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NON MI UCCISE LA MORTE La storia a fumetti di Stefano Cucchi: arrestato a Roma il 15 ottobre del 2009, tradotto in carcere e mai piĂš uscito vivo

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Il caso Cucchi

Abbiamo rischiato una rivolta perché il negro ha visto tutto. Un detenuto non si massacra in sezione, si massacra sotto. G. LUZI (Com. P. P. carcere di Castrogno)

#1 Splitting the atom Milano, 7 novembre 2009, la platea del Palasharp è gremita, si esibiscono i Massive Attack, lo storico collettivo che ha fondato l’epopea trip hop, è la prima delle due date italiane del loro tour, stanno presentando il freschissimo Splitting the Atom. L’atmosfera è incandescente, non c’è solo la loro musica: nello sfondo scorre l’istallazione led approntata dai ragazzi di U.V.A., United Visual Artists. Si tratta di una fotografia contemporanea che, a seconda dei luoghi dove si esibisce il gruppo, contestualizza gli eventi: dallo stock market, alla cronaca, fino alle previsioni del tempo. L’Italia sembra allora un paese ricco di spunti: mentre la band esegue il brano Inertia Creeps, tratto dall’album Mezzanine, alle loro spalle scorrono titoli tratti dai principali fatti di cronaca avvenuti recentemente nel nostro paese. Dai gossip governativi a quelli legati al mondo dello spettacolo, fino alle sentenze più o meno discusse dei nostri tribunali. Una frase sembra infine far esplodere l’intera scena: “Verità e Giustizia per Stefano Cucchi”. Questo è il nome che si è letto più volte sullo sfondo mentre Robert Del Naja e Daddy G, superstiti del nucleo iniziale della band, eseguivano uno dei brani più intensi delle quasi due ore di spettacolo. Chi è Stefano Cucchi e a quale verità si riferisce la band di Bristol? Bisogna fare un passo indietro. 9


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#2 Ad duas lauros Roma,15 ottobre 2009, Parco degli acquedotti, un’area verde stretta tra le borgate che propone uno strano connubio tra antichità e urbanizzazione forzata, talvolta degrado: palazzacci ammucchiati dall’edilizia convulsa e triste degli anni ottanta. Un giovane passeggia con il suo cane, sono le 23:30, è in compagnia di un’altra persona, parlottano uno di fianco all’altro. La macchina dei carabinieri si avvicina lentamente, sono insospettiti dai movimenti dei due, decidono di intervenire. Trovano indosso al giovane venti grammi di hashish e delle pillole sospette, scatta il fermo, il ragazzo viene tratto in arresto e condotto nella casa di residenza per la perquisizione di rito. Il giovane vive con i genitori nel quartiere popolare di Tor Pignattara, poco distante dal luogo dell’arresto, Ad duas lauros, così lo scrittore Tertulliano ricordava quelle terre: tra due lauri venne ucciso l’imperatore Valentiniano III durante una congiura. I genitori vengono svegliati dall’ingresso del giovane scortato dai carabinieri, è notte fonda, gli uomini dell’Arma intendono perquisire la sua stanza. Il ragazzo si chiama Stefano Cucchi, ha 31 anni ed è un geometra, lavora nello studio di famiglia con il padre e la sorella; ha già avuto problemi per droga, infatti ha frequentato il CEIS: una comunità di recupero per le tossicodipendenze; ora sembra guarito e in salute, da tempo ormai segue un corso serale di prepugilistica. I carabinieri terminano la perquisizione della casa senza sortire risultati, le pillole sono solo dei salvavita: Stefano ha occasionalmente delle crisi epilettiche e nonostante affermi che la droga sia per uso personale viene condotto in caserma dove si concludono le pratiche dell’arresto. I carabinieri ci tengono a tranquillizzare i genitori: in casi come questo, per una modica quantità di stupefacente, sicuramente otterrà gli arresti domiciliari. Stefano entra in camera di sicurezza solo verso le 04:00 del mattino, la camera è spoglia, fa freddo, c’è solo un materasso arrotolato e sudi10


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cio. Passano pochi minuti e comincia a lamentare tremori, un dolore alla testa insopportabile, le convulsioni. Un’ambulanza sopraggiunge poco dopo in via degli Armenti, sede della stazione dei carabinieri.

#3 Sorvegliare e Punire 09206207 questo il numero di riferimento del cartellino d’emergenza aperto dalla ARES, Azienda Regionale per l’Emergenza Sanitaria, alle ore 05:10 del 16 ottobre e chiuso poco dopo, alle ore 05:48. Il detenuto dice di essere affetto da epilessia, conferma di sentirsi poco bene e presenta tremori ma rifiuta ogni tipo di assistenza sanitaria. L’ambulanza lascia via degli Armenti, la porta della cella si chiude di nuovo. Il primo dei tanti buchi neri di questa storia: il ragazzo sta male, sa di avere problemi di epilessia, mostra evidenti forme di tremore, ma preferisce una cella fredda e spoglia al ricovero in ospedale. L’alba sopraggiunge lentamente, gela la punta dell’erbetta che circonda gli acquedotti e s’insinua nella pietra trasformando quell’immenso complesso monumentale in un corpo unico con la campagna circostante. Stefano non ha dormito, lo spioncino della porta blindata cigola ancora; è stato colto in flagranza di reato e quindi verrà condotto dallo stato di fermo direttamente davanti al giudice del dibattimento. Il processo avverrà per direttissima. Mercurio, messaggero alato degli Dei, protettore dei ladri, dei truffatori e dei bugiardi troneggia come un gufo all’ingresso della Città Giudiziaria, sono le nove del mattino quando, scortato dai carabinieri, raggiunge il Tribunale. Il processo per direttissima inizierà solo alle 12:00, i genitori hanno nuovamente modo di vedere Stefano: cammina sulle sue gambe ma mostra il volto gonfio, memore di una notte difficile. Passa poco più di mezzora e il Giudice ha già emesso la sua sentenza di fronte ad un avvocato d’ufficio annoiato e silenzioso. Stefano ha ammesso la detenzione di sostanze stupefacenti per uso personale ma 11


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si decreta comunque la sua assegnazione al carcere di Regina Coeli. Non ci sta, con un calcio scaraventa la sedia che ha di fronte, abbraccia per l’ultima volta i suoi famigliari, il processo è terminato. Le porte della Città Giudiziaria si chiudono alle spalle della famiglia Cucchi, sono tristi e arrabbiati per la sentenza emessa ma conservano quella forma etica di rispetto e fiducia nei confronti dello Stato che è comune a tutte le famiglie italiane. Dopo il processo avviene il passaggio di consegne: i carabinieri lasciano il giovane nelle mani della polizia penitenziaria, sono solo le ore 14:00, il ragazzo viene sottoposto ad una nuova visita sanitaria.

#4 Lo splendore dei supplizi Ore 14:05, Rivotril, Roche S.P.A., clonazepam, benzodiazepina ad alta potenza, due compresse, bastano due compresse e quella sensazione di essere sotto giudizio sembra sparire, torna la quiete, ma non bisogna mai esagerare, i tremori sono sempre in agguato. Dopo la somministrazione dell’antiepilettico la visita continua e i medici riscontrano le prime lesioni. Si rilevano lesioni ecchimotiche in regione palpebrale inferiore bilateralmente, di lieve entità e colorito purpureo. Riferisce dolore e lesioni anche alla regione sacrale ed agli arti inferiori, ma rifiuta l’ispezione. Evasivamente riferisce che le lesioni conseguono ad accidentale caduta dalle scale. Lo splendore dei supplizi ha cominciato ad esercitare il suo bagliore, l’apparato della giustizia punitiva comincia a mordere la carne, il potere finisce per avere una presa immediata sul corpo del detenuto: lo investe, lo marchia, lo addestra al dolore. Il supplizio è quell’arte, esercitata dal potere, di intrattenere la vita nella sofferenza prima che l’esistenza cessi e sopraggiunga la morte. La Città Giudiziaria entra in un triste cono d’ombra. Cartella Provvisoria Nuovi Giunti, Casa Circondariale di Regina Coeli, Signor Cucchi Stefano, giunto in questa sede il 16/10/2009, peso Kg 52, altezza 1,68. Queste le sparute indicazioni del diario clinico d’ingresso nel carce12


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re di Regina Coeli, Stefano è dolorante, fatica a camminare, ha inspiegabilmente il volto gonfio. I sanitari decidono per il ricovero immediato presso l’ospedale Fatebenefratelli. Frattura del corpo vertebrale di L3 sull’emisoma sinistro e frattura della prima vertebra coccigea, le radiografie eseguite dai medici del Fatebenefratelli parlano chiaro, il ragazzo è conciato male, eppure rifiuta il ricovero. Il sabato sopraggiunge nel silenzio, le strade della Città Eterna sono congestionate dal traffico, sono per di più giovani pronti al relax e alle feste del fine settimana, un’ambulanza con le sirene spiegate fatica a dimenarsi nel groviglio di macchine. Ore 19:45, le condizioni di Stefano sono peggiorate, si decide per un nuovo ricovero presso la Divisione di Medicina Protetta dell’ospedale Sandro Pertini. Viene effettuato un esame direttamente all’ingresso del ragazzo, le sue condizioni generali vengono definite “buone”, questo e tutti i diari clinici compilati successivamente mostrano una strana confusione e una noiosa tattica di copiatura amanuense divenendo uno la copia sbiadita dell’altro, la prognosi rimarrà invariata. La sera ha raggiunto anche casa Cucchi, su Rai uno c’è il quarto appuntamento con Affari Tuoi, il montepremi del quiz condotto da Max Giusti ha raggiunto quota due milioni di euro, l’Italia della crisi è incollata a quegli schermi, ruggisce d’invidia per una svolta che possa sistemare le cose in un colpo solo. Sembrerebbe un sabato come tanti, non fosse per quel silenzio ambiguo, per quell’aria fitta di pensieri, poi d’un tratto, lo squillo del telefono... Stefano sta male, è stato ricoverato d’urgenza presso la sezione penitenziaria dell’ospedale Sandro Pertini. I genitori si precipitano, giusto il tempo di organizzare una piccola busta con la biancheria pulita e via di corsa fino alle porte dell’ospedale. Ma il detenuto non deve essere visto, i genitori vengono fermati all’ingresso, quello in cui si trovano è un carcere e i pazienti che vi risiedono sono detenuti e non possono avere visite non autorizzate. I ge13


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nitori in realtà vogliono solo avere notizie sul suo stato di salute, ma anche questo è impossibile, sono notizie riservate la cui divulgazione è consentita solo ai medici competenti, devono tornare lunedì, dalle 12:00 alle 14:00, in orario di ricevimento. Lunedì potranno parlare finalmente con i medici.

#5 Dal libro del profeta Isaia Il Servo del Signore è cresciuto come un virgulto davanti a lui e come una radice in terra arida. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire. Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Quando offrirà se stesso in espiazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà la loro iniquità. Via Casilina 641, Roma, la chiesa dei Santi Marcellino e Pietro ad Duas Lauros si svuota lentamente, attendere il lunedì, questo l’unico pensiero della famiglia di Stefano. Nessun fasto domenicale, nessun pranzo sontuoso, solo un pensiero: Stefano. La liturgia domenicale continua in tv, Benedetto XVI e il suo angelus, il Papa ci tiene a sottolineare la vocazione missionaria della chiesa in occasione della Giornata del Migrante e del Rifugiato, sono parole che rimangono lì, impigliate in quel silenzio ambiguo, nell’attesa della venuta di un nuovo giorno che porti notizie concrete di un figlio lontano. Il lunedì, come loro indicato, i coniugi Cucchi si recano nuovamente presso il padiglione di Medicina Protetta dell’Ospedale Pertini. Questa volta è il piantone a fermarli, vengono fatti accomodare in un vestibolo e vengono presi i documenti per registrare le generalità. Nell’attesa hanno modo di parlare con la sovrintendente del reparto, alle insistenti richieste la donna liquida il discorso con un “il ragazzo sta tranquillo”, ma la visita va nuovamente rimandata, c’è biso14


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gno di un’autorizzazione dal carcere che ancora non è arrivata e quindi i genitori non possono vedere il ragazzo. I genitori non demordono, ripetono che non vogliono incontrare il ragazzo ma solo parlare con i medici, conoscere lo stato di salute di Stefano. Avranno notizie, è sempre la sovrintendente a rispondere, sicuramente domani, basterà attendere l’arrivo dell’autorizzazione: “tornate domani e non vi preoccupate…” Il paziente è molto polemico. Si gira con la testa mantenendo la posizione prona. Si convince a farsi visitare ma è scarsamente collaborante. Presenta verosimile ematoma regione glutea sinistra. Vistoso ematoma ed ecchimosi periorbitaria sinistra. Rifiuta di continuare a parlare. Impossibile proseguire la visita. Paziente non accessibile al colloquio. Il diario clinico di Stefano è ambiguo e pieno di correzioni. Martedì 20 ottobre, gruppuscoli di giovani girovagano per la città, c’è lo sciopero nazionale della scuola, studenti e insegnanti manifestano contro il previsto Regolamento di Riorganizzazione Scolastica. I genitori di Stefano sono di nuovo davanti al Sandro Pertini, non hanno perso le speranze, continuano a confidare nello Stato e nei suoi rappresentanti. In questa occasione non vengono neanche fatti entrare, il piantone comunica con loro attraverso una grigia griglia di citofono, l’autorizzazione non è arrivata, e mai arriverà in maniera autonoma, bisogna farne richiesta: “sia per i colloqui con i detenuti sia per quelli con i medici occorre chiedere il permesso del Giudice del Tribunale a Piazzale Clodio.” Sono passati più di quattro giorni dall’arresto di Stefano e i genitori non hanno nessuna notizia sul suo stato di salute, la loro dignitosa fiducia comincia a traballare ma non si danno per vinti. Il dì seguente il padre si reca in tribunale e come indicato, dopo una mattinata di attesa, ottiene l’agoniata autorizzazione, potrà avere notizie solo il giorno seguente, giovedì 22 ottobre. Nel frattempo le condizioni di Stefano peggiorano ulteriormente: “Signora dica a mia sorella Ilaria di tenermi il cane. Se lo ricordi mi raccomando!” La frase sussurrata ad una volontaria che presta servizio tra i detenuti suona quasi come un testamento sentimentale. 21/10/2009 Visti gli esami ematochimici eseguiti questa mattina, si 15


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propone nuovamente al paziente reidratazione endovenosa ma il paziente rifiuta perché vuole parlare prima con il suo avvocato e con l’assistente della comunità CEIS di Roma. Lo stesso rifiuta anche di alimentarsi, come sta facendo fin dall’ingresso, per lo stesso motivo. Ha un atteggiamento oppositivo e diffidente, è polemico sul vitto che gli viene portato. Il destino di Stefano sembra segnato, le sue parole inascoltate, ancora un po’ di forza, una penna e un fogliaccio per scrivere una breve lettera a Francesco, uno degli operatori del CEIS, il centro di recupero dove Stefano probabilmente voleva tornare.

#6 Della presunta morte naturale 22/10/2009 Vengo chiamata dal personale infermieristico in quanto il paziente non risponde agli stimoli. All’ingresso nella stanza trovo il personale infermieristico che ha già iniziato rianimazione cardiopolmonare, Segni vitali assenti. Decesso ore 06:45. Stefano muore così, in silenzio, senza poter riabbracciare i suoi famigliari, senza poter parlare con il suo avvocato di fiducia, isolato dal mondo esterno, steso su quel letto, con indosso gli stessi abiti del giorno dell’arresto. Alle 12:30 un carabiniere si presenta a casa Cucchi, si tratta di una pratica amministrativa, devono notificare alla famiglia il decreto del pubblico Ministero per l’incarico del consulente d’ufficio ad espletare l’autopsia per il decesso di Stefano. In questa maniera la famiglia viene a conoscenza della sua morte: “si è spento, non voleva le nostre cure, aveva sempre un lenzuolo sulla faccia! Si è praticamente spento.” Il giovane per i medici “si è praticamente spento”, ma la spiegazione non basta ai genitori che hanno consegnato una giovane vita nelle mani dello Stato e ora si trovano a fare i conti con un dolore insopprimibile. Qualcosa si accende, qualcosa di più composto e orgoglioso della rabbia di chi ha perso un figlio, si tratta di un anelito alla Verità e alla Giustizia che in pochi giorni finirà per coinvolgere tutti i media e l’opinione pubblica. 16


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I genitori si recano all’obitorio, vogliono vedere il corpo del ragazzo. Stefano è irriconoscibile: ha un occhio gonfio e l’altro completamente incavato, la mascella è rotta e il viso cotto da una sofferenza prolungata. Questa è l’unica verità che viene consegnata alla famiglia Cucchi e da questa verità partono per una lotta legale che possa almeno portare pace alle sofferte spoglie del giovane. Viene effettuata l’autopsia. Al consulente di parte, nominato dalla famiglia, non viene consentito di scattare fotografie. Il corpo di Stefano ora pesa solo 37 Kg.

#7 Verità e Giustizia I genitori ottengono infine l’autorizzazione a poter fotografare le spoglie del ragazzo, decidono coraggiosamente di mostrarle alle principali testate giornalistiche. Le immagini cruente del corpo suppliziato si rincorrono nella rete, si apre un’interrogazione parlamentare, il Ministro Alfano riprende la tesi assurda della: “caduta accidentale dalle scale”, cui segue Giovanardi: “Stefano Cucchi è morto perché anoressico, drogato e sieropositivo”. La famiglia nomina allora Fabio Anselmo, già legale del giovane Aldrovandi, interviene Angiolo Marroni, Garante dei diritti dei detenuti del Lazio. S’increspa l’opinione pubblica: c’è un sottile filo nero che collega la morte di Stefano a quella di molti altri detenuti, dal ferroviere Pinelli fino al giovane Aldrovandi, la storia di Stefano non è più solo la storia della famiglia Cucchi ma diviene la storia di tutti coloro i quali credono nel valore della parola Giustizia. Ad duas lauros, via di Tor Pignattara si riempie di giovani, chiedono “Verità e Giustizia per Stefano Cucchi”. Iniziano le perizie, le cartelle cliniche sono imbrattate, piene di correzioni e aggiustature, i medici risultano inadempienti: non hanno scelto il trattamento sanitario obbligatorio per salvare il ragazzo. Un detenuto del Gambia dichiara di aver assistito al pestaggio del giovane, in brevissimo tempo viene trasferito nel carcere di Teramo e scompare dalla scena. 17


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Ormai però il caso è di dominio pubblico: “mio figlio in quei momenti era sotto la tutela dello stato” ha tuonato la voce sofferta del padre. Eppure le foto mostrate coraggiosamente dalla famiglia rimangono per ora l’unica verità, rimangono l’unica ancora di salvezza di uno Stato, che ha fallito nel preservare la dignità umana di un ragazzo che gli avvenimenti avevano posto sotto la Sua tutela. “Caro Francesco sono al Sandro Pertini, in stato d’arresto. Scusa se stasera sono di poche parole ma sono giù di morale e posso muovermi poco. Volevo sapere se potevi fare qualcosa per me. Adesso ti saluto, a te e agli altri operatori. Ps per favore rispondimi.” Questa è la lettera scritta da Stefano il giorno prima di morire, una triste richiesta di aiuto, una lotta contro l’isolamento in cui era stato confinato, l’ultimo sospiro di una giovane vita spezzata. LUCA MORETTI

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MARCE” TRA LE FORZE DI POLIZIA?


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Soltanto “mele marce” tra le forze di polizia? La morte di Stefano Cucchi e le altre vittime dell’ordine pubblico italiano

Il 22 ottobre del 2009, con la morte improvvisa di Stefano Cucchi, è cambiata la storia. Prima che venissero rese pubbliche le fotografie del cadavere del trentunenne romano c’erano soltanto le immagini dei campi di concentramento nazisti a urlare «se questo è un uomo!» contro chi aveva costretto degli esseri umani a finire, ormai ridotti a scheletri, in cataste ammucchiate davanti ai forni crematori o malamente nascoste nelle fosse comuni. Eppure, ancora una volta, «tutto questo è stato». Stefano Cucchi, arrestato al Parco degli Acquedotti della Capitale nella notte del 15 per il possesso di modeste quantità di stupefacenti e, da lì, trascinato come una cosa tra la camera di sicurezza della Stazione “Tor Sapienza” dei carabinieri, i banchi del Tribunale di piazzale Clodio, le celle di Regina Coeli e il reparto detentivo dell’ospedale Sandro Pertini, non è sopravvissuto agli atroci maltrattamenti a cui è andato incontro. Ora è sulle pagine dei giornali che hanno avuto il coraggio di pubblicare le immagini del suo decesso e fissa i lettori con i 37 chili del suo corpo da «Cristo giovinetto», con gli occhi spaccati, la mascella rotta, la spina dorsale fratturata e una papilla fuori dalle orbite. Cosa gli è successo? Davvero, come è stato detto, «è caduto per le scale»? Davvero i suoi poveri resti sono soltanto il frutto dei suoi passati problemi di tossicodipendenza e dell’anoressia? O ha ragione chi ha avuto il coraggio di scrivere che la sua triste fine è da attribuirsi a «presunta morte naturale»? Chi ha osato vergare queste parole mente sapendo di mentire. La 105


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morte «naturale» non si presume, si constata. E se intorno al destino di Stefano può essere presunto qualcosa, questo qualcosa si chiama manganellate in faccia, anfibiate alla schiena o, più semplicemente, violenza becera e insensata compiuta dalle forze di polizia. Non ci credete? Chiedete a chi ci è passato. Domandate ai ragazzetti fermati con qualche grammo di hashish cosa significa essere spogliati nudi in una caserma, essere costretti a una perquisizione anale o vaginale, essere percossi con gli stracci bagnati e il dorso degli elenchi del telefono… Oppure domandate a chi è finito in carcere per piccoli reati quanto sia facile, in prigione, non riconoscere il codice di comportamento imposto dalla vigilanza e pagare con schiaffi, umiliazioni o peggio anche una semplice parola considerata fuori posto da chi, negli istituti di pena, rappresenta la legge. Ebbene, se la legge è davvero uguale per tutti, è ora che chi indossa la divisa salga sul banco degli imputati per assumersi, insieme alle responsabilità penali dei singoli, anche la responsabilità di mettere in discussione il sistema dell’ordine pubblico, affrontando un discorso che riguarda – indistintamente – gli agenti penitenziari, i carabinieri e la polizia. Perché, soltanto facendo i conti a partire dal 2005, sull’altare della sicurezza sono state sacrificate decine di vite: persone, spesso giovanissime, assassinate dagli stessi uomini assunti al servizio dello Stato in loro presunta tutela. Quando questo accade, sulla scena del delitto cala una pesante cortina di piombo. E se di processo si parla, questo riguarda in primo luogo le vittime, in genere definite «tossicodipendenti», «sbandate», «malate di mente», «extracomunitarie» o «drogate». È stato il caso di Federico Aldrovandi, un ragazzino appena maggiorenne massacrato da quattro agenti di polizia a Ferrara, il 25 settembre del 2005. Di lui, chi lo ha ucciso infierendo a calci, pugni e manganellate, ha prima detto «che sembrava un albanese», poi che si era ammazzato da solo prendendo a testate un muro. In gergo viene definita «crisi psicomotoria»: la stessa che è stata affibbiata anche a Giuseppe Casu, un signore sessantenne di Quartu, in provincia di Cagliari, trascinato via con la forza dalla piazza dove vendeva fichi d’india in quanto ambulante abusivo e da qui, grazie all’intervento di guardie municipali e carabinieri, 106


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condotto in Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) nell’ospedale di Is Mirrionis. Nel nosocomio nessuno fa domande sulla mano gonfia del signor Casu o sulla presenza di sangue nelle sue urine: a nessuno importa scoprire qual è l’origine delle ferite che il “paziente” ha sul corpo. Il venditore di fichi d’India viene semplicemente sedato e legato al letto. Lo stesso letto dove, il 9 ottobre del 2006, Giuseppe Casu muore. Anche secondo un’inchiesta condotta dalla ASL Giuseppe Casu è stato fatto oggetto di un «trattamento inaccettabile», ma questo non ha impedito alla sua storia di finire nel dimenticatoio. E la stessa cosa rischia di accadere a Riccardo Rasman, 34 anni, di Trieste. Si tratta di un ragazzo affetto da una sindrome schizofrenica contratta nel corso del servizio militare, a causa di ripetuti atti di nonnismo: un problema noto persino alla Corte dei conti, che gli ha riconosciuto l’infermità per cause di servizio, e che gli ha lasciato in eredità una vera e propria fobia nei confronti di chi indossa la divisa. Ebbene, il 27 ottobre del 2006 Riccardo Raisman è felice. Il giorno dopo avrebbe dovuto iniziare a lavorare e festeggia l’avvenimento facendo un po’ di baccano e lanciando qualche innocuo petardo dal balcone. Una sua vicina di casa, però, è spaventata dal trambusto e decide di chiamare la polizia. Sotto casa del ragazzo, poco dopo, si presentano due pattuglie, e quattro agenti, con malagrazia, iniziano a picchiare sulla porta dell’appartamento da cui provengono i rumori. Riccardo Raisman, dallo spioncino, vede quegli uomini in divisa ed ha subito paura. Si guarda bene dall’aprire e si rifugia sul letto, in camera. La sua fine è segnata. La polizia fa intervenire i vigili del fuoco, che sfondano la porta mentre gli agenti irrompono nella casa di Raisman percuotendolo senza pietà e utilizzando allo scopo persino il piede di porco usato per compiere l’effrazione. Quando, ammanettato con i polsi dietro la schiena e immobilizzato con del fil di ferro legato intorno ai piedi, Raisman diventa cianotico è troppo tardi. Alcuni vicini di casa riferiranno di aver sentito dei rantoli fortissimi, poi più nulla: Riccardo è morto; l’ennesimo nome che parenti, amici e persone di buona volontà sono costretti a invocare nella speranza di ottenere una verità e una giustizia che non arriva mai. Anche per il falegname Aldo Bianzino, 44 anni, di Pietralunga, in 107


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provincia di Perugia, i familiari e gli amici invocano verità e giustizia. Come il romano Stefano Cucchi, Bianzino era stato arrestato per il possesso di stupefacenti – nella fattispecie qualche pianta d’erba – e trascinato nel carcere Capanne. Qui, il 14 ottobre del 2007, Bianzino muore in circostanze quantomeno misteriose visto che le lesioni agli organi interni che saranno accertate dall’autopsia lasciano pochi spazi al dubbio e parlano, ancora una volta, di percosse violente subite da un cittadino coinvolto in piccoli reati. In questa macabra lista è stato iscritto anche Giuseppe Torrisi, 58 anni, un clochard di Milano ucciso a forza di botte da due agenti di polizia ferroviaria alla stazione Centrale, il 6 settembre del 2008. Dopo aver compiuto il misfatto, la coppia di sceriffi ha pensato bene di compilare un falso verbale accusando Torrisi di averli aggrediti con un taglierino. La circostanza verrà smentita dalle riprese di una videocamera: fotogrammi che la dicono lunga sia sul modus operandi a cui le forze dell’ordine si abbandonano spesso e volentieri, sia sulla facilità con cui diventa possibile inquinare le prove nel momento in cui le figure di chi delinque e di chi indaga arrivano a coincidere. Non si è pensata la stessa cosa in relazione al caso di Gabriele Sandri, classe 1981, il dj romano ucciso da una pallottola esplosa dall’agente Luigi Spaccarotella l’11 novembre del 2007 in prossimità della stazione di servizio di Badia al Pino Est, vicino ad Arezzo? Anche lì, forse per un malinteso spirito di corpo, un sentimento ai limiti dell’omertà ha accompagnato l’inchiesta che avrebbe dovuto accertare le cause della morte di Sandri, fatto passare per un teppista armato di sassi e bastoni quando, il vero delinquente, era ed è chi gli ha sparato: una persona che ha interpretato come licenza di uccidere l’autorità conferita dalla divisa. Spaccarotella, è vero, è stato processato. Ma nemmeno la solennità del dibattimento ha scalfito la convinzione di chi è convinto che la legge utilizzi due pesi e due misure quando si tratta di giudicare un membro delle forze dell’ordine o un comune cittadino. Al di là di ogni buonsenso, infatti, Spaccarotella è stato riconosciuto colpevole soltanto di omicidio colposo (tendenzialmente chi estrae la pistola e fa fuoco contro una persona viene giudicato per omicidio volontario): la stessa imputazione per cui sono stati condannati anche i quattro agen108


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ti che massacrarono Federico Aldrovandi i quali, come se non fosse abbastanza grave quello che hanno fatto, non sono stati neppure espulsi dal servizio e attualmente indossano ancora la loro brava divisa, con un morto sulla coscienza, liberi di condurre una vita normale e magari di delinquere ancora. Comunque c’è anche chi, a differenza di Sandri o Aldrovandi, non riesce neppure a sottoporre attraverso un processo – magari dagli esiti scandalosi – il suo caso all’attenzione dell’opinione pubblica. Il discorso vale per il ventiduenne Manuel Eliantonio, un ragazzo di Pinerolo che, la mattina del 23 dicembre del 2007, viene sorpreso dalla polizia alla guida di un auto rubata. Tradotto nel carcere di Marassi, Manuel va incontro a un calvario allucinante: percosso ripetutamente e costretto ad assumere psicofarmaci in grado di trasformare un uomo in una larva, cerca di denunciare le violenze che subisce ai suoi familiari e ai suoi legali. Visitato in carcere, ostenta evidenti segni di maltrattamenti, eppure nessuno riesce a fare nulla finché, il 25 luglio del 2008, la signora Maria non viene messa a conoscenza dell’avvenuto decesso del figlio. Secondo i verbali, e bisogna tenere conto che si tratta di un caso ormai frettolosamente archiviato, Manuel sarebbe morto per un arresto cardiaco sopraggiunto dopo l’inalazione di gas butano prelevato da una bomboletta comunemente utilizzata in carcere per alimentare il fornello ma, come testimonia la signora Maria, il corpo del ragazzo «era gonfio, di tutte le sfumature di colore. La testa sembrava una palla da bowling, aveva il naso rotto, l’occhio livido. Era irriconoscibile». Una circostanza ancora più atroce se messa in parallelo con le ultime parole di Manuel. Quelle contenute in una lettera spedita a casa e recapitata alla madre lo stesso giorno della morte del figlio. Una lettera straziante dove, nero su bianco, il ragazzo dice: «Carissime bamboline, mi dispiace che non vi ho fatto avere più mie notizie ma anche io ho i miei problemi. Mi ammazzano di botte almeno una volta alla settimana, ora ho solo un occhio nero. Mi riempiono di psicofarmaci, quelli che riesco li sputo ma se non li prendo mi ricattano». Tutto questo, purtroppo, non è che un frammento di ciò che accade nelle carceri italiane. Se si ha la voglia e il cuore di consultare i dossier compilati con encomiabile sistematicità dalle associazioni per i 109


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diritti dei detenuti si scopre che, tra suicidi e morti per cause da chiarire, all’interno dei penitenziari sta andando in scena un olocausto che non sembra in grado neppure di scuotere le coscienza della gente comune, dei cittadini “per bene”. Le colpe dei mass-media, a tal proposito, sono gravissime. Perché quando una nuova persona viene stritolata dagli ingranaggi della giustizia la tendenza è quella di far passare il messaggio che, alla resa dei conti, se chi è stato arrestato o fermato dalle forze di polizia si fosse comportato bene non si sarebbe trovato nella situazione di farsi sparare in testa o massacrare di botte. La colpa della propria morte, in buona sostanza, ricade sempre sulla vittima. Anche nel caso in cui questa, come il senegalese Chehari Behari Diouf, 42 anni, residente a Civitavecchia, in provincia di Roma, non avesse fatto null’altro di diverso dallo starsene comodamente seduto nel giardino di casa sua. L’ispettore di polizia Paolo Morra ha avuto da ridire e, accusando il signor Diouf di schiamazzi, gli ha scaricato addosso il fucile, uccidendolo il 31 gennaio del 2009. Dall’esecuzione di Diouf alla fine di Stefano Cucchi, la morale sembra essere sempre la stessa. Persino nel caso in cui le responsabilità vengano accertate, i colpevoli in divisa somo protetti da indagini a dir poco felpate e, mentre chi è caduto sotto i loro colpi viene sbattuto in prima pagina e magari presentato come delinquente o drogato, i membri delle forze dell’ordine conoscono diritti sconosciuti agli altri cittadini, come un devoto rispetto alla privacy che gli risparmia l’onta, obbligatoria per i comuni mortali, di finire con le loro belle facce sulle pagine dei giornali. Quando, malgrado tutto, non si può evitare di prendere atto della colpevolezza di un carabiniere, una guardia carceraria o un poliziotto, poi, la giustificazione suprema è sempre la stessa. Che si parli di Luigi Spaccarotella (caso Sandri), di Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri (caso Aldrovandi) o di Paolo Morra (caso Diouf), ecco che la teoria della “mela marcia” prende il sopravvento e i vari pregiudicati in divisa diventano delle semplici, dolorose, ma inevitabili, eccezione in un corpo comunque presentato come sano. L’evidenza dei fatti se non la nuda statistica, però, afferma il contrario. Esiste in Italia, ed è il caso di sottolinearlo, un serio problema di violenza della polizia: corollario di una più generale crisi del rispet110


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to dei diritti umani. Le stesse politiche dell’ordine pubblico implementate nelle ultime legislature – e ormai estese a ogni ambito della vita civile come testimoniato dai continui provvedimenti presi, di volta in volta, per intensificare i controlli di polizia per le strade, sorvegliare gli stadi o «respingere» gli extracomunitari privi di permesso di soggiorno – (mal)celano la precisa volontà di erodere le garanzie democratiche a tutela del cittadino in nome di un pericoloso concetto di “sicurezza”. Si tratta di un processo involutivo enormemente pericoloso, foriero di sventure inconcepibili come quella in cui è incappato un altro ragazzino di nome Rumesh Rajgama Achrige, un writer diciottenne di Como che, il 29 marzo del 2006, nel corso di un banale controllo, si è ritrovato ridotto in fin di vita da un colpo di pistola sparato contro di lui da uno dei vigili urbani che, negli ultimi anni, si è pensato bene di armare. Come affermato nell’interrogazione parlamentare degli onorevoli Locatelli e Giordano, i fatti di Como rappresentano: «Il fallimento di una classe politica che, non solo non cerca il dialogo anche attraverso la necessaria e legittima convocazione di un consiglio comunale straordinario, ma utilizza metodi repressivi per affrontare i presunti problemi della città». Il discorso, più ampio, ha a che fare con un governo centrale particolarmente abile nello scambiare il concetto di “giustizia” con un’ambigua esigenza di legalità, criminalizzando categorie sempre più ampie di soggetti. Persone che la profonda crisi economica in corso rende incompatibili rispetto alle regole non scritte di un “sistema-Paese” ben disposto soltanto nei confronti di chi è pronto ad accettare una vita-coprifuoco, fatta di lavoro (in genere precario e mal pagato) e televisione. Ecco allora che i piccoli spacciatori, i ragazzi dei centri sociali, i migranti, i poveri, i tifosi di calcio e persino i malati psichici si ritrovano, tutti insieme, a vestire la maglia del “nemico”: individui nei confronti dei quali le forze di polizia sembrano combattere anziché, come in ogni caso sarebbe loro compito istituzionale, assistere nel rispetto delle garanzie istituzionali. Stefano Cucchi, massacrato senza pietà, è solo l’ennesimo anello di questa catena: una trama dove le “mele marce” non si trovano soltanto tra gli individui responsabili dei vari reati ma sopratutto nei gangli del potere legislativo, dove non si fa 111


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altro che legittimare una cultura della paura, dell’intolleranza e del sospetto in un contesto di progressiva e inesorabile erosione di ogni garanzia sociale. Ora che le orbite tumefatte ed incavate di Cucchi gridano vendetta al cospetto di ogni residuo di coscienza collettiva sarà possibile operare un cambiamento e rivedere radicalmente le procedure di ordine pubblico in vigore in Italia? Sarà possibile, almeno per una volta, dare un senso a quegli slogan di «verità e giustizia» che comitati sparsi in tutto il Paese chiedono per le numerose vittime innocenti? In attesa di una risposta, forse impossibile, non resta che constatare l’esistenza di un sospetto. Il sospetto, nella fattispecie, riguarda proprio la morbidezza delle sentenze con cui i colpevoli in divisa di fatti di sangue sono sistematicamente beneficiati: è forse possibile che queste sentenze siano così morbide perché in caso contrario le forze di polizia, qualora chiamate ad assolvere un simile compito (e se la democrazia in Italia non fosse poi così stabile? E se, come in passato, il Paese cadesse vittima di una svolta autoritaria?), non se la sentirebbero di aprire il fuoco sulla gente o di usare la violenza per reprimere manifestazioni di piazza? L’interrogativo - quello di un corpo di polizia da addomesticare in attesa di una chiamata generale alla repressione diffusa - resta inquietante ed aperto. Come le ferite inferte al corpo di giovani come Stefano Cucchi, troppo spesso cicatrizzate dall’avvento di inchieste morbide e sentenze compiacenti, complici di delitti atroci troppo spesso destinati a restare impuniti. CRISTIANO ARMATI

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NON MI UCCISE LA MORTE La storia a fumetti di Stefano Cucchi: arrestato a Roma il 15 ottobre del 2009, tradotto in carcere e mai più uscito vivo

Il caso Cucchi

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Non mi uccise la morte

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Soltanto “mele marce” tra le forze di polizia?

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Non mi uccise la morte  

La storia di Stefano Cucchi, arrestato a Roma il 15 ottobre 2009, tradotto in carcere, e mai più uscito vivo

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