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Anno 2 N°23

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LA SETTIMANA

dal 22/05/2009 al 28/05/2009

Gli spazi della musica EARS WITH SHUT di Giuseppe Gavazza

Ho speso le ultime due settimane a Berlino, tra le altre cose, in cerca di occasioni d'ascolto. Ho ascoltato un'orchestra straordinaria, i Berliner Philhamoniker in Elias op.70 di Mendelssohn: grande orchestra, organo, coro e 10 voci soliste solisti, tre ore di oratorio - di rara esecuzione dirette a memoria dal piccolo grande Seiji Ozawa, 74 anni, folta chioma grigia ed energia adrenalinica sul podio della Philharmonie, la mitica grande sala di concerti. Mitica perché - progettata da Hans Scharoun nel 1956 - da controversa vincitrice di un concorso pubblico é divenuta punto di riferimento per l'architettura delle sale da concerto, per eccellenza acustica ed originalità: la struttura (illustrata dal logo: tre diversi pentagrammi concentrici disassati e diversamente ruotati) mette il palco al centro; il pubblico è tutto attorno, ogni settore ha una propria prospettiva visiva e acustica ottima ma diversa, compresi i posti laterali e posteriori che consentono di vedere il direttore non solo di spalle (consueto ma poco interessante e in fondo, se ci pensate, anche un poco avvilente per il pubblico) ma di lato e di fronte in un punto d'ascolto (e di vista) vicino a quelli degli orchestrali, di chi i suoni li produce oltre che ascoltarli. Una prospettiva che ha anticipato la fruizione di concerti su home-video. Mitica personalmente perché, in una prospettiva più intima, se il mio primo interesse per la musica (da cui poi è nata la passione, lo studio e la ragione di vita di fare il musicista) si può collegare con delle immagini quelle immagini forse sono proprio le foto di copertina e del libretto del cofanetto Deutsche Grammophon delle Nove Sinfonie di Beethoven eseguite dai Berliner Philharmoniker diretti da Herbert von Karajan: il direttore che ha fatto il mito non solo di quest'orchestra ma anche di questa sala. Il suono di quelle registrazioni era anche il suono di quello spazio che, conosciuto nelle immagini del cofanetto di dischi (33 giri di vinile, eravamo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta) ho fotografato con la memoria e non più rimosso come archetipo di spazio per la musica sinfonica. Credo che Karajan sia stato il primo direttore ad aver capito l'importanza della registrazione, ad aver deciso che il disco non era solo la testimonianza di un evento ma un prodotto d'arte e di commercio autonomo. Il primo direttore che ha speso altrettante e forse più ore in studio che in sala prove; non solo con gli orchestrali ma con altri professionisti del suono, i Tonmeister(traduzione insoddisfacente: ingegneri del suono) a lavorare con scrupolo e orecchio finissimo per il missaggio finale, considerando l'editing come un'altra, altrettanto importante, fase di concertazione, direzione, interpretazione. Giorni spesi ad ascoltare le decine di traccie audio registrate: ognuna un orecchio (i tanti microfoni messi vicino ad ogni

strumento), ogni orecchio uno strumento, per fare - in definitiva - il lavoro inverso a quello del compositore che scrivendo una partitura dona forma ad un suono pensato, compila una traccia a più canali, un pentagramma per ogni strumento. Se poi ogni strumento ha il suo microfono, editare il missaggio definitivo da mandare sui due canali dello stereo è rifare il percorso inverso, dai tanti strumenti al cervello del pubblico che ascolta attraverso due orecchie. (E pensare che Beethoven negli ultimi anni era sordo!) Lo spazio della musica diventa in certi casi oltre che uno spazio acustico anche uno spazio visivo, evocativo, narrativo, emotivo. Ho ripensato ai tanti microfoni come orecchie immerse in un'orchestra di suoni in merito alla grandiosa, impressionante installazione The murder of the crows di Janet Cardiff e Georges Bures Miller. Uno spazio vuoto e grandissimo, la Nationalgalerie im Hamburgerbanhof, sempre a Berlino, un impianto audio che gestiva una partitura di 98 parti reali inviate su 98 diffusori hi -fi dislocati nella spazio secondo una architettura precisa voluta dagli autori: appesi in aria, su aste ad altezza d'orecchio, su sedie tra altre sedie lasciate vuote per il pubblico. Un altoparlante solista, in forma di corno, appoggiato ad un tavolo al centro dell'anfiteatro di sedie. La forma dello spazio musicale è classica: un punto focale centrale (il podio-tavolo con l'altoparlante-cornovoce solista-magica cornucopia) i suoni tutto attorno e qui, di più ancora che nella Berlin Philharmonie, il pubblico che camminando o sedendo su una delle sedie, sceglie una prospettiva d'ascolto dinamica tra le infinite possibili. Anche la durata è anche quella di una sinfonia classica: 30 minuti. La forma è in tre movimenti, con storie raccontate in forma di sogni; un poema sinfonico o un oratorio con una voce narrante, una voce solista che canta, suoni registrati dal vivo, un coro (il Mottetto del compositore Cinquecentesco Thomas Tallis già usato da Cardiff e Bures Miller in Forty-Part Motet del 2001, 40 voci diffuse da 40 altoparlanti disposti ad ellisse), un banda ed con coro militari (anche questi registrati con un esercito di microfoni, uno per ogni strumento) in mezzo a cui possiamo camminare per ascoltare da vicino quello che suona la tromba, il clarinetto, il trombone, le percussioni, ognuno chiuso nella scatola nera del “suo” diffusore acustico. Uno spazio d'ascolto da vedere, da percorrer, da ascoltare in prospettive diverse da cercare, ricordare, confrontare. Nel bel mezzo di questa rappresentazione ho pensato al Grand Opera, Hollywood musicale dell'Ottocento; quando, finito lo spettacolo, ci si chiede se a stupire sia la grandezza dei mezzi messi a disposizione o la grandezza del pensiero artistico; se, in una Grande Opera, grandi siano i

mezzi utilizzati o sia grande l'artista che li utilizza. Un secolo fa hanno coesistito non lontano da qui, due geni come Anton Webern e Gustav Mahler: tutto il mondo in un gesto il primo, (l'opera omnia sta in due CD), una sinfonia deve essere un mondo il secondo (qualche sua sinfonia non sta su un solo CD). Due universi poetici ed estetici lontanissimi in due grandissimi compositori. Dal sipario rosso messo d'ingresso alla sala grande della Hamburgerbanhof sono uscito come spettatore stupito ed emozionato e come musicista mi chiedevo: se avessi a disposizione una sala così + credo 150.000 Eu di attrezzature audio a disposizione + carta bianca e tempo per progettare e lavorare = forse anche io saprei stupire il mondo. Chissà. Lo spazio della musica è stato anche un concerto da camera alla Mendelssohn Remise, in un antico palazzo vicino alla centralissima Friedrichstrasse, a pochi passe dallo Staatstheather e dalla Konzerthaus. Non una sala da concerto ma un elegante grande salone di abitazione, frequentato da altrettanto eleganti ascoltatrici e ascoltatori, nella casa dove visse Mendelssohn, la stessa casa dove al primo piano, mi spiegava uno degli ascoltatori eleganti, ha vissuto Clara Schumann. Uno spazio storico, affettivo, psichicamente impregnato di rimembranze. Un giovane eccellente quartetto d'archi con un programma che comprendeva, oltre un quartetto di Mendelssohn, due brani scritti nei primi anni '40 da compositori detenuti e morti nel campo di Theresienstadt: la stazione da cui partivano i treni che deportavano a Theresienstadt era poco lontano da qui. Dov'era la stazione ora si vede una facciata in parte ricostruita, una parete isolata e “inutile” davanti ad un grande prato, messa a memoria di un orrore. Il suono era speciale, non tanto per una realtà acustica, ma per una realtà percettiva in cui si articolavano suoni, musica, storie, storia, colori, odori, suggestioni, memorie, emozioni. Lo spazio della musica, del suono è stato anche uno spazio che mi aspettavo straordinario: Singhur Hoergalerie, (letteralmente Galleria d'ascolto dell'orologio che canta), architettura industriale di depositi d'acqua, uno spazio speciale dedicato alla Sound-art nel centro di Berlino che dal 1996 ad oggi è diventato punto di riferimento per le installazioni d'arte che usano il suono; una cinquantina di mostre con gli artisti di riferimento di questo altro modo di fare musica, arte dei suoni con tempi e spazi differenti dal concetto classico del concerto. Uno spazio atteso che è rimasto tale: l'inaugurazione della stagione, con i nuovi lavori di Stefan Rummel, Terry Fox e Arnold Dreyblatt era il 21 maggio, due giorni dopo la mia partenza. E' rimasto uno spazio immaginato e atteso, ottima ragione per tornare per poterne scrivere, a ragione ascoltata.

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FEDERICO FELLINI La svolta de La dolce vita OCCHIO IN CAMERA di Gordiano Lupi

Federico Fellini A cinema greatmaster, un libro di Gordiano Lupi pubblicato da Mediane - Carta fotografica – Selezione di foto originali. Fellini è senza dubbio il regista Italiano più conosciuto al mondo, oltre ad essere considerato come una fra le menti più fertili e visionarie del nostro cinema del dopoguerra. Più di ogni altro regista egli è stato in grado di trasformare la realtà della vita nel surrealismo della propria arte. Per quanto proveniente dalla scuola del neorealismo, l’eccentricità delle caratterizzazioni di Fellini e la sua “commedia dell’assurdo”, lo hanno allontanato dai suoi colleghi contemporanei quali : Vittorio de Sica o Roberto Rossellini, identificandolo fino a renderlo unico. Gordiano Lupi ripercorre la vita e la carriera cinematografica del grande regista riminese, integrando gli scritti da numerose citazioni del maestro, oltre ad una approfondita analisi di tutta la sua produzione. Una selezione di rare ed inedite fotografie, ritraggono Fellini in vari momenti: sul set, dietro la macchina da presa ed in numerose istantanee di vita pubblica e mondana. La dolce vita (1960) racconta la vita fallimentare del giornalista Marcello Rubini (Mastroianni) che ha abbandonato ogni ambizione letteraria, scrive per una rivista scandalistica e frequenta le notti romane a caccia di emozioni. Il film inizia con una visione simbolica del giornalista che sorvola la città in elicottero trasportando una gigantesca statua di Cristo. Fellini utilizza la dissolvenza per inserire nuove situazioni che presentano reporter d’assalto, tentati suicidi e un’attrice che arriva all’aeroporto. La parte interpretata da Anita Ekberg impegna buona parte del primo tempo e presenta un’attrice simbolo del modello felliniano di donna opulenta e sensuale. “Anitona Ekberg mi ricordava le prime tedesche che arrivavano a Rimini in sidecar, già ad aprile si spogliavano sul molo e si tuffavano nell’acqua gelida, come trichechi”, commenta Fellini. Anita incontra Marcello davanti al panorama di San Pietro, finisce nel bel mezzo di una festa alle Terme di Caracalla, balla mambo e cha cha cha, soccorre un gattino per i vicoli di Roma, trascorre una notte brava che termina con un bagno nella Fontana di Trevi. La serata di musica frenetica mette in primo piano un giovanissimo Adriano Celentano con il suo clan, tra i protagonisti della festa. Un altro episodio polemizza con le false apparizioni mariane e la credulità popolare, ma sono sequenze che portano problemi con il Vaticano e con la stampa cattolica. Rubini passa il tempo seduto ai tavoli dei bar di via Veneto, collabora con un fotografo soprannominato Paparazzo (da questo film nasce il neologismo), si immerge in un mondo rutilante e borghese. Il giornalista incontra il padre e i due trascorrono una serata al night, dove il genitore si invaghisce di una ballerina. Marcello è fallito anche come figlio, perché ammette di non conoscere il padre, un uomo troppo impegnato per dedicargli tempo. Il dialogo padre - figlio a casa della ballerina, dopo un malore che finisce per far fallire il rapporto, è un grande pezzo di teatro. Il vecchio genitore dà le spalle al figlio, guarda fuori dalla finestra e mormora: “Bisogna che vada”. Non accetta il passare del tempo, vorrebbe essere ancora giovane, non dover giustificare un malore, soprattutto non doversi vergognare davanti al figlio. Lo scrittore fallito Steiner (Alain Cuny) afferma di essere “troppo serio per fare il dilettante e incapace di fare il professionista”, ma soprattutto non riesce a vivere distaccato dalla realtà e fuori dal tempo. Ama i suoi figli con tutto il cuore, li bacia prima di andare a dormire, li accudisce, ma finisce per ucciderli e si suicida

con un colpo di pistola alla tempia. Marcello deve consolare la moglie affranta dal dolore, mentre reporter cannibali scattano foto a ripetizione. “Forse aveva paura di se steso. Di noi tutti”, conclude Marcello. A questo proposito citiamo un’interpretazione avanzata da Mario Aprile Zanetti che vede come chiave di lettura del film la presenza di due nature morte di Giorgio Morandi nella sala dove si svolge il dialogo tra Steiner e Rubini. “La natura morta di Morandi e la sequenza del salotto intellettuale di casa Steiner rappresentano una grande varietà di bottiglie e di persone. Mastroianni e Cuny oltre che del quadro parleranno anche dell’esistenza umana, sospesa tra paura e desiderio, entusiasmo e depressione, ordine e caos”. (M. A. Zanetti - La natura morta de La dolce vita - Istituto Italiano di Cultura e New York Film Academy). L’interpretazione di Zanetti mette in stretta connessione Giorgio Morandi e Federico Fellini, come due artisti capaci di creare capolavori partendo dalle cose semplici e da attori poco conosciuti. Il tema del film diventa quello dell’arte in generale: la vita stessa come capolavoro. La vita di Marcello Rubini prosegue con una giornata trascorsa in un locale sul mare dove scrive un articolo, conosce una ragazzina che fa la cameriera (Valeria Ciangottini) e si lascia infastidire dalle note del juke-box. La notte romana prosegue con un festino a casa di nobili, tra prostitute che dicono di amarlo, omosessuali, spogliarelli e finte sedute spiritiche. Marcello litiga con la compagna, è insoddisfatto di tutto e non sopporta l’amore come convenzione borghese. “Non vuoi bene a nessuno. Resterai per sempre solo”, dice lei. “Non posso passare la mia vita a voler bene a te”, risponde il giornalista. Fellini ritrae Marcello come un uomo perennemente inquieto, insoddisfatto della vita, deluso da tutto, persino dall’amore. Non è un personaggio positivo, ma è soltanto un giornalista

che si vende per denaro, che intervista il maggior offerente e che scrive ciò che vuole il pubblico. Il film è una discesa negli inferi di una città degradata, tra nobildonne che si lasciano cavalcare, si spogliano per noia e scelgono gli eccessi per sentirsi vivi. Un barlume di speranza è racchiuso in uno splendido finale che si stempera tra il rumore del mare e gli occhi innocenti di Valeria Ciangottini, ultimo incontro di Marcello mentre sulla spiaggia sta spuntando l’alba. Il giornalista, però, non sente le parole dell’innocenza, il rumore soffoca ogni cosa, lo sguardo dolce della ragazza resterà un ricordo, perché lui seguirà i borghesi annoiati. Gli sceneggiatori Tullio Pinelli, Brunello Rondi, Ennio Flaiano e Federico Fellini descrivono incontri erotici, orge e folli avventure. Il film è un viaggio nella notte romana, all’interno di una società corrotta dove crollano miti, valori e convenzioni. La pellicola è teatrale, girata quasi tutta in teatri di posa, con pochi esterni, costruita su parti liriche e grandi prove recitative. Fellini cita il circo in un paio di sequenze al night quando presenta una sorta di clown come domatore musicale di tre donne vestite da belve. Subito dopo entra in scena un triste suonatore di tromba che fa l’incantatore di palloncini mentre intona un languido motivo. La dolce vita fa da spartiacque della produzione felliniana e dà il via a una serie di pellicole meno legate alle tradizionali strutture narrative. È una pietra miliare della carriera di Fellini ma anche della storia del cinema, perché rompe con un vecchio modo di raccontare storie sul grande schermo. Marcello Mastroianni diventa l’alter ego del regista, che attraverso le parole dell’attore esprime la sua analisi spietata di una società borghese in disfacimento. Fellini non sarebbe d’accordo con questa considerazione perché ha sempre detto: “Marcello Mastroianni non è il mio FEDERICO FELLINI a pagina 4


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Cipro: una piccola valorizzazione per una grande scoperta destinazione dell’edificio sembra culturale, data la presenza di un altare fiancheggiato su due lati, da un canale costruito in blocchi di basalto e intonacato di calce per la fuoriuscita del sangue e dell’acqua lustrale. Appaiono di grande interesse, soprattutto per la datazione estremamente alta del complesso, i confronti con aree simili, benché non triangolari descritte in diversi passi della Bibbia ». La scoperta è ben esposta nella mostra "Cipro: un sito di 4000 anni fa e l’archeologia sperimentale", visitabile gratuitamente a Viterbo presso il Museo Nazionale Etrusco nella Rocca Albornoz, fino al 31 maggio 2009. Purtroppo, sebbene il Museo in questione risulti di valenza nazionale, non si riescono a visionare i dati della mostra se non attraverso il sito del Ministero dei Beni Culturali:

IN 4 LATI di Chiara Di Salvo

Iniziato nel 1995 con la scoperta dell'insediamento di Mavroraki (nei pressi del villaggio di Pyrgos – Limassol - Cipro), lo scavo archeologico è diventato continuativo dal 1998. La ricerca archeologica, cofinanziata dall'Ufficio V Culturali del Ministero degli Affari Esteri, dall'Associazione culturale Tuscia Cultura, dal Centro per l'Archeologia Sperimentale "Antiquitates" di Blera e dalla Municipalità di Pyrgos, sta lentamente portando alla luce un vasto insieme architettonico unitario, proto palaziale, risalente alla metà del III millennio a.C. e distrutto da un terremoto nel 1850 a.C. circa. Il sito si estende per un'area di circa 4000 m² e comprende un'interessante area industriale organizzata intorno alla produzione di olio d'oliva, vino, rame, tessuti preziosi come la seta selvatica (ricavata dal bozzolo di un lepidottero endemico dell’Egeo) e profumi di cui sono stati individuati i componenti ed addirittura riprodotte le fragranze di base. La dott.ssa Maria Rosaria Belgiorno dell’Istituto per le Tecnologie applicate ai Beni Culturali (Itabc) del CNR e responsabile del sito, sostiene che l'importanza della scoperta non risiede solo nella sua peculiarità di complesso industriale ma nell'integrità dei livelli preistorici rinvenuti. Infatti tali resti sono stati portati alla luce a distanza di 4.000 anni e dopo essere stati sepolti da un devastante terremoto che ne causò la fine definitiva. Questa integrità sta consentendo ai professionisti di settore di ricostriure, attraverso le indagini archeologiche, archeometriche, paleobotaniche, paleozologiche ed etnoarcheologiche, le metodologie di produzione metallurgica, agricola, medicinale e tessile risalenti all'inizio del II millennio a.C. La scoperta la si deve considerare un'occasione di ricerca unica nel suo genere poichè non ha, per ora, confronti mediterranei tangibili ma solo testimonianze epigrafiche relative alle registrazioni amministrative, conservate nei

sistemi palaziali dell'Egeo, del Vicino Oriente e dell'Egitto. In ordine di tempo, l’ultimo ritrovamento è individuabile in un edificio molto particolare, il cui perimetro risulta essere triangolare e risalente a 4.000 anni fa circa. La particolare forma geometrica dell'edificio porta a ricondurlo alla struttura di un tempio, ipotesi avvalorata anche dalla presenza di frammenti di ceramiche databili 2.500-2.350 a.C. (Bronzo Antico) e 1800 a.C. (Bronzo Medio II). Tra i reperti più antichi, si considerano: un ago di bronzo con foro perfettamente rotondo sulla cruna (tipico ago x cuoio), due rarisssimi orecchini di bronzo del tipo Philia (2350 a.C.) e molti frammenti diagnostici di vasi in Red Polished I e II dalla caratteristica base piatta. Secondo la dott.ssa Belgiorno « ... la

http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/ s i t o MiBAC/Contenuti/Eventi/EventiInEvidenza/InIta lia/visualizza_asset.html_1299079187.html peraltro di difficile reperimento... Scoperte così importanti e, ci tengo a sottolinearlo, coordinate da un'equipe italiana, dovrebbero essere più valorizzate dagli enti che le realizzano. Purtroppo, accade ancora troppo spesso di cercare dati, informazioni o semplicemente orari di apertura di musei che sono ancora sprovvisti di un loro sito internet, sebbene il progetto internazionale Minerva "Museo&Web" (progetto di equipe italiana) ne sottolinei l'importanza rilasciando semplici linee guida per la realizzazione di sito web culturale. Consiglio di provare a digitare in internet la dicitura "Museo Nazionale Etrusco". Il rimando al primo link è quello di un servizio ticket di un'agenzia privata. Per maggiori e dettagliate informazioni, è possibilie visionare i risultati preliminari delle ricerche che sono pubblicati sul sito web www.pyrgos-mavroraki.eu

MACCAGNO: un premio che ne vale cinque CULTURE COMUNICATE di Claudio Rizzi - Ad Acta

Il "Premio Maccagno" collega in sinergia cinque Premi esistenti nel territorio lombardo: "Rassegna Internazionale Giovanni Segantini e Bice Bugatti" - Nova Milanese; "Premio Nazionale Rinaldo ed Ermenegildo Agazzi" Mapello; "Premio Biennale di Pittura Luigi Brambati" - Castiglione d'Adda; "Premio Morlotti" - Imbersago; "Premio Internazionale d'Arte Città di Bozzolo - Biennale Don Primo Mazzolari" - Bozzolo. Nel meccanismo operativo si rinnovano obiettivi e finalità delle singole Rassegne che si rafforzano nella reciprocità di compartecipazione e nella ulteriore valorizzazione dei singoli contenuti. I cinque Premi chiamati in sinergia ampliano in questo modo il proprio raggio d'azione e proiettano la propria attività a ulteriore cassa di risonanza superando i confini locali e concretizzando un'azione sistematica. Si potenzia l'impegno alla divulgazione dei valori e alla promozione dell'Arte Contemporanea, rafforzando validità e percorso di ogni singolo Premio. La mostra propone cinquanta opere appartenenti a venticinque artisti, già partecipanti alle singole manifestazioni e segnalatisi per evidenti meriti: Marco Anzani, Ako Atikossie, Laura Branca, Dino Buffagni, Arrigo Buttazzoni, Laetitia

Calcagno, Andres David Carrara, Adriano Castelli, Franco Chiarani, Alessandro Fabbris, Victor Ferraj, Barbara Galbiati, Nevio Monacchi, Mattia Montemezzani, Mario Paschetta, Anders Christian Pedersen, Marco Perroni, Ugo Rassatti, Grazia Ribaudo, Daniela Romagnoli, Alessandra Rovelli, Vanni Saltarelli, Alessandro Sanna, Sandro Soravia, Marco Tamburro.

Il Premio Maccagno assegna due premi acquisto e, al vincitore assoluto, dedica una mostra personale che verrà allestita a Milano, nell'anno 2010, presso l'Associazione Culturale "Spazio Tadini". La Giuria sarà composta dai critici d'arte Alberto Pellegatta e Angela Madesani, dal Direttore Artistico del Museo, dal Presidente dell'Associazione Culturale "Spazio Tadini", dal Sindaco di Maccagno, da un delegato dell'Assessore Cultura Regione Lombardia, dall'Assessore alla Cultura (o suo delegato) della Provincia di Varese. A cura di Claudio Rizzi, con coordinamento di Ad Acta, i Patrocini di Regione Lombardia e di Provincia di Varese, unitamente a quelli dei Comuni di Nova Milanese, Mapello, Castiglione d'Adda, Imbersago, Bozzolo e delle Province di Milano, Bergamo, Lodi, Lecco e Mantova, catalogo Silvia Editrice, la mostra propone al pubblico un ampio e ulteriore capitolo della contemporaneità. INAUGURAZIONE E PREMIAZIONE: Sabato 30 maggio 2009 ore 17.30 Maccagno (VA) Civico Museo Parisi-Valle Via Leopoldo Giampaolo, 1 Apertura al pubblico: 31 maggio - 19 luglio 2009 Orari: giovedì, venerdì, sabato, domenica e festivi 10-12 / 15-19


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Morire di lavoro IL FATTO di Valeria Del Forno

Incidenti il più delle volte mortali e che avvengono per mancanza di sicurezza sul posto di lavoro. Sono queste le morti bianche. Una storia senza fine che, a causa della mancanza di investimenti in sicurezza e negligenza nei controlli, continua a mietere vittime. Inaccettabili e assurde le cifre e le cause per un Paese come il nostro, tra i più progrediti al mondo. Un morto ogni sette ore, questi sono i dati sulle morti cosiddette bianche, le morti avvenute per mancanza di sicurezza sul posto di lavoro. Alcune sono più eclatanti e fanno più notizia. Altre, centinaia o migliaia, sono più nascoste e si riducono a dei piccoli trafiletti sui giornali. Morti sotto silenzio, senza nome e cognome, o incidenti clamorosi di cui si parla per settimane, qualunque sia il modo, la guerra che si combatte, giorno per giorno, sui luoghi di lavoro è tutta in queste cifre: 1260 le vittime in Italia nel 2007, un tributo di vite umane inaccettabile per uno dei paesi più ricchi e progrediti al mondo. NEI CANTIERI , ad esempio, gli infortuni mortali nelle costruzioni sono stati 235 nel 2007 dei quali il 16,6% immigrati. Le cause vanno dal 42,55% di chi cade dall'alto al 20,85% di chi è travolto da mezzi meccanici al 14,89% di coloro che sono travolti da materiali di lavoro. I costi dei danni derivati dagli infortuni sul lavoro sono valutati in oltre 45,44 miliardi di euro: un prezzo altissimo in termini economici e incommensurabile in termini di perdite di vite

umane. Dietro le cause apparenti, si nascondono scenari più atroci: l’illegalità, l’imprudenza e soprattutto l'avidità di imprese irresponsabili che si ostinano a ignorare le norme sulla sicurezza, trascurando i diritti dei lavoratori e il rispetto stesso della vita umana pur di inseguire la logica del profitto. Una logica che esercita una pressione enorme sui dipendenti, tenuti a rispettare con rigore orari e condizioni lavorative predeterminate per salari spesso modesti; ma che non offre adeguati sistemi di vigilanza nei cantieri e nelle fabbriche e piena agibilità anche per i delegati alla sicurezza. Così il numero delle imprese italiane che presenta rischi elevati nelle condizioni di lavoro è quasi il quaranta per cento e la causa è sempre la mancanza di investimenti in sicurezza. Tenendo conto che le strutture deputate al Controllo e alla Vigilanza sui luoghi di lavoro in

No, al mercato della multietnicità L'OPINIONE di Vincenzo Jacovino

All’affermazione così categorica, quale:“ L’Italia non è un paese multietnico” ci si chiede sorpresi e i celtici o i saraceni, i normanni o gli ispanici, gli altoatesini o i savoiardi (non li si confonda con i gustosi e famosi biscotti) o, ancora, i turchi che hanno infestato in lungo e in largo le coste italiane non convivono sul territorio del nostro bel Paese? E dei galli cosa dire? E’ vero, mancano i neri neri ma quanti bruni bruni percorrono e stazionano da secoli nelle disperse contrade della bella Italia? E’ ancora vero, mancano gli abbronzantissimi ma si trascurano volutamente gli oliva-stri. Per non parlare delle numerose presenze di comunità albanesi o greche e delle sporadiche ma esistenti comunità di origine latina. Non si vuole, per carità, fare un elenco dettagliato delle varie etnie che hanno nei lontanissimi secoli scorsi percorso la penisola disperdendo numerosissimi semi qua e là ma ricordare quale concentrato simbolico di crogiolo etnico è la popolazione italiana. Un concentrato ancora capace di conservare, anche se per una affettuosa pietas, le vecchie tradizioni etniche pur sentendo e avvertendo un forte e ormai radicato sentimento di appartenenza nazionale. Però nonostante ciò, oggi si dichiara con una certa supponenza che“ L’Italia non è un paese multietnico”, anche se, poi, nei secoli e/o grazie ai secoli trascorsi insieme si è giunti, finalmente, all’unica etnia: l’italica. Non da tutti condivisa, purtroppo, se non mancano consistenti minoranze

che, di tanto in tanto, cercano di rinverdire antiche etniche appartenenze. Non c’è più squallida e ipocrita incoerenza nell’affermare categoricamente un principio per smentirlo subito dopo rivendicando l’antica appartenenza e pretendere il riconoscimento. Si blatera, ad ogni pié sospinto, che la storia è maestra di vita. Balle, solo balle perché, artatamente, si dimentica che il nostro bel Paese è sempre stato, fin dalle origini, non solo governato da imperatori illirici e africani ma spesso prima, seppellito per poi, subito, risorgere grazie alla presenza delle diverse etnie che l’hanno nei tempi attraversato per conquistarlo o, in esso, rifugiarsi per sfuggire alla fame, alle torture, alle guerre. E’ la nostra storia, purtroppo, di Paese e di popolo. Naturalmente, oggi,“ L’Italia non è un paese multietnico”. Lo slogan è efficace a fomentare e radicare quell’intolleranza che fino all’altro ieri era strisciante, oggi, purtroppo, non più. Spot pubblicitario tanto più incisivo quanto più vasta risulta la platea ricettiva, intimorita e incattivita dalla paura del diverso, dei barbari. Ormai è risaputo che tali spot pubblicitari hanno sempre dato un fruttifero ritorno, perché non utilizzarli? E perché non ora? Scientemente si ignora che, in un mondo in costante mutazione, le forme per gestire, oggi più di ieri, questi fenomeni non mancano, però non si cercano e se si conoscono non si vogliono applicare perché sconfiggere la paura e costruire il senso della sicurezza nella comunità non portano voti e, quindi, consenso elettorale.

Italia, esistono in tutte le ASL, vediamo nei dettagli il rapporto forza lavoro e attività svolta. Risulta che sono 853 i medici del lavoro( 1 ogni 6.000 aziende circa) e che 266 sono i tecnici laureati(ingegneri, chimici, biologi, ecc.), ( 1 ogni 20.000 aziende circa) e 2.150 tecnici della prevenzione NON laureati( 1 ogni 2.790 aziende circa). Dati che ci fanno comprendere quanto la "capacità" sia "quantitativa" sia "qualitativa" delle ispezioni sia ben lontana dalla legalità. COMPLICE LA CRISI Al quadro si aggiunge anche l’economia in recessione. Al riguardo, appare assai preoccupante il quadro che ieri è stato offerto dall'Istat, in occasione della presentazione dell'annuale Rapporto sull'Italia. Il ceto medio si sta restringendo e un numero crescente di famiglie fatica ad arrivare a fine mese. Ciò implica fatalmente lavoratori sempre più disposti ad accettare impieghi a rischio, imprese impossibilitate a fare nuovi investimenti, e in generale un sistema produttivo che non è in grado di transitare da tecnologie «pesanti». Tuttavia le morti bianche hanno cause ben precise, evidenti agli occhi di tutti. Non serve tanto invocare nuove leggi, quanto applicare con rigore quelle che già esistono e troppo spesso vengono disattese per insufficienza o negligenza dei controlli. Quando il profitto diventa un elemento più importante della stessa vita umana siamo in presenza di un'involuzione culturale della nostra specie. Non si tratta solo di una dichiarazione d’intenti e di una battaglia politica ma di una vera battaglia di civiltà.

FEDERICO FELLINI continua da pagina 2 alter ego, sono io a essere il suo alter ego!”. La pellicola suscita enorme scandalo, sia per la scena del bagno nella Fontana di Trevi, sia per l’orgia finale con spogliarello, sia per alcune scene di amori extraconiugali. Oscar Luigi Scalfaro scrive due articoli come Basta! e La sconcia vita per mettere all’indice La dolce vita su L’Osservatore Romano, proprio mentre in parlamento si discute sulla moralità dell’opera. Tra i critici cattolici il film viene difeso soltanto da padre Angelo Arpa, gesuita e filosofo amico di Fellini. Arpa intuisce il grande impatto estetico e sociale della pellicola, ma paga di persona per le sue idee liberali, visto che il Vaticano gli vieta di parlare di cinema in pubblico. Nonostante tutto il film conquista la Palma d’Oro a Cannes e Piero Gherardi vince l’Oscar per i costumi. La dolce vita è un film epocale anche perché Fellini riesce a inventare una nuova frase popolare che resta nel gergo quotidiano insieme a vitelloni, paparazzi e bidone. Non manca una satira dai toni farseschi ispirata a La dolce vita diretta nel 1961 da Sergio Corbucci, su soggetto di Steno e Lucio Fulci: Totò, Peppino e la dolce vita. Totò e Peppino De Filippo sono i mattatori di una commedia che riprende luoghi e situazioni del film originale tuffandoli nell’acido corrosivo della farsa. La dolce vita porta a Fellini non pochi problemi dal fronte cattolico, ma pure le sinistre non si fidano di lui perché rifiuta di accettare il punto di vista marxista. Tutto questo non reca conseguenze negative al regista che viene premiato in tutto il mondo come autore geniale. Fellini va oltre le ideologie, deforma la realtà ma la racconta con poesia e libertà, miscelando neorealismo a eccessi barocchi.


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Cesco ha gli occhi verdi INSTABILI EQUILIBRI di Natty Patanè

Il cambiamento sei TU! pedala contro la crisi! ECONOMIE ECOLOGICHE di luigi Pirelli

Riprendiamoci le strade ! VI CRITICAL MASS INTERGALATTICA ROMA, 28/29/30/31 MAGGIO 2009 PERCHE' Ogni giorno assistiamo impotenti al peggioramento della qualita' della nostra vita dovuto al degrado ambientale e sociale, alla crisi economica. L'industria culturale e l'immaginario sociale ci impongono automobili sempre più grandi e veloci che insanguinano le nostre strade, inquinano le nostre relazioni sociali e la nostra aria. COME Critical Mass rivendica le strade delle nostre città e l'utilizzo quotidiano della bicicletta, realizza dal basso la liberta' urbana negata: la strada sicura e silenziosa per camminare, pensare, parlare, incontrarsi; quella strada dove tutti possono suonare con il loro campanello la melodia di una citt salutare e vivibile. Critical Mass non e' una manifestazione, la coniugazione positiva di disobbedienza civile e festa in un percorso di critica radicale al modello di sviluppo capitalistico che parte da un'azione diretta quotidiana: pedalare per sovvertire la logica del capitale.

PROGRAMMA GIOVEDI' 28 MAGGIO > Aspettando la Ciemmona... ore 20.00 CSOA EX-SNIA, via Prenestina, 173 Porta i tuoi indumenti preferiti da stampare con disegni Critical Mass Al termine: cena, giochi e stornelli. VENERDI' 29 MAGGIO > 7^ compleanno Critical Mass Roma ore 18.00 P.le delle Masse Critiche (gia' P.le Ostiense) Al termine: cena e grande asta di biciclette al LOA ACROBAX, via della Vasca Navale, 6 A seguire concerto dei Radici Nel Cemento. SABATO 30 MAGGIO > 6^ Critical Mass Intergalattica ore 15:00 partenza dalle ciclofficine ore 16:00 Giardini della Basilica di San Paolo Al termine: cena all'ex-scuola 8 marzo occupata in via dell'Impruneta 51 (Magliana) ore 24:00 Critical Mass Notturna, si torna in massa al centro. DOMENICA 31 MAGGIO 2009 > Critical Mass balneare, tutti a Ostia ore 11:00 P.le delle Masse Critiche (gia' P.le Ostiense) E' possibile tornare in treno o campeggiare sulla spiaggia.

Un bar, un incontro, la vita che cambia. O forse no? Cesco ha gli occhi verdi e tristi, mi ha aspettato un po’ al bar dove mi ha dato appuntamento. Appena seduto comincia a raccontarmi di quelle che lui chiama le “strane cose che mi sono accadute ultimamente”. Parla quasi sottovoce anche se attorno a noi non c’è quasi nessuno, e i suoi occhi si animano quando mi racconta che qualche mese fa si è “concesso” di entrare in una chat, sottolinea il “concesso“ con un gesto delle mani che apre quasi a liberare qualcosa. Il suo racconto è serrato, c’è un uomo conosciuto chattando, ci sono mesi in cui attraverso il pc si sono raccontati, capiti, scelti. Alza in alto lo sguardo e sorridendo mi dice che poco a poco, senza averlo mai visto si era innamorato, poi, rapidamente, aggiunge: “lo so che è stupido, incomprensibile e io stesso non so come sia accaduto, ma è accaduto”. Riesco a interromperlo un attimo per dirgli solo che non mi sembra stupido, mentre lui continua arrivando al loro primo incontro, mi descrive lo sguardo che si sentiva addosso e la sorpresa nel vederlo bello e profondo, non si dilunga nei dettagli ma intuisco nei suoi gesti una tenerezza che deve essere quella che ha vissuto. Si ferma, e guardando dietro di me, quasi a cercare nel vuoto le parole giuste, mi dice che se dovesse trovare un termine per quello che hanno vissuto nei loro incontri gli viene in mente solo l’aggettivo pulito. Dopo il primo incontro mi dice che ce n’è stato un altro ed un altro ancora, inframmezzati da telefonate quotidiane, sms, messenger e sogni sul futuro, un viaggio insieme, una vacanza in un casolare con i loro figli, un bar sulla spiaggia. Guarda in basso e con poche lapidarie parole mi dice che improvvisamente è finito tutto. Adesso Pacs, dico ed altre sigle simili sembra che perdano ogni significato, si dissolvono nella naturalezza del racconto di Cesco, nel suo dolore e ancor più sembrano incomprensibili le posizioni di chi si oppone alle unioni civili. Cesco ha gli occhi tristi ma nella loro profondità verde scorgo una grande voglia di vivere, e l’unica cosa di “diverso” che trovo in lui è la “pulizia” di quello che sente così diversa da tante storie di falsità e ipocrisia. Lo saluto e mi viene spontaneo ringraziarlo, mi stringe la mano, sorride mordicchiandosi il labbro e dice: “grazie a te”.

Terpress urbana comunicazione è un blog informativo indipendente a diffusione on line, in attesa di registrazione come periodico, I contenuti di Terpress possono essere diffusi solo previa autorizzazione dei rispettivi autori. Redazione diffusa e partecipata. Il Pdf stampabile raccoglie articoli pubblicati dalla redazione DIRETTORE RESPONSABILE: Vincenzo Jacovino, Caporedattore: Francesco Simone, Coordinatrice social network: Chiara Di Salvo, Stefano Iacovino, copertine: Dario Panzeri REDAZIONE: Patrizia Lùperi, Roberto Tortora, Giusy D’Urso, Paola Iacopetti, Valeria Del Forno, Antonella Musiello, Stefania Cimino, Tiziana Bruno, Gordiano Lupi Renzo Provedel, Giuseppe Gavazza. VOCI DI LIBECCIO inserto a Sud: Paolo Cirica, Bartolo Lorefice Terpress 2007 – 2009 è una piattaforma aperta alle collaborazioni. Informazioni a redazione@terpress.com


Anno 2 N°23

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VOCI DI LIBECCIO

dal 22/05/2009 al 28/05/2009

Nel 17esimo anniversario della strage di Capaci, si fa luce sul delitto Rostagno: 21 anni dopo saltano fuori i nomi di chi lo ha ucciso VOCI DI LIBECCIO di Paolo Cirica

Il capo della Mobile Giuseppe Linares ha riassunto la vicenda in maniera estremamente sintetica e cruenta: “Era in mezzo ai lupi ed i lupi lo hanno sbranato”. A ricoprire il ruolo dei lupi i mafiosi, ad essere ucciso da loro il sociologo e giornalista Mauro Rostagno. Il territorio in cui tutto è successo è stato quello di Trapani. A 21 anni dal delitto, risalente al 26 settembre 1988, del sociologo e giornalista che si occupava di lotta alla droga e raccontava ai cittadini dagli schermi di una tv locale, Rtc, le malefatte di politici e criminali di ogni genere, la procura antimafia di Palermo ha chiesto e ottenuto dal gip Maria Pino l'emissione di due ordini di cattura per il delitto Rostagno. Destinatari sono stati il capo mafia di Trapani Vincenzo Virga e il valdericino Vito Mazzara. Il primo con l’accusa di essere il mandante, l'altro l’esecutore materiale dell'omicidio. I sicari erano tre: due sono rimasti ignoti, c'è solo il verbale di un pentito che ne fa i nomi, insufficiente però potere procedere anche contro di loro. Virga e Mazzara sono già in carcere, a scontare condanne definitive all'ergastolo per associazione mafiosa e omicidi. Ci sono una serie di coincidenze che oggi si rincorrono, ci sono dei fili che tornano ad unirsi. Intanto, il giorno in cui sono state emanate queste ordinanze era il 23 maggio, 17 anni dopo la strage di Capaci e l’uccisione del giudice Giovanni Falcone. Rostagno torna oggi ad incontrarlo, ci piace immaginare che questo possa accadere là adesso dove loro si trovano, come fece un giorno andando ad incontrarlo alla procura di Palermo. Come al Quirinale l’incontro tra le vedove di questi due uomini ha rappresentato la volontà di ristabilire una serie di verità, il lavoro condotto dalla Polizia e dagli specialisti del laboratorio della Scientifica di Palermo rivolto a far luce sul delitto Rostagno, riannoda le fila, tra la Polizia e quel Rostagno di Lotta Continua. Altra coincidenza: un anno e mezzo fa 10mila cittadini, non solo di Trapani, avevano firmato una petizione che inviarono al Capo dello Stato, preoccupati che le indagini non andavano avanti per scoprire i chi e i perché dell’omicidio Rostagno. E il 23 maggio, a Trapani, è arrivato anche il presidente Napolitano. Gli investigatori hanno ricostruito il periodo storico del delitto. Il 1988 era l'anno in cui la mafia a Trapani stava vivendo una forte escalation, da potenza militare si trasformava in impero imprenditoriale. Nasceva il tavolino degli appalti dove sedevano mafiosi, politici e imprenditori, e si

Conflitti di interesse invisibili? (italiopoli) estratto dal blog Bruna Gazzelloni Mi ha fatto un certo effetto vedere il direttore di Repubblica Ezio Mauro dagli schermi di Ballarò fare la morale ad altri giornalisti ed al Presidente del Consiglio, come ha fatto da sempre sul conflitto di interessi. Premesso che in Italia secondo certe scuole di pensiero i conflitti di interesse o si chiamano Berlusconi Silvio o, semplicemente, non esistono. Sarebbe davvero utile, invece, che il Direttore di Repubblica ed il suo fondatore Scalfari ci spiegassero come in questi decenni hanno potuto ritenere compatibile che un quotidiano come quello si ritenesse libero e non condizionabile dai vari poteri politici, economici e finanziari, quando nell’ambito del gruppo di cui fa parte la Somedia ha potuto organizzare conferenze, impartire corsi di management al gotha (e non) della dirigenza pubblica e privata di questo paese, recependone profumatissimi corrispettivi. Una volta si diceva “Avere il cuore a sinistra ed il portafoglio a destra”. Mi sembra che possa ritenersi sempre valido il detto anche nei riguardi del fondatore ed attuale direttore di Repubblica

formava quel sistema di complicità e connessioni ancora oggi attivo. Le parole ogni giorno pronunziate da Rostagno da quella tv erano una sfida che Cosa Nostra non voleva più tollerare. Rostagno aveva toccato il boss dei boss trapanesi, il mazarese Mariano Agate, lo irrideva e ne indicava il malaffare che questi si lasciava dietro, e Lipari un giorno gli mandò un segnale preciso dalla gabbia del Tribunale dove si trovava per il processo sulla uccisione del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari: quel giorno c’era l’operatore di Rtc con la telecamera in aula, Agate gli fece segno e gli disse di dire a quello là con la barba, vestito di bianco, di non dire ancora “minchiate”. Tuttavia, le indagini sul delitto Rostagno non sono ancora del tutto finite. Ed a chiederlo ci sono anche quelle 10mila persone che avevano firmato qualche anno fa.

TERPRESS LA SETTIMANA  

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