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Anno 3 N.78 www.terpress.com

IL RITORNO DI SETTEMBRE

dal 27/07/2010 al 10/09/2010

Mostra del Cinema di Venezia: un altro anno alla conquista del Leone queer FUORI TUTTI di Beatrice Pozzi fonte: queerway.it E' un leone giovane, e un po’ strano: è il Queer Lion, quello che in questi giorni dispiega le sue ali color arcobaleno sul Lido di Venezia insieme all'ormai sessantaduenne Leone d'oro. E’ un leone giovane, ma anche quest'anno, c’è (e per la prima volta ha il patrocinio della Regione Veneto e del Comune di Venezia e il contributo organizzativo della Provincia di Venezia, oltre ad uno sponsor, la nuova casa di distribuzione Queer Frame). E' nato nel 2007, quando il direttore della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica Marco Muller ha accettato la richiesta di istituire un premio collaterale per il "miglior film a tematiche omosessuali" presentata da Franco Grillini e da Daniel N. Casagrande, presidente dell'associazione veneziana Cinemarte che da anni lega il suo nome ad eventi incentrati sulla valorizzazione del cinema LGBT (Pride Film Festival, Venice Gays, Gay Comedy Festival). Da quell’anno, a dispetto delle iniziali polemiche sollevate dalla stampa nazionale orientata verso centro-destra e da estremisti iraniani, il Queer Lion viene attribuito da una giuria di cinque personalità rappresentative del mondo dello spettacolo e della comunità internazionale LGBT al film presentato alla mostra (che, comunque, già prima dell’istituzione di questo premio ad hoc era da tempo attenta al cinema con risvolti omo e transex) che meglio mette in scena l'omosessualità o la transessualità, sul modello del Teddy Award del Festival del Cinema di Berlino istituito già nel lontano 1987. Nella prima edizione il premio è stato assegnato a The speed of life di Edward Radtke, un ritratto della realtà omofoba americana degli ultimi trent'anni, con una menzione speciale per Sleuth, di Kenneth Branagh, remake de Gli Insospettabili(J. Mankiewicz, 1972) sceneggiato da Harold Pinter; nel 2008 ha vinto Un altro pianeta, opera prima di

Stefano Tummolini girata in sette giorni su una spiaggia del litorale laziale con un budget di soli mille euro più post-produzione; l'anno scorso ha trionfato A single man, debutto cinematografico del noto stilista Tom Ford, adattamento del romanzo omonimo di Christopher Isherwood (1964) che è anche valso la Coppa Volpi come Migliore attore protagonista ad uno straordinario Colin Firth. E' stato inoltre attribuito un premio speciale alla carriera al regista Ang Lee, allora impegnato a Venezia come presidente della giuria proprio del Queer Lion, autore del pluripremiato (e da subito ovvio cult gay) I segreti di Brokeback Mountain, per il quale ha vinto il Leone d’Oro nel 2005. Per questa edizione, dove si segnala un positivo ampliamento delle tematiche (in passato concentrate prevalentemente sul tema dell’omosessualità maschile), i favoriti sembrano essere il thriller americano Black Swan, di Darren Aronofsky, il tedesco Drei, di Tom Twyker, Happy few, del francese Anthony Cordier, En el futuro dell’argentino Mauro Andrizzi. La premiazione è prevista per il 10 settembre: staremo a vedere, con l’augurio (o forse sarebbe meglio essere onesti e dire la speranza utopica, visto il panorama sempre più asfittico di una distribuzione soffocata dal controllo delle majors e dalla preminenza dei cinema multiplex, che concentrano le piccole sale quasi solo nei circuiti parrocchiali o d’essai) che il vincitore, così come gli altri film selezionati, possa ottenere una giusta

visibilità che vada oltre la rassegne panoramiche organizzate in diverse città in concomitanza con la kermesse veneziana,. Uno sguardo all’esito delle passate edizioni. The Speed of Life, premiato a Venezia da una giuria in cui erano presenti anche il presidente di Lucky Red Andrea Occhipinti e il direttore di Fourlab Simone Morandi, non è riuscito ad aprirsi facilmente una strada nel mercato italiano e solo nel 2009 è passato direttamente sul mercato dell’home video. Un altro pianeta, film tra l'altro giudicato "inaccettabile" dalla Commissione nazionale di valutazione della CEI, è stato quasi subito distribuito, anche se solo in undici sale, da Ripley's Film che si era occupata già della postproduzione, e presentato all'edizione 2009 del Sundance Film Festival. Il più fortunato è stato A single man, aiutato, forse, dalla notorietà del regista e dell’attore protagonista e della curiosità del pubblico nei confronti dell’opera prima di Ford: ha debuttato all'inizio di quest'anno con Archibald Enterprise Film in cinquanta sale incassando quasi 250.000 euro nel primo weekend e ha superato abbondantemente il milione di euro nel corso della primavera. Tra una decina di giorni, il “Leone strano” ruggirà. Poi si spegneranno i riflettori, e, quest’autunno, staremo a vedere. I trailer dei vincitori delle scorse edizioni. The speed of life: http://www.youtube.com/ watch?v=hd4WgZwN9rs Un altro pianeta: http://www.youtube.com/ watch?v=5u4etKS0fmk A single man: http://www.youtube.com/ watch?v=sA_U7mxonAs Il sito ufficiale della 67ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia: http:// www.labiennale.org/it/cinema/ Il sito dell’Associazione Cinemarte: www.cinemarte.it Il PDF del magazine 2010 di Cinemarte distribuito al Lido: http://www.cinemarte.it/ articoli.php?id=1&annoarticoli=articoli2010

Socio-economia dei cinefestival (CritamorCinema) di Franco Pecori Progetto di ricerca sulla realtà socio-economica dei Festival italiani di cinema È stato presentato, durante la 67. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e alla presenza del presidente della Biennale Paolo Baratta, il primo grande progetto di ricerca in Italia sulla realtà socio-economica dei festival, promosso dall’ Associazione Festival Italiani di Cinema(Afic) in collaborazione con l’università Iulm e l’istituto di ricerca Makno. Secondo Giovanni Spagnoletti, presidente dell’Afic, «il tentativo è di dimostrare come i finanziamenti pubblici e privati alle manifestazioni cinematografiche riescano a essere un volano per la creazione di ricchezza, culturale ed economica, e moltiplichino gli investimenti».

«Una ricerca - ha aggiunto Gianni Canova, preside della Facoltà di Scienze della Comunicazione e dello Spettacolo dello Iulm che mantenga il rigore accademico ma che riesca anche a dialogare sul campo con chi le manifestazioni le organizza. Lo Iulm, con in testa il rettore Giovanni Puglisi, crede molto in questo progetto». Il lvaoro inevitabilmente sarà molto complesso e vedrà la luce nell’arco di un anno. «Ci occupiamo - spiega Mario Abis, fondatore e direttore generale Makno - di un fenomeno che, anche dal punto di vista della ricerca, è imponente. In Italia ci sono più di 130 soggetti. Cercheremo di studiare il loro impatto economico, il valore culturale, la relazione con i pubblici di riferimento, la capacità di comunicazione. Misureremo tutti gli indicatori che producono valore: la capacità attrattiva economica, gli investimenti, il fund raising, i costi

relativi a ciascuna manifestazione. Un’analisi di carattere strutturale che ricostruirà la fenomenologia dei festival. Con la convinzione che anche un festival piccolo può costruire un importante livello di efficienza. E su questo faremo raffronti e paragoni». Il primo obiettivo è - spiega ancora Abis - «la creazione di una grossa banca dati, poi con gli studenti dell’università faremo sul campo la ricerca di verifica empirica. Sarà un lavoro complesso, delicato e sperimentale. Promuoveremo diversi momenti di dibattito pubblico che accompagneranno il lavoro che si concluderà durante il festival di Venezia del 2011. Con due appuntamenti intermedi cominceremo a presentare i primi risultati mentre a breve definiremo, con i diversi soggetti, le procedure di lavoro».


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“Stai fermo e mangia”, ovvero il cibo, i bambini e l’era del nutrizionismo. DELIRI ALIMENTARI di Giusi D'Urso Com'è cambiato il modo di alimentarci e di nutrire i nostri figli. L'era del nutrizionismo e le sue contraddizioni. Quarant’anni fa molti di noi giocavano all’aperto. Genitori e nonni li controllavano ogni tanto da un terrazzo o da un portone e all’ora di cena gridavano a gran voce di tornare a casa. Malvolentieri e con il broncio, abbandonavano i loro giochi movimentati e, dando appuntamento ai compagni per l’indomani, tornavano, sporchi e a volte anche ammaccati, per lavarsi e sedersi a tavola con tutta la famiglia. “Lavati le mani, siediti al tuo posto, stai fermo e mangia!”. Questa era pressappoco la frase di routine che si sentiva intimare prima che il pasto cominciasse. Nelle famiglie credenti si ringraziava Iddio per il cibo disponibile e, più o meno in ogni casa, si onorava la convivialità e il pasto (mi riferisco a quello serale) raccontando la propria giornata, ascoltando gli altri, programmando la giornata successiva. Poi alla fine, quando papà e mamma davano il permesso, ci si alzava da tavola e ci si trastullava con libri o televisione fino all’ora della nanna. Oggi le cose sono (ahinoi!) molto diverse. Non si può più giocare all’aperto per ore, se non in rare eccezioni nelle quali nonni e genitori controllano a vista i bambini; si corre e ci si sporca meno, i bambini hanno spazi più ridotti, per il gioco e per la fantasia. Spesso trascorrono il pomeriggio davanti alla televisione o al videogioco di turno, sgranocchiando patatine e snack vari, accompagnati da fiumi di tè alla pesca o cocacola. E quando il pasto è pronto (quasi sempre un piatto veloce da mettere in tavola alla svelta), arrivano a tavola un po’ per volta, senza appetito, né voglia di parlare. Mamma-tv li pasce di spot pubblicitari sulle nuove merendine in commercio e sui gameboy più sofisticati fino a quando, senza aver ringraziato, né raccontato, né ascoltato nessuno, si alzano per andare a sdraiarsi ancora una volta sul divano del salotto o a chiudersi in camera, per trascorrere ore davanti al computer. Sembra terrificante, vero? Certo, il divario fra il nostro modo di essere figli e il loro è davvero mostruoso. L’unica cosa che non è cambiata forse è la frase “stai fermo e mangia!”, che, seppure in modo tacito, viene trasmessa ogni volta che lasciamo un bambino da solo con le sue ore pomeridiane e serali da riempire. Eppure questa è l’era dell’informazione e della conoscenza: sappiamo che un bambino su tre è in sovrappeso o obeso, che l’11% della popolazione infantile salta la colazione e che circa il 28% non la fa in modo adeguato. Conosciamo le conseguenze delle abitudini alimentari sbagliate e della sedentarietà. Molti di noi si sanno districare abbastanza bene fra etichette e reclames. Insomma viviamo in un’era in cui non è possibile non sapere, non apprendere, non essere informati sui rischi ai quali espone lo stile di vita dei nostri ragazzi. Innumerevoli iniziative, inoltre, sono state messe in atto dal Ministero della Salute, che si è fatto carico di progetti come Okkio alla Salute, Frutta a Scuola, ecc. Insomma, sembra che il problema della sana alimentazione e degli stili di vita corretti rappresenti un’emergenza nazionale, la soluzione della quale è ritenuta della massima urgenza. Ma allora, mi chiedo, come mai abbiamo i

bambini più grassi d’Europa? E come mai questo dato tende a crescere? Cosa c’è che non va? Quale anello della catena è debole? Lo Stato? La famiglia? La scuola? Intendiamoci, è cosa ormai nota da tempo che l’obesità ha cause genetiche, culturali, psichiche. Ma sappiamo anche che le cause più frequenti sono legate all’alimentazione troppo abbondante e /o qualitativamente errata, insieme all’aumento di sedentarietà. Il pasto e il movimento di un bambino dovrebbero essere, per così dire, sotto la giurisdizione degli adulti di riferimento. O no? Facciamo un passo indietro, allora, e chiediamoci dove si è interrotto quel processo educativo che aiutava i ragazzi a scegliere gli alimenti in modo razionale. In effetti, una volta nessuno spiegava ai propri figli perché fosse meglio mangiare la frutta piuttosto che le patatine; così come nessuno spiegava agli adulti il motivo di una dieta variata. Mia nonna non aveva studiato scienze dell’alimentazione, eppure era consapevole del fatto che fosse meglio consumare più legumi e meno carne rossa. Chi glielo aveva insegnato? Tutto era molto naturale ed istintivo. Ma, ditemi, non vi sembra paradossale che nell’era del nutrizionismo e dell’informazione a portata di chiunque non si abbia più la minima cognizione riguardo all’alimentazione corretta? A me, francamente, viene un dubbio. Si tratterà davvero di “ignoranza”? Oppure è solo una questione di “rinuncia”? Certo, il problema è alquanto complesso. Non può esserci una sola causa, un solo colpevole. Ma cominciamo ad analizzare i fattori più a portata di mano e di click. L’industria alimentare, si sa, ha preso la palla al balzo e, com’è sotto gli occhi di tutti, non fa altro che sfornare prodotti di cui decanta le proprietà nutrizionali e preventive nei confronti di questo o quel problema metabolico. Così, sugli scaffali dei supermercati, ne troviamo per tutti i gusti; dai prodotti che fanno dimagrire, a quelli che apportano importanti nutrienti, a quelli che saziano senza ingrassare o che regolano la flora intestinale. E per quanto riguarda l’infanzia? C’è davvero l’imbarazzo della scelta: leggendo i claims sulle confezioni si direbbe che i nostri figli siano quelli meno a rischio di problemi legati all’alimentazione. Abbiamo cereali con aggiunta di calcio e vitamine, biscotti con fibra e miele, bevande ricchissime di vitamine, omogeneizzati di carne e pesce controllati e nutrizionalmente

perfetti, latti altamente digeribili ma nutrienti. Ce n’è per tutti i gusti. La pubblicità, sappiamo anche questo, è l’anima del commercio. Sapete cosa significa letteralmente la parola “ slogan”? E’ un’antica parola scozzese che significa “grido di guerra”: un grido capace di segnare la sensibilità di grandi e piccini e di immolare il loro rapporto sull’altere delle leggi di mercato, cioè sacrificarlo senza pietà all’esigenza di “superare la concorrenza”. La conseguenza disastrosa è la produzione di fattori destabilizzanti, quali il cosiddetto nag factor(fattore assillo), cioè il potere che un bambino condizionato dalla pubblicità e dai suoi slogan esercita sui genitori e sugli altri adulti di riferimento davanti agli scaffali del supermercato. Questo fattore, e ciò che ne consegue, priva il genitore di autorevolezza e sicurezza nel momento in cui, per sfinimento e senso di colpa, cede alle richieste del bambino. D’altra parte da recenti indagini risulta che il 45% delle scelte alimentari di una famiglia viene compiuto dai figli. Ricordiamoci, però, che da che mondo è mondo la “nutrice” di un bambino è sempre stata la madre (nella nostra epoca è giusto che lo sia anche il padre, certo); non si è mai visto un bambino scegliere gli alimenti per la propria atavica nutrice. Allora, le cose forse stanno così: da una parte c’è l’informazione “scientifico-divulgativa”, dall’altra l’industria alimentare e la pubblicità e noi stiamo in mezzo. La prima ci “istruisce” su cosa è sano e cosa no, la seconda ci “alletta” con pasti veloci “travestiti” da alimenti nutrizionalmente corretti. In mezzo ci siamo noi e il sostantivo che ho usato prima: “rinuncia”. A cosa abbiamo rinunciato? Ho pensato a lungo ad una risposta plausibile e mi sono sforzata di guardare la questione da più punti di vista, giungendo però sempre alla solita risposta. In realtà parlo di rinuncia perché credo che il problema del sovrappeso e dell’obesità infantile richieda, più che programmi nazionali di educazione alimentare, l’attenzione “vera” delle famiglie, che non dovrebbe essere un “servizio eccezionale” offerto da genitori, nonni, zii, ecc., ma il normale stato dell’educatore. La rinuncia a cui mi riferisco è, dunque, la rinuncia a quell’attenzione, ovvero all’”accudimento”, dove per accudimento intendo quell’istintiva voglia di guidare, accompagnare, rassicurare con i comportamenti e con il buon esempio. Il mio non è un modo per fomentare i sensi di colpa delle madri lavoratrici, della cui schiera faccio orgogliosamente parte, ma solo una provocazione, un invito a riflettere. La frase “stai fermo e mangia” dovrebbe essere sostituita da “mangiamo tutti insieme e poi usciamo a fare una passeggiata in bici”. Ma il tempo, si sa, è tiranno. Siamo oberatissimi da una moltitudine di impegni tali da indurci a trasformarci in tassisti e percorrere chilometri per accompagnare i bambini in piscina, mangiando merendine confezionate in macchina, invece di correre o fare un giro in bicicletta con loro; da indurci a consumare cibi pronti e affettati e formaggi per tutta la settimana, piuttosto che impastare una bella pizza insieme. Ma siamo proprio sicuri che accompagnarli in piscina e togliere tempo alla preparazione dei cibi ci faciliti la vita? Una delle poche pubblicità che guardavo da ragazzina sfoggiava uno slogan affatto somigliante a un grido di guerra. Diceva: “meditate, gente, meditate”!


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Esame di Stato. Il sud è più maturo. MONDO SCUOLA di Roberto Tortora Raffaello, La scuola di Atene(fonte: beniculturali.it) Prima di tutto, i fatti. Nella classifica provvisoria stilata a metà agosto dal Ministero della Pubblica Istruzione, gli studenti delle regioni meridionali si aggiudicano il più alto numero di 100 e Lode all’Esame di Stato. Per la precisione, Calabria, Sicilia e Puglia. Dato numerico, dunque incontrovertibile. Anche a fronte di una generale – e auspicata – riduzione complessiva dei punteggi massimi assegnati dalle Commissioni. A Luglio, infatti, già qualcuno aveva salutato con entusiasmo il nuovo corso “serio e severo” della scuola italiana: in aumento i non ammessi per scarso profitto e in forte aumento i non ammessi per motivi disciplinari. Era ora! Ricordate la questione del cinque in condotta? Bene. Poi sono arrivati i risultati dell’Esame di Maturità, con le statistiche, le scomposizioni, gli scorpori eccetera eccetera. E le differenze apparivano distribuite in base a tre fasce: i bravissimi al di sotto della linea Garibaldi, dal Volturno in giù (Basilicata, Puglia, Calabria, Sicilia); i bravini al di sotto della linea Bossi (Emilia, Marche, Umbria); i meno bravi al nord (non più di otto lodi per Istituto nelle regioni Piemonte, Veneto, Friuli, Lombardia). Adesso proviamo a capire questo singolare fenomeno geografico-culturale, proviamo a farcene una ragione. Naturalmente le cause possono essere tante, ma qui elencheremo solo le più probabili, le più attendibili. 1) Al nord, durante l’esame di Stato i membri delle commissioni presidiano lo svolgimento delle

prove scritte e orali in tuta mimetica e armati fino ai denti (il pugnale di riserva è nascosto negli anfibi). In quelle condizioni, i candidati devono vedersela da soli: guai a copiare dal compagno di banco e se vengono sorpresi a sfogliare un temario nascosto nello zainetto rischiano il deferimento alla corte marziale. Al sud, i professori sono asfissiati dal gran caldo. Sono costretti a lasciare il posto di sorveglianza a turno – ma anche tutti insieme in lieta brigata – alla ricerca di ventilatori, distributori di bibite ghiacciate e, nei giorni più afosi, vanno a fare un tuffo giù in spiaggia. In queste condizioni, gli alunni sono liberi di scaricare direttamente da Internet le soluzioni delle prove. 2) Dal momento che la prima e la seconda prova scritta vengono decise dal ministero – che ha sede a Roma ladrona – e dal momento che anche i programmi della prova orale sono per definizione “ministeriali” – cioè stilati dai funzionari che abitano e lavorano a Roma ladrona – è evidente che per affinità elettiva, culturale, comportamentale, politica ed etica gli studenti

meridionali risultano più preparati in tutte le discipline. Come dire? Più “in sintonia”. 3) In questo particolare momento storico, la cultura meridionale vanta eredità di maggior prestigio e peso rispetto alla cultura settentrionale. Arabi-Sassoni: 1 a 0. Anzi, tre a zero, visto che – perbacco!- ben tre hostess si sono convertite all’Islam in un solo giorno. E dove? A Roma, guarda un po’. In altre parole, Siciliani e Calabresi , vista anche la prossimità geografica, beneficiano ancora dei contributi filosofici e scientifici elargiti dalla cultura araba. 4) Nel Mezzogiorno i ragazzi studiano perché non hanno altro da fare. Tanto, non c’è lavoro. Non ci sono fabbriche. Le imprese chiudono. Non si sa come passare il tempo. Anche briscola e tressette finiscono con l’annoiare. Perciò, meglio mettersi sui libri. Su, al contrario, a tredici anni si va a lavorare. Puoi fare quello che vuoi, muratore, piastrellista, tornitore. E se ci metti un po’ d’impegno, con la maggiore età ti porti a casa il Porsche cayenne. Vuoi mettere? E allora, chi te lo fa fare di anchilosarti le gambe dietro un banco in una squallida aula scolastica? 5) Gli studenti del sud studiano di più per ragioni di carattere climatico. Un Palermitano, un Cosentino, un Leccese, disponendo di luce solare tutto l’anno sono invogliati a tenere il naso sui libri. Le pagine sono ben illuminate. Gli organi sensoriali preposti all’apprendimento sono confortati dalla temperatura gradevole e priva di sbalzi estremi. In zona cisalpina, invece, i ragazzi sono paralizzati dai brividi di freddo, la lettura dei testi scolastici è offuscata dal fiato che condensa nell’aria gelida, le giornate sono buie e tempestose. Nella Bassa bergamasca gli Istituti, resi invisibili e irraggiungibili a causa della nebbia, chiudono i battenti.

Fiume pagano (Pagina Tre) Estratto da paginatre.it Laura Costantini, Loredana Falcone, Fiume Pagano Ogni capitolo un ponte di Roma (Sublicio, Nenni, Sant’Angelo, Sisto e così via) e per incipit un brumoso febbraio, nell’ora peggiore di una gelida notte che cela misteri e puzza di neopaganesimo. Dal Tevere affiorano alcuni cadaveri, accomunati dal fatto di avere indosso una tunica bianca e alcune lettere sul petto, marchiate a fuoco. Suicidi? Forse no: sono stati drogati di assenzio. Unico testimone della loro morte è Venanzio, un solitario clochard che tenta di mettere in guardia il popolo dei diseredati dalle trame oscure di una donna velata che li accompagna al sacrificio, fino al tuffo nel fiume sacro. L’ormai collaudato sodalizio artistico delle due infaticabili scrittrici romane (al settimo romanzo, il secondo edito da Historica) trova in Fiume pagano una felice convergenza di svariati elementi. In primis la scelta congeniale, libro dopo libro, di costruire personaggi femminili a tutto tondo come perni della narrazione. Poi l’attenzione al dettaglio ambientale, la cura nella documentazione storica (forti del lavoro svolto su precedenti progetti come Le colpe dei padri; Roma 1944. Lo sposo di guerra) e una prosa lineare, senza sbavature, al servizio impeccabile della trama. Per Fiume pagano Costantini e Falcone giocano in casa, accompagnando per mano il lettore sul Lungotevere, nel cuore della singolare umanità che popola una Roma dai colori noti, senza però scadere nella macchietta o nel folclore più vieto. Gli attori con ruoli di

comprimari, in questa vicenda, fanno anzi la parte del leone contribuendo a rendere più sfumato e godibile l’affresco della Capitale dalle tante bellezze, qui percorsa obliquamente, lungo rotte lontane da quelle del turismo di massa. L’arruffato giornalista d’assalto Nemo Rossini, vero e proprio segugio della notizia nonché maestro di sarcasmo, e il più riflessivo luogotenente dell’arma Quirino Vergassola si insinuano nelle pieghe sotterranee dei movimenti

neo-pagani, nostalgici della grandezza di Roma e del libero pensiero offuscato dal Cristianesimo. Le loro indagini si sostanziano di un gourmet degno di un Pepe Carvalho (nel menu: bucatini cacio e pepe; mezzemaniche alla gricia eccetera), nelle osterie della Suburra, con sapori odori atmosfere che non sfigurerebbero accanto a un Simenon. Ma a mio avviso la “prima sorgente” di Fiume pagano è la sua “quasi protagonista” (le varie storie e figure ruotano attorno a lei), Monica Frabollini, agiata e inquieta, ossessionata dalla figura di un padre perduto in tenera età e cercato con disperazione nell’ambiente dei senzatetto e delle associazioni di volontariato. La caparbietà, la sua determinazione e forza di volontà la indurranno a ricombinare i pezzi sparsi del puzzle della sua esistenza, a scegliere “col cuore” tra due uomini: il portiere del suo stabile, Claudio, e Attilio, pontefice massimo della Brigata Coclite, associazione culturale che propugna un ritorno agli ideali storici della Roma Imperiale. Monica si concederà a colui che saprà comprendere le sue motivazioni più profonde, per quanto incerte e destabilizzanti, e assecondarne l’espressione. Ma forse sarà troppo tardi: il sacro fuoco di Vesta, la Dea primigenia, divamperà e gli eventi precipiteranno. La commistione tra i generi giova a Fiume pagano: sentimentale, giallo, qualche venatura horror, stralci di romanzo storico. Il ritmo cresce col numero delle pagine; la narrazione diviene serrata ( Viole(n)t red, noir delle stesse autrici edito lo scorso anno da Bietti Media, docet!) ma è bene non anticipare nulla per non togliere il piacere della lettura. Bella e gradita la citazione di Animula vagula blandula, poesia vergata in punto di morte dall’imperatore Adriano.


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Film, disegno, incisione, scultura, scenografia, performance, opera: William Kentridge a Jeu de Paume EARS WIDE SHUT di Giuseppe Gavazza fate click qui per ascoltare "I suoni dei cinque temi di Kentridge" foto e audio di Giuseppe Gavazza Bellissima la mostra William Kentridge, cinq thèmes al museo Jeu de Paume, a Parigi, che si chiude in questi giorni. Il testo introduttivo scrive: “ Connu essentiellement pour ses films d'animation composés de dessins au fusain, cet artiste travaille aussi la gravure, le collage, la sculpture, la performance et l'opéra. Associant le politique et le poétique” e, in effetti, mi è capitato di rado di vedere in una sola mostra ed un solo artista una simile completezza di tecniche, personalità e coerenza stilistica. Ormai è tecnicamente semplice ed economico fare video, installazioni visive e sonore, performances e documentazioni di performances; infatti lo fanno in tanti (in troppi) e mi capita sempre più di rado di vedere e ascoltare qualcosa che valga davvero i mezzi usati, che dia sostanza allo stupore tecnologico che ormai non stupisce più ripetendo gesti, concetti, idee, suoni e immagini e parole già viste ed ascoltate troppe volte. William Kentridge è nato e ha lavorato in Sudafrica - lontano da Europa, America e nuovi mercati dell'arte orientali – come disegnatore e scenografo; si è dunque formato e imposto in campi di arti applicate, pratiche e concrete lontane dal concettualismo di tanta arte di oggi puntellata dalle astrattezze teoriche di alleanze di curatori e critici e nutrita dall'aggiotaggio di collezionisti più interessati alla speculazione che all'arte. Nato nel 1955 ha conosciuto notorietà

internazionale solo negli anni '90 con una serie di piccoli “ disegni per proiezione” che intelligentemente riprendevano i suoi temi in una forma fruibile negli spazi di musei e gallerie d'arte. I tre teatrini posti in una stanza buia con proiezioni continue in sequenza, nati dalla sua regia del Flauto Magico del 2005 a Bruxelles, sono un capolavoro di intelligenza, tecnica, musicalità, cultura. Un misto di disegno, proiezioni, piccoli meccanismi scenografici sincronizzati con il video, le luci, la musica. Il Flauto Magico è un opera geniale e difficile da mettere in scena. Ricordo un vecchio spartito per voce e pianoforte di inizio XX secolo (mi pare edizione Ricordi) che nell'introduzione diceva qualcosa del tipo : “ L'opera risulta all'ascolto un po' stucchevole in causa della puerilità dell'argomento trattato” ….... (chiedo scusa per l'inesattezza della citazione ma purtroppo il vecchio spartito è andato perduto in qualche trasloco e non posso verificare).

…. e già, la puerilità dell'argomento, così come la leggerezza di Così fan tutte che insegna a vivere più di tanti trattati di psicologia. Qui, della complessa simbologia dell'opera, Kentridge riesce a trasmetterci “tutto” con pochi tratti essenziali, immediati, che fanno onore alla “dotta immediatezza” dell'originale mozartiano. Altrettanto ricco, complesso e godibile - anche se con toni, colori, climi, emozioni radicalmente diversi - è l'installazione (diverse proiezioni video sincronizzate in un unico spazio) nata dalla sua regia de Il Naso di Shostakovich, messo in scena pochi mesi fa (aprile 2010) alla Metropolitan Opera di New York. Personalmente l'impatto è stato meno emozionante, ma non posso non mettere in conto la diversa conoscenza e il diverso affetto che porto nei confronti dei due capolavori; ho studiato, ascoltato innumerevoli volte, visto in teatro e al cinema (il grande Bergman ovviamente) l'opera di Mozart che posso dire di “conoscere a memoria”; ho ascoltato una sola volta dal vivo (Teatro Carignano, Torino, 1979: una rivelazione indimenticata) il capolavoro di Shostachovich che ho poi riascoltato in disco senza aver mai letto ne - tanto meno - studiato in partitura. Non (de)scrivo di più, le informazioni essenziali le trovate al sito del Museo Jeu da Paume, esiste un bel catalogo con annesso DVD edito per l'occasione e save the name: William Kenridge. Non perdetevi una sua mostra o, forse, più ancora una sua regia o scenografia di opera o teatro. L'audio che si può ascoltare cliccando sull'immagine d'intestazione è un collage dei suoni registrati durante tutta la visita: un bignamino di 8 minuti di una visita di quasi due ore.

Come foglie quando si cammina INSTABILI EQUILIBRI di Stefano De Pace Sembra erigersi per difendersi da un amore straripante la parola, e ombre silenziose sollevano nelle mani giovani, minuscoli frammenti di bellezza pura. La musica della parola in questo racconto di Stefano De Pace che ospitiamo nel numero di questa settimana Queste parole, prima d’essere questo racconto, sono state un paio di giorni di sole e una notte di stelle in questa calda estate. Respira ancora il tuo cuore nel mio petto, risuona ancora la mia testa addormentata sulle tue gambe, felice per te ma estatica per il suo animo in subbuglio. Ci sono gesti che il tuo corpo non compie mai volontariamente, perché quel gesto solo lo specchio lo conosce. Della linea fluida che percorre il tuo destino solo io, posso curarmi. Ogni accorgimento è parola d’acqua, è accortezza nella difesa, è uno sguardo sulla città che rallenta il passaggio del vento e, la tua immagine sottile, perduta in carezze, è un’incontro tra due occhi che si parlano e ombre che si perdono nella completezza di una preghiera. E’ notte. Lunga sarà la strada, delimitata dai tuoi sorrisi, attraversata costantemente dalle mie

attenzioni. Ora ci attende, dietro l’ultimo dosso, dove lo sguardo si fa insicuro e tremante, l’inizio di un nuovo racconto. S’impara tardi a difendersi dall’amore che non conosce misura, a resistergli quando ti chiama, quando ti cerca mentre resti nel buio, fra i muri di questa stanza che tutto avevano visto, i muri sapevano, i muri che oggi guardano verso il basso, solo loro tornano sempre all’amore. Ho visto correre la mia ombra nel sogno incompleto, tornava da me, ho avvertito un calore sul viso come di vento o di un respiro. Vorrei dirti che di tutte le ombre che ho visto, quella degli esseri umani è la più solitaria. La bellezza però è tutta intorno, è nell’armonia del disegno divino, nella gioiosità dei miei passi, e nelle lune traverse dei tuoi. In questo tempo non c’è spazio per riflettere, non ci si sofferma troppo a lungo sul significato delle parole, in compenso se ne sfiorano molte, come le foglie quando si cammina. Il sapore speciale delle tue poche parole esalta il mio cuore. Solo il tempo sa inventarsi altre stelle, per questo tengo stretta la mia notte, la tua innocenza, la mia solitudine e quei tuoi silenzi incresciosi. Con loro porti in segreto la mia anima, al buio dove non c’è forza, né occhi, né voce. E in questa notte trascorsa insieme, a passo d’uomo, ad altezza dio,

mi hai condotto per alcuni intensi istanti sopra le guerre degli altri, le urla degli uomini, lontano dalla perversione delle civiltà; mi hai preso per mano in un tempo senza tempo, e se gli occhi indiscreti ignoravano il nostro amore, me la stringevi più forte, e come poesia che sgorga dal cielo, così obbligavi a scorrere sul mio viso rivoli di gioia, con la dolcezza infinita del tuo calore. Sarebbe importante amarsi di fianco, custodire il nostro abbraccio infinito con la natura fino a deridere il mondo, a minacciarne il sole. E’ così che la vita abbandona il suo velo, la sua pietra, la sua maschera. Le mie dita sulle tue labbra quella notte, mentre tu già coloravi il mondo col tuo corpo; le mie parole, consumate sul nascere da emozioni più grandi di un cuore. Ti sfioro appena i capelli, il collo, le braccia; Ho rincorso i miei sogni sull’opposto marciapiede, come un esule che rincorre ricchezza e libertà. Ho raggiunto i tuoi sorrisi, le tue carezze, ma ancora non riesco a guardarti negli occhi. Rimango disteso a sognare le tue mani sui miei capelli e chiamo a raccolta tutto il mio amore mentre i nostri visi spenti scompaiono nel buio, come piccoli alveari senz'anima, come sguardi di un passato ancora da raccontare.


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Notti e Tarante INSTABILI EQUILIBRI di Natty Patanè Di tanto in tanto una sferzata di vento rinfresca migliaia di corpi sudati. Lelo sgrana gli occhi quasi sorpreso, accanto a lui una ragazza si avvinghia ad un tipo magro con la testa fasciata da un turbante di dredlocks, la musica si sparge nella spianata brulla e sembra lambire la facciata barocca fasciata di luci. - per me una birra– Lelo risponde frastornato a Miky addentando un panino che sbrodola olio fritto da ogni dove, Miky lo guarda e sorride perso fra colpi di tamburello e tenerezza. - Proviamo ad avvicinarci– gli propone mentre lo prende per mano, cominciano a insinuarsi nella folla, gli altri cominciano a seguire i ricci di Fra’ che noncurante inizia uno slalom tra corpi dalle braccia alzate che ancheggiano a tempo oscillando, talvolta, bottiglie d’acqua o vino. In pochi istanti il gruppo trova pace in un piccolo slargo, un fazzoletto di erba esanime e consunta. Fra’ abbraccia il suo uomo mentre dal palco una donna fasciata di verde smeraldo modula acuti che fanno vibrare quasi che tutti si fosse in preda ad una sorta d’innamoramento ammantato d’erotismo. Intorno motori a scoppio impestano l’aria di puzza di benzina mentre i generatori illuminano vasconi di plastica che ospitano bevande semigalleggianti in quello che originariamente era ghiaccio. Lelo si avvicina a Miky e dalle spalle passa le sue mani sui fianchi, oltre l’elastico dei pantaloni a provare ad accendere il desiderio.

Sventolano bandiere improponibili e striscioni rigorosamente in dialetti del sud, dall’alto la gente dovrebbe apparire come un campo di fieno scosso da un vento forte. In breve tempo Lelo, Miky e i loro amici si fanno trascinare dai ritmi forsennati che acchiappano per i capelli e sbatacchiano, cominciano a saltellare, battere le mani, ridere e baciarsi, baciarsi come se tutto l’amore d’Europa fosse scivolato in questo tacco d’Italia che di pietre arse sembra dimentico, sbocciando e virando nel rosso di un pomodoro spremuto su una frisa ben inumidita dall’acqua e dall’olio quasi verde di olive. Bacia Lelo e per qualche istante dimentica l’esame, lo lancia in aria, palloncino insignificante insieme agli altri che, in crescendo, invadono i cieli. Miky gli prende la faccia tra le mani, lo guarda per un istante, quasi a fissarne i lineamenti ben bene, quasi avesse paura di dimenticarlo tra breve e poi si rituffa tra le labbra. - che bel regalo il tuo sorriso– Gli dice, e sorride. Negli occhi si spalanca un vortice, non c’è nulla di definito, si sentono solo lievi, quasi che da un attimo all’altro potessero librarsi in uno volo indicibile, gli occhi della gente non li toccano e i giorni brevi lasciano una scia piccola destinata ad estinguersi presto. Qualche passo in la qualcuno lancia schizzi d’acqua e poi di vino. La luna sembra godere dello spettacolo. Un ragazzo fissa il palco illuminato dalla luce di un venditore di birre, sotto il suo petto nudo un ombelico si affaccia da un podio abbronzato su una sottile striscia di pelle più pallida delimitata dalla cintura bassa che sembra quasi il piccolo quarto mancante della luna salentina

Thomas Preskett Prest / James Malcom Rymer. Varney il vampiro – L’inafferrabile OCCHIOINCAMERA di Gordiano Lupi Gargoyle Books prosegue nella sua riscoperta del padre di tutti i vampiri e dà alle stampe il secondo volume della saga, un vero e proprio feuilleton in salsa horror romantica. Vediamo la sinossi come ce la propone l’editore. “Liberato da Varney, Charles Holland torna dalla fidanzata Flora Bannerworth e dallo zio ammiraglio Bell, dopo aver rinchiuso nella prigione sotterranea, dove era stato egli stesso tenuto, il villain Marchdale, destinato a perire miseramente sotto il crollo delle pareti della cella. Bannerworth Hall, ormai deserta dopo la fuga dei legittimi proprietari in un cottage non lontano, viene visitata da personaggi misteriosi, tutti in qualche modo legati a Sir Francis Varney. Quando il dottor Chillingworth tenta di portare via il grande ritratto, somigliante allo stesso Varney, collocato nella camera da letto di Flora, viene aggredito e rapinato. Il medico chirurgo rivelerà, inoltre, di avere già conosciuto il vampiro a Londra: alla ricerca, con l’ausilio di un boia, di cadaveri su cui compiere esperimenti, aveva avuto l’impressione di resuscitare un criminale appena impiccato, lo stesso Varney. La testimonianza è confermata dall’arrivo in scena del boia, che ricatta Varney, e dal racconto fatto da quest’ultimo a Charles Holland, che è riuscito a rintracciarlo: assieme a Marmaduke Bannerworth, il pater familias morto suicida, egli aveva partecipato a un’azione criminosa per recuperare un’ingente somma di denaro persa al gioco, ed era stato poi catturato e condannato a morte.

A Bannerworth Hall è nascosto probabilmente il denaro rubato, mai recuperato. Nuovamente inseguito dalla folla, Varney si rifugia nel cottage dei Bannerworth, stabilendo con loro un rapporto di reciproco rispetto, ma torna a scomparire, mentre Charles e Flora possono finalmente sposarsi. Intanto, ad Anderbury, una cittadina di mare a circa venti miglia da Bannerworth Hall, fa la sua comparsa un misterioso e ricchissimo nobiluomo, il barone Stolmuyer di Salisburgo, che si prepara alle nozze con una bellezza del luogo, Helen, figlia dell’avida vedova Williams...”. Il secondo volume della saga merita di essere acquistato solo per la documentata e colta introduzione del grande Fabio Giovannini, un vero esperto in materia, che afferma: “Non ci sarebbero Edward Culen, i ragazzi vampiri di Lost Boys, né Angel o Spike della saga Buffy senza Varney. Chi ha scritto di vampiri dopo la metà dell’Ottocento, chi ha realizzato film o disegnato fumetti fino a oggi, ha utilizzato forse inconsapevolmente molti elementi di quel prototipo. Sir Francis Varney ci ha contaminati”. Altre novità Gargoyle Books che meritano attenzione: Il 36° Giusto di Claudio Vergnani, ancora una storia di vampiri dopo il debutto con Il 18° vampiro (sempre Gargoyle); I vampiri di Ciudad Juarez di Clanash Farjeon, ambientato nella violenta città messicana di confine. L’editore ci tiene a dire che prossimamente arriverà anche Manfredi. I numerosi fan sono avvisati. Io mi asterrò, credo.

Impara l'arte fotografica dal 15 settembre il corso a Bari CULTURE COMUNICATE di Antonio Di Ciaula foto di: Antonio Di Ciaula Un interessante corso di arte fotografica partirà a Bari dal 15 settembre 2010. Una occasione utile per conoscere, raccontare, raffigurarsi attraverso il mezzo fotografico. Il corso parte dalle basi della fotografia. E' pensato per coloro che possiedono una reflex e hanno voglia ed interesse ad ottimizzarne l'utilizzo. Ognuno avrà la possibilità di conoscere i concetti fotografici principali per ottenere immagini tecnicamente corrette. L'obiettivo è di porre solide basi per realizzare, attraverso la macchina fotografica e la post-produzione, quello che si immagina nella propria mente. Durante il corso si imparerà a leggere la luce e a scrivere con la macchina fotografica, raggiungendo una completa padronanza della tecnica di scatto ed una consapevolezza di scelta delle foto migliori. Al termine di ciascuna lezione, le slide vengono inviate agli allievi a mezzo posta elettronica, diventando così sussidio didattico. Il corso è svolto presso la L'UN.E.D.I. (l'Università Europea dell'Immagine), sita a Bari in Via Giulio Petroni 15/F2. 12 lezioni - 48 ore Durata: 3 mesi Data di inizio: 15/09/10 Frequenza: 1 giorno (4 ore) a settimana preferibilmente il mercoledì mattina - orario: 9.00 - 13.00 (il giorno e l'orario possono essere concordati insieme). 9 lezioni teoriche di 4 ore con videopresentazioni, esercitazioni e analisi/lettura delle immagini. 3 lezioni pratiche di 4 ore ciascuna, divise in questo modo: 2 uscite fotografiche guidate (in date da concordare insieme) e una lezione in sala pose. Requisiti richiesti: macchina fotografica reflex digitale o analogica. Costo: 400 € (IVA inc.) Docente: Antonio Di Ciaula Per prenotazioni e informazioni: info@adcphotography.it / 3396085009 PROGRAMMA: 1°MODULO: LA TECNICA- Il processo fotografico- Il corpo macchina, componenti e accessori- Obiettivi, pellicole e composizione- Il diaframma e la profondità di campo- Il tempo di posa- La luce e la giusta esposizione- Colore e bianco nero 2° MODULO: LA RIVOLUZIONE DIGITALEIl sensore e il dorso digitale- Le funzioni del corpo macchina- La corrispondenza delle focali ed il flash TTL- I files: Jpgs, Tiff e Raw- La luce in digitale (bilanciamento del bianco)- Il software, l’hardware, gli accessori- La calibrazione- Il fotoritocco 3° MODULO: LO STILE E LA PRATICA- Il ritratto- Architettura e paesaggio- Reportage Per iscrizioni e informazioni: info@adcphotography.it / chiamare al 3396085009


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Marilù Oliva. ¡Tu la pagaras! OCCHIOINCAMERA di Gordiano Lupi Marilù Oliva debutta nella narrativa con Perdisa Pop nel 2009 pubblicando l’ottimo Repetita, nerissima storia di nevrosi e sesso che racconta un’infanzia di abusi e solitudini, ma scrive da tempo per riviste letterarie e web-magazine come Thriller Magazine e Carmilla. ¡Tu la pagaràs! è una storia diversa dal romanzo d’esordio, un giallo misterioso e sensuale che si sviluppa nell’ambito dei balli latinoamericani e della santeria cubana, filologicamente corretto sin dal titolo con l’esclamazione riportata in castigliano. La storia si svolge in una Bologna che l’autrice conosce bene ed è molto notturna perché il teatro del primo delitto è una sala da ballo, mentre la vittima è il barista Thomás Delgado. Il romanzo si dipana come una sorta di Dieci piccoli indiani in salsa moderna, scritto con uso appropriato del dialogo e con tecnica da consumata autrice di best-seller. Abbiamo una serie di personaggi che sono dei possibili colpevoli. Prima di tutto la fidanzata di Thomás, Elisa Guerra - che tutti chiamano La Guerrera -, una giornalista pubblicista sfruttata da un losco individuo che dirige un giornale locale, appassionata di salsa, merengue, capoeira, Dante Alighieri e patatine fritte. Catalina è l’amica cartomante che vive insieme alla protagonista, pure lei appassionata di balli latinoamericani ma esperta di santeria cubana. Gabriele Basilica è il più classico degli ispettori all’italiana che conduce la danza delle indagini ma si lascia affascinare anche dal mondo dei balli latinoamericani in compagnia della Guerrera. Chi ha ucciso Thomás? Il mistero è davvero fitto. La fidanzata ne avrebbe avuto motivo, soprattutto per gelosia, visto che il fidanzato - da buon cubano - non si sognava di restarle fedele. Si verifica un secondo omicidio, questa volta nella campagna emiliana, ma il filo conduttore del nuovo delitto sono sempre i locali di salsa e merengue. L’ispettore

INSTABILI EQUILIBRI di Natty Patanè

Basilica ha il suo bel da fare, per la gioia del lettore medio italiano che stravede per i gialli e pare non voler leggere/vedere nient’altro. Il romanzo è ottimo per una sceneggiatura televisiva, anzi - visto lo stile sobrio e rapido ma ricco di dialoghi - direi che la sceneggiatura è già fatta, non serve un lavoro ulteriore. Per me che amo la cultura cubana un motivo di interesse per leggere questo romanzo - vista la mia inguaribile idiosincrasia al giallo - è il mondo degli orishas e della santeria cubana che l’autrice dimostra di conoscere molto bene. Consigliato per chi ama letture senza complicazioni sociali o letterarie.

L’indignazione non abita più qui L'OPINIONE di Vincenzo Jacovino Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno e le piaghe mortali che nel bel corpo tuo si spesse veggio,( F. Petrarca) insieme alla putrescente mucillagine di illegalità, grondante corruzione malversazione e ruberie di ogni genere, espandersi così in profondità e in modo così esteso per il tuo bel corpo e aspettarsi (…….) almen che’ (…) i sospir’( F. Petrarca) degli onesti potesse produrre un soprassalto di sdegno, di vergogna e, perché no, anche di rabbia, della sana e giusta rabbia. Ma sembra che gli onesti, pur presenti, siano ormai fuggiti dal bel Paese, gli altri non hanno neanche la forza di indignarsi mentre il resto dei residenti: i più dormono, e chi è svegliato attende solo a godere e arricchire, invece di rendere illustre il suo nome( V. Gioberti) lo infanga con gioia e soddisfazione. L’indignazione non abita, purtroppo, in queste sperdute italiche contrade. L’irruzione della mucillagine ha deflagrato sì, nel pieno di un’estate calda e a tratti anche torrida, senza però

Il sapore del ferro - Una stella cadente! Ma ho dimenticato di esprimere il desiderio!– Disse intristita dal sedile posteriore - Non preoccuparti, la stella conosce il tuo desiderio– Rispose, per rassicurarla, mentre Sinead O’Connor univa le due generazioni con il suo canto. La tenerezza, forse, o chissà quale meccanismo inceppato della mente lo scaraventò indietro di anni e chilometri. Non c’era la radio in macchina a quei tempi. Non c’era musica nella vecchia 500. Non c’era musica nella vita, ma se ci fosse stata sarebbe stato l’incastro struggente di una “ you are my sister”. L’odore del mare si mescolava al sapore ferroso della vecchia ringhiera a cui aveva a lungo poggiato le labbra Angelo guardava oltre il vetro le case fuggire, la linea dei marciapiedi di basalto correre veloce e cancellare ogni segno. Malgrado i suoi pochissimi anni aveva già imparato a conoscere quella sensazione scevra di parole che assale i principi delle fini nel terminare nostalgico delle domeniche e, per questo, taceva quasi a non dover disturbare il vento che si sarebbe da un momento avvicinato a rubare l’ultimo istante del giorno di festa. Il paese lasciò spazio all’inquadratura curva della campagna rossastra di un tramonto che riverberava sulle rocce laviche e la voce di una zia che gli chiedeva se stesse dormendo proprio mentre gli occhi si chiudevano. Lo squillo del telefonino portò via il ricordo, come coincidenza Norma rispose al telefono e la sua voce si illuminò di note d’affetto. Angelo continuò a guidare sorridendo di tenerezza senza farsi vedere dalla sua bimba che inesorabilmente cresceva. E il mare si avvicinò con il suo odore e le carezze che il tempo aveva rapito. L’estate, inesorabilmente, sfuggiva tra tamerici e torri cadenti in un taglio di oscurità riversa ad est.

mai rischiarare il persistente e cupo oscuramento delle coscienze né ha mai fatto tremare, se pur con scosse lievi, il Palazzo. Evidente segno del dissolvimento morale del paese. Pertanto, insieme alla calda estate c’è stato il dissolvimento morale della comunità ma, soprattutto, c’è stata anche l’amara constatazione che nonostante scrutavamo da una segreta postazione il confine temevamo l’assedio dei barbari l’assalto e poi la successiva inevitabile invasione. Invece il nemico era tra noi ci possedeva fin dal tempo medio.( E. Stellitano) Con la mucillagine è emersa una brutta realtà: la gestione della cosa pubblica, a tutti i livelli: locale e nazionale, è ormai nelle mani di una ristretta schiera di faccendieri che sta rendendo, giorno dopo giorno, più vicino il rischio d’una incalcolabile decomposizione del tessuto civile e sociale del paese. Se il nemico è tra noi perché l’indignazione e la sana e giusta ribellione non si organizzano per isolarlo? Sembra, purtroppo, che la civile ribellione sia sempre più lontana. nonostante la frustrazione, ormai, alberghi in pochi e vigili cittadini e la rabbia brucia loro l’anima.

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