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d’areamediterranea Anno IV numero 7 - 18 Febbraio 2011 Direzione / Redazione: Via del Popolo 34 - 85100 Potenza - Telefono 0971 22715 Direttore responsabile: Antonio Savino

PIÙ CASE PER TUTTI a pagina 13

I MISTERI INFINITI Elisa, Sarah, Yara. Ora è il turno di Livia e Alessia: due gemelline legate da una tragica sorte. Un mistero che attende ancora di essere dissipato. Sebbene quest’anno ricorra il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, l’intero Paese si stringe sì, ma non attorno all’aria di festa che dovrebbe coinvolgerci, ma ad una madre preda di una speranza disperata. “Sarò l'ultimo a morire, ho già fatto morire le bambine, non hanno sofferto e ora riposano in un luogo tranquillo” queste le parole di un padre, Matthias Schepp, che hanno gettato nell’indignazione l’Italia intera. Un gesto folle, deprecabile: consumato o no? Questo è il dilemma. Un dubbio vorace che consuma ma, incredibilmente al contempo, alimenta la fiducia e l’auspicio di una mamma che altro non sogna, se non riabbracciare le amate figlie. Bimbe che ora sono diventate le tesserine di un puzzle che restituisce un’immagine torbida, feroce che nessuno vorrebbe guardare neanche per un secondo. Un’innocenza trasfigurata. Piccole fanciulle che, probabilmente, hanno conosciuto in un intricato viaggio pianificato dal loro “aguzzino” un fato avverso. In mezzo secolo, il nostro Paese ha cambiato volto, usi costumi e ha vissuto tragiche esperienze, momenti storici densi di aberrazioni. E tra queste possiamo, a buon diritto, annoverare la “storia a tinte fosche” di giovani donne, uomini che tragicamente, da un giorno all’altro, scompaiono nel nulla. In un vuoto che consuma lentamente le persone che vivono questo trauma. Probabilmente qualcuno si chiederà cosa possa centrare il percorso storico che ha portato all’unità italiana e destini tragici come questi. Può darsi nulla. Ma anche loro sono figlie, sorelle e fratelli d’Italia. E quando commemoreremo questa fausta ricorrenza, rivolgiamo loro il nostro pensiero. Lu. Ar.

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Egitto

Sanremo

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Emma Watso

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(Gli a FILE TOP ppunt i deSlECRET dirett ore) e di Cassazione ch enza della Corte gle in Italia ADOZIONI: La sentall oni per i sin ha aperto la stradateree. adLaozinecessità di adeguare la continua a far discule a quella europea è un dato di legislazione naziona piuttosto, è come. fatto. Il problema, nto si è espressa anche l’Ami, AsSul delicato argomeialisti italiani, secondo la quale non ci sociazione matrimon lturali, storiche e giuridiche per sono le condizioni cuofondamente il concetto legale di famodificare tanto pr miglia. nti dell'opposizione libedicaRABBIA Un gruptopo ufdificesialpone nte al colonnello Gh perall'estero ha chies lla caricme di capo di Stato e di dafi di dimettersi dauna transizaione verso la democrazia, mettere l'avvio di al-Quds al-Arabi. Da giorni su Fariferisce il giornaleello di alcuni attivisti libici a orgacebook circola l'app rnata della collera in Libia» per nizzare la «prima gioGheddafi, la corruzione e la povertà. protestare contro itto da diverse fazioni e correnti poliL'appello, sottoscr iche, ribadisce la necessità «di mettiche indipendenti libdafi e tutti i membri della sua tere da parte Ghedle riforme». famiglia e avviare

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Antonio Savino

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ucia Annunziata è una giornalista battagliera e vecchio stampo: taccuino alla mano e pedalare. Conosce i ferri del mestiere dal profondo. Possiede un “pedigree” carrieristico di spessore: inviato, corrispondente, direttore, editorialista,finanche presidente Rai. on nasconde, però, una militanza ostinata. essuna remora ideologica, però mettere al centro di tutto il proprio essere faziosità gauchiste, la rende a volte indigesta. L'ultima puntata di “In mezz'ora” lo conferma. Trasmissione tra le più robuste all'interno del palinsesto di Raitre, mantiene tutte le caratteristiche del programma televisivo muscolare: ritmo, alto livello di attenzione, dialettica. Formula inventata nei primi anni Ottanta da Giovanni Minoli con Mixer, che l'Annunziata tenta di seguire a ruota. Spesso ci riesce, in base all'interlocutore di turno. Soltanto che domenica scorsa

ha deciso di far prendere aria alle telecamere per una gita fuori porta nella soleggiata piazza del Popolo, in occasione del megaraduno antiberlusconiano “in rosa”. Avrebbe potuto, la sarnese Lucia, invitare in studio, come da copione, una delle organizzatrici dell'evento protofemminista, per discuterne “de visu”. Invece no. Il programma ha subìto una incomprensibile, quanto strumentale inversione a “u” (Domanda: e se il protagonista fosse stato il sesso forte?). el tempo a disposizione s'è capito ben poco riguardo a quanto cercavano di dire Ritanna Armeni e Margherita Buy, le cui voci, oltre a quella dell'Annunziata, erano surclassate dall'amplificazione del palco principale. Il fanatismo non paga. Ancor più se rimarcato. Nicola Melfi


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Un mondo virtuale più sicuro con persone sconosciute, a far sì che si rendano conto dei pericoli reali del mondo virtuale, ad esortarli a confrontarsi con un adulto se qualcosa non va. Bisogna far comprendere ai più piccoli che tutto ciò che avviene online lascia tracce permanenti, quindi bisogna educarli e consigliarli nella scelta dei siti e delle impostazioni sulla privacy, optando sempre per quelle che assicurano i più alti profili di protezione. Ciò che preoccupa maggiormente è la crescita del numero dei giocatori online e l’abbassamento della loro età media, due dei temi focali della Giornata della Sicurezza in Rete di quest’anno. L’evento ha ricevuto la collaborazione di numerosi partner tra social network e scuole e ha visto la partecipazione di istituzioni, società scientifiche, industrie ICT e media. Fondamentale l’interessamento e l’operato della Commissione europea su questi temi e la sua collaborazione con esperti ed operatori del settore.

Giusi Santopietro

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ono sempre più numerosi gli utenti di internet, dei social network e dei giochi online, e tra questi una parte crescente è costituita da giovani e giovanissimi, a volte esperti e più o meno consapevoli, ma tante altre troppo ingenui e del tutto ignari dei pericoli e delle insidie del web. E’ vero, internet è in grado di collegarci in tempo reale ad ogni parte del mondo, di arricchire le nostre conoscenze, di fornirci un valido sostegno tecnologico e di semplificare gran parte del nostro lavoro, ma, se viene adoperato in maniera scorretta e senza le dovute precauzioni, ci espone a rischi di proporzioni enormi. Internet è un mondo talmente vasto che non riusciamo a dominarlo. Bisogna prendere coscienza del fatto che l’uso delle tecnologie informatiche comporta il venir meno dei riferimenti ambientali e spaziali a cui siamo abituati. Non sempre in ambito digitale siamo in grado di verificare e di conoscere come e dove vengono visualizzati e trattati i dati e le informazioni che ci riguardano, e crimini numerosi e sempre nuovi possono avvenire in uno spazio virtuale che non ha confini. Ormai l’uso facile di internet è a portata di mano della maggior parte di noi. Ciò che prima era accessibile soltanto attraverso l’uso del computer ora si può raggiungere anche attraverso i telefoni cellulari e le console per giochi. E’ di moda aderire ai social network, pubblicando informazioni e foto personali, e, molto spesso, falsificando la propria data di nascita, senza che ci siano controlli o sistemi per impedire che ciò avvenga. E’ per questo che dal 2004 l’Unione Europea celebra ogni anno la Giornata della Sicurezza in Rete, che ha lo scopo di consapevolizzare i giovani e gli educatori all’uso del web. L’iniziativa è promossa dalla Commissione Europea nell’ambito del programma “Safer Intenet” (internet più sicuro), un network europeo che coordina l’attività di Centri nazionali che si occupano di diffondere un uso più sicuro del web da parte dei giovani. I referenti italiani sono “Save the Children” e “Adiconsum”. Tra il 2007 e il 2013, Intersafe disporrà di ben 55 milioni di euro.

Quasi la metà dei fondi a disposizione sarà utilizzata per la sensibilizzazione e la maggiore consapevolezza dei cittadini, il 34% verrà impiegato nella lotta agli usi e ai contenuti illegali, ed il restante 18% sarà destinato alla promozione di un ambiente virtuale più sicuro e alla definizione di una conoscenza di base. L’anno passato l’iniziativa, che ha un respiro mondiale e non soltanto europeo, è stata seguita da 65 Paesi con centinaia di progetti, e anche quest’anno sono oltre 60 gli Stati che in tutto il pianeta hanno aderito all’evento. Lo slogan del 2011 è stato “Mano sul mouse e piedi per terra. E’ più che un gioco, è la tua vita”, allo scopo di educare i ragazzi all’uso responsabile di in-

ternet, tenendo sempre presente che la rete non è un gioco, ma che tutto ciò che avviene nella realtà virtuale può avere ed ha conseguenze nel mondo reale. Tra le numerose iniziative, anche una trasmissione radiofonica interattiva di 12 ore con l’intervento di numerosi relatori. Le principali linee guida dettate per i genitori sono state individuate soprattutto nella necessità di dialogare con i propri figli e di affiancarli nelle loro esplorazioni del web, nell’opportunità di mostrarsi interessati a conoscere i siti visitati dai minori e di stabilire insieme confini e regole, nell’importanza di evitare che i più piccoli abbiano libero accesso alla rete dalle proprie camere da letto. I consigli per i bambini, invece, sono stati diretti soprattutto ad evitare che essi forniscano informazioni personali e che familiarizzino

DATI PREOCCUPANTI social ni è iscritto ad un an 16 i e 9 i tra i zz i raga lico . La media - In Italia il 57% de hanno profilo pubb si es si ca i de % twork è più difnetwork, nel 34 i l’uso di social ne cu in e es Pa Il . % europea è del 59 80% circa. percentuale è dell’ la ve do online. a, nd la l’O fuso è 9 e i 16 anni gioca i tra i an ov gi i de 70% petto a 10 anni fa. - In Europa oltre il 2-3 ore in meno ris ia ed m in o on rm i contenuti vi- I giovani do filtri per controllare a zz ili ut ri to ni ge i - Solo il 25% de ri figli. entuali sualizzati dai prop rano le più alte perc st gi re si ve do o pe ro osi con soggetti pericol - L’Italia è il Paese eu ti at nt co e ti ua eg uti inad nia con il 9%. di accesso a conten seguito dalla Letto , 1% l’1 n co i, or in ione contro da parte dei m a software di protez zz ili ut i pe ro eu ni - L’84% dei cittadi gli abusi online.

d’areamediterranea Direttore Responsabile

ATOIO SAVIO Direttore Politico

SARO ZAPPACOSTA Redattori

Agnese Albini Luca Arlotto Danilo Chiaradia Laura Cutullè Serena Danese Michela Di Palma Simona Marganella Loredana Romanelli Giusi Santopietro Impaginazione & Grafica

Francesco Pietro Falotico Stampa

Martano Editrice Modugno (BA) Reg. Trib. Potenza °375 del 24 04 2008 Direttore Editoriale

Emilio D’Andrea SVI.MED. associazione onlus per lo sviluppo sostenibile del mediterraneo Concessionaria Pubblicitaria

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La rivolta delle mutande Le manifestazioni contro e pro Premier, da un lato Giuliano Ferrara e dall’altro le donne antiberlusconi

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enerdì scorso Terra di Basilicata è stato uno dei primi organi di informazione settimanali, a raccogliere l’appello di Giuliano Ferrara, a dar vita ad una “campagna di passione di denuncia pubblica” sul conflitto che vede le Toghe rosse della procura milanese e il leader del PDL Silvio Berlusconi, il conflitto del secolo tanto per intenderci. E su “Mare ostrum” di venerdi’ abbiamo riportato un passaggio di Giuliano Ferrara, con il quale smascherava i puritani di sinistra del Palasharp e di Repubblica nonche’ il complotto contro il Premier. A distanza di una settimana dalla notizia della decisione finale della Procura milanese, abbiamo ritenuto opportuno dedicare uno speciale sul particolare momento politico Italiano, riportando la storica intervista rilasciata da Silvio Berlusconi a Giuliano Ferrara, direttore de “Il Foglio” dove in effetti e’ possibile riscontrare tutta l’essenza del dramma politico del Premier. Ci soffermeremo inoltre, sulla altrettanto storica manifestazione di sabato al Teatro Dal Verme,con le foto piu’ rilevanti sui protagonisti, i passaggi piu’ importanti dell’ intervento di Piero Ostellino, nonche’ commenti sulla manifestazione. Ovviamente,il nostro speciale non disdegnera’ una pagina sul congresso dei “Traditori di destra”, vale a dire il fallito Gianfranco Fini e i suoi disperati scudieri. La prima pagina del nostro speciale e’ deticata alla protesta del nostro Folletto, e ai commenti del PDL sulle decisioni delle Toghe rosse della Magistratura Milanese sul rinvio a giudizio di Silvio Berlusconi, ovviamente, saranno presenti anche sulla manifestazione delle donne.

COFLITTO ISTITUZIOALE Con la tecnica del colpo di stato, con il probabile tentativo di mirare al ricordo di Piazzale Loreto, con uno schiaffo al Parlamento per sottometterlo, la Procura di Milano ha rinviato a giudizio Silvio Berlusconi, accusandolo di reati già noti. Vibrante protesta del Popolo della Libertà. Cicchitto: giustizia a orologeria "Come volevasi dimostrare commenta ironico il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto -. È proprio il caso di parlare di una giustizia ad orologeria che per Berlusconi è rapidissima, addirittura istantanea.

Tutto questo procedimento è viziato alla radice dal fatto che trattandosi, visto il reato ascritto che è la concussione, di un’ imputazione che per definizione riguarda il titolare di un pubblico incarico, nel nostro caso deve essere trattato dal tribunale dei ministri. Quindi c’è il tentativo di sottrarre Berlusconi al suo giudice naturale e anche di un fumus persecutionis che percorre questo procedimento dall’inizio al suo attuale sviluppo". "Ci sembra assai probabile che tutto ciò verrà contestato alla radice dalla difesa. Ma ciò che sta accadendo è anche contestabile a livello politico per l’ispirazione che anima tutta l’operazione".

IL NOSTRO “SE NON ORA QUANDO..?” Se non ora quando.“denunciare“, chi si e’ permesso di inculcare l’odio verso Silvio Berlusconi, a un bambino di 13 anni!?. Se non ora quando.“denunciare” , una giornalista Rai(Lucia Annuziata) pagata da noi con il canone, che scende in piazza contro il Premier!?. Se non ora quando.”denunciare”, il trio “Meraviglia” RAI, Santoro, Floris e Fazio che usano la TV pubblica, come una clava contro il Premier, arricchendosi a dispetto della buona fede dei contibuenti!?. Se non ora quando..”denunciare”, chi con la scusa di difendere l’onore delle donne, scende in piazza solo contro Silvio Berlusconi!?. Se non ora quando..”denunciare”, chi porta le minorenni in corteo e le usa contro Silvio Berlusconi!?. Se non ora quando.”denunciare”, che quelle Donne che sono scese in piazza per la dignita’, delle Donne,nel 1968 gridavano:”l’utero e’ mio e lo gestisco io!” e “il corpo e mio lo gestico io!”?. Se non ora quando.“denunciare”, chi ipocritamente si dimentica il comportamento del grande Poeta e icona della sinistra (P.P.Pasolini), che pagava i giovani di strada per soddisfare i suoi bisogni innaturali!?. Se non ora quando.“denunciare”, chi come Nichi Ventola oggi paladino dell’etica, nel 1979, nel campo nudisti di Capo Rizzuto, faceva sfoggio del proprio corpo nudo (con il motto:”Nudi si ma contro la DC:occhio,malocchio,diventerai finocchio”), rivendicando liberta’ di pensiero e di azione, in disprezzo al comune senso del pudore, come e’ dimostrato dalle foto pubblicato da “il Giornale” di Lunedi’ 14 febbraio!?. Se non ora quando“denunciare”, che il Presidente della Repubblica e’ la fotocopia di Scalfaro?. Se non ora quando.“denunciare”, che dalla Procura di Milano e stato lanciato un attacco politico?. Se non ora quando.“denunciare”, ma che concussione e’ senza concussi!?. Se non ora quando“denunciare”, di sentirsi in uno stato di Polizia!?. Se non ora quando..“denunciare”, che e in atto un golpe da parte delle Toghe rosse in combutta con la sinistra forcaiola!?. P.S. SE NON ORA QUANDO.TU DIMMI QUANDO,QUANDO,QUANDO..?


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“Ma io resisto, perchè, come sempre nella mia storia, l’attacco al mio privato è in realtà un attacco al ruolo pubblico e alla democrazia”

L'ITERVISTA ITEGRALE AL PREMIER BERLUSCOI "PERCHÉ ATTACCO I PM" C’è un piano antidemocratico, gestito da procure spionistiche e con giacobini al seguito, per liberarsi di me evitando il voto. Ma io non cedo, e al Quirinale c’è un galantuomo GIULIAO FERRARA E IL LEADER DEL PdL Il presidente del Consiglio è sotto assedio giudiziario e il suo partito, che ha vinto le elezioni, dichiara che i pubblici ministeri agiscono in base a un piano politico eversivo, sono mobilitati contro di lui come una “avanguardia rivoluzionaria”. L’accusa è pesante, ma è anche dimostrabile? Questo è il contenuto del documento votato all’unanimità dall’Ufficio di presidenza del Popolo della libertà. Per quanto mi riguarda devo osservare che dalle cronache di questi giorni si capisce che i pubblici ministeri e i giornali o i talk show della lobby antiberlusconiana, che trascina con sé un’opposizione senza identità propria, si muovono di concerto: si passano le carte, non si comprende in base a quale norma, come nell’inchiesta inaccettabile di apoli; oppure, come è avvenuto a Milano, scelgono insieme i tempi e i modi per trasformare in scandalo internazionale inchieste farsesche e degne della caccia spionistica alle ‘vite degli altri’ che si faceva nella Germania comunista. Per il reato di cena privata a casa del premier hanno stilato un mandato a comparire, solitamente di due paginette burocratiche, allegando 400 pagine di origliamenti e altri documenti presunti d’accusa con uno scopo preciso, uno scopo comune a magistrati che dovrebbero agire in nome della legge e oppositori politici del governo e miei personali. Quale scopo? Lo hanno scritto su tutti i giornali il professor Zagrebelsky, la signora Spinelli, il professor Asor Rosa e tanti altri: bisogna liberarsi di Berlusconi evitando il voto degli italiani, tutti rincretiniti secondo queste élites boriose e antidemocratiche, e ci vuole dunque una iniziativa, cito

Contro le toghe rosse

letteralmente, ‘extraparlamentare’ che punti sull’emergenza morale per distruggere la sovranità politica che il popolo italiano non è degno di esercitare. Così distrussero, con il suo male ed il suo bene, la Prima Repubblica, così provano da molti anni a far fuori la nuova politica, quella delle libertà civili, del garantismo per tutti e dell’alternanza democratica di governo garantita dal sistema maggioritario di cui sono il padre politico effettivo. E’ la solita tiritera del ribaltone? o, c’è qualcosa di più e di diverso. Il primo ribaltone del 1994-1995 si fondò sul rigetto delle elezioni manovrato dal presidente

eversione politica. E’ un giudizio tecnico, non uno sfogo irresponsabile. L’obiettivo conclamato, proclamato e declamato ad alta voce è di far saltare governo e maggioranza attraverso l’assedio giudiziario, paralizzando l’esecutivo, mettendo l’Italia sotto la luce più fosca al cospetto del mondo, e alla fine contando su una condanna penale che sperano possibile e che costruiscono con il preciso intento di togliermi i diritti civili. on ce la faranno, però, intanto perché c’è un giudice a Berlino, e io ho fiducia di trovarlo, e poi perché in una democrazia il giudice di ultima istanza, quando si tratta di decidere chi governa, è il popolo elettore e con esso il Parlamento, che sono

della Repubblica di allora, lo Scalfaro del famigerato ‘non ci sto’ che ora conciona allegramente sulla ‘leggeuguale-per-tutti’. Diedero una parvenza di istituzionalità a una manovra di Palazzo fondata sulla perdita della maggioranza in Parlamento. Stavolta c’è una coscienza pubblica diffusa dell’intollerabilità costituzionale e civile di un siffatto modo di procedere, il famoso golpe bianco, anche perché abbiamo un presidente che è un galantuomo, e allora ricorrono a quello che lei, caro direttore, ha chiamato ‘golpe morale’. Vogliono procedere con le scarpe chiodate di una giustizia che travolge i diritti della persona, e con essi mira a travolgere il funzionamento regolare delle istituzioni. E’ per questo che nel documento del Popolo della libertà si parla di

i soli titolari della sovranità politica. Ma questo vuol dire che lei personalmente è in un certo senso al di sopra della legge? Certo che no. I padri costituenti avevano stabilito saggiamente che prima di procedere contro un parlamentare si dovesse essere certi, attraverso un voto della sua Camera di appartenenza, che si era liberi dal sospetto di accanimento o persecuzione politica. Era un filtro tra i poteri autonomi dell’ordine giudiziario e la sovranità e autonomia della politica. Io ho già affrontato vittoriosamente decine di processi e affronterei serenamente qualsiasi altro processo. Da cittadino privato me la caverei senza problemi, con accuse così ridicole, sostanziate solo da pregiudizio e da tecniche inquisitorie indegne di un paese ci-

vile, come la negazione dei testi a difesa del caso Mills o addirittura la violazione di un voto del Parlamento, come nel caso di questi giorni. Ma io resisto perché, come sempre nella mia storia, l’attacco al mio privato è in realtà un attacco al ruolo pubblico che svolgo, alla mia testimonianza democratica. Vede, hanno perso per strada, come sempre quando ci si ostina in modo fazioso contro un avversario trasformato in ‘nemico assoluto’, la distinzione tra il conflitto politico e il funzionamento e la dignità delle istituzioni sovrane. Chi, come voi dite, predica una Repubblica della virtù, con toni puritani e giacobini, ha in mente una democrazia autoritaria, il contrario di un sistema fondato sulla libertà, sulla tolleranza, su una vera coscienza morale pubblica e privata. Io, qualche volta, sono come tutti anche un peccatore, ma la giustizia moraleggiante che viene agitata contro di me è fatta per ‘andare oltre’ me, come ha detto il professor Zagrebelsky al Palasharp. E’ fatta per mandare al potere attraverso un uso antigiuridico del diritto e della legalità, l’idea di cultura, di civiltà e di vita, di una élite che si crede senza peccato, il che è semplicemente scandaloso, è illiberalità allo stato puro. Luciano Violante è tornato a distinguere tra peccato e reato e ad ammonire contro quell’insana passione per una soluzione extrapolitica, extraparlamentare ed extrademocratica del conflitto civile. Gli anticorpi contro il fanatismo ci sono. Gente capace di capire che si sta facendo un danno anche economico e d’immagine al paese, cercando di impantanarlo in una situazione radicalmente negativa, che potrebbe condurre al declino e imbrigliare la sua capacità di sviluppo, ce n’è. I sondaggi e l’aria del tempo ci dicono che la maggioranza dei cittadini è stufa della pornografia politica e giudiziaria e vuole che si torni a ragionare, e soprattutto ad operare, intorno alle cose che contano davvero per la loro vita. Ed è quello che io e il mio governo ci sforziamo di fare tutti i giorni”. da Il Foglio


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Rivolta contro il dispotismo morale degli accigliati giacobini italiani

IL DISCORSO: BRAI SCELTI

La lezione di Ostellino

“Cose ‘e pazzi”. Cose da pazzi è anche un articolo di Roberta De Monticelli su “La Repubblica” di venerdì scorso: “Al signor liberale vorrei chiedere se incoraggerebbe sua figlia o sua nipote a far partecipare qualche utilizzatore finale di quella bella grazia su cui siede. Perché immagino che sua figlia e sua nipote, esattamente come lui, vorrebbero essere riconosciute portatrici anche di altri valori”. Gentile signora De Monticelli, io non ho incitato nessuno, tanto meno incito mia figlia e mia nipote, a condividere “quella bella grazia” su cui siede. Ho solo rivendicato la libertà delle donne di farlo, se credono, e di risponderne solo a se stesse, o al proprio confessore; non a lei, signora, né a un comitato di censori come quello della Repubblica napoletana. E a chi, come lei, se ne scandalizza rispondo come Cuoco: “Cose ‘e pazzi”. Il corpo della donna – che piaccia o no, ma è un fatto – ha, in sé, un potere anche sociale e alcune donne, nella Storia, l’hanno persino usato, quel potere, per fini politici assai nobili. Secondo i parametri della signora De Monticelli, la contessa di Castiglione – che ha condiviso il letto con Napoleone III per facilitare il compito risorgimentale di Cavour – era una puttana, così come lo sarebbero le giovani donne che sposano un uomo ricco e più anziano. Ebbene, gentile signora, per me non lo sono. A chi gli chiedeva quale fosse la politica del Cremlino verso gli omosessuali, un ministro sovietico aveva replicato: “Noi siamo contrari all’omosessualità”. Era uno strampalato tentativo di esorcizzare l’omosessualità, giustificandone la persecuzione, così come la signora De Monticelli e i neo-puritani dell’ ultima ora cercano di esorcizzare una certa realtà femminile coprendola con un velo di ipocrisia che chiamano Etica collettiva. Io mi ero limitato a descrivere una certa

Daniela Santachè e Mario Mantovani

Piero Ostellino

realtà “come è”; loro hanno replicato prescrivendo una realtà “come vorrebbero che fosse”. E’ non solo un salto logico – dall’Essere al Dover essere – ma la sindrome di un latente totalitarismo morale e politico inaccettabile per un liberale. Perché, allora, il salto logico dall’Essere al Dover essere è la sindrome del totalitarismo? Innanzi tutto, perché è una truffa sociologica l’immagine di un paese dove sono perennemente in lotta una minoranza portatrice di virtù civiche e una massa di imbroglioni, di parcheggiatori in seconda fila (gli elettori del centrodestra). Barbara Spinelli, Adriano Prosperi e altri neo-azionisti non dicono “come stanno le cose”, ma vogliono redimere i parcheggiatori abusivi (che ci sono anche fra gli elettori del centrosinistra); danno giudizi di valore che spacciano per giudizi di fatto. Io, che ne denuncio l’intima avversione al liberalismo non lo faccio per essere invitato a cena ad Arcore; mi limito a registrare il loro modo di

Giuliano Ferrara

concepire la democrazia. Non è obbligatorio essere liberali ma, se non lo si è, almeno non ci si professi tali per, poi, pensare, scrivere, comportarsi in modo apertamente opposto al pensiero e alla prassi liberali. Dunque, se si dice che “ogni mezzo è lecito per cacciare Berlusconi”, per me, non è più in ballo la sorte del governo; è in gioco la democrazia, il sistema nel quale non si cacciano i governi “con ogni mezzo”, ma attraverso procedure costituzionali. Io non sono berlusconiano, e neppure anti; non ho votato centrodestra, come non ho votato altri schieramenti, semplicemente perché non voto da trent’anni. Non sono qui per difendere questo governo né per proporne altri. Se il governo di centrodestra cadesse – nel rispetto delle procedure previste dalla Costituzione – mi accingerei a giudicare quello che venisse con gli stessi criteri di sempre: quanto accresce, o quanto riduce, i nostri diritti individuali, le nostre libertà

e il nostro benessere quello che fa il governo? E qui vengo al punto, e concludo. La mia bussola sono i diritti, le libertà dei singoli Individui, di ciascuno di noi. E’ perciò che ho giudicato una violazione dei suoi diritti individuali il sequestro dei gioielli di una delle ragazze che andava alle cene di Berlusconi, quale ne fosse stato il comportamento. Immagino che molti di voi non vadano alle cene del cavaliere, e tanto meno a quelle del bunga bunga, ma potrebbe capitare anche a voi di subire gli “effetti collaterali” di un’inchiesta della magistratura che pur non vi riguardasse che indirettamente. Come la prendereste? Ecco, io sono venuto a chiedervi come la prendereste.


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Amara conclusione del tradimento storico

Il congresso del FLI, tra catture e rivolte. In arrivo eclatanti abbandoni

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orse ha chiesto molto il Ministro della Difesa Ignazio Larussa, a conclusione del primo congresso nazionale del pseudo partito del Presidente della Camera, in una intervista al giornale La Stampa ha dichiarato: “Speravo che Fini avesse un sussulto di coscienza, che di fronte alla campagna di lapidazione in atto di Berlusconi dicesse: con lui ho rotto ma ora dico basta. Invece è diventato il leader di un partito dal quale si fa eleggere leader per acclamazione, lasciando in piedi l’equivoco di essere presidente della Camera e nel quale non riescono a mettersi d’accordo nemmeno per eleggere un coordinatore. Il Fli –ha precisato Larussa- è allo stesso tempo un partito verticistico e più rissoso del Pdl. Meno male che se ne sono andati sostenendo che mancava la democrazia interna”. Un fallimento totale, insomma. D’altronde basta leggere alcuni titoli di giornali sui servizi a commento dei risultati congressuali. Ecco La Stampa di Torino: a pagina 7 :“I colonnelli si azzuffano nella cena del veleno”. Sottotitolo: Lite tra D’Urso e Bocchino, in ballo il posto di numero due. Il leader decide, ma poi cambia idea: e le divisioni restano”. Nella stessa pagina in fondo a destra un po’ di colore: “iente foto di gruppo, il leader va dai ra-

gazzi”. Sottotitolo:“omenklaturaisolata dopo la brutta figura sugli incarichi”. Il Giornale, invece ci fa sapere in prima pagina che: “Fini è ridotto a zerbino di Bocchino”, mentre a pagina 4 afferma: “L’ira di Fini si abbatte sui colonnelli ribelli. Ma c’è aria di diaspora”. Sottotitolo: “Il Presidente Fli furioso con i suoi per la faida interna sui posti di potere: pessima figura. Rivolta dopo l’incarico a Bocchino”. Quasi a voler ricordare a qualcuno che “pecunia non olet”, un altro articolo ci parla del Merchandising di partito esclamando: “Bocchino e i gadget futuristi, che coincidenze”. Sottotitolo: “I fili che legano il deputato campano alla società dei prodotti a marchio futurista”. Vale a dire aggiungiamo noi: ecco come finiscono gli ideali della destra al congresso nel Fli. Dove, “Altro che leader della destra Gianfry è lo zerbino di Italo”. Per il quale leggiamo nel sottotitolo: “Fin i ha mollato la maggioranza per ridursi a maggiordomo di Bocchino pigliatutto. E il Presidente della Camera ubbidisce come il clan Tulliani”.Ma, il titolo più originalee al tempo stessso semplicemente storico è quello di Libero in prima pagina, sei colonne: “Dal Fascio allo sfascio”. Con sottotitolo,“Fini fa il despota e da il partito a Bocchino. Gli altri futuristi si ribellano e preparano la fuga”. Per Il Foglio, “Futuro e libertà è appena nata e già rischia la sua prima scissione”.

PASTICCIO AL SENATO La fiducia al governo sul decreto milleproroghe al Senato ha registrato lo sfaldamento del gruppo del Fli che sulla fiducia ha votato in ordine sparso nonostante l’indicazione a votare contro del capogruppo Pasquale Viespoli. Hanno votato contro, infatti, oltre a Viespoli anche Mario Baldassarri, Maurizio Saia e Giuseppe Valditara, si è astenuto Francesco Pontone e non hanno partecipato al voto Giuseppe Menardi (che ha dichiarato in suo dissenso in aula), Maria Ida Germontani, Egidio Digilio, Candido De Angelis e Barbara Contini. L'addio di Menardi "La mia esperienza all’interno di Futuro e libertà al Senato è finita". Lo annuncia il senatore Giuseppe Menardi che da giorni è su posizioni critiche verso Gianfranco Fini e Italo Bocchino e aveva votato in dissenso dal suo gruppo nella fiducia sul decreto milleproroghe. Il punto è che Fli a Palazzo Madama conta su dieci senatori e se Menardi va via il gruppo si scioglie se non ci sono nuovi arrivi nei prossimi giorni. L’addio anche formale avverrà una volta conclusi gli adempimenti di carattere corrente legati al suo ruolo di segretario amministrativo. Se non interverranno novità, o nuovi ingressi di senatori, i futuristi a Palazzo Madama potrebbero restare senza un gruppo parlamentare. "Io - prosegue Menardi - torno nei confini della maggioranza parlamentare e credo che dovremo trovare qualche collega per dare spazio ad un’anima critica nel centrodestra in modo che sia la terza gamba della maggioranza. Per quanto mi riguarda - sottolinea non c’è più il gruppo, ne sono uscito. Non c’è bisogno di scriverlo a Viespoli perché gliel’ho già annunciato di persona".


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Sono scese in piazza le sorelle d’Italia per rivendicare la dignità Loredana Romanelli

La rabbia delle donne

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omenica 13 febbraio l’Italia è scesa in piazza, le sorelle d’Italia si sono mobilitate per rivendicare la dignità, non solo di donne, ma di un intero paese. Non c'erano partiti nelle piazze, non c'erano colori e idee politiche divise e divisibili, c’era solo un paese ferito e stanco della politica del bunga bunga e dei festini. Donne e uomini in piazza in tutta Italia (e non solo) per la dignità: la parola d'ordine è "se non ora, quando?". In 230 città della Penisola si sono svolte manifestazioni per chiedere più rispetto per la libertà e i diritti delle donne con la precisa richiesta di dimissioni del premier Berlusconi. In Piazza del Popolo a Roma, in Piazza Castello a Milano, giù fino a Na-

poli e Palermo, ma anche Tokyo, Londra, Bruxelles e Ginevra... il mondo intero sembra essersi mobilitato contro un modo di far politica che va a ledere la dignità non solo delle donne, ma di tutti coloro che credono ancora che fare politica voglia dire impegnarsi per il bene comune. Una protesta che non ha avuto colore politico, che ha visto donne di diversi partiti salire sullo stesso palco per affermare la propria dignità. Tra gli interventi più applauditi, quello di Suor Eugenia Bonetti, missionaria delle Consolate, in Africa per 24 anni e a Torino da qualche tempo nel centro Caritas: "Voglio dare voce a chi non ha voce: alle nuove schiave che vengono nel nostro Paese pensando di trovare un futuro migliore. E' per loro e per tutte

noi che faccio appello perché sia riconosciuta la dignità della donna. Di queste schiave siamo sorelle e madri, per noi e per loro dobbiamo dire basta a questo indegno mercato del mondo femminile, a quei diritti umani fondamentali che sono negati". Perché la voce delle donne è sempre in pericolo, nonostante tutto. Solo che non c'eravamo rese conto di stare male anche qui. C'è voluta Ruby per farci aprire gli occhi. Suor Eugenia ha fatto diretto riferimento al Rubygate: "Sono notizie che ci sgomentano, che ci portano a pensare che siamo lontani in Italia dal considerare la donna per ciò che è. E non ci rendiamo conto che la prostituzione del corpo delle donne è diventata una parte integrante del nostro vivere quotidiano. Non possiamo restare indifferenti a questa mentalità, ne siamo tutti responsabili

e bisogna da oggi fare ciascuno la propria parte". La leader della Cigl Susanna Camusso ha inviato un messaggio che è stato letto in diverse città. "Vorrei abbracciare simbolicamente tutte le donne giovani e non che lottano contro la precarietà, tutte le donne che vogliono lavorare e non vogliono sentire su di loro quello sguardo che svilisce e offende. Vorrei che la giustizia fosse uguale. Vorrei che quando si parla di minorenni si pensasse allo studio, al gioco, al futuro. Vorrei che chi ci definisce “puritane” ricordasse i divieti che ci sono stati imposti, dalla fecondazione assistita alla pillola del giorno dopo. Vorrei che quando si dice sesso non si pensasse a un incarico politico. Vorrei un paese con una sola morale, perché quella doppia offende e nasconde la nostra dignità. Vorrei, ma so che è così, che

libertà, democrazia, sesso, donne, futuro fossero di nuovo parole pulite. Nessuna di noi - ha concluso Camusso - deve abbassare lo sguardo perché i nostri sono occhi limpidi. Farlo si può perché il futuro è nostro". Le donne d’Italia hanno finalmente parlato tutte insieme. Senza confusione hanno detto tutte la stessa cosa. Rispettando il minuto e mezzo di silenzio che ha preceduto l'inizio di ogni manifestazione, in ogni piazza d'Italia. Un silenzio necessario perché alla domanda “Se non ora quando?” l'urlo dell'”adesso” risuonasse ancora più potente. Le donne d'Italia si sono unite contro l'uomo che incarna un modo di fare politica che è lontano dal fare politica reale. Le donne d’Italia si sono date appuntamento in piazza perché hanno figli e figlie che non vogliono far

crescere con valori che non hanno scelto per loro stesse. E non si sono divise dalle veline e dalle escort, dalle parlamentari o dalle prostitute. Le hanno comprese nella loro visione e nella protesta comune. Le donne che erano in piazza hanno risposto anche alle critiche di chi ha bollato la manifestazione come una protesta radical-chic, hanno risposto a chi ha sostenuto che la manifestazione fosse uno strumento nelle mani di una fazione politica. Hanno risposto con il loro silenzio prima dell’urlo, con le loro magliette bianche con la scritta "Mi riprendo il mio futuro". Critiche o meno, resta il fatto che un milione di persone si sono ribellate e hanno gridato un'insofferenza che sarà difficile non ricordare anche domani.


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L’accordo nazionale PdL- Io amo l’Italia ripropone in Basilicata vecchie ruggini

Questa volta chi sbaglia paga

Saro Zappacosta

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o salutato la notizia relativa all’accordo tra il Presidente del PDL e quello di “ Io amo l’Italia” come un evento riparatore di un vergognoso tradimento perpetrato in Lucania da parte della classe dirigente del PDL sia nei confronti di Berlusconi, sia nei confronti di Magdi Cristiano Allam, mancato candidato del centro destra alla guida della giunta regionale. Il rinnovato accordo tra i due leader nazionali ha riportato la nostra attenzione ai rapporti esistenti nella nostra terra tra il PDL e Io amo l’Italia, i cui leader locali- Nicola Pagliuca da un lato e Ernesto Navazio dall’altro, entrambi consiglieri regionali- sono semplicemente ai ferri corti per cause remote, motivo per cui l’accordo nazionale, sembra essere destinato a finire nel vuoto. Infatti, Ernesto Navazio ha respinto l’accordo romano e ha confermato la sua posizione di centro all’interno dello schieramento regionale, disdegnando la posizione di destra. Prima che ciò avvenisse, tuttavia, il sottoscritto ha lanciato un appello il 4 Febbraio, in previsione delle prossime elezioni che si terranno nella città dei due leaders regionali, affinchè il contrasto tra i due venisse superato, augurandomi che “Pagliuca e Navazio abbiano la forza di dimostrare di essere esponenti politici illuminati, perché questa volta chi sbaglia pagherà. Caramente, inevitabilmente”. DATI ILLUMIATI Alla prima risposta negativa di Ernesto Navazio ha fatto riscontro, su Terra di Basilicata , un articolo del nostro Emilio D’Andrea, nativo di Barile nonché profondo conoscitore di quanto accaduto in passato e nei giorni attuali intorno alle vicende politiche di Barile, Melfi e Potenza, pubblicato la settimana scorsa. Da far suo, D’Andrea ha affrontato il problema, e tra l’altro, ci ricorda alcuni nemici che sono in vero, semplicemente illuminanti. Il nostro

collega ha scritto: “ a determinare in maniera rilevante la prevedibile Caporetto dal Centrodestra è stato il cambio di campo dell’alleato sindaco di Melfi del Pdl, Ernesto Navazio, che da capolista di “Io amo la Lucania” – candidato Presidente proprio Allam -, in soli trenta giorni di campagna elettorale oltre a far confluire al suo movimento oltre 30mila consensi (9%) si è conquistato l’elezione a consigliere regionale

con ben dodicimila preferenze personali (4%). Ma come mai – si è chiesto D’Andrea- il Pdl si è lasciato scappare e, meglio, ha fatto di tutto per “liberarsi”, di un proprio rappresentante di spicco e di grande levatura come Navazio?”. Dati illuminanti che dimostrano una sola cosa: dei trentamila voti del movimento ben 18 mila sono di Cristiano Magdi Allam – anima, spirito e corpo del movimento – e rappresentano una forte maggioranza rispetto ai 12 mila voti di Ernesto Navazio che comunque ha ottenuto un risultato di prestigio. Maggioranza di voti, quella di Cristiano, che da diritto a tracciare la linea che il movimento deve perseguire, e che i suoi movimentati hanno il dovere di rispettare e su questo certamente ci ritroveremo. L’APPELLO DI D’ADREA Questo spirito politico che nasce dai numeri è stato giustamente considerato da Emilio D’Andrea secondo il quale, in politica, non si può mai “dire mai” perché tutto e il contrario di tutto può accadere nel tempo di un battito d’ali. Per cui sostiene D’Andrea, Navazio deve mantenere in consiglio regionale le posizioni scaturite dalle urne, ma per tutto il resto deve seguire anche l’indicazione del leader nazionale del suo movimento e ancor più, dimostrando

ancora una volta quel sentimento di amore, rispetto e considerazione per la gente e i territori di appartenenza, ha il dovere di mettersi a disposizione per un fatto di crescita, stabilità e rilancio non solo di Melfi ma dell’intera Basilicata. Come possa essere possibile raggiungere questo “contrastante” obiettivo, sorprendentemente, ce lo consiglia proprio il nostro collaboratore che dando vita al suo acume politico ci prospetta il quadro dove individuare la chiave di volta per legare, ancora una volta Ernesto Navazio e il Pdl in un nuovo fatto d’azione, e le condizioni necessarie a che ciò avvenga. Per Emilio D’Andrea “ questa volta, però, deve essere il Pdl (magari col perentorio intervento dello stesso Berlusconi) a fare un passo indietro e concedere l’indicazione del sindaco e di alcuni assessorati chiave a Melfi, proprio ai dirigenti di “Io amo la Lucania”, sia per garantire il prosieguo della decennale, positiva ed esemplare esperienza amministrativa, sia soprattutto per ridare ad Ernesto Navazio e a Magdi Allam quella dignità politica che invano gli si è tentato di togliere nelle stagioni passate e soprattutto, col medesimo e vergognoso volta faccia alle politiche regionali del 2010”. LA RISPOSTA DEL POPOLO DELLE LIBERTA’ Ed infatti “miracolo” nel quadro del centrodestra lucano il consiglio saggio, equilibrato, dignitoso e realistico di Terra, viene accolto dal Pdl, nel quadro delle relazioni normali che intercorrono tra un organo di informazione e un partito politico. È Gianni Rosa consigliere regionale che in una nota stampa ha dichiarato lunedì mattina quanto segue: l’invito che faccio come vice coordinatore vicario regionale è l’apertura del dialogo con le forze alleate a livello nazionale. Qui in Lucania è improcrastinabile tra Pdl e “Io amo la Lucania”, dopo il recente accordo tra il Presidente Berlusconi e Magdi Allam, al quale non ci si può sottrarre. Dialogo che diventa urgente e vitale visto il peso elettorale e la presenza di personalità quali Nicola Pagliuca e Ernesto Navazio. La politica è definita l’arte del possibile e anche passione e sentimento umano ma è anche razionalità, capacità di leadership che comporta anche il poter fare un passo indietro contro gli interessi e le ambizioni personali a favore di quelle della comunità”. Il centrodestra lucano,

precisa Gianni Rosa, ha ben amministrato Melfi, prima con Pagliuca, poi con Navazio, nel corso degli anni si è riuscito a scardinare un sistema consociativo creato da PCI e DC; ora non possiamo permetterci di distruggere tutto questo. La cittadina normanna, per l’importanza storica, culturale e economica che ha avuto, che ha, ha il diritto di avere ancora in futuro un’ amministrazione liberale innovativa e di spessore politico che solo il centrodestra unito può darle e che solo gli errori del centrodestra disunito può negarle. Personalmente mi metto a disposizione qualora si ritenga necessario il mio contributo. Agli amici di Io amo la Lucania – conclude Gianni Rosa – ed al suo leadere invito, però, ad essere conseguenti all’accordo nazionale anche in Regione Basilicata, con una politica coordinata assieme al gruppo del Pdl”.


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Italia? Non è un paese per vecchi

Parla la Prof.ssa Fiorenza Deriu Università degli Studi di Roma Luca Arlotto

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uello dell’invecchiamento demografico è un fenomeno vistoso. Da un lato un welfare pressoché inesistente o debole, incapace di fornire adeguate risposte alla popolazione anziana, dall’altro un aumento incalzante dei bisogni e, soprattutto, della domanda di assistenza per le persone dai 75 anni in su. Attualmente la cd. assistenza domiciliare, di cui il sistema socio-sanitario dovrebbe farsi carico, ha uno sviluppo incerto per una ragione precisa: le liste di attesa sono sature e il loro smaltimento, spesso, avviene quando alcuni tra i pazienti che ne hanno fatto richiesta passano a miglior vita. Ciò incide particolarmente sulle famiglie che si trovano a fronteggiare una situazione complicata con mezzi propri e spesso insufficienti per rispondere ai bisogni dei propri cari anziani. La Prof.ssa Fiorenza Deriu dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” ci ha fornito così una lettura sociologica e demografica di un fenomeno che interessa l’intero Paese, oltre che la nostra realtà strettamente locale. Oltre ai numerosi e, ormai, noti effetti psicologici, quali effetti produce da un punto di vista sociale l’invecchiamento? Da un punto di vista innanzitutto demografico, il fenomeno dell’invecchiamento è legato sostanzialmente a due variabili: da un lato ad una positiva e pervicace prevenzione dal punto di vista sanitario, accanto al raggiungimento di certe conquiste in campo medico che hanno consentito un cospicuo aumento della “speranza di vita”, attestandosi a livelli molto alti in Italia, rispetto al resto del mondo, accanto al Giappone (speranza di vita che si registra come segue: 78 anni per gli uomini e 73 per le donne). Dunque, ci troviamo di fronte ad una popolazione longeva che ha re-

cepito i benefici di tali progressi. Dall’altro lato, il fenomeno dell’invecchiamento è collegato ad un ulteriore dato: l’abbassamento della fecondità.. Occorre precisare che questa fase di “vita lunga” è eterogenea. Per cui bisogna distinguere tra anziani che possiamo collocare nella fascia d’età compresa tra i 65 e i 75 anni da una parte; quelli che, dall’altra, sono annoverabili nella fascia dai 75 anni in su. E, quest’ultima, desta maggiori preoccupazioni e problematiche. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Salute) asserisce, infatti, che è proprio in quella fascia particolare che le condizioni di salute tendono a peggiorare e incrinarsi, creando una serie di bisogni e domande di assistenza che ricadono sulle famiglie. Questo perché il sistema del welfare è poco presente e non fornisce interventi di cure e assistenza ai familiari. Dobbiamo, inoltre, parlare di invecchiamento attivo per il quale, il nostro Paese, ancora non ha sviluppato una cultura robusta. Si tratta, in buona sostanza, di concepire l’anziano non come peso per la società o le famiglie ma, soprattutto, come risorsa. Si tratta di un intervallo temporale che segue l’uscita dal mercato del lavoro (precoce o meno) che, ancora, è poco socializzato e strutturato: non sono previste attività per consentire alle persone che si collocano in tale situazione di dare un valore diverso a questo tempo. Su di loro ricadono le maggiori incombenze: accompagnano i nipoti a scuola, vanno a fare la spesa. Il loro “tempo liberato” diventa un “tempo di servizio”. Ciò che si sta cercando di fare è promuovere questa cultura, far comprendere loro come impiegare il proprio tempo: fare del volontariato, impegnarsi in politica o, comunque, nel sociale, studiare (attraverso i programmi “long life learning”, soprattutto per quanti non hanno potuto coltivare nel corso della propria vita questo aspetto importante). Ancora: impegnarsi in attività lavorative attraverso le borse di studio per i “giovani anziani” che possono dare un ulteriore contributo dal punto di vista lavorativo. Attivandolo come risorsa, in questo tempo (o fase) di “invecchiamento attivo”, l’anziano vive in buona salute e nella consapevolezza di non

costituire un peso, prima che si inneschi il processo degenerativo dopo i 75 anni. Il sistema dei servizi socio-sanitari si è modificato rispetto al passato: un cambiamento legato, inevitabilmente, all’emersione di nuovi bisogni da parte delle frange sempre più cospicue di popolazione anziana. In che modo il welfare cerca di dare concrete risposte a questi nuovi bisogni? Il welfare, come già detto, è debole e poco presente. Difficilmente riesce a far fronte alla continua domanda di assistenza, soprattutto per gli anziani dai 75 anni in su. Assistenza, in modo particolare, di tipo domiciliare: sebbene da alcune recenti ricerche, condotte dall’OECD (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), sia tra le forme preferite di assistenza – per una maggiore permanenza dell’anziano nell’ordito familiare -, quella domiciliare ha avuto scarso impatto sul nostro territorio nazionale. Si pensi già al fatto che le liste di attesa per questo tipo di prestazione socio-sanitaria sono molto lunghe e le richieste, talvolta, rimangono inappagate. In estrema ratio, per anziani con patologie neurodegenerative (Alzheimer, Parkinson, ischemie, ecc), si decide di optare per l’istituzionalizzazione o, di frequente, si ricorre al “badantato”: in genere, si fa riferimento a giovani donne dell’est europeo che, ovviamente, sono retribuite attraverso l’indennità di accompagnamento (assegno spettante al degente e che si attesta attorno ai 450/470 euro mensili) che non riesce, sicuramente, a coprire i costi di assistenza. Le famiglie, in tal caso, hanno ulteriore aggravio e sono costrette ad aggiungere ulteriori risorse. È auspicabile, oltre che necessario, incentivare le pressoché deboli misure socio-sanitarie attraverso sistemi di “dimissioni protette”, più idonea risposta del settore pubblico per ciò che concerne le RSA e l’assistenza domiciliare. I problemi si accentuano ancor di più se indaghiamo ulteriormente il fenomeno invecchiamento: è in aumento costante la “povertà degli anziani”, i quali vivono con una pensione esigua. Ancor di più il cd. “invecchiamento rosa”: donne che, appartenendo ad

una generazione in cui non hanno svolto attività lavorative (o, se lo hanno fatto, per periodi limitati) vivono di una pensione di riversibilità, insufficiente a far fronte alla gestione quotidiana della propria esistenza Vi sono, infine, gli anziani che vivono in una situazione di isolamento: coloro che non chiedono servizi socio-sanitari e, poiché isolati, sono difficilmente individuabili. Come è possibile leggere, da un punto di vista sociologico, la figura delle badanti e quali sono, dunque, i riverberi che tale figura imprime nel tessuto familiare? Si può parlare di deresponsabilizzazione delle famiglie rispetto alle necessità dei componenti anziani? Come ho affermato già in precedenza, non dobbiamo leggere il fenomeno del “badantato” come un atto di deresponsabilizzazione delle famiglie. Tutt’altro. Oggi ogni nucleo familiare ha precisi compiti da adempiere fuori casa legati al lavoro e non solo. Per cui diventa difficile offrire la propria assistenza ad un familiare anziano. Soprattutto se i suoi problemi sono legati a malattie neurodegenerative: in questi casi diventa indispensabile un’assistenza “24 ore su 24”. Dall’altro lato, poi, non si può parlare di deresponsabilizzazione ma di ulteriore aggravio per le famiglie che ricorrono a sistemi di tipo privatistico, viste le scarse risposte del settore pubblico (alle quali suppliscono con propri mezzi).


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La clinica Luccioni resta nella memoria di tante famiglie lucane Simona Marganella

Dopo mezzo secolo chiude i battenti

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a Clinica Luccioni abbandona il centro del capoluogo. Un punto di riferimento importante per la città va via e con sé un pezzo importante della memoria potentina: al di là dei ricordi che legano molti cittadini alla struttura ospedaliera per vicende e motivi personali, viene meno un importante punto di riferimento sanitario che, in taluni casi, ha supplito le carenze della sanità pubblica laddove, a ridosso degli anni della ricostruzione, quest’ultima non poteva far fronte ad alcune esigenze e richieste. La storia continua, questo è chiaro, seppur con nuovi amministratori e in un altro contesto. Ma li, nella zona più centrale di Potenza rimarrà in ogni caso un vuoto. Come colmarlo? Nessuno ancora lo sa. Quel che è certo è il polverone di polemiche che si è sollevato attorno alla delocalizzazione della Clinica per. Ernesto Navazio (“Io amo la Lucania”), e il capogruppo consiliare del “Movimento per le autonomie”, Francesco Mollica, hanno rivolto un’interrogazione al Presidente della Giunta regionale Vito De Filippo, chiedendo se vi sia compatibilità tra le previsioni del Piano regionale integrato della salute e dei servizi alla persona e alla comunità in corso di approvazione e il trasferimento della Clinica Luccioni. I motivi di questa delocalizzazione? Mancanza di requisiti di sicurezza dell’edificio. Motivazioni, peraltro, contestate dal Dottor Luigi Luccioni che afferma quanto segue: “Tutti gli impianti e i servizi sono a norma come verificato da controlli dei Nas e dalla comunicazione tecnica dell’Asl”. Tra le altre cose è stata contestata la mancanza di parcheggi e aree verdi, nonostante una convenzione della stessa clinica con il parcheggio multipiano di Via Armellini ( a pochi metri dalla struttura) che prevede la gratuità del parcheggio per gli utenti. Motivi, dunque, che lasciano perplessi e che, in ogni caso, destano un senso di vuoto facendo venir meno uno storico e importante punto di riferimento per la città tutta.

Un gioiello sanitario nel borgo antico L

a clinica Luccioni nacque a Potenza nel dicembre del 1946 su iniziativa del Dott. Consuelo Luccioni. La prima sede trovò collocazione in un vecchio palazzo dell’800, situato nella vecchia Via Roma, oggi conosciuta come Via del Popolo. Ben ristrutturato e reso perfettamente idoneo al suo ruolo ospedaliero, il palazzo metteva a disposizione 22 posti letto, una sala operatoria chirurgica, una sala ostetrica, una sala gessi, una sala radiologica oltre ad un’eccellente prestazione ambulatoriale. Immediatamente la clinica acquistò prestigio grazie ai numerosi interventi effettuati con grande meticolosità e competenza. Da tutta la regione cominciarono ad affluire ammalati, bisognosi delle cure del Dott. Luccioni e dei suoi esperti collaboratori. Ben presto ci si accorse che i posti letto a disposizione erano insufficienti per accogliere i pazienti, sempre più numerosi, e dunque cominciò a valutarsi l’ipotesi di trovare una nuova locazione, confacente alle esigenze dell’ impianto. La zona prescelta fu quella di Via Mazzini, che negli anni 50 altro non era che un’immensa distesa di campagna. Si diede il via ai lavori di edificazione e nel giro di diversi mesi l’opera fu completata. Curata minuziosamente in ogni dettaglio, la nuova clinica si apprestava ad accogliere e a curare con amore tutti i bisognosi di terapie mediche. Il 30 Luglio del 1955 si celebrò l’inaugurazione. Al grande evento

parteciparono tutte le personalità di rilievo del mondo politico, medico, religioso. La novità di cui si fece promotrice la casa ospedaliera fu l’introduzione della convenzione con la mutua. Anche la classe sociale povera poté godere di prestazioni sanitarie. Le stanze si affollarono di pazienti e dunque ci si trovò nuovamente di fronte all’esigenza di ampliare l’edificio. Venne costruito un altro piano e si riuscì così a garantire ospitalità per 44 degenti. Purtroppo il Dott. Consuelo Luccioni nell’Agosto del 1959 venne a mancare, ma nonostante la grande perdita, la clinica continuò nel suo progetto grazie alla competenza e alla professionalità del figlio, il Dott. Luigi Luccioni e di altri fedeli cooperatori. Da allora, sino ad oggi, la missione di maestri esperti della medicina è continuata ininterrottamente a servizio di tanti ammalati, segnati dall’angoscia delle loro malattie e speranzosi di trovare la tanto sperata guarigione. Liberamente tratto da L. Luccioni “Una storia d’amore. La clinica Luccioni dal 1946 ad oggi: ricordi, impressioni, rimpianti e speranze”, Maggio 1981, Tipografia Zafarone & Di Bello, Potenza.

Agnese Albini


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12 La comunità degli anziani cresce in Basilicata ed in Italia diventa questione marginale

Michela Di Palma

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ati alla mano, qui l’Italia è fatta vecchia: sul groppone si porta molti più anni di quanti immaginiamo. E la Basilicata? Noi di Terra, nel maggio dello scorso anno, provammo a tirare le somme sulle “rughe lucane”, pubblicando una inchiesta sulle tante pensioni elargite nella nostra attempata regione. I dati sono mutati di poco, a tratti peggiorati. Li riproponiamo, in linea con l’inchiesta - che trovate su questo numero - sul caso della Clinica potentina Luccioni. Il capoluogo certo non si fa notare in quanto a visi freschi e schiene dritte. Il dato pletorico è questo: in regione, su mille abitanti, nel 2009 sono nati solo 8,1 bambini. Le nascite, dunque, sono eventi che accadono come per magia. La fascia di popolazione che va dai 61 ai 65 anni, se si considera il capoluogo, raggiunge quota 3.897 abitanti (a Potenza siamo, oggi, 68.594). La fascia invece che va dai 66 fino a 101 anni si fa ridondante con la bellezza di 12.300 unità. La comunità degli anziani cresce ed attecchisce sul territorio regionale e la presenza di giovani - che pure ci sono, nel capoluogo come in regione - non mitiga il divario, anzi lo rende assai più manifesto. È chiaro quali e quanti siano i veri responsabili di questo dislivello che stride con le belle speranze; tutto si può sintetizzare in due parole che capeggiano in ogni dove: futuro incerto. Ma loro, i nostri “vec-

Rughe italiane e rughe lucane

chietti”, come se la passano in città? Molto poco è stato fatto in passato per rendere più leggero quel fardello che è la senilità. In città non esistono, a ben vedere, luoghi dove “svernare” giornate, attitudini ed interessi. Circoli ricreativi e associazioni non esistono. A giudicare dalle inchieste apparse lo scorso anno sulle pagine di Terra, realizzate in giro per i quartieri di Potenza, qualcuno ha provato a far da sé attraverso i Comitati di Quartiere: si gioca a briscola, si leggono quotidiani, si chiosa delle questioni cittadine, si guarda un talk show su una vecchia tv, tutto in piccoli locali a piano strada, gli stessi dove ci si riunisce per le riunioni mensili. E l’Italia, cercando di guardare oltre il proprio naso, com’è messa sulla questione anziani? Il Sole 24 ore

ha lanciato l’allarme con un articolo pubblicato recentemente che sa molto di inchiesta vera e propria e non tanto di notiziola da fondo pagina. Le riduzioni sui finanziamenti statali non giovano nemmeno all’universo senile, in quanto vanno ad indebolire i cosiddetti

servizi pubblici - quelli forniti a domicilio e quelli che si attuano attraverso le strutture residenziali peraltro già scarsi nel nostro paese, da sempre. Accade che i “livelli es-

senziali di assistenza” che lo Stato dovrebbe garantire di diritto alle regioni vengono ad essere fortemente manchevoli, alla luce dei tagli lacrimosi. Dal 2000 al 2009, in Italia, gli ultra 65enni che richiedono l’indennità sono passati dal 6% al 9,5%: allora, non si comprende il motivo per cui le regioni siano tenute a rispettare un certo standard di posti letto in ospedale (appunto i livelli essenziali), ogni mille abitanti, ma non i posti dentro le case di riposo per mille persone ultra75enni. Il nostro sistema pubblico da sempre delega alla famiglia la scelta di aiutare i componenti definiti deboli (anziani ma anche diversamente abili). Questo si traduce, spesso, in dimenticanze clamorose da parte dei governi, circa i finanziamenti destinati ai servizi, come quelli a domi-

cilio: essenziali quando una famiglia, che si trova a combattere con l’organizzazione quotidiana e con la presenza di un anziano da accudire, ha urgenza di un aiuto pratico. Un welfare, oggi, poco attento al tema, che preferisce delegare tutto il “pacchetto”. Lo scenario che si paventa, nell’Italia di oggi e, nel piccolo, in tutte le regioni, preoccupa: le liste per accedere alle strutture residenziali andranno ad ingrossarsi e l’impotenza di chi le gestisce non porterà a nulla, se non a dinieghi perentori. La patata bollente però passerà nelle mani delle strutture locali: ASL e Comuni dovranno dare una risposta alle richieste sempre più insistenti e che giungeranno a iosa. L’unica strada da perseguire sarà quella della riduzione dell’assistenza fornita ai singoli. Il Sole 24 Ore cita un esempio: se prima ad un anziano erano garantite tre visite settimanali, oggi l’incaricato si presenterà non più di una volta. La qualità del servizio calerà, in quanto in poche ore si dovrà concentrare tutto l’intervento di assistenza e lo stesso avverrà per i servizi che forniscono consulenza e informazioni. Uno Stato che dimentica i servizi essenziali getta un’ombra su un intero Paese e su un mondo, quello degli anziani, che non ha alcuna colpa e che non merita di diventare una questione marginale.


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Si corre ai ripari per riconoscere alle nuove classi sociali il diritto ad una abitazione

Come cambia l’universo “Casa”

Michela Di Palma

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ousing sociale: non è una patologia ma una misura governativa che tenta di correre in aiuto all’economia affossata, al settore edile intorpidito dalla crisi e alle nuove esigenze abitative, così profondamente alterate da assumere connotati paradossali. Alcune fasce sociali, un tempo posizionate ad un livello medio, sono diventate improvvisamente deboli, impossibilitate a far fronte ad alcune necessità vitali: quasi quanto le classi dei meno abbienti. I giovani precari (ne abbiamo scritto sul precedente numero, a proposito del fondo di garanzia per le giovani coppie con contratti atipici che intendono accedere ad un mutuo), le coppie monoreddito, i single, gli anziani, gli sfrattati, gli studenti fuori sede e gli immigrati. L’incremento dei prezzi del mercato e la riduzione del potere d’acquisto delle famiglie hanno fatto sì che la bolla esplodesse e che il contesto sociale fosse modificato al cuore. Oggi si parla, anche nella nostra regione, di edilizia privata sociale. La Legge è del 7 agosto 2009 n. 25 - e cita le misure urgenti e straordinarie volte al rilancio dell’economia e alla riqualificazione del patrimonio edilizio esistente. La Regione si fa promotrice di programmi integrati di edilizia residenziale e di riqualificazione urbana. Nel marzo del 2010 furono il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, e delle Infrastrutture, Altero Matteoli, a siglare il

decreto per la scelta della Società di Gestione del Risparmio, incaricata di gestire il fondo immobiliare. I soggetti coinvolti sono Regioni, Comuni, fondazioni bancarie, investitori privati e istituzionali locali, operatori privati, cooperative, istituti di credito e banche locali. Il tema dell’housing sociale diventa sempre più attuale col procedere, spedito e repentino, di cambiamenti sociali epocali. Abbiamo scritto del PISUS sul precedente numero. È il caso, que-

sto, di ricordare che lo stesso Piano, tra i suoi obiettivi operativi, più precisamente in quel capitolo dedicato ad “inclusione sociale e nuovo welfare” riporta un contributo di riguardo sul tema dell’housing. Si legge, nel documento, che i target perseguiti dall’housing sociale sono le pari opportunità, l’inclusione sociale, la promozione di reti e relazioni, la solidarietà e la cooperazione. Dove compare un bando destinato alla residenza sociale è lì che spuntano domande provenienti dai ceti sociali di cui sopra. Quelle classi oggi con un reddito medio - basso impossibilitate a sostenere i costi abnormi del-

l’offerta pubblica o che investono una fetta robusta del loro reddito, assai sproporzionata rispetto alle entrate e ai limiti della sopravvivenza. Il social housing, dunque, risponde a queste esigenze del tutto nuove in contesti sociali un tempo “difendibili”. Nel PISUS, si fa menzione di un diverso concetto dell’abitare: condomini sociali, co-housing, interventi di edilizia residenziale sociale, attivazione di strumenti finanziari, programmi di locazione e riscatto. Anche in città, approfondendo il tema attraverso le pagine del documento, aumentano non solo i fabbisogni ma anche la povertà. Una nuova povertà sociale, non più relegata a fasce marginali e quasi casuali. La crisi è il vettore principale del cambiamento. Crisi vuol dire molto altro, però. Significa conseguenze di

diversa natura, reiterazione delle drammaticità, accrescimento dei divari sociali, strascichi lacunosi sui settori più disparati e all’apparenza disgiunti gli uni dagli altri. Crisi vuol dire anche altro: presuppone investimenti, sforzi congiunti, azioni e progetti di sostegno, politiche mirate e non premi di consolazione. A volte anche miracoli.


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L’opera prima di un giovane autore lucano che si cimenta alla scoperta di una regione

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Un giallo fatto in casa

Loredana Romanelli

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ullo sfondo della bella e tranquilla Lucania si svolgono le vicende dei personaggi del romanzo “Username:Makaa Ya Mawep (Terrore Lucano)”, prima prova dell’ esordiente scrittore Francesco Pietro Falotico. Due donne in vacanza vengono uccise da un killer misterioso che sembra scomparso nel nulla. Due amici che si ritrovano dopo anni e che indagano fianco a fianco su una serie di strani omicidi ed incidenti. Un bambino che sembra poter leggere il futuro. Una multinazionale in crisi.... Questi sono gli ingredienti del primo romanzo di Francesco Pietro Falotico, un giallo da leggere tutto d’un fiato e che conquista il lettore sin dalle prime pagine. Nella sua opera prima, Falotico sembra ispirarsi ai grandi scrittori di gialli, tuttavia elabora uno stile tutto suo: veloce, con repentini cambi di scena che tengono il lettore sempre sul “chi va là”, non permettendo la minima distrazione, un intreccio di storie e personaggi che si dipana lungo

tutto il percorso del romanzo. Un giallo che lascia con il fiato sospeso fino alla fine e che, anche alla fine, lascia con il dubbio che possa ancora succedere altro. Un libro che, oltre a farci conoscere le capacità e l’abilità dello scrittore nell’intessere trame così complesse, permette anche di conoscere ed apprezzare una regione, la Basilicata, sconosciuta ai più. Un doppio intento, dunque, quello del libro di Falotico: appassionare i lettori alla storia che, lo ripetiamo, è coinvolgente ed avvincente, ma anche far conoscere le meraviglie della Lucania a chi ancora non conosce questa splendida regione. Francesco Pietro Falotico (1979) è nato a Laurenzana (Pz), dove vive da sempre e con il romanzo Username Makaa Ya Mawep (Terrore Lucano)” è alla sua prima prova da scrittore. Il romanzo è edito dalla casa editrice ZONA ed è disponibile in tutte le librerie, a Potenza è possibile trovarlo nella Libreria Hermes mentre a Matera lo si trova nell’ Edicola del Corso.Per ulteriori informazioni, è disponibile il trailer sulla pagina facebook del romanzo.


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16 Innovazione sul piano sanitario. La novità dell’anno, prescrizioni mediche on line Agnese Albini

I camici bianchi alle prese con Il pc!

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ontinuamente al passo con i tempi, questo l’imperativo della società del terzo millennio. L’informatica e la tecnologia computerizzata invadono anche l’azienda sanitaria. La carica dei medici italiani si appresta a prendere dimestichezza con il computer e fare pratica con il nuovo software. La vecchia “ricetta” di malattia per i dipendentipubblici e privati -ora si spedisce esclusivamente on line direttamente all’ Inps, pena una sanzione. A sua volta, l’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale, invierà l’attestazione di malattia all’amministrazione dove presta servizio il lavoratore. Quest’ ultimo verrà risparmiato dall’obbligo di inviare il certificato tramite raccomandata con ricevuta di ritorno al proprio datore. A pochi giorni dall’introduzione della novità compare il primo grande problema. Il server del ministero dell’Inps che avrebbe dovuto raccogliere migliaia di documenti al giorno è collassato ed è andato in tilt. E’ caos, il sistema si blocca! I medici presi dal panico non sanno cosa fare e temono di subire pesanti sanzioni o addirittura il licenziamento. In difesa della categoria, si schierano i diversi sin-

dacati che rassicurano i sanitari, i quali si apprestano a rilasciare i certificati ai lavoratori in formato cartaceo. Il tutto non porterà loro alcuna conseguenza, in quanto il malfunzionamento è dipeso dal sistema generale informatico. Immediato l’intervento di ripristino del disservizio e altrettanto celere la conciliante rassicurazione da parte del Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’innovazione, Renato Brunetta. Dissapori e dissensi non si sono di certo risparmiati, ma, si rimane fiduciosi circa la buona riuscita del nuovo piano. Eliminando il cartaceo si riusciranno a risparmiare circa 100 milioni di fogli e ad evitare un inutile spreco di pagine da archiviare. Giovamento anche sul piano economico. Basta pensare che il costo medio di un certificato

è di circa 10 euro a documento, dunque eliminando tale procedura e traslando al telematico si limiterebbe un dispendio superfluo di denaro. Il Ministro parla di nuovi posti di lavoro. Gli addetti attualmente impiegati all’Inps non sono sufficienti a sbrigare le mansioni di smistamento del flusso informatico, dunque è necessario assumere altri dipendenti che potrebbero coadiuvare l’operato dei colleghi. Importantissimo, inoltre, il tempestivo controllo sullo stato di malattia del lavoratore, che potrà anche ricevere una copia del certificato direttamente sulla propria casella di posta elettronica. Attualmente è consentito ai medici di rilasciare ancora il documento di malattia cartaceo, ma solo per un periodo di 3 mesi. Conclusa la fase di “rodaggio” scatterà l’obbligo di attenersi al nuovo modulo interattivo. Il giudizio del popolo è positivo, quindi non resta che attendere i frutti del nuovo dell’innovativo progetto.

Farsi belle a rate

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a crisi economica c’è e si sente. In barba ad essa, una miriade di donne che non rinuncia ad avere un corpo da sempre desiderato. Il bisogno del “ritocco” diventa irrinunciabile, considerato una necessità primaria al pari del vestirsi e nutrirsi. Non più soltanto casa e automobile sono rateizzabili: anche il proprio sogno di sentirsi in un corpo perfetto può essere realizzato pagandolo poco per volta. Come? Attraverso società finanziarie che coprono il costo dell’intervento estetico con un finanziamento che oscilla tra i 1000 e i 5000 euro. Il primo paese a sperimentare la gioia della “bellezza a rate” è il Libano dove, nonostante la crisi non solo economica da affrontare, sorge l’istituto “First National Bank” per far fronte alle cospicue esigenze di un look tutto da rifare. A fronte di una pubblicità televisiva di impatto, l’istituto riceve ogni giorno più di un centinaio di chiamate per chiedere un piccolo aiutino e adempiere a quello che ormai diventa un imperativo categorico. Dalla liposuzione alla rino-plastica: ce n’è per tutti i gusti! George Nasr, direttore marketing della banca afferma che l'idea del prestito è destinata ad essere un successo perché «studi statistici mostrano che c'è un enorme richiesta in questo settore e ciò apre grandi orrizzonti». Lo stesso continua dicendo che l’istituto è un’ancora di salvezza per i libanesi ai quali piace «essere al meglio».

C’è chi invece non ha bisogno di prestiti per ricorrere ai chirurgi estetici: basta aguzzare l’ingegno e il gioco è fatto. Imperversa, infatti, la moda del “ritocco fai da te”: donne che si improvvisano fautrici di una deturpazione, piuttosto che di un vero e proprio make up degno di questo nome, con tutti i danni annessi e connessi. E, talvolta, non solo fisici. Come afferma Nicolò Scuderi - ordinario di Chirurgia Plastica all’Università degli studi di Roma “La Sapienza” “Viviamo in una società basata sulla bellezza estetica. Le persone non vogliono avere difetti fisici, aspirano ad essere sempre più attraenti e inseguono l'eterna giovinezza. Inoltre - conclude Scuderi - i media hanno 'spinto' molto la figura del chirurgo estetico. Tanto che, se prima la figura di riferimento di un giovane medico era rappresentata dal cardiochirurgo di fama, ora è il chirurgo estetico. Che nell'immaginario rappresenta soldi, successo e fama". Un corpo, dunque, da amare e coccolare. Anche in tempi duri e ristrettezze. In fondo, non c’è migliore investimento se non su sé stessi. Occorre ricorrere al bisturi per riappropriarsi delle chiavi segrete del proprio corpo e vivere una vita senza complessi. Botulino, quindi, come panacea di tutti i mali. Simona.Marganella


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Vacanze sulla neve solo per pochi

Necessario una copiosa attrezzatura

TrenoRocky

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a passione per la settimana bianca accomuna gran parte dei lucani, ma il prezzo per assecondarla può variare di molto a seconda della località scelta per le vacanze e del proprio stile di vita più o meno lussuoso. Non c'è storia: per una vacanza sugli sci serve una copiosa attrezzatura. A parte l'attrezzatura (sci, scarponi e bastoni), bisogna riuscire a comprimere in una valigia o in un paio di borsoni l'abbigliamento tecnico, l'occorrente per l'igiene personale e tutto il resto di cui potreste aver bisogno durante il soggiorno sulla neve. Abitando in Basilicata, ed avendo tante montagne, il problema di fondo è capire dove poter trascorrere una buona vacanza sulla neve. La questione si complica ulteriormente se volete raggiungere le piste da sci delle attrezzate piste del nord Italia. Se viaggiate in auto con famiglia o amici al seguito, ma anche se decidete di usare i mezzi pubblici (corriera, treno, aereo): in ogni biglietto, infatti, è compreso un bagaglio definito in misure e peso. Per ciò che eccede la franchigia scatta il pagamento di un extra. Non fatevi assalire dal panico: con qualche accorgimento in fase di preparazione bagagli, riuscirete a ridurre il loro ingombro e peso, e quindi ad avere un viaggio più piacevole e meno costoso. Certo, il denaro è per molti un problema ma se per voi non lo è, potrete sempre fare come quella ricchissima famiglia saudita che ha acquistato attrezzature e abbigliamento direttamente in località sciistica

Per quanto riguarda il numero di cambi, prima di partire chiedete all'albergo se fornisce servizio di lavanderia, e quanto costa. Facendo due conti, vi potreste accorgere che il lavaggio di abiti e biancheria è più economico dell'extra chiesto dalla compagnia aerea per un bagaglio a mano in più o troppo pesante. A meno che non abbiate prenotato in un hotel low cost, è molto probabile che in camera troverete shampoo, doccia-schiuma e asciuga capelli: evitate quindi di portarli con voi. Se proprio non potete fare a meno del prodotto degli Stati Uniti, al termine della settimana bianca, ha lasciato tutto in dono al personale dell'hotel. Se affrontate il viaggio in aereo, un classico escamotage per minimizzare il carico è noleggiare sci e bastoni - ma non gli scarponi - direttamente in montagna. Se avete in programma un viaggio relativamente breve, come un fine settimana lungo, dovreste riuscire a compattare tutto il necessario in uno o due borsoni o in un piccolo trolley. Fate molta attenzione alle disposizioni delle singole compagnie per quanto riguarda il bagaglio a mano: soprattutto quelle che offrono voli low cost tendono a imporre limiti molto severi sul numero, sulle misure e sul peso del "cabin luggage", facendo pagare a parte le eccedenze. In questo caso, l'ideale è procurarsi una buona borsa porta scarponi, che fungerà proprio da bagaglio a mano principale. Sono perfette quelle fatte a zaino, con maniglie e spallacci imbottiti, scomparto protetto per la maschera e tante tasche e taschine con cerniere e velcro in cui potrete mettere di tutto. Potrete riempire l'interno

degli scarponi con calze, biancheria e piccoli oggetti come il carica batterie del cellulare. In cima a tutto tenete la busta trasparente con i liquidi e le sostanze permesse (per sapere come si prepara date un'occhiata al sito dell'Ente Nazionale per l'Aviazione Civile ), pronta per essere esibita ai controlli di sicurezza. Per una settimana bianca è necessario prevedere più bagagli, quindi dovrete per forza mandare qualcosa nella stiva dell'aereo. Invece di una valigia, perché non pensare ad una robusta sacca portasci doppia? Ci metterete un solo paio di sci e riempirete lo spazio restante con abiti e accessori, ma non con l'occorrente per un giorno (vestiti e biancheria): questo va tenuto con voi nel bagaglio a mano in cabina, insieme ai medicinali. Purtroppo bisogna sempre considerare l'eventualità che il bagaglio spedito in stiva possa finire in un'altra destinazione! Per il viaggio indossate la giacca da sci invece del cappotto o di un normale giaccone: eviterete di doverla mettere in borsa e potrete riempire tutte le tasche con accessori come guanti, passamontagna, cappello. Sotto alla giacca indossate la vostra tenuta aprés ski: se scegliete una paio di pantaloni e un maglioncino eleganti, vi garantirete l'ammissione anche nei locali più chic (ammesso che siano il vostro ambiente). Vestirsi a strati, si sa, aiuta ad affrontare qualsiasi condizione atmosferica. Bando quindi ai maglioni super pesanti e ingombranti in valigia, e largo a indumenti tecnici, leggeri ma efficacissimi contro il freddo e il vento, e pure traspiranti. Tra l'altro, non vanno per forza piegati con cura: arrotolateli e riuscirete a farli stare nel poco spazio disponibile.

preferito, travasatene un po' nei contenitori trasparenti (vedi link più sopra) o acquistatelo una volta arrivati in montagna. Infine, minimizzate l'ingombro di spazzole, pettini e spazzolini da denti, procurandovi le versioni pieghevoli e ultraleggere da viaggio. Purtroppo, per la maggior parte dei Lucani, il problema non è l’ingombro dei bagagli, delle attrezzature, su come raggiungere la località sciistica, bensì quello di come sbarcare il lunario quotidiano, su come trovare un degno lavoro e cercare di vivere senza problemi. Quello che tutti conosciamo !!!


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18 Un libro edito dalla EditricErmes di Potenza che affronta le tappe dell’ultima crisi economica Giusi Santopietro Come mai la scelta di trattare un argomento così spinoso e complesso? Il libro è intitolato “I Gattopardi di Wall Street – Cronaca di una crisi annunciata, necessità di una nuova Bretton Woods”, ed è edito dalla EditricErmes di Potenza. E’ un libro che raccoglie gli articoli che io e Paolo Raimondi, coautore dell’opera, abbiamo pubblicato sul quotidiano economico “Italia Oggi”. Come mai questo titolo? Abbiamo scelto di parlare della crisi non attraverso un saggio, ma attraverso gli articoli, in quanto essi, secondo noi, rappresentano le tappe di questo fenomeno che non si è ancora concluso. Personalmente, ritengo che la crisi mondiale si sarebbe potuta evitare se i governi nazionali, soprattutto quelli dei Paesi industrializzati, fossero stati attenti all’eccessiva finanziarizzazione dell’economia, la quale ha danneggiato e danneggia l’economia reale. Questo è l’asse portante della nostra analisi. I signori della finanza mondiale, rappresentati soprattutto dai grandi banchieri americani di Wall Street, continuano a fare il bello e il cattivo tempo, pur dicendosi disposti ad accettare eventuali nuove regole del sistema finanziario. Proprio come il Gattopardo, si dichiarano disponibili al cambiamento, ma sostanzialmente il loro potere deve rimanere intatto. Le vicende che in questi giorni stanno interessando i Paesi del nord Africa, che mi auguro si concludano bene, sono scoppiate al grido di “pane e lavoro”, solo in seguito si è giunti a chiedere libertà e democrazia. In casi simili di impoverimento di larghe masse, dove chi è ricco diventa più ricco e viceversa, potrebbero esserci sconvolgimenti anche nei Paesi industrializzati, per riequilibrare la distribuzione della ricchezza. E oggi in Italia è il ceto medio che si sta impoverendo. Il libro descrive questo quadro, ma fornisce anche indicazioni e possibili soluzioni. In primo luogo, a mio avviso, bisognerebbe tornare allo spirito di

I signori della finanza

L’autore de “I Gattopardi di Wall Street” Mario Lettieri. A destra, la copertina del libro

Bretton Woods. Reputo necessario che gli Stati che si riuniscono nel G20 adottino regole stringenti per limitare la speculazione finanziaria, che danneggia l’economia reale. C’è urgente bisogno che i governi regolamentino il sistema e assumano un ruolo più deciso. La crescita dell’economia reale dei cosiddetti Stati emergenti sta scombussolando i tradizionali assetti economici. Come si inserisce questo fenomeno nello scenario che ha appena descritto? L’economia dei cosiddetti Paesi del BRIC, ossia Brasile, Russia, India e Cina, sta sconvolgendo gli equilibri che facevano capo al mondo occidentale e sta mettendo in discussione il ruolo del dollaro come moneta di riserva e come riferimento del commercio internazionale. Oggi questi 4 Paesi, come ha rilevato il Presidente cinese, richiedono che non sia più soltanto il dollaro a rappresentare la moneta di riferimento e di riserva, ma un paniere di monete. Già ora parte degli scambi tra questi 4 Paesi non avviene più attraverso il dollaro. Possiamo affermare, quindi, che l’economia che sta registrando maggiore criticità è proprio quella degli Stati Uniti. La crisi, non a caso, è scoppiata negli USA, a causa della concessione largheggiante, da parte delle grandi banche, di mutui e prestiti a tasso zero e senza garanzie reali. Il primo segnale che il sistema iniziava a cedere si ebbe quando, nel 1971, ixon abolì la parità del dollaro, consentendo la sua

oscillazione rispetto alle altre monete. Da allora è iniziato il lento ma continuo declino. Tuttavia, mentre prima la speculazione si riversava sulle società e sulle azioni dei privati, ora sono direttamente gli Stati ad essere attaccati. Per quanto riguarda l’Europa, basti pensare all’esempio di Grecia, Irlanda e Portogallo. E non dimentichiamo che attualmente nel mirino ci sono Spagna e Italia. Tutto ciò ci induce a richiedere con forza un ruolo più deciso dell’Unione, che finora è rimasta sostanzialmente assente. E’evidente che a livello europeo non c’è una politica economica comune, come invece avviene per la politica estera e la difesa. Essendoci il predominio della Germania, che ha un’economia più solida, non si raggiungono posizioni univoche nelle sedi internazionali. L’Europa è davvero così malata? E’ malata in quanto non ha accelerato l’unificazione in materia economica e finanziaria, ma è dominata dall’asse franco-tedesco, mentre gli altri Paesi rimangono marginali. Ci vuole un vero governo europeo, in campo economico, della politica estera e della difesa, altrimenti gli egoismi nazionali dei Paesi più forti prevarranno sempre. La crisi finanziaria mondiale sta spostando gli equilibri economici creatisi dopo la seconda Guerra Mondiale. Prima gli Stati Uniti guardavano con attenzione all’Europa, ora guardano ai Paesi del BRIC. L’Europa o comprende di dover seguire un’unica politica economica, così da poter

competere con gli USA, o sarà emarginata a livello mondiale. E cosa pensa dell’Italia? Ciò che il nostro ministro Tremonti sostiene in sede europea è in gran parte condivisibile, ma le politiche adottate in Italia non vanno nel verso giusto. Se l’economia reale è in crisi, allora è questa che va sostenuta, ma nella realtà dei fatti ciò non avviene. E’ vero che la situazione è condizionata dal pesante debito pubblico, ma, se è giusto che ci siano più rigore e meno sprechi, bisognerebbe orientare le poche risorse disponibili alle attività produttive, la cui ripresa è indispensabile per uscire dalla crisi. Ovviamente, tutto ciò andrebbe coordinato con il sistema internazionale. Il federalismo fiscale può rappresentare un nuovo punto di partenza per l’Italia? In Italia c’è necessità di una revisione dei poteri, a partire da Governo e Parlamento. on ho pregiudizi sul federalismo fiscale. Bisogna ridurre il peso fiscale per rilanciare l’economia, ma non vorrei che le norme sul federalismo avessero l’effetto contrario facendolo aumentare, soprattutto nel Mezzogiorno e nelle zone più deboli, come la nostra regione. Su questi temi il Parlamento è stato ed è disattento, ma sono questioni che vanno assolutamente discusse ed affrontate. La disattenzione non deve lasciare piede libero ai signori della finanza, che non hanno patria, ma hanno un solo credo: il dio denaro. Per fortuna, ultimamente anche la Chiesa ha preso posizione, come abbiamo fatto noi nel libro. Il sistema mondiale ci induce a riflettere su una frase di Giovanni Paolo II: “Io ho visto il crollo del comunismo statalista, voi vedrete la fine del capitalismo di speculazione finanziaria”. E mi viene in mente anche la felice intuizione di Enrico Berlinguer, che parlava di una terza via tra comunismo e capitalismo.


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Ricordare la peggiore delle barbarie è un dovere civile,

Emilio D’Andrea ino a dieci anni fa era vietato anche solo parlarne. Erà un tabù. Era l’ennesima barbarie negata dalla cultura dominante di sinistra, quella comunista per intenderci che, oltre a scrivere la Storia con l’agevole penna dei vincitori, ha taciuto alle proprie generazioni e a quelle future le diverse e innumerevoli atrocità commesse a danno di centinaia di migliaia di inermi cittadini, sia nel corso della Resistenza e della Guerra Civile Italiana, sia nei mesi e negli anni successivi alla stessa Liberazione del 25 aprile 1945, in nome di una distorta idea di libertà, giustizia e uguaglianza sociale. E’ una fra le tante oscure pagine di quegli anni difficili e cruenti, tenuta volutamente nascosta per decenni al solo fine di evitare la resa dei conti non solo con la verità storica, ma anche e soprattutto con le tremende responsabilità di gruppo e, seppur vi siano stati, con i soverchianti rimorsi di coscienza dei singoli. L’orripilante, criminale e delittuosa realtà dei fatti, colpevolmente non riportata sui testi ufficiali, è quella perpetrata fra il 1943 e il 1947 dalle truppe jugoslave del comunista Tito, quando, nelle zone del confine orientale fra Friuli, Trieste, Istria, Fiume e Dalmazia, con un vero e proprio genocidio studiato cinicamente a tavolino, furono sterminate più di seimila persone fra uomini, donne e bambini, per la sola e semplice colpa di essere Italiani. Oltre 350.000 gli sfollati costretti all’esodo forzato dalla propria terra e dalle proprie case, lasciandosi alle spalle anche i pochi averi, insieme ai sacrifici ed al lavoro di un’intera vita. A quel già drammatico esodo di tutta un’etnia si aggiunsero sistematiche e brutali esecuzioni di massa, che videro centinaia di gruppi familiari e intere co-

La vergogna delle foibe comuniste

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munità territoriali essere “infoibati” vivi in buie e fredde fosse naturali del terreno, profonde anche oltre duecento metri. Le Foibe sono delle voragini rocciose a forma di imbuto rovesciato e create dalle erosioni idriche, di cui il sottosuolo dei vasti altopiani carsici è particolarmente caratterizzato, così rappresentate dall’agghiacciante descrizione dello storico Roberto Battaglia: “E’ un mondo di tenebre che si snoda fra abissi verticali e cupi cunicoli, che si perdono, a loro volta, nel silenzio delle profondità terrestri; caverne immense, tortuose gallerie percorse da fiumane urlanti, buie

concavità rivestite di cristalli, antri selvaggi che la fantasia del volgo popolò di paurose leggende”. Solo nel territorio istriano ve ne sono più di 1.700, fra cui la più tristemente nota è quella di Basovizza, profonda 256 metri, in cui furono crudelmente gettate centinaia e centinaia di persone indifese, i cui corpi mutilati e ancora sofferenti la colmarono per circa 30 metri di altezza e per ben 500 metri cubi di volume. Agli inermi malcapitati, legati l’un l’altro ai polsi con un tagliente filo spinato, l’esecuzione violenta veniva espletata mediante colpi di arma da fuoco al cranio, da

traumi procurati con corpi contundenti o acuminati e da precipitazioni dall’alto, con i vari devastanti effetti che ne potevano derivare, fra cui fratture multiple, commozioni, shock traumatici gravi ed embolie. Ma ciò che risulta ancora più terribile ed orrendo è che, per molti di quegli sfortunati malcapitati, nonostante le gravi ferite riportate, l’agonizzante decesso sarebbe avvenuto a distanza di un considerevole lasso di tempo e anche per sete o per fame. Oltre alle migliaia di vittime accertate, vi furono più di quindicimila persone disperse: una vera e propria pulizia etnica, una poliziesca tabula rasa di tutto ciò che avesse anche la minima parvenza o legame con l’italianità, mendacemente spacciata per sporadiche e circoscritte rappresaglie tese a vendicare precedenti prepotenze e delitti commessi nei confronti dei titini da fascisti e tedeschi. Le Foibe furono una fra le tante gravissime macchie della feroce, distruttiva e sterminatrice ideologia comunista, di cui da qualche tempo, con tutto l’orrore e il ripudio che ne scaturiscono, se ne ha piena contezza e cognizione. E nel ricordare tali tristi e luttuosi accadimenti, come quelli della Shoah, quando sicuramente anche Dio si vergognò di avere procreato il genere umano, si intende sopratutto restituire a quelle vittime innocenti un solenne e collettivo rispetto umano e istituzionale, ma anche riscrivere correttamente la Storia per offrirla ai giovani in tutte le sue più diverse e raccapriccianti sfaccettature, quale preziosa memoria e conoscenza per evitare che tali ignobili, disumane e ripugnanti nefandezze non abbiamo più a ripetersi.


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20 Amore & altri rimedi (Love and Other Drugs) Maggie è un seducente spirito libero, che per nessun motivo al mondo cederebbe alla tentazione di un legame. Un giorno, incontra Jamie, un giovane dal fascino infallibile sia con le donne sia nella sua attività lavorativa, lo spietato mondo dell'industria farmaceutica. L'evoluzione del loro rapporto prende entrambi di sorpresa, e li lascia sotto l'influenza del farmaco più potente: l'amore

PROGRAMMAZIONE CINEMA DUE TORRI I fantastici viaggi di Gulliver 18:30

La versione di Barney 19:00 21:30

Lemuel Gulliver lavora negli uffici di un grande giornale come fattorino della posta. Ogni giorno gira con il carrello pieno di pacchi e lettere da consegnare a redattori e direttori. Una fortuita occasione però farà sì che gli venga data la possibilità di riscattarsi ai suoi occhi redigendo un reportage dal triangolo delle Bermuda. Durante il viaggio un gorgo al contrario lo catapulterà su di un'isola abitata da omini piccoli come un action figure e laboriosi come formiche. In breve diventerà l'idolo locale ma la fama e il consenso saranno tanto facili da guadagnare quanto rapidi da perdere.

Nel film, “politicamente scorretto” come il romanzo, si piange e si ride, mentre si racconta la vita folle e picaresca di Barney Panofsky, l’ebreo canadese irascibile, impulsivo e sfacciato dalle rocambolesche avventure che oramai, rabbioso settantenne, decide di scrivere la sua versione dei fatti sulla morte del caro amico Boogie.

Sanremo tra alti e bassi a seconda serata del Festival di Sanremo targato Gianni Morandi su Rai Uno è stato seguito da una media di 10 milioni e 145mila spettatori, con share medio del 42,67%. Rispetto alla prima serata c'è stato un calo di circa un milione e 850mila spettatori e di 3,7 punti percentuali. In ambienti RaiUno si fa notare che, rispetto alla seconda serata dell'edizione di un anno fa firmata da Antonella Clerici, il calo percentuale è stato di poco superiore a un punto, mentre come spettatori sono stati 20mila in meno. Emerge la satira di Luca e Paolo, sempre più protagonisti, che hanno colpito l'altra faccia della luna, «i buoni»: Saviano, Santoro, Fini, Montezemolo e fino un'allusione al Papa senza però raggiungere i livelli del il «Ti supererò» della prima serata. Si tenta con il balletto (s)vestito di Belen e con l'annunciato eros delle ballerine di pole dance del Vertical Dolls Studio di Roma. Ma ancora non basta. Nella seconda parte gli spettatori sono stati 8.000.000 co prime time, la media di Rai1 è stata del 49,5%. Ieri gli spettatori erano stati 11. 992.315, dalle 21.15 alle 0.25, con una media di share del 46,39%

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Polvere di coriandoli

Carnevale tra ieri ed oggi come è cambiato

Serena Danese

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ncora una volta il Carnevale è arrivato, e abbandonerà la scena solo l’otto marzo (martedì grasso). Al contrario di quello che si possa pensare, questa non è una banale ricorrenza, durante la quale è d’obbligo travestirsi. Ha origini molto antiche. Già nel paleolitico, gli uomini compivano riti magici e propiziatori ed erano soliti indossare maschere estremamente colorate che ricordano quelle in uso tutt’oggi. Poi i Greci, si dilettavano in festeggiamenti burleschi, simili sotto alcuni aspetti ai contemporanei, conosciuti con il nome di feste dionisiache. Le modalità, ovviamente, non erano speculari alle odierne, infatti allora il tutto consisteva nella rappresentazione di tragedie e commedie “inedite” e ancora ci si dilettava con danze e vino. Era un’allegra festa collettiva. Per

quanto può sembrare paradossale paragonare il Carnevale a questi riti passati, c’è una matrice comune. Lo spirito degli uomini che non è mai mutato radicalmente. Con il passare del tempo, questa tradizione non è andata perduta e ne hanno fatto tesoro anche i Romani, che hanno dato un nuovo nome a questo avvenimento: feste saturnali. La struttura e lo svolgimento di quest’ultime era già più articolato rispetto alle precedenti. Duravano quasi per tutto il mese di Dicembre ed erano dedicate al dio Saturno. Inizialmente si preparavano prosperi banchetti per aprire nel migliore modo possibile le feste, dopo si passava al capovolgimento dei ruoli, passaggio estremamente significativo. Per tutto il periodo gli schiavi potevano diventare uomini liberi; al contrario i loro padroni

dovevano immedesimarsi nello scomodo ruolo dei servi. Ci si sottoponeva serenamente a questa farsa, probabilmente perché in questo modo tutti potevano essere almeno una volta nella vita, anche se solo per finzione, quello che desideravano. Un altro divertente gioco che avveniva n questo periodo a Roma era l’incoronazione di un “Re della festa”. Era la sorte a decidere il fortunato, il quale sarebbe stato riconoscibile grazie a un coloratissimo costume e una sgargiante maschera. Nelle sue mani vigevano tutti i poteri. Non è da sottovalutare il significato religioso, infatti il costume doveva simbo-

Il divertimento ad ogni costo Potenza, Carnevale, era considerato come il Dio della tarantella e del buon gusto. Infatti, nel periodo della festività, gli abitanti si lasciavano andare a divertimenti ai quali durante l'anno non si pensava neanche. Questi svaghi, erano comunque limitati al ballo, in particolare la tarantella, che al suono de la tammurrièdd', piffero, o altro strumento musicale dell'epoca, si ballava in ogni casa o nei vicoli ed ovunque fosse possibile. Era anche il periodo del mangiare e del bere, limitato ovviamente alle provviste domestiche come: savucicch' e tutte quelle prelibatezze che derivano dalla carne di maiale che in quei periodi era presente in ogni famiglia. Era anche il periodo de li maccarone a ferrètte o cu la giònca e in quel giorno le donne di ogni famiglia erano impegnate a fare questa pasta, per poi gustarlacon la famiglia. I ragazzi, invece, nel giorno di carnevale si divertivano per la strada cantando ritornelli in dialetto lucano. Il carnevale in Basilicata negli ultimi tempi si e' ridotto a qualche scherzoso travestimento familiare, ricorrendo a vecchi abiti, a vecchie uniformi militari o addirittura a qualche abito talare, il tutto ovviamente cucito artigianalmente. E' la festa dei semplici. Non ci sono qui i ricchi, abituati a divertirsi con le maschere cortigiane. In Basilicata al posto delle viole veneziane sono presenti i tamburelli, gli zufoli e i cupa cupa, o qualche organetto.

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leggiare l’incarnazione di un dio, probabilmente salito dall’inferno, sia per custodire le anime dei morti, sia per proteggere i raccolti, risorsa economica fondamentale. Tutt’oggi anche se questo è tenuto in minor conto, occorre considerare anche il valore cristiano del Carnevale. Visto come momento per riflettere e riappacificarsi con dio, prima del lungo periodo di quaresima. Dopo tanti cambiamenti si arriva al giorno d’oggi, in cui questa festa è ancora ritenuta momento ludico. Senza dubbio sono tre i luoghi più famosi in Italia dove si festeggia in modo eclatante il Carnevale: Venezia, Viareggio e Ivrea. Per quanto riguarda il primo luogo, celebri sono le maschere sfarzose e colorate che si tramandano di generazione in generazione e attirano turisti da tutto il mondo. A Viareggio divertenti e bellissimi sono i carri ricchi di satira e ironia, che rappresentano nella maggior parte dei casi personaggi famosi. Per finire, Ivrea passata alla storia per la battaglia delle arance, in ricordo della rivolta cittadina, avvenuta anni orsù, contro il tiranno della città. Ma oltre queste località celebri, in tutti i luoghi è possibile festeggiare questa gioiosa ricorrenza. L’importante è la fantasia nei travestimenti e il voler essere qualcun altro almeno per un giorno.


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Umanista e Futurista Al Museo Vela di Ligornetto una interessante mostra su Federico Pfister Giusy Alvito

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chi passa per Corso Vittorio Emanuele a Napoli e volge lo sguardo “a monte” non può passare inosservato (destando anzi una certa curiosità) il “Castello”, con la sua torre cilindrica che “spezza” l’uniformità alquanto monotona dello scorcio urbano che si eleva da Mergellina. Ci si chiede chi abbia la fortuna di abitarci, perché da lì è solo immaginabile la vista mozzafiato che si debba godere. Veniamo ora a sapere che sul finire dell’Ottocento vi abitò, nei suoi primi anni, un grande personaggio della cultura e dell’arte, sconosciuto ai più – questo è perdonabile -, ma ignoto anche ad enciclopedie dell’arte come la famosa Garzantina, dove peraltro non avrebbe certo sfigurato né con il suo vero nome Federico Pfister (Napoli 1898 – Roma 1975), tra Cesare Pezzi, pittore milanese dell’Ottocento e Franz Pforr, pittore tedesco anche lui ottocentesco, né con il suo nome d’arte, De Pistoris, tra il grande De Pisis e il miniatore milanese del Quattrocento Giovanni Ambrogio De Predis. Fu ignorato anche nella grande mostra sul Futurismo a Palazzo Grassi a Venezia nel 1986. Eppure veniamo a sapere che Pfister è stato uno straordinario umanista e futurista la cui figura, opera e “portata” vengono approfondite a tutto tondo in una importantissima mostra al Museo Vincenzo Vela di Ligornetto in Svizzera e in un corposo catalogo edito dallo stesso museo, offrendo al più vasto pubblico e ad una riconsiderazione storico-critica una imperdibile ed affascinante occasione. La curatrice della mostra, nonché direttrice del Museo, Gianna A. Mina, ci racconta della sua “esitazione” riguardo alla proposta di Luigi Cavadini di realizzare questo evento espositivo ed editoriale, per poi doversi immediatamente, ed entusiasticamente adoperare per dar vita ad un eccezionale “recupero” di una eccezionale pa-

Autoritratto

Forze centripete, 1917

gina di storia culturale ed artistica, svoltasi tra Italia e Svizzera ed incentrata sulla figura di Pfister: “La lettura – ci ha detto – degli esigui cenni biografici reperiti, e soprattutto l’impossibilità di riassumere in poche parole le sue numerose attività e il suo ampio campo d’azione, bastarono per convincermi che questo artista, studioso perfettamente a suo agio in più discipline umanistiche, costituisse un ‘soggetto’ ideale per il nostro Museo, interessato da sempre alla riscoperta e allo studio di personalità dimenticate o poco conosciute, che abbiano inciso nel tessuto culturale, oltre che artistico del nostro tempo”. E va detto subito che questa “occasione”, di grande rilievo culturale, che la mostra di Ligornetto ci offre, si traduce in un incontro con un vero “protagonista” del Novecento europeo, erede moderno di una tradizione umanistica che rinvia ai grandi esempi del nostro Quattro-Cinquecento. Nato nella città partenopea, in un milieu cosmopolita e agiato, rimasto orfano in tenera età, Pfister studiò storia dell’arte con Heinrich Wölfflin a Monaco di Baviera, e in seguito si laureò, nel 1941, in archeologia a Firenze; negli anni ’30 lavorò come architetto a Roma, mentre nei decenni successivi tradusse e commentò importanti testi di storia dell’arte (nel 1942 Il Bello nell’arte di Winckelmann, nel 1952 Il Cicerone di Burckhardt). Fu quindi attivo come archeologo – in collaborazione con l’illustre collega Paolino Mingazzini già a partire dagli anni ’30 - in scavi nella zona di Sorrento; insieme pubblicarono studi sugli scavi delle ville romane nell’area sorrentina. Pfister manifestò inoltre una partico-

Scomposizione

lare propensione per lo studio della filosofia, che diventò suo principale campo di ricerca, tanto che Giovanni Gentile gli offrì la cattedra di Filosofia all’Università di Napoli, a cui dovette rinunciare in quanto cittadino straniero. Grazie alla sua rete di conoscenze, al suo spessore culturale, e forse anche alla sua cittadinanza elvetica (a Sciaffusa, capitale dell’omonimo Cantone), dunque neutrale nel conflitto, il suo apporto alla patria di adozione fu particolarmente efficace nella ricostruzione post-bellica, cui contribuì sia in qualità di commissario della Biblioteca Archeologica “ex Germanica” di Roma sia come segretario generale dell’Associazione Internazionale di Archeologia Classica. Abile e instancabile disegnatore, Pfister fu anche pittore, un aspetto della sua attività di cui si occupa principalmente questa mostra; avvicinatosi all’arte futurista già nel 1917, con lo pseudonimo De Pistoris, divenne uno degli esponenti dell’arte futurista meccanica insieme a Prampolini, Pannaggi, Depero e Paladini. La presenza di sue opere sui primi due numeri della seconda serie della rivista “Noi” del 1923-1925, e di suoi lavori alla Biennale Romana del 1925 sono indice della considerazione in cui era tenuto. Fu particolarmente vicino ad Enrico Prampolini, cui lo legavano sentimenti di amicizia e di stima, e di cui scriveva in una monografia a lui dedicata e pubblicata a Milano nel 1940: “La vitalità dell’arte consiste nella vitalità del soggetto. Il dilemma tra l’antico e il moderno sta tutto qui”. A De Pistoris pittore, nel catalogo che offre tanti contributi sulle varie sfaccettature di un personaggio di vera-

mente rara poliedricità, dedica un interessante saggio Enrico Crispolti, che lo indica come il “quarto uomo” dell’ “arte meccanica futurista”, nella cui ideologia concorrono anche componenti di cultura cubista. “Nella complessità di tensioni interne all’arte meccanica futurista – scrive Crispolti – la posizione di De Pistoris risulta prossima piuttosto a quella maggiormente formale e d’interesse plastico di Prampolini, e distante dal radicalismo di contenuto politico proletario del macchinismo”; va comunque detto che “l’interesse di Pfister per la pittura è di fatto intermittente, periodico, in esperienze fra di loro isolate, non consequenziali”. Dopo, infatti, questi primi anni ’20, una ripresa nella pittura avviene solo dieci anni dopo, ma nel segno di un deciso ritorno alla figurazione; dopo il 1960, e a seguito di una lunga pausa creativa, si registra un nuovo “ritorno” alla pittura, “senza preoccupazioni stilistiche” – come egli stesso, insofferente a incanalarsi e a riconoscersi in un unico indirizzo espressivo, annotava – ed un intensificarsi del lavoro pittorico dopo il 1970, distinguendo egli stesso i suoi quadri in “gruppo astratto puro” e in una “costruzione astratta di soggetto”, sia “paesaggi”, sia “figure”. Approdando, alla fine della sua esperienza artistica, come dice ancora Crispolti, ad “una figurazione spaziale più corposa, di presenze protoumanoidi (nel 1974), in colori intensi, bruni, azzurri, grigi, su blu intensi”.


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d’areamediterranea Anno IV numero 7 - 18 Febbraio 2011 Direzione / Redazione: Via del Popolo 34 - 85100 Potenza Telefono 0971 22715 Direttore responsabile: Antonio Savino

E ora le buste ecologiche Serena Danese

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nche la Basilicata si è finalmente omologata al resto d’Italia. Con un mese circa di ritardo si intravedono nei grandi supermercati le buste bio e non più le vecchie di plastica. Il decreto aveva sancito che questo provvedimento ecologista partisse dal primo gennaio 2011, con l’ingresso del nuovo anno. Idea innovativa che avrebbe portato l’Italia ad essere la prima in Europa in questo campo. Proprio il popolo italiano,che è invece incriminato di essere uno dei maggiori consumatori di buste di plastica al mondo. Da una stima è scaturito il seguente dato: 300 buste a testa ogni anno. Essendo la richiesta così cospicua, il mercato non può fare altro che assecondare il consumatore. Eppure la vita di un sacchetto di plastica è paurosamente breve. Finito il suo ingrato compito, nella migliore delle ipotesi viene conservato per essere riadoperato in un secondo momento; nella peggiore delle ipotesi, invece, si rompe prima di aver terminato il suo primo viaggio. E cosa ne sarà di quest’ultimo? Verrà abbandonato nel primo luogo possibile e vagherà per ben 200 anni prima di scomparire definitivamente. Una vita così breve per una morte così lunga. Esso è fatto di politene, un materiale che si ottiene dal petrolio, risorsa fondamentale. Quindi è lampante pensare al grande business che si cela dietro l’apparente semplicità di questi contenitori. Con la ri-

dotta produzione delle borse di plastica si riduce anche il consumo di petrolio. Ancora il loro, particolare materiale, oltre ad essere nocivo per la flora, è un pericolo per la fauna, quindi per molte specie animali. Il percorso che compie una busta rotta, ovviamente non è tracciabile con precisione. Potrebbe finire in mare, dove sarebbe la causa di morte per molti animali marini. Potrebbe finire in boschi o riserve naturali dove arrecherebbe i medesimi danni. Il mondo animale in genere, inesperto riguardo la

pericolosità di questi “marchingegni umani” può ingerire piccole ma nocive parti. Fortunatamente per una volta giunge una forte spinta positiva dalla politica, che pretende venga rispettata la data prestabilita come ultimatum. Tante, troppe le lamentele da parte dei consumatori ma in special modo da parte dei proprietari di piccoli e grandi supermercati. I quali hanno affermato con forza e tenacia di avere magazzini pieni di buste plastificate pronte per l’uso; e soprattutto anche se bisogna dire addio all’anno vec-

chio, loro, fino ad esaurimento scorte, non diranno addio alle vecchie e care buste. Eppure il ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, Stefania Prestigiacomo, non ha voluto concedere al popolo italiano l’ennesima proroga. Se l’anno passato si era dovuto cedere alla forti pressioni esterne, spostando la data del decreto dal primo gennaio 2011 al primo 2011, questa volta non c’è stato modo di cambiare le carte. Ed è per questo che in quasi tutta Italia è difficile, ma purtroppo non raro, trovare le buste di plastica. Ma bisogna guardare al futuro con positività, e a conferma di ciò vi è il numero abbastanza elevato di acquisti sia di buste biodegradabili e sia delle sacche in tessuto. Queste sono ancora più comode ed è possibile trovarle in cotone, iuta e anche in altri materiali; sono utilizzabili svariate volte e non c’è il rischio di perdere, prima di rientrare a casa, prodotti appena comprati, a causa di un grande foro sul fondo della busta. Si spera che questo sia solo l’inizio di una nuova era, basata su buone norme ecologiche, in modo da poter vivere in un mondo più sano.

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Terra di Basilicata d'areamediterranea SVI.MED.