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Anno 3 N.67

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LA SETTIMANA

dal 07/05//2010 al 13/05/2010

Reinaldo Arenas. Lo sposo del mare OCCHIOINCAMERA di Gordiano Lupi Reinaldo Arenas. Lo sposo del mare. Prefazione Héctor Febles. Edizioni Libreria Croce Reinaldo Arenas nasce in un villaggio di campagna dalle parti di Holguín (Cuba) il 16luglio 1943 e muore suicida a New York, il 7 dicembre 1990, dopo aver contratto l’Aids ed essersi ammalato del morbo più terribile: la nostalgia. Arenas non amava la Cuba comunista e dittatoriale di Fidel Castro, ma odiava con tutto il cuore anche la Miami degli esuli cubani e il capitalismo statunitense. La realtà non è mai monodimensionale e le opinioni dei veri intellettuali raramente coincidono con il bianco e con il nero. Tra l’altro Arenas fu inizialmente favorevole alla rivoluzione, credette nell’uomo nuovo profetizzato dalla retorica nazionalistica e si arruolò nelle truppe castriste. Negli anni Sessanta, maturò una feroce repulsione di fronte alle violenze della polizia e alle ondate repressive nei confronti di dissidenti e antisociali. La sua ribellione a Castro gli costò ripetute censure alle opere, molestie fisiche e morali, oltre a periodi di internamento nelle Umap (gulag per antisociali, omosessuali, capelloni, rockettari e affini). Credo di non sbagliare se affermo che Arenas è uno degli scrittori cubani più importanti del Novecento, anche se in patria viene letto soltanto di nascosto. Héctor Febles afferma che in Messico negli anni Ottanta veniva definito un nuovo mostro della letteratura ispano - americana. Non avevano torto. Arenas è un artista a tutto tondo: poeta, romanziere, drammaturgo, anche se in Italia lo conosciamo soprattutto per lo stupendo Prima che sia notte (Guanda, 2000 - 2007), autobiografia terminale di un oppositore al regime di Fidel Castro. Le Edizioni Socrates hanno pubblicato la raccolta di racconti Adiós a mamá (de La Habana a Nueva York) (2006), introdotta da Mario Vargas Llosa. Arturo, la stella più

brillante, invece, è un romanzo breve uscito per Cargo (2007). La produzione inedita di Arenas è sterminata, ma non è facile risolvere questioni di diritti tra eredi litigiosi per pubblicare qualcosa. La Libreria Croce di Roma compie un lavoro meritorio tirando fuori dall’oblio la raccolta poetica Lo sposo del mare (tradotta da Claudio Marrucci), edita in spagnolo come Voluntad de vivir manifestandose. Nel libro vengono presentate alcune delle poesie più significative di Arenas, autore incline alla lirica - racconto perché prima di tutto è un romanziere. Contributi è una sorta di manifesto sulla libertà negata: Carl Marx/ non ebbe mai senza saperlo un registratore/

collocato strategicamente nel suo luogo più intimo./ Nessuno lo ha spiato dal marciapiede di fronte/ mentre con gioia scarabocchiava fogli su fogli./ Si è potuto concedere il lusso eroico/ di cospirare tranquillamente/ contro il sistema imperante. Se ti chiamassi Nelson racconta la tragedia di uno scrittore cubano confinato in un campo di concentramento, poi liberato e infine condannato a morte per aver provato a dirottare un aereo. Nelson Rodríguez ha scritto Il regalo, pubblicato da Virgilio Piñera nel 1964 e un libro sulla sua esperienza di forzato che le autorità cubane hanno fatto sparire. Se ti chiamassi Nelson/ adesso staresti sfilando marzialmente/ (pugno alzato, passo fermo, capelli a zero)/ davanti alla tribuna dove il capo/ concederà, forse, la grazia di un saluto…L’emblematica lirica Pensare ci ricorda che Pensare non fa parte/ dei doveri dello sbirro/ Pensare non fa parte dei doveri del cretino/ Pensare non fa parte/ dei doveri dello schiavo…per continuare con il turista, la puttana, il professore, il presidente, l’ambasciatore e concludere che in fondo pensare è soltanto una strana, molesta e impertinente parolina. Questa poesia la scrive a New York e manifesta tutta la sua insofferenza per una società consumistica nella quale non è mai riuscito ad adattarsi. Geniale anche Stronzetto bianco, diretta al professore universitario che inneggia al comunismo, una teoria che secondo lui fila alla perfezione, tanto non gli verrà mai applicata nella pratica quotidiana. Può sembrare strano, ma nel nostro paese siamo circondati da un gran numero di stronzetti bianchi. L’opera di Reinaldo Arenas è quella di uno scrittore in perenne lotta contro l’ingiustizia e contro la stupidità del potere, come ricorda Antonio Veneziani nella breve ma intensa postfazione. Fa male doversi rendere conto che la stupidità è ancora al potere mentre un autore geniale ci ha lasciati troppo presto.

I rumor “silenti” di Franco Clary L'OPINIONE di Vincenzo Jacovino Il castello “De Falconibus” di Pulsano (Taranto) ha accolto degnamente l’artista degli squarci di realtà metafisica che suggestionano. Franco Clary ha per l’ennesima volta ha catturato con il suo realismo onirico mai gelido, è vero, però pur sempre velato da una sottilissima malinconia. I suoi squarci non sono la trascrizione della realtà ma atmosfere senza tempo da cui si espandono e si disperdono i rumor“silenti” di una condizione umana che non è solo di oggi o di ieri, ma di un tempo indeterminato che appartiene più che alla storia alla natura umana. Dal tempo dei “palloncini” e dei “grattacieli” della grafica, fino all’attuale pittura, il discorso di Franco Clary resta pressoché immutato perché la sua realtà è sempre vista con occhio poetico e, oggi, per far levitare questi rumor“silenti” lascia che l’impianto cromatico si sviluppi ora a larghe

superfici di colore ora a fasce ondeggianti ma sempre con giochi tonali molto avvertiti. I rumor“ silenti” riportano al recupero di immagini di un mondo che abbandona il tempo normale per andare incontro ad atmosfere ove il senso della solitudine predomina anche se quasi

sempre è materializzata da oggetti o da casuali arredi. Sembra che il tutto si srotoli per proprio conto davanti agli occhi attentissimi dell’artista e sempre più la sua realtà si fa fluida, si apre allo spazio e alla luce. Ecco, quindi, l’evocatività, il guizzo, il senso del moto e di labilità, il gusto di immagini incorporei, nonché l’accensione cromatica che va dal lilla al verde e azzurro, dal giallo e rosa all’azzurro blu e a tutte le tonalità del blu. Va detto che questa volta Clary fa affiorare dalla tessitura delle tele nuovi verdi e rosa e bellissimi grigi tra guizzi di giallo e di bianco, mentre estende l’ambiguità delle forme e delle atmosfere in uno spazio vago e approfondito, nel contempo. Nel cielo si librano, invece, gabbiani volti e profili di donne, lune, aquiloni, zolle di terre sospese, ombrelli; il tutto, spesso, accompagnato da ondulanti drappeggi quasi a simboleggiare a un moto di liberazione dagli stracci della vita vissuta.


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Sosta forzata COSTUME E SOCIETA' di Enza Di Lallo

Marco Campanini. Anthologica CULTURE COMUNICATE di Glenda Cinquegrana Comunicato Stampa La mostra raccoglie una sintesi ideale del corpus del lavoro fotografico della produzione del giovane artista dal 2005 sino al 2010: Anthologica costituisce un’occasione di sistematizzazione delle ultime ricerche, dove l’elencazione enciclopedico - antologica è lo strumento, secondo la precisa volontà dell’artista, della produzione di nuova conoscenza visiva. Le fotografie di Marco Campanini scaturiscono tutte da un’immagine preesistente: nella serie Grand Tour, ad esempio, le vedute selezionate sono paesaggi o stralci di paesaggi, tratti dall’iconografia settecentesca e antica. La scelta di questo patrimonio visivo non è casuale, ma costituisce un tentativo di affrancamento dalle immagini che i media producono e consumano. Questo corredo visivo costituisce la base per compiere un processo erratico attraverso quelle immagini storiche, atto a indagarne la natura di simboli astratti. Intese come piano immaginario sul quale si proietta lo sguardo del fotografo, queste illustrazioni sono, secondo l’artista, luoghi ideali per mettere in atto un attraversamento, una penetrazione, un’erranza fisica, intellettuale e spirituale nella rappresentazione stessa. (M.Campanini). La scelta di prelievi fotografici già esistenti per Campanini come ha scritto Luigi Fassi, muove dalla consapevolezza che il presunto carattere ”rivelativo” e “assoluto” dell’immagine era testimonianza di un territorio vergine, quello dato

dal rapporto tra realtà e sua restituzione fotografica, oggi esaurito o reso mera ripetizione industriale ad opera degli apparecchi di largo consumo. Marco Campanini è nato a Parma nel 1981. Personali principali_ Collezione di Sabbia, (a cura di) L. Fassi, Fotografia Italiana arte contemporanea, Milano, (2008), Isolario, (a cura di) D. De Luigi, Galleria 42 Contemporaneo, Modena, 2007, Grand Tour, a cura di D. De Luigi e A. Sigolo, Sala Celio, Rovigo, (2006). Collettive principali_ Ereditare il paesaggio, (a cura di) G. Calvenzi e M. d’Alfonso, Museo dell’Ara Pacis, Roma, Museo del Territorio Biellese, Biella, (2007); La terra e le nuvole. Fotografia italiana da Ghirri a oggi, (a cura di) W. Guadagnini, Unicredit Private Banking, Milano, (2006), Italia, 1946 -2006. Dalla Ricostruzione al Nuovo Millennio, a cura di CRAF, Centro di Ricerca e Archiviazione della Fotografia, Pordenone Fiere; J. D. Carrier Art Gallery, Columbus Centre, Toronto; Metro Center, Toronto; Washington; Berlino; Halle, (2006). Premi_ Premio Pagine Bianche d’Autore regione Emilia Romagna (2005-2006). Collezioni principali_Collezione Unicredit; MIFAV (Museo dell’Immagine Fotografica e delle Arti Visuali), Roma. di Glenda Cinquegrana: The Studio via F. Sforza, 49 I- 20122 Milano Opening: martedì 27 aprile 2010 ore 19,00. da mercoledì 28 aprile al 15 giugno 2010. dal martedì al sabato dalle 14,30 alle 19,30 negli altri orari su appuntamento.

Ci sono momenti nei quali qualunque sia il tuo nome, qualunque cosa tu faccia per vivere, devi rispettare come tutti gli altri un numeretto scritto su un pezzo di carta grande quanto la confezione di una caramella. Che tu sia vestito Guess o made in China poco importa, alla fin fine un occhio che ha la miopia è un occhio con la miopia, un’ecografia toracica ti esamina allo stesso modo e la riabilitazione dopo un’ingessatura ha gli stessi tempi tecnici per farti riprendere una buona mobilità dell’arto. Sono seduta nella sala di attesa di una grande clinica specializzata,in una interminabile sospensione di tempo, inseguendo, per burocrazia interna, ora l ‘ascensore del nodo A ora il livello 5°;il tutto per portare fino al reparto un misero foglietto , fresco di stampa, su cui leggo gli stessi dati raccolti e scritti , oramai due ore prima a penna frettolosamente ( la fretta è quella che mi ha trasmesso l’infermiera , mio supervisore del caso , nonché guida virtuale tra i meccanismi incerti da farmi seguire,in questo gran labirinto umano). Certo,non è che uno ci si sveglia la mattina,di buon ora,e tanto per il gusto di farlo, decide di passare qualche ora in un reparto ad intralciare il lavoro altrui…. Per oggi,fortunatamente, ho quasi finito la mia “libica” attesa : ho scaricato quasi del tutto le pile dell’ipod, prezioso supporto,ho preso già 3 caffè, letto il giornale che mi portata, fatto un paio di test , e conosciuto ben 4 famiglie (pazzesco come da uno stesso problema si diramano delle vite così uguali e parallele e tanto diverse, di cui avremmo ignorato completamente l’esistenza ). Tutto sommato , se non fosse per l’incomodo di aver avuto un po’ di ansia per il piccolo intervento di papà –andato benissimo!- questa forzata sosta è stata davvero istruttiva…..

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Pinocchio. Il Grande Musical MISE EN SCENE di Antonella Musiello foto di Antonella Musiello Lontani ricordi di bambina mi riportando nella mia stanza della mia casa al mare quando fra le spensierate giornate estive mi improvvisavo regista, attrice e costumista di uno spettacolo teatrale. La cosa più difficile da realizzare era l’illusione del naso che cresceva gradualmente, poi c’era l’ansia di preparare tutto nei dettagli, costumi improvvisati ed un cappello a punta. Il pubblico era composto da genitori e zii e i loro applausi alla fine dello spettacolo erano più indulgenti che obbiettivi. Era la mia prima rappresentazione della celebre fiaba “Pinocchio” e la gioia della creazione è rimasta fra i miei ricordi più belli. La stessa gioia l’ho provata qualche sera fa al teatro Sistina di Roma, alla prima di quella che è stata definita la più grande produzione italiana di sempre, Pinocchio – Il Grande Musical. Il parallelismo è assolutamente impari ma l’idea della realizzazione di una favola ad occhi aperti è forse somigliante. Il segreto penso si trovi nell’accostamento di una grande professionalità alla voglia di regalare un sogno sia a grandi che a piccini, qualità sicuramente presenti in tutti i protagonisti che hanno contribuito alla realizzazione di questo grande progetto. A partire dal regista Saverio Marconi che ho avuto il piacere di conoscere, con la sua fresca

simpatia e con la sua competenza creativa e consapevole, Manuel Frattini l’interprete del famoso burattino, con la sua allegria e disponibilità anche dopo lo spettacolo nei camerini con i fans. Alle sue doti di attore, cantante e ballerino si allinea perfettamente il talento dell’intera Compagnia della Rancia, accanto agli occhi attenti e visionari di scenografi, tecnici e costumisti. La visione totale a prima vista rende molto bene l’idea di una forte collaborazione fra i protagonisti, molto bravi a regalare emozioni che vadano al di là della retorica di una semplice fiaba. Uno spettacolo che riesce a divertire, a commuovere, a sorprendere con semovibili cambi di scena, a travolgere lo spettatore attraverso le dolci melodie e il ritmo della musica. Al termine dello spettacolo quando si spengono le luci, le emozioni sembrano ancora accese, si ritrovano negli applausi compiaciuti, nei sorrisi dei bambini divertiti e negli abbracci soddisfatti dei ragazzi della compagnia. Una grande occasione per chi ancora non l’ha visto di avvicinarsi al mondo del teatro con semplicità entrando a far parte del mondo magico del Paese dei Balocchi per passare senza paura il ponte fra i sogni e la realtà. INFORMAZIONI Pinocchio – Il Grande Musical Teatro Sistina Roma Dal 4 al 23 maggio 2010

The King Il Re Nero di Marco Menozzi LIBRI A PORTATA DI MOUSE di Azzurra Carriero Un fantasy tradizionale realizzato sulla forza del protagonista, un eroe di colore, che rimette in gioco gli stereotipi del genere. L'autore, al suo esordio, dà forma ad un mondo pensato, immaginato, voluto per 17 anni, in cui convivono arti magiche, sciamanesimo, magia africana e demoni infernali. Nello sterminato mondo di Valdar, Manatasi è un giovane sovrano Warantu, cresciuto ai margini della civiltà. Venuto a conoscenza dell'imminente inaugurazione di un'enorme città, attorno alle cui mura si stanno radunando genti e carovane dell'intero continente, il giovane principe inizia il suo viaggio di scoperta, uscendo dalle giungle insieme a Sirasa, il suo giovanissimo e fidato sciamano. Sulla strada che conduce alla città, dovrà difendere una madre e la sua bambina da quella che sembra una semplice aggressione di briganti; stringerà alleanza con un tormentato incantatore che vuole riscattare il suo popolo indossando il Bracciale della Colpa; conoscerà gli algidi Sacerdoti che leggono la Ruota del Fato e combatterà contro un nemico mortale, Sanguescuro, il sicario che non ha mai avuto sentimenti, per combatterlo nel suo tentativo di destare un Dio Addormentato il cui sonno inquieto fa vibrare le montagne. Guidato da un feroce ardore di conoscenza e da un'eroica ingenuità, Manatasi dovrà decidere qual è il prezzo che è disposto a pagare per essere ricordato tra gli eroi che possono cambiare il Fato. Marco Menozzi é nato nel 1974 in un piccolo paese tra Piemonte e Liguria. È il creatore di Valdar, il continente in cui si svolge questo suo primo romanzo, che conosce, probabilmente, molto più del mondo reale.

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