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Anno 2 N°22

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LA SETTIMANA

dal 15/05/2009 al 21/05/2009

La musica buona e la musica cattiva EARS WITH SHUT di Giuseppe Gavazza

In un commento all'articolo Scambi d'arte di Antonella Musiello pubblicato su TerPress martedì scorso, 12 maggio '09, ho citato una frase di Proust che parla di buona e cattiva musica: ho recuperato un'altra traduzione dello stesso frammento che incollo in coda a questa pagina. Il mio commento non voleva suonare critico o altezzoso nei confronti di quanto scritto nell'articolo e neppure intendeva etichettare come “cattiva musica” quella di Ennio Moricone - compositore che apprezzo e ammiro oggetto dell'articolo. Il bellissimo breve testo di Proust mi è stato sollecitato dalla lettura dell'articolo in relazione alla ben conosciuta capacità di suscitare emozioni attraverso i suoni ed usarlo come commento, al più, vuole essere provocatore di una riflessione o di una discussione su quanto s'intende con “musica”. (Per dare una briciola di mia opinione premetto che mi chiedo spesso, ad esempio, se sia corretto parlare di musicoterapia – come è consueto – o piuttosto di suonoterapia). Musica è l'arte dei suoni, credo su questo si possa essere d'accordo, sempre che dei suoni faccia parte anche il silenzio. Così come, ad esempio, pittura è l'arte del colore (e del nero e del bianco) e letteratura è l'arte delle parole (e dei segni d'interpunzione) ? Nelle infinite classificazioni e categorizzazioni della musica troviamo musica classica, musica rock, musica etnica, world music, musica jazz, musica leggera, musica pop, e tanta altra musica; quando abbreviamo al genere (il jazz, il pop, la classica) diamo per scontata la parola assente : musica. Con le parole possiamo scrivere (mi limito alla parola scritta) molte cose diverse: romanzi, poesie, articoli di giornale, lettere personali, relazioni tecniche, arringhe, leggi e regolamenti condominiali. E usando i colori (mi limito ai segni tratti su superfici) posso dipingere quadri, disegnare scenografie, fumetti, bozze schizzi e progetti tecnici, decorare pareti e vasellame. Non so quanti oserebbe proporre che la biografia del divo del momento è migliore letteratura perché ha venduto forse mille volte più di un romanzo di Tommaso Landolfi; più di qualcuno invece è, mi pare, convinto che la canzone ben piazzata in hit parade sia musica migliore di un brano di Niccolò Castiglioni. Per non parlare (scrivere) della poesia: se valutassimo in base ai versi che meglio conosciamo (magari anche a memoria) probabilmente attribuiremmo molti Nobel per la letteratura a Mogol prima che a Montale (o Ungaretti). E non credo neppure che Forattini pensi di essere pittore migliore di XYZK perché tutti sanno riconoscere il suo tratto e in milioni hanno capito e apprezzato i suoi segni grafici. Eh già: chi sapremmo indicare come XYZK ? Possibile che non esista un pittore di oggi di sicuro talento anche se poco conosciuto? E chi sono poi

Landolfi e Castiglioni? Uno scenografo non è un pittore e un giornalista non è un poeta. Possono esistere pittori che realizzano scenografie e poeti che scrivono di calcio, e viceversa; e certo non voglio dire che uno sia “meglio” di un altro. Ma esistono mestieri e competenze differenti, che in genere si indicano con diversi nomi e generano prodotti distinti e distinguibili. Basta produrre suoni per fare musica? Basta che tali suoni suscitino emozioni? Ricordo un articolo di Massimo Mila letto su La Stampa forse 30 anni fa: parlando di non so più quale concerto (davvero mi sono scordato la composizione considerata) scriveva più o meno così: “Questa musica è come il cordiale che danno nelle caserme: un liquore a basso costo di bassa qualità ma ad alto tasso di alcool: vale poco ma ubriaca molto”. Rispettiamo Montale e Ungaretti perché la scuola li rispetta e ce li fa conoscere e, quando va bene, ce li fa capire e amare; forse può succedere che ci faccia conoscere anche Tommaso Landolfi. Al contrario la scuola – in Italia – ignora che la musica è cultura; se va bene si fa della buona educazione al suono e alla musica, facendo valere il valore essenziale formativo ed educativo della pratica musicale. Poi, nell'età della ragione e fondante le basi della cultura personale (la scuola superiore) la musica scompare; Gesualdo da Venosa non ha gli stessi diritti di Petrarca, Verdi non ha gli stessi diritti di Manzoni, Schumann non ha gli stessi diritti di Goethe. E speriamo che l'uguaglianza dei diritti di tutti i grandi della cultura non si livelli presto, ma verso il basso, dando a Dante gli stessi diritti che oggi sono di Orlando di Lasso: anche questo è la democrazia che si sta preparando ? “ Nessuna arte é più seducente della musica specialmente quanto diserta dal consesso delle arti per darsi alla prostituzione.” (Gianfrancesco Malipiero, Ti co mi e mi co ti, Vanni Scheiwiller editore, Milano 1966, p.24) Giuseppe Gavazza Scagliate contro la cattiva musica la vostra maledizione, ma non il vostro disprezzo! Quanto più si suona e si canta cattiva musica (e con più trasporto di quella buona) tanto più essa si riempie di lacrime, delle lacrime degli uomini. Il suo posto à molto in basso nella storia dell'arte ma molto in alto nella storia dei sentimenti della società umana. Il rispetto (non dico l'amore) per la cattiva musica non é soltanto una forma di amore per il prossimo, é ancor più consapevolezza del ruolo sociale della musica. I popoli hanno sempre gli stessi messaggeri di letizia e di dolore, nella massima felicità e nella più nera sventura; i cattivi musicisti. Un orribile ritornello, che un orecchio musicalmente dotato ed educato respinge al primo ascolto, racchiude il segreto di innumerevoli vite umane a cui ha infuso felici ispirazioni e sempre pronta consolazione. Un quaderno con cattive melodie, logorato dal frequente uso, ci dovrebbe commuovere come un sepolcro o una città. Che importa se le case non hanno stile o se le tombe scompaiono sotto stupide iscrizioni o banali ornamenti. (Marcel Proust, Les plaisirs et les jours, letto su De Natale, L'analisi musicale: modello o occasione?, Morano 1981).

Davide Barilli, Le cere di Baracoa OCCHIO IN CAMERA di Gordiano Lupi

Davide Barilli è un buon giornalista che sa scrivere romanzi - non è facile che le due cose vadano d’accordo - soprattutto perché riproduce profumi e ambienti di terre conosciute e rende l’ambientazione credibile, tra ricordi di odori, riti, abitudini, piatti tipici e realtà quotidiana. Le cere di Baracoa è un romanzo giallo ambientato a Cuba - una parte per me meno coinvolgente si svolge nella Bassa Padana - e per questo era impossibile che non mi affascinasse. Tra l’altro si svolge in una delle località più selvagge e fantastiche di un’isola meravigliosa, quella Baracoa, città più antica di Cuba, che Cristoforo Colombo definì la terra più bella che mai piede umano abbia calpestato. Baracoa mi fa tornare alla memoria i miei quarant’anni festeggiasti lungo un fiume e d’improvviso sembra un secolo che non vedo le sue palme, gli auras tiñosas che volteggiano nel cielo azzurro intenso, le ceibas frondose della piazza e la chiesa che nasconde i riti dei santeros. Baracoa bella e cadente, selvaggia come una landa d’Africa precipitata a Cuba, che scopre angoli di mare a ogni curva di strada, tra piccole spiagge, capanne di contadini, venditori di caffè e cioccolata, bambini che giocano con carrettini improvvisati. Il romanzo di Barilli (Mursia Editore) mi ha fatto venire voglia di tornare a

Cuba, ma me la devo far passare, non posso che scriverne da lontano come faceva Cabrera Infante, sperando che qualcosa cambi. Non amo il giallo, pure se mi è toccato scrivere qualcosa di simile nella mia vita, quasi sempre su commissione. Amo, invece, pezzi letterari come quelli che Barilli ci regala sulla più antica città di Cuba e per questo ho letto volentieri un romanzo, scritto senza cadute di stile. Per viaggiare davvero i viaggiatori non devono avere nulla da perdere. Ma neanche da cercare. Sono queste le idee che ho in testa mentre la guagua svolta sotto le nubi che avvolgono il picco della montagna. La corriera scende lungo i tornanti avvolta da scrosci d’acqua che fumano, per l’umidità, con l’effetto di un bagno turco. Baracoa è laggiù, schiacciata nella mezzaluna della baia, in fondo alla montagna. Un nome che mi fa pensare al tronco di una pianta misteriosa, invisibile e notturna, che galleggia in mezzo a un mare placido e sconosciuto. Bravo Barilli, che mi hai scatenato la nostalgia per una terra lontana e indimenticata come fosse un ricordo di donna che non potrai più abbracciare. Pennellate di vecchie illusioni, sogni a occhi aperti, immagini di un oriente caldo e misterioso che si lasciano attraversare dalle pedalate stanche del bicicletero Barroso. Lo seguo con il pensiero, tra momenti di vita cubana che vorrei ancora afferrare, mulatte che danzano ritmi di rumba, creole maliziose che accompagnano bambini al mare, ma purtroppo lo so che è soltanto d’una magia del passato che non riuscirò a recuperare…


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Le luci che pungono in Tutta una vita da vivere LA TERZA STANZA di Patrizia Luperi LE LUCI CHE PUNGONO di Arianna Marzotto Scese faticosamente dal taxi, dove si era assopita. Il sole le fece chiudere gli occhi ridotti due fessure grigie e viola. La facciata principale della clinica era di un bianco accecante, quasi osceno e si può immaginare mentre sorride tronfio: State tranquilli, parenti dei malati: da questo Alcatraz a cinque stelle non uscirà nessuno a turbare il vostro normale quieto vivere. Ema si sentiva agitata, come ogni volta che andava a trovare Clelia, sua sorella minore. Indugiando sulla soglia pensava a Clelia bambina: non piangeva quasi mai, era di poche parole e la sua presenza si avvertiva appena. Aveva le sembianze di un piccolo elfo femmina, ed era così silenziosa che quando meno te lo aspettavi, sbucava come apparsa in quel momento, e non si capiva proprio da dove fosse sbucata. Invero era dotata di un notevole senso dell'umorismo e fin da piccolissima trovava il lato buffo di ogni cosa. I genitori, già anziani quando Clelia era venuta al mondo, guardarono a quell'eterna bambina con occhi protettivi e preoccupati nemmeno fossero stati consapevoli del morbo che le pendeva sulla testolina di neonata pacifica. Peccarono sempre di invadenza e eccessiva premura nei suoi confronti mentre lei, di tutta risposta, andava facendo suo un profondo senso di indipendenza e voglia di isolarsi come se fosse del tutto autosufficiente già all'età di tre anni. Clelia ventenne ebbe le sue prime visioni terrificanti e con quelle era apparsa anche La Voce e naturalmente le luci “cattive”. Ema, che abitava lontano dalla casa dei genitori e della sorella, rimase stupita quando il padre le raccontò piangendo che ella aveva smesso di mangiare e se veniva convinta a farlo, subito dopo i suoi occhi diventavano come velati e i genitori assistevano disperati come spettatori dell'incubo di qualcun altro a dialoghi tra lei e la Voce. La Voce le ordinava di osservare il digiuno oppure le Luci Bianche l'avrebbero torturata. Durante queste “torture” la ragazza si contorceva in smorfie di dolore e terrore come se la spellassero viva. Le fu diagnosticata una forma avanzata di schizofrenia e il ricovero immediato oppure la giovane avrebbe rischiato di morire di fame. Quando la vide, nel lettino bianco sembrava più che mai la bambina che era stata, il piccolo elfo ma l'antico sguardo attento e vispo era stato sostituito da una patina di rassegnazione. Era così magra che spariva nella camicia da notte a aveva perso quasi tutti i capelli che, comunque, si era già rasata da sé. Vedendo la sorella si animò un poco, ma subito si riaccasciò nel groviglio delle lenzuola. L'infermiera spiegò che le era da poco stato praticato l'elettroshock dal momento che, nonostante i farmaci, aveva avuto un'altra crisi, dovuta probabilmente all'alimentazione forzata. Ema accarezzò la testolina spelacchiata e calda e cominciò a parlarle lentamente, senza prendere fiato, e senza smettere di accarezzarla. Ti ricordi? Sei sempre stata pestifera: una voltami hai nascosto una lucertola nell'armadio e quella volta che sei caduta dal ciliegio così leggera che sei volata a terra come un gatto... povera gattina nostra, ti adorava così tanto che si faceva fare tutto da te... la vestivi come un bambino e te la portavi in giro in carrozzina avendone la massima cura che può avere una mamma. La mamma: tu l'hai vista sempre vecchia e stanca, ma è stata anche giovane sai? Quando ero piccola me la ricordo bellissima ma forse per i bambini le mamme son sempre esempio di bellezza. Sempre nervosa, me la ricordo, con le mani lunghe e le gambe lunghe mi trascinava con lei in giro e le chiedevo mamma perchè gli uomini ti guardano? Quando era incinta di te sembrava già una vecchia, concentrando tutte le sue energie sulla casa e lamentandosi continuamente della sua bellezza perduta. Tu sei cresciuta tra adulti, ecco perchè sei stata sempre una bimba solitaria: con i coetanei sei sempre stata molto timida, mentre già a dodici anni intavolavi conversazioni letterarie con gli amici di mamma e papà. Clelia dovrei esserti stata più vicina, ma la tua malattia mi spaventa sono una vigliacca. Ema si rese conto che stava piangendo e al posto di accarezzarla stava

strattonando la sorella con una violenza tenera. L'infermiera la fermò e stizzita le ricordò che i pazienti avevano bisogno soprattutto di calma e affatto di essere importunati. Allora successe l'impensabile: Ema scopiò a ridere in faccia all'infermiera, lei che era stata sempre così composta! Come per giustificarsi disse che le causava ilarità il termine da lei usato “importunati”. Dato l'infermiera non ci trovava niente di buffo, Ema continuò affermando che siccome Clelia aveva la fissa delle parole e ne aveva in odio alcune, e una di queste era proprio “importunare” si era detta che la sorella certamente si sarebbe imbestialita a udire quel termine e senz'altro avrebbe riso lei in faccia all'infermiera. La malcapitata ritirò bofonchiando e quando le donne rimasero sole Clelia disse: "Sei tu la matta. Cosa ci faccio io qui? Vedi Ema, tu hai appena dimostrato che non sei vecchia: sei stata irrazionale per un attimo e per un attimo ti sei abbandonata alla leggerezza di quando si è piccoli. Io ho sorpassato un confine, Ema, oltre il quale c'è solo sofferenza ed estrema consapevolezza del nulla che siamo. Ho cercato di lottare contro le Luci che mi ferivano ma quando davo retta alla Voce ho assaporato il Paradiso. So che credi che io sia matta, ma se ho cercato di non mangiare per avere visioni è solo perchè non avevo niente da perdere: volevo votare la mia vita alla consapevolezza, e se mi lasciano in pace potrò seguire la Voce e uscire da quest'inferno. Io voglio morire Ema, e nessuno potrà fermarmi, nemmeno tu". Così dicendo andava stancandosi e forse per effetto dei sedativi di colpo si addormentò. Ema la baciò e uscì dalla stanza. Ema sorridendo andò in un negozio a comprarsi vestiti vistosi e colorati, che proprio non era da lei.

Libri di testo: presto in soffitta? MONDO SCUOLA di Roberto Tortora

In questi giorni i docenti delle scuole italiane stanno scegliendo i libri di testo per il prossimo anno scolastico. Secondo la definizione ministeriale un libro di testo è ”lo strumento didattico ancora oggi più utilizzato mediante il quale gli studenti realizzano il loro percorso di conoscenza e di apprendimento. Esso rappresenta il principale luogo di incontro tra le competenze del docente e le aspettative dello studente, il canale preferenziale su cui si attiva la comunicazione didattica”. Dunque, uno strumento indispensabile, specialmente per quelle famiglie – e non sono poche – per le quali i libri scolastici sono gli unici ad entrare in casa. Nel 2004, la questione dei libri di testo guadagnò le prime pagine dei giornali perché nelle Indicazioni nazionali per le scienze biologiche – previste dalla riforma Moratti- non era contemplata la teoria dell’evoluzione

di Darwin. In quell’occasione intellettuali e responsabili dell’editoria scolastica si domandarono se fosse mai possibile che la cultura e la scienza dovessero subire le restrizioni imposte dagli indirizzi ministeriali. Costante negli ultimi anni, invece, è l’attenzione che i media riservano al problema del costo dei libri scolastici. Uno studente del Ginnasio arriva a spendere fino a 320 euro e le associazioni dei genitori e dei consumatori hanno più volte protestato contro i sotterfugi dell’editoria scolastica che spaccia per novità quelli che sono semplici maquillage di vecchie edizioni, al solo fine di aumentare il costo dei singoli volumi. Per questa ragione il Ministero dell’Istruzione ha imposto perentori tetti di spesa agli Istituti che si accingono a selezionare i testi per l’anno scolastico 2009/2010 e i docenti devono effettuare la scelta con un occhio alla qualità scientifica e un altro alla calcolatrice. Ma da quest’anno c’è un’ulteriore novità. Il Ministero invita i docenti a privilegiare i testi che possano essere anche scaricati da Internet: per alleggerire gli zainetti, per contenere la spesa delle famiglie, per il corredo LIBRI page 4


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PARty con Alice: La poetica dell’apPARenza CULTURE COMUNICATE di Antonio Sassu

«Il nostro universo, dove regnano il Peso e il Numero, dove il tempo è rettilineo e gli oggetti impenetrabili, dove i libri si leggono da sinistra a destra e dal principio alla fine, affida il compito di conoscere l’“altro” universo al più amabile dei suoi messaggeri, nei due capolavori di Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie e Attraverso lo specchio. I grandi, limpidi occhi infantili di Alice rispecchiano fedelmente ogni minima notizia nel lago serio e incuriosito delle pupille. Ma, sebbene Carroll la credesse una “creatura di sogno”, Alice appartiene saldamente e interamente al mondo che noi abitiamo. Nessuna creatura è più terrestre di lei, e possiede come lei lo “spirito di realtà”: ragionevolezza, buon senso, buona educazione, cortesia, diplomazia innata, capacità di giudizio, istinto pratico, tutte le qualità che ci aiutano a vivere sulla terra si combinano nella figura di questa deliziosa bambina vittoriana». (Pietro Citati) PARtire con Alice, PARteciPARe a un PARty con Alice o PARteciPARe a un PARty di Alice apPARtiene, giocoforza, e con maggiore o minore consapevolezza critica, al percorso di ciascun artista, costretto a superare, malgré lui, la dimensione ambigua dell’apPARerza. Significa, insomma, percorre quell’universo “altro” che può aprirsi come una voragine per coloro che decidono di attraversare lo specchio e non si accontentano di rimanervi davanti a contemplare, in un onanistico narcisismo, la propria immagine riflessa. È l’adozione del principio della metamorfosi che tutto trasforma e muta di significato, è la PARtenza per un viaggio in cui le leggi fisiche, matematiche, lessicali, vengono stravolte, dove la memoria si perde e l’Io si trasforma in altro da sé, dove le coordinate spazio-temporali funzionano all’incontrario, dove il nonsense si fa norma e la norma diventa nonsense. Tuttavia, percorrere questo universo, richiede, PARadossalmente – come insegna la curiosa e saggia Alice – quello “spirito di realtà” che consente di non venir fagocitati dal vortice dell’irrazionale e della follia. Ma per l’artista contemporaneo è fondamentale attraversarlo per meglio capire il luogo dell’apPARenza o di quell’apPARente “normalità” che altro non è che il nostro universo, avendo la consapevolezza che, come per Alice, è forte il rischio di smarrirsi e smarrire la propria identità. (Ivo Serafino Fenu) « “Ma chi sei tu in fin dei conti?” Alice titubò un momento, poi disse: Io … io non so più esattamente chi sia, dopo tutto quello che mi è capitato oggi … So chi ero stamattina, ma poi sono diventata un’altra e questo per parecchie volte …” “Che cosa intendi dire? – chiese in tono severo il Bruco – Spiegati!” “Temo che non potrò spiegarmi – rispose Alice – perché, vede, io non sono più io!” »

Progetto ideato e curato da Askosarte interno alla rassegna di arte contemporanea Troppo periferici>>fenomenologia dei margini realizzata con il sostegno dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Nurachi direzione artistica e testi di Ivo Serafino Fenu Nurachi Museo_Peppetto Pau 23 maggio_07 giugno 2009 h. 18.30/20.30 (chiuso lunedì) Inaugurazione sabato 23 maggio ore 19.30 Durante la serata inaugurale di Party con Alice si potrà assistere alla performance musicale della pianista Cinzia Casu con Alice Madeddu (soprano) e Riccardo Spina (basso) In mostra abiti dello stilista Carlo Petromilli

Corrado Zeni: Bird's eye CULTURE COMUNICATE di Glenda Cinquegrana

LIBRI continua da pagina 2

La galleria Glenda Cinquegrana: The Studio è lieta di presentare Bird’s Eye, la prima personale di Corrado Zeni a Milano, in cui l’artista genovese presenta, in un allestimento site- specific, una serie di nuove opere e un’installazione di disegni. Secondo le parole di Luca Beatrice, la pittura di Zeni è pienamente allineata alle recenti ricerche dell’arte contemporanea nella suo essere intesa come forma di relazione: La pittura di Zeni è […] “forma di relazione”, in grado di stabilire, al pari di altri linguaggi contemporanei, connessioni e sistemi, completandosi per mezzo dell’intervento “attivo” sia dello spettatore sia dell’oggetto rappresentato. Per il progetto Bird’s eye, Zeni approfondisce le caratteristiche di una poetica del tutto peculiare, sviluppando il verticalismo della visione in una nuova prospettiva a volo d’uccello.

multimediale delle informazioni, per la rapidità degli aggiornamenti. Tutto questo mentre si parla sempre più spesso di e- book e di Kindle. Qualcuno, allora, già preconizza la prossima scomparsa dei libri di testo in formato cartaceo. D’altra parte in Giappone aumentano i viaggiatori che in metropolitana leggono quotidiani e libri direttamente sul telefonino e anche da noi le case editrici si stanno attrezzando, anzi è in atto una vera e propria corsa a chi crea le versioni online dei libri di carta giudicati ormai superati e già diretti al macero. Eppure, già qualche anno fa Umberto Eco metteva in guardia contro i facili entusiasmi suscitati da Internet. In un articolo apparso sull’Espresso, il famoso semiologo avvertiva che la rete, con i suoi motori di ricerca e col suo eccesso di informazioni, può costituire una palude in cui uno studente rischia facilmente di smarrire la direzione del proprio percorso formativo. Il libro di testo, invece, rappresentava un eccellente filtro e aveva il potere di disporre i contenuti lungo un tragitto razionale, insostituibile per

Glenda Cinquegrana: The Studio via F. Sforza, 49 I- 20122 Milano Opening: giov edì 28 maggio 2009 ore 19,00. Da venerdì 29 maggio all’11 settembre 2009. Per ulteriori informazioni: tel. 02 89695586, oppure info@glendacinquegrana.com dal martedì al sabato dalle 14,30 alle 19,30 negli altri orari su appuntamento

l’apprendimento dello studente. Adesso il famoso autore del Nome della rosa ritorna sul futuro dei libri in un saggio a due mani scritto con Jean- Claude Carrière, “Non sperate di liberarvi dei libri”, edito da Bompiani. L’autore dice che il libro è come la ruota, il cucchiaio, le forbici, il martello: “Una volta inventato non si può fare di più”. Un oggetto insostituibile, dunque, che non andrà in soffitta, non sarà soppiantato da nessuna novità tecnologica, che è stato e rimarrà il fondamento della trasmissione culturale e della civiltà. Ritornando alla scuola, una volta passato l’iniziale trasporto per l’annunciata editoria digitale, resta da vedere se riusciremo a rinunciare, nelle nostre librerie, ai vecchi, cari libri scolastici, alle edizioni dei Promessi Sposi, ai corsi di Storia, agli impolverati, sottolineati, strapazzati manuali di Filosofia o di Scienze sui quali ci siamo formati e che ci hanno accompagnati negli anni migliori della nostra vita.


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VOCI DI LIBECCIO

dal 15/05/2009 al 21/05/2009

Grande successo per la tre giorni dedicata al Giornalismo d’Inchiesta VOCI DI LIBECCIO di Paolo Cirica

MARSALA (TP), 20 maggio 2009 – Si è parlato non solo di mafia e terrorismo. Si è discusso anche dei misteri d’Italia, del mondo del lavoro e di libertà d’informazione. Sono stati proprio questi alcuni tra i temi dibattuti nel corso del 1° Festival del Giornalismo d’Inchiesta – “A chiare lettere”, organizzato dal Comune di Marsala in collaborazione con l’omonima casa editrice Chiare lettere, le agenzie Communico e Mismaonda, e con il supporto del Consorzio Volontario per la Tutela del Vino Marsala e la Distilleria Bianchi. Tre giorni caratterizzati dalla presenza di alcune tra le più prestigiose firme del giornalismo italiano, confrontatesi su temi di grande interesse, spesso ai margini del dibattito mediatico, ma comunque fondamentali per misurare lo stato di salute di una comunità nazionale. E in una città come Marsala, principale centro della provincia di Trapani (controllata dal boss Matteo Messina Denaro e ritenuta ancora la più mafiosa d’Italia), quest’iniziativa non poteva che cominciare con una riflessione sul peso che Cosa Nostra continua a mantenere attraverso i suoi legami con i settori deviati della massoneria e della pubblica amministrazione. La presentazione del libro di Antonella Mascali, “Lotta civile”, in cui vengono passate in rassegna coraggiose testimonianze di resistenza attiva alla mafia, ha quindi offerto l’occasione per tornare ad approfondire questa tematica, tra le denunce di Lirio Abbate e Rino Giacalone, la lucidità di Gianni Barbacetto e Nando Dalla Chiesa. Poco prima, il sindaco di Marsala Renzo Carini aveva aperto i lavori con il conferimento della cittadinanza onoraria al questore Giuseppe Gualtieri, che a sua volta ha elogiato il ruolo del giornalismo d’inchiesta sul territorio. Il programma del Festival è poi proseguito con un convegno interamente dedicato al “caso Pasolini”, recentemente tornato agli onori delle cronache grazie al libro “Profondo nero” di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, con le nuove dichiarazioni di Pino Pelosi che tornano a gettare una luce inquietante sull’omicidio di uno dei più grandi intellettuali della storia d’Italia. Una figura ormai in via d’estinzione, a sentire Oliviero Beha, il quale ritiene infatti che quelli che sarebbero dovuti essere i successori di Pierpaolo Pasolini abbiamo di fatto tradito la loro missione, pensando “più al portafogli che al libero pensiero”. Una riflessione lontano dalla retorica e dal “politically correct” sugli anni di piombo è invece giunta dal dibattito sul terrorismo, in cui i giornalisti Andrea Purgatori, Nicola Biondo e Claudio Sabelli Fioretti si sono misurati con gli spunti provenienti dal libro “L’anello della Repubblica” di Stefania Limiti e dalla pellicola “Il sol dell’avvenire” di Giovanni Fasanella e Gianfranco Pannone. La seconda giornata si è invece aperta con il convegno “Un paese in cerca di identità”, a cui hanno partecipato Oliviero Beha, Massimo Cirri, Antonio Castaldo, Andrea Bajani e Lidia Tilotta, dibattendo sull’Italia delle raccomandazioni e dei concorsi bloccati, mentre il primo appuntamento del pomeriggio “Inchiesta su economia e legalità”, si è incentrato sui lati oscuri del modo in cui molte aziende nazionali fanno impresa. A seguire, i suggestivi contributi filmati di alcuni tra i migliori reporter italiani, che hanno discusso dell’importante ruolo degli inviati nelle zone “calde”. La giornata di domenica si è aperta con la presentazione del Centro per il giornalismo d’inchiesta e d’analisi, una proposta nata dall’incontro tra il giornalista Andrea Cairola, già funzionario dell’Unesco per la libertà di stampa nel mondo, e l’editore di Chiare lettere Lorenzo Fazio. Un’iniziativa che, cercando di imitare alcune esperienze analoghe maturate negli Stati Uniti e nel Nord Europa, intende fornire promozione e assistenza economica a progetti individuali d’inchiesta, selezionati sulla base di criteri editoriali trasparenti, lontani da logiche prevalentemente commerciali o politiche, che spesso impediscono al giornalismo investigativo di perseguire la sua reale missione in totale libertà. Nel pomeriggio, con la presentazione

di “Italia Annozero” e con Tano Gullo, Vauro Senesi, Beatrice Borromeo e Marco Travaglio, si sono nuovamente affrontati i temi dei tassi di libera informazione presenti negli stati, e con il convegno conclusivo “Soluzione finale ovvero il bavaglio all’informazione”, in cui lo stesso Travaglio, assieme a Pino Corrias, Peter Gomez e Luca Telese, è tornato invece sul disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche. Ma accanto all’attività di dibattito, il Festival ha offerto anche un ventaglio di iniziative collaterali di grande interesse, come il laboratorio per studenti. E infine gli spettacoli serali, con artisti come gli Slow Feet, Ascanio Celestini, Neri Marcorè, David Riondino, Fabrizio Bosso e Irio De Paula, che hanno deciso di partecipare al Festival, sposandone in pieno lo spirito e le finalità. Gli organizzatori hanno potuto tracciare un bilancio senz’altro positivo, testimoniato dal successo di pubblico riscosso per ogni iniziativa in programma, che ha richiamato a Marsala un numero di presenze superiore alle attese, con comitive organizzate da diverse zone della Sicilia, ma anche da altre regioni d’Italia. A conferma, semmai ce ne fosse ancora bisogno, della sete di informazione che continua ad esserci anche in un Paese narcotizzato.


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La Sicilia ha "il peggiore governo degli ultimi 50 anni". Parola del governatore Raffaele Lombardo VOCI DI LIBECCIO di Bartolo Lorefice

Il governo della Regione Sicilia è il peggiore degli ultimi 50 anni, a causa dei parassiti, degli ascari e degli speculatori. Non è la dichiarazione di un estremista di sinistra oppositore del governo della Sicilia, bensì dello stesso Raffaele Lombardo, il governatore in persona. Un giudizio provocatorio, un giudizio polemico che ha più il sapore di una velenosa frecciata (indirizzata al Pdl che quello di una autocritica radicale. Lombardo (lider maximo del Movimento per l’Autonomia) ha usato questa pesante espressione, dopo che il presidente dell’Assemblea regionale siciliana, Francesco Cascio (Pdl) aveva parlato del “peggior governo degli ultimi 15 anni”. Considerando che Mpa e Pdl governano insieme la Regione Sicilia, non si capisce cosa stia accandendo. La verità è che ormai è scontro totale tra Pdl da una parte, e Mpa e Lombardo dall’altra. Infatti si profila un azzeramento del governo regionale siciliano, con la fuoriuscita dei rappresentanti del governo berlusconiano. Le cose starebbero così: Salvatore Cuffaro (Udc) vorrebbe togliere deputati e rappresentanti istituzionali all’Mpa di Lombardo, alleato con Gianfranco Micciché. Quest’ultimo sarebbe in guerra col presidente della Provincia di Catania, con il ministro Alfano e con Renato Schifani. Intanto l’Mpa non ha avuto scrupoli a stringere alleanze e accordi elettorali con il Partito democratico in vista delle elezioni amministrative di giugno. Non dimentichiamo che, intanto, un assessore e un consigliere regionale dell’Udc sono indagati per associazione mafiosa e voto di scambio. Si realizzerà in Sicilia un governo istituzionale? Il senatore Giovanni Pistorio, che rappresenta l’aria laica e di sinistra del Mpa, lo ventila, e lo propone come soluzione allo stato di estrema conflittualità che paralizza il governo regionale. Gli aspetti legali della questione non sono affatto espliciti, ma quel che conta in questa fase è la misura del conflitto politico, la sua insanabilità e la concreta possibilità di una svolta al vertice della Regione: un governo nuovo di zecca con Lombardo alla guida. A meno che 46 deputati non firmino la fine della legislatura con una mozione di sfiducia che, approvata, manderebbe a casa sia Lombardo quanto l’intero Parlamento. Sarebbe la conclusione anticipata della legislatura, la seconda di fila, dopo quella provocata dalla condanna di Totò Cuffaro. E questa prospettiva non fa

piacere ai deputati, perché le campagne elettorali sono costose e non c’è affatto certezza che si ritorni nello scranno conquistato appena un anno fa. La malavoglia del Parlamento di chiudere battenti è lo zoccolo duro di una crisi che, altrimenti, non avrebbe altro sbocco che la “denuncia” dell’alleanza da parte del Pdl e dell’Udc. I due partiti che marcano a uomo Lombardo hanno motivazioni comuni e motivazioni diverse. Il Pdl ha avversato aspramente i provvedimenti del governo Lombardo sulla sanità, i superburocrati e i contributi alle associazioni e agli enti, ha rivendicato un ruolo più forte ed un coinvolgimento più “penetrante” nelle decisioni: l’Udc aggiunge a tutto questo la clamorosa rottura del rapporto di amicizia fra Cuffaro, che fu sponsor elettorale di Lombardo e che si sarebbe sentito “tradito” dall’ex amico ed alleato al punto da promettere ai suoi fans, nel corso di una recente convention, una emorragia di personaggi importanti del Mpa grazie ad un’azione di acquisizione sistematica ed efficace. Ciò che succede in questi giorni in Sicilia non ha precedenti sia per la durezza dello scontro politico sia per il fatto che esso si svolge esclusivamente all’interno della maggioranza di governo quasi che l’opposizione fosse fuori, totalmente fuori, dal “quadrato”. Non stare sul ring, tuttavia, non può indurre all’ottimismo i rappresentanti delle opposizioni siciliane; le motivazioni poco nobili che provocano il conflitto nella coalizione di maggioranza non suscitano alcuna reazione negativa in termini di consenso elettorale. Il dato essenziale è, infatti, l’assenza dell’opposizione dal dibattito accesissimo. E’ la legge ferra della comunicazione, non altro. Ora si tratta di capire che cosa sia e come può reggersi il governo istituzionale cui Giovanni Pistorio aspira e che Lombardo dovrebbe realizzare. Lo scenario possibile è l’accordo con l’Udc, assai improbabile, o con una parte del Pdl, l’area vicina a Gianfranco Miccichè, la cui consistenza non è allo stato prevedibile red in caso di scelte traumatiche ancora più imprevedibile. La cosa certa è che, tra assessori indagati per voto di scambio e veti incrociati che immobilizzano il governo, non ne esce fuori una bella immagine. Ne esce un quadro sconsolante, con le istituzioni democratiche offese e vilipese. La solita Sicilia insomma, quella della coppola e della lupara…

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