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TUTTE LE STRADE 34


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Cani da rapina di Luca Moretti La riproduzione, la diffusione, la pubblicazione su diversi formati e l’esecuzione di quest’opera, purché a scopi non commerciali e a condizione che venga indicata la fonte e il contesto originario e che si riproduca la stessa licenza, è liberamente consentita e vivamente incoraggiata.

Prima edizione in «Tutte le strade»: febbraio 2019 Stampato presso Print on Web (Isola del Liri) Design Dario Morgante Red Star Press Società cooperativa Viale di Tormarancia 76, 00147 Roma www.facebook.com/libriredstar redstarpress@email.it | www.redstarpress.it


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LUCA MORETTI

CANI DA RAPINA ROMANZO

REDSTARPRESS


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CORO DEL PARCO

Detenzione e spaccio di stupefacenti. Rapina. Lesioni aggravate a sfondo razziale. DAVIDE Incensurato. BRIZIO Guida in stato d’ebbrezza. ER PITONE Detenzione e spaccio di stupefacenti. Furto con scasso. Violazione di domicilio. ER GETTONE Ricettazione. Apologia di reato. Danneggiamento della proprietà pubblica. ER DELEGA Rapina a mano armata. NANNI DISCOMUSIC Ricettazione. Offesa a pubblico ufficiale. Furto con scasso. Truffa. CARMINIDDU DA MEZZAGNO Incensurato. GIGI L’AMANTE Omicidio colposo. SABRINELLA Incitamento e sfruttamento della prostituzione. GUSTAV Tentata strage. Occupazione del suolo pubblico. ER PANK Detenzione e spaccio di stupefacenti. Furto. Detenzione d’arma da fuoco. ER CANE Maltrattamento e uccisione di animali. LO SCENZIATO Delitti contro il patrimonio. Truffa. Ricettazione. BARBARA Atti osceni in luogo pubblico. TARZA Furto. Ricettazione. Truffa ai danni dello stato. LIJ Falsificazione di documenti. MASSUD Violenza carnale. Estorsione. CHICCO LO STORTO

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1. Bandog

Non rallentava la corsa, attraverso le rive melmose, la Città Antica e l’Isola Sacra: il Fiume portava in quel delta tutti i cattivi pensieri, le morti, gli amori e la fame di Roma. Appigliandosi ai bilancioni malmessi e a quel Faro che non indicava approdo, ungeva la costa col sangue degli eroi. Era la nuova suburra, una città che seguendo la corrente era scivolata sotto la città, facendosene ancora sostanza mirabile: per questo, lì e non altrove, avevano ucciso un Poeta, dapprima, e poi costruito un porto turistico. Su quel delta si fondava la storia, tra la disperazione delle genti e sementi che mai avrebbero germogliato. Era impossibile arrischiarsi nel rovescio del gioco, tornare dalla Foce. Per un tratto una piccola imbarcazione compiva quella magia, accompagnava turisti impavidi e giovani amanti nella pericolosa scommessa di risalire la corrente: dall’Idroscalo fino a Ponte Marconi. Ma era solo una scommessa, un gioco appunto, così come lo era l’amore, la morte su quelle spiagge. Spiagge strappate alla malaria da idrovore antiche, da madri troppo giovani e genitori cattivi che non avevano trovato altro squarcio nella storia degli uomini se non quello della menzogna più grande. Quella di poter risalire, un giorno, un fiume maledetto. Ostia. Dove non esisteva legge se non quella dell’Uomo.

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Il mare increspava triste sugli scogli a ridosso del Faro, alcune bilance venivano sballottate dal vento. Era la Foce nei tempi di mareggiata: anche l’acqua sembrava rivoltarsi a bagnare quella costa, trasportava mucillagine dritto dalla città riversando tutto sugli scogli malmessi. Non si era mai occupato di cani, maltrattare animali non gli era mai sembrato un buon affare. Troppo sangue e troppe checche a urlare: avvocati, notai, rispettabili cittadini; il circondario del Faro si era riempito di auto di grossa cilindrata e la notte s’era d’un tratto fatta buia. Avevano aperto la cancellata e fatto entrare due grossi camion della nettezza urbana. Li avevano disposti uno di fronte all’altro: i fari riempivano uno spazio di circa cinquanta metri quadrati delimitato da un muretto che ricongiungeva tutta la struttura al cancello d’entrata. Era una piscina di luce. Il muretto s’era riempito di gente, alcuni tiravano polvere bianca, altri sorseggiavano birra da bottiglie di vetro per poi scaraventarle a terra. In poco più di mezz’ora lo scintillio luccicante dei vetri aveva reso quel posto simile a uno specchio d’acqua, mentre il puzzo di gasolio si disperdeva denso sulla spiaggia circostante. Un paio di aerei sorvolarono quel delta, sembravano rimirare dall’alto tanto splendore, giravano a lungo per poi atterrare nell’Aeroporto Internazionale poco distante. La macchina dei napoletani non si fece attendere, il primo a scendere fu un uomo distinto, avvolto in un cappotto e schermato da spessi occhiali scuri: osservò l’ora dall’orologio nel taschino e chiamò il suo scagnozzo. Lui: grande, grosso e con uno sguardo inafferrabile, trasse dal cofano due gabbie Kennel e le posò a terra. La gente sul muretto cominciò ad applaudire, altre bottiglie rovinarono nell’arena illuminata dai fari. I napoletani erano stati chiari, Carmine avrebbe potuto scegliere il cane avversario. 10


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Nella prima gabbia lo guardava minaccioso uno standard UKC: United Kennel Club, meno agile ma dalla stazza poderosa e una potenza di pulling pari a quella di un bue. Nell’altra un esemplare dell’American Dog Breeder Association. Le due associazioni s’erano contese la gestione dello standard per anni. La bestia della Breeder non pesava più di diciotto chili: un corpo simile a quello di un gatto e una testa da leone, contravveniva a ogni legge della fisica, con un balzo sarebbe potuto salire sul tetto del camion. Indicò quest’ultimo. Una pioggia leggera cominciò a battere i pezzi di vetro che presto si mischiarono alla fanghiglia: niente standard in periferia, nessuna associazione del cazzo. Solo bandog: cani meticci provenienti dall’accoppiamento di diversi cani da presa. Bastardi da combattimento. Cani da rapina. Carmine avrebbe potuto acquistare tranquillamente un cane d’arena “standard”, eppure la questione del meticciato lo affascinava. I bandog avevano qualcosa in più dei cani allevati per i combattimenti, lottavano per la fame, mordevano perché odiavano il mondo, non per abitudine. I bandog erano simili a lui e alla sua gente, per questo aveva con sé un bastardo e per questo su quel cane avrebbe puntato tutti i soldi. Il bandog aveva uno sguardo fiero, doveva essere l’incrocio tra un grosso molosso e un pitbull, pesava quasi il doppio dell’ADBA: le zampe da mastino napoletano, la coda corta, un manto tigrato e la testa di un toro senza orecchie. I cani vennero lasciati e nel medesimo momento la folla cominciò a urlare. L’ADBA si gonfiò come un pallone aerostatico rizzando la coda a uncino mentre il bandog sembrava ancora sonnecchiare. Si studiarono per qualche secondo come due pugili, ruotando circospetti senza mai abbassare lo sguardo. Poi uno dei napoletani batté le mani e l’ADBA saltò sulle zampe posteriori raggiungendo il bandog alla gola e rimanendovi appeso. Il cane 11


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tigrato sembrava essersi risvegliato, roteava la testa facendo sobbalzare il piccolo pitbull da una parte all’altra, ben presto si staccò un lembo di carne e l’ADBA venne scaraventato contro il muretto. Il bandog perdeva sangue dal collo ma non sembrava patire alcuna fatica, nello strattone il pitbull era finito su alcuni vetri conficcati nel terreno e mostrava diversi segni sanguinolenti sulla schiena. La pioggia continuava a scendere mentre una nube di vapore si sollevava dai corpi dei due cani che erano tornati a studiarsi. Un altro battito di mani e il pitbull tornò ad attaccare, questa volta afferrò la zampa anteriore destra del bandog che perse l’equilibrio sbilanciandosi in avanti. Lo strappo era consistente, aveva raggiunto l’osso scoprendo i legamenti agli applausi del pubblico. La differenza tra i due cani era evidente: quello era un combattente di professione. Un cane così non aveva mai perso un match, i cani che perdono rimangono psicologicamente sottomessi, se non muoiono nell’incontro vengono uccisi, non sono più carne utile all’arena. Il bandog però non si era arreso, era indietreggiato fino a raggiungere il muro ma non aveva ancora abbassato lo sguardo. Era quello sguardo ad affascinare Carmine: quel cane, come la gente di strada, non sapeva da dove veniva né dove sarebbe andato a parare, eppure avrebbe lottato fino alla morte per un pezzo di carne ammuffita. Nonostante i ripetuti attacchi, il bandog era ancora in piedi mentre il pitbull cominciava ad ansimare, era quasi possibile osservare il cuore scoppiargli nel petto prominente. Sferrò un nuovo attacco, questa volta al garrese, mentre il bandog fece per avvitarsi, girandosi e rimanendo in una posizione dominante. L’ADBA era contro il muro. L’afferrò al collo chiudendolo in una morsa silenziosa e cominciando a strappare a gran velocità, senza mai mutare la posizione delle zampe. Il sangue scorreva nel fango e il bandog continuava a strappare ritirando 12


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il collo all’indietro e trascinando l’ADBA nella melma. Lo strattonò fino a quando il ringhio non si trasformò in un rantolo e poi in un silenzio tremante. Il Napoletano s’era tolto gli occhiali e osservava il suo uomo raccogliere il cane in fin di vita. Trasse il ferro dalla giacca, un colpo solo, senza rinculo. La gente venne via dall’arena quasi spinta dal fumo che fuoriuscì dall’arma. Carmine aveva ritirato il bandog e si apprestava a raccogliere i guadagni del combattimento. Il Napoletano gli porse la mazzetta di banconote e puntò l’arma sull’uomo che aveva preparato il cane. Quello fece per inginocchiarsi nel fango, senza abbassare lo sguardo, con gli occhi fieri, senza pregare la vita ché la vita la pregano solo gli stronzi. Don Carmine allora si avvicinò, rese i soldi del combattimento e si rivolse all’uomo inginocchiato. «Come ti chiami?» «Gigi», rispose. «Da oggi Gigi lavora con me».

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CANI DA RAPINA. Storia criminale di Ostia e della suburra romana  

Anteprima del romanzo di Luca Moretti edito da Red Star Press

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