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la 133

il discorso di brivio

expo, milano come cambierà? internet e relazioni sociali

emigrazione da anni ‘60 la biennale di venezia viaggio in giordania la crisi finanziaria

#26

LANTERNA NOVEMBRE 2008

POLITECNICO

PERIODICO UNIVERSITARIO DELL’ASSOCIAZIONE STUDENTESCA “LA TERNA SINISTRORSA” Novembre 2008

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INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO

MAGNIFICO RETTORE... il discorso del presidente del consiglio degli studenti di Mauro Brivio

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agnifico Rettore, Autorità presenti, professori, personale del Politecnico, studentesse e studenti, signore e signori: un saluto ed un ringraziamento per l’opportunità che mi è data, in tempi difficili per l’Università, di esprimermi a nome degli studenti. E’ la dimostrazione che la centralità dello studente qui non è considerata una vuota formalità, ma un’aspirazione sincera cui tendere anche con fatica, poiché essa è presupposto per la crescita di ogni Ateneo. In questo inizio di Anno Accademico guardiamo senza illusioni al contesto in cui il Politecnico si trova ad operare: se fino a ieri dovevamo fare i conti con un sottofinanziamento strutturale, con una città non sempre in grado di sopperire alle necessità di un polo universitario, e con un pregiudizio fortemente radicato nell’opinione pubblica, che vede il sistema universitario come un costoso carrozzone dallo scarso rendimento, oggi anche le politiche perseguite dai legislatori ci dicono che l’Università non è da considerarsi strate2

gicamente rilevante ai fini dello sviluppo del Paese; l’idea che i Politecnici debbano costituire la spina dorsale per rilanciare l’Italia nel mondo e che la ricerca e lo sviluppo coltivati in questo Ateneo siano motori della crescita, è negata. Da studenti non possiamo che condannare i provvedimenti che hanno interessato l’Università e che penalizzano così pesantemente il Politecnico. Sono note le necessità legate agli obiettivi di bilancio e spesa pubblica dello Stato, tuttavia appaiono del tutto incomprensibili i criteri che, non tenendo in nessuna considerazione il merito, hanno portato al taglio indiscriminato delle risorse per gli atenei. Tali criteri penalizzano università caratterizzate da inefficienze nell’amministrazione e da una scarsa qualità della didattica e della ricerca al pari del Politecnico di Milano, ateneo riconosciuto internazionalmente per la qualità dei servizi e per i meriti nell’ambito della ricerca tecnica e scientifica, caratterizzato da un bilancio solido e dall’efficienza della sua amministrazione. LANTERNA


I tagli effettuati anche a danno del Politecnico appaiono tanto più incomprensibili in una nazione dall’elevato deficit nella formazione tecnica e scientifica, quale è l’Italia. In diverse occasioni, negli anni passati, attraverso scelte responsabili ed impopolari, noi studenti ci siamo fatti carico della riduzione delle risorse che lo Stato ha investito nel Politecnico incrementando significativamente la contribuzione, al fine di mantenere invariata la qualità del servizio erogato; alla luce dei nuovi tagli previsti, più che mai ingenti, rivolgo a voi la stessa domanda che in ciascuna occasione ci siamo posti: è giusto che gli studenti facciano propri gli oneri del mantenimento di un Ateneo, a fronte di uno Stato che ne promuove il degrado? La nostra generazione sarà chiamata a rimediare a molti danni prodotti dalle generazioni che l’hanno preceduta: questo è vero per ogni generazione, ma per la nostra lo è particolarmente. In passato il nostro Paese si è spesso dimostrato refrattario alla pianificazione; ancora oggi essa è trascurata in troppi settori, ed i governi rincorrono emergenze di ogni genere, per far fronte alle quali si ricorre impropriamente alle poche risorse rimaste integre, compromettendole.

“è sul merito che si costruisce la nostra idea di Università...” La nostra speranza è che al Politecnico di Milano non sia riservata la stessa sorte: per questo Ateneo pretendiamo la dovuta lungimiranza, ed in mancanza di un progetto di riforma organica e compiuta per l’Università Italiana, chiediamo almeno di non essere posti nella condizione di doverci difendere dai provvedimenti adottati dallo Stato nei nostri Novembre 2008

confronti. Chiediamo regole certe, per poter pianificare il nostro futuro. Gli studenti si adopereranno affinché questo Ateneo, malgrado tutto, prosegua nel solco tracciato e continui a formare un numero adeguato di buoni tecnici, valorizzando i migliori talenti, e a fare ricerca, attraendo giovani da tutto il Paese come dall’estero. Questa università continuerà in ciò che fino ad oggi è riuscita a fare meglio di ogni altra università italiana; certamente sarà necessario rivedere le linee di sviluppo, i tempi ed i modi per conseguire gli obiettivi fissati, ed i risultati saranno evidentemente diversi, ma la sua missione non deve cambiare. Riconosciamo il grande sforzo collettivo sostenuto per portare il Politecnico a competere con le migliori università tecniche d’Europa; come studenti siamo disposti a rinnovare il nostro impegno nel comune intento, se necessario rinunciando a qualcosa. Quello a cui non siamo disposti a rinunciare è ciò che a nostro avviso costituisce la vera ricchezza dell’Ateneo e che è fonte del suo prestigio e del suo successo: le persone; siano esse docenti, ricercatori, dottori di ricerca o tecnici dell’amministrazione. Non mancheremo di sollecitare continuamente l’Ateneo, le istituzioni locali e nazionali sul tema della qualità nella didattica; e della crescita dei servizi, chiamati anche a supplire alle carenze di una città che si può dire universitaria nei numeri ma non nei caratteri: in tal senso auspichiamo che dall’Expo possa venire una certa attenzione alle necessità dei poli universitari. Insisteremo in particolar modo sul Diritto allo Studio, poiché in un Ateneo che fondi il proprio operare sul merito non può non esservi uguaglianza nelle opportunità. E’ sul merito che si costruisce la nostra idea di Università, perché esso rappresenta il mi3


“...per molti di noi gli anni dell’università si appiattiscono sui calcoli relativi ai crediti...” glior modo per conciliare giustizia sociale e sviluppo. Chiediamo che il valore del merito sia riconosciuto e promosso innanzitutto tra gli studenti, attraverso la serietà della didattica, ma anche tra docenti e ricercatori, rendendo trasparenti i processi di selezione e l’operato nella didattica e nella ricerca. In tal senso riteniamo utile esplicitare i diritti ed i doveri degli studenti così come quelli degli insegnanti. Strumento indispensabile per il corretto funzionamento di un sistema meritocratico è la valutazione: questa deve essere applicata nell’Ateneo per elevare la qualità della didattica e per ribadire la responsabilizzazione del ruolo sociale della docenza universitaria, ma anche per migliorare un sistema di ripartizione delle risorse che valorizzi efficienza e qualità dell’insegnamento e della ricerca. Tale strumento non è da intendersi come vincolo o peggio, come condizionamento per un libero insegnamento, ma come un’occasione per portare la didattica, già oggi di buon livello, ad una crescita complessiva tramite l’innesco di un meccanismo virtuoso: per questo è necessario che ciascuno si metta in discussione esponendosi al dibattito pubblico. Coerentemente chiediamo che anche lo Stato non si attardi oltre ad avvalersi di un adeguato strumento di valutazione degli atenei, affinché il merito sia assunto come principale parametro per il finanziamento delle università, poiché il sistema vigente è ormai insostenibile. Per anni il Politecnico di Milano, in competizione con le migliori università 4

tecniche europee, ha trainato gli altri atenei italiani; un’ulteriore sottrazione di risorse fermerebbe questa sua rincorsa, a danno di tutta la nazione. Infine in questa sede voglio rivolgermi agli studenti: la bassa percentuale di voto nelle ultime elezioni studentesche è soltanto l’ultimo sintomo di un progressivo disinteresse verso la politica universitaria e per tutto ciò che apparentemente non riguarda il percorso formativo proprio di ciascuno. Spesso le richieste di aiuto che giungono dagli studenti ci parlano di individui che hanno perso la consapevolezza di far parte di una comunità strutturata, non priva di regole e di un’etica. Per molti di noi gli anni dell’università si appiattiscono sui calcoli relativi ai crediti, ai tempi ed ai voti necessari per conseguire la laurea.

“In molte università, soprattutto all’estero, gli studenti hanno un ruolo primario nel funzionamento dell’ateneo” Ma l’Università non può essere solo questo. Essa è innanzitutto una comunità umana e scientifica, di insegnamento e ricerca. Il suo compito è quello di promuovere un innalzamento del livello di conoscenza della nostra civiltà, ed il nostro non è quello di primeggiare sugli altri: è diritto e dovere di ognuno di noi quello di apprendere e di esprimersi al meglio delle proprie possibilità, esercitando il libero pensiero ed il senso di responsabilità sociale che deriva dall’essere persone, cittadini e studenti.

LANTERNA


In molte università, soprattutto all’estero, gli studenti hanno un ruolo primario nel funzionamento dell’ateneo: in Italia vi è una cultura un po’ diversa, tuttavia è mia convinzione che oggi la differenza tra un’ottima scuola, qual è il Politecnico di Milano, ed una scuola di eccellenza dipenda anche dall’impegno profuso dagli stessi studenti tanto negli studi quanto nella vita collettiva. Sarebbe per me più facile fare appello alla partecipazione necessaria in un momento meno difficile per l’Ateneo e per il Paese, ma è proprio quando le cose vanno male che c’è più bisogno di Politica, intesa nel senso più alto del termine, e di impegno civile. C’è ancora molto da fare, ed un impegno ancor più partecipato non può che giovare agli studenti ed alla nostra Università. Giunto alla conclusione, i ringraziamenti: a tutti quei docenti che si dedicano al proprio lavoro con passione e dedizione, spesso ben oltre il dovuto; al personale tecnico amministrativo, ugualmente impegnato in un lavoro indispensabile per la vita e la crescita dell’Università. Un particolare ringraziamento infine a chi ha creduto nell’importanza del continuo confronto con gli studenti, mettendo noi rappresentanti nella condizione di svolgere al meglio il nostro ruolo, e a chi continua a credere in questa istituzione e la sostiene nei fatti, senza risparmiare lavoro e fatica. Grazie e a tutti buon lavoro. <

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ATTUALITA’

LA MANOVRA D’ESTATE CHE BRUCIA L’UNIVERSITà! La legge 133/2008, i tagli, il blocco del Turn Over, le università-fondazione...

di Michele Pizzorno

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studente medio, tu che volevi formarti presso un famoso politecnico, tu che volevi visitare l’Europa, acquisire la conoscenza, leggere studiare e ricercare preparati a lunghi anni di tormento. L’Italia si sa, da qualche anno scalpita a far quadrare i conti, anzi, i conti non tornano mai, da anni si susseguono varie riforme, ogni governo, di destra o sinistra che fosse, ha imposto tagli ma mai come questa volta l’università è stata penalizzata. Sulla legge 133/2008 si sono già espressi con estrema durezza i docenti universitari italiani, la Crui e tutte le categorie coinvolte, e, 6

come al solito , saranno i più giovani, tra cui noi studenti , a pagare il prezzo più alto in termini di formazione e servizi. I tagli al FFO, il fondo di finanziamento ordinario, di 500 milioni di euro per quest’anno e per un complessivo di 1,5 miliardi di euro nei prossimi cinque, metteranno a repentaglio il funzionamento degli atenei e dei relativi servizi agli Studenti. Il necessario ricorso a finanziamenti privati legato alla necessità di sopravvivere e non alla volontà di raggiungere risultati comprometterà l’indipendenza delle università nella didattica e nella ricerca, col forte rischio che si creino gravi scompensi tra facoltà ricche e meno ricche e quindi Studenti di serie A e di serie B. LANTERNA


toriali legate agli investimenti dei privati e il patrimonio dell’università diventerà privato, compresi i contratti pubblici dei dipendenti.

Il blocco del Turn Over nelle assunzioni comporterà un avanzamento dell’età media dei docenti e una loro diminuzione di numero con relativo calo della qualità della didattica. Facciamo un esempio: nel biennio 20102011 per ogni 5 professori che andranno in pensione ne potrà essere assunto solo 1.Cosa comporta? Che i giovani ricercatori, che già lavorano da anni con stipendi sotto la media europea, che integrano la didattica e che supportano gli studenti spariranno perché viene loro tolta la speranza di essere assunti nel futuro prossimo. In più chi è assunto dovrà farsi carico del lavoro aggiuntivo con relativo crollo della qualità della didattica. Ciò vale ovviamente anche per le segreterie e gli uffici che offriranno un servizio sempre peggiore. La possibilità di trasformare le università statali in fondazioni di diritto privato elimina la necessità di rispettare il limite consentito per legge della contribuzione studentesca (attualmente il 20% del FFO), ci sarà il costante rischio di produrre professionalizzazioni setNovembre 2008

Il Poli da diversi anni sta intraprendendo una politica di razionalizzazione della spesa, da anni pertanto risparmiamo per poter aumentare gli investimenti per il futuro, fare ricerca seriamente, aumentare i servizi agli studenti e garantire il diritto allo studio. Fino al 2010 ce la caveremo con poco, qualche aula resterà al caldo d’estate e alcuni edifici continueranno a perdere pezzi qua e là, come il trifoglio che doveva essere ristrutturato anche all’interno, ma più avanti rischiamo di perdere anche i servizi essenziali (borse di studio, borse erasmus, mense, sedi staccate,assistenti...) . Il Politecnico ha dimostrato che essere un’università pubblica ben amministrata è meglio che essere una privata. Questo non significa che bisognerebbe porre il Politecnico in una posizione differente dagli altri, ma deve comunque essere il primo spunto per la riflessione su una riforma del sistema universitario che risulta ogni giorno più necessaria e che sicuramente non può partire con un taglio importante del Fondo di Finanziamento Ordinario. L’università che questa legge disegna è molto lontana da quella che abbiamo in mente e in cui tutti i giorni lavoriamo affinché resti libera, democratica e pubblica. Non cadere nell’indifferenza, tieniti informato e partecipa alle nostre iniziative a sostegno dell’università. 7


MILANO

expo, come cambiera’ milano? ...niente è scontato e tutto è da costruire... di Denis Gervasoni

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denisgerva@tiscali.it

ome si sa i grandi eventi internazionali non interessano le città e i territori che li ospitano solo per il loro fine specifico, ma se ben gestiti sono in grado di portare anche a trasformazioni complessive. Per questo eventi espositivi, fieristici, sportivi, artistici, culturali, sono motivo di competizione fra città e regioni del mondo. Dopo la parentesi di un’ipotizzata candidatura alle Olimpiadi, l’amministrazione di Milano ha deciso di investire sull’expò, l’esposizione universale che viene ospitata ogni cinque anni da una città scelta dal BIE (Bureau International des Expositions), che è costituita da sei mesi di esposizioni su un tema a scelta dalla città stessa. È così che con quel “the winner is…. Milano!” del 31 marzo 2007, l’opportunità di una nuova stagione per Milano si è aperta, e un’altra

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si è chiusa. Si è chiusa la fase del marketing, delle negoziazioni e delle speranza. Si è chiusa la fase in cui bastava far vedere quanto la nostra città è bella e preparata, si è chiusa la fase in cui si poteva sognare un grande evento che avrebbe proiettato Milano sul palcoscenico Mondiale. Per dirla con le discutibili parole del suo assessore all’urbanistica Carlo Masseroli <<Milano sta vivendo un momento magico>>. Ma una nuova fase per la città non è ancora aperta, ma solo l’opportunità che essa si verifichi, perché niente è scontato e tutto è da costruire. Tanti sono gli interrogativi, tanti i dubbi e poche le certezze. Prima di tutto vi è il fattore tempo. Da oggi al 2015 l’amministrazione ha sei anni di tempo per concludere tutti i principali progetti urbanistici e i cantieri delle infrastrutture in programma, e se è vero che proprio la scadenza tassativa è determinante ad accelerare i tempi, è anche vero che si tratta di opere LANTERNA


e progetti di grande rilevanza e impatto - anche finanziario – per cui non è scontata la riuscita dell’operazione. Anche le risorse finanziarie sono necessarie e per realizzare grandi progetti servono grandi investimenti sia pubblici che privati. Così per costruire le principali infrastrutture dei trasporti previste e attese da tempo, sono

“...Si è chiusa la fase in cui bastava far vedere quanto la nostra città è bella e preparata...” Novembre 2008

necessari miliardi di euro per la maggior parte pubblici, che proprio in queste settimane sono stati rimessi in discussione (in particolare quelli promessi dallo stato), con il rischio di non realizzare le opere, a meno di non trovare finanziamenti locali, come la vendita delle società Municipalizzate ancora in mano al comune. In particolare sono a rischio le due nuove linee della metropolitana in programma, la linea 4 (che andrà da Linate a Via Lorenteggio) e la linea 5 tra Sesto S. Giovanni e S. Siro, passando per il progetto sull’area ex Fiera. Dovrebbero invece partire i cantieri per la tangenziale est esterna, per la “Pedemontana” e la nuova autostrada Milano-Brescia.

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“... al termine dell’operazione i terreni torneranno a disposizione del proprietario ...” I progetti urbanistici, già definiti, ma non ancora partiti sono tanto importanti quanto discutibili. Il progetto fisico per l’esposizione si inserirà in un’area oggi a destinazione agricola, anche se abbandonata, localizzata nel comune di Rho e adiacente la nuova Fiera, ma di dimensioni ancora maggiori (1.100.000 mq - corrispondenti a tre volte e mezzo il parco Sempione). In quest’area verranno realizzati i capannoni temporanei per l’esposizione e per i servizi necessari. Importante sottolineare la temporaneità delle strutture, che per il 50 % verranno demolite al termine dei sei mesi dell’evento. Il luogo scelto, al di là delle possibili critiche riguardo la precedente destinazione d’uso, andrà a rafforzare e trasformare un’asse – quella del Sempione – già in fase di cambiamento e sviluppo per i numerosi progetti urbani in fase di realizzazione sia in Milano (ex fiera, Certosa) che fuori (Nuova Fiera, Ex Alfa Romeo), fino a Malpensa. L’accordo tra comune e proprietà dell’area, che per il 30 % è privata, a dire il vero lascia un po’ perplessi, in quanto al termine dell’operazione i terreni torneranno a disposizione del proprietario privato con un valore di molto maggiore, senza evidenti vantaggi per la collettività. Gli altri progetti urbani, già previsti in precedenza, sono quello della vecchia Fiera, dibattuto per le particolari architetture, ma soprattutto per l’elevata densità edilizia e i suoi impatti sulla mobilità dei quartieri vicini; L’area vicino a Porta Garibaldi, che vedrà la città della moda e la nuova sede della Regione Lombardia, anch’esso con numerosi 10

problemi legati all’alta densità, alla scarsità di verde e alla poca attenzione agli impatti su edifici e quartieri storici adiacenti (l’Isola in particolare). Sono previste inoltre, con specifico riferimento all’evento espositivo, riqualificazioni di elementi paesaggistici ad ovest di Milano, come i parchi e il sistema delle acque, con i Navigli e le altre vie d’acqua. Infine veniamo al tema, che è di senz’altro interesse. Dal titolo “Feeding the planet – Energy for life” questa esposizione tratterà il tema dell’alimentazione. Al di là di qualche iniziale interrogativo su chi realmente esporrà (<<ci saranno anche le multinazionali dell’OGM?>>) che ha portato anche a delle opposizioni, è ormai evidente che saranno presenti tutti gli operatori nel settore alimentare, dal biologico all’ogm - estremi inclusi - mentre non è evidente il rapporto che si instaurerà tra l’evento e il territorio, e quindi se la città saprà attivare progetti duraturi di vario tipo legati all’alimentazione anche sfruttando le proprie risorse, ad esempio – per rimanere su temi territoriali e urbani - ripensando almeno una parte del Parco Agricolo Sud Milano, oggi risorsa sottoutilizzata dal prevalente valore paesaggistico-culturale. Sono questi gli interrogativi su questa expò e sul futuro della città. Quel che è certo è che non mancano le opportunità: un expò che porti sviluppo non solo economico alla città è possibile, ma determinanti saranno le spinte propositive dal mondo economico e dalla società civile, ma soprattutto la capacità di gestirle che dovrà avere l’amministrazione pubblica. <

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IMMAGINI

VENEZIA

C’è SEMPRE MENO ARCHITETTURA ALLA BIENNALE Novembre 2008 FOTO DI LORENZO SPINAZZI E ANDREA APOSTOLO

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LANTERNA


Novembre 2008

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MONDO

STORIE VERE viaggio in Giordania di Elena Argolini argoelena@libero.it

E

ntrata in quella casa ho sentito subito il calore di una sana accoglienza, libera da inutili pregiudizi e da infondate paure. Stavo per conoscere la famiglia che mi avrebbe ospitato per 3 settimane, persone che non avevo mai visto prima, di cui sapevo poco e con cui avrei avuto comunque tanto da condividere. Mi trovavo in un Campo Profughi Palestinese, gestito dall’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di fornire ai rifugiati Palestinesi quei servizi di base indispensabili alla loro sopravvivenza. Prima della mia esperienza di questa estate, non sapevo quasi nulla della situazione umana e politica creatasi dal conflitto Israelo-Palestinese. Forse questa condizione ha giocato a nostro favore. Anche io non avevo pregiudizi o idee politiche che potessero offuscare la mia visuale di osservatore di una realtà così tanto differente. Non mi soffermo qui sulle vicende politiche che hanno portato milioni di persone a dover lasciare la loro terra natale, contro la loro volontà. Vorrei piuttosto testimoniare quelle che sono le condizioni di vita attuali delle persone che 14

mi hanno ospitato e che mi hanno chiesti una sola cosa alla mia partenza : “Racconta la nostra storia”. 14esima figlia e penultima, Hanadi era il mio punto di riferimento. Appena laureata, qualche anno in più di me, ottimo inglese; si prende cura della madre malata e del fratello minore con sindrome di down. Dalle loro parti si direbbe proprio una brava musulmana. Hanadi è figlia di due Palestinesi provenienti da Gaza, e come tutti i suoi fratelli, anche se non ha mai messo piede in Palestina, non viene riconosciuta come cittadina Giordana. Parlandone, a volte, mi chiedeva come mai lei non potesse viaggiare, costruirsi un futuro come altre persone in Giordania. Mi chiedeva: “Non ho mai fatto del male a nessuno in vita mia, perché mi viene tolta a priori la possibilità di poter fare?” Io la guardavo, senza il velo che frettolosamente metteva appena sentiva entrare qualcuno, capelli lunghissimi, sorridente, tranquilla e non sapevo risponderle. Non sono mai stata in Africa o in quei posti LANTERNA


dare un futuro più sicuro alle generazioni future e la loro stessi.

dove le persone muoiono di fame, sono stata in un posto dove il cibo, l’acqua, non sono il problema. All’interno del campo ci sono scuole, piccoli centri per l’assistenza sanitaria, gruppi volontari di donne, orfanotrofi. Dal 1948 ad oggi i campi con le tende che dovevano essere una soluzione MOMENTANEA, si sono strasformati in delle vere e proprie città, dove è la dignità delle persone la sola cosa a non essere cambiata. Il campo dove vivevo era abitato da 60000 persone, costrette a vivere in zone definite, estraniate in parte da tutto il resto del mondo, povere ma non abbastanza per non farsi domande, tranquille dopo tutto perché l’articolo 22 della risoluzione 194 del 1948 sancisce il loro diritto al ritorno in Palestina. La domanda rimane quindi una sola…quando? La madre di Hanadi sogna solo di poter morire sulla sua terra, magari a casa sua…ha quasi 60 anni ed il ricordo dell’nakba (catastrofe) è ancora vivo nei suoi occhi. Hanadi invece fa parte di quelle persone che hanno un legame forte con le proprie radici, ma che sono pronte, se ce ne fosse la possibilità, a Novembre 2008

Uno dei fratelli di Hanadi, mi raccontava la sua preoccupazione per l’imminente nascita del primogenito. Sposato con una donna Giordana, dato che, come nel Cristianesimo, nelle famiglie Musulmane il bambino riceve il nome del padre, cercava disperato una soluzione che potesse permettere al figlio di non nascere “Palestinese di Gaza.” Si è laureato con i massimi voti in Economia e Finanza. Grazie alla sua eccellente carriera Universitaria ha vinto anche un Master. Adesso si trova nel mondo del lavoro da parecchi anno e non riesce a darsi pace. Mi racconta che passa con il massimo dei voti tutti i colloqui selettivi a cui partecipa. Vorrebbe anche lui, come i suoi colleghi, passare a degli incarichi di maggiore responsabilità, ma quando all’ultimo incontro deve tirare fuori il proprio passaporto e vedono il timbro “Temporary for 2 years – GAZA” , non viene dato più seguito alla sua richiesta di lavoro. E così potrei raccontarvi altre storie che raccontano di un popolo discriminato, che però, per quanto saldamente legato alla propria cultura, si è dimostrato aperto e rispettoso della “cultura occidentale” che inevitabilmente mi sono trovata a rappresentare. Mi avevano detto che non avrei potuto passeggiare per le strade del campo, non è solito che una donna non velata si aggiri tra le strade di un Campo Profughi Palestinese, ed il rischio che occidentale venisse direttamente collegato con Americano e quindi causa della loro sofferenza, era troppo probabile. Non ho voluto ascoltarli e oltre alle serate passate a passeggiare, la mattina presto mi sedevo per strada ad osservare ed un giorno dei ragazzini sono venuti a farmi delle foto! Un giorno sono anche andata al mercato e ho potuto distendere i nervi quando, comprando un po’ di riso, il mercante mi disse “You are welcome here”!! < 15


ITALIA

PENSAVAMO CHE LA VITA SAREBBE STATA UNA GRAN COSA di Giovanna Borrello

Emigrazione: ritorno agli anni ‘60...

Bogianna@gmail.com

S

econdo i dati del rapporto annuale SVIMEZ sull’economia del mezzogiorno, i dati sull’emigrazione nord-sud profumano di anni ‘60. L’emigrato tipo ha tra 25-29 anni , quasi la metà ha un titolo di studio medio-alto (diploma superiore il 36,3% e laurea il 13,1%)”. Hanno lasciato la Campania in 38000, la Sicilia in 28000, la Puglia in 21,500, la Calabria in 17,800. Tanti, circa 151000, anche “i pendolari di lungo raggio che nel 2006 si sono spostati dalle aree d’origine. Nel 50% dei casi i pendolari svolgono al Centro-Nord professioni di livello elevato e nel 38% mansioni di livello intermedio, a conferma del fatto che il sistema produttivo meridionale si conferma incapace ad assorbire l’offerta di lavoro 16

più qualificata”. Dati che preoccupano anche perché “la prevalente emigrazione di giovani meridionali scolarizzati, inoltre, depaupera ulteriormente le possibilità di sviluppo dell’area”. Sono invece “stabili i trasferimenti Nord-Sud, fermi intorno alle 60mila unità e poco sensibili all’evoluzione dell’economia”. Nel complesso, quindi, si sono spostate dal Sud verso il Nord circa 270 mila persone, un dato certamente rilevante se si pensa che nel triennio 1961-63 di massima intensità migratoria si trasferirono dal Sud circa 295 mila persone all’anno. I nuovi emigranti, spesso figli di quelli degli anni sessanta, partono verso nord alla ricerca di posizioni lavorative più qualificate. Se LANTERNA


però 40 anni fa chi partiva, riusciva a mantenere intere famiglie nella terra d’origine, i loro figli, oggi, si scontrano con una realtà ben diversa. Il mercato del lavoro ora è molto più labile e vischioso. Il giovane nuovo emigrante si scontra con contratti di lavoro a tempo determinato (nel migliore dei casi), senza diritti garantiti. Gli stipendi medi, anche nelle aziende più grosse, ai livelli più bassi, non superano i 1.100 euro al mese. Allo stesso tempo bisogna fare i conti con affitti sempre più alti (700 euro un monolocale); cui vanno ad aggiungersi bollette, vitto e spostamenti. Non serve una calcolatrice per capire che pochi di loro riescono a far fronte a tutte le spese. Il nuovo emigrante, non solo non riuscirebbe a mantenere una famiglia a distanza, ma lotta giorno per giorno per la sua stessa sopravvivenza. In molti casi deve quindi chiedere aiuto ai genitori. L’economia del nord est, al contrario di 40 anni fa, non è più fiorente e molte aziende sono in crisi. Intanto l’economia del sud, non solo non riesce ad assorbire le risorse umane più qualificate, ma non riesce nemmeno a risollevarsi con la creazione di nuove attività. Nonostante i fondi della comunità europea per lo sviluppo delle aree disagiate, In un contesto di peggioramento relativo che ha riguardato anche le aree più ricche del Paese, tra il 1995 e il 2005 tutte le regioni del Mezzogiorno sono arretrate rispetto alle altre regioni europee in ritardo di sviluppo. (dati Banca d’Italia). Persino i giovani settentrionali, scoraggiati di fronte ad un mercato del lavoro deprimente, considerano, sempre più numerosi, l’idea di espatriare per soddisfare le proprie ambizioni lavorative. Sono,da nord a sud, i figli del boom degli anni 80. Cresciuti con l’illusione che avrebNovembre 2008

bero potuto realizzare i sogni dei loro padri. Si scontrano invece con una realtà forse dura da accettare. Il vero cambiamento sta nel fatto che i loro padri partivano per fame, mente oggi i figli viaggiano per compensare una frustrazione data da un mercato del lavoro che li rifiuta. L’università sforna tonnellate di persone qualificate che non vengono assorbite da un mercato sano. Le aziende possono permettersi di offrire contratti svantaggiosi e stage ad un numero sempre più grande di persone disposte a tutto. Spesso incoscienti e incapaci di far valere i propri diritti. Viene da chiedersi se realizzare le proprie aspirazioni, correre verso il coronamento dei propri sogni, dopo tanti anni sudati sui libri, non sia invece una corsa schizzofrenica verso il dirupo. Vale la pena lavorare 12 ore al giorno per cosa? Per il posto di prestigio in azienda? Per la posizione sociale? Può darsi, ma facendoci i conti in tasca, siamo davvero molto più ricchi? E se tutti, piano piano, dovessero abbandonare la propria terra, non si lascerebbe un paese d’origine in balia di quelli che non hanno avuto il coraggio, non hanno l’istruzione, o semplicemente non hanno idea di cosa ci sia lì fuori nel mondo? La rabbia per non poter realizzare le proprie aspirazioni, nel proprio Paese inizia a crescere. È come la rabbia del bambino nei confronti della mamma che lo ha abbandonato. Mi piace pensare, però, che forse il ciclo si può invertire. Che magari invece di inseguire il posto di prestigio (sottopagato) nella ditta prestigiosa, ciascuno di noi si rimbocchi le maniche per trovare soddisfazione nel proprio operato e non nel posto dove lavora. Forse dovremmo sederci tutti allo specchio e raccontarci come stanno davvero le cose. < 17


ATTUALITà

la crisi finanziaria P

plessivo del mutuo a 250 mila euro). Sta di fatto che il popolo americano si trovava con un debito (privato e pubblico) che nel 2006 superava di 3 volte il PIL e del 540% il reddito disponibile vivendo quindi di gran lunga al di sopra delle proprie possibilità.

Ci troviamo di fronte non allo sgonfiamento di una bolla, ma ad una crisi strutturale che parte da molto lontano. Parte dall’enorme debito americano sia pubblico che privato, dal non aver ridistribuito i proventi della crescita economica e dal deficit tra PIL e reddito che esiste nei paese occidentali (nel 2006 il PIL americano era pari a 13 mila miliardi di dollari mentre il reddito era di 9 mila).

In questo ambiente “da fame di credito”, soprattutto in questi ultimi 5 anni, ci si è trovati un quadro regolatorio sempre più permissivo, un costo del denaro molto basso (costava poco indebitarsi) ed un sistema bancario ai cui vertici si trovava una generazioni di banchieri avidi. Perché avidi? Perché il banchiere tradizionale prende il denaro sulla fiducia e lo presta a rischio, quindi un buon banchiere è colui che sa valutare il rischio.

Quindi in che modo gli americani hanno conservato il loro stile di vita e la loro innata propensione al consumo? Indebitandosi sempre più tramite l’utilizzo di carte di credito revolving (anche più di una!), la rateizzazione, il microcredito e il rifinanziamento dei mutui (se un immobile del valore di 200 mila euro si rivaluta di 50 mila euro è possibile incassare questi ultimi e modificare il valore com-

Questa generazione di manager, grazie ad una nuova tecnica operativa OTD (originateto-distribute Model), fin tanto che la fiducia nei mercati era alta ha dato credito anche a persone con scarse garanzie scaricando il rischio a terzi. Una banca costruiva dei prodotti finanziari costituiti da debiti di vario genere (quote di mutui, prestiti di carte di credito, etc.), molto appetibili per gli investitori alla

erché una crisi immobiliare in America provoca tutta questa turbolenza sui mercati? Perché ci sono cosi tanti fallimenti di banche di ogni genere e grado, intermediari finanziari, istituti di assicurazione? Cos’è l’economia di carta di cui i giornali parlano?

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LANTERNA


di Jacopo Saladini saladinit@yahoo.it

ricerca di alti rendimenti, impacchettandoli e rivendendoli. Oltre a questo meccanismo vi è stato l’eccessivo uso degli strumenti derivati, titoli il cui valore di mercato è derivato da altri titoli sottostanti quotati su altri mercati, che possono essere usati o come copertura del rischio (in un portafoglio di titoli è possibile comprare un derivato che si apprezza nel caso in cui il portafoglio vada in perdita, fungendo da assicurazione) o per fini speculativi grazie all’elevata volatilità. Un’interessante caratteristica degli strumenti derivati che ci permette di capire l’irrazionalità di questo momento, è quella di utilizzare l’effetto leva, cioè di poter movimentare e negoziare grandi somme di denaro avendo la disponibilità solo di una piccola parte di esse. Si stima che ci siano in circolazione oltre 300 trilioni di dollari in prodotti derivati.(grazie alla leva è possibile comprare o vendere 1 milione di dollari avendone a disposizione solo il 5%, 50 mila dollari. Se i titoli acquistati si rivaluteranno del 2%, l’investimento avrà effettivamente fruttato il 40%).

Novembre 2008

Questo mix ha provocato un’enorme quantità di liquidità basata però su fragili fondamenta, non a caso si è sviluppato un mercato di strumenti derivati (CDS Credit Default Swaps) che venivano utilizzati proprio per tutelarsi dal rischio di un mancato pagamento. Questo castello di carte sembrava reggere e dava l’impressione che il rischio fosse ripartito tra diversi soggetti, ma quando il costo del denaro è aumentato e di conseguenza i mutui a tasso variabile sono saliti, un’enorme quantità di persone non era più in grado di pagare il debito e gli strumenti finanziari legati ai mutui (per esempio i CDO: Collateralized Debt Obligations) sono entrati in crisi e con questi tutti gli altri prodotti della finanza strutturata. Le banche si sono trovate con un enorme quantità di questi titoli che non avevano più valore. Così il 9 agosto 2007 l’avidità si è trasformata in paura e il mercato interbancario, che funge per il sistema capitalistico come il sistema circolatorio per il corpo umano, si è congelato, le banche hanno perso la fiducia reciproca e il castello di carte che avevano costruito è crollato. <

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MILANO

il nuovo antisemitismo di abdannur@email.it

N

el 1555, papa Paolo IV descriveva come “oltremodo assurdo” che gli ebrei potessero “ingiuriare” i cristiani vivendo indistintamente nei pressi delle chiese, prendendo in affitto delle abitazioni nelle zone centrali delle città, ed acquistando immobili di proprietà. Si risolse dunque ad emanare un vasto decreto pontificio (Cum nimis absurdum), che tra l’altro obbligava le persone di fede ebraica ad indossare un distintivo giallo, ad edificare un solo luogo di culto in quartieri separati dalla popolazione cristiana - i famigerati ghetti ed a redigere i documenti relativi all’amministrazione sinagogale in lingua italiana o latina. Tali provvedimenti rappresentarono la più compiuta espressione legislativa di un lungo processo di disumanizzazione di un gruppo religioso, che fino a partire dalla predicazione di alcuni Padri della Chiesa aveva indicato negli ebrei “gente rapace, bugiarda, ladra ed omicida (Giovanni Crisostomo; Omelie IV,1); serpenti la cui preghiera è un raglio d’asino (Girolamo); razza di vipere, oscuratori della mente, lapidatori, nemici di tutto ciò che è 20

bello (Gregorio di Nissa)”, i cui luoghi di culto sarebbero stati “caverne di ladri e tane di bestie rapaci e sanguinarie (cit; Omelie I,2)”. Gli effetti concreti di queste affermazioni, che interesseranno ancora drammaticamente tutta l’età moderna, durante il basso Medioevo assunsero addirittura i tratti della psicosi collettiva: “Con il passare del tempo, l’ossessiva predicazione degli ordini mendicanti contro gli ebrei “assassini” fissò a tal punto nella mentalità comune lo stereotipo dell’ebreo diabolico che neppure l’autorità del papa fu più in grado di tenere sotto controllo le sanguinose conseguenze dell’odio popolare” (Ghiretti, Storia dell’antigiudaismo e dell’antisemitismo; ed. Mondadori, pp.99). Benché la Chiesa Cattolica abbia perlopiù largamente superato, ormai da diverso tempo, queste dure espressioni di intolleranza - prima col Concilio Vaticano II, poi col pontificato di papa Wojtyla - la sostanza di queste stesse espressioni è ben lontana dall’esaurirsi. Essa ha soltanto mutato interprete e obiettivo polemico, nella retorica discriminatoria come nel pregiudizio popolare. Nel 2008, in una vera e propria traduzione del sentimento antisemita, alla figura dell’ebreo “assassino ed infanticida” si è infatti sostituita quella del musulmano “terrorista e tagliagole”; il “giudeo bugiardo e demoniaco” ha fatto posto al “dissimulatore islamico nemico della democrazia”. Oggi non è dunque LANTERNA


un “complotto ebraico mondiale” (cfr. Protocolli dei Savi dei Sion) a dover turbare le notti delle persone perbene, bensì una silenziosa, strisciante “invasione islamica” (Bat Ye’or, Eurabia; 2005); alla medievale minaccia ebraica di avvelenamento dei pozzi, oggi si è succeduto il pericolo della contaminazione di interi acquedotti da parte dei musulmani (Allam, Corriere 5.7.08). Affermati esponenti politici ed influenti opinion makers non hanno alcuna difficoltà a definire i musulmani come “un tumore da estirpare” (Gentilini); luridi cornuti, che evocherebbero la necessità di una pulizia etnica (Borghezio)”. La polemica islamofoba si fa, se possibile, ancor più virulenta nei confronti dei luoghi di culto islamici: moschee e centri di cultura islamica sono indistintamente, esplicitamente esecrati come “centri d’affari, dove si riparano tutti i terroristi, e dove si architettano programmi per distruggere la nostra civiltà, la nostra tradizione, la nostra religione (Gentilini); migliaia di focolai di cellule terroristiche (Taormina, secondo cui “tutti i musulmani dovrebbero essere cacciati dall’Italia”); luoghi di indottrinamento ad un’ideologia di Novembre 2008

odio, violenza e morte, che tramite un lavaggio del cervello trasforma le persone in robot della morte (Allam, Il Gazzettino 22.6.08)”. Le prime espressioni legislative di questo processo di discriminazione di un determinato gruppo religioso, ancora una volta, non hanno infine tardato a manifestarsi. In ambito nazionale, Roberto Cota - capogruppo leghista alla Camera - ha presentato una proposta di legge (n.1246/2008) “per arginare la proliferazione in casa nostra delle moschee, luoghi politici e simbolici di una civiltà che ha avuto un percorso di 1400 anni in antitesi alla cultura occidentale, spesso luoghi militari, teatro di eventi raccapriccianti (Repubblica 11.9.08)”. In quanto “luoghi di culto di una religione che non ha (ancora) sottoscritto Intese con lo Stato”, solo le moschee subiranno specifiche restrizioni legislative; queste andranno dal “divieto di attività non strettamente collegate all’esercizio del culto, ivi comprese l’istruzione e la formazione a qualunque titolo esercitate (art.4/4e)”, al “divieto di lingue diverse da quella italiana in tutte le attività pubbliche che non siano strettamente legate all’eser-4 21


cizio del culto (4/4f)”. Soltanto le moschee non potranno situarsi entro “il raggio di un chilometro (3/1b)” da edifici legati ad altre confessioni religiose; sarà genericamente vietato “l’utilizzo in luoghi aperti al pubblico di strumenti per la diffusione di suoni o di immagini da parte di confessioni o associazioni religiose che non abbiano stipulato un’Intesa con lo Stato (3/1c)”. L’approvazione per l’edificazione o la ridestinazione d’uso d’una moschea sarà demandata all’arbitrio delle singole Regioni, e sottoposta ad avallo referendario (2/1); guide di culto e catechisti dovranno iscriversi in appositi registri presso il Ministero dell’Interno (4/2). A Milano - “vera capitale della ‘Ndrangheta”, secondo il magistrato calabrese Vincenzo Macrì, dove tuttavia ci si è finora rifiutati di creare una commissione di controllo per gli appalti del prossimo Expo 2015 - l’estate scorsa il Ministro dell’Interno Roberto Maroni ha ritenuto opportuno intervenire in prima persona per sgomberare un tratto di marciapiedi in viale Jenner: l’atavica carenza di spazio del prospiciente Istituto Culturale Islamico costringeva alcuni fedeli ad occuparne una porzione per circa due ore alla settimana, durante la preghiera del Venerdì. Nel corso degli anni, l’Istituto ha ripetutamente inoltrato diverse comunicazioni e richieste di assistenza alle autorità comunali, ed ha versato caparre per diverse migliaia di euro, nella ricerca di una sistemazione più adeguata; i suoi sforzi, tuttavia, hanno incontrato soltanto una consapevole, ideologica irresponsabilità istituzionale, la mercantile sordità delle forze politiche, ed una legge regionale ad hoc, destinata di fatto ad intralciare proprio i tentativi di trasferimento dei centri islamici (L.R.12/2005 art.74/4.bis, il cui autore, Davide Boni, aveva invocato la “chiusura di tutte le moschee” e “la schedatura obbligatoria per tutti coloro che frequentano le moschee”). Secondo il vicesindaco di Milano, De Corato, la prossima sede dell’Istituto Culturale dovrà 22

sorgere “fuori della città, in una zona non urbanizzata, non residenziale e non commerciale”. Oggi, diversi attori politici e culturali invocano garanzie di sicurezza e legalità, ma al contempo profondono il più grande impegno nell’intralciare - culturalmente e giuridicamente - il concreto percorso di partecipazione e responsabilizzazione dei centri islamici. Rappresentanti delle istituzioni gareggiano per negare con altisonante fermezza quei finanziamenti pubblici che i musulmani non hanno mai domandato, per opere che le comunità islamiche hanno ripetutamente assicurato di poter (difficoltosamente) pagare di tasca propria. Numerosi esponenti politici esigono per l’apertura di un luogo di culto quelle consultazioni referendarie, che s’impegnano invece ad osteggiare accuratamente, in occasione dell’ampliamento di una base militare (Vicenza) o della costruzione di un nuovo inceneritore (Milano). Domani, i programmi di integrazione linguistica, di welfare di base e di avviamento al lavoro - tuttora parte integrante delle prime attività dei centri islamici - potrebbero essere proibite, e costrette a cessare. Le comunità islamiche dovranno forse adeguarsi - quasi cinque secoli più tardi, e nell’ambito della legislazione di uno Stato laico - alle medesime restrizioni che una bolla pontificia impose precedentemente alle stesse comunità ebraiche: dalla segregazione dei luoghi di culto rispetto al resto del corpo cittadino, all’imposizione per legge di una lingua da adottare nell’ambito delle proprie attività. Dopodomani, infine, potrebbe dunque venire il momento del distintivo giallo? <

LANTERNA


SOCIETà

ASCOLTARE INTERNETTIZZATI E POI RIFLETTERE

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ome tutti forse non sanno in Italia il comico di professione Beppe Grillo, ha fatto molto parlare di sé, ma non per quello che fa nella sua vita privata, ma perché riesce, chissà poi come, a raggiungere informazioni interessanti e poco diffuse su personaggi “importanti”. Fa un gran parlare di se anche per il modo in cui decide di condividere queste informazioni con il popolo. Questo però mi sembra un punto secondario ed oggettivamente personale e discutibile. C’è chi preferisce toni pacati ed educati e chi non ci bada poi tanto. Segno di libertà. Quindi, messe da parte le questioni legate allo stile, cosa viene detto sulla sostanza delle sue affermazioni? Perché le sue affermazioni scuotono parte dell’opinione pubblica? Certo per essere un comico è sicuramente un comico ben informato. ... continua

L’

argomento di questo numero del “Lanterna” è “Il cambiamento” intorno a noi sono in atto una svariata serie di trasformazioni che riguardano l’ambiente, la politica, l’economia, la società. Tutto cambia, muta, si evolve e noi quasi non ci rendiamo conto di questi cambiamenti. Alcune di queste trasformazioni sono positive mentre altre sono negative o hanno entrambi i lati della medaglia ,sta a noi decidere se sono favorevoli o meno,se possiamo utilizzarle a nostro vantaggio o rifiutarle e persino combatterle. Con l’arrivo di mezzi tecnologici evoluti nel campo della comunicazione si è potuto cambiare il modo in cui ci si relaziona con il mondo. In questo secolo e negli ultimi di quello passato, è iniziata una nuova trasformazione sociale di uguale importanza se non superiore alla trasformazione sociale ed economica che si è creata con l’arrivo dei mezzi di trasporto ... continua

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REDAZIONE Michele Pizzorno, Elena Argolini, Denis Gervasoni, Lorenzo Spinazzi, Lorenzo Salciccia, Giovanna Borrello, Jacopo Saldini

GRAFICA Spino (spino@votnamec.com)

DOVE SIAMO LEONARDO: Aule rappresentanti (vicino V.2) BOVISA-LAMASA: Aula rappresentanti accanto alla CLUP BOVISA-DURANDO: Aule rappresentanti vicino all’ovale

www.ternasinistrorsa.it

RIUNIONI Tutti i mercoledì alle 18 nell’Aula Terna in Interfacoltà a Leonardo

no che riunisce tutti gli studenti di sinistra che vogliono vivere l’università LANTERNA in modo attivo e propositivo.

Lanterna è solo una delle tante iniziative e produzioni de “La Terna Sinistrorsa”: il gruppo dei rappresentanti degli studenti del Politecnico di Mila-

INTERAMENTE FINANZIATO DAL POLITECNICO DI MILANO

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