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Anno 2 N.30

www.terpress.com

LA SETTIMANA

dal 10/07/2009 al 16/07/2009

Dl anticrisi, ecco le novità principali IL FATTO di Valeria Del Forno

Il pacchetto di emendamenti presentati ieri dal Governo e dai relatori al decreto legge anti-crisi é corposo e include varie misure. Tra le novità lo scudo fiscale e la mini-stretta sulla previdenza a partire dall'innalzamento dell'età pensionabile delle donne nel pubblico impiego. Dure le reazioni dell'opposizione. Sì allo scudo fiscale e alla riforma delle pensioni. Il decreto legge anti-crisi si arricchisce di due emendamenti che scatenano dure reazioni nell'opposizione. A cominciare dalla mini-stretta sulla previdenza oggetto dell'incontro con le parti sociali convocato per oggi a Palazzo Chigi. Sul tavolo la norma che prevede di legare, dal 2015, l'età della pensione all'aspettativa di vita, e quella che prevede gradualmente, l'innalzamento dell'età pensionabile a 65 anni per le donne nella pubblica amministrazione . PENSIONI. Si parte nel 2010: le donne del pubblico impiego andranno in pensione a 61 anni, dagli attuali 60. La soglia aumenterà poi di un anno ogni due fino all’equiparazione nel 2018 con gli uomini. Sono escluse le lavoratrici che al 31 dicembre 2009 hanno maturato i requisiti di età anagrafica e contributiva previsti dall’attuale normativa: per loro le porte della pensione resteranno aperte. Arriva anche una mini-stretta per le pensioni, che partirà dal primo gennaio 2015 e comporterà al massimo tre mesi di aumento dell'età pensionabile. ARRIVA LO SCUDO FISCALE . A scatenare le polemiche è anche la terza edizione dello "scudo fiscale" firmato Tremonti. Troppi i patrimoni custoditi al di fuori dei confini nazionali: vanno riportati in Italia. Così arriva, si legge nella relazione tecnica, «un’imposta straordinaria sulle attività finanziarie e patrimoniali detenute fuori dal territorio dello Stato». I capitali che si trovano nei Paesi extra Ue dovranno essere rimpatriati, mentre quelli che si trovano in Paesi dell'Unione europea potranno essere sia regolarizzati (lasciandoli all'estero) sia rimpatriati. L’aliquota complessiva sarà del 5% e

verrà applicata sulle attività detenute almeno al 31 dicembre 2008 o rimpatriate a partire dal 15 ottobre 2009 e fino al 15 aprile 2010. L'ombrello fiscale, nell'ultima versione, riguarda solo l'omessa dichiarazione e la dichiarazione infedele. Lo scudo dovrà avere l’ok europeo e altri paesi, Stati Uniti in testa, stanno mettendo a punto regole simili, assicura Tremonti. Intanto l' opposizione punta il dito contro quella che viene definita "un’amnistia per evasori" e parla di condono: «Così si finisce per coprire evasione e reati finanziari», spiega il segretario della Cgil, Epifani. REGOLARIZZAZIONE BADANTI : CARCERE PER FALSE DICHIARAZIONI . Novità in vista anche per le badanti e colf. Ma rispetto alle prime intenzioni c'é una stretta sul fronte dei controlli: chi presenta false dichiarazioni per la regolarizzazione rischia il carcere da 1 a 6 anni. Chi le assumerà dovrà avere un reddito minimo di 20 mila euro se il percettore è singolo e di 25 mila euro, invece, se a essere calcolato è il reddito di un nucleo familiare.

Inoltre, una quota del gettito della regolarizzazione (267 milioni in 2 anni) andrà a finanziare il Servizio Sanitario Nazionale delle diverse regioni in proporzione all'emersione. DPEF: PREVISTA CRESCITA ECONOMICA. Sempre ieri il Consiglio dei Ministri ha approvato all’unanimità il Documento di Programmazione Economica e Finanziaria( o DPEF) ) relativo alla manovra di finanza pubblica per gli anni 2010-2014. Il quadro tracciato dal Dpef indica il 2009 come un anno difficile con una caduta del Pil del 5,2%, ma prevede un recupero del +0,5% già nel 2010 e del +2% per ciascuno degli anni 2011-2013. Obiettivi del governo restano stabilità dei conti pubblici, coesione sociale e liquidità alle imprese, a partire da quelle piccole e medie. Da lunedì prossimo il decreto passa alla discussione dell'Aula e il governo, dicono alcune indiscrezione provenienti da Palazzo Chigi, non esclude di chiedere il voto di fiducia per approvarlo in pochi giorni.

Il suono, la musica EARS WIDE SHUT di Giuseppe Gavazza

Il suono, la musica Leggo il breve racconto di Natty Patanè “ la notte bianca e il domani”, pubblicato su Terpress lunedì 6 luglio. Mi ha attirato la notte bianca del titolo, pensando a Dostoevskij, alle notti bianche delle estati a nord i cui suoni ho proposto qui (RoundMidnight) qualche settimana fa. Stralcio frammenti dal racconto, in ordine d'apparizione: “ la musica, il silenzio” alla prima riga e poi : “ Lontano dal frastuono” come incipit, e ancora “ … la musica si spande e rimbalza … “, “ … la gente parla, beve, ride …”, “ … urla Greta inseguendolo ridendo, sempre più forte .. “, “ … attutendo una schitarrata che rotola giù dal palco ...”, “non può vedere e brinda in silenzio ...”,

“Greta gli sta accanto e tace ...”, “Tacciono infreddoliti ...”, “Le sussurra ...”. Un racconto può essere letto come una partitura. Ho ripensato - leggendo (e ascoltando) questa partitura che scorre nel racconto - ad un breve

dialogo di qualche giorno fa scaturito da una affermazione fatta ascoltando una installazione audio che usava suoni registrati dal vivo: voci, rumore di oggetti, voci di animali, risacca del mare, il vento, altri suoni dell'ambiente naturale e non. Fotografie (o film) acustiche come materiale per un racconto musicale. “ Questi sono suoni, non è musica”. E' una affermazione consueta che mi spiace e mi stupisce sempre; non la capisco, è come sentissi dire: “ Questi sono colori, non è pittura”. Io non saprei definire quali suoni sono musica e quali no: con quale criterio? Dipende dai suoni? Dipende da come i suoni sono disposti? Dipende dalle intenzioni con cui i suoni sono usati? Dipende da chi ascolta? Dal luogo o da cosa vengono prodotti? Io non lo so. Lo chiedo a voi, grazie


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E il cagnolino rise OCCHIO IN CAMERA di Gordiano Lupi A.A.V.V. E il cagnolino rise, TESPI EDITORE

http://tespi.it/books/view/e_il_cagnolino_rise In onore di John Fante, un’antologia di racconti curata da Pedro Adelante. Introduzione di Pedro Adelante (curatore). Racconti di: Liguori, Mazzoli, Dell’Olio, Tribuiani, Lupi, Roversi, Pazzaglia, Bonazzi, Laudace, Cirenaica, Ghelli, Cascio, Morgante, Chiulli, Torzolini, Ferraresi, Santoni, Zabaglio, San. Brevi, immensi, gentili contributi di Fernanda Pivano e Lawrence Ferlinghetti. Non sta bene che faccia una recensione, perché faccio parte del gruppo, ma vi consiglio di leggerla e per farvi venire voglia vi regalo il mio racconto! (Gordiano Lupi)

E il cagnolino rise…

E il cagnolino rise. Cazzo di John Fante e il suo Chiedi alla polvere. Oggi mi sono svegliato che ce l’ho in testa questa cosa qui. Vecchi refrain di storie passate, Avana per un Infante defunto, Tre tristi tigri, Forse però Pietro potrà proteggerla… oggi ti svegli e ti rimbalza in mente questo motivetto assurdo, domani si cambia, dipende da quello che leggi. E io c’ho la digestione lenta, se leggo Baricco scrivo come lui. Ecco perché ho smesso. Un po’ come l’AIDS. Se lo conosci lo eviti. Il telefono squilla e interrompe i miei pensieri. È mio padre. Assume un tono grave per comunicare una brutta notizia. “È morta zia Franca” dice. Cazzo, penso. Questa non ci voleva. Un invito a un funerale non è il massimo. Magari se telefonava un editore, uno dei tanti che gli ho spedito l’ultimo romanzo, ero più contento. Lo so che i romanzi non li pubblica nessuno, che devi scrivere solo saggistica, cinema e cronaca nera, ché se non sei famoso e non passi il tempo in tivù a cazzeggiare chi te li legge i romanzi, come ha detto una volta un mio amico editore, uno dei più tirchi del mercato, uno che non paga i diritti neppure sotto tortura. Bene. Sono cose che sappiamo. Non doveva dirlo lui. “Oggi c’è la funzione” continua mio padre. Dico che mi dispiace. Che ci sarò di sicuro. Che non posso mancare. Abbiamo giusto il tempo. Mio figlio esce alle quattro da scuola, mentre la messa è alle tre. Un’ora piena per ricordare zia Franca. Lo dico a Cristina. “Dobbiamo andare” fa lei. Dobbiamo andare sì, penso io. Zia Franca c’è stato un periodo della mia vita che è stata importante. Ricordo un’estate al mare sulla spiaggia di Carbonifera. Lei mandava avanti una pompa di benzina dalle parti di Follonica. Mi sembrava un paradiso quel piazzale puzzolente di nafta tra autocarri e cisterne. Era il regno della mia fantasia. Era l’estate di Rischiatutto in televisione, Mike Bongiorno eroe degli anni Settanta, imperdibile sogno del giovedì sera, noi a fare il tifo per Inardi, Latini e Longari, come fossero calciatori. Leggevamo fumetti dell’Uomo Ragno, mito in calzamaglia che veniva da lontano, combatteva lucertoloni giganti e folletti maligni, minacce assurde e mostri infernali. Noi credevamo fosse tutto possibile. Spiagge bruciate dal sole, ricordi anneriti tra benzina e gasolio, pantaloni corti, ginocchia sbucciate dopo una caduta sul cemento sognando di volare da un palo all’altro come Fabio Cudicini. Capitava che sognavo il futuro. Povera zia Franca. Adesso sono qui che lo vivo, questo futuro. Non è mica uguale a come lo immaginavo. Però è pur sempre un futuro. E tu non ci sei. Ricordo una fine d’anno a casa di zia Franca. Ricordo che da piccolo dormivo da lei, quando babbo e mamma partivano per chissà dove. Ricordo che era venuta alla presentazione del mio ultimo libro. Ricordo un sacco di cose e rammento che non la vedevo da mesi. Preso dalle cose della vita non ti accorgi

neppure di chi muore. Poi ti arriva una notizia così, tra capo e collo. È morta zia Franca. E pensi che avevi tante cose da fare, custodire pensieri, tradurre scrittori cubani e far sorridere quel cazzo di cagnolino così caro a John Fante. Tutto, meglio che passare due ore in chiesa, sentire un prete dir messa e salutare parenti. “Vado bene vestita così?” chiede Cristina. Interrompo la spirale dei ricordi. Si torna in diretta. E il cagnolino rise, penso. Lui resiste, vecchio tormentone del passato. Brava Cristina. Tu sì che lo sai come si scrive una storia. Dialoghi. Azione. Altro che flashback! “Certo” rispondo. Gonna nera e maglione grigio. Tenuta perfetta da funerale. Io jeans e camicia. Va bene così. È tanto che non metto la cravatta. Sembra che non vada più di moda. Meglio così, ché a me la cravatta mi soffoca, stile nodo scorsoio applicato al collo. Mangiamo in fretta e usciamo. Fa caldo, pure se è novembre, un vento di scirocco tormenta i capelli. So che dovrò sorbirmi la menata sul tempo. Non ci sono più le mezze stagioni, c’è il buco dell’ozono, il sole fa male, non è come una volta e via col tango. Zia Franca la portano alla chiesa dei frati, un vecchio monastero francescano che tutti chiamano così pure se ha un altro nome. La chiesa dei frati ha una scalinata così bella che la gente del posto dove vivo ci fa la fila per sposarsi, anche se dopo un paio d’anni va tutto a puttane, ma questo è un altro discorso. La chiesa dei frati domina un panorama di scogliere, isole lontane e fabbriche puzzolenti, sintesi d’un paese edificato tra miseria e nobiltà, come direbbe Eduardo. Zia Franca non ci veniva mica in chiesa, giusto a Natale e a Pasqua, se ce la portavi a forza. Non era credente, zia Franca. Una volta era stata comunista, andava alle Feste dell’Unità, cantava Bella Ciao e Bandiera Rossa. A Piombino negli anni Settanta s’era tutti comunisti. Adesso dove ti giri trovi un buddista. Mica lo so se abbiamo cambiato in meglio. Entriamo in chiesa. Facce tristi d’ordinanza. Condoglianze. Insomma, le cose di sempre. Non è mica facile salutare tutti questi parenti, penso, C’è gente che non vedo da anni. È venuto anche il cugino di Roma, insieme a moglie e figlio. Mi faccio coraggio e saluto. Ci voleva il funerale, penso. Ci sono anche il babbo e la mamma accanto al cugino. Mi avvicino. Cristina è con me. “Non fanno la messa” fa lui. “Perché?” chiede mia moglie. “Solo la benedizione. Non era credente”.

A che serve la benedizione se non credeva? Penso. Non apro bocca però. E il cagnolino rise. Ne avrebbe motivo. Fa parte di un’abitudine, lo so. La vita è fatta di abitudini. Pochi ci rinunciano. Pure io ho smesso di scagliarmi contro preti e religioni. Di questi tempi sono il male minore. Avanti con le abitudini. Tanto… “Era così buona”, “Stava così bene”, “Chi se l’aspettava?”. Come non te l’aspettavi? Aveva quasi ottant’anni, povera zia Franca… In chiesa odore d’incenso su fiori che sanno di morte, gente che mormora piano parole tra colonne di pietra. Stringo qualche mano, saluto, penso ad altro. Al mio cagnolino che ride, al vecchio Bandini, pure a Hemingway che parte per la pesca d’altura. Cojimar, Alamar. Altri tempi… Mio padre interrompe la spirale dei miei pensieri. Parla d’altro. Dice una cosa che non c’entra niente con il funerale, come capita spesso quando finiscono i temi legati al mi ricordo. “Hai visto la televisione ieri sera?” domanda. “La televisione?” faccio io. Saranno mesi che non guardo la televisione. Ho sempre un sacco di cose da fare. Leggere, scrivere, allenare i miei stati d’ansia… Eppure la sua è una domanda normale. Qui dentro, a vedere dalle facce, c’è pieno di gente che guarda televisione. Mica leggono Chiedi alla polvere. “Sì, la televisione. C’era un film di Arbore”. “Quale?” chiedo sorpreso. Non me l’aspettavo una cosa intelligente in televisione. Ero rimasto alle risse, ai balletti di Busi, a Sgarbi che grida, ai grandi fratelli. “Non ricordo. Il titolo era in napoletano”. “Che cosa mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene…” dico. “Proprio quello”. “L’ho visto tante di quelle volte… è un film geniale. Ricordo ancora la scena con un tale che gira in mezzo alla nebbia di Milano, agita un coltellaccio e dice che c’è una nebbia che si taglia con il coltello…”. “Non mi è piaciuto. L’ho guardato perché c’era De Crescenzo”. Come si fa a guardare un film di Arbore perché c’è De Crescenzo, mi chiedo. Come leggere Chiedi alla polvere per la scena di Bandini che gira con sotto braccio le copie della rivista che ha pubblicato il racconto E il cagnolino rise… Mio padre ha letto tutti i libri di De Crescenzo, un po’ come me con John Fante, - tra i due la differenza si nota ma lui non lo sa - e quando lo vede in televisione pende dalle sue labbra. “A te è piaciuto?” chiede mio padre al cugino. “Non tanto” risponde. Risposta diplomatica. Al cugino quel film fa proprio cacare. “Una vera porcheria” aggiunge la moglie, che almeno è sincera. Il figlio non parla. Non dice mai nulla. Non esprime opinioni. Se ne sta zitto a mordicchiare le unghie, coi punti neri da strizzare e un testone enorme che pare Charlie Brown. Ha dimenticato la playstation da qualche parte e si sente perso, forse gli hanno detto che in chiesa, durante un funerale, non era il caso. “A me Arbore piace” dico. Voi guardatevi la De Filippi, penso. “Per me è eccessivo. Come nel Papocchio…” dice il cugino. “Altro capolavoro” rispondo. “Comicità assurda. Ricorda Benigni quando bestemmiava per dieci minuti di pellicola”. “Berlinguer ti voglio bene! Ho consumato la cassetta. A sentirne parlare mi viene voglia di andare a casa e rivederlo” dico. “Che gusti, santo Dio! Quel film blasfemo…” fa la moglie. “Non a tutti piacciono le stesse cose” rispondo. “Non fanno più i bei film d’una volta” continua lei. CAGNOLINO continua a pagina 4


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Ogni venerdì INSTABILI EQUILIBRI di Natty Patanè sospesi, ciondolanti, trafitti e abbandonati Ogni venerdì Malgrado fossero trascorsi già due anni, ogni venerdì Francesco continuava a sentirsi quella strana sensazione, fino a un po’ di tempo prima pensava di poterla chiamare impazienza, forse emozione, ma aveva ormai smesso di cercare un nome, sapeva solo che il venerdì aveva il suo consueto, atteso appuntamento con il dottore. Sapeva che questa volta gli avrebbe raccontato di quell’immagine che rivedeva così intensa e acida da una settimana circa. Il pomeriggio d���estate era caldo ma non ancora afoso e da una TV lontana echeggiavano telecronache di campionati europei di calcio. Dal pavimento di antico cotto bagnato risaliva un odore intenso di polvere e vapori. Francesco amava poggiare le labbra sulla vecchia ringhiera in ferro battuto, gli lasciava un sapore che negli anni sarebbe riaffiorato, di tanto in tanto. Dal palazzo di fronte una signora chiamava il figlio: - Roberto, Roberto vieni che devi fare la spesaera solo un volto, ma lontano, dietro un’inferriata. Sul terrazzo accanto un bimbo cantava a squarciagola - il cuore è uno zingaro e va! e va!-. Imperterrito il campanile della cattedrale batteva i colpi di un giorno che lento andava a spegnersi. Guardò a destra, sul muro scrostato una gabbia vuota, un giorno c’aveva vissuto un merlo, il nonno gli diceva che era morto “d’appriconia”, che non era solo malinconia ma qualcosa di diverso, di più. Spesso gli era sembrato di risentirlo quel sapore di ferro, perso nel tempo, ma ogni volta si era accorto di averlo solo immaginato. Proprio in quei giorni era tornato a far visita alle sue labbra, con il corredo di fotografie un po’ spente che ogni volta gli si paravano davanti agli occhi. - Devo proprio parlarne al dottore, chissà cosa ne pensa.- disse fra se e se. Accese la radio e iniziò a prepararsi per una doccia. L’acqua calda scivolava rapida. Socchiuse le labbra e chiuse gli occhi, liberò memorie: Greta camminava qualche passo avanti, una luce oscillante tra l’oro e l’ambra tramontava nei vicoli di Marzamemi. Scalzo si diresse dietro un grande portone, nella corte una mostra di attrezzi dell’agricoltura e della pesca tradizionali, radi turisti commentavano a bassa voce. – Abbracciami– gli disse Greta senza guardarlo e aspettò paziente, - guarda, la c’è l’Africa– aggiunse indicando, nel buio che arrivava, il mare. Poi, come rapita: - ascolta, questa musica, zitto, ascolta-, una finestra semi aperta sventolava una tenda a rete e pennellava l’aria di un “vedrai, vedrai” che s’abbarbicava sulle spalle e scuoteva i capelli. Greta guardò giù dalla terrazza, giù verso il mare e si perse nel suo stesso sguardo. Uno squillo del telefono interruppe, violento, i ricordi, Francesco uscì un piede gocciolante ma ci ripensò subito e lasciò squillare, coprì il volto con le mani e sfregò gli occhi che bruciavano per lo shampoo. Si avvolse nel telo e osservò i cristalli posizionati sul drappetto di cotone bianco sulla mensola e decise quale incenso accendere in soggiorno,

- il dottore riderebbe dei miei cristalli, ma è tanto comprensivo-. La musica lo riportò ad una festa di paese, un ritmo frenetico di tamburelli scalciava e sbatteva al centro della folla a muoversi sudati e poi sfatti. Dopo anni Carmelo lo aveva cercato e gli aveva proposto di vedersi. Non capiva se era invidioso della sua follia o solo estasiato nel guardarlo sudare con la camicia rosa che si appiccicava ovunque, mentre si faceva trasportare dai tamburi, intanto rullava una canna in attesa di nuove, - fatti un tiro- gli disse mentre allungava una mano - è la sera giusta, vieni a casa mia, sto solo. All’ennesimo squillo decise di rispondere. - Stiamo facendo un’indagine sui consumi di detersivi– Francesco si augurò che prima fosse la stessa signorina dalla voce annoiata a telefonare, così da non aver perso niente: - io non lavo mai- rispose riattaccando, poi sprofondò sul divano e si infilo le calze, accese la lampada in legno e juta e si divertì a fare le ombre sul soffitto con le mani, all’elefante si mise quasi a barrire. - ma al dottore piacerebbero i “Kunsertu”?– si chiese scosso dal ritmo siculoafricano. Il telefono suonò ancora, - No Mario, stasera non ho proprio voglia, adesso sto per uscire, poi tra due orette torno, mi faccio un panino e mi vedo l’ultimo Kiarostami, come? noia? Ma come fai ad annoiarti con Kiarostami? Devo farti vedere qualcosa che ti piacerà sicuramente, va bene, anche Scorsese, va bene, ciao.– Non lo avrebbe stanato nessuno. Infilò il giubbotto, annodò la Kefiah e scese verso l’auto. Un sirtaki gli accese la radio, poi le luci gialle e fredde dello svincolo dell’autostrada, il casello, l’agave che sbucava dalle rocce, l’oleandro che tra poco sarebbe esploso, freccia a destra come ogni venerdì, la signora dal cappotto giallo scende, poteva suonare. Raccontò, del nonno, del merlo, dei tetti di tegole che spianavano la strada allo sguardo fino ai campanili della cattedrale, del silenzio, della solitudine e della tristezza delle domeniche sera. - non deve essere stato facile– gli disse il dottore con la sua voce bassa e gentile, - non deve essere stato facile– si ripeté Francesco Kiarostami o una birra a ”l’Altro mondo”? aveva così voglia di rintanarsi prima! ora il buio oltre i fari della sua auto gli chiese di cambiare idea. Spense subito la radio, gli sembrava quasi di sentire rumori di campagna e andò su e giù d’umore mentre la macchina sputacchiava al semaforo, motorini sfrecciavano da tutti i lati nelle strade di insopportabile città. Fece uno squillo a Greta e poi a Mario, l’appuntamento era al pub, lento andò al parcheggio, il “capo” gli chiese soldi e non s’accontentò di poco. - Media bionda con gin, grazie– Al tavolo vicino due donne si baciavano con intensa profondità. L’aria sembrava appiccicosa come miele. La solita musica blues si insinuava fra le gambe dei tavoli del pub, come in tutti i pub, scansando estremità umane che si toccavano, scalciavano, toccavano ancora, accarezzavano, quasi scopavano. Di tanto in tanto dalle porte spalancate si riversava, dolciastro, odore di fumo misto a cazzi

e fighe sparsi qua e là da giovani bocche. - Ciao Mario, un bacio Greta-, lei gli sorrise e poggiò le sue labbra sulla sua guancia. - c’è già un sacco di gente che va verso il maregettò lì Greta avvicinando la sedia al tavolo, poi cominciò con una spirale di stronzate che aveva detto sua madre che ogni tanto sembrava proprio che quella donna avesse perso ogni parvenza di ragione. Per qualche ora Continuò la danza di fumo, musica, chiacchiere, musica, chiacchiere, fumo, musica, guardava ogni cosa senza vederla, ascoltava ogni suono senza sentirlo, cercava qualcosa nella mente e trovò solo ricordi strani. Ricordi. Ancora: Ritmico batteva le nocche della mano destra sulle lastre di basalto dei palazzi nobiliari, la sinistra stretta dal nonno, dun, dun, dun un colpo, una pietra, - non mettere le mani sui muri, c’hanno fatto la pipì i cani- peccato, era bello ritmare il tempo da casa a scuola, dun, dun, dun. Mario l riportò al tavolo alzando un po' la voce: -…e così lei tira fuori la carta d’identità dove al posto della sua foto c’è quella di una nasica, capisci? Di una nasica- Mario rise pensando a Elsa e alle sue follie ai posti di blocco, Francesco fermò i ricordi per un istante, solo uno, poi gli tornò la marcia di Radetzky che risuonava per tutto il cortile della scuola e Silvia che recitava la parte della bella appena salvata da un grave pericolo dal suo eroe - Destro!– urlavano le maestre con fare ridicolmente marziale sbam! - sinistro!– sbam! Sotto un sole che diventava sempre più caldo. - sbam! - e le maestre si immaginavano volteggiare in un college di un film americano degli anni ’50. Pagato il conto si diressero caracollando per i vicoli. - Mario, metti i Fine young cannibals per favoreaccese un’altra sigaretta mentre la macchina si riempiva di “blue”, poggiò i piedi scalzi sul cruscotto della vecchia Panda e chiuse gli occhi, - quel dottore mi fa proprio strani effetti.Quella notte sulle pareti della camera da letto a lungo giocarono la luce bluastra della tele e quella gialla di fari lontani, Panelli e Bice Valori duettavano senza audio in una scheggia di vecchia tv. Francesco fissava il soffitto, ripensando ad antiche terrazze a picco sul mare e a un età persa da tempo, Dio! Da bambino voleva subito crescere e ora? era questo crescere? Era questo silenzio nella notte? Questo sguardo fisso nel vuoto ed in una città spenta che girava nei fari alogeni delle sue auto? Era cercare disperatamente cinque minuti per sognare ad occhi aperti scene impossibili? Chiamò Rob e Marta e Luca e Dilo e suo nonno e quel cane che vide un giorno rovistare nella spazzatura, chiamò chiunque, lì a raccolta per rivelar loro la verità, si spogliò e salì sul palco a gridare le sue verità, plurime, applausi, tutti in piedi, s’inchinò a quei sogni.


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Concorso PUBBLICINVASIONI – I TRANSITI CULTURE COMUNICATE di Amnesiac Arts

Amnesiac arts presenta Pubblicinvasioni “I Transiti”, concorso nazionale per per artisti/creativi residenti e/o nati in Italia, con esperienza nel campo delle arti, per la realizzazione di 18 interventi pubblici temporanei, che saranno visibili a Potenza dal 4 al 13 settembre 2009. PREMESSA Pubblicinvasioni è un concorso ideato e proposto dall'associazione culturale Amnesiac Arts per la sezione Attenzioni nel progetto Arte in Transito. Paesaggio Urbano e Arte Contemporanea, finanziato dalla Regione Basilicata nell’ambito in un Accordo di Programma Quadro ed attuato insieme al Ministero dei Beni Culturali, ideato e curato dall’Associazione Basilicata 1799, con svolgimento a Potenza da Maggio a Settembre 2009 DESCRIZIONE Pubblicinvasioni è un evento artistico dal carattere fortemente invasivo di appropriazione di spazi pubblici con le metodologie tipiche della pubblicità. Come da migliore tradizione pop, l’arte e la pubblicità viaggiano sempre allo stesso ritmo. Ma se negli anni sessanta il vettore si muoveva dalla pubblicità verso l’arte, ora la distinzione è meno netta: arte e pubblicità si nutrono l’una del linguaggio dell’altra. Pubblicinvasioni muovendo da questo assunto, propone una vera e propria mostra collettiva d’arte contemporanea di opere eseguite esclusivamente con tecniche pubblicitarie collegata ad un concorso a livello nazionale. TEMA DEL CONCORSO: I TRANSITI Il tema del concorso ‘Pubblicinvasioni’ sul quale gli artisti sono chiamati ad esprimere la loro creatività è ‘I TRANSITI’ Il transito inteso come movimento «che va dal presente al presente» (M. Perniola), non è il fluire inarrestabile che vede

ogni istante succedersi al successivo, al contrario l’istante si è enormemente dilatato fino a comprendere la simultanea presenza di molti presenti, la loro coesistenza. Il senso dell’esistenza non sembra più essere il raggiungimento di una meta ma il processo stesso dell’attraversare, del transitare, la capacità di vivere il presente nella sua flagranza e nella sua ricchezza. Se non c’è più un origine né una meta, il mondo non ha più un centro né una periferia, ogni luogo è un luogo-soglia, un luogo di ‘attraversamenti’ e al tempo stesso ogni punto del mondo è storico, è essenziale per lo svolgimento della storia. E ogni transito ci permette di arricchire la nostra esperienza del mondo. Gli artisti, in virtù del loro ruolo di interpreti e decifratori del mondo contemporaneo, sono chiamati a riflettere liberamente su questa concezione dinamica dell’esperienza. Sui transiti intesi come continua attività di dislocamento, spostamento, metamorfosi, trasformazione che caratterizzano la nostra società e/o riguardano la nostra esperienza intima, la nostra percezione del mondo. Per il bando completo consulta il sito http://www.amnesiacarts.com http://www.arteintransito.it Per contattare l'ufficio stampa rivolgersi a f.scaringi@tin.it

E IL CAGNOLINO RISE continua da pagina 2 La discussione prende una brutta piega. Il frate armeggia in sacrestia e la benedizione tarda ad arrivare. Avrei bisogno di lui, adesso. Per tirami fuori dai guai. Tanto lo so che non sono capace di stare zitto. Tanto lo so che poi le mollo tra capo e collo che il mio film preferito è Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato e che ho comprato L’ultima casa a sinistra di Craven in Olanda perché in Italia non lo trovavo. Per fortuna incrocio lo sguardo severo di mio padre. Forse ha ragione lui. Finiamola qui. Cristina comprende e mi tira via per il maglione. “Andiamo a sedere. Tra poco comincia la benedizione” dice. Sì, andiamo a sedere che è meglio. La moglie del cugino borbotta poche parole. Il frate benedice e recita un breve rosario seguito dall’eterno riposo. Pochi attimi di silenzio e brevi risposte. La bara viene portata fuori da quattro inservienti. Scendiamo la scalinata sotto il sole di novembre. Fa caldo. Lungo le scogliere vecchi gabbiani se ne fregano del mondo. Come i gatti del porticciolo. Come i cani randagi in cerca di affetto. Come quel cazzo di cagnolino sorridente che non mi tolgo dalla mente. Troppo John Fante. Troppi desideri che scivolano via come sabbia del deserto tra le dita della mano. Tanto lo so che l’orologio del tempo non si può capovolgere. Quel che è stato è stato. Non si modifica il destino. Entro in auto e seguo il corteo funebre.

“Ma l’hai sentita?” dico a Cristina. “L’ho sentita”. “Certa gente mi fa incazzare”. “Tu lasciala dire. Tanto la sopporta tuo cugino…” Questo è vero, penso. Al cimitero una bara scende nella fossa. Avrei voglia di piangere ma non ci riesco. Tornano alla memoria soltanto ricordi belli. E mi scappa un sorriso. Aspetta primavera, Bandini! E non prendere la strada per Los Angeles, ché tanto lo pubblicano presto il tuo racconto, pure se non lo leggerà nessuno. La vita scorre uguale, segue il corso previsto dal tempo, segnato da una spirale di ricordi, dai momenti del passato, da una cornice di illusioni. All’orizzonte una nube ha velato il sole. Rientriamo a casa dopo aver salutato i parenti. “Stasera guardo la televisione” dico appena mi trovo solo con mia moglie. “Cos’è questa novità?” chiede Cristina. “Se danno ancora Arbore non me lo perdo. E poi non ho voglia di scrivere. Non stasera, almeno”. Le strade del centro sono affollate, come sempre. Gente incazzata che grida. Volti accigliati. Premo il piede sull’acceleratore, caccio via dal mio orizzonte parole inutili e ricordi di morte. Tanto lo so che l’unico senso che posso dare alla vita è in quei granelli di polvere che giorno dopo giorno scivolano via dalle mie dita.

Pillole di BIOARCHITETTURA: L’ ORIENTAMENTO dell’EDIFICIO – prima parte CASALLEGRA di Alessandro De Sanctis

L’edificio bioclimatico va orientato in modo da utilizzare al massimo l’illuminazione naturale e l’irraggiamento solare (in riferimento ad aree climatiche con latitudini del tipo europeo). La rotazione della terra attorno al sole, annuale ed ellittica, determina due punti nodali, i solstizi, d’inverno il 12 dicembre, e d’estate il 12 giugno, cui corrispondono le giornate rispettivamente più breve e più lunga dell’anno, connesso con questo fenomeno è l’altezza solare, minima al solstizio d’inverno, e massima per quello estivo. Il sole nasce mediamente ad est (d’inverno verso sud-est, d’estate verso nord-est), e tramonta simmetricamente all’asse nord sud, dopo aver percorso (dal nostro punto di vista) l’arco sud del nostro orizzonte terrestre (alla nostra latitudine). Tutti questi dati determinano la posizione ottimale degli ambienti di un’architettura e il suo orientamento generale. L’asse Nord-Sud è quello ottimale per approfittare al meglio dell’illuminazione naturale e dell’irraggiamento solare, per alcuni invece è preferibile, relativamente all’irraggiamento solare, ruotare di qualche grado verso est l’asse dell’edificio. Il sole “nasce” e lo vediamo ruotare da est (o nordest o sudest) a ovest salendo in cielo fino alle ore 12, dove raggiunge la sua altezza massima (perpendicolare alla terra per l’equatore - Zenith, molto radente ai poli). La facciata a sud è quindi quella che usufruisce maggiormente dei benefici di luce e calore solari. Altri fattori da tenere in considerazione sono il numero di ore di soleggiamento della facciata e il tempo necessario all’onda di calore (generata sulla faccia esterna dell’edificio dal soleggiamento, principalmente nel periodo estivo) di passare (smorzata grazie all’effetto isolante dei giusti materiali) all’interno dell’ambiente abitato, questo fenomeno temporale è chiamato “sfasamento” e la sua caratteristica fisica è la (tau). Possiamo quindi determinare, grazie al numero di ore necessario al calore di passare all’interno (solo parzialmente) e alla fascia oraria del soleggiamento relativo alle varie inclinazioni delle facciate, come disporre gli ambienti abitati, in relazione al loro tipo d’uso; dormire, lavorare, studiare, ecc. ecc. Tramite l’irraggiamento solare possiamo accumulare calore sulle facciate ma principalmente all’interno degli ambienticostruiti tramite le aperture finestrate. Nella prox puntata: ORIENTAMENTO dell’EDIFICIO seconda parte


Anno 2 N.30

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LA SETTIMANA

dal 10/07/2009 al 16/07/2009

Allarme ozono in Italia. Ecco la lista delle città a rischio VOCI DI LIBECCIO di Paolo Cirica

In estate l'ozono per le città italiane, con il caldo, si aggiunge alle polveri sottili (PM10), responsabili dell'inquinamento invernale: sul podio delle città con l'aria peggiore Novara, Alessandria e Lecco. Questi i dati che emergono dal monitoraggio di Legambiente "Ozono ti tengo d'occhio". Ecco il rischio ozono: - SOGLIA PERICOLO SALUTE: I rischi sono alti per la salute umana oltre la soglia di 120 µg/mc (microgrammi per metro cubo), prevista dalla normativa in vigore dal prossimo anno, con 25 giorni di sforamento permessi all'anno; - OZONO E INQUINAMENTO: L'ozono è il terzo elemento più inquinante tra i gas serra, e contribuisce direttamente al riscaldamento globale. Il dato più rilevante è che ha la potenzialità di far rilasciare più biossido di carbonio nell' atmosfera, classificato come il più devastante tra i gas a effetto serra. Durante l'estate aumenta il rischio di inquinamento: i livelli di ozono tendono a aumentare quando non c'é vento, il sole splende e la temperatura è elevata; - OZONO E SALUTE: L'inquinamento da ozono ha effetti nocivi sulla salute dell'uomo, in particolare a carico delle vie respiratorie provocando una maggiore frequenza di crisi asmatiche e malattie respiratorie, ma anche cefalea e disturbi del sonno, irritazione a occhi e gola. Le categorie di popolazione più esposta sono i bambini, gli anziani e i soggetti asmatici e chi è affetto da malattie cardiovascolari o polmonari. L'esercizio fisico può

aggravare i sintomi per l' aumento del ritmo della respirazione che determina una maggiore inalazione di ozono. Per proteggersi dai disagi bisogna ventilare gli ambienti domestici nelle ore più fresche della giornata; - ALIMENTAZIONE ANTI-OZONO: E' consigliata un' alimentazione ricca di sostanze antiossidanti come la vitamina C (pomodori, patate, cavoli, broccoli, agrumi, fragole, meloni), vitamina E (uova, asparagi, noci, mandorle, olio di oliva, di arachidi) e selenio (pollo, tonno, molluschi, cipolle, funghi, cereali integrali, lievito di birra); - CITTA' FUORILEGGE: Dal monitoraggio di Legambiente, sono già 15 su 55 le città oltre i limiti. Questa la classifica delle città monitorate che hanno superato i 25 giorni di sforamento dei limiti: Novara (con 45 giorni), Alessandria (36), Lecco (36), Mantova (36), Matera (34), Ferrara (33), Vercelli (33), Asti (31), Bergamo (30), Campobasso (29), Brescia (28), Cuneo (28), Varese (27), Reggio Emilia (26), Udine (26), Biella (25).

Venti mesi senza stipendi: i lavoratori della Cesame di Catania si ribellano VOCI DI LIBECCIO di Paolo Cirica

I lavoratori della Cesame di Catania, da venti mesi senza stipendio e senza alcuna notizia in merito alla loro vertenza, hanno organizzato una manifestazione all'interno della sede catanese della Regione Siciliana per protestare contro la situazione di stallo in cui si trovano. I lavoratori contestano il blocco dell'iter per il riconoscimento della cassa integrazione e la perdita di ogni prospettiva di rilancio dell'azienda di sanitari. Cgil e Cisl avevano indetto una conferenza stampa per denunciare la pesante situazione in cui si trovano i circa 150 lavoratori della Cesame ma la protesta dei lavoratori è partita spontaneamente dopo la conclusione dell'incontro. «Ci avevano assicurato che la soluzione era dietro l'angolo - dice Renato Avola, segretario generale della Femca Cisl - ma invece tutto si è fermato all'iniziativa dell'ex assessore Pippo Gianni, avallata poi dalla stessa presidenza della Regione. Le istituzioni però sono rimaste ferme. La vertenza Cesame però non va in ferie e chiediamo che anche le istituzioni, soprattutto quelle regionali, non vadano in ferie neanche loro. I lavoratori sono all'esasperazione e sono necessari almeno interventi immediati di sostegno al reddito». Per la Cgil, il segretario confederale Margherita Patti e il segretario

generale della Filcem Giuseppe D'Aquila, ritengono che la situazione sia anche peggiorata rispetto a venti mesi fa: «I lavoratori della Cesame – hanno spiegato – non possono aspettare i tempi della burocrazia, quelli legittimi della magistratura e il silenzio delle istituzioni. In attesa delle sentenze, chiediamo sia sciolto il nodo dei licenziamenti collettivi, una tutela minima salariale, e che siano chiare e legittime le titolarità per concedere la cassa integrazione nel più breve tempo possibile. Si avvii allora un tavolo serio e concreto che arrivi a una soluzione rapida».

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