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Possano le tue scelte riflettere le tue speranze, non le tue paure. Nelson Mandela


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Il gioco della vita

Q

uando la strada alle tue spalle è più lunga di quella che hai davanti,

vedi una cosa che non avevi mai visto prima: la via che hai

percorso non era dritta ma piena di bivi, ad ogni passo c’era una freccia

che indicava una direzione diversa; da lì si dipartiva un viottolo, da là una stradina erbosa che si perdeva nei boschi. Qualcuna di queste deviazioni l’hai imboccata senza accorgertene, qualcun’altra non l’avevi neanche vista; quelle che hai trascurato non sai dove ti avrebbero condotto, se in un posto migliore o peggiore; non lo sai ma ugualmente provi rimpianto. Potevi fare una cosa e non l’hai fatta, sei tornato indietro invece di andare avanti. Il gioco dell’oca, te lo ricordi? La vita procede pressappoco allo stesso modo. Lungo i bivi della tua strada incontri le altre vite, conoscerle o non conoscerle, viverle o non viverle a fondo o lasciarle perdere dipende soltanto dalla scelta che fai in un attimo; anche se non lo sai, tra proseguire dritto o deviare spesso si gioca la tua esistenza, quella di chi ti sta vicino. [...] E quando poi davanti a te si apriranno tante strade e non saprai quale prendere, non imboccarne una a caso, ma siediti e aspetta. Respira con la profondità fiduciosa con cui hai respirato il giorno in cui sei venuta al mondo, senza farti distrarre da nulla, aspetta e aspetta ancora. Stai ferma, in silenzio, e ascolta il tuo cuore. Quando poi ti parla, alzati e va’ dove lui ti porta” Susanna Tamaro - Va dove ti porta il cuore


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15 Lucia Mascino Tra infinite possibilità scelgo di scegliere 30 Michele

Riondino

4 Elio Ingegno d’arte “L’ingrediente indispensabile per riuscire a portare avanti una scelta, qualunque essa sia, è l’entusiasmo inteso come amore o passione”

9 Emilio Solfrizzi Tra infinite possibilità Destino

16 Toni Servillo Dentro il sentimento “Sul palcoscenico ti perdi e ti ritrovi di continuo…”

di una scelta

Fuoco vivo “Il teatro - quello vero e che amo, il teatro che mi fa arrabbiare e 24 Antonio Folletto appassionare, il Ogni volta, teatro che a volte la prima volta mi delude oppure “Per ogni scelta mi illude - si fatta, dietro ad ogni riassume in tutto conquista, credo quello che avviene che sia importante in una sala prove” chiedersi sempre il perché delle cose: soltanto così si 34 Robert Frost rimane fedeli al proprio pensiero” La via che non presi 29 Lucia Lavia Tra infinite possibilità scelta dal teatro

20 Laura Morante Oltre il palco “Tutto a teatro si svolge “hic et nunc”, 10 Neri Marcorè il pubblico e Correndo noi attori siamo il rischio lì presenti, in “L’emozione è quel particolare fondamentale momento, e può perché è come se succedere qualsiasi fosse la benzina che cosa…” si brucia durante ogni spettacolo e che ti fa andare avanti”

35 A giudizio con giudizio C’è scelta e scelta...

45 Edoardo

Labini

Sylos

Tra infinite possibilità rischio di scelta


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66 La storia racconta... la fanciulla dalle fulgenti pupille

46 Roberto Andò La febbre del cinema “Fare un film è come creare un universo di cui tu sei del tutto responsabile”

50 Massimo

Cantini Parrini

Fiducia e creatività “Un vestito racconta di pittura, d’architettura, di scultura, del momento in cui è stato pensato e cucito, del gusto di un’epoca che gli rimane attaccata addosso per sempre”

56 Serena Dandini Passione clandestina “L’attore è colui che per mestiere interpreta meglio di chiunque altro la caducità del tempo e delle cose, tutta la fragilità dell’essere 68 Alessandro Mannarino umano” Colorando il mondo “La musica è una cosa estremamente materiale, però è anche vicina al segreto dell’universo: è l’universo stesso”

62 Paola

Mastrocola

54 Nella giusta direzione La poesia

55 La maledizione di Kubrick Album fotografico

Quando soffia il vento “La storia giusta a un certo punto cresce, e ci occupa”

74 Laura Balla Voglio, voglio e ancora voglio! “L’arte è la possibilità di avere punti di vista diversi e lontani dal proprio, è una finestra che si apre...”

78 Marcello 71 Dai racconti di una giovane scrittrice... Un cielo bellissimo

73 L´innesto Il dramma di una scelta

Prayer

A proposito di Orazio Costa


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Elio

Ingegno d’arte

“L’ingrediente indispensabile per riuscire a portare avanti una scelta, qualunque essa sia, è l’entusiasmo inteso come amore o passione. Solo così è possibile arrivare al pubblico e tutto si mette in moto”

dimenticata. Questo stato delle cose mi sembra assurdo, ed è anche per queste motivazioni che mi sono Intanto posso dire che il proget- impegnato in una nuova impresa to Cantiere Opera ideato insieme a teatrale e musicale: del resto, a me Francesco Micheli è il frutto di una piacciono le imprese assurde e imserie di considerazioni generali: possibili! quando si dice che una cosa è “fatta Che cosa trova di affascinante all’italiana” significa in genere che nella lirica? ci riferiamo a qualcosa di approssiL’opera lirica tratta dei temi che mativo, non perfetto e bello. Invece il teatro d’opera viene chiamato poi le sono stati scippati dai film, “all’italiana” ed è la forma teatrale dai libri e dalle canzoni… Se ci si più bella che si possa immaginare, pensa bene, per esempio, “una furanche dal punto di vista estetico. I tiva lacrima” è l’origine della più teatri costruiti con i palchetti sono contemporanea e sanremese “una “all’italiana” e hanno un’acustica lacrima sul viso”… L’opera viene meravigliosa, all’estero ce ne sono quotidianamente saccheggiata daltanti e sono come delle ambascia- le altre forme di spettacolo e i più te in terra straniera: i teatri d’ope- grandi saccheggiatori alla fine sono ra costituiscono un vanto per noi gli stranieri, che sono molto più initaliani, sono motivo di orgoglio teressati di noi a questo patrimonio e il simbolo di quello che siamo in di una bellezza indescrivibile. AbA destra: grado di fare con il nostro ingegno, biamo cercato di restituire sul palco foto di Filippo Manzini mentre in Italia l’opera è piuttosto la figura umana dei più grandi com-

di Angela Consagra

Perché Lei, Elio, esperto di musica leggera ha scelto di dedicarsi all’opera lirica?


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positori – Rossini, Verdi, Puccini, Donizetti, Bellini – proprio come se fossero vivi, degli esseri umani con le loro preoccupazioni ed esigenze: dietro all’arte c’è sempre un individuo che ha avuto magari una IMMAGINE CLARA BIANUCCI

“Come hanno fatto Verdi e i compositori suoi simili nella loro epoca, per creare veramente qualcosa è necessario fare scandalo. Ed in questo modo si diventa rivoluzionari”

vita quotidiana terrificante e che ha fatto una fatica pazzesca, studiando molto, per potersi esprimere. Stiamo parlando di esseri umani con dei sogni e degli obiettivi che hanno alimentato attraverso un lavoro duro. Questi compositori sono nati indubbiamente con delle doti, ma si sono impegnati per arrivare al

pubblico perché si tratta di una cosa difficilissima: riuscire ad essere percepiti ed identificati dagli spettatori come un personaggio implica, oltre ad avere una buona dose di fortuna, di sottoporsi ad un esercizio continuo. Se si sceglie di seguire il proprio desiderio interiore – quello di scrivere e creare qualcosa di nuovo – non è semplice ottenere il successo. Ecco perché spesso gli artisti attraversano delle crisi e sono visti come dei pazzi: se non hai la fama, non sei nessuno! Dai tempi di Giuseppe Verdi fino ad arrivare ai giorni nostri, il mestiere di artista è sempre stato impegnativo: basta pensare agli anni Settanta e a figure come Jimy Hendrix, per rendersi conto che essere artisti è una battaglia continua. Verdi, per esempio, non venne ammesso al Conservatorio e ciò costituisce un paradosso: oggi il Conservatorio porta il suo nome! Prima di essere il Verdi che tutti conosciamo, lui è stato un musicista che ha vissuto sconfitte e successi: fino all’ultimo giorno della sua vita, ha conservato in un cassetto della scrivania la lettera del Conservatorio in cui gli veniva comunicato di non essere stato ammesso. È facile immaginare nella sua testa il senso di rivincita vissuto nel corso dell’esistenza, la forza che ha avuto per reagire ad un rifiuto… Non dico che tutti alla fine possano raggiungere il successo, però credo fermamente che se si hanno delle doti ciascuno di noi è in grado di fare qualcosa di grande. L’altra sera con un mio amico discutevamo a cena proprio dell’importanza del concetto di entusiasmo: l’ingrediente indispensabile per riuscire a portare avanti una scelta, qualunque essa sia, è l’entusia-


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smo inteso come amore o passione. dei cantanti uguali agli altri, in reSolo così è possibile arrivare al pub- altà il nostro è un esperimento: dal blico e tutto si mette in moto. palco di Sanremo al film con Rocco Siffredi, fino a Cantiere Opera in Quale particolare sentimento o cui ritrovo gli stessi ingredienti di istinto ha guidato le scelte della quando abbiamo iniziato a cantare sua carriera? insieme: ci proponiamo al pubbliLa mia carriera è stata costella- co preservando il senso dell’attesa ta da esperimenti… Elio e le Storie e dell’improvvisazione. Prima del

FOTO FILIPPO MANZINI

Tese è un grande esperimento: ancora lo stiamo vivendo, non sappiamo se è andato bene o male, però ha comunque prodotto degli effetti e dei risultati fin dal primo giorno… La nostra avventura è simile a quella di certi scienziati che sperimentano dei procedimenti inafferrabili: tutto alla fine gli esplode in faccia perché non è possibile controllarne il risultato. Siamo sempre andati sul palco con lo stesso approccio emotivo dettato dall’imprevedibilità. Siamo visti dal pubblico come

nostro primo disco abbiamo suonato in mille luoghi diversi e ci siamo dati da fare, pensando intensamente a come convincere il pubblico: sta a te, artista, conquistarlo e non viceversa: non sono gli spettatori a non capirti se non gli piaci, ma è tua la colpa perché significa che non hai inventato niente degno di attenzione. Come hanno fatto Verdi e i compositori suoi simili nella loro epoca, per creare veramente qualcosa è necessario fare scandalo. È così che si diventa rivoluzionari.


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Tra infinite possibilità...

destino di una scelta Emilio Solfrizzi

Quando si fa una scelta, si compie con la testa o con il cuore? La scelta è razionale o si sceglie d’istinto e di pancia?

Tutte e due, poi la verità è che dipende dal momento perché se ti trovi in difficoltà prendi quello che c’è… Sarei ipocrita a dirti che sempre, se un progetto non ti convince, è possibile rifiutare una determinata offerta. Sei un attore, questo è il tuo mestiere, e non sempre ti puoi permettere di scegliere. A volte ho fatto scelte di pancia, altre volte ho seguito la testa e ho fatto degli errori clamorosi. La vita dell’attore è curiosa: spesso accetti dei progetti che non sembrano produrre niente e invece succedono cose straordinarie, altre volte ti impegni con grandissime aspettative e non accade nulla… Ci vogliono talmente tante variabili per ottenere il successo – essere sempre al posto giusto nel momento giusto – che mettersi a pensare ed arrovellarsi è una fatica enorme. La scelta viene vissuta come qualcosa che provoca sofferenza (scegliendo lasci inevitabilmente qualcosa…) oppure la scelta è un’opportunità?

IMMAGINE CLARA BIANUCCI

Se è vero che ogni medaglia ha un suo rovescio, compiere una scelta è sia una sofferenza che un’opportunità. A Bari si dice: “Sotto il guasto, c’è sempre l’aggiusto” e sta a significare che tutto dipende da come si prendono le cose: più relativizzi i problemi, meglio è… Noi attori di solito siamo bravissimi a drammatizzare. Io fuggo dalle persone negative, mi piacciono coloro che vedono sempre il bicchiere mezzo pieno. Scegliere è un atto che implica una responsabilità oppure è il destino, diciamo anche la fatalità, che conduce le nostre scelte?

Io sono stato fortunato: ho incontrato quello che poi è diventato il mio migliore amico, un leader naturale, e insieme abbiamo iniziato a frequentare il teatro. Spesso è il destino a scegliere per te, nel senso che è più facile deresponsabilizzarsi quando sei l’unico a cui devi qualcosa. Le mie scelte ora avvengono tenendo conto di avere una moglie, due figli e una casa, quindi una responsabilità vera… L’attore è un impiego come gli altri, non bisogna osannare questo mestiere. L’ideale sarebbe riuscire a coniugare qualità e quantità, ma non mi illudo di poter fare sempre delle scelte in totale autonomia. L’importante è cercare di essere onesti, mettendoci tutto l’impegno.


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Neri Marcorè

Correndo il rischio “L’emozione è fondamentale perché è come se fosse la benzina che si brucia durante ogni spettacolo e che ti fa andare avanti”

Quello che non ho recita il titolo del suo spettacolo: cos’è, alla fine, quello che manca e non ha?

Queste parole si possono recepire in tanti modi, anche a prescindere dall’omonima canzone di De André… L’interpretazione che più mi piace riguarda la distinzione tra avere ed essere: possediamo tante cose e probabilmente non tutte sono così fondamentali, così necessarie alla nostra esistenza. Rispetto a questa distinzione, quello che ho e quello che non ho, più che agli oggetti preferisco pensare ai valori morali: quantitativamente sono meno ma decisamente più importanti. In qualche modo allora quello che non ho diventa una forma dell’essere e in particolare lo spettacolo punta a far-

ci riflettere su ciò che abbiamo adesso: com’è il presente, quali sono le nostre prospettive future, proprio a partire da tutto quello che abbiamo accumulato nel tempo in termini di possibilità dal punto di vista del possesso, della tecnologia e della capacità di muoversi con facilità... Forse l’opportunità che abbiamo, quella di scegliere tra tutti questi contenitori, rischia di farceli percepire come svuotati di valore: semplicemente quando si ha tanto, spesso non si apprezzano appieno le cose e non sappiamo go-


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derne. Riflettere allora su quello che non si ha può essere un invito alla crescita che ognuno può accettare declinandolo a suo modo: una vita piena di cose materiali da seguire non sempre corrisponde alla felicità, ad una leggerezza del godimento di quello che si ha. Come sceglie i personaggi da interpretare? Qual è la molla che l’attrae verso un ruolo da interpretare?

Da diversi anni in teatro lavoro con il regista Giorgio Gallione; all’inizio mi ha proposto di interpretare un monologo che non era stato scritto specificatamente per il teatro e da allora insieme abbiamo cercato sempre nuove sfide continuando con la rielaborazione dell’opera di Gaber, per poi accostarci ad autori come Saviano, i Beatles oppure adesso a Pasolini e a De André. Innanzitutto mi piace sperimentare testi nuovi perché credo in una funzione civile del teatro che è quella, secondo me, di guardare al presente e di descriverlo. Per me il teatro deve essere inteso sempre come qualcosa di sperimentale, cerco sempre nuovi stimoli in questo senso e quindi ho abbandonato le commedie classiche da tempo per dedicarmi a questi monologhi del teatro-canzone. Forse quello che mi manca in questo tipo di teatro è il rapporto con gli altri attori con cui si convive quando si sceglie il teatro più tradizionale e che costituisce sempre un bell’esercizio dal punto di vista tecnico e professionale. Ma questo aspetto legato al mio mestiere di attore per fortuna ho modo di sperimentarlo nella fiction oppure al cinema.

Comico e drammatico, sono le due facce della stessa medaglia del mestiere di attore…

Comico e drammatico sono due generi diversi, ma non lontani… Il successo dei film della commedia all’italiana dal Dopoguerra fino a tutti gli anni Settanta è dovuto ai grandi Maestri che hanno fatto quel cinema – Scola, Monicelli, De Sica – e che hanno rappresentato la bellezza italiana accostando il lato comico o grottesco a quello più tragico. Una situazione drammatica conteneva anche una risata o una battuta ironica al suo interno, proprio come accade nella vita dove comico e drammatico, tristezza e allegria, si sposano continuamente. Non mi piacciono le categorizzazioni, anche per questo ho sempre combattuto per riuscire a fare scelte sempre differenti che magari hanno richiesto uno sforzo maggiore. Adagiarsi in una situazione confortante, in cui non si corrono rischi, non corrisponde all’arte e all’idea che ho di questo mestiere. In virtù di questa idea, della volontà di abbandonare il terreno battuto per avventurarmi verso ciò che desta la mia curiosità, prendo le mie scelte. Anche per quanto riguarda, per esempio, le diverse imitazioni che ho fatto in passato la molla che mi ha sempre spinto è stata la curiosità: all’inizio ho scoperto di avere questa facoltà e semplicità nell’imitare gli altri, così ho giocato cercando di trovare quei personaggi meno frequentati e inventandomi le imitazioni di Alberto Angela, di Gasparri o di Zapatero… Devo dare il mio taglio, dall’imitazione deve emergere quello che ci vedo io: non cerco necessariamente la verità quanto la verosimiglianza, nel senso che mi piace attribuire a questo o a quel


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personaggio dei tratti che magari non sono veri ma potrebbero esserlo. Trovo nella componente surreale qualcosa di fondamentale, mi piace che un personaggio si trasformi in una cosa completamente diversa da sé. È vero che ha cominciato a lavorare nel mondo dello spettacolo quasi per caso?

teatrale compie una scelta ben precisa: decide di uscire di casa e di andare a teatro, a volte richiamato dal nome dell’autore o dell’interprete, ma sempre con la curiosità di vedere uno spettacolo dal vivo. Il pubblico teatrale è più esigente e quando ti sceglie lo fa con consapevolezza: IMMAGINE CLARA BIANUCCI

Sì, sono stato fortunato a trovarlo un po’ per strada questo mestiere. Seguivo a Bologna la scuola per interpreti e in quel periodo mi è capitata l’opportunità di partecipare ad una trasmissione televisiva: ero esperto nelle imitazioni, già facevo le parodie dei miei amici, ma giusto così, solo per scherzare… Dopo ho cominciato a seguire dei corsi di teatro e ho costruito le basi di questo mestiere. Una volta in Sardegna ricordo che prima di esibirmi mi dissero che l’anno prima avevano ‘sparato’ al cabarettista; sono salito sul palco e per fortuna non ho sentito nessuno sparo: queste cose formano, non c’è dubbio! Che cos’è per Lei il pubblico?

Il pubblico è il nostro giudice naturale… Si possono individuare varie categorie di pubblico: il pubblico televisivo nel momento in cui si accende la TV, pur avendo il telecomando, subisce quello che gli viene proposto e dunque rischia di assuefarsi a questo potere ipnotico che proviene dal piccolo schermo. Come già affermava Pasolini, la televisione rischia di appiattire il senso critico e il gusto delle persone: il fine ultimo è sempre quello di andare a cercare un consumatore anziché un telespettatore, ecco perché spesso ci si ritrova davanti ad un pubblico passivo. Invece il pubblico

l’appoggio che ti dà è più duraturo rispetto alla popolarità della TV. Il pubblico teatrale non ti abbandona e ti riconosce a priori una credibilità e una fiducia che poi sta a te mantenere… Come spesso si dice a proposito del mondo dello spettacolo, il punto non è tanto arrivare al successo ma è riuscire a mantenerlo. La popolarità ha un valore eva-


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nescente: è molto utile per lavorare, tale per noi attori: ogni volta che si ma bisogna imparare come gestirla. apre il sipario il battito cardiaco aumenta e non vedi l’ora di cominciaEssere attori significa vivere re a parlare e recitare per rompere questo mestiere sempre con questo ghiaccio, prendendo fiducia emozione? mano a mano che lo spettacolo va Sì, l’emozione è fondamentale avanti. La paura del palcosceniperché è come se fosse la benzina co può anche indurti a cercare dei che si brucia durante ogni spetta- supporti fuori dalle proprie energie: FOTO FILIPPO MANZINI

“Credo in una funzione civile del teatro che è quella, secondo me, di guardare al presente e di descriverlo”

colo e che ti fa andare avanti. Bisogna preoccuparsi quando non si vive la tensione della scena perché significa che ci si può sentire troppo sicuri, che si è acquisita troppo la tecnica, e questo eccesso di sicurezza poi lo si paga fatalmente con una distrazione, una mancanza di concentrazione o semplicemente di carica sul palco. Il timore di non essere apprezzati dal pubblico è fondamen-

cerchi di ripetere un particolare rito scaramantico, ti affidi ad un medicinale o ad un calmante da prendere, fumi o anche bevi un goccio d’alcol… Personalmente non mi piace avere nessun tipo di dipendenza, perché quella volta in cui mancassi quel particolare rito poi mi sentirei in difficoltà e inizierei a pensare che tutto andrà male… L’unica cosa che faccio prima di andare in scena, ormai da parecchi anni, è rivolgere un pensiero affettuoso a mio padre che non c’è più…


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Tra infinite possibilità...

scelgo di scegliere Lucia Mascino

IMMAGINE CLARA BIANUCCI

Quando si fa una scelta, si compie con la testa o con il cuore? La scelta è razionale o si sceglie d’istinto e di pancia?

Non sono mai riuscita ad immaginarmi nel futuro, quindi quando mi chiedevano cosa farai da grande non avevo risposte da dare. Mio padre mi diceva: “Per capire cosa vuoi fare osserva cosa ti piace approfondire spontaneamente, che riviste ti va di comprare, di quale argomento trattano”. A me piacevano le materie scientifiche, però mi piaceva anche disegnare e poi chi sapeva raccontare delle storie, magari anche personali, però non compravo riviste. Poi ho cercato di immaginarmi nel futuro e non mi veniva molto bene farlo. Al momento di scegliere l’università ho messo insieme la mia propensione per le materie scientifiche con quello che credevo fosse una scelta seria. Pensavo... La natura sa meglio di noi come stanno le cose. Voglio conoscere le leggi della natura, non le invenzioni letterarie. Il problema è che poi anche i bisogni e gli istinti hanno le loro leggi di natura. E così mi sono ritrovata dirottata da me stessa a metà facoltà scientifica verso un corso di teatro a Pontedera. Questo rispondeva ai miei bisogni vitali più della tavola di Mendeleev. Forse è meglio non opporre resistenza al proprio impeto più nascosto, cioè alla pancia. Bisogna allenarsi ad ascoltarla. La scelta viene vissuta come qualcosa che provoca sofferenza (scegliendo lasci inevitabilmente qualcosa…) oppure la scelta è un’opportunità?

Dicono che in Cina la parola “crisi” sia la stessa che si usa per dire “opportunità”… Mah! Pensiero interessante ma quando stai in crisi, chi ti ripete questa storia sembra solo che voglia consolarti. Quello che ho sperimentato è che anche i cambiamenti più positivi possono avvenire passando attraverso una grande sofferenza. Scegliere è un atto che implica una responsabilità oppure è il destino, diciamo anche la fatalità, che conduce le nostre scelte?

Non lo so. Siamo noi a scegliere? Non lo siamo? Possiamo tutto? Pensare che siamo noi a scegliere dà più forza. Scelgo questo.


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Toni Servillo

Dentro al se “Sul palcoscenico ti perdi e ti ritrovi

di continuo‌ E in questo gioco di perdite e di ritrovamenti senza fine arrivi a capire qualcosa di te�


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In Elvira, lo spettacolo che sta affrontando in questo periodo, emerge un’importante e profonda riflessione su quello che deve essere il ruolo del teatro e il mestiere di attore. Essere dunque attori e scegliere di diventarlo: che cosa significa davvero?

Credo che il mestiere dell’attore in questi anni conosca, sul piano popolare, una sorta di banalizzazione, quando non di volgarizzazione, legata esclusivamente a un talento, che molto spesso è solo espressione generica di una capacità funambolica, che ha poco a che fare con l’interpretazione di un classico e di un personaggio, rispetto al quale di questo talento non sai cosa fartene. Serve allora una sorta di cultura personale e di disciplina, capace di mettere in discussione tutto questo, perché gli attori sappiano che quando si misurano con un testo si

Louis Jouvet e focalizzando l’attenzione su Claudia, allieva del III anno, colta durante la delicata fase delle prove insieme al suo Maestro/Regista. È difficile oggi riuscire a tramandare la bellezza del teatro? La formazione dell’attore, e più in generale dell’essere umano, è ancora qualcosa di prezioso? Il senso dell’insegnamento si è trasformato nel corso del tempo?

Una delle tragedie del nostro tempo è proprio la trasmissione dei saperi, perché ci vorrebbe da una parte l’assunzione di responsabilità di chi li trasmette, e dall’altra la disponibilità di chi deve accoglierli. Personalmente cerco il più possibile di non mancare le occasioni di incontro con i giovani, siano studenti dei licei o delle università siano ragazzi che, con curiosità e passione, si accostano al teatro. È una scelta di campo che informa da sempre il mio lavoro e quello della mia Compagnia, Teatri Uniti. Tutti noi abbiamo deciso di restare in Campania nella nostra terra d’origine, continuando a viverci oltre che lavorarci, confrontano con un materiale poe- ed è importante che questo si sappia, tico, che essi stessi devono diventare che chi abita in quel territorio sappia poesia vivente. che lì tutto è cominciato e tutto continua. Io stesso non ho mai smesso di Elvira è un testo di Brigitte Jacques vivere a Caserta. E cerco di stare viche si sofferma sul nucleo di sette cino a quelle esperienze, istituzionali lezioni tenute al Conservatoire oppure no, che danno un segnale a un National d’Art Dramatique da territorio talvolta difficile.

e ntimento


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Perché ha scelto di mettere in scena questo testo proprio adesso?

Il testo nasce da un’esperienza reale di lavoro, le lezioni sul Don Giovanni di Molière tenute da Louis Jouvet. Si segue il rapporto creativo tra il maestro/regista e la sua giovane allieva/attrice, attorno al ruolo di donna Elvira. Un percorso che da artistico e formativo si trasforma in una lettura del mondo, delle sue contraddizioni, della sua coscienza. È un’opera singolare, segnata interamente dalla dualità tra un uomo e una donna, tra il regista e l’allieva colti in un faccia a faccia violento e appassionato, intimo e curioso. Una dualità di solitudini, di tragitti, di visioni, di esperienze e di ricerche parallele dei due protagonisti che si ricongiungono, si affrontano e si scontrano nella corte del teatro. Attra“Serve una sorta di cultura verso il persopersonale e di disciplina perché naggio di Elvira gli attori sappiano che quando e a ciò che essa si misurano con un testo si rappresenta, si confrontano con un materiale assiste all’eterno poetico, che essi stessi devono gioco della veridiventare poesia vivente” tà e della menzogna, dell’amore e della perdita di sé, della paura e del desiderio. Per Jouvet questo testo è molto più che una semplice piéce: è l’avventura del teatro come arte della contraddizione e dell’abbandono di sé. Se c’è una cosa che si impara dopo aver vissuto anni di teatro e migliaia di repliche, è che sul palcoscenico ti perdi e ti ritrovi di continuo… E in questo gioco di perdite e di ritrovamenti senza fine arrivi a capire qualcosa di te. Ho scelto di rappresentare Elvira per tante ragioni, a cominciare da una sorta di debito di riconoscenza che sento verso que-

sto gigante del teatro europeo. Per le riflessioni sul teatro e su questo mestiere che ha fatto. Ha avuto una grande importanza per me aver letto con avidità, e divulgato, i suoi libri e i suoi scritti. Dopo tanto tempo, mi è parso necessario che arrivasse il momento di un incontro diretto. Lei ha paragonato Jouvet a Eduardo: che cosa trova che abbiano in comune questi due grandissimi autori-attori?

Sono due grandi intellettuali del teatro del Novecento. Le riflessioni di Louis Jouvet, sul teatro e sul lavoro di attore, accompagnano da anni il mio lavoro. Una guida preziosa che ho tenuto ben presente nell’affrontare repertori diversi, da Molière a Marivaux, da Goldoni allo stesso Eduardo che è il più straordinario e forse l’ultimo rappresentante di una drammaturgia contemporanea popolare, l’autore italiano che con maggior efficacia, all’interno del suo meccanismo drammaturgico, favorisce l’incontro e non la separazione tra testo e messa in scena. Jouvet è un attore che, appena finita la recita, in camerino riflette e scrive su quello che è accaduto prima, durante e dopo lo spettacolo in atto. Eduardo e Jouvet appartengono ad una generazione di uomini che guardavano ai testi pensando alla costruzione del personaggio e interrogando in profondità il testo stesso. In Elvira Lei è la guida, suo è il ruolo di Maestro e depositario dell’esperienza, in qualche modo, di fronte ai giovani allievi… Il lungo tempo trascorso sul palcoscenico in che modo ha maturato il suo percorso artistico?


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Credo che il tempo che si trascorre in palcoscenico, a confronto con il pubblico, serva sempre a migliorarci. Personalmente per riuscire a capire un testo, devo essere sollecitato dall’esigenza, dall’angoscia e dall’entusiasmo – si può chiamare in mille modi… – dell’andare in scena e dell’incontro

ga vita. Le tournée dei Teatri Uniti sono lunghissime, giriamo l’Italia in lungo e largo, toccando anche diversi Paesi all’estero: Russia, America, Turchia, Francia, Germania, Belgio, Spagna, Inghilterra… Lo spettacolo diventa allora una sorta di laboratorio continuo, in cui ci si sottopone ad FOTO FILIPPO MANZINI

con il pubblico. Non sono di quelli che credono nella mistica delle prove: per me il momento più bello del teatro è con il pubblico, arrivo a comprendere molto di più un testo quando è sottoposto allo sforzo di tante recite davanti agli spettatori. Questa è la ragione per cui non ho fatto numericamente tanti spettacoli con i Teatri Uniti, ma ho invece ho all’attivo migliaia di recite… Dopo una prima fase di preparazione di uno spettacolo, mi piace immaginare che tutti gli sforzi concentrati sulla messinscena abbiano una lun-

una verifica costante e quotidiana tra noi attori interrogandosi sulla tenuta e l’efficacia del testo nei confronti del pubblico. Nel mestiere di attore, quanto contano le scelte che ognuno si ritrova inevitabilmente a dover fare? Hanno più peso i no o i sì detti?

I molti no, i rifiuti, talvolta anche impegnativi e difficili, servono soprattutto a dare maggior peso ai pochi sì, alle scelte sempre ben ponderate a cui aderisco con entusiasmo.


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Laura Morante

Oltre il palco

“Tutto a teatro si svolge ‘hic et nunc’, il pubblico e noi attori siamo lì presenti, in quel particolare momento, e può succedere qualsiasi cosa…”

Per una regista come Liliana Cavani lavorare a teatro è diverso rispetto al cinema perché il mestiere del teatro è molto difficile: il lavoro fatto non è mai definitivamente sedimentato, anzi ogni sera la rappresentazione ha un nuovo inizio… Dal punto di vista dell’attrice che costruisce il personaggio, questa differenza sostanziale tra teatro e cinema è vera anche per Lei?

A destra: foto di Fabio Lovino

Probabilmente uno spettacolo visto all’inizio di una tournée è molto diverso rispetto alla fine perché impercettibilmente ogni sera la rappresentazione cambia, non rimane mai uguale a se stessa. Man mano gli attori acquistano sicurezza sul palcoscenico, i rapporti in scena tra i vari personaggi evolvono e il mutamento avviene quasi in modo inconsapevole… Questo è uno degli aspetti più interessanti e misteriosi del teatro. Inoltre al cinema il pubblico è un numero, non può condizionare la fase di realizzazione film, e invece a teatro gli spettatori sono una cosa viva: un pubblico ostile o caloroso influenza

lo svolgimento e l’esito di uno spettacolo. Come diceva Orson Welles “in confronto al teatro, il cinema è un cadavere nemmeno troppo fresco…”: è un modo di dire, forse un po’ brutale, ma che sta proprio a sottolineare la vita del teatro e il fatto che il pubblico allora non sia un semplice numero ma che sia composta da persone, esseri umani in grado di sprigionare una forte energia. Al cinema lo spettatore ti vede in un’immagine virtuale e invece tutto a teatro si svolge hic et nunc, noi attori siamo lì presenti, in quel particolare momento, e può succedere qualsiasi cosa… Un pubblico che ti sostiene è qualcosa di straordinario perché la platea non è un semplice accessorio del fare teatrale, ma ne costituisce la parte viva. Se, per esempio, dal palco io mi accorgo che uno spettatore nelle prime file si sta distraendo, è chiaro che sono turbata e mi interrogo: “Lo starò annoiando?” e la mia recitazione di seguito verrà condizionata… A teatro mi interessa suscitare un dibattito e aprire delle prospettive misteriose, mi interessa essere sedotta ed essere divertita e Mira, il mio


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personaggio nella Locandiera B&B, corrisponde a queste caratteristiche perché è una figura femminile in evoluzione, una donna in cammino.

Come vive quei particolari istanti di preparazione che la separano dalla scena e dal conseguente incontro con il pubblico?

Io sono soggetta ad attacchi di vero e proprio terrore prima di entrare in scena e anzi, per fortuna, il panico si attenua gradualmente con il tempo perché pian piano si prende sicurezza. Altrimenti questa condizione del mio mestiere sarebbe invivibile, almeno per me… Io non sono particolarmente superstiziosa, non porto dei portafortuna con me, anche se nella mia valigia c’è sempre tanta roba perché sono negata a preparare i bagagli e anzi una parte delle cose le lascio nei vari teatri durante la tournée. Per cercare di

smorzare questa tensione intensa e continua cerco di ripetere con una certa routine gli stessi gesti: insieme agli altri attori ci diciamo “In boc-

ca al lupo” più o meno con la stessa sequenza… Il fatto di tendere a ripetere sempre le solite azioni è una cosa scaramantica che appartiene a tutti gli attori. Debutto al cinema con Giuseppe Bertolucci, allieva di Carmelo Bene, musa di Nanni Moretti e nipote di Elsa Morante… E’ Lei che ha scelto questo mestiere o invece, in qualche modo, ne è stata scelta?

In effetti nell’immaginario del pubblico io sono rimasta l’attrice di Nanni Moretti… Posso rispondere citando una frase di Petrarca: “i’ che l’esca amorosa al petto avea, qual meraviglia se di subito arsi?” Credo


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che nelle cose ci si incontri sempre a metà strada… Inizialmente io non ho scelto questo mestiere: volevo fare la ballerina e l’ho fatta per un certo periodo, poi sono arrivata alla recitazione prendendola come un diversivo e non pensavo affatto che potesse diventare il mio lavoro. Quando ho cominciato a capire che ne ero attratta – per lungo tempo ho fatto finta di non capire – ho dovuto ammettere, prima con me stessa, che ero diventata un’attrice. Mi sono innamorata del mio mestiere progressivamente, all’inizio non mi piaceva molto. La mia famiglia mi ha insegnato a relativizzare, ho sempre considerato la recitazione con serietà ma non mi sono mai addolorata più di tanto per non aver ottenuto una parte. Sono cresciuta tra i libri: a casa mia infatti il vero mito era la letteratura e questa predisposizione mi è rimasta. Mia zia Elsa era una donna molto temuta e anche a me incuteva un certo terrore… Quando avevo circa 14 anni mia zia si presentò a casa nostra con Pier Paolo Pasolini, il quale chiese a mio padre il permesso di darmi un ruolo nel Decamerone. Mio padre era d’accordo, invece mia zia Elsa si oppose. Così non se ne fece nulla e forse, chissà, fu meglio così… Con Giuseppe Bertolucci ho fatto il mio primo film al cinema, Oggetti smarriti; è stato il mio scopritore e un regista sensibile, delicato e attento… In teatro ricordo Carmelo Bene come un attore e regista crudele, ma non cattivo. Torturava i suoi attori, me compresa, ma non conosceva né la meschinità né l’invidia. Spesso mi licenziava e poi mi riassumeva, ma io tenevo duro grazie anche al mio orgoglio.

Che cosa significa, da attrice, vivere quotidianamente una forte popolarità?

Non credo di essere così particolarmente popolare, diciamo che sono più che altro conosciuta nell’ambiente dello spettacolo ma la mia notorietà è molto distante, per esempio, da quella dei calciatori o dei cantanti rock… Pochi attori italiani possiedono quel certo grado di popolarità che non permette di vivere normalmente la quotidianità o di non uscire di casa, io ancora non ho mai sperimentato questa condizione estrema… Devo dire che ho una certa antipatia per le foto che poi finiscono sui social: io non ho nemmeno Facebook e questa imposizione pubblica della foto che comincia a girare in Rete la sento “Un pubblico che ti sostiene è un po’ come qualcosa di straordinario perché una violenza. la platea non è un semplice Ogni tanto fac- accessorio del fare teatrale, cio anche dei ma ne costituisce la parte viva” test al pubblico che vuole fotografami, proprio per cercare di sottrarmi senza essere scortese: dico allo spettatore che acconsento alla foto se lui mi elenca cinque titoli di film nei quali ho recitato... Tutto il resto che ruota attorno alla popolarità invece è un vero piacere perché senti, in qualche modo, che le tue scelte completano i pensieri e i gusti di persone che realmente ti seguono. Mi succede, per esempio, di incontrare molte donne che hanno visto i miei film da regista, Ciliegine e Assolo, e mi dicono delle cose davvero belle, condividono con me le loro emozioni e questo scambio umano che si crea è realmente prezioso, il godimento che ne consegue è enorme.


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Antonio Folletto

Ogni volta, la prima volta “Per ogni scelta fatta, dietro ad ogni conquista, credo che sia importante chiedersi sempre il perché delle cose: soltanto così si rimane fedeli al proprio pensiero”

E’ il mestiere dell’attore che l’ha scelta o è Lei ad aver scelto di farlo?

A destra: foto di Filippo Manzini

Non saprei… È stato un colpo di fulmine: quando vedi qualcosa o qualcuno che ti piace – in questo caso gli altri attori che interpretano un personaggio – ne sei attratto e in qualche modo vuoi somigliargli, vuoi essere anche tu così… Da piccolo insieme a mio nonno guardavo i film di Totò e anche gli spettacoli di Eduardo; il vero cambiamento concreto verso questo mestiere è stato quando sono entrato alla Silvio D’Amico: in Accademia devi andare tutti i giorni per almeno otto ore, non puoi sottrarti, e quindi entri di petto in questo mondo e ti innamori di questo mestiere facendolo. La vera svolta è stata di essermi accorto che fino a poco tempo fa per mantenermi facevo altri lavori, invece adesso il mio guadagno viene esclusivamente dal mestiere di attore ed è una cosa bellissima.

L’Accademia di Arte Drammatica ti dà disciplina?

Sì, anche perché ti mette alla prova. Dai corpo ad una vocazione: ad un certo punto entri in Accademia ed è come se prendessi i voti: stai là, ti impegni e sai che è questo che devi fare… Capisci una cosa, secondo me, importantissima: quanto sei disposto a mettere in gioco di te stesso per realizzare la tua passione. È un mestiere che prende tanto di te, anche in termini di tempo, nei confronti del quale non puoi risparmiarti. È fondamentale fare un percorso come l’Accademia, un’altra scuola oppure un laboratorio in modo da capire quanto sei disposto a sacrificare di te per seguire il sogno di essere attore. Occorrono tante rinunce personali – la cosa più preziosa che noi abbiamo nella nostra vita è il tempo – ma è anche in questo aspetto che risiede il fa-


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scino estremo e la bellezza di questo mestiere: si ha bisogno delle relazioni umane e di investire sui sentimenti per condurre questo gioco meraviglioso.

per me il pubblico è una parte considerevole e necessaria per il mio mestiere… Adesso che mi ci fai pensare, è il pubblico che ti giudica a far sì che l’emozione non ti abbandoni mai: quando devi andare sul palcoscenico Non si smette mai di formarsi e di ti batte il cuore, è sempre con ansia imparare? che varchi quella soglia che separa la Lo chiedi a me che sono agli ini- quinta dalla scena. Ogni volta è come zi? Per quanto mi riguarda assoluta- quando devi andare al primo appunmente no, ma credo che anche chi ha tamento: hai lo stesso timore e provi alle spalle quarant’anni di carriera la stessa adrenalina… Ecco, io spero potrebbe dirti la stessa cosa… I ruoli di sentire questa adrenalina legata da interpretare si scelgono cercando alla scena per molto tempo! di muoversi secondo alcuni criteri, Che cosa c’è nella sua valigia di anche se credo fermamente che alla attore oggi e cosa vorrebbe potesse fine ci voglia anche una buona dose di contenere nel futuro? fortuna. La prima cosa che guardo è Non riesco a distinguere più di la storia: se è bella e mi entusiasma, se riesce a trasmettermi subito qualcosa, tanto il mestiere dalla realtà di tutti già questo aspetto costituisce un buon i giorni, forse questo è un errore che punto di partenza perché credo che pagherò con il tempo… Per me la vaqualunque cosa se non ti piace poi la ligia dell’attore è quella della mia vita. fai male. Per fortuna ultimamente mi Dentro ci metto tutte le esperienze sta capitando di leggere molti copioni, che mi hanno portato fino ad oggi a anche di cinema, che leggo tutto d’un stare qui di fronte a te, tutte le cose fiato e l’approccio iniziale verso il per- che ho fatto e mi hanno aiutato a cresonaggio che ti viene proposto deve scere. In questa valigia, per il futuro, avere anche una componente egoisti- spero di portare sempre con me le ca: la scelta avviene se riesci a svisce- persone che realmente mi conoscono rare la storia, se il copione ti piace. In e che contribuiscono a tenermi con i una seconda fase invece devi metterti piedi per terra. La componente istinal servizio della sceneggiatura e del tiva verso questo mestiere, come detregista, di tutti i tuoi compagni, però to prima, è prioritaria ma credo che prima è importante capire quali con- non si possa fare tutto da soli: fondasigli speciali devi seguire e cosa dav- mentali sono gli incontri e lo scambio vero è più giusto scegliere. Occorre al- tra esseri umani. meno avere un briciolo di intuizione, Con la serie Gomorra e la fiction anche se spesso naturalmente capita I bastardi di Pizzofalcone sta di commettere degli errori. acquisendo popolarità, entrando Il pubblico, come lo percepisce in così in quella fase delicata in relazione al suo mestiere? cui l’attore viene fermato e Questa è una domanda brutale! riconosciuto per strada… Sono una persona abbastanza riSicuramente il pubblico è quello che ti sceglie, nel bene e nel male, quindi servata, ma le manifestazioni di affet-


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to fanno molto piacere. Il pubblico ti sceglie: se una persona ti ferma, ti fa un sorriso o c’è uno scambio di parole, è normale che ti si riempia il Lucia Lavia cuore. È una piccola parte del gioco e Antonio Folletto in che ti motiva a continuare la scelta Romeo e Giulietta, di essere un attore… A volte le imregia Andrea Baracco magini su internet e sui social sono

In genere diamo per scontato che l’attore sia estroverso, invece molti attori sono riservati o timidi…

Ho detto di essere riservato, non timido! Forse rischio di essere un po’ presuntuoso con queste parole, ma ho il presentimento che gli attori non siano timidi…

FOTO LUIGI ANGELUCCI

“Occorrono tante rinunce – la cosa più preziosa che abbiamo nella nostra vita è il tempo – ma è anche in questo che risiede il fascino estremo di questo mestiere: si ha bisogno delle relazioni umane e di investire sui sentimenti per condurre questo gioco meraviglioso”

un po’ impegnative: io sono contro l’autocelebrazione, anche se mi fa piacere quando vedo che gli altri agiscono per me, che mi aiutano a promuovermi… Certamente, tutto questo forse può essere piuttosto egoistico: è un discorso con cui sto facendo i conti pian piano, non so ancora bene come gestire questo lato della popolarità…

Paradossalmente, pur essendo un mestiere che lavora sull’interiorità, si confronta anche sull’esterno…

Attraverso il personaggio tu hai sempre la possibilità di mettere un filtro tra chi sei veramente e ciò che sei chiamato ad interpretare. Questo è il gioco meraviglioso in cui può calarsi l’attore e che gli consente di identificarsi in certe cose che nella vita reale, per esempio io Antonio, non potrei mai fare… Per ogni scelta fatta, dietro ad ogni conquista, credo che sia importante chiedersi sempre il perché delle cose: soltanto così si rimane fedeli al proprio pensiero.


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Tra infinite possibilità...

scelta dal teatro Lucia Lavia

IMMAGINE CLARA BIANUCCI

Quando si fa una scelta, si compie con la testa o con il cuore? La scelta è razionale o si sceglie d’istinto e di pancia?

Dipende da che scelta si fa, però io direi con il cuore. È l’intuizione, l’emotività, la tua parte più spirituale ad indicarti la scelta giusta per te… Esistono tanti tipi di scelte: c’è una scelta che riguarda il lavoro, una scelta per la sfera affettiva oppure un’altra scelta importante, per esempio, potrebbe essere quella di comprare una casa… La scelta materiale è un conto, la scelta affettiva è un altro. E questo anche se per me il teatro rientra in una sfera affettiva, è un rapporto davvero emotivo: sento, in qualche modo, che il teatro mi parla e che non mi abbandona mai. In questo momento mi permette di stare in scena ed il teatro in realtà è terribile: se sbagli, se non sei all’altezza, prima o poi ti manda via. La scelta viene vissuta come qualcosa che provoca sofferenza (scegliendo lasci inevitabilmente qualcosa…) oppure la scelta è un’opportunità?

Io sono una persona che ha molti problemi con le scelte: sono indecisa, ho paura di scegliere, e questo fin da quando ero bambina. Però compiere una scelta ti dà la possibilità di andare avanti, anche se inevitabilmente qualcosa si lascia sempre indietro. Ecco perché, come dicevo prima, bisogna seguire molto il cuore perché la vita è fatta di scelte e tutto avviene come nel film Sliding doors: arrivare tre minuti in ritardo, fare una cosa al posto di un’altra, può cambiare una vita… Scegliere è un atto che implica una responsabilità oppure è il destino, diciamo anche la fatalità, che conduce le nostre scelte?

Per me è il destino che sceglie, ma devi comunque averne rispetto… Alla fine è tutta una questione di destino: è il destino che mi dà una preziosa opportunità, quella di interpretare un ruolo. Poi sta a me cercare di lavorarci sopra, con impegno e costanza, e di farlo al massimo delle mie possibilità.


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Michele Riondino

Fuoco vivo “Il teatro - quello vero e che amo, il teatro che mi fa arrabbiare e appassionare, il teatro che a volte mi delude oppure mi illude si riassume in tutto quello che avviene in una sala prove”

In questa stagione teatrale ha portato in scena Angelicamente anarchici, uno spettacolo su Don Gallo e De André da Lei diretto ed interpretato, e il Giulio Cesare di Shakespeare con la regia del catalano Àlex Rigola…

A destra: foto di Fabio Lovino

In Angelicamente anarchici si dà voce a Don Andrea Gallo – questo prete di strada, che più che prete io amo definire partigiano – attraverso il racconto del suo quinto Vangelo, quello secondo Fabrizio De André. Con le parole di De André si ha l’opportunità di aprire tutta una serie di argomenti e di contraddizioni che vanno a costruire una drammaturgia dal sapore surreale e quasi poetico, estremamente metaforico direi. Nasce come un monologo, anche se io quando è possibile fuggo da questa forma teatrale perché ne sono molto spaventato, sia come attore e sia come spettatore. Ho quindi trasformato quel monologo in una sorta di dialogo con il mio personaggio: Don Gallo, passato a miglior vita non è finito né all’Inferno né in Paradiso, e si ritrova a

parlare con la sua ombra che ha le sembianze di un cardinale ed è il simbolo dell’istituzione ecclesiastica. In questo dialogo si ragiona su concetti profondi quali l’utopia, la tolleranza, l’importanza della diversità, insomma tutti quei temi che poi ritroviamo nella poetica di De André. C’è una canzone di Fabrizio De André a cui è particolarmente legato?

Quella a cui sono più affezionato è La guerra di Piero perché è stata la prima canzone che mi ha fatto conoscere la musica e le parole di De André… Me l’ha fatta ascoltare mia mamma quando ero molto piccolo e ricordo che in questa storia bellissima e struggente capii per la prima volta quanto il testo di una canzone potesse imporsi sulla canzone stessa. Ecco perché questa musica mi è rimasta così in testa: da questa canzone in poi De André non l’ho semplicemente ascoltato, ma l’ho proprio vissuto profondamente ed interiormente.


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E dal punto di vista dell’interpretazione, com’è avvenuta la scelta di recitare in una regia così contemporanea come quella di Àlex Rigola?

Àlex Rigola mi aveva colpito anni fa come spettatore. Quando ancora stavo in Accademia a Roma, all’Argentina vidi una sua messinscena di Santa Giovanna dei Macelli di Brecht che proponeva lo spettacolo come se fosse una performance musicale: tutto era molto rock, moderno e dinamico… Fu una boccata di ossigeno per me rispetto ad un tipo di teatro più classico: è lì che ho capito qual era la mia strada, cosa mi piaceva e cosa no… Rincontrare adesso Àlex è stato un motivo per accettare il ruo“la messinscena diventa qualcosa lo di Marcandi molto ambiguo e sviluppa tonio; il Giulio delle sensazioni contrapposte: da Cesare è uno dei un lato rappresenta il traguardo testi più perfetti di uno spettacolo – ed è anche un di Shakespeare punto di partenza perché dopo ed affronta un il percorso del processo creativo tema universale: si arriva al debutto - e dall’altro la retorica del lato può essere la morte, la fine potere volta ad di un’esperienza” inseguire il potere stesso. Lo spettatore si domanda per tutto lo spettacolo se è giusto o no che ci sia stata una congiura per uccidere Cesare, mentre Àlex ha messo noi attori di fronte ad una possibilità: quella di scegliere di modificare la storia. Recentemente ho visto una serie interessante di Stephen King e J. J Abrahams, si chiama 22/11/63 ed è la data della morte di Kennedy: si parte proprio da questo ragionamento, cioè se avessimo la possibilità di ritornare indietro e scegliere di non compiere un’azione, che cosa accadrebbe?

Nelle sue scelte – dal teatro, al cinema, alla fiction su Pietro Mennea e all’interpretazione de Il giovane Montalbano - avverte la responsabilità nei confronti del pubblico?

Questa è una bella domanda perché negli anni sono stato molto respingente a quelle che potevano essere le richieste del pubblico. Il mio atteggiamento è sempre stato rivolto all’esperienza dell’atto scenico, al cospetto del quale credo che debba uscire modificato sia lo spettatore e sia l’attore: è un procedimento interiore che va costruito insieme. Deve esserci una predisposizione per quest’esperienza diretta: è una responsabilità che con il tempo ho imparato a maturare come principale elemento del mio stare in scena, solo in questo modo sono in grado di rivivere in maniera nuova quello che è un atto ripetuto di sera in sera. La responsabilità è enorme, anche per questa ragione nutro un certo scetticismo nei confronti dello spettatore, forse perché lo vorrei molto partecipe. In scena sta succedendo qualcosa, è vita, anzi si cerca in tutti i modi di convincersi che sul palco tutto sia vero, anche se sappiamo che non lo è. Da parte dell’attore c’è tutto l’impegno affinché la storia che sta interpretando passi come una cosa reale e lo stesso tipo di impegno viene richiesto allo spettatore, altrimenti quel meccanismo – il gioco della rappresentazione – si rompe e ciò che si vede in scena appare finto. Parlando proprio della ripetitività dell’atto teatrale: un attore, sera dopo sera, come riesce a vivere la scena con emozione?

Per la mia esperienza personale il teatro - quello vero e che amo, il tea-


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tro che mi fa arrabbiare e appassionare, il teatro che a volte mi delude oppure mi illude – si riassume in tutto quello che avviene in una sala prove. La creatività intesa come atto della creazione è il vero teatro per un attore... E questo vale soprattutto per un attore come me, che ama mettere in discussione tutto. Partendo da questo presupposto, la messinscena diventa qualcosa di molto ambiguo e sviluppa

ti a trovare la concentrazione… Ma quando entri in scena tutto è annullato: le battute arrivano perché è lì che devono stare, anche quando ti perdi è l’istinto a soccorrerti. Questo procedimento diversifica il teatro dal cinema e la TV?

In teatro c’è una tridimensionalità dello stare in scena che ti mette nella condizione di avere più fronti scoper-

FOTO FILIPPO MANZINI

delle sensazioni contrapposte: da un lato rappresenta il traguardo di uno spettacolo – ed è anche un punto di partenza perché dopo il percorso del processo creativo si arriva al debutto – e dall’altro lato può essere la morte, la fine di un’esperienza. In me questa seconda possibilità di scelta, destinata ad ogni attore, è molto forte: arrivare in scena è un po’ come mettere i punti e chiudere tutto. In tournée comunque la ripetitività non deve abbatterti o annullarti. Dietro le quinte capita di ripetere una battuta per insicurezza, magari pensi a qualcosa che ti aiu-

ti e devi essere capace di gestire tutti gli spazi: capire la presenza dei colleghi che ti stanno accanto, percepire che dietro le quinte sta succedendo qualcosa e imparare a distrarre lo spettatore... Nella testa hai diversi piani di pensiero, mentre davanti ad una macchina da presa è il ciak a racchiudere tutto l’attimo della rappresentazione. La recitazione, allora, ha a che fare con la mia parte più personale, costituisce la mia intima ricerca volta alla costruzione di un personaggio. Il cinema è più analitico e psicologico perché ti mette davanti a te stesso.


La strada che non presi Due strade divergevano in un bosco giallo e mi dispiaceva non poterle percorrere entrambe ed essendo un solo viaggiatore, rimasi a lungo a guardarne una fino a che potei. Poi presi l’altra, perché era altrettanto bella, e aveva forse l’ aspetto migliore, perché era erbosa e meno consumata, sebbene il passaggio le avesse rese quasi simili. Ed entrambe quella mattina erano lì uguali, con foglie che nessun passo aveva annerito. Oh, misi da parte la prima per un altro giorno! Pur sapendo come una strada porti ad un’altra, dubitavo se mai sarei tornato indietro. Lo racconterò con un sospiro da qualche parte tra anni e anni: due strade divergevano in un bosco, e io – io presi la meno percorsa, e quello ha fatto tutta la differenza. Robert Frost


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a giudizio COn giudizio C’è scelta e scelta...


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TABÙ SENZA TOTEM Il disastro aereo delle Ande, vivere o morire

di Riccardo Ventrella

N

egli esseri viventi l’istinto di sopravvivenza è uno dei più forti: posto dinanzi all’eventualità di morire, per natura l’animale tenderà sempre alla vita, a meno che non abbia dei motivi per lasciarsi perire, come per leggenda e solo per quella fanno gli elefanti. L’uomo non sfugge a questa legge, anche quando la strada per la vita porta alla soluzione di un tremendo dilemma, all’assunzione di scelte terribili. Questa storia di scelte, molto nota ma mai abbastanza narrata, si apre un giorno di ottobre del 1972 su un piccolo aereo da trasporto passeggeri che sta portando una squadra di rugby uruguagia da Montevideo a Santiago del Cile. Il viaggio è travagliato fin dal primo momento: a causa delle condizioni meteo l’aereo è costretto a sostare per una notte in territorio argentino. Qui la prima scelta fatale: poiché il velivolo è di proprietà militare e non può sostare per più di ventiquattr’ore in Argentina, i piloti sono costretti a scegliere se andare avanti o tornare in Uruguay. Scelgono di andare avanti. Le nubi sono basse, e la quota di tangenza dell’aereo non consente un sorvolo della cordigliera della Ande: il velivolo deve infilarsi in un passo tra i picchi. La rotta è tracciata da un sistema di radio localizzazione. Per motivi che non sarà possibile mai appurare fino in fondo, il copilota in quel momento ai comandi equivoca la rotta, e al posto di puntare verso il Cile si infila nel bel mezzo della catena montuosa. Quando le nuvole si diradano, e all’interno dell’aereo ci si accorge dello sbaglio, è troppo tardi. Inutile dar potenza ai motori, il velivolo colpisce la cima della montagna con un’ala, perde la coda e poi si tuffa come un enorme slittino in un pianoro innevato, scivolando sulla fusoliera fino a fermarsi. Dodici persone delle quarantacinque a bordo muoiono nell’impatto, altre cinque nelle ore successive. È il 13 ottobre 1972. Comincia da qui la storia nella storia di uno dei sopravvissuti, Nando Parrado. Creduto morto viene lasciato all’addiaccio, con una temperatura che si spinge a trenta sotto zero. Improvvisamente si riprende, giusto in tempo per vegliare la morte della sorella, dopo che già la madre aveva perso la vita nell’impatto. Senza punti di riferimento geografici, senza un vero orientamento per chi è rimasto in vita comincia la corsa alla conservazione della vita stessa. E qui la grande, terribile scelta: esaurite le poche, banali provviste a disposizione (cioccolato, marmellate, vino) e appurato dall’ascolto faticoso di una radio a transistor che le loro ricerche erano state sospese, i sopravvissuti scelgono di restare tali attingendo all’unica fonte di cibo possibile a quattromila metri d’altezza sul finire dell’inverno, ovvero i cadaveri dei deceduti. Cannibalismo, uno dei tabù più forti della cultura occidenta-


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le. Si scartano i corpi di chi ha parenti tra i vivi, e si comincia a prelevare la carne dagli altri. Anche i più restii dopo qualche giorno mangiano. Le forze servono, perché il 29 ottobre una enorme valanga colpisce la fusoliera dell’aereo mentre tutti dormono. Altre otto persone perdono la vita. Nando Parrado rimane sepolto, viene dato per spacciato ma poi gli altri riescono a liberarlo diversi minuti dopo la caduta della valanga. Parrado, risorto per la seconda volta, si convince di essere destinato a sopravvivere, e d’ora in avanti sarà il capo carismatico di ogni tentativo di entrare in contatto col

mondo circostante. Con grande ingegno si prepara una spedizione: sono accumulati viveri, attrezzature e si ricavano persino dei sacchi a pelo per superare le rigide notti andine dal materiale isolante dell’aereo. Il 12 dicembre, due mesi dopo lo schianto, parte il viaggio decisivo. Nando Parrado e Roberto Canessa riescono faticosamente in tre giorni a risalire il pendio che la fusoliera aveva disceso, e per altri sette camminano in direzione di quella che pare una valle tra le montagne. Un’escursione che già sarebbe stata complessa con abbigliamento adatto diventa una tortura per i due. Alla fine trovano un fiume, e lo seguono mentre la neve lascia il posto all’erba. I resti di una scatoletta sono il primo vestigio di una presenza umana nella zona. Finalmente avvistano un mandriano sull’altra riva del fiume, e riescono a comunicare con lui grazie a un biglietto avvolto su un sasso. Ricevono da lui del pane, e attendono i soccorsi. Il 23 dicembre il mondo apprende, incredulo, che esistono sedici sopravvissuti al disastro aereo delle Ande. Denutriti, dimagriti anche di quaranta chili, vengono caricati su elicotteri comandati dal pilota del Presidente del Cile Allende. Con loro, arriva al mondo anche la storia del cannibalismo, e di quella scelta tremenda che per chi era sul fianco di quella montagna significava la vita, o la morte.


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il lavoratorio della bellezza Andrea Macaluso: nonno Mario, la borsa e la vita

S

uonano alla porta e Andrea Macaluso va subito ad aprire. Niente è più importante di accogliere chi condivide la sua scelta del Lavodi ratorio, di incontrare l’inaspettato, il sorprendente con il teatro, la Matteo Brighenti musica, la danza. Quella porta accompagnata verso l’interno è il suo grazie a ciascuno, e anche, forse, a se stesso. “L’aria che si respira – afferma – voglio che sia quella di un posto libero, indipendente, aperto. Mi piace aver costruito una casa ospitale, dove c’è il tempo di dedicarsi a una performance quanto di stare in cucina a bere un bicchiere di vino”. Un luogo dedicato alle arti performative dove fu la ditta di ‘borse per signora, cartelle da scuola, da legali e affini’ del nonno materno, Mario Gianassi, al numero 64/a di via Lanza, a Firenze. “Ho sognato spesso che Il Lavora“L’aria che si respira voglio che torio – ricorda Andrea Macaluso – diventasse uno spasia quella di un posto libero, zio teatrale. Un giorno in famiglia ci siamo chiesti: “che indipendente, aperto. Mi piace ne facciamo?” Io ho messo sul piatto questa strana idea: aver costruito una casa ospitale, mai mi sarei immaginato che venisse accolta con tanto dove c’è il tempo di dedicarsi entusiasmo…”. Il teatro è l’unica cosa che gli interessi a una performance quanto veramente fare, da sempre. Dopo la laurea in Letteratudi stare in cucina a bere un ra latina medievale all’Università di Firenze, Macaluso bicchiere di vino” si diploma come attore alla Scuola di Teatro di Bologna ‘Alessandra Galante Garrone’. È in tutti gli ultimi grandi allestimenti di Gabriele Lavia (“un uomo di teatro, non potrei dirlo di molti altri”) e per il Teatro della Toscana nel 2015 ha curato la lettura integrale de Il deserto dei Tartari di Buzzati alla Pergola (“un’esperienza esaltante, ci siamo messi all’opera con pieno entusiasmo, con un innamoramento totale, senza riserve”). Non ha mai conosciuto il nonno, è morto l’anno prima che nascesse. Il boom economico e del Lavoratorio l’ha incontrato su vecchi fogli ingialliti con le scritte blu, il passato felice di un’impresa fiorente, l’orgoglio di tutta la famiglia. L’alluvione del ‘66 devastò e sommerse l’attività, che in pochi anni fu costretta a chiudere. Intatte, dopo cinquant’anni, sono però rimaste l’operosità, la fatica, la curiosità, i muri che lo reggevano allora lo sostengono adesso, compresi gli ‘affini’ del vecchio claim della ditta, “una parola – interviene Andrea Macaluso – così assurdamente fuori moda. Gli ‘affini’ mi piacciono, lasciano spazio alla creatività, al misterioso, pur rimanendo nell’ambito artistico, che è il nostro campo d’azione primario”.


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Con lui lavora Elena Elia, una ex compagna di liceo che da anni si occupa con talento e competenza di comunicazione e social media. Il progetto del Lavoratorio racconta la precisa volontà di restare fedeli alla storia nell’adeguarsi alla contemporaneità e infatti la ristrutturazione è avvenuta nel rispetto delle caratteristiche originarie. “Ho cercato di tener fede all’intento iniziale – spiega – cioè tornare a far vivere questo luogo senza snaturarlo, mantenendo e al tempo stesso adeguando la sua forte identità. Ho provato a capirlo, ad ascoltarlo: è stato uno sforzo notevole, maggiore che se avessi (da sinistra) fatto un restauro radicale”. Borse ce ne sono ancora, ma sono appese alle Mario Gianassi pareti e incorniciate, e poi il parquet, le foto in bianco e nero ritrovate in e Andrea Macaluso soffitta e la sala per il teatro, la musica, la danza. Così, il 15 ottobre 2016 è iniziata la prima stagione di spettacoli, incontri, laboratori di formazione, giornate di studio e approfondimento, residenze artistiche, mostre (il programma aggiornato è su www. illavoratorio.it). Una casa non solo per gli spettatori, ma anche per gli artisti. “Al Lavoratorio – commenta Andrea Macaluso – è possibile dedicarsi alla propria creazione sapendo che è curata con attenzione per essere proposta a una piccola comunità appassionata. Il mio criterio di selezione è la qualità, svincolata da qualsiasi logica di potere economico o politico”. Come è cambiata la sua vita è presto per dirlo. La bellezza, comunque, da adesso ha un nuovo nome. “Mi rispecchio profondamente nel Lavoratorio – conclude – mi piace mettere insieme le persone che apprezzo e a cui voglio bene e condividere questa piccola bellezza con quanti più possibile”.

FOTO GRETA MERLETTI


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lezioni di volo Francesca Pennini, il corpo, lo spazio e i “10 Miniballetti”

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resa, lasciata e ripresa. Fino a diventare il suo modo di pensarsi nel mondo, inscindibile dal vedere, sentire, incontrare. La danza si è rivelata a Francesca Pennini con fatica, la scelta ricompensata dal tempo e dal talento. “Non sapevo come si chiamava, cos’era, se esisteva – confessa – mi sono sentita sempre un po’ ‘sbagliata’ in tutte le scuole. Davanti ai primi spettacoli di danza contemporanea ho capito cosa volevo. Ora che ci penso, per il CollettivO CineticO proprio le persone un po’ ‘sbagliate’ sono quelle che vanno bene”.

Originaria di Ferrara, classe 1984, Pennini ha fondato nel 2007 la pluripremiata compagnia sperimentale nell’ambito del movimento e della sua relazione con musica, video e immagine. Il grado 00 del movimento, come la farina, accennata dalle due O maiuscole del nome, l’impasto per un’arte performativa oltre il puro e semplice gesto coreografico. “Cinetica è la conformazione del gruppo, costantemente mutevole – pre“Non sapevo come si chiamava, cisa Francesca Pennini – come la volontà di cambiare e cos’era, se esisteva... passare dalla danza alla prosa, al teatro ragazzi, al nuoMi sono sentita sempre un po’ vo circo con il prossimo progetto Benvenuto Umano. Ci ‘sbagliata’ in tutte le scuole. muoviamo tra le definizioni e le identità”.

Davanti ai primi spettacoli di danza contemporanea ho capito Come coreografa del CollettivO CineticO ha firmato 37 cosa volevo” produzioni. Per anni l’ha accompagnata un quaderno

delle scuole elementari con decine di passi inventati e mai eseguiti. “I miei genitori mi hanno mandato al primo corso di danza, su mia insistenza, a tre anni – ricorda – poi l’ho abbandonato e sono passata alla ginnastica. In seguito, ho studiato al Laban Centre di Londra e lavorato nelle produzioni di Sasha Waltz & Guests. Come detto, però, ho interrotto tutti i percorsi: è la regola della mia formazione”. Tutti eccetto quello del CollettivO CineticO. La sua vena creativa è una mescolanza di provenienze, stili, suggestioni. Sono oltre 50 gli artisti che hanno collaborato con il gruppo: non avere tecniche o linguaggi predefiniti li ha costretti a mettersi continuamente in discussione. “Quel mio quaderno di bambina – prosegue Francesca Pennini – ci ha portato a riflettere sul senso della danza, sul testo scritto e sulla coreografia come scrittura. Siamo andati oltre la mera dimensione autobiografica”. Così, svanita la paura di


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essere troppo autoreferenziale, sono nati nel 2015 i 10 Miniballetti con la sua regia, coreografia e interpretazione. Dramaturg, disegno luci: Angelo Pedroni. Una coproduzione Le Vie dei Festival e Danae Festival. Il corpo viene messo alla prova prendendo in prestito i principi della termodinamica, passando dalla plasticità ginnica alla dinamica più vaporosa ed effimera. La danzatrice, in tuta rossa da atleta, va al di là di ogni umana immaginazione, oltre le leggi della natura e i legami del fisico. E la scena diventa un ideale compagno di lavoro. “Lo spazio nelle creazioni di CollettivO CineticO è pensato come un foglio da disegno – chiarisce – nei 10 Miniballetti ci siamo concentrati sul volume aereo sopra di me, quindi su come il corpo mette in movimento l’aria, e viceversa”. Dopo l’inizio frontale al pubblico per spiegare il quaderno e dopo le improvvisazioni, un drone sparpaglia delle piume che resistevano al centro del palco davanti a un ventilatore. Rotta adesso è ogni simmetria. “L’ele- Francesca Pennini mento aereo è paradigma di riflessione sui confini del controllo – commen- in 10 Miniballetti

FOTO MARCO DAVOLIO

ta Francesca Pennini – il drone modifica i bordi della “Nei 10 Miniballetti ci siamo scena e il mio movimento reagisce di conseguenza. È concentrati sul volume aereo sopra di me, quindi su come il un altro modo di combinare la danza con lo spazio”.

corpo mette in movimento l’aria,

Dall’alto cala un microfono, come negli incontri di e viceversa” boxe, che le scava dentro e ne amplifica il respiro nella dimensione intima e vulnerabile di una confessione. Alla fine, Francesca Pennini si tramuta in un uccello, di cui però non si vede il volo. “Svanisce in una possibilità – conclude – rappresenta la danza stessa, il suo mistero di interpretazione: è talmente evanescente da scomparire nel momento in cui si compie”. Il movimento, dunque, è come il numero per la scienziata che, insieme alla ballerina, voleva diventare da bambina: rende concreto l’invisibile, dandogli un corpo che puoi vedere, sentire, incontrare. (M.B.)


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La scelta di Luigi Sanremo, festival e dilemmi

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addove c’è giudizio, c’è scelta. Quando prodotti artistici sono volutamente messi a confronto tra loro per eleggere il migliore c’è sempre scelta. Non è come una gara di corsa, dove sono muscoli e polmoni a metterti avanti: i fattori sono molteplici, e quasi tutti soggettivi. Come nel giudizio di Paride, le conseguenze possono essere cagione di sventure. Lo furono, forse, in quel gennaio ormai calante del 1967 quando Luigi Tenco siglò con una pistolettata la busta del giudizio con le quali le giurie del Festival lo avevano eliminato. Ora, è abbastanza improbabile che Tenco si sia ucciso per protestare contro Orietta Berti, Gianni Pettenati e i loro motivetti. Con ogni probabilità, cedette allo stress del momento, o chissà quale altro arcano. Oltre che per la perdita di una vita giovane, quel colpo di pistola rimane celebre per essersi depositato come frutto di una scelta sopra l’esito di altre scelte, quelle che dal 1951 (e ancora oggi) decretano che c’è una canzone migliore di altre tra quelle cantate in una ridente città della Riviera. Scelse apparentemente Luigi Tenco di astrarsi da quel mondo nel quale forse si riconosceva poco: la verità sulle motivazioni, purtroppo o per fortuna, non la sapremo mai. Quello scorcio d’Italia ormai fuori dalla ricchezza del miracolo economico e ancora non “Sull’arte canora c’è un che dentro a un Sessantotto lungo da venire e troppo breve di drammatico, anche se da dimenticare, non gli corrispondeva più. Fosse stato di quasi mai definitivo, che rende solo per l’eliminazione o il declassamento cosa avrebbe ogni proclamazione di verdetto dovuto fare Toto Cutugno, solo una volta vincitore e insanremese un momento di pura finitamente piazzato? Il reuccio Claudio Villa nel 1982, sospensione, l’attesa sentendosi detronizzato, si rivolse addirittura all’autodella caduta di una lama” rità costituita per interrompere il Festival dichiarandolo illegittimo. Ci volle un compromesso per farlo desistere. Altri, pur scelti, hanno imboccato la strada dell’oblio. Si ricorda qualcuno di Mino Vergnaghi, robusto vincitore in salopette di jeans dell’edizione 1979, travolto dal fallimento della sua casa discografica e in seguito approdato a un qualche successo solo come autore? O di Tiziana Rivale, bionda e sorprendente trionfatrice del 1983, che quasi in ossequio al titolo della sua canzone Sarà quel che sarà sparì in un “che sarà” fatto di oscuri brani di musica dance? O Rosangela Scalabrino, in arte Gilda, la ragazza del Sud nata a Masserano in provincia di Biella, trionfatrice nel 1975 e oggi impegnata nella gestione di un albergo? O i mitici Jalisse del 1997, gli scomparsi per eccellenza. Chi non fu scelto a volte salì in direzione contraria la china della fama, da Vasco Rossi a Zucchero. L’immensità non ha vinto il Festival, ma è considerata una delle più grandi canzoni della musica leggera italiana. Nel giudizio


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sull’arte canora c’è un che di drammatico, anche se di quasi mai definitivo, che rende ogni proclamazione di verdetto sanremese un momento di pura sospensione, l’attesa della caduta di una lama. Non è detto che una testa tagliata sia peggiore di quella che rimane attaccata al collo. Il successo va ben oltre la semplice scelta di una giuria. Eppure quello è una sorta di momento supremo, che deve avere avuto il suo effetto anche su una mente non facilmente influenzabile dai riti di massa come quella di Luigi Tenco. La sua scelta fu quella di fermarsi, di scendere per un momento dal carrozzone. Un momento poi divenuto eterno, e senza tempo. La scelta di morire congela un artista nel momento della sua volontaria scomparsa. Sarà per l’effetto-Riviera, ma pur essendo drammaticamente reale e supportata anche da un corpo

identificato, la vicenda di Tenco assomiglia molto a quella di Mattia Pascal, alla scelta di perdere volontariamente l’identità ancor prima della vita. Non è morto, ma si è assentato. Forse ancora vive lì vicino, lungo la Riviera ligure dove i pomeriggi fuori stagione sono lunghi e malinconici. Non fosse che lo si è visto morto, lungo e disteso in una camera d’albergo, indubbiamente sparato, si potrebbe pensare alla sua come a una scelta di astensione dagli obblighi che l’esistenza gli aveva cucito addosso. Da allora molte altre scelte si sono susseguite, nessuna drammatica come quella di Luigi che, tra l’altro, non ha testimonianze filmate perché le riprese televisive dell’ultima sua esibizione sono andate perdute in un incendio. Rimane qualche foto che lo vede impegnato e vagamente allucinato, alle soglie di una scelta dalla quale (forse) non poté più tornare indietro. (R.V.)


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Il 2017 del Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards

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all’inizio del percorso di Teatro Nazionale, nel febbraio 2015, il Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards è entrato a pieno titolo nel novero delle attività che fanno riferimento alla Fondazione Teatro della Toscana, che da subito ne ha compreso l’immenso valore e la particolare consonanza con altre esperienze della Fondazione, in primis quelle derivanti dall’applicazione del Metodo Costa. Il Workcenter è divenuto, quindi, il cardine delle attività internazionali del Teatro della Toscana, in uno stretto e mutuo rapporto di scambi e iniziative culminato nella prima partecipazione del Workcenter al Fringe Festival di Edimburgo l’estate scorsa.

Il 2017 sarà un anno molto intenso per il Workcenter. Ad aprile quattro workshop di approfondimento su aspetti specifici del lavoro svolto dal Workcenter (come quello sui canti tradizionali) toccheranno le città di Varsavia, Vienna, Parigi e Roma. Tra fine aprile e inizio maggio il Workcenter sarà per la prima volta al MITEM Festival di Budapest con due date dell’ultima creazione The Underground: a Response to Dostoevsky e una conferenza dal titolo Thirty Years of the Workcenter: a Retrospective in cui il direttore artistico del Workcenter dialogherà col pubblico, ripercorrendo i trent’anni di storia del Workcenter. Sempre a maggio sono in programma: a Lublino, in Polonia, due date del ‘cult’ The Living Room e un incontro sugli attuali sviluppi della ricerca del Workcenter; a Rennes, in Francia, un workshop al Théâtre Nationale de Bretagne; a Perm, in Russia, la presentazione di propri lavori al Diaghilev Festival; sull’Isola di Samos, in Grecia, con i giovani del campo profughi e i ragazzi originari dell’isola, per creare insieme a loro uno spettacolo sul tema dell’esilio, dell’allontanamento forzato dal proprio Paese e dalla propria casa: l’esperienza verrà documentata da un’equipe polacca, che realizzerà un documentario. Il Workcenter tornerà a New York a giugno-luglio, settembre-ottobre, ottobre-novembre, per continuare il suo lavoro con le comunità del Bronx e arrivare a una creazione che coinvolga i senzatetto che fanno parte dei programmi di inclusione sociale presenti nell’area del Mid-Bronx, gli ex detenuti in collaborazione con Stella Adler Studio, la popolazione anziana del Mid-Bronx Senior Citizen Center. Da luglio, inoltre, gli impegni spazieranno dalla Cina, a Hong Kong e a Shangai, al Brasile, alla Turchia. (R.V.)


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Tra infinite possibilità...

rischio di scelta Edoardo Sylos Labini

Quando si fa una scelta, si compie con la testa o con il cuore? La scelta è razionale o si sceglie d’istinto e di pancia?

Oggi, in questa Italia che non ha più coraggio, dovrebbe contare più il cuore. Io ho sempre fatto scelte coraggiose e molto difficili, spesso controcorrente. La mia è una gavetta continua, ma di questo sono fiero perché ho scelto di proporre una linea artistica in cui credo: il mio desiderio è di interpretare certi personaggi per raccontare la storia d’Italia da angolature diverse… La carriera di un attore spesso cerchi di indirizzarla, ma altre volte ti capitano delle occasioni e ti offrono di fare cose anche molto diverse da quello che sei: ci sono attori che ad un certo punto cominciano a fare la TV, altri che fanno il cinema oppure solo il teatro… Non esiste più un percorso in questo mestiere, proprio perché viviamo in un Paese che ha bisogno di ristrutturarsi partendo dalla cultura. Mancano lo studio e la cultura, infatti le carriere degli attori sono un punto interrogativo, una continua incognita… Se sei un artista, l’importante è perseguire un percorso: questa è la scelta più importante ed anche la più difficile. La scelta viene vissuta come qualcosa che provoca sofferenza (scegliendo lasci inevitabilmente qualcosa…) oppure la scelta è un’opportunità?

IMMAGINE CLARA BIANUCCI

Tutte e due, anche perché quando fai una scelta alla fine un po’ ti penti, soprattutto quando sei più giovane… Oggi io in genere, quando mi trovo a decidere, penso di fare la scelta giusta e non mi guardo mai indietro. E se la scelta fatta mi porta ad un percorso più difficile, significa che dovevo intraprenderlo: non credo che le scelte siano casuali, bisogna però osare e rischiare senza voltarsi indietro. Scegliere è un atto che implica una responsabilità oppure è il destino, diciamo anche la fatalità, che conduce le nostre scelte?

Il destino lo dobbiamo indirizzare noi, però ci sono incontri che ti cambiano la vita. Ti chiedi allora: “Perché ho conosciuto questa persona? Perché ho cominciato a fare questo lavoro?” Secondo me il destino ci pone davanti alle cose, ci dà dei segnali, poi sta a noi raccoglierli.


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S PEC I A L E M E S T I E R I D ’A R T E

Roberto Andò

Quando pensa ad una regia, qual è l’aspetto da cui parte?

Per quanto riguarda il teatro io sono tra coloro che ritengono si debbano fare dei testi contemporanei, è un nostro dovere proporli, anche se in Italia è difficile. In generale mi piacciono quei testi che “Fare un film è come creare un universo di cui tu sei mantengono il mistero e non rivedel tutto responsabile, in cui il regista mantiene un lano subito l’identità dei personagsuo posto tra immaginazione e realtà: si crea un gi, dove prevale il non detto e dove mondo, ma l’invenzione deve corrispondere sempre dietro ai dialoghi si possono immaai dati della realtà sociale e politica” ginare mille cose… In particolare il testo di Edoardo Erba Locandiera B&B che mettiamo in scena mi è piaciuto molto perché ha una sua leggerezza, caratteristica importante per riuscire a trattare materie profonde restando però sempre in superficie e arrivando così in ma-

LA FEBBRE DEL CINEMA


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niera più diretta al pubblico. È vero che l’attenzione allo spazio è per me fondamentale: di solito è da lì che parto per l’ideazione di una regia. Forse perché il mio avvicinamento al teatro nasce da un momento in cui era forte la contestazione e questa sensazione mi è rimasta sempre addosso, nel senso che ho bisogno di mettere delle basi. Kantor diceva una cosa molto bella: “Per recitare in teatro prima bisogna trovare il luogo della vita”, e in un certo senso io sono fedele a questa premessa. E invece come avviene la scelta di un progetto cinematografico?

I progetti cinematografici nascono veramente da me: i miei film sono stati scritti dallo sceneggiatore, ma sostanzialmente viene sviluppata l’idea che io ho coltivato a lungo. A teatro accade che gli attori portino avanti lo spettacolo e magari finiscano per impadronirsene: inevitabilmente uno spettacolo non assomiglia mai a se stesso, sera dopo sera è sempre diverso, mentre in un film il controllo del regista è maggiore. Il film rimane immutabile, frutto di un’elaborazione collettiva: il regista ha la responsabilità maggiore di quello che si fa, ma è condivisa con le altre competenze tecniche e artistiche. In genere a teatro hai a che fare con un testo di cui diventi interprete, in qualche modo devi affidarti all’interpretazione di un’opera che esiste al di fuori di te, a prescindere dalle tue idee. A volte mi è capitato di avere delle occasioni teatrali in cui ho costruito tutto e quello è stato un tipo di lavoro più vicino a quello che faccio al cinema… Fare un film è come creare un universo di cui tu sei del

tutto responsabile, in cui il regista mantiene un suo posto tra immaginazione e realtà: si crea un mondo, ma l’invenzione deve corrispondere sempre ai dati della realtà sociale e politica. Lei ha sempre alternato cinema e teatro…

Di solito si va per esclusione, mentre io ho sempre incluso le curiosità e gli interessi che ho coltivato parallelamente alla passione per il cinema. Giovanissimo mi sono avvicinato al teatro e in seguito ho trovato che fosse un privilegio poter alternare la regia teatrale con la regia cinematografica, con l’opera e la scrittura. In Italia il teatro è distante dal cinema quanto non lo è in altri Paesi, dove gli attori passano di continuo dal teatro al cinema. Da noi è meno consueto, anche se forse negli ultimi anni questo processo ha conosciuto un incremento perché gli attori hanno capito l’importanza del teatro e lo considerano un arricchimento. Sono due codici totalmente diversi ed è molto bello avere l’opportunità di passare dall’uno all’altro… Sono anche due modi di vita differenti. Il cinema è un’avventura che dura degli anni perché dal momento in cui scrivi un film, fino ad arrivare sul set e poi vedere la tua opera che esce sugli schermi, passa davvero molto tempo: tutto ciò implica di avere un allenamento, una resistenza e una tenacia costanti. Il teatro si esprime in uno spazio chiuso con pochi attori e il lavoro spesso consiste nel trovare il senso più nascosto di una frase, di ogni singola battuta… Le due dimensioni sono diverse, però altrettanto appassionanti.


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Che cos’è per Lei il pubblico? Quando dirige pensa mai ai suoi potenziali spettatori?

Per me il pubblico è una drammaturgia. E questo è cambiato durante il mio percorso, all’inizio ci Roberto Andò pensavo di meno… Mi ha illuminae Toni Servillo sul set del to molto una riflessione di Bertolucfilm Viva la libertà, ci sul pubblico che si chiedeva: “Se regia Roberto Andò io non desidero il pubblico, perché

“Gli attori portano avanti uno spettacolo e magari finiscono per impadronirsene. Il teatro è un luogo di resistenza, di passione e di interesse verso l’uomo”

il pubblico dovrebbe desiderare me?”, e da quel momento, iniziando a considerare il pubblico, il suo cinema è cambiato. La questione è che ne tieni conto perché desideri che il tuo lavoro abbia un senso per un numero ampio di persone e ciò definisce anche quello che si intende come drammaturgia,

costruita proprio in relazione con il pubblico. In questo momento sono anche influenzato dalla regia fatta sulla pièce Minetti. Ritratto di un artista da vecchio di Thomas Bernhard interpretata da Roberto Herlitzka, in cui il protagonista dice che è necessario andare contro il pubblico, che bisogna terrificarlo… Queste parole ci mettono sull’avviso: la

relazione che si instaura con il pubblico è sempre ambigua, non è mai uno scambio di pura e semplice corrispondenza. Il pubblico è costituito da una pluralità di individui che a volte si accendono tutti insieme: se questo avviene in quel momento si crea la felicità, è una comunità che si riunisce in questo qui e ora di cui il teatro è messaggero. Il teatro è un luogo di resistenza, di passione e di interesse verso l’uomo.


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realtà di oggi. È come se mi si fosse rivelato un modo immaginifico per leggere il mondo che ci circonda, un Il concetto di pubblico cinemato- meccanismo nato come conseguenza grafico è totalmente cambiato. Oggi di un’insoddisfazione personale nei la sala non è più l’unico canale per la confronti della realtà. distribuzione di un film che anzi vive più vite, per la maggior parte diffuse in Rete. La sala è una scelta, una delle possibili scelte, ma ce ne sono tantissime altre di cui la principale è la fruizione a casa. All’estero si stanno sintonizzando meglio di noi su questo discorso, ma presto si finirà anche nel nostro Paese a prendere atto della situazione. Qual è la responsabilità che si instaura verso il pubblico cinematografico?

La parte più affascinante del mestiere di regista è forse quella di riuscire a dare corpo a una storia e a metterla in scena… È cambiato nel corso del tempo il suo primo approccio verso una storia da raccontare?

Se si guarda alla traiettoria del mio lavoro dagli esordi fino ad oggi, si possono riconoscere delle costanti ma penso che con il tempo ci sia stata una modificazione profonda che io definisco come ‘scoperta della leggerezza’. C’è stato un grande cambiamento proprio nel modo di organizzare una storia. Quando prima parlavo di un ponte tra immaginazione e realtà, mi riferivo proprio a questa possibilità di dare risonanza a degli aspetti della realtà in una dimensione che appartiene al fantastico. Per esempio, non esistono realmente due gemelli che sono diventati segretari di un partito come avviene in Viva la libertà, così come non è mai arrivato davvero il monaco al G8 che vediamo ne Le confessioni, ma è proprio questo stravolgimento apparente che crea uno sguardo utile a dare una lettura della

FOTO FILIPPO MANZINI

Qual è il suo primo ricordo legato alla regia?

Un dialogo con Fellini, ai tempi in cui facevo il suo assistente il primo giorno di riprese. Federico mi disse: “Vedi, questa è la febbre del cinema”, indicandomi il set che all’inizio è sempre frenetico e febbricitante. Anni dopo, il primo giorno delle riprese del mio primo film avevo l’herpes, mi sono ricordato di quelle parole e della “febbre del cinema”…


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D I E T R O L E Q U I N T E

Massimo Cantini Parrini

Come ha iniziato a fare il costumista?

Ho iniziato con lo studio e la passione. Passione che a 13 anni mi ha fatto scoprire vecchi abiti di famiglia, ricordi rimasti dimenticati, ricordi legati ad emozioni, ad un mondo che non esisteva più. In verità nasco come storico del costume e da sempre sono appassionato di “Un vestito racconta di pittura, d’architettura, quello che un abito ricco o povero di scultura, del momento in cui è stato pensato che sia può comunicare, e può coe cucito, del gusto di un’epoca che gli rimane municare moltissimo, non solo la attaccata addosso per sempre” personalità di chi lo ha indossato ma lo strato sociale in cui la persona ha vissuto. L’abito è “l’impronta digitale” di un epoca. Un vestito racconta di pittura, d’architettura, di scultura, del momento in cui è stato pensato e cucito, del gusto di

fiducia e creatività


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un’epoca che gli rimane attaccata addosso per sempre. Questo mi ha portato a voler ricreare il passato attraverso il cinema, permettendomi di ricreare un mondo che non c’è più o d’inventarne uno che non esiste. Solo con lo studio e una passione smodata per il passato si può far bene il costumista. È Lei che ha scelto questo mestiere o, in qualche modo, ne è stato scelto?

Ho scelto io. Non è un tipo di mestiere che decidi di fare perché non sai che studi intraprendere o perché ti è andato male un altro lavoro. Non ci s’inventa costumisti, è un lavoro che ha bisogno di anni di studio e dedizione, anni di apprendistato. Solo dopo un anno di volontariato e 8-10 anni di assistentato a buon livello, si può decidere di intraprendere la carriera. Quali sono gli aspetti positivi e negativi del suo mestiere?

Ci sono molti aspetti positivi e negativi, come in ogni mestiere. Posso citare il “più positivo” e il “più negativo” per quanto mi riguarda. L’aspetto positivo è che giriamo il mondo, scoprendo posti che da turista non mi sarei mai sognato di vedere, il negativo è il tempo, non riesco mai ad avere tempo a sufficienza per pensare e riuscire a realizzare tutto quello che vorrei, nel modo che vorrei. Ha lavorato nel cinema o anche nel teatro? Quali sono le differenze, da questo punto di vista, che riguardano il costume?

sono essere molte, ma oggi cinema e teatro si sono molto avvicinati. Il teatro ti permette una creatività maggiore, puoi stravolgere di più il costume e in modo diverso, ne puoi fare una lettura differente, diciamo che dal teatro ci si aspetta meno realismo, anche perché molti testi lo permettono, cosa che le sceneggiature non sempre consentono narrando spesso di vita “reale”, passata o presente che sia. Sono maniaco della perfezione e purtroppo anche in teatro. Ormai con la ripresa televisiva non ti puoi permettere “errori”. Le distanze si sono accor- “Credo che la fiducia sia alla ciate con la tec- base del rapporto costumistanologia, quindi attore, non esistendo per me tutto quello che costumi belli o brutti ma solo un tempo da costumi giusti o sbagliati, l’attore lontano poteva attraverso il costume deve funzionare oggi cambiare pelle. L’abito in questo diventa un di- caso fa il monaco” fetto visto da vicino. Mi sento comunque più libero di “sbagliare”, soprattutto nell’opera lirica dove sono ricercate sempre di più l’invenzione e la modernità. Come si sceglie il giusto costume riferito ad un determinato attore?

Non esiste un giusto costume per l’attore. Esiste solo il giusto costume per il personaggio che l’attore andrà ad interpretare. In primis vesto un personaggio, tenendo conto di pregi e difetti dell’attore che spesso vanno esaltati in modo che il personaggio sia ancora più credibile. Quale particolare rapporto/ scambio creativo e psicologico lega un costumista ad un attore?

A sinistra: Ho lavorato sia per il cinema, Come in tutti i lavori ti devi fida- particolare della sia per il teatro. Le differenze pos- re della persona che interagirà con Sartoria Tirelli


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Costume in raso rosso disegnato da Massimo Cantini Parrini e realizzato dalla Sartoria Tirelli nel 2014

te. Credo fermamente che la fiducia sia alla base di quel particolare rapporto costumista-attore, non esistendo per me semplicemente dei costumi belli o brutti ma solo costumi giusti o sbagliati, l’attore attraverso il costume deve cambiare pelle. L’abito in questo caso fa il monaco.

personaggio che andrà ad interpretare sarà vestito da me, quindi devo tener conto di molti aspetti. Il più importante è il corpo, che deve essere esaltato al massimo o stravolto se la storia lo richiede. Per film in costume si fanno molte prove dell’abito prima delle riprese, deve essere tutto perfetto. Il mio lavoro si costruisce sempre in prova costume. Per quanto mi riguarda cambio idea in continuazione, non mi accontento mai, sono un perfezionista, tutto deve tornare e avere un senso, non solo estetico, ma anche pratico e deve vincere l’idea che ho avuto, l’idea diventa il filo conduttore. È l’idea che inconsapevolmente arriva al pubblico, sempre. Il costumista segue sempre i dettami del regista?

Il nostro è un grande lavoro di collaborazione, sono scambi d’idee e punti di vista continui, la visione del regista è importantissima, devo entrare nel suo mondo, sono un tramite tra la sua mente e la realtà. Anche in questo caso la fiducia è importantissima. È meraviglioso quando incontro registi con una spiccata cultura visiva e che non hanno paura del “costume”, che mi lasciano libero, che credono in me, che si fanno sorprendere.

L’idea per un costume è cambiata conoscendo meglio l’attore a cui era destinata?

Quali sono i registi con cui ha collaborato e ancora collabora e cosa l’ha colpita nel vederli agire nel loro mestiere?

Un ricordo speciale è il rapporto che ho avuto con Ettore Scola nel Non si può parlare di conoscen- film Che strano chiamarsi Federico, za nel mio caso, ma solo di fisicità. è stato un viaggio che non avrei mai Il rapporto tra costumista e attore voluto finire. Quando sono stato inizia ben prima delle riprese. Il scelto per il film non potevo creder-


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ci. Ho toccato con mano un cinema che non esiste più. Ho un rapporto speciale anche con Matteo Garrone, il suo mondo è talmente diverso dal panorama cinematografico italiano che ogni volta che affronto un lavoro con lui sono catapultato in un mondo che difficilmente mi sarebbe permesso di rappresentare.

to, non esiste il montaggio, in teatro la bravura di un attore è lo spettacolo stesso. Un suo ricordo, un’emozione, che più si porta dietro di questa sua avventura lavorativa?

I ricordi sono innumerevoli ma sicuramente rispondo: la prima

Massimo Cantini Parrini, Matteo Garrone e Salma Hayek sul set del film Il racconto dei racconti, regia Matteo Garrone

volta che sono “In primis vesto un personaggio, entrato in una tenendo conto di pregi e sartoria cine- difetti dell’attore che spesso matografica. La vanno esaltati in modo che il Il cinema è un mezzo che ti fa prima volta che personaggio sia ancora più entrare nelle vite degli altri, capire ho messo pie- credibile” gioie e dolori della propria. È cul- de su un set. La tura e conoscenza allo stato puro. È prima volta che ho visto realizzato sogno. Il teatro è un’emozione viva, un abito interamente pensato da me. che si consuma in poche ore, non Il sogno si è avverato e l’avventura puoi tornare indietro o fermare tut- continua. Se dovesse dare una sua definizione di cinema, cosa direbbe? E anche il teatro, se dovesse dire, che cos’è per Lei?


Nella giusta direzione

Testa a destra testa a sinistra; bocca, collo, spalle rilassati; sguardo sereno. Un lungo respiro, trattenuto, rilasciato. Tutto è silenzio. In ascolto. Tutto è possibile. I punti si incontrano, le parole sono dette, il cuore aperto. Adesso si può andare; Adesso si può sbagliare.

A.


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la maledizione di kubrick

di Tobia Pescia

S

cegliere, in latino exeligere, cioè cogliere, strappare tra (molti). La scelta è senza dubbio il vero straziante dolore dell’artista. Una costrizione a cui esso si sottopone suo malgrado. Una libera scelta obbligata. Esattamente come nel teatro eschileo l’unico barlume di libero arbitrio dell’eroe è quello di scegliere responsabilmente di sottoporsi al proprio destino. Questo dissidio è tanto più forte e sentito quanto più l’artista cerchi di mettere ordine nelle sue idee. È questo dissidio interiore che crea quella tensione con cui le vere opere d’arte colpiscono chi le guarda. Pensate ad un’inquadratura di Kubrick, alla sua maniacale perfezione simmetrica. Quella simmetria non suggerisce pace ma una battaglia interiore a cui Kubrick si è sottoposto per estrarre come dal magma l’idea finale. Nell’atto creativo si sceglie continuamente: cosa tenere e cosa lasciare, cosa complicare e cosa semplificare. Una tensione continua tra vuoto e pieno. La simmetria per un genio come Kubrick doveva essere senza dubbio una maledizione. Come l’eroe tragico che con un atto di scelta si assoggetta di buon grado all’ineluttabile destino così Kubrick finisce per cedere, di scelta in scelta, all’ineluttabile destino della simmetria. Per un fotografo la scelta è ancora più lacerante. Oltre alla casualità dello scatto, intervengono anche i capricci del soggetto. Nelle foto è compressa ed in equilibrio tutta la potenza del caso/destino con la tensione viva della scelta/libero arbitrio. Un attimo, un batter di ciglia e non sarebbe più.


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Serena Dandini

Passione clandestina “Al di là dei bavagli, che nel corso della mia carriera ho avuto, è sempre difficile aderire a certe regole che ti vengono imposte: il rischio è di andare contro a quella che è la propria natura, di tradire se stessi...”

Avremo sempre Parigi* è il titolo del suo libro: non un saggio o un romanzo, ma una dichiarazione d’amore nei confronti di una città. Perché ha scelto Parigi?

Ho scelto Parigi perché è Parigi che ha scelto me! È un amore folle, che io ho sempre coltivato… Poteva rimanere una cosa soltanto tra me e questa città, ma come tutte le grandi passioni clandestine se non le racconti a qualcuno non c’è soddisfazione: quando vivi un amore nascosto, alla fine almeno ad un’amica ad un certo punto devi dirlo e allo stesso modo io ho condiviso il mio amore con il pubblico. Non è una guida che si mette in valigia, è un libro che rispecchia il mio modo di vedere le cose: alto e basso sono due registri che nella vita si mescolano, quindi ci si può alzare la mattina un po’ scemi ma alle 11 già si dice qualcosa di intellettuale

o si legge un libro di Eco, all’ora di pranzo magari si ritorna stupidi con gli amici… È il bioritmo della nostra esistenza e questo libro, in qualche modo, lo rappresenta. Un bistrot, un bancone davanti a cui si sta in piedi o seduti su un alto sgabello… È questa la vera immagine di Parigi?

Il bistrot è una filosofia di vita, in realtà: stare seduti a un bancone su uno sgabellone dominando un po’ il mondo, con quella sensazione di confidenza con il cameriere e guardando quello che avviene in cucina, sentendoti quindi parte della macchina del bistrot, ti fa sentire cittadino anche in una terra straniera. Il bistrot è una specie di camera di decompressione tra la casa e la strada, una zona franca dove la mattina puoi mostrarti rincoglionito dal sonno e prendere il caf-

*Avremo sempre Parigi. Passeggiate sentimentali in disordine alfabetico, Rizzoli 2016


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fè: ancora non hai proprio connesso bene ciò che quel giorno dovrai fare e occorre dunque il passaggio in questo luogo intimo e al tempo stesso di rapporto con gli altri, di incontro con le diversità. Nei bistrot sopravvive il desiderio di conoscere altre storie, altre facce, altri mondi… Forse è anche per

IMMAGINE CLARA BIANUCCI

libro cartaceo in un’era internettiana, abbia rappresentato con forza un’idea di salvezza e di riscatto. I parigini stessi non vogliono che certi valori fortissimi vengano persi: la libertà di amare, la libertà di potersi mischiare con gli altri, nonostante tutto l’orrore che ci circonda. Certamente la libertà è messa a dura prova, come in tutto il mondo, ma quando arriviamo a Parigi sentiamo che è una città dove in nome della libertà dei re sono stati decapitati, in cui sono state inventate le barricate, e che quando ancora oggi organizza delle manifestazioni lo fa in un certo modo. Una città dove si fanno delle flânerie ovvero in cui è possibile passeggiare senza meta e senza un vero scopo, non sapendo cosa stai cercando ma intuendo che troverai qualcosa lungo il tuo camminare. È una predisposizione d’animo libera e aperta alla curiosità, che in questi tempi costituisce una necessità urgente, qualcosa da non perdere. Storicamente questa filosofia di vita è stata molto importante: Baudelaire, per esempio, non riusciva a scrivere seduto a casa, era un flâneur perché diceva che i versi li trovava incastonati nelle pietre delle vie di Parigi… E anche per le donne il concetto di perdersi in una città e lasciarsi andare è qualcosa di rivoluzionario: la libertà delle donne di passeggiare come gli uomini è una questo motivo che l’attacco terrorista conquista recente, in passato dovevaai bistrot di Parigi – quello che loro no stare in convento o con il marito. chiamano terrasse, la parte esteriore In un bellissimo racconto Virginia dei bar – è risultato così odioso: si Woolf rivendica il piacere di passegtratta di luoghi fortemente simbolici. giare per le strade di Londra senza Festa mobile di Ernest Hemingway è meta: “inventatevi uno scopo, come andato esaurito nelle librerie in poco comprare una matita, e buttatevi in tempo dopo quei fatti terribili perché una grande metropoli…” Nel mio liè un libro che consacra la gioia di vi- bro racconto la storia di una donna vere della città: è commovente pensa- che amava dipingere - e già questo era re che un testo di sessant’anni fa, un difficile perché le Accademie erano


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precluse alle donne che al massimo si dedicavano al ricamo dentro alle mura di casa – soprattutto animali: buoi oppure cavalli, quindi lei doveva andare nei mattatoi per trovare i soggetti dei suoi quadri. Era una cosa folle perché doveva vestirsi da uomo per poter attraversare le strade di Parigi

il rischio è di andare contro a quella che è la propria natura, di tradire se stessi… Credo di riuscire solo in un certo tipo di trasmissioni, è quello che so fare, non sono in grado di pensare ad altro. Se nel futuro si creasse ancora una situazione di libertà e di follia, come è stato per i FOTO ZOE GUERRINI

programmi che “Parigi è una città dove si fanno ho condotto nel delle flânerie ovvero in cui è passato, perché possibile passeggiare senza no? Sto facendo meta e senza un vero scopo, non in questo perio- sapendo cosa stai cercando ma do un piccolo intuendo che troverai qualcosa reading teatrale lungo il tuo camminare” sperimentale – È difficile oggi pensare ad un mi piace la sperimentazione! – e ho programma di satira? incontrato i direttori di tanti piccoli Al di là dei bavagli, che nel corso teatri che portano avanti con fatica della mia carriera ho avuto, è sem- le programmazioni contro tutto e pre difficile aderire a certe regole contro tutti… Ecco, forse il teatro è che ti vengono imposte quando af- uno dei pochi luoghi rimasti ancora fronti l’ideazione di un programma: liberi.

e, siccome all’epoca era proibito alle donne camuffarsi così, aveva uno speciale permesso della prefettura. Oggi è facile dire: “Mi perdo bighellonando in una grande città”, in realtà è una grande conquista per una donna essere una flâneuse…


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S P E C I A L E S C R I T T U R A

Paola Mastrocola

Come si sceglie la giusta storia da raccontare?

Ecco, proprio qui sta il punto: non tutte le storie sono giuste. A volte affiora una storia che sembra buona, ma non è giusta. Magari funziona, è ben congegnata e potrebbe anche destare un grande interesse. Ma sentiamo che è finta, posticcia: non risuona, non combacia. La sto“La storia giusta a un certo punto cresce, ria giusta deve risuonare nell’anima, e ci occupa. Prende spazio. Fino a un momento in e deve combaciare perfettamente cui esiste solo lei dentro di noi, e chiede di uscire, con noi, con il nostro “sentimento” di essere detta” del momento, voglio dire con quel che “sentiamo”. In altri termini, deve rispondere a una vera urgenza: dev’essere qualcosa che ci urge dire. Poco spazio all’astuzia, dunque, per me. E poco spazio all’artificio fine a se stesso.

quando soffia il vento


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un certo punto capiamo che siamo inclinati a fare solo questo: scrivere, e che se non lo facciamo moriremo o saremo per sempre infelici. Io ho coLa storia giusta a un certo punto minciato a nove anni, ed era semplicresce, e ci occupa. Prende spazio. cemente la cosa che avevo voglia di Fino a un momento in cui esiste solo fare, più di ogni altra al mondo. Anlei dentro di noi, e chiede di uscire, cora oggi mi sento bene solo quando di essere detta. Allora comincia una scrivo, anche solo appunti, o una letscrittura a sprazzi: ogni tanto nasce tera, o pensieri alla rinfusa: sento di un pezzo, a caso, senza seguire un essere a casa, se scrivo, in un pianeta filo logico o temporale. Poi si deli- finalmente non straniero. nea una specie di schema: cosa dire Com’è la sua giornata-tipo di prima, cosa poi. E intanto arrivano scrittrice? i personaggi, prendono corpo, coFunziono bene al mattino, direi minciano a parlare nella nostra testa, e noi li seguiamo, li ascoltiamo, dalle otto alle due. E funziono solo prendiamo appunti, registriamo un se vado a scrivere in biblioteca, in dialogo, un pensiero. A un certo centro a Torino. Se resto a casa non punto mettiamo assieme i pezzi, e il mi parte il cervello e non scrivo un puzzle si compone. Da quel momen- rigo. Ho bisogno di uscire, prendere to in poi scriviamo la storia, e se ci l’auto, posteggiare, farmi mezzoretva bene la scriviamo di filato, senza ta a piedi e poi entrare in quel teminterruzioni. Ma è tutto meno chia- pio che è una biblioteca, sedermi tra ro di così, più sfumato, imprendibi- gli altri, assaporare quel silenzio fatle: il processo della scrittura è qual- to di menti che ruminano. Sei ore di cosa di un po’ magico, che ha molto lavoro dove nessuno mi trova, dove a che fare con l’inconscio. C’è biso- non esisto se non per le parole che gno, per scrivere, di una specie di scrivo. Poi esco, finito. La giornata stato di grazia, una quiete interiore, si piega ad altro, faccio cose, vedo uno stadio zero della vita, dove tutto gente… E la sera è un lento fluire nel si annulla e raggiunge una stasi, una nulla… neutralità, in cui il mondo intorno Proprio dal punto di vista della si spegne e si accende una luce solo scrittura, della stesura sulla sulla scrittura. Gli antichi parlavano pagina scritta dell’ispirazione, di ispirazione: una voce che come qual è la cosa più difficile da un vento soffia all’orecchio. realizzare: il romanzo, la poesia, il saggio, etc.? È Lei che ha scelto di diventare Il romanzo è una costruzione. scrittrice o, in qualche modo, si può dire che sia stata scelta? Non basta scrivere quel che passa Non ho scelto, e non credo si per la testa, bisogna edificare. Metpossa scegliere di diventare scrittori. tere le fondamenta, tirare su muri, Credo sia una specie di inclinazione, aprire finestre. Anche il saggio è una qualcosa che c’entra col senso di quel costruzione, e in più ha bisogno di A sinistra: che siamo venuti a fare sulla terra; a studio; si fa con i libri altrui, con foto di Zoe Guerrini E qual è il particolare processo intimo che si crea partendo dall’idea originaria fino a mettere sulla pagina i propri pensieri?


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la riflessione sui pensieri e le idee di chi ha scritto, studiato e pensato prima di noi. La poesia invece sgorga da sé, inaspettata, immotivata. È come una sorgente, una polla d’acqua tra le pietre da cui poi dirompe un fiume che va fino al mare. E noi

che sarà letto, e questo pensiero lo aiuta a essere chiaro innanzi tutto, e anche onesto: per esempio, a dire solo le cose che devono essere dette. È proprio il rispetto per il lettore che guida la scrittura, le fa da faro. Nel suo ultimo libro, L’amore prima di noi*, viene raccontato il sentimento amoroso che sta alle origini della nostra storia. In che modo il mito può parlarci oggi?

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Il mito ci parla sempre, perché è in noi. Sono le storie dell’inizio del mondo, quando c’era un’umanità bambina che si affacciava sulla terra e non sapeva niente, e rimaneva stupita di tutto. I miti greci dell’amore ci parlano dell’amore, tutto lì: dell’amore nella sua essenza, nelle sue valenze assolute, fuori dal tempo, eterne, e quindi sempre attuali. Ci parlano dell’amore che ci rapisce e ci porta via, dell’amore che non vogliamo e da cui fuggiamo, dell’amore che ci usa e ci tradisce e poi ci abbandona, dell’amore immaginato che è solo un sogno ma domina e illumina la nostra vita, dell’amore quando lo perdiamo e restiamo come nudi su un’isola deserta… restiamo lì, stupefatti di tutta quella corrente che ci travolge, grati come di un dono, e del tutto inconsapevoli. Quando scrive pensa mai ai suoi potenziali lettori?

Certo, ma in un modo piuttosto fumoso e generico: sono lettori senza volto, sconosciuti, ben poco identificabili o descrivibili. Ma li ho bene in mente eccome: non si scrive per *L’amore prima di noi, se stessi ma per qualcuno che legEinaudi 2016 gerà. Chiunque scrive deve pensare

Lei ha detto di aver sempre amato il mito, che il mito fa parte della sua vita e crede che faccia parte della vita di ognuno di noi… Inoltre ha anche specificato che non c’è un solo modo per raccontare i miti, ma che ogni epoca ha il suo…

Amavo i miti fin da piccola, mi perdevo nelle storie di Ulisse, di Zeus, di Teseo e il Minotauro…. Mi piacevano soprattutto gli dei, quel loro modo fanciullesco e un po’ svagato di essere, il loro innamorarsi di


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noi. Ma i miti sì, è vero, non sono mai raccontati una volta per tutte. Molti non hanno nemmeno una versione scritta, e molti hanno decine di versioni. Pensiamo al mito di Elena, o di Arianna… Per questo i miti devono essere di continuo ri-raccontati. E, per forza di cose, ogni epoca ha le sue parole per ri-raccontarli, le sue movenze stilistiche, le sue pieghe di senso, il suo tono ora ironico, ora tragico, o parodico…

storie, e anche gli dei: perché quando non c’è spiegazione si apre lo spazio dell’invenzione, e del miracolo. Qual è il racconto mitologico a cui è più legata, che sente più vicino e che la tocca intimamente?

Sono tanti: Pigmalione, Dafne, Pasifae… E anche un mito che conoscevo poco: Selene, la luna, che ama un giovane pastore, Endimione, e lo va a trovare tutte le notti e, perché non le sfugga mai, ottiene da Le scelte che vediamo agire nei Zeus che rimanga addormentato per miti in che modo influenzano le sempre. Ma il mio preferito è il mito scelte/le vite degli uomini? di Orfeo che, quando muore la sua I miti non indicano un modello amata Euridida seguire, né che cosa sia giusto o ce, va nel regno “L’amore è il modo più umano di sbagliato fare. Non insegnano, non della Morte a ri- essere divini: è l’unica possibilità predicano. Ma riempiono di sen- prendersela, ma di diventare, almeno per un so le cose, illuminano il significato poi non rispetta po’, immortali. E quando un dio della vita e della morte, dell’amore il divieto, si volta s’innamora di noi, s’innamora e dell’amicizia, del tradimento, del- a guardarla e la proprio di questa nostra tensione la vendetta, del sacrificio... Quando perde per sem- all’impossibile” leggiamo la storia di Giasone, per pre. È una storia esempio, capiamo il senso dell’andar struggente, quasi insopportabile. È per mare, non lo diamo più così per la storia di tutti noi, che vorremmo scontato come facciamo oggi che da abolire la morte ma sappiamo che millenni siamo abituati a navigar per è impossibile e che poi, in fondo, è mare. Capiamo cosa sia solcare l’ac- proprio la morte che dà senso alla qua per la prima volta nella storia. E nostra vita e al gesto stesso di amare. quando leggiamo il mito di Dafne, o L’amore, dal punto di vista di tutte le ninfe che fuggono perché mitologico, che scelta è? rifiutano l’amore, capiamo meglio il L’amore è il modo più umano di senso di quell’età ritrosa e scontrosa essere divini: è l’unica possibilità di che si chiama adolescenza. diventare, almeno per un po’, imIl mito è all’origine di tutto? mortali. E quando un dio s’innamoIl mito è lo stupore del primo ra di noi, s’innamora proprio di queuomo che guarda il mondo e non sta nostra tensione all’impossibile. possiede ancora la scienza, non coSe dovesse dare una sua nosce le ragioni delle cose, non sa definizione di scrittura: che cos’è darsi alcuna spiegazione dei fenola scrittura per Lei? meni che ha sotto gli occhi, sgrana L’illusione d’inventare l’imposgli occhi e basta, e si riempie di meraviglia. È lì che l’uomo inventa le sibile.


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La Storia racconta...

la fanciulla dalle fulgenti pupille di Adela Gjata

Maria Callas nelle vesti di Medea nel film di P.P.Pasolini (1969)

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ensate a una donna perdutamente innamorata, tanto da tradire il padre, uccidere atrocemente il fratello, derubare il suo popolo e lasciare per sempre la terra natale. Immaginate poi la donna offesa e abbandonata dallo stesso uomo per cui ha sacrificato tutto – ora marito e padre dei suoi figli –, per di più condannata in esilio dal genitore della nuova sposa di lui. Questa è Medea nell’apice della sua tragedia: immersa nella propria solitudine, ripudiata e ‘straniera’. Medea abisso di sentimenti ardenti, crogiolo di ira, passione, amore, odio, rimorso e rimpianto.

Per colpire il marito fedifrago Medea uccide i figli suoi e di Giasone. Gesto atroce, probabilmente la scelta più ardua di tutti i tempi. Nel monologo della sofferta decisione l’amore materno si scontra drammaticamente con lo sdegno della sovrana colpita nell’orgoglio. Medea si dibatte fra passione e ragione, fra istinto e pensiero, fra natura e legge. Può scegliere di subire il fato andando in esilio con i figli, oppure vendicarsi, anche se questo significa procurare a se stessa «un male due volte più grande»; ha la possibilità di arrendersi, o di andare incontro al proprio destino, di compierlo. Con uno sforzo estremo di riflessione la donna sente infine la necessità di sacrificare i figli per non essere derisa e per non lasciare che i nemici si vendichino sui suoi figli. E per colpire fatalmente Giasone. Uccidendo i bambini e la nuova sposa di lui, priva il marito della prole presente e futura. In questo modo l’uomo non ha più motivo di vivere. È una pena ben peggiore che togliergli la vita. Ma come trova Medea il coraggio di compiere l’estremo gesto? Come può una madre andare contro natura? Il labile confine tra natura e artificio, tra ordine e caos, ce lo svela sapientemente Pasolini nel film del 1969 intitolato a Medea: “Tutto è santo e l’intera Natura appare innaturale ai no-


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stri occhi – dice il centauro Chirone al piccolo Giasone. – Quando tutto ti sembrerà normale della natura, tutto allora sarà finito!” Questo mistero della natura assomiglia a quello stato oscuro, potente e irresistibile dell’animo che i greci chiamavano thymós. Dopo la lunga notte che precede il sacrificio Medea si rende conto di essere dominata da una forza extrapersonale, il thymós appunto, contro cui l’affetto materno è risultato vano. Come Fedra sa che dovrà morire, così Medea sa che dovrà precipitare nell’infelicità assoluta a cui una madre si condanna. Medea, del resto, non è una donna comune: è nipote di un dio, il Sole, parente di una maga, Circe, figlia di Eeda, re della Colchide, terra delle amazzoni. La fanciulla “dalle fulgenti pupille” è una creatura fatale, figlia del mito quindi, e, in quanto tale, ha una dignità da far rispettare. La sua scelta è estrema ma necessaria al proprio statuto, un dovere quasi, e racchiude in sé tutto il senso del tragico. “Comunque devono morire – esclama alla conclusione del tormentato monologo – poiché è necessario, io li ucciderò, io che li ho generati!” La tragedia di Medea dai luoghi remoti del mito arriva fino ai nostri giorni, alle nostre vite. Muore e rinasce in continuazione, nelle cronache del quotidiano. La sua verità l’ha rivelata primo fra tutti Euripide, poeta filosofo, inquieto e innovatore, attento osservatore della realtà, che raffina il mito della maga barbara restituendoci una donna straordinariamente moderna, ricca di umanità dolorante. Di tutte le donne euripidee Medea è la più complessa: spirito ribelle, violentemente passionale, fondamentalmente irrazionale, capace di toccare gli estremi del bene e del male, parte della natura di cui essa stessa è forza potente e irresistibile. Medea, come Euripide, è la quintessenza dei contrasti: atea e mistica, amorale e predicatrice, razionale e passionale, realista e idealista. Nell’animo femminile questo “misogino” – citando il rivale Aristofane – ha indagato come nessun altro poeta mai, non soltanto antico. Rivelandoci che a mettersi nei panni degli altri forse emergono altre soluzioni, altre possibilità, altri mondi.

FOTO TOMMASO LE PERA

Federica Di Martino nel ruolo di Medea, nello spettacolo di Gabriele Lavia


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S P E C I A L E M U S I C A

Alessandro Mannarino

La musica è stata da sempre la sua strada?

A volte, quando guardo me stesso dall’esterno, fatico a vedermi come un cantautore… È strano che mi sia successo questo nella vita, anzi non ci avrei mai pensato ed è ancora assurdo per me dire: “io faccio il musicista”… Non è stata una scelta, bensì un obbligo. C’è stato un “La musica è una cosa estremamente materiale, momento in cui mi sono trovato traperò è anche vicina al segreto dell’universo: volto dagli eventi, forse è quello che è l’universo stesso, in relazione alla nostra esistenza, si chiama passione, e scrivevo non a tenerci tutti insieme con delle risonanze potendo fare a meno di passare ore e delle frequenze” con la chitarra cercando dei localini dove esibirmi. Quasi mi vergognavo: ho vissuto questa situazione come se fosse una malattia, specialmente i primi anni, alla stessa stregua di un pagliaccio che nella vita non ce la

colorando il mondo


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fa senza tirare fuori questa parte di sé. Veramente ho vissuto questo destino della musica come una grande debolezza. Oggi mi trovo a girare in tournée e a cantare le mie canzoni che rappresentano qualcosa di viscerale, un modo intimo e profondo di esprimermi che è soltanto mio. Pensare che questa musica è stata registrata su dei supporti, entrando nelle case della gente che canta queste canzoni, è qualcosa di assurdo e bello. La musica è quindi stata subito un’esigenza per Lei?

Sì, dovevo rispondere ad un’urgenza interiore e a una necessità imprescindibile. Io ho sempre scritto: da ragazzino le poesie, poi intorno ai sedici anni mi hanno regalato una chitarra e sono passato subito alle canzoni… Non ho mai suonato cover, con i primi accordi ho cominciato a scrivere la mia musica. Sentivo l’esigenza di tirare fuori delle immagini, inventarmi dei mondi e dei personaggi che non esistevano. È stato anche un modo di colorarmi e immaginarmi una vita diversa da quella che avevo. Ancora oggi quando salgo sul palcoscenico mi sento molto più figo di quello che sono in realtà: in scena si creano delle storie e dei personaggi che si muovono secondo le tue regole – sei tu a condure il gioco sul palco – e invece nella vita di tutti i giorni non sei tu quello che decide. Inoltre, è il potere evocativo della musica a rendere questo mestiere così affascinante: con le parole si arriva fino ad un certo punto, mentre la musica è in grado di toccare delle corde talmente profonde e inconsce… Forse perché il primo senso che esercitiamo nella vita è

l’udito, prima ancora della vista. I primi ricordi d’amore il bambino se li crea con la voce della madre che gli parla: il rapporto con i suoni è qualcosa di atavico e infatti quando ascolti una musica la melodia si aggrappa da qualche parte dentro di te, il suono diventa sempre più potente e forte. La musica funziona attraverso delle frequenze, il ritmo stesso è una frequenza… Quando muoviamo una corda di una chitarra o emettiamo un suono, la musica non è nient’altro che uno spostamento d’aria: le frequenze si muovono, le onde magnetiche sbattono sulla membrana dell’orecchio che codifica i suoni in segnali elettrici e arrivano poi al cervello. La musica è dunque una cosa estremamente materiale, però è anche vicina al segreto dell’universo: è l’universo stesso, in relazione alla nostra esistenza, a tenerci tutti insieme con delle risonanze e delle frequenze. L’artista è allora colui che è capace di creare una realtà parallela, diversa dalla quotidianità?

Noi viviamo in un mondo molto razionale. L’uomo, dai tempi di Platone, ha compiuto una scelta perché è diventato positivista assecondando una concezione occidentale dell’esistenza. Siamo diventati tutti sempre più ragionevoli, ma grazie all’arte abbiamo ancora una possibilità di esercitare la fantasia e l’irrazionalità che fanno parte dell’essere umano. Questo lato dell’uomo è stato accantonato, tanto è vero che abbiamo quasi timore di affrontare la nostra fantasia. L’arte è fondamenta- A sinistra: le per donarci l’illusione della bellez- foto di Ilaria za; sotto ad una parvenza di regole e Magliocchetti Lombi


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certezze sopravvive il lato irrazionale dell’uomo, quella parte che attiene al nostro inconscio. Per me l’arte è uno spazio in cui posso cambiare le regole che la società mi impone, in particolare la musica è capace di segnare questo percorso personale ed artistico. Il mio primo album si chiama Bar della rabbia ed è ambientato in un locale chiuso al mondo, in cui i IMMAGINE CLARA BIANUCCI

“Per me l’arte è uno spazio in cui posso cambiare le regole che la società mi impone, in particolare la musica è capace di segnare questo percorso personale ed artistico”

personaggi hanno uno spessore tragicomico: piangono e ridono dei propri mali, si sentono al sicuro e fanno un vessillo delle proprie disfatte per rimarcare la loro diversità rispetto agli altri. Non si tratta di una ribellione molto lucida, è più che altro ribellismo, mentre nell’album successivo Supersantos, ambientato per la strada, la ribellione è affidata specialmente alle donne, a delle figure

femminili forti che si ribellano alla struttura della società. I personaggi di questo album hanno intuito che c’è un luogo di libertà, al di fuori del controllo della società, rappresentato dall’amore: è un luogo in cui nessuno ti può venire a controllare e in cui si può essere finalmente irrazionali fino in fondo. Il terzo album, Al monte, si svolge in un viaggio dove si arriva in questo ipotetico monte: un posto fittizio o una chimera, chissà se esiste davvero, in cui cercare un altro punto di vista ed essere liberi dallo sguardo del Grande Fratello… Apriti cielo è il mio ultimo album e il titolo ricorda che sopra di noi c’è un cielo che abbraccia il pianeta ed è uguale per tutti… Non sono pessimista, cerco i colori e gli spazi di libertà per riuscire a farcela. Credo nell’arte come espressione di quello che un artista ha maturato come letture, viaggi e pensieri. Nel mio percorso ho trovato il colore in Brasile e ho scoperto un grande artista come Chico Barque, a suo tempo costretto a usare metafore per eludere i controlli della censura… Mi hanno anche influenzato molto le letture fatte negli ultimi anni: la letteratura del Novecento parla proprio, in generale, di come l’essere umano venga schiacciato dalla società di massa.


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Dai racconti di una giovane scrittrice...

un cielo bellissimo di Era metà pomeriggio quando suonò il campanello. Non feci in tempo ad Orsola Lejeune aprire la porta, che aveva già salito le scale di corsa e mi si piantò davanti

con gli occhi stralunati. - Ho un problema. - Faccio un tè. Siediti. Iniziai a trafficare con il bollitore e misi tutte le scatoline con i tè profumati sul tavolo, tirai fuori le tazze e la zuccheriera. Rimanemmo in silenzio mentre il rumore del bollitore aumentava di volume. Ci ritrovammo davanti a due tazze fumanti e profumate e ci guardammo attraverso il vapore. - Ho un problema. Aspettai che riordinasse i pensieri. - Mi hanno offerto un lavoro. - Ah. Il contratto è buono? - Sembrerebbe. Mi alzai per andare a prendere dei biscotti zuccherati. Ce ne sarebbe stato bisogno. - Non so che fare. - Inizia ad elencare i pro e i contro. Ti ascolto. - I pro sono che sarebbe un lavoro in un ambiente che mi piace, con un buono stipendio, con una stabilità nella vita, una tranquillità psicologica e non succede tutti i giorni di ricevere un’offerta così. - Detto così sembra una favola. - I contro sono che devo decidere se abbandonare il mio sogno. - Già è comparsa la strega con la mela rossa in mano. - Ho sempre sognato di fare l’attore. Lo dico fin da quando sono piccolo. Ho delle potenzialità me lo sento. Ma la vita di attore qual è? Devi girare in lungo e in largo tutta Italia, con uno stipendio più o meno basso, a seconda di quanto famoso diventi, ma comunque con una continua incertezza che ti rincorre ad ogni piè sospinto, magari devi arrangiarti anche con altri lavoretti saltuari e molto faticosi, senza nessuna stabilità e poche possibilità di costruirti una vita da nessuna parte e ovunque. - Quanto è forte questo sogno? - Cosa ne sarà delle persone che ho vicino? Mi hanno sempre individuato come “l’attore”. Ce li ho portati io a farlo. Deluderò ognuno di loro. - Fregatene. Di questo fregatene. Cerca davvero di isolare e eliminare questo pensiero. E’ la tua vita e tu dovrai viverla fino in fondo, non loro. Quanto è forte questo sogno?


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- Molto. Ma lo voglio davvero o è forse un pensiero che ormai si era radicato nella mia testa, solo per la pigrizia di spostarlo? Io sono cambiato. E lui? Quel pensiero è cambiato? Cosa voglio? - Non voglio arrivare ad essere vecchio e pensare di essermi rovinato la vita per una vigliaccheria. - Vigliaccheria nei confronti di chi? Nei confronti tuoi perché non hai saputo rischiare una vita piena di incertezze, ma comunque rispettando la tua vera passione o nei confronti loro? Loro che avresti deluso perché ormai avevano un’immagine chiara di te e della tua passione e non hai saputo ribaltare il tavolo, sostituendo te stesso all’immagine che loro avevano di te? - Bella domanda.

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- Vorrei poter guardare la mia vita dalla fine, seguendo l’una o l’altra biforcazione e vedere cosa succede. - E’ tutto talmente imprevedibile. Cambiano le cose con una velocità impressionante. Ci ritroviamo a fare cose che non avremmo mai pensato di fare, ci ritroviamo a vivere delle vite che non avremmo mai pensato di vivere. Ci vuole più leggerezza. Dobbiamo imparare a vivere felici. Le scelte sono fondamentali ma non possiamo avvelenarci con i se ed i ma. Dobbiamo prendere decisioni che ci sembrano giuste nel momento stesso in cui le scegliamo, non dobbiamo pentirci con i nostri Io posteriori, non serve a nulla. Ci vuole più leggerezza. Le tazze erano quasi vuote ed avevano smesso di fumare. - Non posso aiutarti. Andiamo a fare una passeggiata. E’ il tramonto e il cielo è bellissimo. Ci avviammo così: con passo malfermo e la testa pesante e rumorosa dai troppi pensieri che conteneva. Avevamo la certezza di avere l’altro al proprio fianco e questo riscaldava l’anima, le soluzioni non ci appartenevano.


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l´innesto di Marta Bianchera

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Pirandello sottolinea il punto di vista maschile nel mondo della maternità, da sempre dominato dal femminile. Come lui, novant’anni dopo, farà John Fante, con il romanzo Full of Life: un racconto intimo e ironico di cosa significa “aspettare” per un uomo.

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icordo me bambina in giardino, gli occhi curiosi, fissi sulle mani del nonno. “Che fai?” “Innesto. Vedi? Prendo questo rametto da questa pianta e lo metto, un po’ forzando, nel tronco di quest’altra. Tu tienilo d’occhio… Vedrai che a maggio spunterà la gemma, e poi un magnifico fiore…” Curioso, dopo anni, scoprire che L’Innesto è il titolo di un dramma di Pirandello, la cui grande forza sta nel parlare per immagini: qui, infatti, racconta di uno stupro. Laura e Giorgio sono una giovane coppia, che invano cerca di avere un figlio. Solo una violenza carnale permetterà a Laura di rimanere incinta. Tema scandaloso nell’Italia del 1917, penseremmo, eppure in realtà, durante la guerra, molti erano i fatti di cronaca in cui l’esercito abusava di donne italiane. Pochi anni prima Annie Vivanti calca le scene con L’invasore, nel quale una fanciulla belga, violata da un militare tedesco, è messa al bivio di una scelta: rispettare o sopprimere la creatura. Lo stesso argomento del dramma pirandelliano; quest’ultimo però sceglie la via meno banale e rovescia il punto di vista. Rende Giorgio, marito e uomo ferito nel profondo, il nodo cruciale del dramma, ponendolo in uno stato di crisi. Non a caso crisi deriva dal greco krinomai, che significa faccio una scelta. Sarà lui a dover decidere se accettare o meno il figlio di un altro uomo nonché l’esito di una brutale sofferenza. Dovrà passare oltre la pietà che prova per la moglie, ignorare l’onta del disonore, tralasciare l’orgoglio di essere il vero padre. Dovrà fare tutto questo in nome dell’amore per Laura. Nei Sei personaggi in cerca d’autore Pirandello vuole che ogni personaggio viva la propria tragedia. Qui non accade. La tragedia di Laura è sempre fuori scena, lo spettatore la percepisce ma non la vive direttamente. Laura ha già deciso, la spiegazione del giardiniere Filippo, che sta innestando una pianta, le dà semplicemente conferma di una volontà che già sentiva. “Ah, la pianta, per sé, bisogna che sia in succhio, Signora! […] Vuol dire…che voglia il frutto che per sé non può dare!”. La maternità è natura, e la natura ha già prevalso in lei. Ora la scelta spetta solo a Giorgio. Pirandello disegna persone, uomini e donne, forti, come forte deve essere chi fa delle vere scelte.


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P

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A

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Laura Balla voglio, voglio e ancora voglio! “L’arte è la possibilità di avere punti di vista diversi e lontani dal proprio, è una finestra che si apre, è metafora, è quella scintilla che fa sentire vivi, è concentrazione su un qualcosa per dargli valore, è lo stupirsi!”

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Come ha iniziato questo mestiere?

Disegnando fin da quando sono piccola; diciamo che è la mia passione ed è diventata il mio lavoro effettivo con l’apertura dello Studio nel 2001. Si può affermare tranquillamente che è stato questo mestiere a scegliermi, considerato che ogni altra idea di lavoro veniva scartata appena dopo averlo solo pensato. Come sceglie i soggetti da rappresentare? Qual è la molla che fa scattare la sua immaginazione?

Normalmente non scelgo i soggetti, essi spuntano per cercare di aiutarmi a placare, capire, sfottere, sviscerare un’esigenza.


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Spesso le sue immagini vengono accompagnate dalle parole. In che modo questi due mondi – testo scritto e testo visivo – convivono?

Quando accade, immagini e parole convivono forzatamente nel senso che non chiedo loro se hanno voglia di farlo... Le metto insieme perché mi piacciono e spero che si innamorino, come io di loro. Non so mai come descrivere bene il mio stile: è figurativo, vicino al mondo dell’illustrazione. Quando disegna, pensa mai al potenziale pubblico che guarderà e giudicherà le sue creazioni?

È difficile pensare mentre si disegna… È la gente che può scegliere me, ma tendenzialmente non io loro. Altrimenti, la vita sarebbe difficile!

Quali sono le difficoltà, anche più materiali, da affrontare per continuare a creare?

Credere sempre in ciò che fai, attendere le idee quando non ci sono e riuscire a trovare i soldi per creare le idee che hai nel migliore dei modi. Comunque quando si ha passione, credo, che le difficoltà si possano superare (almeno quasi sempre…). Si sceglie di continuare ad essere artisti perché si cerca di vivere facendo più che si può ciò che ci fa piacere fare: io voglio dipingere, voglio suonare, voglio e ancora voglio… Ognuno sceglie le proprie priorità. Penso che non si possa scegliere di essere artisti, anche se mi chiedo ancora cosa significhi esserlo… È difficile avere un’idea chiara per esprimere questo concetto.

Sopra: illustrazione di Laura Balla tratta dal libro Arte è Rivoluzione


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Colori, parole e sogni… Ciascuno di questi vocaboli mantiene la stessa importanza per Le?

Non ci avevo mai pensato, ma credo di sì! Le parole – anche se ci provo soltanto a scrivere, non sono un’autrice vera e propria – hanno un grosso peso, nel senso che sono abili conoscitrici della comunicazione; i sogni sono fondamentali per capire realmente cosa si vuole e un mondo in bianco e nero sarebbe estremamente triste… Le sfumature sono belle, no? Dove si possono trovare i suoi lavori? Come si trasforma un oggetto artistico, frutto dell’invenzione e dell’individualità, in qualcosa di commerciale e, appunto, di vendibile? Oltre ad uno spazio fisico, come può essere una bottega o un negozio d’arte in cui è possibile acquistare i vari prodotti artistici, la rete può aiutare a diffondere e promuovere l’espressione artistica?

Tutti i miei lavori, se non sono in giro per mostre o locali, si trovano nel mio Studio a Prato in via Mazzini 45, dove li creo e li vendo. Anzi, se qualcuno volesse venire a trovarmi sarebbe sempre il benvenuto; il mio numero è 3402725835 ed è meglio chiamarmi prima di passare, potreste trovare chiuso e non è bello fare viaggi a vuoto! Non ho davvero mai pensato realmente a come trasformare uno dei miei lavori in qualcosa che fosse vendibile: li penso, li faccio e li propongo, e se a qualcuno piacciono li compra. Oltre all’esistenza del mio Studio, Internet mi aiuta molto a divulgare le mie idee ed è

forse più facile che, grazie alla Rete, i miei quadri prendano il volo… Il mio studio è piccolo, ha una finestra molto carina da dove arriva la luce e dalla porta spesso entrano persone strane che fanno domande strane, a volte si siedono sulla poltrona e leggono poesie… Ci troviamo molto bene insieme! Qual è il particolare rapporto che si instaura con un cliente che sceglie di acquistare il suo lavoro?

Si instaurano spesso rapporti molto stretti, soprattutto quando parlo con il cliente per creare un lavoro su commissione. Pare di assistere ad una seduta psicologica: non ho altri modi per entrare in empatia e realizzare un lavoro che arrivi al cuore di chi mi sta di fronte. Toccare le corde dell’anima non è qualcosa di immediato, bisogna saper ascoltare ed io ci provo. Con le persone poi capita di parlare dei colori e delle forme che destano domande… Ragioniamo insieme, svisceriamo pensieri e mi piace molto farlo: ascoltare significa aprire mondi nuovi. Se dovesse dare una sua definizione di arte, che cosa direbbe? Che cos’è infine l’arte per Lei?

L’arte è la possibilità di avere punti di vista diversi e lontani dal proprio, è una finestra che si apre, è metafora, è quella scintilla che fa sentire vivi, è concentrazione su un qualcosa per dargli valore, è lo stupirsi, sempre! Forse, alla fine, si può dire che l’arte è semplicemnte un modo di guardare il mondo, non saprei… Per quello che io sento, l’arte è ovunque. L’arte è bellezza, ma anche no!


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A proposito di Orazio Costa...

Un corpo solo, diverse anime di Marcello Prayer

I

l coro mimico nasce da una precisa ricerca di attività pedagogica da parte del Maestro Orazio Costa. Affrontare lo studio dei personaggi attraverso uno strumento che si chiama coro mimico è una strada ricca di emozioni diverse… Ogni volta che il coro comincia ad agire mi sorprende sempre la nascita di un nuovo spazio creato dall’incontro di più persone, diversi respiri e vite, corpi che si intrecciano in un canto che uni-

FOTO FILIPPO MANZINI

Marcello Prayer è docente di Coro Mimico alla Scuola per attori “Orazio Costa” del Teatro della Toscana

sce. È un tipo di lavoro collettivo che si rivolge all’uomo ed è anzi come se lo spazio nascesse dall’uomo stesso. Si parte dagli esercizi di mimica sulla natura e sulle immagini: ciascun elemento, al proprio livello, deve sentire l’urgenza delle forze mimiche che sono un invito alla realizzazione di un’espressione unica e che sono in grado di creare un linguaggio inaspettato. Il coro mimico è l’esaltazione della individualità espressiva, considerando e mettendo in risalto ciascun elemento che lo compone. Ad ognuno viene


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richiesto il livello massimo dell’espressività, proprio dal punto di vista mimico. Nella tragedia greca il coro era protagonista e Costa non soltanto ne ha sottolineato drammaturgicamente il protagonismo, ma ha fatto sì che al suo interno ci fossero più protagonisti. Anche il mestiere dell’attore è un lavoro collettivo; ogni singolo componente va a costruire l’architettura globale della scena costituendone le fondamenta. L’attore è al centro del fare teatrale perché l’uomo è al centro di tutto: questo è il grandissimo insegnamento che ci ha trasmesso il Maestro Orazio Costa, l’uomo che rappresenta la proteiformità e la molteplicità insita in ogni individuo. Il coro esalta questo potenziale perché è formato da diverse anime, tutte tendenti verso una unità ma apportando ciascuna il proprio contributo in termini di corpo e voce sulla materia che si va a studiare. Il linguaggio mimico appartiene alla nascita dell’uomo e dunque, in questo senso, il lavoro dell’attore cambia ottica e punto di vista: non si tratta di protagonismo o della semplice esaltazione di Narciso, anzi l’attore deve necessariamente ricollegarsi alla forza “È troppo importante per la più profonda e misterica che appartiene all’essere uma- vita di ogni singolo individuo no e che lo rende un unicum, capace di tradurre in for- riuscire a capire e stare dentro alla natura che gli appartiene: si ma intima e personale la natura che incontra.

nasce con un potenziale enorme, Lo studio sul coro mimico, come materia di inse- una macchina organica che gnamento, viene messo a punto a Bari nella Scuola spe- risponde alla vita attimo dopo rimentale pensata da Orazio Costa negli anni Ottanta. attimo”

Allora con Costa abbiamo lavorato proprio millimetricamente sul registro vocale e sul timbro che è un impasto tra maschile e femminile, tra l’unione di più tonalità e volti che diventano un corpo solo. Il coro ha anche la particolarità di farsi scenografia: non c’è bisogno di nient’altro in scena, è necessario solo uno spazio che può dar luogo ad una visione frutto del lavoro comune di ciascun elemento.

Oggi, a Firenze, alla Scuola Costa, insegno Coro Mimico. Mi sento molto fortunato perché è il destino che ha scelto per me ma è come se, in qualche modo, fosse Orazio Costa stesso ad avermi richiamato e ad avermi dato il compito di continuare a lavorare sul concetto di coro mimico e sullo sviluppo degli esercizi corali. Costa mi guida ad ogni passo. È sempre vivo in me l’insegnamento risoluto, il ricordo della sua personalità e della sua sapienza del contemporaneo. Sento ancora la voce di Costa che mi dialoga, anche perché ho avuto la fortuna di ricevere l’eredità di questo insegnamento. Per me il lavoro dell’attore risiede dentro a ciò che Costa mi ha incaricato di portare avanti, anche silenziosamente… È troppo importante per la vita di ogni singolo individuo riuscire a capire e stare dentro alla natura che gli appartiene: si nasce con un potenziale enorme, una macchina organica che risponde alla vita attimo dopo attimo.


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Quaderni della Pergola

Materiale raccolto da Angela Consagra, Alice Nidito, Chiara Zilioli, Filippo Manzini, Matteo Brighenti, Riccardo Ventrella, Orsola Lejeune, Clara Bianucci, Tobia Pescia, Dalila Chessa, Clara Neri, Zoe Guerrini, Marta Bianchera, Adela Gjata, Gabriele Guagni, Simona Mammoli

Via della Pergola 12/32 - 50121 Firenze Centralino 055.22641 www.teatrodellapergola.com www.teatrodellatoscana.it Info e contatti quaderni@teatrodellapergola.com

Progetto Grafico Walter Sardonini/Social Design Impaginazione ed elaborazione grafica Chiara Zilioli Interviste Angela Consagra La poesia Nella giusta direzione è di Alice Nidito La fotografia di copertina e dell’editoriale, la fotografia della lavagna di Eduardo De Filippo sono di Filippo Manzini

Fondazione Teatro della Toscana Presidente Dario Nardella Consiglio di Amministrazione Antonio Chelli, Barbara Felleca, Maurizio Frittelli, Raffaello Napoleone, Duccio Traina Collegio Revisore dei Conti Giuseppe Urso Presidente, Roberto Lari, Adriano Moracci Direttore Generale Marco Giorgetti © 2017 FONDAZIONE TEATRO DELLA TOSCANA © 2017 EDIZIONI POLISTAMPA

Via Livorno, 8/32 - 50142 Firenze Tel. 055 7378711 (15 linee) info@polistampa.com www.polistampa.com

Le foto dell’album fotografico La maledizione di Kubrick sono di Tobia Pescia La fotografia di Neri Marcorè è di Bepi Caroli La fotografia di Toni Servillo è di Nicolas Spiess L’intervista a Serena Dandini è frutto dell’incontro con il pubblico dell’artista in occasione del Festival Libro Aperto di Firenze L’intervista ad Alessandro Mannarino è stata ispirata dagli incontri con il musicista organizzati dal Campus della Musica al Teatro dell’Opera e alla Libreria Feltrinelli di Firenze Per l’intervista a Laura Morante e Toni Servillo si ringraziano il Bif&st Bari International Film Festival e la Biennale Teatro di Venezia Si ringraziano per l’amichevole collaboraione Elena Patruno, Paola Pesci, Viviana Del Bianco e Raffaello Gaggio


La lavagna con la scritta EDUARDO viene conservata nei locali del teatro e fa riferimento al corso di drammaturgia che Eduardo De Filippo realizzò nei primi anni Ottanta al Teatro della Pergola. Questa citazione ha ispirato la nascita dei Quaderni della Pergola come elemento figurativo delle prime copertine. E ancora continua ad essere un simbolo del nostro modo di concepire il teatro.


Ogni scelta rappresenta una incognita, un salto nel vuoto; un appuntamento con il destino, uno scontro con la paura. Un nuovo inizio, un ciclo che si chiude. Uno studio attento di movimenti, pensieri, azioni e reazioni. Come in una partita a scacchi quale pedina muovere per prima? Quale sarà la mossa vincente e quella da non fare? A volte subiamo le scelte altrui o forse pensiamo solo di subirle ma inconsapevolmente le abbiamo volute ed accettate per primi. Scegliere o essere scelti. Seguire la testa o abbracciare l’istinto? Ogni artista incontrato ha risposto rimanendo fedele al proprio essere: chi va di pancia, chi pondera, chi si arrende ad un proprio destino. E alla fine, forse, non esistono scelte sbagliate ma solo vita da vivere intensamente o tutta d’un fiato o lentamente con in mano un salvagente... A voi la scelta.

Quaderni della Pergola | La Scelta  
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