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ottobre 2013

Con Merkel vincono austerità e nazionalismo Angela Merkel sarà per altri quattro anni la cancelliera della Germania imperialista. Il propellente del suo trionfo elettorale sono stati una relativa pace sociale in Germania e i sacrifici dei lavoratori europei, a garanzia dei profitti e della stabilità dei monopoli tedeschi. In campagna elettorale Merkel ha evitato di attaccare il movimento sindacale, puntando a mantenere la cogestione. Da parte loro i social-liberisti della SPD si sono distinti per la quasi totale convergenza di posizioni con la destra dal “volto materno e rassicurante”. La grande coalizione che si profila non farà che rafforzare la supremazia politica dei conservatori neoliberisti. La Merkel ha vinto chiedendo un “mandato forte per una “Germania forte” (puro nazionalismo) e invocando “riforme dure” per i paesi del sud Europa” (puro imperialismo). Con il suo successo la politica di austerità e di competitività continuerà senza rallentamenti e con essa le missioni di guerra all’estero. La Bundesrepublik si ripropone come centro decisionale del grande capitale in Europa. Fiscal compact, regole “d’oro”, patti di stabilità, politiche di aggiustamento antioperaie, nascono a Berlino e trovano

applicazione nelle decisioni della UE imperialista. E’ una politica al servizio esclolto materusivo dell’oligarchia finanziaria, nel quadro della concorrenza europea e mondiale. Anche dentro casa “mamma” Merkel si toglierà presto la maschera benevola. Sono in preparazione attacchi contro gli operai, i disoccupati, piccoli contadini, i pensionati, i le donne e i giovani impoveriti e senza futuro. I salari, le pensioni e le spese sociali continueranno ad essere sotto tiro, si chiederà maggiore “flessibilità”, si estenderanno i “mini job” (paga da fame, niente diritti, massimo sfruttamento), i lavoratori contribuenti dovranno sborsare di più, in modo che le grandi banche e industrie, i ricchi, possono accrescere i loro profitti e le loro rendite.

La prosecuzione del saccheggio sociale farà cadere altre illusioni e porrà con più forza ai lavoratori e ai popoli che soffrono le politiche antisociali il problema dell’uscita dall’UE e dall’euro, rigettando le soluzioni reazionarie e nazionaliste che non portano alcun beneficio alle classi sfruttate e oppresse. La soluzione è chiaramente legata allo sviluppo della lotta di classe, all’uscita rivoluzionaria dalla crisi capitalista, alla conquista di un Governo operaio e di tutti gli sfruttati che non si arresti alle soglie del “sacro profitto” e dei venerati principi liberali, ma sia deciso a sconfiggere una volta per tutte il capitalismo. Solo un governo di questo tipo, che sorga dalla lotta delle masse sfruttate, può infatti varare misure energiche - come il controllo della produzione

sociale e della ripartizione dei prodotti, nazionalizzazioni, ripudio del debito, espropri, confisca proprietà immobiliari e terre, forte tassazione ricchi, etc - per neutralizzare la speculazione finanziaria e la feroce offensiva borghese e aprire la strada al socialismo. All’interno di questa prospettiva rivoluzionaria, oggi è necessario lavorare per far crescere la solidarietà fra gli operai e far convergere le lotte dei lavoratori che si oppongono alla politica dell’oligarchia finanziaria. Una tappa di questo processo di lotta saranno le prossime elezioni europee che vanno trasformate in un referendum contro UE, euro, politica di austerità e di guerra, avanzando nella realizzazione di Fronti popolari in ogni paese. La battaglia è tutta da combattere!

Crisi di egemonia statunitense e tendenza alla guerra imperialista La crisi siriana ha messo in luce la crisi di egemonia degli USA, la loro difficoltà di formare e dirigere una vasta coalizione per scatenare l’aggressione, al momento rinviata in attesa che Assad sveli e consegni gli arsenali (ma perchè nessuno chiede questo a Israele?). Perfino l’Inghilterra ha preso le distanze. Solo il socialimperialista Hollande, per i suoi scopi, si è posto al fianco di Obama per castigare la Siria. Sono emerse evidenti difficoltà con i vecchi e nuovi alleati (Turchia, Arabia, Qatar, etc.). Obama ha fallito in modo spettacolare nella leadership mondiale, non ha convinto nessuno, nemmeno i

nordamericani. La sua amministrazione è andata in confusione, sono emersi profondi conflitti interni. E lui stesso ha recitato la parte di Amleto, dapprima sbilanciandosi, poi ripensandoci. “Accidental diplomacy” l’hanno definita. Col motto “Vote for Change”, Obama fu eletto per recuperare credibilità e consenso dopo il fallimento di Bush. A distanza di cinque anni dalla sua prima elezione il risultato è innegabile: mentre gli USA sono a un passo dal default si continua a sfaldare il sistema egemonico da loro costruito dopo la seconda guerra mondiale.

Nonostante l’avanzare di questo processo, l’imperialismo USA rimane, senza ombra di dubbio, il principale fomentatore di guerre, l’imperialismo più aggressivo e pericoloso. Ma non è la sola grande potenza nemica del proletariato e dei popoli. Oggi è importante comprendere correttamente il ruolo di Cina e Russia. Questi paesi da tempo hanno abbandonato la strada del socialismo, a causa del revisionismo kruscioviano e denghista, e si sono trasformati in potenze capitaliste. I paesi industrializzati se non sono socialisti non possono essere altro che capitalisti, e laddove predominano i

monopoli, sono necessariamente imperialisti, come spiega Lenin. Tutti i paesi imperialisti costituiscono una minaccia alla pace. L’inevitabilità delle guerre fra paesi capitalistici continua a sussistere, e lo scenario che si profila è lo scontro militare fra blocchi imperialisti: quello che fa capo agli USA, contro quello composto da Cina e Russia, con i rispettivi alleati. Ma la resistenza dei popoli, il movimento per la pace, seppure non riuscirà a scongiurare lo scontro, lo trasformerà in guerra civile rivoluzionaria per seppellire l’imperialismo e far sorgere una nuova epoca, l’epoca del socialismo.

Scintilla ottobre 2013  

Organo di Piattaforma Comunista

Scintilla ottobre 2013  

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