po’ di vita “normale”… fino alla fatidica notte del 20 maggio. Del perchè e del per come il terremoto assomigli alla leucemia. Ma anche no.

Chiara Saletti torna a scrivere dopo anni di silenzio. Racconta di lei e di quello che la circonda, questo è il suo piccolo contributo alla nostra terra. Ferrara in bianco e rosso Le calze e il lampadario

Brunetto Salvarani teologo e scrittore, è nato e risiede a Carpi (MO). E’ stato per due mandati assessore alla cultura del suo Comune. Dirige le riviste CEM Mondialità e QOL, e fa parte del comitato editoriale della trasmissione di RAI 2 Protestantesimo. TerreMOti racconto

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E’ docente di Missiologia e Teologia del dialogo presso la Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna di Bologna. Ha scritto molti libri, il più recente è Il fattore R (EMI 2012). Terremoto.

Monia Vecchi quest’anno compirà 40 anni, abita a Carpi. Il maggio 2012, il maggio del terremoto.

Alessandra Consolazione 45 anni, giornalista, nata e vissuta a Roma fino a 16 anni fa, finché (per amore) è emigrata al Nord, a San Cesario sul Panaro (MO). E qui si è lanciata in una sfida: arrivare da Roma in un paesino di 6.000 anime e “raccontare” la vita di un’altra città, Castelfranco Emilia. Per farlo meglio, dopo aver collaborato per due quotidiani locali (Il Resto del Carlino e La Gazzetta di Modena), ha aperto un giornale on line (interattivo, per tutti e di tutti) dal titolo di duplice lettura: “La Carbonara Blog” (www.lacarbonarablog.it), dove in tre anni (praticamente da sola) ha pubblicato oltre 2.000 articoli in 175 pagine e 64 categorie, sfiorando 1 milione di visite (oltre 1.000 contatti al giorno). Predilige dare voce alla gente, raccogliere storie e raccontarle a chi vuol sentirle, definendosi “una volontaria della comunicazione”. Il suo mito? Anna Politkovskaja: “voglio fare qualcosa per gli altri attraverso il giornalismo, scrivendo di ciò che vedo”. Un giorno a San Felice

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Licenza Creative Commons Se le storie raccolte da “TerreMOti racconto” ti sono piaciute, puoi redistribuire il libro che le raccoglie, anzi, sarebbe il tuo ringraziamento al nostro lavoro. Come tutti i contenuti del blog, questo ebook è distribuito in licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Italia (http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/3.0/it/deed.it): Attribuzione Devi attribuire la paternità dell'opera citando il blog www.terremotiracconto.it nei modi indicati dall'autore o da chi ti ha dato l'opera in licenza e in modo tale da non suggerire che essi avallino te o il modo in cui tu usi l'opera. Non commerciale Potete redistribuire questo ebook e i suoi testi, ma solo in forma gratuita e “privata”, cioè non professionale; se volete usare i suoi contenuti per scopi professionali, ad esempio come testi per un reading pubblico, contattateci per definire le condizioni di utilizzo. Non opere derivate Non puoi alterare o trasformare quest'opera, né usarla per crearne un'altra.

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TerreMOti racconto  

I racconti del terremoto. Il terremoto che ha colpito l’Emilia ha scosso oltre che la terra, anche le nostre vite. Ci avevano raccontato che...

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