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København


Cieli alti e monocolori, tutti bianchi, azzurri o grigi come il silenzio. La sensazione è che il giorno si allunghi proprio quando sta calando il sole. L’imbrunire al quartiere latino avvolge i passanti, con le lampade gialle e basse, riverse sui sampietrini e i mattoni arrossati. Le insegne che si accendono lasciano il segno del gusto: minimali e tipografiche, con i soli contorni colorati. Sembra di vedere in cielo le grafiche semplicissime dei prodotti alimentari, fedeli alla regola di una progettazione che sottrae, che non ha bisogno di amplificare. Solo gli occhiali sono grandi su visi giovani o maturi; i pantaloni stretti attorno alle caviglie e una t-shirt bianca o gialla basta a vestire, con stile. Cadono frange lisce sui tanti visi che affollano i locali, mentre le bici attendono sul marciapiede, senza lucchetto. Solo il ticchettare dei raggi delle ruote fa vibrare l’aria calma delle strade, di notte. Di giorno invece compaiono le mamme: sfilano con i loro cuccioli al riparo delle casette montate sulle ruote anteriori; le carrozzine dei neonati restano posteggiate davanti ai negozi e le donne svelte lanciano occhiate alle cassette di bicchieri e peluche davanti all’ingresso dei supermercati prima di entrare. Il vento scivola indifferente sui canali ghiacciati. Il paesaggio tutt’intorno sembra naturale; sono palazzi invero, mai invadenti, con tante finestre a dare il ritmo all’occhio e i seminterrati che si aprono accanto ai piedi illuminati da vetrine dagli allestimenti singolari. La pasticceria di pane e frutta obbliga il passante a fermarsi sui marciapiedi: tanta voluttà impilata sugli stand in acciaio è appena al di là delle vetrate dei forni. Le porte senza serratura e le facce giovani in ogni servizio sono il sigillo della città, come i pezzi di design danesi usati anche in panetteria. Ci si vorrebbe esser cresciuti nella città disegnata da Cristiano IV, il re architetto.


København 03/03/2011 06/03/2011 Alessio Roscini Marta Gara



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