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Contains clippings from international and Spanish media featuring the work of Teresa Sapey Estudio de Arquitectura


22 Società

LA STAMPA

LUNEDÌ 29 DICEMBRE 2008

Le città della sua vita

Personaggio GIAN ANTONIO ORIGHI MADRID

Il successo della torinese Teresa Sapey

L’

ultimo suo capolavoro è il centralissimo parking di plaza Cánovas a Valencia: una meraviglia cromatica di 4 piani sotterranei, ognuno con colori diversi (azzurro, verde, giallo e rosso), per accogliere 340 auto, il primo parcheggio ecologico del mondo con tanto di ricarica per vetture elettriche. Non a caso uno dei geni mondiali dell’architettura, Norman Foster, ha definito l’ideatrice, la torinese Teresa Sapey, Madame Parking. Ma l’architetta italiana più famosa e tra le più trendy di Spagna, ove è emigrata 19 anni fa, è presente ovunque, dalle luci di Natale a Madrid al design dei popolarissimi drugstore Vips. Sempre con la sua filosofia creatrice: l’architettura emozionale. «Se non fossi cresciuta a Torino, se non avessi amato il grande Juvarra, che progettó il Palazzo Reale, sicuramente non sarei arrivata tanto in alto», dice a La Stampa Sapey, 46 anni, cuneese di nascita ma vissuta nel capoluogo piemontese fino a quando si è trasferita a Madrid per aprire il suo fortunatissimo studio. E spiega: «Io definisco architettura emozionale i miei progetti, che non sono solo funzionali ed estetici, perché svegliano tutti i sensi, raccontano storie che fanno sognare. Le mie creazioni sono come teatri dove i clienti, i visitatori, si trasformano in protagonisti ed allora partecipano con emozione». Sapey, con un marcatissimo accento piemontese, nonno senatore e padre ingegnere, separata e ma-

Torino, dove ha studiato

New York, dove si è specializzata

Uno dei geni dell’architettura, Norman Foster, ha definito Madame Parking la torinese Teresa Sapey

La signora dei parcheggi

presentò per partecipare al concorso dell’Hotel Puerta de Europa, una chicca a cui ambivano partecipare tutti i più bei nomi dell’architettura mondiale, le risposero che arrivava tardi ma che se trovava uno spazio vuoto, il progetto sarebbe stato suo. E sfornò l’idea vincente del parking. «Adoro i parcheggi perché sono una ribelle e mi sono sempre piaciuti i luoghi poco convenzionali. I parcheggi sono non luoghi tipici della nostra contemporaneità, democratici perché aperti a tutti ma sempre nascosti sotto terra, grigi, tristi, lugubri, pensati per nascondere spiega questa divoratrice del tartufo -. Il parking di Valencia, ecologico anche per i materiali che risparmiano energia e per insegnare ad andare a piedi, incentiva la curiosiscorso uno dei dodici premi annuali tà perché ogni piano è diverso per che, nella sede dell’Onu a New raccontare la città, con le direzioni York, assegna la Ong Woman To- ed i tempi per arrivare ai luoghi più gether alle donne che combinano significativi. L’azzurro suggeriscge successo professionale e impegno l’idea dell’acqua (spiagge e porto), il sociale. verde parchi e «Amo profongiardini, il giallo la damente Torino, gente (mercati e mi ha sempre stiNOME TERESA Comune), il rosso molato e continueCOGNOME SAPEY la cultura (CatteETA’ 46 ANNI drale e musei). rà a farlo anche in NATA A CUNEO, MA VISSUTA A TORINO futuro - dice l’arSTUDI CLASSICO GIOBERTI, POLITECNICO Una architettura chitetta -. Ecco un PARSONS SCHOOL OF DESIGN DI NEW YORK comunicatrice». esempio concreto: La regina dei ho esportato il Spagna il giallo pie- parcheggi, però, non dimentica mai montese per decorare una casa per le sue origini. Per le vacanze di Napersonaggi importanti a Madrid. tale scia sempre al Sestriere. E nei Da allora tutti mi hanno copiato». suoi ambiti e mondani ricevimenti Di certo la sua coloratissima fanta- offre immancabilmente gianduiotti sia va sempre a segno. Quando si e cioccolato Gobino.

Architetta “emozionale”conquista la Spagna E’ tra le dieci più importanti designer al mondo

ATTRAZIONE FATALE

«Sono una ribelle: per questo mi sono sempre piaciuti i luoghi poco convenzionali»

Il parking ecologico

LE ORIGINI

«Ho esportato a Madrid il giallo piemontese per una casa: mi hanno copiata tutti» dre di due gemelli, James e Francesca, prima ha studiato al liceo classico Gioberti, poi si è laureata al Politecnico di Torino con il professor Ruggero (tra i suoi docenti c’è stato l’architetto Gabetti). Quindi si è specializzata alla Parsons School of Design di New York ed alla parigina Ecole National Supérieure d’Architecture di La Villette. Il gusto per la cromaticità, sua inconfondibile caratteristica, l’ha appreso dal pittore Eugenio Comencini. L’architetta, vulcanica e grande comunicatrice, incoronata nel 2007 dalla prestigiosa rivista inglese Wallpaper come una delle 10 designer più importanti del mondo, fa progetti dappertutto, da Dubai a St. Moritz. In Spagna, e soprattutto nella capitale, è famosa. Tra le sue opere ci sono il coloratissimo parcheggio di Plaza de Vázquez de Mella, e quello dell’hotel Puerta de America, opera collettiva di architetti del calibro di Foster, Nouvel ed Hadid. Ma anche negozi della griffe Custo Barcellona, oltre che a Madrid, a Parigi e Milano. Un’attività frenetica che peró non fa dimenticare a questa elegante e stravagante signora le opere di bene. Madame Parking, infatti, fa parte della fondazione benefica Curarte, che aiuta i bimbi malati degli ospedali spagnoli e sta elaborando un progetto per il nuovo reparto di psichiatria del nosocomio madrileno Niño Jesús, cercando di renderlo più accogliente, pratico e piacevole per i piccini. Un impegno che le è valso nel maggio

Madrid, dove si è affermata

L’ultima opera di Teresa Sapey è nata a Valencia: il primo parcheggio ecologico al mondo, per 340 auto, con postazioni per le ricariche delle vetture

Nata a Cuneo

“Ha fatto bene a fuggire da una lobby di uomini”

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domande a Riccardo Bedrone Ordine architetti Torino

In Italia Teresa Sapey era una tra le tante. Nonostante la laurea a pieni voti al Politecnico di Torino, un dottorato, un master a New York e uno Parigi. Ora, emigrata in Spagna, è tra i più importanti architetti al mondo. Riccardo Bedrone, presidente dell’Ordine degli Architetti di Torino ne parla come di un esempio da seguire. Oltre al talento, cosa rende Teresa Sapey diversa dagli altri?

«Ha fatto quello che dovrebbe fare

ogni architetto italiano: invece di lamentarsi e piangere sulla tristissima situazione che è “costretto” a vivere, dovrebbe avere il coraggio di buttare il cuore oltre la siepe, aprirsi all’estero, ripudiare le gabbie ed essere disposto a muoversi, a sperimentare. Teresa Sapey è un esempio anche per il tipo di approccio verso la professione, ha capito che per lavorare non basta essere bravi, ma bisogna anche sapersi vendere bene, autopromuoversi, ovviamente dopo aver costruito della capacità solide». Perché lavorare in Italia è così difficile?

«Siamo in 140 mila. Troppi architetti e poco spazio per lavorare. Teresa Sapey ha avuto coraggio, è andata via, seguendo in parte l’ispirazione e in

le è dominato dalle lobby, e quasi tutte dominate da uomini.

«Ha perfettamente ragione. Se dovessi pensare a qualche architetto donna italiana affermata non mi verrebbe in mente nessuno. Il nostro è un Paese ancora legato all’immagine maschile del potere. L’unico settore che lascia spazio alle donne è quello della conservazione dei beni culturali. Nel privato non c’è speranza. Oltre alla cultura della conventicola, della raccomandazione, l’Italia è un Paese gerontocratico e maschilista, per una donna giovane e piena di voglia di fare rischia di trasformarsi in una tomba». parte, come spesso accade, un amore». Ma andare via non basta.

«Certo che no, ma è un buon punto di partenza se si hanno idee e se si ha voglia di creare contatti e costruire possibilità». Sapey è andata in Spagna perché in Italia non aveva nessuna possibilità, ha spiegato, e perché qui il mondo cultura-

Nessuna speranza?

«Intanto un incoraggiamento a chi decide di mettersi in gioco: gli architetti italiani sono molto stimati e gratificati in tutto il mondo. Poi l’auspicio che qualcosa, per la prima volta si stia iniziando a muovere. Nel mondo dell’architettura le donne stanno aumentando di numero e i committenti iniziano a capire che spesso sono più brave, anche se sono giovani». [M. PER.]


Moda & Design l 35

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AFFARI & FINANZA 6 LUGLIO 2009

La sfida di Rossana Orlandi “Cambio volto a Porto Cervo”

RENATA FONTANELLI Milano ean Nouvel la chiama la “Reine du Parking” per aver avuto l’idea, prima tra tutti, di creare parcheggi ecologici e di design. Wallpaper l’ha incoronata come una delle dieci designer più importanti al mondo, e in primavera il Presidente della Repubblica italiana l’ha nominata ”Commendatore dell’Ordine della Stella”. Teresa Sapey, vulcanica bionda quarantacinquenne è partita per la Spagna nel 1989 e ha fondato a Madrid uno studio che oggi è considerato tra i più trendy e prestigiosi della capitale. «La mia è stata una carriera di piccoli passi. Mi sono trasferita in Spagna per amore e ho cominciato a lavorare a piccoli progetti. Sono cresciuta piano piano, ma la Spagna mi ha dato la possibilità di farmi conoscere internazionalmente». Della Penisola Iberica ha vissuto in pieno il boom ed il crollo del mercato immobiliare: «La situazione ora è tragica. Siamo pieni di edifici abbandonati e ormai fatiscenti. E’ stata un’esplosione forzata, fomentata dalle banche e Zapatero è il peggior Presidente che ci potesse capitare». Laureata in architettura al Politecnico di Torino ha poi frequentato a Parigi la Parson School of design, in classe con Tom Ford e Luigi Spagnol. Ai parcheggi è arrivata con una scommessa. Il gruppo Silken stava progettando l’Hotel Puerta America, vicino all’aereoporto di Madrid. Sapey contatta quindi l’amministratore delegato per avere un incarico: «Purtroppo era troppo tardi. I lavori erano già stati affidati ad una folto gruppo di designer internazionali tra i quali Jean Nouvel, Zaha Hadid, Norman Foster, David Chipperfield, e mi hanno detto che non c’era neanche “L’architetto più una mezza deve dare cantina da nuova vita progettare». ai posti tristi Un paio di dimenticati giorni dopo da tutti” l’architetto ha l’idea: il parcheggio. Un po’ scettica, la proprietà accetta. E oggi il parcheggio del Puerta America è diventato il luogo più ambito da vip e celebrities per farvi feste. Recentemente l’ha affittato Madonna: «Nessuno vi aveva mai pensato, ma da quel momento ho cominciato a dar vita a questi luoghi, che di solito sono tristi e anonimi». Successivamente il sindaco di Madrid ne ha commissionato uno in centro e anche a Valencia l’architetto Sapey ha firmato il primo ecoparcheggio interamente progettato con materiali ecosostenibili e con tanto di prese di corrente per la ricarica di macchine elettriche. «Per me l’architettura deve essere innanzitutto emozione, deve parlare e interagire con chi la abita, deve raccontare e far sognare, prima ancora di essere funzionale. Ci sono luoghi dimenticati da tutti, come i tunnel, le gallerie, i sottopassaggi. Luoghi tristi che devono essere riprogettati. Ecco, questa è la mia missione, io sono l’architetto dei “non luoghi” e le mie creazioni sono come i teatri dove i clienti e i visitatori si trasformano in protagonisti ed allora partecipano con emozione». Sempre in bilico tra design e ar-

J

Artisti e designer hanno da sempre affollato il suo spazio milanese: “Ma la cultura vince anche in Costa Smeralda” Milano rovo noiosissimo tutto quello che offrono i negozi di Porto Cervo, solo gioielli e grandi firme, mentre la Costa Smeralda è una piazza oltre che straricca anche colta e preparata. Uscendo dal circuito turistico propone un’enormità di eventi culturali interessanti. L’ho sperimentato l’anno scorso ed il complimento più bello che ho ricevuto è stato: “non ci vergogniamo più di avere la casa in Sardegna”». Forse non tutti saranno felici di leggere questa affermazione, che però ben rappresenta lo stile di Rossana Orlandi e la realtà di un luogo un tempo culto e oggi molto “snobbato”. Lei è la proprietaria dell’omonimo spazio di Milano. Una “Corte del design” alla quale prima o poi bussano tutti: artisti e designer. Affermati o in cerca d’autore. Ha fiuto e occhio, la minuta e raffinata signora milanese. E difficilmente sbaglia un colpo nello scegliere i creatori da promuovere e da vendere, spesso mettendoli in contatto con i produttori “giusti”. Patrizia Urquiola, Tom Dixon, Paola Navona, Marteen Baas, sono solo alcuni tra i personaggi che lei rappresenta nell’ex fabbrica di cravatte che ha ristrutturato, facendone uno spazio ricco di fascino dove spesso tra tavole elegantemente imbandite si radunano l’intellighenzia meneghina e la creatività d’avanguardia. All’ultima edizione della fiera di Basilea ha presentato Nacho Carbonell nel suo stand mettendo a segno il colpo di vendere tutte le opere a Brad Pitt. In quanto alla Costa Smeralda l’anno scorso aveva destato stupore il fatto che lei avesse scelto proprio quel luogo, dove i soldi e apparenza trionfano su raffinatezza e cultura, e dove la piazzetta pullula più che di raffinati intellettuali di veline in cerca d’ingaggi, billionarine in cerca di fortuna e miliardari in cerca di vetrina. La scommessa di Orlandi, proporre e creare nella Promenade du Port ilDesignwalk(«una passeggiata attraverso il design di ricerca nazionale ed internazionale in scenografie ricche di atmosfera ideate da Sergio Calatroni»), è risultata vincente: «Io i russi pacchiani e miliardari non li ho neanche visti. Ho incontrato invece personaggi colti e raffinati che hanno apprezzato moltissimo la promenade e anche MdM museum che l’anno scorso proponeva una personale di Rotella e quest’anno Schifano». La formula della Promenade quest’estate è un po’ diversa. Tutti gli spazi sono diventatitemporary shop. Orlandi ha il suo, poi c’è la Galleria Fumi di Londra, Skirà Bookstore, Aspesi, Louis Alexander Gallery, Vittoria Design, Tom Dixon e Marteen Baas. A questi ultimi, Dixon e Baas, verranno dedicate due serate in luglio agosto. (r.fon.)

«T

Sapey, la regina dei parcheggi i “non luoghi” come missione Jean Nouvel la chiama la “Reine du Parking” mentre “Wallpaper” l’ha scelta come una delle dieci designer più importanti al mondo: “Basta con le grandi firme, rovinano le città”

Teresa Sapey, sopra, nata a Torino, lavora in Spagna dal 1989 te, rigore tecnologico ed invenzione, funzionalità e creatività, Sapey si è confrontata con varie realtà sia pubbliche che private, trasformandone la struttura in un sapiente gioco creativo, impiegando luci, colori, materiali e oggetti per creare spazi in cui sia naturale riunirsi. Attualmente è impegnata in Spagna nella progettazione di una catena di beauty farm ed in Croazia nella riqualificazione

di un area dismessa: «Il mio sogno però sarebbe progettare qualcosa di grande in Italia dove purtroppo sono sempre i soliti studi a fare cose importanti e poi chiamano le archistardall’estero. Mi spiace molto dirlo, ma la realtà è che sono pochissimi anche gli italiani che sono riusciti a farsi un nome e a lavorare fuori». Tornando al “fenomeno” delle archistar, Sapey commenta: «Una rovina per le

città. Hanno stampato il mondo con progetti tutti uguali, completamente slegati dal territorio, dall’architettura e dal paesaggio. Spesso non vanno neanche a visitare i cantieri e si dimenticano che l’architetto più che una star è un operaio colto, deve stare in mezzo alle macerie oltre che sulle prime pagine dei giornali». Tra i suoi clienti ci sono marchi come Renault, Ikea, Hugo Boss, Bulgari, Absolut Wodka, Baume&Mercier, Custo Barcelona. Recentemente ha pubblicato un libro: “Sapore Sapey”, dove le sue idee sull’architettura e la presentazione dei suoi progetti sono intervallati da ricette della tradizione piemontese. Si, perché il suo legame con la città natale rimane sempre fortissimo: «Se non fossi cresciuta a Torino, se non avessi amato il grande Juvarra che progettò il Palazzo Reale sicuramente non sarei arrivata tanto in alto».

NON SOLO RICCHI RUSSI L’ultima scommessa di Rossana Orlandi, portare il design a Porto Cervo: “Non ci sono solo ricchi russi”

Annabel Lady Sky cambia canale? lisabeth Murdoch, la bella e bionda figlia del re dei mass-media Rupert, avrebbe ricevuto l'offerta di diventare presidente della società Independent Television Authority che produce, commissiona, vende e manda in onda i programmi televisivi sul Canale 3 inglese, che si finanzia con le inserzioni pubblicitarie, a differenza della Bbc che si mantiene con il canone. La proposta, che dovrebbe essere prima di tutto approvata dal consiglio di amministrazione dell'azienda televisiva privata, ha suscitato notevole sorpresa, non soltanto perché la giovane signora è figlia del padroElisabeth, ne di Sky ma anche perché lei stessa ha una figlia propria azienda, la Shine Ltd che produce prodi Murdoch, grammi con uffici a Londra e Manchester, nelin trattativa la quale è molto impegnata. con la tv Inoltre il papà Rupert la vorrebbe nella News concorrente Corporation insieme ai suoi fratelli James e Lachlan che controllano il Times, il Sunday Times, il Sun e il News of the World in Inghilterra, oltreché il New York Post negli Usa. Elisabeth aveva in prime nozze sposato un giovane banchiere del Ghana, Kwame Pianim e da lui aveva avuto due bambine, Cornelia ed Anna. In seconde nozze l'uomo prescelto è stato invece Matthew Freud, figlio del pittore e parlamentare liberale Sir Clement Freud, nipote di Sigmund Freud, fondatore della psicoanalisi. Matthew che fa parte dell’alta società di Londra era riuscito a scandalizzare da giovanissimo il mondo del Big Business, nel quale opera come esperto di comunicazione: lo avevano arrestato per possesso di cocaina e spinelli. Ma ora tutto va bene in casa Freud e la carriera di Elisabeth contribuisce al successo della famiglia. Paolo Filo della Torre

E

BILANCIO 2008 STATO PATRIMONIALE ATTIVITA’ (B) IMMOBILIZZAZIONI

2008

2007

I. Immateriali II. Materiali III. Finanziarie Totale Immobilizzazioni (B)

225 304.904 2.602 307.731

250 295.348 2.906 298.504

(C) ATTIVO CIRCOLANTE I. Rimanenze II. Crediti IV. Disponibilità' Liquide Totale Attivo Circolante (C)

2.677 14.496 2.388 19.561

2.373 14.457 832 17.662

(D) RATEI E RISCONTI TOTALE ATTIVITA'

266

83

327.558

316.249

PASSIVITA' (A) PATRIMONIO NETTO

2008

2007

I. Capitale di Dotazione 200.465 IV. Fondo Riserva 3.086 VI. Riserve Statutarie e Regolam. 6.981 VII. Altre Riserve 1.845 IX. Utile d'Esercizio 427 Totale Patrimonio Netto (A) 212.804

200.465 844 6.981 1.845 2.243 212.378

(B) FONDI PER RISCHI E ONERI (C) TRATTAM.FINE RAPPORTO (D) DEBITI (E) RATEI E RISCONTI TOTALE PASSIVITA'

827 1.955 44.242

1.086 1.994 39.695

67.730

61.096

327.558

316.249

CONTO ECONOMICO (A) VALORE DELLA PRODUZIONE 1) Ricavi 4) Incrementi di im.per lavori interni 5) Altri Ricavi e Proventi Totale Valore della Produzione (A) (B) COSTI DELLA PRODUZIONE 6) Per materie Prime, sus.e di cons. 7) Per servizi 8) Per godimento di beni di terzi 9) Per il personale 10) Ammortamenti e svalutazioni 11) Variazione rimanenze mat.prime 14) Oneri diversi di gestione Totale Costi della Produzione (B) Differenza tra Valore e Costi della Produzione (A-B)

2008

2007

38.837 3.728 2.414 44.979

39.097 6.564 1.961 47.622

6.344 17.972 328 6.644 8.634 -135 3.341 43.128

5.399 21.293 315 6.395 8.592 526 3.109 45.629

1.851

1.993

IL DIRETTORE AMMINISTRATIVO Dott. QUARANTIN Giuseppino

2008

2007

(C) PROVENTI ONERI FINANZIARI 16) Altri proventi finanziari 17) Interessi ed altri oneri finanziari

273 -1.272

1.529 -1.221

Totale Proventi e Oneri Finanz. (C) (D) RETTIFICHE VALORE DI AT.FIN. Totale delle Rettifiche

-999 0 0

308 -53 -53

(E) PROVENTI E ONERI STRAORDIN. 20) Proventi Straordinari 21) Oneri Straordinari Totale Proventi e Oneri Str. (E) Risultato prima delle imposte 22) Imposte sul reddito d'esercizio 23) UTILE D'ESERCIZIO

0

0

852 -425

2.248 -5

427

2.243

IL DIRETTORE GENERALE Geom. MOLON Mario Lino


12 Città

L’ECO DI BERGAMO LUNEDÌ 24 GENNAIO 2011

a

Donne architetto in trincea: più spazio Professioniste a confronto nella «NotteOab»: «Siamo la metà degli iscritti all’Ordine dal 2000» Ma a livello nazionale bocciata la proposta bergamasca per un terzo del Consiglio al femminile LAURA ARNOLDI

a Bilancio lusinghiero per la seconda edizione di «NotteOab», l’appuntamento promosso dall’Ordine degli architetti di Bergamo al Parco tecnologico e scientifico «Kilometro Rosso». L’evento è stato occasione per riflettere sul tema «Donne e progettualità», prendendo spunto dal video-reportage «Sopravvivere al sistema» realizzato da Archidonna. Francesca Perani ha introdotto il filmato con una suggestiva citazione da Marylin Monroe: «Ognuno di noi è una stella e ha il diritto di brillare» anticipando che dalle interviste «emerge che la visibilità delle professioniste bergamasche è bassa». Nei loro contributi le donne hanno raccontato chiaramente la difficoltà di conciliare attività lavorativa e famiglia: chi afferma di dedicare molto tempo al lavoro o lo sottrae a se stessa o ha compiuto la scelta di non creare una famiglia. Una realtà che non riguarda solo le donne architetto o meglio le «architette» come ha provocatoriamente suggerito Paolo Belloni, presidente di Oab: «Non è un caso che per le professioni di livello più alto manchino termini al femminile. Si potrebbe partire anche solo da qui per una trasformazione della mentalità comune». Aumentano le donne

Un cambiamento che rifletterebbe il dinamismo che si sta registrando all’interno dell’Ordi-

ne: negli ultimi dieci anni gli iscritti sono per metà donne, mentre sul totale dei 2.300 architetti dell’Ordine la percentuale scende al 30%. Il dinamismo però non intacca le posizioni di potere. «Quando si è trattato di eleggere l’ultimo consiglio direttivo nazionale dell’Ordine, Oab ha suggerito di garantire la presenza per un terzo di consiglieri donna. La proposta non è passata» ha affermato Belloni, a dimostrare come i cambiamenti siano lenti e difficili. Riconoscimento del ruolo

Il dibattito, moderato dalla giornalista Paola D’Amico, ha evidenziato come il mancato rico-

La consegna A

Premi «Oab» e riconoscimenti A Nella «NotteOab» la consegna dei «Premi Oab»: il riconoscimento per la Migliore opera pubblica al progetto della nuova biblioteca e centro cultura di Ranica dello studio Dap, per la Migliore opera privata allo studio De8 architetti per l’edificio Ecoforum di Clusone. A Laura Bettinelli il premio per la Migliore architettura al femminile con la casa San Vigilio, la migliore architettura under 40 è stata realizzata da Francesco Adobati con l’edificio polifunzionale di Albino. Assegnati anche i riconoscimenti alla carriera a 45 architetti bergamaschi.

noscimento del ruolo e le maggiori difficoltà nella carriera per le donne siano comuni ad altre professioni. «Ad esempio il titolo di ingegnere o architetto non viene normalmente attribuito a una donna: in cantiere è prassi essere chiamata semplicemente signora» ha detto Patrizia Guerra dell’Aidia di Brescia (Associazione italiana donne ingegneri e architetti, ancora poco conosciuta). Quote rosa, riconoscimento dei tempi dedicati alla famiglia negli studi di settore, sostegno reale al part-time e al congedo paterno (anziché esclusivamente materno): sono alcune delle proposte emerse per portare a un cambiamento culturale. Non pare invece esistere, secondo Paolo Belloni, una connotazione di genere nella progettualità: «La differenza tra architetto uomo e donna non riguarda la fase progettuale, forse l’approccio metodologico, dove la sperimentazione è più marcata al maschile».

1

Successo al femminile

Dopo il dibattito, lo spazio è stato dato a tre progettiste di fama internazionale che hanno saputo coniugare successo e professione. Le italiane Donata Paruccini e Teresa Sapey (che lavora soprattutto a Madrid), insieme alla cilena Cecilia Puga hanno raccontato la loro esperienza professionale con il supporto delle immagini delle loro realizzazioni. Per la chiusura della serata il concerto del Jazz club Bergamo. ■

2

Nelle foto 1 e 2 ( FRAU) la folla al «Kilometro Rosso» e l’ospite cilena Cecilia Puga. Nella foto 3 Aurelio Galfetti (primo a sinistra) e la giuria al lavoro

3

L’intervista AURELIO GALFETTI A

«Progetti di qualità Ma la realtà è diversa»

A

urelio Galfetti è il presidente della giuria di questo primo Premio Oab rivolto agli ultimi dieci anni di architettura a Bergamo: 74 anni, è un noto professionista di Lugano che lavora anche a Padova. Ha collaborato con Luigi Snozzi, Ivano Gianola, Mario Botta. Ha inse-

gnato architettura a Parigi, Mendrisio e ha tenuto conferenze in mezzo mondo. Ha costruito cose diverse: da edifici unifamiliari e ville (a Bergamo Casa Vitali) ad asili per l’infanzia, scuole, uffici postali, un inceneritore, l’Ospedale neuropsichiatrico di Mendrisio, la piscina coperta e il tennis di Bel-

linzona, stazioni, la sede Safilo e il Net Center di Padova, in via di costruzione. Architetto, a questa prima edizione del premio bergamasco hanno partecipato in tanti: 80 studi hanno presentato 107 progetti.

«È stata un po’ una sorpresa, soprattutto per la qualità dei lavori. Scorrendo questa selezione si ha l’impressione che l’architettura contemporanea abbia un vero spazio nella costruzione della città. Se ci pensiamo meglio, però, ci rendiamo conto che in realtà essa non è così

visibile. Il problema è che questo genere di edifici rappresenta al massimo l’1 per cento di ciò che si costruisce. Questi progetti rappresentano la qualità. La speranza. Il resto - il 99 per cento - è ciò che la società vuole. Sono rarissimi gli imprenditori e i costruttori che accettano e fanno proprio questo stile. Se guardo le nostre periferie...». La Lombardia, nel suo tessuto più diffuso, sta diventando un luogo orribile.

«È un disastro, sì».

Da cosa dipende?

auge il Modernismo?

«Non dagli architetti. Non da quelli che continuano a fare seriamente questo mestiere, che resistono anche dopo aver incassato le prime delusioni. Sono pochi. Gli altri abbandonano. Perché a decidere oggi non è l’architetto ma la banca, la finanza, la proprietà fondiaria, l’amministrazione pubblica, le sovrintendenze... E tutti vogliono la banalità. Domina un’ignoranza immensa».

«C’è una prevalenza, sì, di uno stile che viene dagli anni ’50 e da quelle esperienze, che oggi si veste di materiali diversi, di metodi costruttivi nuovi».

Osservando i progetti selezionati, si direbbe che a Bergamo torni in

La nostra città ha qualche accento peculiare?

«No, è uno stile europeo, e anche più vasto. Ha delle leggere connotazioni locali però anch’esse fanno parte di una ricerca globalizzata. Le differenze tra regione e regione non sono sostanziali». ■ Carlo Dignola

a

Rizzoli ristampa «Il senso religioso» Mercoledì presentazione in 180 città a Sarà presentato mercoledì sera a Milano (e in videocollegamento in 180 città italiane, tra cui Bergamo) il libro di don Luigi Giussani «Il senso religioso», in occasione della nuova ristampa Rizzoli.

La manifestazione, alla quale interverrà don Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e liberazione, è in programma alle 21,30 al Palasharp di Milano, mentre a Bergamo l’appuntamento è all’auditorium del Seminario, in via Arena. Si calcola che, oltre agli 8 mila pre-

senti al Palasharp, saranno almeno 50 mila le persone che parteciperanno alla serata. Per tutto il 2011 «Il senso religioso» sarà il testo della «Scuola di comunità», la catechesi settimanale degli aderenti al movimento, giovani e adulti, in tutto il mondo. Tradotto in 19 lingue, «Il senso religioso» è il libro più noto di don Giussani (il fondatore di Cl, scomparso nel 2005 a 82 anni) e, a partire dalla prima edizione del 1957, è stato arricchito dall’autore arricchito nel corso

delle successive ristampe, fino all’edizione attuale della Rizzoli. «Il senso religioso» rappresenta il primo dei tre volumi del «PerCorso», che comprende anche «All’origine della pretesa cristiana» e «Perché la Chiesa». In essi don Giussani ha messo a frutto un’intera esistenza spesa a mostrare la pertinenza della fede alle esigenze della vita, in un impegno educativo che ha formato migliaia di persone in tutto il mondo.

«La formula dell’itinerario al significato ultimo della realtà qual è? Vivere il reale - scrive tra l’altro don Giussani ne «Il senso religioso -. L’esperienza di quella implicazione nascosta, di quella presenza arcana, misteriosa dentro l’occhio che si spalanca sulle cose, dentro l’attrattiva che le cose risvegliano, […] come potrà essere vivida, questa complessa e pur semplice esperienza, questa esperienza ricchissima di cui è costituito il cuore dell’uomo, che è il cuore dell’uomo e perciò il cuore della natura, il cuore del cosmo? Come potrà essa diventare potente? Nell’impatto con il reale. L’unica condizione per essere sempre e veramente religiosi è vivere sempre intensamente il reale». ■

IN BREVE PIAZZALE MARCONI

AL CONSULTORIO

«Rapinato di 10 euro da due persone»

Parlare ai bimbi di «orchi e pedofili»

Un cinquantenne residente in città ha denunciato ai carabinieri di essere stato rapinato, alle 18 di sabato in piazzale Marconi, da due persone che l’avrebbero minacciato. Scarso il bottino della rapina: soltanto 10 euro che il cinquantenne ha consegnato ai due rapinatori, poi scappati a piedi: l’uomo ha quindi sporto denuncia ai carabinieri, che stanno indagando sull’episodio.

«Non prendere caramelle dagli sconosciuti». È il titolo dell’incontro proposto dal Consultorio familiare «C. Scarpellini» nel ciclo di incontri «Crescere insieme». L’appuntamento è mercoledì 26 alle 20,45 in via Conventino. La psicologa del consultorio Francesca Amighetti spiega come parlare ai bambini di «orchi e pedofili» per prevenire abusi e molestie.


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L’ECO DI BERGAMO VENERDÌ 28 GENNAIO 2011

L’arte di costruire

a

Teresa Sapey l’architetto che rende belli anche i garage «Stufa del grigio, li ho colorati. Altro che non-luoghi Sono spazi in cui passiamo parte della nostra vita Preferisco sporcarmi di cemento che costruire teorie»

CARLO DIGNOLA

a Teresa Sapey è nata a Cuneo 48 anni fa, ma da una ventina vive e lavora a Madrid. È un architetto che sta facendo una cosa fondamentale per noi umani del XXI secolo, che pochi – anche fra le più luminose star dell’architettura – sanno fare: rendere belli, interessanti, vivaci e in buona sostanza vivibili i luoghi più squallidi che ci tocca abitare. Il problema principale delle nostre metropoli non sono gli edifici di rappresentanza, le dimore principesche, gli attici sui viali ma le zone di giuntura: parcheggi, tunnel, rampe, pensiline della metropolitana. È qui che la città contemporanea gioca la sua partita tra fascino e alienazione. La Sapey è un professionista transnazionale: cresciuta nella «Provincia granda», laureata in Architettura a Torino, una specializzazione alla Parsons School of design e un’altra all’École Nationale Supérieure d’Architecture di Parigi, ha l’indole realista e un po’ scettica della piemontese, l’apertura mentale di una signora francese e la Spagna ha messo nelle sue vene la voglia di fare tutto e subito; di prendere il toro per le corna. La prestigiosa rivista inglese Wallpaper l’ha classificata tra i dieci designer più influenti del mondo. Pare che Jean Nouvel, forse l’architetto più geniale di questi anni (ma non un mostro di simpatia) l’abbia soprannominata «Madame Le Parking». All’Hotel Puerta de America di Madrid avevano chiamato grandi firme (Zaha Hadid, Ron Arad, Norman Foster) chiedendo loro di allestire in maniera originale e lussuosa un piano ciascuno: a Teresa era toccato il -1. E il suo progetto – ammisero Nouvel e Foster il giorno dell’inaugurazione – risultò il più originale. La Sapey progetta anche case, uffici, scuole, ospedali, alberghi, ma ha fatto di nuovo colpo con il parcheggio che ha progettato per la centrale Plaza Cánovas di Valencia:

L’architetto Teresa Sapey

Nata a Cuneo, si è specializzata a Parigi e da 20 anni lavora a Madrid Una famosa rivista inglese l’ha eletta tra i dieci designer più influenti del mondo «Compromessi con i clienti? Certo, dobbiamo anche mangiare» : «Quando vedono che hai fatto bene una cosa - dice ridendo - i clienti ti chiedono sempre quella! Mentre a noi architetti piace sempre fare cose nuove». A Valencia ha usato quattro colori sgargianti, proponendo altrettanti itinerari per visitare la città: parcheggi nel giallo se sei diretto in centro, nel rosso se cerchi un percorso culturale, nel verde per i parchi, nel blu se vai verso il mare. La Sapey ha creato una festa di colori in luoghi che in tutto il mondo sono monotoni e banali: «Se nei garage usassi il bianco o il grigio – spiega – li renderei più lugubri di quello che sono. I sotterranei in questi anni sono di-

ventati improvvisamente, per noi, spazi quotidiani. Dalla caverna alla capanna l’uomo prima ha costruito ciò che gli serviva, poi ha elaborato architetture più simboliche. Le stazioni ferroviarie un tempo non esistevano, all’inizio c’erano solo dei capannoni accanto ai binari; poi ci siamo accorti che in quei luoghi passavamo molto tempo e li abbiamo resi piacevoli. La stessa cosa è accaduta con la metropolitana urbana». La Sapey lavora su oggetti architettonicamente nuovi, ma non per questo condannati a esser brutti: «Quelli che il sociologo Marc Augé ha chiamato “non luoghi” sono semplicemente luoghi ai quali finora nessuno aveva dato importanza. Ma ormai viviamo più lì che nei luoghi tradizionalmente detti. Noi lavoriamo su questi anelli di giunzione». Gli intellettuali hanno pensato che non fossero abitabili: che da ipermercati, tunnel, sopraelevate, aeroporti, parcheggi bisognava semplicemente fuggire verso superfici più nobili. I giovani architetti hanno cominciato a cambiarli: «Le grandi firme erano troppo prese a progettare begli edifici o musei. La nuova generazione di cui noi facciamo parte, invece, doveva crearsi una nicchia professionale» e sono finiti lì, sottoterra, tra ascensori, scale mobili, pilastri di cemento armato. «Quando mi sono laureata io – racconta Teresa -, nell’85, in Italia erano anni neri per questa professione. Ho vinto una borsa di studio all’estero, sono andata a Parigi e ho iniziato a lavorare dove c’era lavoro». Non è una sognatrice: «Ci sono molte cose che la vita sceglie per te. Bisognerebbe dirlo ai giovani. Non è che ti laurei e dici: “Disegnerò parcheggi in Spagna”. Ti capita un’opportunità e la devi saper cogliere». Anche perché «se non lavori, secondo me non sei davvero un architetto. In Italia si fa un gran parlare di questo mestiere, paro-

Un parcheggio disegnato da Teresa Sapey: le linee, i colori, i disegni orientano i conducenti, guidati anche dai neon a basso consumo che tracciano frecce direzionali

Il garage di Plaza Cánovas, nel centro di Valencia

le, parole, parole... Ma non si costruisce. Io preferisco essere un progettista mediocre che tutti i giorni lavora piuttosto che un grande teorico. L’esperienza fa: quando hai 30 cantieri sul tavolo del tuo studio, la tua capacità progettuale aumenta. Sei “sporco” (di cemento), ma sai: l’architettura è pratica, non solo grammatica». Fare l’architetto vuol dire «rispondere alla realtà. Ci sono professionisti che fanno un progetto all’anno, faticosissimi parti... Noi siamo quelli dei parti multipli» dice la Sapey. «Io spesso in una settimana visito cinque cantieri. L’architettura è anche velo-

cità intellettuale: piegare i materiali, risolvere problemi. E sopravvivere ai propri errori». Perché – spiega – chi fa sbaglia: «L’architettura è una professione imperfetta. Come tutte le altre del resto: lei crede che un chirurgo non sbagli mai? Può anche fare un errore una volta, dimenticare una garza, ma se opera tutti i giorni certi interventi li saprà fare a occhi chiusi, e questo conta. Per un architetto è la stessa cosa». In Spagna negli ultimi trent’anni «si è costruito molto. Forse troppo. Anche a Madrid però c’è una realtà universitaria con cui io litigo costantemente»

racconta Teresa, «professori durissimi e vecchissimi, gente che non ha costruito nulla e si permette di criticare chi fa, accusandoci di scendere a compromessi con la committenza. È vero che – come si dice - che “un buon progetto si fa con un buon cliente”, ma a un certo punto devi anche mangiare». Lei ha una formazione artistica: «Ho studiato anche Belle arti. Poi un gallerista, amico di famiglia, mi disse che era meglio essere un architetto mediocre che un artista mediocre», ed è passata dalla tavolozza alla betoniera. Ma la passione per il colore le è rimasta: «È una materia in più nelle tue mani: il colore vibra, è emozione». Ha portato il tipico «giallo piemontese» sotto i Pirenei: «La Spagna non è così colorata come pensiamo di solito. Vent’anni fa, quando arrivai io, Madrid era una città in cui le case erano tutte bianche, o di quel beige un po’ malaticcio, triste. Le Corbusier diceva che l’architettura dovrebbe essere bianca “per legge", ma gli Spagnoli lo avevano preso un po’ troppo alla lettera. Il giorno che dipinsi per la prima volta una casa gialla il mio vicino la prese male: “Lei come si è permessa!?”. Vent’anni dopo, quel quartiere di Madrid è diventato giallo». Donna d’attacco, a Teresa Sapey non piace indugiare sul tema delle pari opportunità: «In Spagna mi chiamano arquitecta: è un’espressione che odio. Noi siamo la prima generazione di donne che ha potuto fare davvero questo mestiere, ma non credo che oggi siamo discriminate». A chi le chiede come ha fatto a conciliare vita privata e professione risponde con la solita franchezza: «La maternità - ho due gemelli - non mi ha ostacolata. Ma la vita è fatta di scelte e non si può far tutto bene: non si può essere madri perfette, mogli perfette, architetti perfetti: qualcosa devi per forza sacrificarlo, e noi donne continuiamo a farlo». ■


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L’ECO DI BERGAMO VENERDÌ 28 GENNAIO 2011

Donne di successo Protagoniste della «Notte Oab» al Kilometro rosso

Tre progettiste di punta invitate a Bergamo dall’Ordine

Sotto il titolo «Donne e progettualità» l’Ordine degli Architetti di Bergamo sabato scorso per la (affollata) seconda edizione della «Notte Oab» ha invitato al Kilometro rosso tre progettiste che si sono fatte largo

sulla scena internazionale: la cilena Cecilia Puga, che fa parte di un gruppo di giovani professionisti molto seguiti dalle riviste di architettura, Teresa Sapey, piemontese che lavora a Madrid e Donata Paruccini, de-

signer per gruppi industriali conosciuti in tutto il mondo come Alessi. Le abbiamo intervistate: sono tre esempi di come, con idee e con grinta, si può trovare spazio nel mondo di oggi anche in anni di crisi.

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Per inventare bisogna ritornare bambini Donata Paruccini disegna panchine a due piani «Cerco di superare l’idea che abbiamo delle cose»

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La puntina a forma di mosca disegnata per Alessi

Puntine a forma di mosca, bottoni con i buchi asimmetrici, interruttori di stoffa

Donata Paruccini, designer

onata Paruccini, 44 anni, nata a Varedo, nel Milanese, è cresciuta in Sardegna. Ha studiato Design industriale all’Istituto superiore per le Industrie artistiche di Firenze e oggi lavora tra Milano e Parigi, per marchi famosi come Alessi, Morellato, Pandora. Le piace distruggere, con mano lieve, l’idea che ci siamo fatti degli oggetti. Ha realizzato per esempio un interruttore fatto di stoffa invece che di plastica, un tagliere pieghevole, delle panchine a due piani; ha preso delle posate in plastica e le ha ben cesellate come se fossero d’argento. Ha disegnato un anello con la pietra mobile che emette profumo, un cucchiaino con incorporata la cannuccia che permette di mangiare il gelato anche quando è sciolto in fondo alla coppa, bottoni con i fori irregolari che faranno forse impazzire le sarte ma danno alla moda un tocco estroso in più. È una designer che ha delle idee insomma, anzi «idee ricercate» - come ha scritto la rivista Interni. A lei piacciono gli oggetti più comuni: vasi, bottiglie, portamatite, lampadine usate...

«Preferisco quelli che, sotto il profilo tecnico, non hanno niente di speciale: cerco di portare le persone a rapportarsi con essi in un modo nuovo».

Ha disegnato un grande interruttore di stoffa.

In quest’attività sovversiva, dove trae ispirazione?

«Il mio è un esercizio: ogni volta cerco di dire qualcosa che ancora non è stato detto su un certo oggetto. Questo interruttore è diverso dai soliti: è morbido, è molto facile da montare ed è monouso: una volta applicato non si può più riutilizzare. Prima di disegnare mi faccio delle domande, penso a cosa potrei dire di nuovo. Siamo già pieni di oggetti, spesso ridisegnarli non è affatto utile: se lo faccio, vorrei che avesse un senso».

«Assorbo continuamente informazioni: noi in fondo disegniamo quello che abbiamo visto, quello che abbiamo vissuto, letto... Quello che siamo, se vuole. Certe esperienze si elaborano, ogni tanto vengono fuori degli spunti e non sai nemmeno come siano nati dentro di te».

«Reinvento oggetti comuni, quelli che non hanno niente di speciale» A proposito di cose per nulla accattivanti rilette in maniera bizzarra, lei ha disegnato delle puntine da disegno a forma di mosca: le ha messe in produzione Alessi e sono già diventate un’icona.

«È stata una piccola sfida riuscire a dire ancora qualcosa sulla puntina, che era già in sè completa, dal punto di vista industriale funzionava perfettamente così com’era: è un ottimo esempio di oggetto che non ha senso riprogettare. E infatti i designer di solito non se ne occupano».

Quando progetta, pensa ai clienti o si lascia andare all’invenzione pura?

«Per me è importante che le cose che invento si riescano a vendere. Non sempre ci sono riuscita, naturalmente. Non cerco però di rispondere a quella che immagino possa essere la domanda del mercato, ma di fare una ricerca più autonoma». Per inventare un oggetto di grande successo bisogna tornare un po’ bambini? Riscoprire una relazione elementare con le cose?

«È un po’ così. Ma recuperare questo rapporto originario è difficile: siamo tutti abituati a vedere gli oggetti come ce li hanno presentati. Bisogna rimetterli in gioco, guardarli in maniera diversa, più “pulita”, come se in fondo non li conoscessimo così bene: è un po’ un ritorno all’infanzia, sì. Noi designer, prima di realizzare un progetto lavoriamo molto con i modelli: anche quello, in un certo senso, è un gioco». ■ C. D.

Bottoni di madreperla con i fori disposti in maniera irregolare: un tocco estroso a un oggetto assolutamente banale

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Cecilia Puga: basta gigantismo alla Gehry Progettiamo intimità, risparmiando energie

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Cecilia Puga, architetto cileno

ecilia Puga ha preso una casa, una classica casetta con il tetto a punta e l’ha rovesciata gambe all’aria: e la sua dimora Larrain è diventata subito famosa. Nata nel 1961, si è laureata in architettura nel ’90 presso l’Università Cattolica del Cile: prima, dal 1987 all’89 aveva studiato però Storia e restauro dei monumenti architettonici alla Sapienza di Roma. Cecilia Puga oggi costruisce case per la borghesia medio-alta del suo Paese, molto cresciuta negli ultimi vent’anni. Fa parte di un gruppo di giovani architetti apprezzati dalle riviste internazionali: «Quasi tutti spiega - sono collegati all’Università cattolica di Santiago, che ha mandato molti suoi professori ad aggiornarsi in Italia, Spagna, Inghilterra: quando sono tornati hanno creato un grande fermento».

Qual è la sua prima preoccupazione quando progetta?

«Sono molto interessata a costruire l’interiorità della casa, relativamente indipendente dal contesto in cui si trova. E cerco di sviluppare un’architettura low

«Il periodo più negativo è stato quello dello stile post-modern» tech, capace di rispondere alle esigenze contemporanee senza richiedere molta energia». Utilizza materiali poveri.

«Anche. Ma soprattutto mi interessa ridurre al massimo le operazioni del progetto, per concentrare in un punto significativo tutta l’energia. Cerco di essere

sintetica, di non disperdere risorse con troppe finiture o dettagli». Quella del risparmio (soprattutto energetico) oggi è una moda. State seguendo questa linea perché pensate che il mondo di domani sarà più povero di idrocarburi o di denaro?

«Non penso solo al cambiamento climatico, ma anche al budget».

Casa Larrain a Los Vilos, sulla Baia Azzurra

raria”, il più concreta possibile». Gli anni delle architetture spettacolari, alla Frank O. Gehry, sono finiti?

«C’è un movimento verso la sintesi, un po’ dappertutto. Lavorare in un posto come il Cile dove le risorse – non solo i soldi, anche la tecnologia – sono limitate ci dà un punto di partenza diverso rispetto all’Europa. Diciamo che il contesto ci spinge in questa direzione. Ma c’è anche la volontà di produrre un’architettura più diffusa, meno “lette-

Un autore come Oscar Niemeyer – l’architetto che ha disegnato Brasilia - è ancora importante per voi o è roba vecchia?

«Tutto il modernismo latinoamericano, anche quello argentino, è un riferimento essenziale per noi: abbiamo studiato molto Le Corbusier».

«Io penso che il post-modern sia stato uno dei periodi più negativi dell’architettura. La mia generazione ha studiato sotto la sua influenza ma l’abbiamo affrontato in maniera molto critica, e abbiamo fatto un salto all’indietro per recuperare radici diverse. Abbiamo imparato molto dall’Europa». E dagli Stati Uniti?

Siete dei post-postmodernisti, insomma.

«Direi di no». ■ C. D.


APRILE

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L’ECO DI BERGAMO

ARCHITETTURA SACRA NUMERO /5

14 past NELL’ANTICO LUOGO D’ORIGINE 34 present LA FABBRICA INCOMPIUTA 60 DOSSIER SENZA SOGNI E SENZA GRAZIA 68 LAND ET IN ARCADIA EGO

NUMERO /5


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LA B _1

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Centro de documentación Sergio Larrain García Moreno, Providencia, 2003-2006

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Casa en Bahía Azul, 2001-2002

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a cura di Laura Marioni tecnologica associata a una soluzione un po’ low-tech. Rispondere ai problemi dell’architettura contemporanea, della città contemporanea, con una ricerca nella produzione non high-tech, che non richieda molta energia, attraverso la rilettura di tecniche già sperimentate».

FEMMINILE PLURALE

TRE PROGETTISTE A CONFRONTO

«Molti dei miei progetti sono in concreto armato a vista. C’è una continuità materica, plastica, cromatica. Mi interessa ridurre al massimo le operazioni per concentrare in un punto molto più significativo tutta l’energia che devo dispiegare in un progetto d’architettura. Cerco di essere sintetica in genere, scegliere due o tre minimi movimenti per non sprecare risorse in dettagli e finiture».

Sabato 22 gennaio abbiamo incontrato Donata Paruccini, Cecilia Puga e Teresa Sapey in occasione della conferenza stampa di presentazione della Notte OAB 2011, tenutasi la sera stessa presso lo spazio conferenze del parco scientifico tecnologico Kilometro rosso di Stezzano (BG). Quest’anno l’evento, organizzato dal gruppo di lavoro “Archidonne” dell’Ordine degli Architetti della Provincia di Bergamo (Francesca Perani, Arianna Foresti, Sandra Marchesi), era dedicato al tema della professione al femminile, con uno sguardo rivolto in particolare all’esperienza progettuale di tre protagoniste dell’architettura e del design contemporaneo.

In una monografia appena pubblicata sul suo lavoro è lei stessa a riassumere la sua metodologia progettuale:

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“L’architettura come corpo, non come idea del corpo, un corpo che si possa toccare” Peter Zumthor

CECILIA PUGA Il “fatto costruttivo” al centro

Cominciamo da casa Larrain a BahÍa Azul, lungo la costa centrale del Cile… Il paesaggio è arido, la terra arsa dal sole, la roccia corrosa dai sali. Questo luogo venne scelto per costruire una casa che ospitasse, oltre alla committente, sei figli e tredici nipoti, o forse fu proprio quella casa a scegliere quel luogo. Avrei preferito visitarla per poterne parlare, l’architettura è soprattutto un’esperienza del corpo. Ma, come spesso succede, “quel luogo” è troppo lontano; così ho cercato di conoscerla attraverso le fotografie e gli scritti. Il progetto nella traduzione fotografica colpisce anzitutto per il suo valore iconico: l’archetipo della casa a doppia falda, estruso, triplicato, ribaltato e composto. Detto

CECILIA PUGA

Cecilia Puga si è laureata in architettura presso la Universidad Catolica de Chile (PUC) nel 1990. Tra il 1987 e il 1989 segue un corso di Storia e Restauro presso l’Università la Sapienza. Come architetto ha vinto diversi premi, tra i quali quello per il centro di documentazione Sergio Larrain presso la facoltà di architettura del PUC (1995, 1. premio). Il suo lavoro è stato esposto e pubblicato in Cile, USA, Europa e Asia e comprende case unifamiliari, edifici per appartamenti, architettura d’interni e il master plan per la sede dell’azienda Cono Sur sui vigneti Concha y Toro. Insieme ad architetti cileni e di fama internazionale prende parte al progetto Ochoacubo (2005). Tra il 2003 e il 2006 sviluppa la seconda fase del progetto per il Centro di Documentazione, e nel 2008 viene selezionata dallo studio Herzog e de Meuron per partecipare, insieme ad altri 99 architetti, al progetto Ordos 100, in Mongolia. Quest’anno ha lavorato sul progetto per gli spazi urbani di Valparaiso, finanziato dal fondo IDB (Inter-American Development Bank). Ha insegnato come professore presso il PUC e l’Universidad Andrés Bello, dove ha diretto il dipartimento di architettura tra il 2004 e il 2007. È stata anche guest professor presso la scuola di architettura dell’Università del Texas ad Austin. Dal 1998 è membro del Comitato esecutivo della Fondazione Famiglia Larrain Echenique, che gestisce e dirige il Museo di Arte precolombiana del Cile.

così sembrerebbe un gioco, in realtà non lo è: il massimo del risultato connota una grande semplicità. Quando rivolgo a Cecilia Puga alcune di queste considerazioni mi spiega: «Non sono tanto interessata al discorso linguistico intorno all’icona, anche se è molto iconico questo progetto specificamente. Quello che mi interessa sono le possibilità che il modello tradizionale della casa permette come spazialità, permette come interiore. All’epoca del progetto si costruivano soprattutto case con tetti piani e massima trasparenza. Scegliere l’icona della casa tradizionale con i tetti a doppia falda mi ha permesso di sprigionare un’interiorità che le altre architetture non hanno. E io sono molto interessata a costruire questa interiorità, anche indipendente dal contesto in cui si localizza. C’era inoltre un’esigenza di tipo strutturale, infatti quella soluzione mi consentiva di convertire il tetto in una trave longitudinale». Il “fatto costruttivo” sembra essere il cuore della sua idea di architettura: «… la realtà

si radica o si deposita l’influenza dell’ambiente e l’atmosfera dell’opera. L’articolazione minima, la costruzione monolitica, la forma basica e il dialogo tra stabilità e massa in sospensione, non solo costituiscono alcune delle chiavi per capire come sono trasmessi gli sforzi strutturali, ma costituiscono la proposta plastica dell’opera. Quest’ultima tenta di custodire ed è in grado di costruire paesaggi interni relativamente indipendenti dal contesto e dalle viste. (…) Vincolata alla precedente, la terza e ultima questione consiste nella ricerca di una certa continuità plastica grazie a un lavoro di svuotamento e all’uso di una ridotta paletta cromatica e materica. Le tre questioni rispondono alla volontà di concentrare le forze in punti precisi, assicurando una persistenza minima e depurata, che possa essere vestita e svestita. Si tratta di progetti scarni negli elementi

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La prima questione riguarda il programma e il grado di definizione programmatica che assume la struttura che lo contiene. (…) Esistono alcune questioni che devono essere risolte in ogni progetto: come generare una matrice sufficientemente aperta che permetta trasformazioni dell’uso nel corso del tempo, ovvero individuare quali siano gli elementi basici, minimi e non negoziabili e quali quelli soggetti a trasformazione per adattare una determinata struttura a una realtà specifica. (…) Per questo le mie proposte cercano di essere meno narrative e più costruttive. (…) La seconda questione si riferisce alla concezione della struttura che, oltre a organizzare lo spazio e la materia, spesso costituisce l’immagine finale del progetto. L’opera grezza è sempre ambito di progetto, materia d’architettura – non solo di ingegneria – punto dove

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Cerco di essere sintetica in genere, scegliere due o tre minimi movimenti per non sprecare risorse in dettagli e finiture formali, concreti nella tecnica impiegata, che cercano di evitare un’adesione militante a un determinato momento storico o formale.* A proposito dell’architettura che si fa in Cile «Il Cile, dopo l’ottantasette, ha cominciato una crescita economica importante durata dieci anni. Una buona parte della società ha acquisito standard di vita che prima non aveva. Il paese si è trasformato in maniera radicale, e questo si nota nell’incremento delle infrastrutture così come nella diffusione della seconda casa al mare. Il benessere si è espanso. Al contempo si tratta ancora di un paese dove

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le risorse sono limitate, così come le possibilità tecnologiche. L’industria è abbastanza basica. Certamente esiste la possibilità di fare cose più sofisticate in termini di materiali e tecnologie, ma risultano un ambito molto ridotto rispetto all’architettura che si fa in Cile. Per noi risulta molto costoso. Inoltre non ci sono regolamentazioni. Dunque c’è una realtà del contesto in cui si sviluppa il lavoro in genere degli architetti cileni, ma c’è anche la volontà di un’architettura più massiccia e meno letteraria, molto più concreta. L’architettura cilena che si vede fuori dal Cile, la mia e quella di altri colleghi, non è un’architettura popolare, diffusa. Certamente esistono esperienze legate a contesti popolari, come quelle di Lemental e di altri gruppi, ma quella che si vede, che viene pubblicata, è un’architettura per ceti sociali medio alti». * Brano di Cecilia Puga tratto da Cecilia Puga, 2G n. 53, I, 2010, p. 13

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è cambiata l’arte com’è cambiato il modo di vivere… è cambia 76

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to l’uomo, è cambiata la vita

TERESA SAPEY

Parking Chueca, Madrid, 2005

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Parking Avenida de America, Madrid, 2004

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© Miguel Guzman, Luci di natale a Madrid, 2010

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IL COLORE CHE Dà LA VITA

Teresa Sapey avrebbe voluto essere un’artista quando un gallerista di Torino le disse: «Meglio essere un architetto mediocre che un’artista mediocre». Il suo intento è quello di provocare emozioni. Per farlo usa sapientemente colori, poesia, grafica, design. Arti “minori”, collaterali all’architettura, applicate soprattutto a quegli spazi anonimi o residuali che Augè chiamò “non luoghi”. Per il parcheggio dell’hotel Puerta America di Madrid saccheggia brandelli di poesia da “Liberté” di Paul Eluard, li ricompone graffitati, colorati e racchiusi dentro segnali semplici: una signora che spinge il passeggino, un disabile in sedia a rotelle, un dito teso a indicare l’uscita, ma anche un cervo mentre spicca il salto, a ricordarci che spesso siamo liberi di scegliere che strada prendere. Usa il colore per raggiungere quell’unità plastica necessaria a realizzare la sua “architettura emozionale”.

Prima di tutto per me il colore è una materia in più, noi lavoriamo con il cemento, il vetro, il legno e anche con il colore 01

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Vive e lavora a Madrid da quasi vent’anni. È e si sente italianissima. LUCE E COLORE Mi rivolgo a lei così: «Ho letto che ha portato il “giallo piemontese” a Madrid. Mi ha colpito il senso di questa operazione perché solleva una questione centrale e controversa riguardo al concetto di “cultura del colore”: da una parte implica un legame profondo con i luoghi, dall’altra evoca ricerche universalistiche che la rendano esportabile. Mi chiedo se sia più un fatto di gusto, quasi un istinto, oppure se sia una operazione di ricerca. Sto pensando a Mondrian, che ha girato il mondo e speso una vita per trovare le basi dei tre colori fondamentali: il giallo, il rosso e il blu; oppure a Morandi, che è rimasto chiuso nella sua stanza per indagare dentro se stesso fino a cogliere sfumature di colori intermedi». «Prima di tutto per me il colore è una materia in più: noi lavoriamo con il cemento, il vetro, il legno e anche con il colore. Una materia fortemente legata alla luce. Una materia che ha le sue regole: non tutto può essere colorato allo stesso modo, ogni cosa ha una propria natura, suscita un’emozione particolare, chiede un colore diverso, soprattutto quando si lavora con la luce artificiale, come spesso succede a me, che – ne sono convinta – è sinonimo di architettura contemporanea… Mi oppongo ad alcuni sbagli che stiamo facendo nella progettazione rispetto all’uso della luce, il colore vibra, è emozione, soprattutto nei “non luoghi”. A volte anche il bianco è colore. La ricerca sul colore è sempre aperta, non so ancora dove posso arrivare». «Mi dispiace doverlo ribadire ma ancora oggi si continuano a progettare musei del Novecento, in cui si gioca con la luce naturale. L’arte contemporanea è luce essa stessa; se i musei fossero dei sotterranei o utilizzassero solo luce artificiale, la potremmo vedere molto meglio. Non siamo più legati alle stagioni, dobbiamo cambiare il nostro ciclo mentale perché è cambiata l’arte così come è cambiato il modo di vivere… è cambiato l’uomo, è cambiata la vita».

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«Quando arrivai a Madrid, quasi vent'anni fa, la città non aveva colore. Per una italiana del nord come me era una cosa molto strana, perché quando hai così tanta nebbia come a Torino o nella Padania che non vedi l’edificio di fronte, il colore ti dà la vita, altrimenti perdi il percorso. Quando arrivai a Madrid il cielo era blu, solare, le case bianche o beigioline, di un beigiolino triste, malaticcio. Dipinsi per la prima volta una casa di giallo e il vicino mi disse – Ma come ha osato? Ma si rende conto? Gialla! Io non c'avevo pensato… Adesso il quartiere é diventato tutto giallo. Ed è stato veramente spontaneo, non mi sono chiesta il perché». «Mondrian lo studiai molto. Effettivamente ha cercato tutta la vita la base cromatica del giallo, del rosso… Ma prima di morire con Boogie Woogie è impazzito anche lui, e i suoi colori sono diventati come dei neon di Las Vegas. Quindi non so quale sia stata la sua risposta, non so quale 05

TERESA SAPEY sia stato il suo ultimo scritto, ma è diventato anche lui più sensuale». PROFESSIONE «Io mi sono laureata in architettura nell’ottantacinque. Erano anni neri in Italia. Ho vinto una borsa di studio per una specializzazione all’estero, sono andata a Parigi e lì ho iniziato a lavorare. La nostra è una professione vocazionale: trovo che nel momento in cui non lavori non sei veramente architetto. Tutti i miei colleghi che sono rimasti in Italia, mi dispiace doverlo dire, ma: parole, parole, parole. In Italia si parla di architettura, ma non si costruisce; io preferisco essere un architetto mediocre ma che opera tutti giorni, piuttosto che un grande chirurgo cattedratico che non opera mai. Non c’è niente da fare, l’esperienza conta. Quando tu hai 30 progetti sul tavolo e vai diverse volte al giorno in cantiere anche le tue risposte e la tua velocità progettuale cambiano. Il nostro lavoro è la realtà, è rispondere alla realtà, devi essere lì; loro saranno geni, non lo dubito, ma quel tipo di progetto assomiglia veramente a un parto. Noi invece facciamo parti multipli: è anche una questione di velocità intellettuale, significa rispondere con i materiali, rispondere ai problemi in cantiere, sopravvivere agli errori, agli sbagli. È imperfetta la nostra professione, certamente».

Teresa Sapey si é laureata presso la Facoltà d’Architettura del Politecnico di Torino (1985). Ha un Bachelor in “Fine Arts” (BFA Parsons School of Design, Parigi). Nel 1990 fonda lo Studio Teresa Sapey a Madrid. Sapey combina la sua attività professionale con la docenza. È professore a contratto presso l’Università Camilo José Cela di Madrid ed è professore invitato nel master di “Design e architettura” dell’Università Politecnica di Madrid dal 2004. Lo Studio Teresa Sapey lavora per organizzazioni pubbliche e private collaborando con professionisti del design e dell’arte. Nel 2004 Sapey contribuisce attivamente al progetto Hotel Puerta de America insieme con Norman Foster, Jean Nouvel. Nel 2005 vince il concorso indetto dal Comune di Madrid per l’ideazione del Parking Pubblico Vazquez de Mella, e la parziale riorganizzazione della rispettiva piazza. Nel 2005 ha vinto un premio per la progettazione del migliore negozio di Madrid, Custo Barcelona. Nel 2008 ha progettato il primo Parcheggio ecologico mondiale a Valencia. Sapore Sapey, Electa Mondadori, 2004, è una raccolta monografica che sintetizza gli ultimi dieci anni di produzione architettonica dello Studio Sapey. Nel 2010 esce la seconda monografia Sapone Sapey, anch’essa edita da Electa Mondadori.


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Siamo già pieni di oggetti, che è pressoché inutile farne

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degli altri, se si deve fare qualcosa allora che abbia un senso farlo 02

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quotidianamente, non chiedo quest’attenzione continua al mondo che ci sta intorno… Quindi sì, faccio degli oggetti comuni, normali, che tecnicamente non hanno niente di speciale, con cui le persone possano rapportarsi in un altro modo… Quindi un processo legato al sentire… Voglio descriverlo questo interruttore – che tra l’altro per il momento è un prototipo: un disco di tessuto morbido con dentro un bottoncino anch’esso ricoperto di stoffa… Si tratta di un interruttore monouso, il tessuto si avvolge intorno al filo e alle parti elettriche isolandole perfettamente. Semplice e molto facile da montare. Si mette direttamente sul filo – spesso mi aggeggio a mettere gli attacchi –, quindi con l’adesivo si blocca tutto e si crea il contatto. Non si può riutilizzare. È morbido. È uno dei miei oggetti in cui c’è un po’ di funzione. Sono attratta da quegli oggetti di cui i designer non si occupano, come la puntina (oggetto di cui l’autore è anonimo), oggetti di uso quotidiano, “numeri primi”, perfetti, che funzionano

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Monoblocco, portamatite, autoproduzione, 2003. Foto Italo Perna/Polifemo Fotografia

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The Fly, puntina da disegno, prodotta da Alessi nel 2001. Foto Italo Perna/Polifemo Fotografia

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Pluvio, vaso in ceramica. Realizzato da Attese Edizioni per la IV Biennale di Ceramica nell’Arte di Albisola, 2010. Foto Italo Perna/Polifemo Fotografia

“Siamo tutti abituati vedere le cose come ce le hanno presentate; invece, in qualche modo, bisogna rimetterle in gioco. Bisogna riscoprirle, guardarle in modo diverso, più “pulito”, come se non le conoscessimo poi così bene”

DONATA PARUCCINI

OGGETTI CHE PARLANO

Gli oggetti quotidiani possono ancora dirci cose nuove, migliorare la qualità della vita anche attivando relazioni impreviste. L’interruttore, per esempio, perché non sia un semplice interruttore come tanti altri, bisogna renderlo più interessante: deve attrarre, incoraggiare il “mettersi in relazione

Sembra timida, è stata definita schiva. Io la trovo intensa, sa ascoltare. I suoi oggetti parlano per lei, sono molto belli, carichi di poesia, e muovono il desiderio di averli. Quando ho visto il suo “interruttore volante” ho pensato: «io questo interruttore lo voglio», anche se in fondo resta un interruttore come tutti gli altri… Qual è la sfida nel ridisegnare oggetti che non hanno margini di modificabilità dal punto di vista della funzione? Siamo circondati da oggetti. Quotidianamente abbiamo rapporti con loro. Io mi occupo di questi rapporti. Non sono funzionalista. Il mio intento è quello di migliorare il nostro intorno attraverso oggetti che piacciano, con i quali possiamo relazionarci anche solo esteticamente. Nel guardarli, nell’osservarli, non soltanto nell’usarli. Gli oggetti quotidiani possono ancora dirci cose nuove, migliorare la qualità della vita anche attivando relazioni impreviste. L’interruttore, per esempio, perché non sia un semplice interruttore come tanti altri, bisogna renderlo più interessante: deve attrarre, incoraggiare il “mettersi in relazione”, deve farci interrogare sul senso della sua funzione. Non

anche industrialmente, che non ha senso neanche ridisegnare, che percepisco però come una piccola sfida per provare a dire ancora qualcosa, è il caso della puntina “Fly”. Questa sensibilità è un dono, oppure il risultato di un lungo e costante esercizio? No, non è un dono, è un esercizio assolutamente, un continuare a porsi delle domande. Cerco ogni volta di dire qualcosa che ancora non è stato detto. Non sempre ci riesco, però non ha senso per me riproporre una cosa, che altri magari hanno già fatto molto meglio di me. Mi faccio delle domande, penso a cosa io potrei dire rifacendo un altro oggetto. Siamo già pieni di oggetti, che è pressoché inutile farne degli altri, se si deve fare qualcosa allora che abbia un senso farlo. Chi fa un lavoro creativo alla fine assorbe continuamente informazioni che poi incasella chissà dove. Disegniamo quello che abbiamo visto, quello che abbiamo vissuto e anche quello che siamo: la nostra formazione, ciò che abbiamo fatto nell’infanzia, spunti presi da discipline diversissime, l’arte – da cui tutti noi attingiamo a piene mani – che poi, piano piano, tassello dopo tassello, elaboriamo.

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DONATA PARUCCINI

Nasce nel 1966 a Varedo (Milano). Studia Industrial Design all’ISIA di Firenze diplomandosi, nel 1990, con Jonathan De Pas. Dal 1994 al 1997 lavora con Andrea Branzi e parallelamente inizia la libera professione. Dal 1996 al 2004 ha preso parte alle esposizioni di Opos. Nel 2007 è stata membro del “Consiglio Italiano del Design” istituito dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Nel 2010 la Triennale di Milano gli ha dedicato una personale. Vive e lavora tra Milano e Parigi. I suoi oggetti sono in produzione per Alessi, ENO, Morellato, Nodus, Pandora Design e RSVP.

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O.J.D.: 235365 E.G.M.: 698000 Tarifa: 28604 €

Fecha: 15/02/2012 Sección: CULTURA MIÉRCOLES, 15 DE FEBRERO DE 2012 ABC abc.es/cultura Páginas: 54,55

CULTURA

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UN GRAN DALÍ DE 1,5 MILLONES DE EUROS, en Leandro Navarro

BARCELÓ DICE SÍ A ARCO... Hay tres obras en Elvira González

FOTOS:OSCAR DEL POZO

LA OBRA MÁS CARA DE LA FERIA. Un Bacon (centro) en la galería Marlborough por 15 millones de dólares

ARCO'12: calidad ante la crisis... y el nuevo show de Sierra y Merino BLa 31 edición de la feria, que hoy arranca, está marcada por grandes piezas y mucho optimismo NATIVIDAD PULIDO MADRID

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ecía Carlos Urroz que ésta iba a ser una feria de descubrimientos. Un paseo (en realidad, una carrera al sprint) por ARCO, ayer por la tarde, horas antes de su apertura, fue suficiente para descubrir bastantes cosas. Descubrimos, por ejemplo, que Tàpies sigue vivo. No hay güijas en la feria. Nos referimos a que sigue vivo en sus obras. Aunque quien crea que va a ver Tàpies por todos los rincones se equivoca. Elvira González no ha traído ninguno (todos están expuestos ensu galería). Soledad Lorenzo, solo uno, de 2001. «Final-

mente dejé en la galería uno de gran formato maravilloso. No sabía qué hacer...», comenta. No ha querido aprovecharlaocasión, creequeTàpies no lo necesita. ¿Ha aumentado la demanda de obras tras su muerte? «Aún es pronto para decirlo, su muerte es muy reciente. Elartistaestá muypresente.Nohanecesitado morirse». Y su hijo Toni tampoco ha echado la casa por la ventana en el «stand» de su galería: cuelgan tres Tàpies, hay un par más en el almacén y algunos grabados. Uno de ellos, «Mans i fletxa», de verano de 2011, es uno de sus últimos trabajos. «Me ha sorprendido la cantidad de mails que he recibido de todo el mundo, comprobar cómo se acuerdan de él», dice. ¿Solía venir a ARCO? «No era muy fan de pasear por la feria. Lo recuerdo aquí solo una vez, vino a ver la obra de un artista y se marchó enseguida». Comenta que su padre, cuando tenía dificultades físicas, se adaptaba a sus problemas y buscaba soluciones. Cree que elmercadoserá quienmarquesucotización: «Aún hay mucho margen para que suba, pero quizá pasen 10 ó 15 años. Ha

ocurridocon todos los buenos artistas». Y su padre era de los grandes. El Tàpies más espectacular lo tiene colgado Lelong: «Principiel», de 1989. Descubrimos que la obra más cara de la feria este año es «Study from the human body. Figure in movement» (1982), de Francis Bacon. Cuesta 15 millones de dólares y está en la galería Marlborough. A su espalda, «Familia», de Botero (1,3 millones). Pero también descubrimos otras piezas importantes por la feria. Como un maravilloso Dalí del 46, en Leandro Navarro, que estuvo colgado en la exposición «Dalí, cultura de masas», del Reina Sofía. En esos momentos colaboraba con Walt Disney en un filme que finalmente no se terminó.

La ausencia de Morandi Italia no ha dado permiso a la galería Trorbandena para que saliera del país un Morandi de 1913 que se iba a exponer en ARCO

«Dalí pintó media docena de obras con los temas de la película. Ésta es un homenaje a la danza española, está llena dereferencias surrealistas», explica Íñigo Navarro. Su precio: 1,4 millones de euros. También destaca en su «stand» unapreciosa cabeza dearlequín, de Gargallo (425.000 euros). Nopudimos descubrir el esperado Ai Weiwei de Ivorypress, porque aún estaba embalado. Ni el Morandi de la galería Trorbandena, de Trieste. Sencillamente, porque no ha venido a ARCO. El dueño de la galería, Alessandro Rosada, no entiendecómoItaliano permite quesalga del país una obra de un artista que murió en 1964: «Bellas Artes denegó el permisodeestaobraydeunLéger,yluego dejan que se derrumbe Pompeya y el Coliseo». Se consuela enseñándonos el Morandi en su ipad: «La nevada», pintado en 1913. Su precio: 480.000 euros. Descubrimos que a Barceló no le molesta estar en ARCO, como pensábamos. La galería Elvira González expone tres de sus obras. La más importante, «Mayurqa», de 2010 (es un mapa de su isla). El próximo año por estas fechas la


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ABC

Fecha: 15/02/2012 Jorge Volpi gana el premio Sección: CULTURA Planeta-Casa América Páginas: 54,55 abc.es/cultura

MIÉRCOLES, 15 DE FEBRERO DE 2012 abc.es/cultura

Hans Haack la burbuja cu inmobiliaria B«Castillos en el aire»: militante muestra de arte contemporáneo en el Reina Sofía HAY TÀPIES, PERO NO TANTOS. No han sacado las galerías sus mejores fondos del artista. El más espectacular es éste en Lelong (izda)

...Y SIERRA NO A SINDE Su rechazo de un premio, obra de arte

galería hará una exposición de Barceló. Van a empezar a trabajar con él. Junto a sus obras vemos un móvil de Calder, que perteneció a la colección Beyeler, y quesuperalos2millonesdeeuros. Puestos a descubrir buen arte español, lo encontramos. Espectacular, la pieza «Carroña» (2011), de Javier Pérez, en Carles Taché.Una granlámpara decristalesrojoshechaañicosycuervosrealesdisecados sobre ella. El artista nos cuenta que comenzó a trabajar con artesanos de Murano para una exposición en Venecia.Mañanainauguraotraconestas piezas en el Museo de Artes Decorativas de Nueva York. La obra, muy barroca, resulta inquietante: «Quería convertir el brillo y la opulencia casi en un animal descarnado». Tampoco defrauda nunca Jaume Plensa. Lelong ha traído una escultura monumental, que se ha instalado en una de las plazas de la feria.

El espectáculo continúa Pero junto a grandes piezas, también descubrimos espectáculo. En la sala VIP lo pone la arquitecta Teresa Sapey, que se ha aliado con Ikea. Andaba quejándosede quela gentese estaballevando los cojines que ha diseñado, de todas formas y colores. La sala es espectacular, como un colorista y ecológico chill out donde menos es más. Reivindica más presencia de la arquitectura en ARCO, un «stand» propio en la feria. Pero, para show, no el de Truman, sino el de Eugenio Merino, dispuesto un

SAPEY & IKEA La sala VIP, diseñada por la arquitecta

año más (y ya van unos cuantos) a que su piezasea la más fotografiada yreproducida en prensa. Sorprendió en su día con Damien Hirst disparándose un tiro, con un zombie Fidel Castro... Pero de tanto sorprender ya no sorprende. El año pasado enfrentó a las religiones, y hastaapunto estuvode crearun conflicto diplomático con Israel con una pieza. Y este año ha metido a Franco en una máquina de Coca-Cola. «El show de Merino (parte IV)». Ayer se defendía: «Yo solo trato temas que me interesan, pero no busco llamar la atención ni salir en losmedios.Probablemente nome beneficia. Quería desmostrar que en España se mantiene muy viva su figura y realzarlo con el eslogan de Coca-Cola: “Always” (siempre)». La pieza se muestra en la galería ADN, donde hay más arte político: banderas de España en una instalación de Bruno Peinado. En el «stand» de Juana de Aizpuru vemos un trozo de «Azor» prensado, similar al que hay en Matadero, pero más pequeño. Nos dicen en la galería que quizá no se exhiba en la feria. Y más shows en ARCO. El «NO» de Santiago Sierra a la exministra Sinde (o sea, su negativa a recibir el premio Nacional de Artes Plásticas) se ha convertido en una obra de arte que cuelga en PrometeoGallery. La carta que le envió rechazando el premio aparece enmarcada lujosamente. Ya ven. Descubrimientos hay, para todos los gustos.

MANUEL DE LA FUENTE MADRID

A la altura del kilómetro 10 de la Autovía de Valencia el GPS se vuelve loco. Y yo. Y el taxista. Por fin hemos descubierto dónde da la vuelta al aire. Buscamos el Ensanche Sur de Vallecas. La pericia del chófer consigue enderezar el GPS y llegamos a este insólito lugar de La Mancha. Parece un poblado fantasma, una ciudad del Lejano Oeste antes de que lleguen los malos. Muchas casas están sin construir, otras obras están paradas, otras sin cimentar. Ni un bar en el que echarse una trago al gaznate en la gélida mañana de febrero en Madrid. Vemos los rótulos. Las calles se llaman del Arte Figurativo, del Arte Conceptual, del Arte Pop, del Arte Hiperrealista. Sin duda, un barrio construido por amor al arte. Eso mismo debió pensar Hans Haacke, uno de los grandes nombres del arte contemporáneo, cuando iba desde Barajas al centro de Madrid para preparar una exposición. Y en uno de esos viajes contempló en lontananza y por la ventanilla izquierda del taxi lo que a él le pareció una ciudad fantasmagórica. Haacke indagó y le explicaron que la urbanización que se extendía a la espalda de la Avenida de la Gran Vía del Sureste era una de esas zonas en las que la crisis financiera había pinchado la burbuja inmobiliaria y solo quedaban deudas, pisos sin terminar (la mitad de propiedad oficial), ruinas, vigas herrumbrosas, edificios esqueléticos. Aquello colmó el vaso de la imaginación de Haacke y decidió que esta historia no podía


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interiorismo

Teresa Sapey en ARCO

planeta ikea en la sala vip Si algo ha caracterizado la reciente edición de ARCO ha sido su incuestionable vocación comercial Empezando por el

diseño de su espacio VIP que, en una brillante carambola, ha unido dos nombres de éxito, IKEA y Teresa Sapey. Un jurado internacional, compuesto por galeristas, arquitectos y personalidades del mundo del arte, seleccionó el proyecto de la arquitecta entre más de 80 propuestas. “No hemos querido llenar un espacio, explica la autora, sino crearlo. No se trata de decorar sino de encontrar un elemento que fusione el mundo del arte con el de la arquitectura y el diseño”. Ese nexo común lo encontraron en el palé –económico, reciclable, natural, vivo, flexible y autoportante– con el que se construye y da imagen a un espacio capaz de adaptarse a cualquier cambio en el funcionamiento. Con la colaboración de Ikea, que ha vestido la sala con 3.150 metros de telas, más de 150 cojines, 35 sillones, 230 lámparas y más de un centenar de sillas, Sapey ha logrado un interior de gran calidad que emana un lujo sencillo, contemporáneo y cosmopolita. Con esta solución la arquitecta ha querido descubrir “el otro IKEA”, según dijo en la presentación, subrayando el potencial de la marca como producto de lujo y transmisión de cultura.

IKEA. ikea.es

A partir de la superposición de palés, Sapey –arriba, con el interiorista de IKEA, Lorenzo Meazza– ha construido un espacio flexible y vivo. 14 DiseñoInterior


Interiorismo y arquitectura

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TERESA SAPEY E IKEA, UNA ALIANZA DE ÉXITO EN ARCO La prestigiosa arquitecta y la compañía sueca se unen para dar vida al diseño de la Sala VIP de la feria madrileña, una de las propuestas que más ha gustado al público texto_R.D.

L

a prestigiosa arquitecta Teresa Sapey, con quien también pudimos conversar en Cevisama 2012 acerca de éste y otros proyectos de futuro, unió sus fuerzas a Ikea para dar vida al diseño de la Sala VIP de la Feria Internacional de Arte Contemporáneo, Arco. Su original apuesta, que ha cosechado una excelente acogida en la cita, resultó la ganadora de entre más de 80 propuestas presentadas. Así pues, los numerosos visitantes de Arco, que tuvo lugar del 15 al 19 de febrero en Madrid, pudieron disfrutar en la VIP Lounge de un espacio innovador, decorado con muebles icono de la compañía sueca.

»»La arquitecta Teresa Sapey seduce al público de Arco con una sugerente propuesta cargada de originalidad e innovación.

el espacio, en cifras

Más de 1.000 metros cuadrados de espacio, más de 3.100 metros de tejidos, 40 mesas, 1.657 palés y 230 lámparas Varmluft 46, son algunas de las cifras que se manejaron en este espacio efímero en el que la rigidez exterior de alguna de las galerías se esfuma para presentar un espacio informal en el que el visitante se siente como en casa. Además, la sala VIP Lounge y el restaurante, separados por una estructura de palés, se-

c o n vierten en un lugar de obligada visita. Este proyecto, con el que Sapey ha querido resaltar el potencial de Ikea como transmisora de cultura contemporánea, propone un espacio único, cosmopolita y elegante en el que los textiles, la arquitectura y el mobiliario casan a la perfección._ tureforma.org |

| Marzo 2012

»»

Sapey ha sabido dotar de vida a la Sala VIP Lounge hasta convertirla en un espacio único, cosmopolita y elegante en el que los textiles, la arquitectura y el mobiliario casan a la perfección constituyendo un todo tan armónico como atractivo.

»»La compañía sueca Ikea y la pretigiosa arquitecta han unido

sus fuerzas para diseñar en la cita esta irresistible apuesta que resultó la ganadora de entre más de 80 propuestas presentadas.


architettura arredamento decorazione design

Spedizione in a. p. D.L 353/2003 (conv. in L.27/02/2004 n.46) art.1, comma 1, DCB Bergamo In caso di mancato recapito restituire al mittente - Edita Periodici S.r.l. Via B. Bono, 10 Bergamo 24121 - Tassa pagata BG CPO

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CONCORSO

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31° EDIZIONE DELLA FIERA INTERNAZIONALE D���ARTE CONTEMPORANEA ARCO MADRID: VI PRESENTIAMO IL LIVE MOTIVE DEL PROGETTO DELL’ARCHITETTO TERESA SAPEY , VINCITRICE DEL CONCORSO.

Si è da poco conclusa la 31^ edizione della Fiera internazionale d’arte contemporanea ARCOMadrid, dove la protagonista innovatrice è stata l’Arch. Italiana Teresa Sapey che ha vinto il concorso per la progettazione dell’area VIP Lounge tra 82 partecipanti con una partnership d’eccezione: IKEA. Trapiantata da 25 anni a Madrid, etichettata da Foster la “Madame Parking” per la sua specializzazione nel trasformare i non luoghi in meraviglie cromatiche di valore sociale, l’Architetto, in un momento di crisi generale, tra spread e disoccupazione, accetta la sfida del concorso indetto da ARCO e lo fa, come sempre, in modo magistrale, provocatorio ed istruttivo, abbinando il design e lo stile ad elementi low cost, trasformati per l’occasione ed eletti ad arredi o complementi ricercati. Abbiamo avuto il privilegio di incontrarla a Bergamo in occasione di un meeting di lavoro per un concorso per la realizzazione di parcheggio a Verona da realizzarsi in collaborazione con l’Arch. Gonella e l’impresa Nuovo Modulo S.p.A., e di chiederle direttamente da dove è nata l’idea di questa partnership d’eccezione, come si è sviluppata concretamente e quali ne sono stati i riscontri. Il concorso indetto dall’ARCO prevedeva la progettazione di un’area suddivisa funzionalmente in zona ristorante, bar, conversazione e 4 spazi per gli sponsor, racchiusi in una superficie di 1200 mq e con rigide specifiche sul numero di fruitori per i diversi settori. a CASA

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Ci spiega l’Arch. Sapey che l’idea principale, il live motive del progetto, è nato dall’unione tra Arte e Architettura, tra l’estetica e il costruire,.. “essendo una fiera d’arte e cercando un simbolo che ben rappresentasse il concetto, come la forchetta per il ristorante, o il mattone per il costruttore, ho pensato che il pallet di legno, utilizzato da sempre per il trasporto delle opere d’arte, fosse perfetto”. A questo si è aggiunta la necessità di individuare un fornitore unico di arredi, tessili, stoviglie ed illuminazione…. Da qui l’idea geniale, seppur per certi versi stravagante, di “osare” e rivolgersi ad IKEA da sempre punto di riferimento per gli acquisti di casa della clientela medio-bassa.Questa apparente incoerenza tra la scelta dei materiali e i destinatari dell’opera, è stata in realtà il punto di forza dell’intero progetto, che, oltre a giocare ironicamente sul contrasto tra compratore abbiente e materiale povero, dimostra a tutti gli effetti come siano le idee a fare la differenza, in questo caso la creatività e il buon gusto, che hanno trasformato l’ambiente in una piccola opera d’arte.

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ECO CHEAP Ed è così che i pallet da trasporto vengono riciclati trasformandosi in panche a diversi livelli, pareti divisorie, lanterne e persino tavoli, personalizzati dall’uso del colore (come nel caso del bancone a ferro di cavallo rosso lacca) o attraverso l’utilizzo del tessile che ne ricopre la superficie finendo leziosamente annodato in fiocchi sulle gambe. Il tutto legato da una gamma di tonalità spaziante dal rosso, al bordeaux, al melanzana, al rosa, sapientemente scelte all’interno della collezione tessile IKEA e reinventate nell’utilizzo dove necessario: come per le pareti della zona bar rivestite in pannelli di stoffa diversi per dimensione e tinta così da creare un piacevole effetto Mondrian; o per le sedute, dove si è scelto di utilizzare, come rivestimento degli imbottiti per i pallet dell’isola centrale, il tessuto dalle tonalità più tenui dei copripiumini, mentre per le zone comuni si è prediletto la neutralità del bianco e nero. 64 aCASA


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ECO CHEAP Persino le lampade sono state reinventate e rivalutate soprattutto grazie al modo nel quale sono state utilizzate: così una lampada a sospensione da 7 euro bianca, simile ad un filtro per l’aspirapolvere, è stata montata a “sciame”, andando a costituire un’enorme nuvola di luce fluttuante in piacevole contrasto con i colori forti del tessile di sfondo; e ancora lampade da appoggio sono state inserite direttamente tra i pallet di seduta, mentre alcuni punti di luce filtrano tra i legni delle sedute stesse creando un suggestivo effetto lanterna. Fantasia, buon gusto, ironicità alla base di un intervento che ha sicuramente rappresentato per IKEA la chance per presentare i propri prodotti ad una fascia di clientela alta. “Eco chic, Eco cheap” ama definirlo l’Arch. Teresa Sapey che ancora una volta ci incanta con il suo design innovativo, elegantemente borghese, ma con quel tocco provocatorio da enfant terribile che contraddistingue la sua persona e tutte le sue opere. (a cura di Elena Mazzoleni)

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Dall’alto in senso orario: Le lampade multi-faccia Miyake 60 e 110 di Arihiro Miyake per Moooi, nate dall’idea di diversificare l’immagine degli oggetti secondo il punto di vista. Sono realizzate In alluminio e metallo pressofuso (il modello 110 ha la base in cemento). Lo sgabello Bar{k} di Brandon Kershner, Realizzato in collaborazione il gruppo Amorim, è un oggetto biodegradabile al 100% ottenuto dalla lavorazione digitale del sughero.

Volumi sfaccettati e forme volutamente non finite: Si afferma una nuova dimensione estetica dell’abitare che porta la bassa risoluzione, presente solo nel digitale, all’interno del mondo reale

oggetti low-res di Stefano Caggiano

Faz, la collezione modulare di mobili e vasi per l’outdoor disegnata da Ramón Esteve per Vondom, è composta da sun-lounge con tavolo ausiliario, poltrona, divano componibile e tavolino. (foto: Jonathan Segade)

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l linguaggio degli oggetti è sempre stato determinato dalla resistenza dei materiali alle tecniche di lavorazione. Ma alla materialità ordinaria degli atomi si aggiunge oggi la materialità digitale dei bit, che integrandosi alla prima ne ridefinisce il segno in senso geometricodigitale. Nascono così progetti la cui valorizzazione estetica si gioca sull’attraversamento, in direzione inversa, del ponte tra reale e digitale: anziché spingere la resa dei rendering verso l’imitazione del reale, il concept ‘regressivo’ di questi oggetti ne abbassa la risoluzione formale, portandoli a uno stadio di ‘bassa definizione’ progettualmente voluta e semanticamente connotata. È il caso di United Nude Lo Res, che sotto la direzione artistica di Rem Koolhaas procede al progressivo abbassamento di risoluzione di forme curvilinee come quelle della Panton chair di Verner Panton per Vitra, o come quelle di scarpe da donna, calici, automobili. Questi pezzi, concepiti al calcolatore come insiemi di punti nello spazio, definiscono una serie di triangoli la cui ampiezza è inversamente proporzionale al grado di risoluzione dell’oggetto. Nella stessa direzione si muovono il designer cinese Zhang Zhoujie e il suo Digital Lab, che utilizzano la progettazione parametrica abbinata al Wu Wei (il principio filosofico del taoismo che prescrive di lasciare che le cose si facciano da sé) per lasciare che a ‘farsi da sé’ siano oggetti come lo sgabello ET9B1 e la seduta SQN1-F2A, generati dal puro sviluppo dei calcoli del computer. A queste esperienze per certi versi ‘estreme’ se ne affiancano altre che, pur legate ancora alla mano del designer, parlano tuttavia lo stesso linguaggio delle geometrie digitalizzate, come la poltrona Crystal di Maria e Igor Solovyov, il vaso in terracotta Herb di Nick Fraser e lo sgabello Bar{k} di Brandon Kershner, che sottoponendo a lavorazione digitale il sughero ha ottenuto un oggetto biodegradabile al 100%. La versione della Panton chair di Verner Panton realizzata da United Nude Lo Res, un progetto diretto da Rem Koolhaas e coordinato da Iddo Zimmerman che, a partire da oggetti dalla foggia curva (sedute, calici, automobili, scarpe da donna), ne ‘abbassa’ la risoluzione ottenendo estetiche dall’aspetto digitale. La seduta SQN1-F2A, uno dei tanti oggetti realizzati dallo Zhang Zhoujie Digital Lab, che utilizza la progettazione parametrica abbinata al Wu Wei (principio filosofico del taoismo secondo cui le cose devono seguire la loro naturale evoluzione) per lasciare che i calcoli del computer ‘facciano da sé’ l’oggetto.

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Altri progetti presentano sfaccettature a grana più delicata, ad esempio la ciotola Mategon pensata da Felix Groll e Felix Hardmood Beck come redesign digitale della tradizionale zucca in cui viene bevuto il mate (un infuso sudamericano di foglie secche), o la raffinata serie di lampade e vasi Faceture realizzata da Phil Cuttance tramite una macchina manuale che sembra uscita da una fiaba di Collodi. Anche un brand dalla forte caratterizzazione linguistica come Moooi, con le lampade multifaccia Miyake 60 e 110 disegnate da Arihiro Miyake, propone oggetti riconducibili all’estetica ‘low res’, se pure in forme mitigate dettate più dalla geodetica dei volumi che dall’esplicita manifestazione dello spirito digitale. Il quale, tuttavia, si avverte comunque anche qui, così come si avverte nelle forme nette ma serene dei complementi per l’outdoor Faz disegnati da Ramón Esteve e nel vaso Adán di Teresa Sapey, entrambi prodotti da Vondom. Ormai è sotto gli occhi di tutti come le massicce infiltrazioni di digitale stiano fluidificando il reale rendendo le cose più malleabili di quanto non siano mai state. Al punto da porre seriamente in crisi la tenuta di quel rapporto tra forma e materia le cui articolazioni hanno definito le forme storiche della cultura umana. Se ne è ben resa conto, e non da oggi, una figura visionaria come Zaha Hadid, che con Z Boat (commissionato dal mercante d’arte americano Kenny Schachter Rove) applica l’estetica ‘low res’ a un progetto non poco impegnativo come un motoscafo di 8 metri, pronto per il 2013. Con ogni probabilità la fase di sviluppo tecnologico che stiamo vivendo verrà ricordata come l’inizio di un’era in cui la modellazione ‘di forza’ della materia verrà sostituita dalla gestione programmata del loro DNA digitale. Ma già oggi è difficile, nella vibrante mescolanza di reale e digitale – una pasta tiepido-fluida concettualmente definita dai programmi di modellazione tridimensionale e materialmente realizzata dalle stampanti 3D – capire quali siano, e se ci siano ancora, i vincoli materiali che siamo abituati ad assumere come grammatica fondamentale del progetto. Il design si trova ad agire di questi tempi senza ‘fondamentali’, privo di qualsiasi zavorra che lo trattenga da una ricerca i cui esiti non si possono prevedere, ma che toccherà senza dubbio il cuore stesso della cultura materiale sulla terra e il senso profondo del suo manifestarsi.

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Sopra: Il motoscafo Z Boat progettato da Zaha Hadid per Kenny Schachter Rove. Lungo Otto metri, realizzato in fibra di carbonio, sarà pronto nel 2013 e offerto in edizione limitata di 12 pezzi al prezzo di circa € 375.000. (foto Credits: Zaha Hadid and Patrick Shumacher)

In alto: La collezione di vasi per l’outdoor Adán, disegnata da Teresa Sapey per Vondom, si compone di elementi tagliati come diamanti, le cui fattezze severe ma ‘digitalizzate’ ricordano le teste dell’isola di Pasqua. Sopra: La poltrona Crystal dei designer bielorussi Maria e Igor Solovyov. Composta da due parti saldate in materiale polimerico, è disponibile in diversi colori, sia opachi che trasparenti.

Sopra: Il concept e una foto di Mategon, redesign ad opera di Felix Groll e Felix Hardmood Beck della tradizionale ciotola per il mate (infuso sudamericano di foglie secche). A destra: Il vaso Faceture di Phil Cuttance, parte di una più ampia serie di pezzi unici realizzati con una speciale macchina manuale. Ciascun oggetto viene prodotto mediante colaggio di una resina in uno stampo di fogli di carta, manipolato manualmente per ottenere forme sempre diverse.

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