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Le cortesie piĂš piccole, un fiore o un libro, piantano sorrisi come semi che germogliano nel buio Emily Dickinson


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Sii dolce con me. Sii gentile. È breve il tempo che resta. Poi saremo scie luminosissime. E quanta nostalgia avremo dell’umano. Come ora ne abbiamo dell’infinità. Ma non avremo le mani. Non potremo fare carezze con le mani. E nemmeno guance da sfiorare leggere. Una nostalgia d’imperfetto ci gonfierà i fotoni lucenti. Sii dolce con me. Maneggiami con cura. Abbi la cautela dei cristalli con me e anche con te. Quello che siamo è prezioso più dell’opera blindata nei sotterranei e affettivo e fragile. La vita ha bisogno di un corpo per essere e tu sii dolce con ogni corpo. Tocca leggermente leggermente poggia il tuo piede e abbi cura di ogni meccanismo di volo di ogni guizzo e volteggio e maturazione e radice e scorrere d’acqua e scatto e becchettio e schiudersi o svanire di foglie fino al fenomeno della fioritura, fino al pezzo di carne sulla tavola che è corpo mangiabile per il mio ardore d’essere qui. Ringraziamo. Ogni tanto. Sia placido questo nostro esserci – questo essere corpi scelti per l’incastro dei compagni d’amore.

Mariangela Gualtieri


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23 Maria

Monti

Amelia

31

Pratiche gentili

4

Pierfrancesco Favino

Sono solo un uomo “C’è bisogno di un lavoro su stessi per essere gentili; è facile cadere nella trappola di far vedere quanto siamo bravi e per un attore affrancarsi da questo discorso è un percorso lungo”

16 Alessio Boni Pane per l'anima “Forse intraprendendo certe battaglie non si arriverà mai da nessuna parte, ma l’importante è crederci davvero, affrontando la vita con gentilezza e coraggio”

20 Massimo

Venturiello

10 Lino Guanciale Il rischio La mia del mestiere rivoluzione “La forza di un “Recitare è come attore risiede nel fare uno striptease carattere: l’ideale dell’anima: ci si è riuscire a farsi spoglia di ciò che scivolare un po’ le si è per riuscire cose addosso, con a scavare nella saggezza condita propria interiorità” dall’ironia e perfino da un pizzico di malinconia”

c'è ancora speranza

Lunetta Savino Pratiche gentili

l'emozione che ti cambia

32 fermata residenza parte 1

34 di vita in vita

36 Il teatro 24 Filippo Dini nel nome Di fuoco e di erasmo d'impeto “Essere attori significa abituarsi ad un’esposizione costante, ad una manifestazione dei propri limiti e paure: un’operazione non sempre piacevole, ma necessaria” 38 Cate Blanchett Con tutti i miei sbagli “In genere si pensa solo ai successi duramente ottenuti, ma alla fine credo che siano i fallimenti a renderti migliore” 28 Luca

Lazzareschi

Sempre in ascolto “La poesia, anche la più aspra, è sempre gentile al cuore e alla pancia di chi l’ascolta o legge”


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65 storie di ordinaria in-gentilezza

42 Giancarlo

Giannini

Poetica bellezza “Siamo uomini fatti per raccontare delle favole ad altri uomini, fino ad arrivare alla favola più grande di tutte, quella che indaga sul mistero della nostra esistenza”

50 Glauco Mauri 56 Luigi Piccole, grandi Lo Cascio emozioni Palermo-Roma, 66 Davide Enia “Recitando davanti andata e ritorno Il gesto al pubblico le che parla “L’autore deve piccole sensazioni distrarsi dal mondo, “Il teatro è sempre opache avvertite stato un luogo di è un’astrazione la durante le sua, altrimenti come riflessione e di prove diventano ascolto...” potrebbe scrivere?” chiarissime: a volte, oserei dire che diventano poesia” 59 Sergio Rubini 68 buon compleanno, Pratiche gentili un senso teatranti! alLE COSE 53 Sebastiano

Lo Monaco

Pratiche gentili

46 Gabriele Lavia Tutto si ripete, tutto cambia “La parola dignità, anche se non ce ne accorgiamo, ritorna sempre dentro la nostra vita. E il teatro rappresenta in sé un paradigma molto forte perché specchio della vita stessa”

con affetto ed empatia

54 La Storia racconta... viaggio in russia

69 la poesia 60 Dai racconti di una giovane scrittrice... 70 per una il mondo nuova europa fuori

72 iconico marcello 62 Sauro Albisani Visioni di parole “Oggi vale la pena 76 rituali scommettere sulla teatrali possibilità della parola e crederci, recuperando una 78 A proposito di nostra radice antica” Orazio Costa


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Pierfrancesco Favino

Sono solo un uomo

“C’è bisogno di un lavoro su stessi per essere gentili; lo impari solo relazionandoti con il tuo ego: è facile cadere nella trappola di far vedere quanto siamo bravi e per un attore affrancarsi da questo discorso è un percorso lungo”

di Angela Consagra

A destra foto di Daniele Barraco

La notte poco prima delle foreste - il testo di Koltès con cui sta girando i teatri della nostra penisola - è un lungo dirompente monologo che trasporta il pubblico in una notte di periferia isolata, in un delirio dell’anima sprofondato nella pioggia, nell’infinito, nel buio… La notte, in particolare, che significato assume per un attore? Rispetto ad altri tipi di mestieri, la notte in teatro è un passaggio in cui l’attore esprime maggiore creatività, il momento in cui si va verso la luce, il pubblico e il testo da rappresentare…

di notte deve recitare, all’interno della naturale stanchezza maturata durante la giornata, è possibile essere più in balia di ciò che accade sulla scena. E lo stesso vale per lo spettatore: ognuno con il suo bioritmo, ognuno con la propria giornata alle spalle, tutti siamo uniti al limitare di qualcosa che probabilmente ci permette di avere un ascolto meno difeso e meno battagliero. Quindi di notte, in qualche modo, siamo più disposti ad accogliere e ad essere aperti verso il racconto che viene fatto in scena.

Il mestiere dell’attore può avere Nella notte ognuno di noi si ria che fare, secondo Lei, con il sentimento della gentilezza? trova davanti a quella voglia e proAssolutamente sì, anche perché messa di riposo dopo l’affaticamento che ci consente di accogliere con l’ascolto prevede gentilezza. Dipenpiù facilità le nostre debolezze e fra- de comunque dai periodi storici: in gilità. Sicuramente per un attore che alcune fasi l’aggressione aveva mol-


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to a che fare con l’attore, bisognava imporsi ad un pubblico che doveva essere completamente asservito ad una certa mentalità e chiuso all’interno di rigide dinamiche. Nella nostra società attuale è impossibile pensare a degli spettatori che si comportino allo stesso modo: il pubblico è tante teste, tante quante

ecco perché siamo chiamati sempre più all’impegno e alla costruzione di un’onestà comunicativa nei confronti della gente: a volte, nonostante le migliori intenzioni, uno spettacolo può anche riuscire male ma è la sincerità, l’apertura verso il prossimo, a non dover mai venire meno e a fare la differenza.

sono le persone presenti in sala in quel dato momento… Oggi, come persone di spettacolo, abbiamo una frattura da ricucire con il pubblico e dobbiamo cercare di creare una fidelizzazione con chi ci guarda: uno spettatore che esce di casa per venire a teatro o che compra addirittura un abbonamento ha il diritto di non essere deluso. Il mio desiderio è di riuscire a fare un teatro popolare, che possa arrivare al pubblico;

Per essere attori occorre dunque aprirsi verso gli altri…

IMMAGINE CLARA BIANUCCI

C’è bisogno di un lavoro su stessi per essere gentili. È qualcosa che impari relazionandoti con il tuo ego: il primo aspetto che impedisce fino in fondo questa generosità, questa apertura verso l’altro è l’affermazione del tuo gusto personale nel fare le cose, il desiderio di farti vedere e addirittura di tenere per te ciò che fai, piuttosto che invece tentare di allenare te stes-


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so come uno strumento al servizio degli altri e dunque del pubblico. È facile cadere nella trappola di far vedere quanto siamo bravi, di crogiolarci nel nostro ego, e per un attore spesso affrancarsi da questo tipo di discorso è un lavoro lungo: c’è un particolare momento sulla scena in cui ti accorgi che la tecnica finisce per definirti, la tecnica diventi tu stesso, e quindi comprendi che è necessario cambiare il tuo atteggiamento mentale, con consapevolezza. Avviene allora una rottura, una frattura tra il fluire spontaneo o naturale della musica e delle parole all’interno della tua interiorità e un richiamo invece alla capacità di saperci giocare, che per un attore è qualcosa di estremamente piacevole. In questo momento il mio percorso è quello di tentare di avviare un affinamento della tecnica, in modo che io mi ci possa appoggiare per far sì che, in virtù proprio di tale tecnica, il pubblico si dimentichi completamente di me per immergersi nella purezza del racconto, nei pensieri e nelle parole che si vogliono comunicare. La mia ambizione sarebbe di scomparire dietro ai testi da rappresentare, non per umiltà, ma proprio per permettere al pubblico di dimenticarsi di tutto: di Sanremo, della popolarità, ed entrare così nelle parole, nei pensieri e nell’animo, per esempio, di Koltès, l’autore del monologo che sto portando in tournée.

diretto della propria comunicazione. Gli artisti diventano essi stessi linguaggio scenico attraverso l’uso di un linguaggio condiviso, quello della parola. L’esperienza più simile all’attore di teatro, e forse anche più privilegiata, è quella del musicista o del ballerino: tecnica pura, perfino al di là delle parole. La mia valigia di attore parte, non a caso, piena di cose che via via si sono assottigliate sempre più: l’attore non ha bisogno di abiti, di una casa o di luoghi rassicuranti, anzi deve arrivare all’essenziale, riducendo il proprio bagaglio a pochi elementi per privilegiare l’interiorità e non l’ostentazione di sé. “La mia valigia di attore parte Quando ciò non piena di cose che via via si sono accade significa assottigliate sempre più: l’attore che nella propria non ha bisogno di abiti, di una valigia di attore, casa o di luoghi rassicuranti, in quella parte anzi deve arrivare all’essenziale, più intima, sono riducendo il proprio bagaglio a rimaste delle za- pochi elementi” vorre che bisogna lavorare per riuscire a perdere. È vero che non esiste un solo modo di essere attori: ci sono attori che amano avere una valigia colma di strumenti come i prestigiatori, dalla quale attingono per tirare fuori il loro cavallo di battaglia, mentre per me è valido il contrario. Non so se questo tipo di ricerca può chiamarsi essenzialità, anche se so che non arriverò mai a raggiungerla perché si tratta di un’ambizione un po’ superba: riusciQuesta formula legata alla tecnica re ad avere il contatto assoluto con vale per tutti i mezzi espressivi: quello che si sta facendo dovrebbe teatro, cinema e TV? prevedere il fatto che io sparisca, che Con gli altri mezzi espressivi è un sia possibile dissolversi sulla scena po’ più complicato perché si tratta per fondermi totalmente nell’interdi strumenti comunicativi estrema- pretazione. Ma, come ripeteva spesmente mediati, mentre il teatro regala so il mio Maestro Orazio Costa in l’opportunità di essere lo strumento Accademia, il nostro corpo è questo,


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non possiamo farci niente; Costa ci insegnava le parole e i pensieri di Jacopone da Todi, che bestemmiava Dio perché gli aveva dato un corpo e chiedendosi pure come mai Dio lo avesse fatto così ardente… A volte la passione ti accende e così aspiri a volare, ma il corpo diventa anche un limite con cui devi imparare a convivere per riuscire, anzi, alla fine a trarne vantaggio. L’uomo è un essere finito, fatto di materia, e si esprime anche attraverso questa componente.

garantisce quell’attenzione di cui il nostro mestiere ha sempre un disperato bisogno. Sanremo è stato fondamentale anche perché mi ha dato la possibilità di capire ed accettare il fallimento legato a questo mestiere, prima facevo un po’ più di fatica in questo senso. Sono andato in TV a

L’esperienza di Sanremo, essere visti contemporaneamente da milioni di persone: che tipo di emozione è? Se ne avverte la responsabilità?

L’emozione è forte perché si avverte l’intensità dell’aspettativa, soprattutto nei primi istanti di apertura del Festival. C’è una grandissima attesa e indubbiamente si ha paura; probabilmente l’emotività di chi sta conducendo passa lo schermo e arriva anche nelle case degli spettatori. L’unica cosa che mi ha rasserenato è stato il pensiero del mio lavoro in teatro: con il monologo di Koltès sto da solo in scena per un lungo tempo, mentre a Sanremo dovevo entrare soltanto ogni tanto… Per me è stata un’esperienza molto importante perché fa parte, in un certo senso, sempre di un discorso legato alla gentilezza e all’apertura del mio mestiere di attore: sento che quest’anno mi è arrivato un amore da parte delle persone che non avrei mai potuto raccogliere altrimenti. Forse, grazie anche alla televisione, la gente ha potuto vedere chi sono davvero io, come sono fatto, senza i filtri di un personaggio. Si è creato un patto d’affetto con il pubblico, che non va mai tradito e che ti

FOTO FILIPPO MANZINI

fare qualcosa che non sapevo come si faceva e Sanremo, oltre ad essere una sorta di moltiplicatore di affetto da parte del pubblico, è decisamente una gogna mediatica. Mi sono concesso di affrontare l’eventualità di poter fallire, anche, ed è stato molto importante per me. Sento di averne guadagnato in umanità.


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Lino Guanciale

La mia rivoluzione “Recitare è un po’ come fare uno striptease dell’anima: ci si spoglia di ciò che si è per riuscire a trovare le sfumature di un nuovo personaggio, si scava nella propria interiorità”

poche epoche veramente disinteressate e noi non stiamo vivendo in una Mi viene subito in mente una di quelle: è vero che tante persone poesia di Brecht, che cito spesso, e oggi sono animate da un disorienche costituisce un riferimento fon- tamento politico e le domande che si damentale per me. È una poesia in pongono sono tante: “A chi credere? cui si enumerano i piaceri della vita: Di chi mi fido? Cosa faccio io, in prifare, per esempio, una doccia calda ma persona, per contribuire a camoppure nuotare e, nell’ultimo verso, biare le cose? Chi mi sta dicendo la aggiunge anche “essere gentili”. La verità? Militanza cosa significa?” La gentilezza costituisce davvero uno gentilezza può essere una bella stradei piaceri della vita perché rispon- tegia rivoluzionaria perché significa de a un bisogno umano di cura di rispondere alla brutalità, alla frettose stessi che passa attraverso la cura losità del mondo, utilizzando un gedell’altro: fa stare bene noi, prima di sto di assoluta nobiltà. tutto, riuscire a far stare bene gli altri. L’attore, per sua stessa natura, La gentilezza è un atto disinteressato sembra avere molto a che fare e in questo senso può dirsi un atto di con la gentilezza: si tratta di un ribellione politica: come tutte quante mestiere in cui è necessario creare le passioni o le decisioni a scopo non accoglienza e apertura verso il utilitaristico, la gentilezza non ritesto da rappresentare, verso gli A sinistra sponde ad un criterio di valutazione altri con cui si è in scena e verso il foto di pragmatico che normalmente utilizpubblico; è difficile raggiungere Manuel Scrima ziamo. Credo che ci siano state ben La gentilezza può rappresentare oggi un atto di ribellione?


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anche autore, mentre in After Miss Julie ho agito da interprete su un tessuto drammatico classico che narra la vicenda umana di veri e propri L’attore deve essere aperto verso personaggi non connotati da archel’esterno e i modi per raggiungere tipi politici. Entrambi i protagonisti questa condizione sono diversissimi. di questi due spettacoli sono parenti C’è chi va in scena per una forma di una categoria classica del teatro quasi terapeutica di catarsi personale che è quella del ‘servo’: il Lulù di La e risulta, quindi, quasi indifferente classe operaia va in Paradiso ha delle alla costruzione di un vero rapporto sfaccettature woyzeckiane, mentre il con chi gli sta davanti: fa l’attore per Gianni di After Miss Julie è un servo se stesso. C’è invece chi porta avanti intelligente e ambizioso che vira verquesto mestiere perché ha bisogno di so il villain, il cattivo della storia. istituire un rapporto con gli altri e Un aspetto che colpisce di questi io, profondamente, sento di appartepersonaggi, Gianni e Lulù, è il fatto nere a questa tipologia: la gentilezza che si tratta di figure maschili non è, allora, un’attitudine che proviene univocamente negative o positive: dall’educazione, dal modo in cui sei sono, anzi, due uomini pieni di cresciuto. Se sei un attore che desidesfaccettature… ra stabilire un certo tipo di relazione Diventa spesso troppo facile e che ascolta la gente, allora devi educarti ad esserlo senza che questa con- dipingere dei chiaroscuri interpredizione diventi una maschera. Il ri- tativi violenti, rappresentando dei schio c’è in questo mestiere, anche se personaggi monodimensionali… È all’attore, per sua intima natura, vie- la scrittura a fare la differenza, danne richiesto costantemente proprio il doti l’opportunità di mettere in scecontrario ovvero di essere autentico na certi comportamenti deplorevoli e di saper andare in profondità, trat- – entrambi i personaggi, per esempio, teggiando a fondo qualsiasi carattere hanno un rapporto con il femminile e cercando di trovare dentro di sé le terrificante, frutto di un retroterra risorse per mettere in scena qualun- culturale popolare infarcito di luoque tipologia umana. La maschera ghi comuni di stampo machista – ma della gentilezza e delle buone maniere che invece per certi aspetti risultano può rischiare, a volte, di diventare un anche umanissimi. Sono figure che filtro perbenista che non ti consente possono essere etichettate come brudi andare oltre a certe dinamiche… tali, ma dalle personalità talmente Per me After Miss Julie è stata una complesse, che possono finire anche buona opportunità di riuscire a fare per assomigliarci. L’essere umano è bene questo mestiere, senza nessun pieno di difetti e la verità della scena tipo di filtro o infingimento, come aiuta a riconoscerli e di conseguenza a suo modo lo era già stata La classe a prenderne coscienza. Oggi la baoperaia va in Paradiso: in quest’ulti- nalizzazione dell’informazione, con mo spettacolo tutto veniva filtrato da le fake news e la semplificazione dei una lente interpretativa sociopolitica, Social, non consente un’analisi apdichiaratamente brechtiana. Lì ero profondita dei comportamenti. In questo sentimento? La gentilezza va costruita, in qualche modo, oppure è qualcosa di spontaneo e naturale?


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ognuno di noi c’è un abisso, dobbiamo inevitabilmente farci i conti, e il teatro è il luogo dove più di ogni altro è possibile scandagliare l’animo umano.

presenza di un pubblico nuovo, non tipicamente teatrale, ma che ha frequentato con partecipazione vera i nostri spettacoli. Il teatro elitario per me è un controsenso: il teatro deve

FOTO FILIPPO MANZINI

È molto attento, nella costruzione del suo mestiere di attore, al dialogo e all’ascolto del pubblico; secondo Lei, negli ultimi anni, il pubblico è cambiato, in qualche modo?

Ammetto di avere una visione forse parziale perché riesco poco ad andare a teatro per vedere gli spettacoli di altri; la mia percezione del pubblico è solo il risultato di quello che accade durante i miei spettacoli, anche in virtù del lavoro di formazione che porto avanti da tanti anni con l’ERT e il gruppo dei Carissimi padri… Grazie alla mia popolarità televisiva ho visto che nel tempo è emersa sempre più fortemente la

sempre essere comunitario e anzi credo che l’unica vocazione possibile oggi per il teatro sia quella di diventare popolare, intendo proprio con la P maiuscola. Il teatro che ho in testa è sicuramente un teatro politico, un teatro che non ha paura di proporre cose nuove ma sempre a contatto con il pubblico, ibridandosi con il linguaggio del cabaret e attuando il famoso sfondamento della quarta parete. Non mi pento di aver portato la gente a teatro attraverso il cavallo di Troia della televisione: c’è chi, attratto inizialmente dalla curiosità di vedere un personaggio televisivo dal vivo, arriva a teatro e si trova davanti ad un linguaggio aperto, popolare


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ma allo stesso tempo colto, e allora si appassiona. Non bisogna avere paura di utilizzare i meccanismi massivi di comunicazione come, appunto, la TV per condurre il pubblico verso il teatro; d’altra parte, gli attori che ci hanno preceduto lo hanno sempre fatto, è soltanto negli ultimi vent’anni che si è sviluppata una forma di sciovinismo culturale.

stato così per me, anche quando non avevo ancora tutto questo seguito: ho sempre cercato il confronto con gli spettatori. Testare che tipo di risposta c’è stata verso il mio lavoro è importante; io rispetto il pubblico che mi segue perché ha decretato il mio successo, dandomi conferma che un certo tipo di percorso funzionasse per me.

Qual è il sentimento che guida ogni scelta in questa importante fase della sua carriera di attore?

C’è stato un momento in cui ha percepito questo enorme cambio di popolarità nei suoi confronti?

Nella mia testa adesso il percorso porta a un’apertura verso fasi nuove, anche avendo la fortuna di potermi muovere su mezzi espressivi differenti. Senza perdere la gentilezza, vorrei osare su tutti quanti i terreni in cui si può esprimere un attore. Per me è il momento di intraprendere scelte delicate che cercherò di compiere in maniera da non tradire le tante persone che mi seguono.

Direi che in quest’ultimo anno, con l’uscita anche della fiction La porta rossa e con la Rai che ha trasmesso in repliche più volte le puntate passate delle varie serie da me interpretate, sono cambiate tante cose… Io sono sempre lo stesso, il mio approccio verso questo mestiere è identico a quello di dieci anni fa, e mi tengo stretto questo modo di essere perché mi aiuta ad affrontare anche quegli aspetti del mio lavoro che mi piacciono di meno, ovvero gli effetti dell’uso di uno strumento – la popolarità – che comporta un prezzo da pagare. Ma è un prezzo che si paga volentieri… La prima volta io ho recitato al Carignano nel 2004, insieme a Franco Branciaroli e poi sempre nello stesso anno con Massimo Popolizio; i teatri erano pieni perché la gente veniva a vedere loro, e in quel periodo ricordo che mi domandavo sempre: riuscirò a diventare bravo come vorrei? Un giorno in teatro ci sarà qualcuno che viene per me? Sono interrogativi che non bisogna mai smettere di farsi perché potrebbe sempre esserci un periodo di risacca, di fermo dal punto di vista del lavoro e della popolarità: in questo mestiere bisogna sempre metterlo in conto.

Trova mai che possa essere faticosa questa apertura costante verso ‘l’altro’ richiesta dalla pratica del suo mestiere?

Sì, a volte può esserlo, è vero… Certi giorni, magari durante il periodo delle prove, sei talmente stanco e non hai voglia di ‘spogliarti’, in senso metaforico intendo: recitare è un po’ come fare uno striptease dell’anima: ci si spoglia di ciò che si è per riuscire a trovare certe sfumature di un nuovo personaggio, si scava nella propria interiorità. Altri giorni esci dallo spettacolo e non ti andrebbe, proprio a causa dello sforzo fisico appena compiuto sulla scena, di fermarti a salutare così tante persone, ma io so che l’incontro con la gente è imprescindibile. È sempre


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Alessio Boni

Pane per l’anima “Forse intraprendendo certe battaglie non si arriverà mai da nessuna parte, ma l’importante è crederci davvero. Il mondo che ci circonda è pieno di Don Chisciotte, che affrontano la vita con gentilezza e coraggio”

Perché scegliere di rappresentare Don Chisciotte?

È una figura ideale, che lotta con la poesia ma anche con la parte più prosaica della vita, e lo fa in continuazione, senza fermarsi mai. L’aspetto forte di questo personaggio è il suo carattere innovativo: fino ad allora, il Seicento, i romanzi di cavalleria parlavano di battaglie, con questi magnifici cavalieri che vincevano sempre e avevano tutte le dame ai loro piedi… Cervantes invece compie un’operazione inversa: l’eroe Don Chisciotte arrivato ai cinquant’anni – gli attuali settant’anni, per intendersi – indossa questa livrea con l’armatura e su un vecchio ronzino si mette in viaggio, seguendo un unico obiettivo: rimettere in sesto il mondo che, secondo lui, ormai è completamente Foto di decaduto. La sua è una battaglia conGianmarco Chieregato tro le ipocrisie e le insolenze dei po-

tenti; inoltre le sue gesta sono collegate a un amore –Dulcinea – una donna vista una sola volta e subito idealizzata perché diventa nella sua testa la sposa, la dama dei suoi desideri. Don Chisciotte è la storia di un magnifico folle, ma è una follia declinata nella versione più alta e nobile del termine: rappresenta la qualità più bella dell’essere umano, è quello che tutti noi vorremmo essere ma che, a causa delle vicissitudini della vita, dei compromessi e delle delusioni, poi siamo costretti a non diventare mai fino in fondo. Tre sono le parole cardine su cui noi abbiamo puntato e in cui ci siamo immersi totalmente per costruire questa messinscena: ironia, poesia e il codice onirico, l’incantesimo che crea la spettacolarizzazione. Le scene sono costruite con dei quadri narrativi che ti immergono nel racconto, con una grande semplicità


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quasi fanciullesca, la stessa che prova il bambino. Ci ricordiamo tutti la gioia dell’infanzia, un momento della vita che è puro, in cui siamo felici perché non ci appartiene ancora la coscienza del denaro. I bambini sono spontanei e disinteressati: infatti, metti insieme dei bambini giapponesi con dei bambini africani, per esempio, e si in“Io, nella vita vera, vorrei sempre tenderanno bestare in alto come nei famosi nissimo perché quadri di Chagall in cui i privi di sovrapersonaggi volano sopra i tetti” strutture. Ecco, proprio questo è il nostro Don Chisciotte: un viaggio per riportare il pubblico all’infanzia, a quel tipo di inconscio primordiale senza calcoli né pregiudizi, dove non si sta a vedere quanto le persone che abbiamo di fronte sono riuscite a conquistare nella vita con il loro percorso, quantificandone i guadagni. L’espressione “combattere contro i mulini a vento” – che è proprio quello che alla fine fa praticamente Don Chisciotte – è diventata una frase del linguaggio comune…

In un punto del libro Cervantes descrive questo protagonista: a furia di leggere i romanzi di cavalleria, a Don Chisciotte si è rinsecchito il cervello e dunque gli toccherà in sorte di vivere l’esistenza di un libro. È una vita in cui ci si può perfino ritrovare a condurre una lotta contro dei mulini a vento… Forse, intraprendendo certe battaglie non si arriverà mai da nessuna parte, ma l’importante è crederci davvero. Il mondo che ci circonda è pieno di Don Chisciotte, che affrontano la vita con gentilezza e coraggio, soltanto che gli diamo poco peso e non ci soffermiamo a rifletter-

ci su, perché completamente immersi in milioni di impegni quotidiani: il lavoro, i figli, guadagnare soldi per pagare l’affitto… Potrei citare centinaia di Don Chisciotte contemporanei: da Ilaria Cucchi ad Alda Merini oppure Pasolini e Nelson Mandela, insomma tutti coloro che vengono bistrattati per qualsiasi ragione, ma che non smettono di lottare per ciò in cui credono. Don Chisciotte vive costantemente tra sogno e realtà, proprio come accade agli attori che si muovono di continuo tra questi due registri nell’interpretazione dei personaggi. Si entra mai in crisi con la realtà e con se stessi dopo aver affrontato un personaggio talmente leggendario come Don Chisciotte?

Vivere tra sogno e realtà… È qualcosa che un po’ mi appartiene, altrimenti non avrei fatto questo mestiere. Non entro in crisi dopo essere stato Don Chisciotte perché è un eroe positivo e interpretarlo mi dà tanto: è qualcosa che si deposita nel mio animo perché Don Chisciotte è un uomo preda dei suoi sogni. La grande difficoltà è stata entrare forse inizialmente nel personaggio, smussarne i caratteri, ma adesso sto veramente facendo un viaggio onirico ogni sera, cavalco tra il sogno e la realtà: vorrei essere continuamente dentro il sogno, ma non posso, perché c’è Sancho accanto a me che mi tira giù e mi riporta verso la concretezza. Io, nella vita vera, vorrei sempre stare in alto come nei famosi quadri di Chagall in cui i personaggi volano sopra i tetti: sono un po' ‘donchisciottesco’, diciamo così, altrimenti non avrei neanche cercato con così tanta tena-


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cia di interpretare questo carattere. Essere dentro il personaggio di Don Chisciotte direi che è qualcosa che innalza la mia coscienza, una vera panacea per l’anima. La pazzia di Don Chisciotte può dirsi comunque, alla fine, una ‘saggia follia’?

Sono molto affezionato all’opera di Amleto, anche perché ne ho fatto un oggetto di studio per tre anni quando stavo in Accademia con il Maestro Orazio Costa. È un testo che mi appartiene, conosco anche le battute femminili, quelle di Gertrude e Ofelia… Però sono attratto anche dagli altri capolavori

Uno degli interrogativi a cui è più difficile trovare una risposta è forse legato proprio a questo concetto: che cos’è la follia? Chi è che ha determinato quella linea in cui se stai sotto sei normale e se ti trovi al di sopra, invece, vieni additato come un pazzo? Se una società come quella italiana ha considerato per anni come folle Alda Merini, rinchiudendola in manicomio e facendole quarantasei elettroschock, penso che ci sia proprio un problema generalizzato a riconoscere la poesia. Non dimentichiamoci che fino a cinquant’anni fa gli omosessuali erano considerati dei malati di mente perché rappresentanti della diversità e dunque al di fuori della normalità. Credo fermamente che ciascuno di noi debba rifuggire la cosiddetta normalità per ricercare costantemente, invece, l’irragionevole e il meraviglioso. In una battuta bellissima dello spettacolo, Don Chisciotte dice a Sancho Panza: “Ricordati che tra tutte le virtù, la più importante è il coraggio”, e in particolar modo lui si riferisce al fatto di tentare di essere fedeli sempre ai propri sogni, soprattutto quelli della shakespeariani – Macbeth, Riccardo giovinezza. III – perché riescono a farti entrare Dopo una figura iconica come nel nero dell’essere umano, in quella Don Chisciotte, capace di entrare parte più sconosciuta e misteriosa nell’immaginario collettivo, delle nostre coscienze, ma che sapquale personaggio le piacerebbe piamo anche inevitabilmente, in interpretare in futuro? qualche modo, far parte di noi.

FOTO FILIPPO MANZINI


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Massimo Venturiello

Il rischio del mestiere “La forza di ogni attore risiede nel carattere: l’ideale è riuscire a farsi scivolare un po’ le cose addosso, però con un minimo di saggezza condita dall’ironia e perfino da un pizzico di malinconia”

Quello dell’attore è un mestiere ‘gentile’?

Credo che la gentilezza, prima di tutto, sia uno dei veicoli migliori per affrontare la vita. La gentilezza è il risultato di una disponibilità verso gli altri, di un desiderio di incontro. Se non si è gentili significa che non si ha bisogno del prossimo e questo mestiere invece rappresenta proprio la necessità di piacere, di essere amati, quindi si ha bisogno del pubblico. Ogni attore considera ogni spettatore come qualcuno di cui si ha veramente necessità, l’altro alla fine diventa una proiezione di quello che sei. Quali caratteristiche deve avere un attore per raggiungere questa apertura verso l’altro?

Io coordino la sezione teatro dell’Officina Pasolini di Roma e

sempre più, conoscendo i giovani, mi rendo conto di quanto in questo mestiere la prima qualità sia proprio il carattere. La forza di ogni attore risiede nel carattere: l’ideale è riuscire a farsi scivolare un po’ le cose addosso, però con un minimo di saggezza condita dall’ironia e perfino da un pizzico di malinconia. Non so bene come chiamare questo particolare sentimento, Calvino forse lo definirebbe come “leggerezza”: un atteggiamento che ti consente di rimanere sempre un po’ bambino, con il bisogno inconscio di voler piacere agli altri. Il talento di un attore si misura anche con il carisma, con la necessità di piacere, che è tipica dei bambini: pensiamo, per esempio, a quando da piccoli inventavamo un A sinistra gioco volendo coinvolgere gli altri foto di Filippo Manzini che stavano intorno a noi.


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Come cambia il bagaglio di sogni e desideri che un attore si porta dietro nel corso del tempo?

Cambia moltissimo, senza che tu te ne renda conto. Si parla costantemente di sogni, di desideri, FOTO FILIPPO MANZINI

“La gentilezza è un aggettivo da attribuire al rapporto con la Compagnia, alla relazione che si instaura tra diversi esseri umani uniti dallo stesso obiettivo, quello di arrivare a mettere in scena lo spettacolo”

di cose nuove che vorresti fare e piano piano sposti il tuo baricentro interiore, anche se l’imprinting iniziale – quella spinta inarrestabile che ti aveva condotto verso il mestiere dell'attore – te lo porti sempre dietro. Io ho

amato immediatamente la recitazione perché ho subito una forte fascinazione dopo aver assistito a due storici spettacoli, La gatta Cenerentola e Masaniello. In particolare, quest’ultimo ruolo mi sono ritrovato ad interpretarlo ventitré anni dopo quella prima visione: quando il regista Armando Pugliese mi chiamò per propormi il personaggio lo vidi come un segno astrale che mi guidava, ancora una volta, verso il mondo del teatro… Soprattutto il teatro-festa, il teatro-evento, sono quelli che veramente mi appassionano, dove a emergere è un’aria vitale frutto dell’energia del gruppo. La gentilezza, il tema di cui parlavamo prima, mi sembra un aggettivo da attribuire proprio al rapporto con la Compagnia, alla relazione che si instaura tra diversi esseri umani uniti dal medesimo obiettivo, quello di arrivare a mettere in scena lo spettacolo. Salire su un palcoscenico è una cosa rischiosa, nel senso che esiste sempre una possibilità, con cui devi scontrarti costantemente: quella di cadere in scena dal punto di vista interpretativo, in un certo momento che non riesci a controllare. In passato agli attori, quando sbagliavano, tiravano dietro le cose, il Re ti cacciava dall’abitato… Gli attori sono sempre stati ai margini delle città. Però, se lo spettacolo andava bene mangiavano tutti, finalmente l'intera Compagnia si riuniva a celebrare la buona riuscita della messinscena. C’è davvero molta attrazione da parte mia per quel mondo lontano, mi piace quando si sta uniti perché è solo con l’apertura e con un abbraccio collettivo che si può vincere la scena.


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Pratiche gentili

c'è ancora speranza Maria Amelia Monti

La gentilezza ha a che fare con il mestiere di attrice? Gentilezza è avere rispetto per altri e per l’educazione; è una fragranza che uno ha nel cuore e che riesce a trasportare all’esterno. Gli attori, grazie al loro lavoro, possono vivere delle situazioni di privilegio – stanno su un palcoscenico, il pubblico li guarda e ricevono tanti complimenti – e se perdono la gentilezza diventa una cosa molto grave. Noi attori siamo inevitabilmente al centro dell’attenzione, per cui la nostra responsabilità morale, secondo me, deve essere maggiore. La gentilezza è dunque un sentimento che nasce in modo spontaneo oppure necessita di una costruzione all’interno di se stessi?

IMMAGINE CLARA BIANUCCI

Penso che dipenda dal carattere: tutti possono avere la gentilezza dentro di loro. Perfino le persone meno predisposte: ci si può allenare a trovarla, la gentilezza. È difficile stare sempre in una condizione di accoglienza verso gli altri e, come dice il Buddismo, anche se si ha il “vento contrario” è importante rimanere centrati in se stessi. Si può attuare una rivoluzione culturale tramite la gentilezza?

In questo momento usare la gentilezza che sembra completamente sparita sarebbe un atto politico importantissimo. Il modo di comunicare della società contemporanea, anche attraverso l’uso dei Social, è estremamente violento e volgare; però, non ci dobbiamo concentrare solo sugli aspetti negativi della nostra realtà: ci cono tante brave persone gentili al mondo e io voglio credere che ci possa essere una speranza nel futuro.


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Filippo Dini

Di fuoco e d’impeto “Essere attori significa abituarsi ad un’esposizione costante di se stessi, ad una manifestazione dei propri limiti, delle proprie paure o spigolosità: questa è un’operazione non sempre piacevole, ma assolutamente necessaria”

Com’è partita l’avventura di Regalo di Natale, lo spettacolo scritto da Pupi Avati?

A destra foto di Laila Pozzo

Avevo visto l’omonimo film anni fa e avevo già lavorato con il regista Pupi Avati nel film commedia La via degli angeli, quindi sono stato inserito in maniera quasi naturale in questo gruppo di lavoro formato dagli attori Gigio Alberti, Giovanni Esposito, Gennaro Di Biase e Valerio Santoro: alla fine è nata una vera amicizia con tutti loro, quindi non possiamo fare altro che portare in scena questo rapporto sincero che si è instaurato tra di noi. Lo spettacolo è l’occasione per una riflessione profonda, e direi quasi anche cinica, sull’amicizia: è un sentimento che a teatro e anche in letteratura viene raccontato di rado perché forse nella vita di tutti i giorni lo diamo un po’ per scontato. Ognu-

no di noi ha il suo intimo modo di interpretare il sentimento dell’amicizia, però spesso si è chiamati anche a ripartire da capo e a riscriverlo nelle dinamiche, soprattutto quando si ampliano i rapporti con un nuovo amico oppure andando più in profondità in certi meccanismi consolidati con i vecchi amici. L’amicizia è sicuramente un sentimento gentile che necessita di un nutrimento continuo: forse, questo si manifesta in maniera meno palese rispetto all’amore con cui invece costantemente ci confrontiamo. In genere si pensa di aver compreso l’amicizia e che non ci sia bisogno di nient’altro: l’amico c’è, e questo ci basta. Invece l’amicizia è parente stretta dell’amore e quindi, per crescere e durare nel tempo, ha bisogno di nutrimento, di attenzione e di intimità.


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mi sono reso conto che è qualcosa di estremamente potente: dà la posNel nostro ambiente general- sibilità a tutti, infatti, di aprirsi. L’umente avviene proprio il contrario so della gentilezza permette di esovvero la gentilezza viene usata sere migliori perché in un contesto molto raramente. Invece credo che caratterizzato da tale sentimento si sia una qualità fondamentale per esercitano le più perfette capacità portare avanti questo mestiere: da di ognuno di noi. È necessario utilizzare la gentilezza per essere attori?

IMMAGINE CLARA BIANUCCI

“La gentilezza è una specie di virus che cerco di attaccare a tutti quanti, sia nel lavoro che nel quotidiano, anche perché mi sono reso conto che è qualcosa di estremamente potente”

un po’ di anni ho intrapreso anche la carriera di regista – devo dire, timidamente, con discreto successo e ne sono molto felice – e la gentilezza diventa fondamentale per le dinamiche della scena. La gentilezza è una specie di virus che cerco di attaccare a tutti quanti, sia nel lavoro che nel quotidiano, anche perché

Il vostro mestiere è sempre emotività allo stato puro?

Il nostro è un mestiere molto bello e anche molto poetico. Non può esistere la ripetitività perché si prova una paura costante prima di andare in scena; è uno stato d’animo davvero strano da descrivere, soltanto chi fa questo lavoro lo sa riconoscere all’istante: un misto di paura, di eccitazione, di desiderio di espressione, di fare quel piccolo grande passo che dalla quinta ti porterà sul


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palcoscenico. Essere attori significa abituarsi ad un’esposizione costante di se stessi, ad una manifestazione dei propri limiti, delle proprie paure, storture o spigolosità: questa è un’operazione non sempre piacevole, ma assolutamente necessaria. A proposito della gentilezza, Eduardo De Filippo ripeteva sempre che è necessario tendere una mano al pubblico, una mano che deve essere di accoglienza, così sarà il pubblico stesso, dopo un po’, a tendere a sua volta la mano verso di te per stringerla. Nel momento in cui gli spettatori allungheranno, sempre in maniera metaforica, anche l’altra mano bisognerà però ritrarsi: loro capiranno questo gesto e alla fine ti ringrazieranno con un abbraccio. Questo pensiero ha molto a che fare con il rapporto di Eduardo con il suo pubblico, ma è anche significativo di come può essere il rapporto di noi attori con la sala teatrale e con la gente. Da parte nostra ci deve essere un primo impatto di grande accoglienza verso la platea, bisogna essere gentili nei confronti del pubblico, dopo di che si instaura una relazione di fascinazione reciproca tra attori e spettatori che si potrebbe definire quasi una forma di erotismo: ecco che allora c’è la necessità di ritrarsi, di non concedersi completamente. Com’è cambiata nel tempo la sua valigia di attore?

Quando ho iniziato la mia valigia di attore conteneva, credo, soltanto fuoco: sentivo solo l’urgenza di esprimermi e di devastare anche, in qualche modo, tutto quello che avevo intorno. Bruciando di passione e prendendo di petto ogni occasione: solo così era possibile intende-

re il mestiere di attore. Con il tempo questo fuoco è rimasto, ma piano piano si è per fortuna circoscritto: ho cercato di arginarlo, anche perché questo lavoro richiede dei sacrifici dal punto di vista umano. La mia valigia dunque è composta anche di cadaveri, di tutte quelle relazioni perse per strada, e contem- “Quando ho iniziato la mia pora nea mente valigia di attore conteneva si è riempita di soltanto fuoco: sentivo solo tante gioie e di l’urgenza di esprimermi e di tanto amore. Il devastare anche tutto quello che demone della avevo intorno, bruciando recitazione ri- di passione e prendendo chiede delle vit- di petto ogni occasione” time perché è un dio molto severo ed esigente, ma sono riuscito a non sacrificare le mie bambine in nome di questa passione viscerale. Fin dalla loro nascita il teatro le ha accolte e io ho capito che questo mestiere si può fare anche nella pacatezza, nell’agio e nella serenità: anzi, credo nella quiete di aver trovato enormi possibilità. Si può essere attori anche se non si vive sempre immersi solo nell’impeto e nel fuoco. Anzi, il mio scopo oggi è quello di riuscire a far incontrare diverse personalità artistiche all’interno di un gruppo ovvero concepire uno spettacolo pensando sempre ad un ensamble, a partire anche dalla regia. Questa mi piacerebbe che potesse essere una ricetta perseguibile sempre: così facendo, cambia immediatamente il punto di vista teatrale in favore di una collettività dell’arte. Io ho scelto questo mestiere proprio perché ho sempre pensato che il teatro fosse un’arte collettiva, un’arte del racconto per il pubblico, destinata alla gente. Questo credo che sia l’obiettivo ultimo del teatro.


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FOTO NOEMI ARDESI


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Luca Lazzareschi

Sempre in ascolto “Gentilezza e leggerezza io credo vadano a braccetto. E poi la poesia, anche la più aspra, è sempre gentile al cuore e alla pancia di chi l’ascolta o legge”

Per essere attori è necessario essere gentili?

Beh, è una dote necessaria nella vita sempre, io credo. Gentilezza significa accogliere l’altro, essere aperti, mai in chiusura, disponibili, sempre in ascolto. Doti queste necessarie all’uomo e dunque all’attore che sul palcoscenico deve darsi totalmente e, se possibile, sempre con grande leggerezza. Gentilezza e leggerezza io credo vadano a braccetto. E poi la poesia, anche la più aspra, è sempre 'gentile' al cuore e alla pancia di chi l’ascolta o legge. Uno dei suoi Maestri, che l’ha aiutata attraverso l’insegnamento ad essere un attore, è stato Orazio Costa: un ricordo su di lui.

Orazio Costa è stato uno dei miei maestri alla Bottega Teatrale di Firenze diretta da Vittorio Gassman. Con lui ho lavorato sul Metodo Mimico e ricordo che furono giorni indimen-

ticabili per me, allora giovanissimo allievo. Grazie a lui capii che l’attore è in fondo un 'sacerdote' della parola e che in sé è capace di contenere tutto il reale da lui percepito. Capii ancora un’altra cosa essenziale: ad esso – l’attore – è richiesta una particolare abilità, che è quella di restituire il reale, non imitandolo esteriormente ma assumendolo in sé fino all’ultima e più profonda fibra muscolare del proprio corpo. Realtà, corpo, parola e sentimenti devono allora danzare insieme con letizia. Mi piace ricordare il mio Maestro Orazio Costa citando queste parole da lui scritte, quasi un testamento: “Se sapete che il vostro strumento siete voi stessi, conoscete anzitutto il vostro strumento, consapevoli che è lo stesso strumento che danza, che canta, che inventa parole e crea sentimenti. Ma curatelo come l’atleta, come l’acrobata, come il cantante; assistetelo con tutta la vostra anima, nutritelo di cibo parcamente,


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ma senza misura corroboratelo di forza, di agilità, di rapidità, di canto, di danza, di poesia e di poesia e di poesia. Diverrete poesia aitante, metamorfosi perenne dell’io inesauribile, soffio di forme, determinati e imponderabili, di tutto investiti, capaci di assumere “Bisogna imparare a conoscersi, e di dimettere ecco, questa è la cosa più passioni, viodifficile e più importante lenze, affezioni, in fondo per un attore, restandone arper ogni giovane attore che si ricchiti e puriaffacci al mestiere” ficati… tesi alla rivelazione di quel che l’uomo è: angelo della parola, acrobata dello spirito, danzatore della psiche, messaggero di Dio e nunzio a se stesso e all’universo d’un se stesso migliore”. E in particolare qual è il compito del Maestro, da Lei interpretato, nei Promessi sposi alla prova con la regia di Andrée Ruth Shammah? Quale riflessione emerge sul senso del fare teatro?

Il Maestro dei Promessi sposi alla prova di Giovanni Testori guida gli attori che interpretano i ruoli manzoniani attraverso un rito, quello teatrale, il cui fine è essenzialmente etico e dunque estetico. L’arte del recitare è lo strumento di conoscenza. Il Maestro naviga (e con lui i suoi attori/allievi) attraverso l’altissima e ancora attualissima riflessione manzoniana sull’uomo, sul destino, sull’esistenza del male e del bene, sulla storia, sulla provvidenza. Sul palcoscenico il Maestro propone ai suoi allievi, utilizzando l’arte del 'recitare', una sorta di Liturgia della Parola (la Parola di Testori e di Manzoni) attraverso la quale riusciranno, tutti, ad essere uomini,

“niente di più, ma neanche niente di meno.” Questo in fondo può essere il senso nell’affrontare oggi il mestiere dell’attore: riuscire a farsi migliori avendo la grande fortuna di frequentare i grandi poeti di ieri e di oggi. E tentare di restituire agli altri, al pubblico, un senso etico che solo la grande arte, la grande poesia, possono generare. È davvero possibile insegnare questo mestiere?

Certo che è possibile, bisogna però studiare, studiare, studiare… Mai smettere di praticare il palcoscenico perché è soprattutto sul palcoscenico che si impara, 'rubando' senza sosta i segreti e i trucchi del recitare. E inoltre bisogna imparare a conoscersi, ecco, questa è la cosa più difficile e più importante in fondo per un attore, per ogni giovane attore che si affacci al mestiere. E per questo aspetto la Scuola è certamente fondamentale. L’insegnamento più grande ed importante che ha ricevuto dai suoi Maestri quando Lei stesso era un allievo che voleva imparare il teatro.

Stemperando un po’ il discorso generale ti risponderei così: “Battete bene le finali, pronunciate con cura le iniziali… ma, perdio, non dimenticatevi le intermedie!”. Questo è stato l’annuncio di Vittorio Gassman agli attori della Compagnia dall’interfono dei camerini del Teatro Alfieri di Torino, dopo un primo tempo diciamo non proprio esaltante del Macbeth di Shakespeare diretto e interpretato dallo stesso Gassman. Era il 1983… e c’ero anch’io.


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Pratiche gentili

l'emozione che ti cambia Lunetta Savino

La gentilezza ha a che fare con il mestiere di attrice? Ha a che fare con l’umanità, quindi con il nostro mestiere perché l’attore si occupa di rappresentare in scena degli squarci di umanità. Essere attori ti dà, inoltre, il privilegio di avere un contatto diretto con le persone perché ci si rivolge costantemente agli spettatori. Fare questo lavoro è un privilegio, alla fine questo scambio gentile con il pubblico ti ripaga di tutti i sacrifici fatti. La gentilezza è dunque un sentimento che nasce in modo spontaneo oppure necessita di una costruzione all’interno di se stessi?

IMMAGINE CLARA BIANUCCI

Credo che ci si possa educare alla gentilezza. Ci siamo dimenticati forse di quanto sia prezioso essere gentili. La gentilezza può venire in aiuto e sostenerti, in ogni campo, perché far trasparire con sincerità il carattere, la tua umanità, è qualcosa che dà forza. Si può attuare una rivoluzione culturale tramite la gentilezza?

Nel nostro mestiere non ci sono mai dei punti di arrivo; anche se hai accumulato anni di esperienza non esistono certezze: ecco perché occorre mettersi sempre in gioco. E, per mettersi in gioco, bisogna essere aperti, proprio come esseri umani. È l’apertura, infatti, il fatto di metterti a disposizione del mondo che ti sta davanti, che può contribuire a fare la differenza. Bisogna essere disponibili a farsi emozionare e sorprendere da ciò che accade quotidianamente: un atteggiamento aperto ti consente di scoprire tante cose nuove, regala nuove occasioni e rappresenta anche il giusto stato d’animo per tentare di cambiare la realtà che ci circonda.


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Fermata residenza Parte 1

A Scandicci lo StudioTeatro per giovani compagnie di talento

di Matteo Brighenti

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a gentilezza è apertura alla conoscenza. StudioTeatro è il progetto pensato dalla Fondazione Teatro della Toscana per fare del Teatro Studio ‘Mila Pieralli’ un luogo d’incontro e confronto reale tra la città di Scandicci, i giovani e la loro energia creativa. Necessità, entusiasmo, voglia di fare: l’opportunità è quella di sperimentare un programma di residenze artistiche effettivamente partecipato. Sono 133 le proposte arrivate da tutta Italia, fondate su esperienze e relazioni vigorose con la cultura e le pratiche di oggi. Con la consulenza artistica di Natalia Di Iorio, ne sono state accolte 8. Su questi Quaderni della Pergola incontriamo il Teatro dell’Elce, Domesticalchimia, Batignani & Faloppa, Stivalaccio Teatro. Sul prossimo numero daremo spazio a ErosAntEros, Pilar Ternera, Gogmagog e Meridiano Zero, Collettivo L’Amalgama, Malmadur. “La gentilezza ha a che vedere con la leggerezza – afferma Marco Di Costanzo, regista del Teatro dell’Elce – a un centro punto la tensione deve sparire e così lo spazio, il ritmo, la presenza riescono a lasciar passare il senso più profondo dell’esperienza in scena”. A StudioTeatro ha presentato, a fine gennaio scorso, un laboratorio sul tema del nemico liberamente ispirato all’album illustrato L’Ennemi di Davide Calì e Serge Bloch, e condotto con Erik Haglund e Lucia Sargenti, A volte mi chiedo a cosa pensi il nemico: anche lui guarda le stelle? La riflessione ha preso le mosse dall’originale metodologia dei cerchi sonori, che indaga le interazioni tra musica live e azione scenica. “Abbiamo dato risalto al fatto che il contributo di ognuno sarebbe stato ugualmente importante – racconta Di Costanzo – questo ha stimolato la disponibilità dei partecipanti, con il risultato che si è creata un’atmosfera di lavoro ‘gentile’, nonostante la complessità degli esercizi e l’impegno richiesto”. Per Domesticalchimia essere gentili è un atto di bellezza, generoso, ma non per questo privo di forza o volontà. La banca dei sogni (5-7 aprile), dall’omonimo libro di Duvignaud e Corbeau, non è solo un’inchiesta, con alcuni sognatori chiamati sul palco a parlare delle loro visioni, quanto piuttosto un fare teatro che combina realtà e finzione. “Il nostro progetto va verso l’altro – interviene la regista Francesca Merli – incontreremo molte persone a Scandicci, parleremo con loro, ci confronteremo, ascolteremo i loro pensieri e i loro sogni. Nell’intimità di questi racconti non ci può essere altro che gentilezza, sia da parte nostra che dei cittadini, in questo regalo, dono gentile”.


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La gentilezza è il primo e l’ultimo pensiero di Batignani & Faloppa, che abbiamo già conosciuto sui Quaderni dedicati al tema dell’incontro. “Ha lo stesso valore della competenza e della sincerità – afferma Simone Faloppa, dramaturg e attore – queste parole sono gli angoli di cui è composta la parola umanità. A Scandicci ci poniamo come ‘collettori gentili’ tra cittadini e artigiani: censiremo le botteghe e le singole competenze, invitando, al contempo, gli scandiccesi a indicarci i paesaggi fragili della città. Apriremo il Teatro Studio a chiunque voglia portare il proprio contributo manuale al progetto di costruzione che realizzeremo. Infine, dal 10 al 12 maggio presenteremo Costruire è facile? sul significato e il valore del verbo costruire”. FOTO FILIPPO MANZINI

Di tutt’altra idea Stivalaccio Teatro: la gentilezza è un ostacolo. Dice Marco Zoppello, autore, regista e attore: “Il nostro teatro popolare è leggero e ruvido, delicato e greve, mescola di continuo elementi alti e bassi, ma mai si mette nella condizione di essere gentile”. Sêmi (17-19 maggio) è un thriller teatrale in farsa grottesca, che immagina un attacco terroristico allo Svalbard Global Seed Vault, il bunker con la scorta mondiale di semi nell’arcipelago delle Isole Svalbard, in Norvegia. “I personaggi – conclude Zoppello – sono lontani anni luce dalla gentilezza, che non considerano minimamente come un valore. Sono estremi, espressionisti, maschere grottesche di un mondo dove, oramai, la gentilezza è sepolta sotto un’immensa lastra di ghiaccio”.

Marco Di Costanzo durante il laboratorio del Teatro dell'Elce a Scandicci


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di vita in vita

La lunga strada di Tindaro Granata per il sogno di fare teatro

L

a gentilezza è il rispetto che si riconosce agli altri, per riconoscerci tutti uguali. “Essere gentile significa sapere che la persona che ho di fronte potrei essere io – riflette Tindaro Granata – ho l’opportunità di dimostrarle che è come me. È un atto bello, ma devi volerlo, è una scelta. Basta un po’ di sensibilità, ragionare con il cuore oltre che con la testa, e viene naturale”. Il teatro è la sua risposta con gentilezza a una vita che non è stata affatto gentile. “L’ho usato quando ho capito cos’è per me: portare fuori i mostri che mi rodono l’anima. Il teatro mi salva, mi aiuta a ritrovare la purezza che il tempo si porta via. Ma non ho rancore in palcoscenico, perché è il palcoscenico stesso che me l’ha tolto”.

Tindaro Granata non ha una formazione artistica accademica. L’università è la sua terra, che porta incisa nel nome. “Mi chiamo Tindaro perché sono nato nel 1978 a Tindari, in Sicilia. Chi nasce qui – afferma – prende il nome di questo luogo meraviglioso di fronte alle Isole Eolie”. Si diploma all’Istituto per Geometri di Patti e a vent’anni s’imbarca su Nave Spica come meccanico artigliere. Dopo un anno in mare, nel 1999 si trasferisce a Roma per provare a fare teatro. “Lavoro come commesso


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in diversi negozi di scarpe, a Fontana di Trevi e a Largo Argentina, e come cameriere in trattorie e ristoranti. Intanto – prosegue Granata – frequento un corso di recitazione diretto da Giulio Scarpati e nel 2002 vengo scelto per il ruolo di coprotagonista in Pulcinella con Massimo Ranieri: al provino mi presento con una versione teatralizzata della canzone ’U pisci spada di Domenico Modugno”. Un grave incidente al ginocchio sembra spezzare il sogno per sempre. Ma il buio è irrimediabile solo per chi scambia la notte per gli occhi chiusi. Nel 2009 Tindaro Granata lascia Roma per Milano, dove consolida l’incontro con il regista Carmelo Rifici e il loro felice sodalizio artistico. Due anni dopo debutta come drammaturgo, regista e attore di Antropolaroid, il monologo visto di recente a Firenze al Teatro di Rifredi, che lega presente e passato a un futuro finalmente a misura dei suoi desideri. “Ho passato infanzia e adolescenza in un paesino sui Nebrodi, Montagnareale. Con mio nonno – ricorda – vivevo tra tutti anziani, che mi dicevano le loro storie. Non si rendevano conto che, vicini alla morte, si consegnavano a chi sarebbe diventato il detentore della loro memoria. Quando è venuta l’occasione di potermi raccontare, ho semplicemente ridetto, in chiave personale, ciò che avevano narrato a me”. Testimonianza è la trama del suo costume in scena, ovvero la divisa di quando faceva il cameriere. Simbolo di verità, ma anche di profonda e umana dignità. “Sono i valori che mi hanno insegnato i miei vecchi – interviene Tindaro Granata – mi piace molto lavorare su quel che è mio ed è vero, però deve servire al pubblico. Bisogna avere gentilezza nel rapportarsi con gli spettatori, tenendo bene a mente che tu sei lì con loro e per loro”. Spesso trova in sala gli sguardi dei colleghi di una vita fa. I legami sono divisi in gruppi WhatsApp, ma uniti dalla responsabilità di sapere che farcela davvero è non lasciare nessuno indietro nel ricordo. “La mia esistenza è una continua lotta, un continuo ottenere delle cose per perderle subito dopo. Incontrare quelle persone – sostiene – portarle dentro questo tempo, dopo tutto quello che ho affrontato, mi commuove. In qualche modo, oltre a me stesso salvo anche loro”. Sono arrivati premi, riconoscimenti e spettacoli come Invidiatemi come io ho invidiato voi sulla pedofilia, Geppetto e Geppetto sulla stepchild adoption e sull’utero in affitto, fino a La bisbetica domata, in cui interpreta la protagonista, e a Dedalo e Icaro sull’autismo. Il finale è lieto, eppure venato di solitudine. È lo scotto di aver consegnato al teatro una parte che era solo sua e adesso non lo è più. “Dare tanto, quasi tutto di me, è l’unico modo che sono riuscito a trovare per stare in scena – conclude Tindaro Grana- A sinistra ta – tutti i miei lavori hanno in comune la richiesta di essere una persona foto di Francesco Puppini migliore”. (M.B.)


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il teatro nel nome di erasmo di Adela Gjata

ID 2016-1-IT01-KA202-005358 CUP G16J16000550006

T

ra i primi umanisti illuminati della storia moderna occupa un posto d’eccezione Erasmo da Rotterdam, teologo e pensatore olandese che visse tra il XV e il XVI secolo. La sua vita fu un susseguirsi di viaggi attorno l’Europa; percorse la Francia, l’Inghilterra, l’Italia e la Svizzera alla scoperta delle differenti culture. I ritratti dei grandi pittori tedeschi del suo tempo – Albrecht Dürer, Hans Holbein – hanno reso familiare il volto gentile e le mani curate di Erasmo, i luoghi di studio, la sua officina scrittoria: un libro aperto sul leggio, calamaio, carta e penna e altri volumi sparsi sul tavolo. Immagini che ci ricordano anche le sue riflessioni, ben presto trasformatesi in pensieri ancora attuali. Ci ricordano l’importanza della pace, il valore della conoscenza, del dubbio e del dissenso, l’appello ad un’Europa moderna e a un Cristianesimo che era antico nel suo professarsi spirituale e non materiale. Nel nome di Erasmo i giovani europei viaggiano, studiano e si confrontano da oltre trent’anni, all’interno di quel progetto lungimirante voluto dalla Comunità Europea e a lui intitolato. L'Erasmus non è solo un’esperienza universitaria, ma anche un'occasione per imparare a convivere con altre culture, oltre che un momento di vita importante.

L’incontro tra correnti diverse auspicato da Erasmo è come il contatto tra due sostanze chimiche: se c’è una reazione, entrambi ne vengono trasformati. Conoscono bene questa prodigiosa alchimia i giovani italiani, francesi e bulgari che dal 2016 partecipano al progetto europeo T.H.E.A.T.E.R. (Technics Handicraft Exchange Around The European Regions) Erasmus +, che aspira a sviluppare un’innovativa rete di apprendimento dei mestieri del teatro, in particolar modo nel settore della costruzione di scenografie e costumi. Il progetto, capitanato dall’Associazione OMA (Osservatorio Mestieri d’Arte) – la buona stella dell’artigianato artistico –, è frutto di una collaborazione sinergica tra la Fondazione Teatro della Toscana, l’Ensaama di Parigi (Scuola Superiore per le Arti applicate e i Mestieri d’arte), la Fondazione Spazio Reale di Campi Bisenzio e la rete europea Eyncrin con sede a Plovdiv, in Bulgaria, che sostiene l’autoimprenditorialità dei giovani in ambito culturale e artistico. Trenta mesi all’insegna del sapere e dell'artigianato d'arte in tutte le sue manifestazioni. Quattro laboratori pilota di durata settimanale disseminati tra Firenze, Parigi e Plovdiv, quest’ultima Capitale Europea della Cultura 2019 insieme a Matera. Uno scambio di buone pratiche che muovono storie, competenze, progetti e sogni. Alla base di tutto, imprescindibile, il confronto diretto con la prassi lavorativa.


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Al Teatro della Pergola di Firenze, nello stanzone storico del suo Laboratorio d’Arte, inondato di luce e storie, si confezionano abiti di scena ottocenteschi e si imparano tecniche dell'arte sartoriale all'italiana, un’eccellenza da difendere e coltivare. Nei laboratori parigini di Ensaama i giovani artisti costruiscono sculture e scenografie effimere per il teatro. Il Drama Theater di Plovdiv e le botteghe artigianali disseminate nei vicoli del quartiere di Kapana, brulicante di vita e arte, sono sedi del terzo workshop. Qua si creano costumi e scene a partire da materiali di recupero non convenzionali, lavori esposti in seguito al Centro per l'A rte Contemporanea, un tempo sito cinquecentesco dei bagni turchi. Infine un workshop nel fiorentino Spazio NOTA-Nuova Officina Toscana Artigianato, dove apprendere i segreti di tecniche tradizionali come cartapesta e doratura declinate in funzione di innovative installazioni scenografiche. FOTO FILIPPO MANZINI

I risultati delle masterclass internazionali, le tecniche innovative e le Il Laboratorio d'Arte buone pratiche sperimentate durante il progetto confluiscono nel marzo del Teatro della Pergola 2019 in una mostra e in un volume (scaricabile liberamente dal sito www. erasmustheater.eu) sui fermenti innovatori della scenografia e dei costumi nel corso del Novecento, presentati al pubblico venerdì 22 marzo 2019 alle ore 12 durante una conferenza stampa aperta a tutti presso Spazio NOTA (via dei Serragli 104, Firenze). Esito che coincide simbolicamente con l’arrivo della primavera, nel segno di una rinascita della creatività e delle sinergie.


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Cate Blanchett

Con tutti i miei sbagli “In genere si pensa solo ai successi duramente ottenuti, ma

alla fine credo che a renderti migliore siano i fallimenti. Ogni sbaglio è come un varco da attraversare, si va avanti e prendi la strada giusta per la prossima volta”

È vero che Lei ha iniziato a recitare facendo teatro?

Sì, recitavo a Sydney nel National Theatre australiano e non avrei mai pensato di iniziare a fare cinema. Comunque è affascinante muoversi fra due metodi espressivi così diversi e allo stesso tempo complementari; per quanto mi riguarda, un mezzo ha aiutato l’altro: infatti, è stato proprio il teatro a farmi valutare al cinema l’importanza narrativa delle inquadrature larghe e a farmi apprezzare l’intensità di un primo piano. Lo scopo primario per ogni attore è sempre il contatto diretto con il pubblico, avendo la consapevolezza di chi ti sta di fronte. Se mi puntaste una pistola alla testa – come quel famoso gioco che si fa spesso: “Chi butteresti giù dal-

la torre tra cinema e teatro?” – ecco che io salverei il teatro. Mi piace quel particolare senso di ensemble che dà il lavoro di squadra formato da una Compagnia teatrale. Anche al cinema ricerco la stessa comunanza: parlo molto con gli altri attori. Dalle conversazioni, anche quelle apparentemente banali, mi arriva molto. Se facessi delle prove da sola in bagno davanti allo specchio non riuscirei a raggiungere gli stessi risultati. Il cinema è spesso molto letterale, rimane un oggetto compiuto in sé, e il teatro invece ha una sua elasticità perché soggetto ad un cambiamento costante. Ogni sera lo spettacolo è diverso perché è il pubblico che cambia, ed è proprio questo tipo di sfida ad essere eccitante: dover ogni volta conquistare


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e affascinare nuovi spettatori. Se quello che fai non arriva al pubblico, è tutto inutile. A teatro nel 2009 in Un tram che si chiama Desiderio nella parte di Blanche DuBois adoravo pronunciare la celebre battuta di Tennessee Williams: “Ho sempre confidato nella gentilezza degli estranei…”. Il vero super potere di ogni essere umano rimane la gentilezza.

anni, di aver vinto due Oscar e mi commuove sempre l’affetto del pubblico nei miei confronti, è qualcosa che assolutamente non do mai per scontato. Anche perché penso di essere così noiosa nella vita di tutti i giorni… In genere come artisti si pensa costantemente ai successi duramente ottenuti, ma alla fine credo che a renderti migliore siano i fallimenti, sia professionali

IMMAGINE CLARA BIANUCCI

che personali. I fallimenti, le delusioni, mi hanno insegnato tanto: ho capito di dover provare a non ripetere gli stessi errori. Spesso i trionfi li ho considerati come dei fallimenti e ho aspettato subito dopo l’erIl cinema mi ha regalato il suc- rore dietro l’angolo: ogni sbaglio è cesso e dato grandi soddisfazioni, come un varco da attraversare, si va anche se io non penso sempre ai avanti e prendi la strada giusta per premi. Sono ancora stupita, dopo la prossima volta. Dal suo esordio al cinema con Paradise Road sono seguiti decine di ruoli, fino ad arrivare a vincere due Premi Oscar per The Aviator di Martin Scorsese e Blue Jasmine diretta da Woody Allen…


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Quali registi le sono rimasti più nel cuore?

Il mio lavoro cambia in base al film che sono chiamata ad interpretare, ma l’entusiasmo è sempre il medesimo. Quando giravo Io sono qui con la regia di Todd Haynes – in cui il mio personaggio era uno dei Bob Dylan del film – è stata l’unica volta che ho visto mio marito geloso: passavo ore ed ore a guardare i videoclip di Bob Dylan, ne ero talmente ossessionata… E ricordo quanto tremavo quando mi chiamò Martin Scorsese, che definirei un uomo ilare e lessicale: non capii nulla della nostra telefonata riguardo al film, dissi solo sì, senza saper bene neanche a cosa… E Woody Allen, infine, direi che è un vero enigma. Recentemente, inoltre, ho accettato di collaborare con il regista Eli Roth per Il mistero della casa del tempo, un film che parla della magia ma nel mondo reale. La magia significa trasformazione. È una metafora enorme ed entusiasmante: dà la speranza, a tutti noi, di poter evolvere e migliorare. L’elemento vero che mi ha fatto accettare il progetto? Il fatto che avrei avuto i capelli bianchi. Era un’occasione da non perdere: volevo divertirmi! Come si prepara ogni volta per affrontare un nuovo personaggio?

Recitare è un esercizio quasi antropologico per me: è un piacere essere per un po’ di tempo qualcuno completamente diverso da te. Credo che interpretare un personaggio significhi stabilire una connessione universale con le esperienze di un altro individuo, regista, autore o spettatore che sia. E quando pen-

so ad un personaggio mi riferisco sempre alla sue caratteristiche come essere umano: mai, per esempio, al suo orientamento politico o al genere sessuale, davvero mai! Ecco perché, quando ho interpretato Carol – la storia di due donne che sviluppano un complesso rapporto di amicizia – mi sorprendeva il fatto che tutti mi chiedessero della mia sessualità, di come avevo fatto ad interpretare una “Improvvisamente arriva un donna innamo- personaggio sconosciuto a cui dare rata di un’altra un’anima e un volto, ed ecco che donna. Per al- la mia interiorità – tutto quello tri film non mi che ho accumulato in termini avevano mai di conoscenza ed emozioni – chiesto niente prepotentemente emerge” delle mie scelte o dei miei orientamenti o se, come elfo ne Il signore degli anelli, fossi mai stata immortale… Invece, in quel caso tutti mi facevano domande sulla mia sessualità. Durante la preparazione di un ruolo in genere non leggo romanzi, guardo mostre o ascolto musica pensando esclusivamente a come poterli usare poi sulla scena. Quando coltivo le mie passioni, lo faccio solamente per me, per il mio piacere. Mi interesso, infatti, di tutto: non solo di arte, cinema, teatro o letteratura ma anche, per esempio, la politica desta la mia attenzione. Tutto quello che mi circonda e che costituisce uno stimolo culturale dorme dentro di me, non so mai quando si sveglierà e si farà sentire. Improvvisamente arriva un personaggio sconosciuto a cui dare un’anima e un volto, ed ecco che la mia interiorità – tutto quello che ho accumulato nel tempo in termini di conoscenza ed emozioni – prepotentemente emerge.


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Giancarlo Giannini

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Ultimamente in teatro Lei si occupa di poesia…

Sì, ho deciso di ritornare al teatro con il recital Le parole note, per recitare le parole dei poeti. Il filo conduttore sono le poesie più belle – di autori come Salinas, Neruda, Petrarca, Dante o Leopardi, per esempio – unite dalla musica in una sorta di jam session improvvi“Noi siamo uomini fatti per raccontare delle favole sata insieme al sassofonista Marco ad altri uomini, fino ad arrivare alla favola più Zurzolo. Sono poesie d’amore, degrande di tutte, quella che mi fa pensare dicate alle donna, alla passione, alla e indagare sul mistero della nostra esistenza” vita e mi diverto anche a riproporre Shakespeare, con il monologo di Amleto e l’orazione di Marco Antonio sul corpo morto di Cesare. La musica e la poesia vanno di pari passo. Dedicarsi oggi alla poesia può sembrare qualcosa di ri-

poetica bellezza


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voluzionario o addirittura un atto politico, ma mi ricordo una battuta di un vecchio sindacalista: secondo lui anche quando compri la frutta al mercato fai politica… Il problema vero, al di là di capire se fare poesia può essere qualcosa di politico, è comprendere se la poesia significa anche filosofia: è una diatriba che va avanti fin di tempi di Aristotele e Platone. In uno spettacolo che ho fatto dedicato alla poesia, alla filosofia e alla follia – che riprenderò sicuramente – ho recitato davanti ai ragazzi delle scuole e io lo so che inizialmente non gliene importava nulla… Per far capire alle nuove generazioni il mistero dell’atto poetico bisogna trovare la chiave giusta: è meglio rendere lo spettacolo leggero, scherzando anche con i musicisti. Leopardi che descrive i capelli di Silvia, Dante che osserva Beatrice, Neruda che addirittura si sofferma sul corpo della donna oppure Caldarelli, che dice Vorrei coprirti di fiori… Bisogna farsi cullare dal suono e dal significato dell’atto poetico, sentire quanta armonia e quanta bellezza ci circondano. Come fa un attore a dire bene la poesia?

È qualcosa che io ho scoperto tardi, a scuola non mi avevano mai insegnato ad amare le poesie. Il mio intento è di riuscire a farle comprendere a chi è seduto e ascolta in sala: la poesia, infatti, va letta e non recitata. Scegliendo alcuni brani poetici, i più significativi, si trasmette l’intelligenza dei vari autori, la loro capacità dialettica e soprattutto la loro profondità di pensiero: si entra nella loro anima, nei sentimenti che toccano ogni es-

sere umano. Attraverso la poesia si può diventare bravi attori: bisogna lavorarci molto, è vero, anche perché ogni volta che leggi l’Infinito di

Leopardi, per esempio, scopri qualcosa di nuovo. Importante è incontrare qualcuno capace di insegnarti la qualità della parola poetica, il valore della filosofia dell’attore nella sua interezza. Come in tutti i mestieri, per essere attori occorre avere talento ma bisogna capire che una volta fatta una cosa, si può sempre migliorare. Quindi avere la curiosità, anche il giorno dopo, di riprovarci e di mettersi in gioco. E poi per un attore è importante anche la semplicità. Nel doppiaggio, per esempio, io devo dare la parola a degli attori bravissimi: la sfida, allora, diventa riuscire a far parlare questi mostri sacri della recitazione con la mia voce, come se fosse stata A sinistra sempre la loro, in maniera sponta- immagine di nea e senza nessun artifizio. Quello Clara Bianucci


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che cerco di insegnare ai ragazzi al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma è di coltivare la gioia di vivere e la curiosità per questo mestiere: soltanto così si può arrivare a recitare con semplicità, tenendo sempre vivo quel fanciullino che è in te. Se non sei capace di conservare nell’inconscio quello spirito giocoso e puro dell’infanzia, allora è meglio che l’attore non lo fai.

si adatta. Da Stanivslaskji in poi, i sistemi didattici legati alla professione sono diversi e tutti volti a evidenziare la sensibilità degli attori, a toccare la loro mente. Essere attori è qualcosa di molto delicato: uno che decide di fare l’attore è già un po’ pazzo, vive una vita in cui continuamente deve entrare dentro ad un personaggio. Ma come si fa a entrare davvero dentro ad un

personaggio? Il rischio è la finzione in scena, ecco perché io sono Io insegno recitazione, ma ri- di estrazione più brechtiana ed peto spesso ai ragazzi che non so espositiva; le poesie, per esempio, di preciso quale sia la via giusta le leggo seguendo la logica, quella per trasmettere il mestiere. Ognu- che ci hanno insegnato a scuola: no si deve scrivere il proprio libro, soggetto, verbo e complemento, il individuando la strada che più gli punto, la virgola… Senza dimentiIl suo modo di essere attore è cambiato nel corso del tempo?


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care mai che la recitazione è gioco – gli inglesi utilizzano, non a caso, il verbo to play per indicare il mestiere dell’attore – unita alla ricerca dell’armonia e della bellezza del racconto. Beethoven diceva che la musica è il linguaggio di Dio perché è universale, in tutto il mondo capiscono la stessa melodia. Però, anche lo strumento della voce ha possibilità melodiche: nonostante la lingua utilizzata sia diversa nelle varie nazioni, è possibile arrivare con il suono e il timbro vocale a tutti. Ogni sera io mi diverto a cambiare il modo di dire la poesia: sono diverse le pause o le impostazioni perché questo mestiere non può essere altro che una ricerca continua, una sperimentazione. C’è un insegnamento che si porta più dietro di Orazio Costa, suo Maestro?

Il Maestro Costa mi ha insegnato prima di tutto la mimesi, la forma mimetica. Già Aristotele parlava della mimesi della poetica, partendo dalla prima espressività del bambino: il bambino ride perché vede la mamma ridere, quindi la mimesi è imitativa e diversa dal mimo alla Marceau, per intendersi. Fin da quando ero in Accademia, io ho lavorato molto sulla forma mimetica e oggi insegniamo questa disciplina anche al Centro Sperimentale: la mimesi è la voglia di comunicare che nasce dal bambino. Una volta Orazio Costa, mentre stavo recitando con lui in classe un testo di Cechov, mi apostrofò categorico: “Tu sei bravo, ma stai attento: quando te lo dicono non ci credere, non dormire mai sugli allori”. E da allora questa frase mi è rimasta

piantata in testa; ancora oggi, ogni volta che affronto un nuovo progetto è come se mi confrontassi con questo lavoro come se fossi ancora un debuttante: io riparto sempre da zero, devo trovare costantemente una novità in quello che faccio, anche per sorprendere o scioccare un po’ il pubblico… Lo ripeto anche ai miei allievi del Centro Sperimentale: non voglio che il pubblico si adagi a vedermi sempre e solo in “Come in tutti i mestieri, per un'unica versio- essere attori occorre avere ne consolidata. talento, ma bisogna capire che Io, in realtà, più una volta fatta una cosa si può che attore nasco sempre migliorare. Quindi avere con una forma- la curiosità, anche il giorno zione in campo dopo, di riprovarci e di mettersi elettronico e in gioco. E poi per un attore è alla fine questa importante anche la semplicità” materia non è poi così lontana dalla recitazione: attraverso dei diagrammi elettronici – che descrivono i battiti del cuore – è possibile capire l’intensità con cui emotivamente nell’attore si sviluppa il personaggio. Tu, attore, hai paura di andare in scena, ma si apre il sipario e c’è il pubblico: bisogna creare quell’alone di magia in cui tutti ti stanno a guardare, e non è facile. Anzi, direi che questa forse è la sfida più grande. Il pubblico lo sa che le scene sono finte, che si recitano delle battute, ma è compito degli attori ricondurre gli spettatori al momento in cui da bambini i genitori gli raccontavano la storia di Cappuccetto rosso o del Gatto con gli stivali. Noi attori siamo uomini fatti per raccontare delle favole ad altri uomini, fino ad arrivare alla favola più grande di tutte, quella che mi fa pensare e indagare sul mistero della nostra esistenza.


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Gabriele Lavia tutto si ripete, tutto cambia

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Qual è il senso profondo della parola dignità in relazione al teatro? Attraverso quali elementi passa la dignità: pensiamo all’attore, al pubblico, al teatro come macchina che lavora e si muove azionando tante componenti…

Dignità è una parola complessa, legata intimamente a un’altra paro“La parola dignità, anche se non ce ne accorgiamo, la difficile da definire che è giustiritorna sempre dentro la nostra vita. E il teatro, zia. Il termine giustizia deriva da in particolare, rappresenta in sé un paradigma giustificare e appartiene al campo molto forte perché specchio della vita stessa” della falegnameria; che cos’è il giustificato? In genere è l’incastro del maschio e della femmina, si dice così da sempre: nella storia della falegnameria e della tecnica maschio e femmina si devono incastrare, un lato in genere accoglie e l’altro si at-


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tacca. Può accadere che una parte sia troppo grande e allora si giustifica – è un termine tecnico – nel senso che si lima un po’ il maschio e si inserisce nella femmina: entrano uno dentro l’altro e l’incastro è perfetto… A volte non è possibile, un pezzo non si può limare, e ciò costituisce anche una metafora a livello della giustizia come la conosciamo noi: c’è qualcuno che si incastra male nella società e allora si giustifica, gli si dà una punizione, in modo che la parte dell’incastro che va giustificata diventi degna di entrare nel meccanismo conosciuto e consolidato. Questo paradigma tecnico possiamo considerarlo in rapporto con la vita: nel lavoro, così come con nostra moglie o i nostri figli, per esempio, dobbiamo sempre trovare un accordo, bisogna cercare di giustificarsi per essere degni di stare uno con l’altro. E questo non è qualcosa di scontato, anzi è un impegno che va intrapreso giorno per giorno; lo stesso vale per il teatro: l’attore si muove all’interno del personaggio che deve interpretare, la parte a volte risulta un po’ stretta e allora si riflette sul personaggio, si studia, per arrivare a capire se ci si è incastrati bene nel ruolo che ci è stato affidato. Se questa congiunzione accade, due diventa uno: l’attore diventa una cosa sola con il suo personaggio. In genere l’incastro non è dato mai per scontato: il rapporto tra un marito e una moglie, per esempio, necessita di un costante adattamento, un limarsi e giustificarsi reciproco, di giorno in giorno, di anno in anno… Non esiste un metodo valido a prescindere, bisogna adattarsi e ciò costituisce la faticosa

gioia di essere con l’altro. Del resto, la cosa più difficile al mondo è proprio riuscire a vivere insieme con ‘l’altro’. Ed ecco che, infatti, oggi

assistiamo ad una problematica di portata storica come quello della migrazione, dove ci si incrocia gli uni con gli altri: è qualcosa che accade, è accaduto ed accadrà sempre: la grande migrazione – che avviene sempre dal sud verso il nord, dal caldo al freddo – non si può fermare perché non si può bloccare il dolore, alla base di questo viaggio. Per ritornare invece al caso specifico dell’attore, è la relazione con il personaggio a richiedere un lavoro continuo: non c’è un momento in cui un attore non pensi alla parte, in cui ripassi le battute e ci si giustifichi ovvero si aggiustino le cose per essere degni del proprio personaggio. La parola dignità, anche se non ce ne accorgiamo, ritorna sempre dentro la nostra vita. E il teatro,

La domanda dell’intervista è di Marco Giorgetti, Direttore Generale della Fondazione Teatro della Toscana, ed è tratta dall’incontro di Gabriele Lavia con il pubblico nell’ambito della rassegna Sulla scia dei giorni organizzata dalla Fondazione CR Firenze.


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in particolare, rappresenta in sé un paradigma molto forte perché specchio della vita. Per Shakespeare il teatro regge, e reggerà sempre, lo specchio alla natura. Natura, in senso latino, che deriva della misteriosa parola greca physis, termine intraducibile che indica “l’eterno sorgere che in sé tramonta, l’eterno tramontare che in sé è sorgente…”. Teatro allora per riconoscerci e specchiarci come esseri umani, e in quanto physis, in quella strana cosa che è lo spettacolo. Il mito dello specchio di Dioniso è un mito fondante del teatro: il Dio fanciullo che si chiama Dioniso gioca tutto il giorno e corre dietro alle ninfe, è insomma un perditempo, mentre i Titani al contrario, figli della Terra, lavorano e lavorano. I Titani e la Madre Terra sono molto invidiosi di lui e cercano di ammazzarlo con ogni mezzo. Ogni pomeriggio Dioniso va a dormire e i Titani lo circondano di giochi, in modo che al risveglio venga distratto ed essi possano ucciderlo: gli mettono accanto dei burattini, una trottola e in mezzo anche uno specchio tondo… Quando si sveglia Dioniso comincia a giocare e i Titani gli vanno addosso, ma lui scappa e scappa, fino a quando si ferma davanti allo specchio. E il Mito ci dice che guardandosi nello specchio Dioniso vede il mondo e questo significa che Dioniso è il mondo. I Titani cercano di afferrarlo ma Dioniso si trasforma in pesce, in albero, in fiume, in fiore, in cervo, non si fissa mai in un’unica forma. E infatti, non è un caso, se tantissimi anni dopo Pirandello con le sue opere ci dice ancora che “ogni forma è la morte...”

Esistono altri due miti dello specchio: quello di Perseo, in cui lo specchio tondo rappresenta il suo scudo, e il mito di Narciso, probabilmente il più importante. Nel primo, Perseo è costretto a vedere riflessa nello specchio anche Medusa: dentro lo specchio c’è sempre colui che si specchia e dunque Medusa, il Terrore, non è altri che lo stesso Perseo. Guardandosi nello specchio, Perseo deve giustiziare il suo terrore tagliando la testa a Medusa, che però non muore mai: la sua chioma è fatta di serpenti, che rimangono sempre vivi. Il Mito ci dice allora che il Terrore non può mai essere superato: bisogna prenderne coscienza ed imparare a portarlo sempre sulle proprie spalle, il terrore, fino alla fine dei propri giorni. Il Mito di Narciso narra, invece, di un ragazzo bellissimo, Narciso appunto, che non sapeva di essere così bello. Ad un certo punto Narciso capita in un luogo che viene descritto immobile, senza un alito di vento, dove tutto è un po’ come sospeso. C’è uno stagno perfettamente tondo, in cui lui si ferma e si vede riflesso, riuscendo così, finalmente, a identificare il suo essere e la sua bellezza: è il momento del riconoscimento, attorniato da un estremo silenzio. Narciso, che il mito greco vuole poi che si trasformi in fiore, significa anche narcotico: l’uomo, davanti alla rappresentazione di se stesso, prende coscienza in una sorta di narcosi di sé. Nello specchio non vediamo altro che noi stessi, lo specchio è la condizione massima della solitudine e del riconoscimento di sé. Ecco perché si ripete sempre che il teatro è lo specchio della vita…


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Tutto questo lungo discorso per dire che a teatro il pubblico diventa anche attore, soprattutto quando si realizza quella meravigliosa giustificazione e dignità del senso della rappresentazione: come dice Strindberg, lo spettatore in sala è sempre in una condizione di sonno e semiveglia. A volte noi ci annoiamo anche a teatro, ma la noia è una cosa molto importante perché fa bene alla no-

io racconto sempre una storia, che per me è molto teatrale. Mia mamma e mia nonna – sono di origine siciliana – preparavano due sughi di pomodoro dal sapore completamente diverso, eppure gli ingredienti erano identici: la stessa quantità di pomodoro e basilico, lo stesso tipo di pomodoro, il solito olio… Come può accadere che usando gli stessi ingredienti il risultato sia invece

FOTO FILIPPO MANZINI

stra coscienza: io mi annoio, non c’è qualcuno che si annoia per me e anzi ognuno si annoia per sé. La noia è una delle più grandi ragioni attraverso cui prendiamo coscienza di noi stessi. Ecco perché la noia andrebbe sempre coltivata. Alla fine il teatro sembra non annoiare mai perché è sempre diverso, una recita non è mai identica all’altra. Per spiegare questo semplice concetto,

differente? Questo è veramente un grande insegnamento per il teatro: i testi sono gli stessi – ancora si rappresenta un testo di Ibsen come John Gabriel Borkman, sempre Amleto o Edipo re – ma sono gli attori ed essere diversi. Il teatro è lo stesso, eppur diverso nella stessità: sempre il pubblico davanti, gli attori sul palcoscenico, il pomodoro, il basilico… Tutto si ripete e tutto cambia.


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piccole, grandi emozioni

“Recitando, trasmettendo delle suggestioni al pubblico e ricevendone dai tuoi compagni di lavoro: improvvisamente tutto in scena fiorisce; le piccole sensazioni opache che avvertivi durante le prove diventano chiarissime: a volte, oserei dire, che diventano poesia”

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Parlare oggi del tema della gentilezza può sembrare un fatto rivoluzionario…

Anche noi attori ci siamo dimenticati di essere gentili, come in tutta la società moderna. La gentilezza è un fatto di civiltà e non bisogna vergognarsi, per esempio, di dire a una persona “ti voglio bene” oppure “ho sbagliato, scusami”; insomma, il problema è che oggi abbiamo paura di svelarci agli altri. L’approccio attoriale verso un nuovo testo necessita sempre di una condizione di apertura?

La prima cosa da ricercare è l’emozione. Io, come interprete, so che attraverso il sentimento riesco a raggiungere anche un pubblico più


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impreparato teatralmente; prima di tutto l’attore deve saper emozionare, soltanto in un secondo momento arriva la razionalità e ci si interroga: che cosa ci ha colpito di quello spettacolo? A volte non si riesce subito a capire perché un testo provochi emozione, poi si rilegge e si approfondisce, si scoprono cose nuove.

zo un collega cambiando una battuta all’ultimo minuto, ma rimanendo all’interno di certi punti nodali amo variare di sera in sera.

Come si riesce ad arrivare tutte le sere a raggiungere l’emozione?

È un fatto di sensibilità e di educazione. Quando studio una nuova parte non riesco a farlo in modo meccanico, penso alla geometria del personaggio e al retropensiero insito nel testo: è lì che va la mia concentrazione. Quindi mi avvicino al momento della rappresentazione non sapendo esattamente tutto, ma in scena avviene un miracolo, legato alla magia del palcoscenico: solo allora, certe idee che non erano chiare cominciano a funzionare. Recitando, trasmettendo E in Accademia anche il Maestro delle suggestioni al pubblico e riceOrazio Costa, in qualche modo, vi vendo emozioni dai tuoi compagni insegnava la gentilezza di questo di lavoro: improvvisamente tutto in mestiere? scena fiorisce; le piccole sensazioni Costa ci insegnava la civiltà dei opache che avvertivi durante le prove diventano chiarissime: a volte, oserei rapporti e, al di là del teatro, è stato per me un fondamentale maestro dire, che diventano poesia. di vita. I primi mesi in Accademia È difficile, per l’attore, rimanere ero senza soldi, ricordo che avevo i in una condizione di accoglienza buchi nei pantaloni… Ecco, Costa verso l’esterno? mi portava a casa sua a mangiare: È molto difficile, io l’ho imparato il nostro è stato un bellissimo rapcon gli anni. Un attore deve tenere porto insegnante-allievo. sempre a bada il suo temperamenRipensando a quegli esordi si to, questo è il primo insegnamento; sarebbe mai immaginato di inoltre, ho capito che bisogna rispetpassare tutta la sua vita sul tare degli appuntamenti fissi, anche palcoscenico? se non si è imparato perfettamente Ho avuto la fortuna di capire A sinistra la parte a memoria, e sono quei momenti in cui la scena raggiunge il cul- presto qual era la mia passione e immagine di mine. Non metterei mai in imbaraz- mi sono sempre detto: “Farò teatro Clara Bianucci


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finché avrò le ultime forze…”; certo, il mio fisico non è più quello di un tempo, però la testa, come il cuore e il fiato, hanno ancora la stessa forza. Ho sempre amato studiare l’essere umano e il teatro – attraverso autori come Shakespeare, Beckett o Dostoevskij che non giudicano mai

distanza di tanti anni ti consente di comprenderlo diversamente, con una ricchezza umana superiore. La tecnica per un attore conta, ma se non hai un bagaglio umano dentro di te non riesci ad esprimere i sentimenti. Oltre alla ginnastica fisica, per essere attori occorre una

FOTO FILIPPO MANZINI

i propri personaggi – mi ha aiutato in tutto questo tempo a capire che l’uomo non è perfetto. Io amo proprio il mistero dell’uomo, che può arrivare a toccare vertici di bellezza o cadere in atrocità infinite.

ginnastica dell’anima: in scena si deve pensare non solo al fiato e al ritmo, ma bisogna trasportare la vita, sfruttandone non solo le gioie ma anche i dolori. A volte, infatti, il dolore è imprescindibile e attraversare la sofferenza ti fa capire tante Da quando era un ragazzo in cose, ti permette di conoscere te Accademia fino ad oggi: com’è stesso. In questo senso uno sbaglio cambiata la sua valigia di attore? può essere più importante di un Sicuramente è una valigia più successo. Anche il fallimento ha un piena. La vita mi ha caricato di tan- valore, è questo che vorrei dire ai te cose e mi ha regalato una sem- giovani: si sbaglia, ci si sente smarpre maggiore umanità. Affrontare riti e dunque iniziamo a riflettere magari uno stesso personaggio a su noi stessi.


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Pratiche gentili

con affetto ed empatia Sebastiano Lo Monaco

La gentilezza ha a che fare con il mestiere di attore? Personalmente credo di avere un grande rapporto con il pubblico, si può chiamare gentilezza oppure empatia, affettività tra me e gli spettatori. Dopo un’interpretazione dell’Edipo Re al Teatro greco di Siracusa, il critico Franco Cordelli citò un antropologo - Marcel Mauss - per definire il mio rapporto con il pubblico. Mauss aveva condotto delle ricerche sui popoli indigeni osservando come tra queste popolazioni i doni ritornassero ciclicamente indietro al donatore primario. Si compiva così una gentilezza reciproca. Allo stesso modo Cordelli notava in me questa qualità di donare completamente il mio essere al pubblico, in uno scambio corrisposto di affetto che mi ritornava indietro da parte della platea. La gentilezza è dunque un sentimento che nasce in modo spontaneo oppure necessita di una costruzione all’interno di se stessi?

IMMAGINE DALILA CHESSA

Il mio rapporto con il teatro è sempre stato più istintuale che razionale. L’approccio verso ogni nuovo testo non può essere altro che di dono totale e di apertura nei confronti dell’autore: gentilezza significa, appunto, apertura. Istintivamente – senza nessun tipo di costruzione o infingimento – io mi metto, e questo fin dai primi anni giovanili in Accademia, a disposizione degli autori, del teatro e del pubblico. Addirittura a fine spettacolo puoi accorgerti che ti sei talmente spogliato in termini emozionali di fronte al pubblico, senti di avergli dato così tanto, che è come se avessi fatto una seduta psicoanalitica condotta dalla gente che ti guarda. Dopo questo scambio ti senti allora come un involucro vuoto: occorre tempo per abbandonare l’eccitazione dello spettacolo e ritornare in se stessi. Si può attuare una rivoluzione culturale tramite la gentilezza?

Credo che ogni rivoluzione, al di là della gentilezza, abbia bisogno di una grande forza. La rivoluzione non è un pranzo di gala: ci vuole energia. Anche se si può essere forti nella gentilezza e non usando la violenza.


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La Storia racconta...

viaggio in russia di Alice Pieroni

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ra attori e spettatori si instaura da secoli un dialogo, uno scambio reciproco ininterrotto fatto di parole e gesti; piccole gentilezze che hanno contribuito a rendere il rapporto solido e duraturo. Ma cosa avviene quando attori e spettatori parlano lingue diverse e sono separati da un enorme gap culturale? Le soluzioni adottate di volta in volta da interpreti e pubblico sono state fantasiose e innumerevoli. Pensiamo ad esempio alle prime tournée delle compagnie di attori che dall’Italia raggiungevano la Russia, negli anni Trenta del XVIII secolo. Truppe di professionisti della scena affrontavano viaggi pericolosi attirate dal miraggio di cachet da capogiro e ricche ricompense in denaro.

Nel 1700 la corte russa, isolata per secoli, cercava di mettersi in pari con il gusto e le mode imperanti nel resto d’Europa, ingaggiando professionisti stranieri da inserire nel proprio organico. Grazie alle riforme di Pietro il Grande, architetti, musicisti e attori italiani avevano riempito Mosca e San Pietroburgo di edifici, giardini, sinfonie e commedie. La zarina Anna Ioannovna, una volta sul trono (1730), decise di ingaggiare compagnie di attori stranieri, imponendo di fatto il suo gusto per le mode “estere”, sviluppatosi durante la ventennale permanenza nella più europea Curlandia (nell’attuale Lettonia). Gli istrioni italiani, con il loro repertorio di lazzi, maschere e buffonerie, rappresentavano un’attrazione irresistibile. I trucchi della Commedia dell’Arte, che ormai avevano annoiato l’Europa, trovarono un vasto bacino di spettatori nella terra degli Zar, dove le prodezze di Arlecchini, Pantaloni e Innamorati non erano ancora arrivate. Quando nel 1733 la compagnia di comici italiani, diretta da Gaetano Sacco, giunse in Russia lo shock per gli attori sarà stato sicuramente forte. Timori e aspettative accompagnarono gli attori durante il lungo e non facile viaggio. Arrivati a San Pietroburgo, la fastosa accoglienza preparata da Anna Ioannovna li fece presto ricredere. I comici si aspettavano l’arretratezza di una corte barbara, invece si trovarono coccolati in un ambiente ricco ed elegante. Gli archivi russi conservano tracce dei preparativi per l’arrivo degli interpreti italiani: dalla tesoreria vennero stanziati 12.500 rubli (cifra ragguardevole) per il loro mantenimento annuale (17 aprile 1733) e vennero preparati materassi e cuscini per la permanenza a corte. La Zarina non badò a spese per i suoi preziosi ospiti. Dal canto loro Gaetano Sacco e compagni, tra i quali ricordiamo i figli Antonio e Adriana, la moglie Libera, Ferdinando Colombo e Giovanni Camillo Canzachi, ricambiarono la


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generosità di Anna Ioannovna mettendole a disposizione la propria arte. Se in Europa le comuni origini culturali rendevano più facile la comprensione e l’accoglimento della Commedia dell’Arte, in Russia il pubblico era per la maggior parte sprovvisto dei mezzi per comprendere quanto gli italiani mostravano sul palcoscenico. Erano le prime incursioni delle maschere nel regno della Zarina. Arlecchino non suscitava automaticamente il riso degli spettatori, nonostante i gesti comici e le piroette buffonesche. Come superare l’impasse? La prassi dei comici dell’Arte di solito non necessitava di traduzioni a stampa. Di fronte al pubblico russo probabilmente gli smaliziati interpreti italiani sentirono la necessità di un supporto esterno, per aiutare gli spettatori nella fruizione. Per agevolare Zarina e cortigiani vennero approntate delle traduzioni di commedie e intermezzi musicali, reperti unici nel loro genere. Anna Ioannovna finanziò la realizzazione delle stampe sia in lingua russa che in tedesco, ad opera dell’Accademia delle Scienze di San Pietroburgo. Nelle traduzioni delle commedie non Valery Ivanovich Jacobi, Giullari alla corte di Anna Ioannovna (appartenente al Mordovskij Respublikanskij Muzei izobrazitelnix iskusstv i.m. S.D. Erzi)

sono fornite le battute degli attori, ma la descrizione a grandi linee della scena. Solamente alcuni estratti, ritenuti divertenti o essenziali per la comprensione dell’intreccio, sono riportati per intero. Gli intermezzi musicali vennero stampati come veri e propri libretti d’opera, furono anche inserite le arie in lingua italiana. Gli interpreti vennero ricompensati per la loro gentile attenzione con generose integrazioni agli stipendi, come indicato nei decreti imperiali (25 settembre 1733). L’idillio russo per la compagnia di Gaetano Sacco si protrasse fino al 4 luglio 1734 quando, a causa della morte dello stesso capocomico, i familiari decisero di lasciare San Pietroburgo. Da questa tournée emerge un equilibrio armonioso tra pubblico e attori, fatto di un dare e avere bilanciato. Nonostante le palesi difficoltà di comprensione, interpreti e spettatori trassero reciproci vantaggi dal loro interagire.


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A T T O R I - S C R I T T O R I

Luigi Lo Cascio

palermo-roma, andata e ritorno

Ogni ricordo un fiore* è un libro con uno spunto importante, che potrebbe capitare ad ognuno di noi: tutti abbiamo intrapreso un viaggio in treno che ci ha portato verso luoghi diversi…

Questo è un romanzo autobiografico in cui il protagonista, Paride Bruno, intraprende un viaggio in Intercity da Palermo verso Roma: questo è il tipo di viaggio che co“L’autore deve distrarsi dal mondo, è un’astrazione nosco meglio perché, quando ad un la sua, altrimenti come potrebbe scrivere? certo punto della mia vita ho lasciaIn questa forma di estraniamento e di to medicina per il desiderio di fare allontanamento momentaneo dal mondo, l’attore, sono stato preso all’Accadesolo apparentemente ci si distacca mia d’Arte Drammatica. Andare in dalla cose e dalle relazioni” treno da Palermo a Roma, nel periodo delle feste o per le vacanze, era il mio viaggio abituale e occorrevano circa tredici ore, un tempo molto


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lungo. Il viaggio raccontato nel libro contrasta quindi con il tipo di atteggiamento che ha invece il protagonista Paride Bruno: lui è fulmineo, soffre di ICM ovvero Incompiutezza Cronica Multifattoriale, che lo costringe a interrompere sempre le cose che inizia. Però, quando lui intraprende un nuovo progetto lo fa pienamente, è presente al cento per cento e non svagatamente. Soltanto che è molto volubile: c’è un capitoletto nel libro dedicato proprio al tema delle distrazioni, che avvengono a causa di due fattori. La prima motivazione va ricondotta all’accelerazione del tempo delle nostre vite: a volte la frenetica quotidianità può essere un alibi per non completare le cose e dare la colpa invece a qualcos’altro; la seconda ragione è data, appunto, dalle distrazioni: il tempo riceve una miriade di sollecitazioni, per cui non ci accontentiamo solo di quello che stiamo facendo ma ci sembra che la felicità e l’appagamento, la soddisfazione personale, stiano sempre da un’altra parte. Nell’amore o nell’alimentazione, in svariati campi, il protagonista non riesce a completare quello che fa, ma lui è anche uno scrittore: ha iniziato 230 storie interrompendole tutte quante alla prima frase. Scrive una frase, un incipit di una storia e si ferma; questo lungo viaggio da Palermo a Roma serve allora per risolvere la questione: cosa fare di questo faldone con 230 incipit? Come lettori leggeremo questa miriade di ipotetiche storie, dei frammenti, e insieme al protagonista scopriremo se almeno con una si può continuare oppure se è possibile trovare qualcosa che possa legare tutti questi brandelli narrativi.

In questo frenetico momento storico e culturale la distrazione, il fatto di non portare a termine le cose come accade al protagonista di Ogni ricordo un fiore, appare come un lusso che non possiamo permetterci?

Più che di distrazione io parlerei di divagazione, che è quello che poi accade anche allo scrittore. Prima mi era capitato di scrivere, soprattutto per il teatro, ma non con una forma così lunga e quindi la struttura di questo libro ha richiesto più

FOTO PINO LE PERA

continuità. L’autore deve distrarsi dal mondo, è un’astrazione la sua, altrimenti come potrebbe scrivere? In questa forma di estraniamento e di allontanamento momentaneo dal mondo, solo apparentemente ci si distacca dalla cose e dalle relazioni. In realtà, c’è uno sprofondamento in una dimensione nuova, *Ogni ricordo un fiore è capace di calarti in un’atmosfera un libro di Luigi Lo Cascio che risulta addirittura più presente edito da Feltrinelli (2018)


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della quotidianità ma che è anche più sconosciuta. La trascrizione di questo sentimento, così unico e quasi indicibile, rappresenta la sfida di ogni scrittore. All’inizio non avevo

FOTO FILIPPO MANZINI

di una cinquantina ho cominciato a rileggerle e solo allora è arrivata l’idea di costruire un romanzo. Il protagonista in fondo è un altro me stesso, sono io a moltiplicare tutte queste storie. Mi sembrava che far diventare un libro tutti questi spunti narrativi fosse una cosa difficile: ad un certo punto il lettore pretende sempre una trama. Ecco perché, più che ad un libro, pensavo a qualcosa di diverso: avevo in mente quel gioco che si fa tra amici, quando uno comincia una storia e l’altro che gli sta accanto la deve completare… Alla fine si legge tutto e viene fuori un unico racconto, frutto del contributo di tutti. La mia illusione, per quanto riguarda Ogni ricordo un fiore, è che possa essere interpretato come il libro dei King: si prende e si pensato di scrivere proprio un libro apre a caso, una storia può sembrare con una forma compiuta, ma via più incoraggiante e un’altra invece via arrivavano queste storie e quan- rappresenta una sfida. Sono pagine do sono cominciate ad essere più sparse che raccolgono la vita.


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Pratiche gentili

un senso alLE COSE Sergio Rubini

La gentilezza ha a che fare con il mestiere di attore? Tra spettatore e attore si instaura assolutamente uno scambio gentile. Penso che il pubblico sia come uno specchio, in cui noi artisti possiamo guardarci. Se il pubblico ci segue è perché, in qualche modo, siamo riusciti ad essere veri. Il pubblico è dunque lo specchio della nostra capacità di scavare a fondo in noi stessi e di essere autentici. Quando riusciamo a farlo, il pubblico ci sorride. La gentilezza è dunque un sentimento che nasce in modo spontaneo oppure necessita di una costruzione all’interno di se stessi?

IMMAGINE CLARA BIANUCCI

Per quanto mi riguarda, io curo – diciamo così – la mia personale gentilezza attraverso la lettura: mi piacciono molto i libri, è da lì che traggo le mie idee. Sono portato a leggere anche i libri che non mi piacciono perché poi magari in coda è possibile trovare sempre una parola illuminante. Ci sono degli scrittori che sono entrati nella mia vita nel corso degli anni: da ragazzo ho scoperto i classici russi oppure un autore come Kafka, poi negli ultimi anni mi sono appassionato alla letteratura americana e a scrittori come Franzen o Murakami… La gentilezza nasce, allora, dalla voglia di dare senso alle cose ed è legata alla memoria personale. Si può attuare una rivoluzione culturale tramite la gentilezza? È la possibilità di costruire un confronto con gli altri a fare la differenza nella nostra società. Per realizzare la riduzione teatrale di un’opera letteraria – per esempio, come è avvenuto recentemente nell'adattamento realizzato da me e Carla Cavalluzzi di Dracula, l’ultimo grande romanzo gotico – occorre tornare e ritornare sul libro, va smontato il testo originario. Ecco perché diventa importante parlarne con altri che l’hanno letto perché bisogna cercare di capire se sono rimaste fissati nella memoria gli stessi elementi che hanno colpito anche te. La voglia di confrontarsi, di interrogarsi su cosa un’opera sia stata in grado di lasciarti dentro, è sempre qualcosa di estremamente prezioso.


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Dai racconti di una giovane scrittrice...

il mondo fuori di Orsola Lejeune

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i è cascato un sasso nello stomaco. Mi è cascato quando ho visto salire sull'autobus una madre con due bambine. Aveva la pelle color caffellatte, un velo in testa blu e un vestito

lungo viola. Aveva una bimba di pochi mesi, un'altra più grande, di circa sei anni, con due trecce sbarazzine e occhi vivaci. È salita con qualche difficoltà e ha fatto appena in tempo a mettere i freni al passeggino che il bus è partito. Ha parcheggiato il passeggino accanto a due sedili, ha preso la bimba più grande per mano e si è appoggiata ad un palo per non perdere l'equilibrio. La bimba più grande sfuggiva, voleva guardare fuori dalla porta, la neonata ha preso una bizza ed è diventata viola dal pianto. La madre ha dovuto prenderla in braccio. Aveva due mani, con una reggeva la neonata, con l'altra cercava di acchiappare quell'esserino agitato con le trecce. Non poteva reggersi. Sui due sedili accanto due ragazzine erano impegnate in un'interessante discussione e fra una risatina e l'altra guardavano la mamma in difficoltà. Avevano una sciarpa, un cappello di lana, i capelli lisci e perfetti, il trucco appena fatto, le caviglie scoperte e viola dal freddo. Mi è cascato un sasso nello stomaco quando gli ho dovuto chiedere di far sedere la madre con le due bambine, un altro quando si sono alzate con stizza e un altro ancora quando la madre mi ha ringraziato con gli occhi bassi. Tre sassi mi sono cascati nello stomaco. Mi è cascato un sasso nello stomaco. Proprio oggi. Mentre guardavo una ragazza attraversare la strada. Lei aveva un giubbotto pesante, dei pantaloni neri, una scarpa da ginnastica e sull'altro piede tutto gonfio una ciabatta. Sul viso aveva una smorfia di dolore mentre procedeva lenta e zoppicante. Le faceva male il piede. Mi è cascato un sasso nello stomaco. Mi è cascato quando mi sono girata e ho trovato accanto a me una ragazza bionda, su una macchina molto costosa, con il suo ragazzo. Lei aveva gli occhi marroni, il trucco e i capelli perfetti, non le ho visto le


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caviglie ma probabilmente erano scoperte, come obbliga la moda di oggi. Caviglie scoperte e cervello vuoto. Stava ridendo a crepapelle, si stava divertendo molto mentre fotografava la ragazza che stava attraversando. Era divertente: aveva ai piedi una ciabatta e una scarpa da ginnastica. Mi è cascato un sasso nello stomaco mentre spostavo lo sguardo dal dolore di un volto, alla risata sguaiata di un altro. ...E pensavo. Pensavo a come sarebbe stato brutto per quella ragazza zoppi-

IMMAGINE CLARA BIANUCCI

cante magari ritrovarsi su un social network, derisa per la sua ciabatta. O forse, ho pensato, non gliene importa nulla, sarà consapevole della stupidità che oggi impera. Pensando mi è cascato un altro sasso nello stomaco. Il semaforo è diventato verde, io sono partita, ma il mio stomaco era molto pesante. Cosa ne sarà di noi anche quando l’ultimo barlume di empatia, gentilezza e condivisione con il prossimo sarà sparito? Il percorso sembra tracciato, speriamo che ci sia una sorpresa, una svolta, un cambiamento. Speriamo che non caschi quell’ultimo sasso nello stomaco.


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D A L T E A T R O N I C C O L I N I

Sauro Albisani

È facile coniugare il teatro con la poesia?

Io nasco come poeta e proprio attraverso la poesia mi sono avvicinato al teatro e alla drammaturgia. Collegare il teatro con la poesia, alla fine, è un po’ come ritornare alle origini. In Occidente il teatro nasce dalla cadenza euritmica del “Nella nostra società vale la pena scommettere metro, dal dattilo greco latino e dal sulla possibilità della parola e di crederci, verso scandito con il corpo: allora in modo da recuperare una radice antica e si assisteva ad una forma di partecioriginaria che non si è inaridita” pazione corporale al ritmo e anche i danzatori, che ad un certo punto nel ditirambo uscivano fuori allo scoperto, in qualche modo coniugavano il rito del corpo e il ritmo della parola poetica. Quella delle origini era, insomma, una parola danzata e invece oggi probabil-

visioni di parole


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mente abbiamo più difficoltà ad accettare una dimensione della parola così pervasiva e totalizzante, una parola che non esclude nemmeno i linguaggi mimici del corpo. Credo che nella nostra società odierna valga la pena di scommettere sulla possibilità della parola e di crederci, in modo da recuperare una radice antica e originaria che non si è inaridita. Nella storia del teatro tante pagine importanti sono legate all’autorevolezza della parola poetica, ad un’astrazione del discorso che rimanda immediatamente ad un messaggio di necessità e di urgenza. Oggi il teatro di poesia può offrire un utile servizio contro l’abuso della verbosità e della parola degradata, declassata troppo spesso ad una forma di talk show o ad un semplice chiacchiericcio. Invece la parola poetica ha questo metronomo al suo interno dato dall’unione di ogni sillaba del verso, che è un po’ come se fosse il metronomo della nostra coscienza. Da sempre i poeti cercano di scandagliare l’animo umano: è come se volessero entrare dentro la cantina personale di ciascuno di noi, per riuscire così a capirne l’interiorità. In questo senso, il teatro può essere uno strumento estremamente prezioso perché presuppone la convocazione dell’individuo al cospetto di questa liturgia. Tutto accade nella presenza imprescindibile dello spettatore: a teatro è l’irripetibilità del momento che continua ad avere un valore taumaturgico e insieme terapeutico di richiamo al dovere-diritto alla partecipazione. Giorgio Gaber affermava che “libertà è partecipazione” ed in effetti si tratta di un’equazione fondamentale: il teatro è una forma di

condivisione dello spettacolo, attori e spettatori interagiscono con la loro presenza reale in sala e avviene uno scambio emozionale in una dimensione virtuale, una dimensione del possibile. Ho sempre creduto in questa realtà etico politica della poesia volta alla realizzazione di una polis ideale in cui il teatro, come accadeva nell’antica Grecia, potesse recuperare un ruolo pedagogico e di educazione della cittadinanza. Teatro come risveglio delle “Teatro come risveglio delle coscienze, dun- coscienze, dunque, e occasione que, e occasione per una palestra del pensiero: io per una palestra vedo da sempre il palcoscenico del pensiero: io come un perimetro la cui vedo da sempre sacralità è data dal fatto che il palcoscenico si tratta di un luogo in cui è come un pe- possibile rendere visibile il rimetro la cui pensiero e quindi ciò che per sacralità è data natura sarebbe assolutamente dal fatto che si invisibile” tratta di un luogo in cui è possibile rendere visibile il pensiero e quindi ciò che per natura sarebbe assolutamente invisibile. E in questo rito ufficiale del teatro compiuto in prima persona dall’attore, anche allo spettatore è destinato un indispensabile ruolo da protagonista. Si può dunque compiere una rivoluzione culturale, un atto politico, tramite valori come la bellezza, la gentilezza e la poesia?

Assolutamente sì; la bellezza e l’epifania creativa aggiungono qualcosa alla realtà che prima non esisteva: l’essere umano investe su se stesso come homo faber, come fabbricatore di una dimensione ‘altra’. Il poeta alla fine, se si guarda

Sauro Albisani è poeta, docente e curatore della rassegna Io nel pensier mi fingo con iNuovi, il gruppo di giovani attori della Fondazione Teatro della Toscana.


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all’etimologia, non è altro che un artigiano, un fabbro della parola. Come diceva sempre il mio Maestro Orazio Costa, il verso è l’uomo: è, infatti, partendo dall’essere umano che si devono ricominciare a ricostruire i presupposti per una politica portata al dialogo all’interno della polis. Non so se scrittori come Fëdor Dostoevskij (“la bellezza salverà il mondo”) o Gustave Flaubert (“la stupidità fotterà il mondo”) fossero profetici, però sicuramente un antidoto contro il veleno della stupidità può essere soltanto un necessario ed assoluto richia“Il poeta alla fine, se si guarda mo alla bellezza. all’etimologia, è un artigiano, Questa politica un fabbro della parola. Come demagogica e diceva sempre il mio Maestro pseudo libertaOrazio Costa, il verso è l’uomo: ria che ci circonè partendo dall’essere umano da tutti punta che si devono ricominciare a molto sull’utiricostruire i presupposti per lizzo facinoroso una politica portata al dialogo della stupidità: all’interno della polis” se c’è allora una possibilità di resistenza culturale a questo attuale stato di cose è proprio l’affermazione della bellezza o il riconoscimento del fatto teatrale in primis. A teatro, tu spettatore, hai davvero davanti a te la creatura che ti parla nella totalità del suo linguaggio antropomorfo: l’essere umano nell’offerta di sé, un uomo che dice ad un altro uomo: “Guarda, che io sto parlando a te…”. Credo che questo sia il motivo di maggiore fiducia umanistica che si possa riporre nella pedagogia teatrale ed ecco perché spero che esperimenti come la poesia teatrale di Io nel pensiero mi fingo, in scena al Teatro Niccolini di Firenze, diano un piccolo contributo in questa direzione.

C’è un filo che lega gli autori scelti – Pascoli, Gozzano, Palazzeschi, Betocchi, Campana – per questo progetto?

Forse un collegamento ideale può essere quello di un progressivo, inesorabile e inarrestabile avvicinamento della lingua poetica alla lingua parlata. Osando e rischiando, è possibile trovare la poesia nel linguaggio della vita quotidiana. Per secoli, invece, la poesia si è mossa su un binario aulico, quello di una lingua che era fatalmente e possiamo dire anche tristemente destinata a pochi individui legati insieme dall’appartenenza ad una stessa casta. La poesia dei poeti che ho scelto per Io nel pensier mi fingo segna una tappa molto importante di volgarizzazione della poesia, nel senso proprio del vulgus, che vuole restituire la poesia a chi magari l’ha già dentro di sé ma non sa di possederla. Quindi una poesia non per i letterati o gli accademici, ma per le persone che possono così trovare pane per la loro vita interiore attraverso la parola accessibile di questi poeti. Inoltre, ciò che fanno stupendamente questi poeti, ciascuno a suo modo, è di guardarsi vivere dolorosamente e dolorosamente cercare di percorrere il periplo che va dalla coscienza all’autocoscienza personale: i poeti sono cercatori di senso per le grandi domande della nostra esistenza di esseri umani perché tentano di trovare una risposta, nel chiuso della propria coscienza, al mistero della nostra incarnazione e presenza sulla Terra e lo fanno guardandosi vivere dal di fuori – oggettivandosi in qualche modo – attraverso il sentiero dell’esperienza della creazione artistica.


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Storie di ordinaria in-gentilezza di Valentina De Matteis

IMMAGINE CLARA BIANUCCI

L

a definiscono 'piccolo gesto verso gli altri', la gentilezza, in verità, è qualcosa di più: è amabilità, garbo, cortesia. È un concetto semplice ma nella vita di tutti i giorni è un comportamento difficile da mettere in pratica. Pensiamo al teatro; sicuramente avrete assistito (o, ahimè!, ne sarete stati i protagonisti) a quelle che (con un sorriso amaro!) potremmo chiamare “Storie di ordinaria in-gentilezza”. È buio in sala, una voce gentile ricorda di spegnere i cellulari, il sipario si apre, gli attori entrano in scena. Dopo pochi minuti uno spettatore estrae dalla borsa un pacchetto di patatine che sgranocchia voracemente; tra le prime file, accanto alla spettatrice dalla chioma fluente, in perfetto stile Moira Orfei, che impedirebbe la visuale anche ad un vatusso, un altro spettatore accenna un piccolo colpo di tosse, poi un altro… La sala si trasforma in un concerto a più voci (rauche, ovviamente!). Tra un colpetto di tosse, una caramella scartocciata, un ronf ronf del signore in prima fila, lo spettacolo continua, ma all’improvviso, click!, la sala “s’illumina d’immenso”! E quando ormai tutto l’accadibile è accaduto, nel bel mezzo dell’ultimo atto, squilla un cellulare, e lui, il signore distinto in penultima fila, si alza e pasito a pasito, suave suavecito lascia la sala ancheggiando al ritmo di suoneria. Lo spettacolo è finito. Pronti, partenza, via… di corsa verso l’uscita. Ma è davvero così difficile essere gentili? La risposta è no! Bastano poche semplici attenzioni (a teatro come nella vita!). Ecco, quindi, qualche consiglio per iniziare ad esserlo: sii puntuale, per rispetto degli attori e degli spettatori; evita cappelli o capelli troppo vistosi; fai attenzione a non muovere spesso la testa dando fastidio a chi ti siede dietro; stai in silenzio; non mangiare in sala e se puoi evita di scartocciare caramelle; spegni il cellulare ed infine: non alzarti prima che sia terminato lo spettacolo, anche se sei di fretta.


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Davide Enia

il gesto che parla

“Fin dalle origini il teatro è stato un luogo dove si discuteva e si rifletteva, quindi il teatro ha sempre presupposto un ascolto, lo stesso che viene richiesto oggi di fronte allo spaesamento che ci attanaglia tutti”

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L’abisso, il suo ultimo lavoro, attinge da Appunti per un naufragio con cui ha vinto il Premio Mondello 2018…

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L’abisso descrive un’esperienza indicibile: lo sbarco di tanti profughi stranieri sulle coste del Mediterraneo visto come una metafora di un naufragio, che è personale ma allo stesso tempo anche collettivo. Ecco che L’abisso allora racconta l’incontro con ‘l’altro’ e con ‘l’oltre’, è l’abisso che ci si spalanca davanti e che abbiamo dentro di noi. L’abisso viene moltiplicato per ogni singolo essere umano, ciascuno di noi ha il suo individuale abisso dentro di sé. A Lampedusa ho trascorso molto tempo per provare a costruire un dialogo con i testimoni diretti di


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questi flussi migratori e delle tragedie ad essi connesse: ho parlato con i pescatori e il personale della Guardia Costiera, con i residenti e i medici, con i volontari e i sommozzatori. Volevo cercare di capire cos’è che stava accadendo davvero davanti ai miei occhi e collegare questo dolore collettivo con i miei drammi personali, creando come una consonanza tra il mondo intimo e la storia, quella con la Esse maiuscola, che sta accadendo intorno a noi. Non possiamo etichettare questi fatti utilizzando dei parametri nostri, che appartengono al nostro passato, perché la tragedia contemporanea del Mediterraneo è qualcosa che risponde a delle categorie sconosciute. È il mondo come l’abbiamo conosciuto fino a oggi e quello che potrà essere domani, un incontro epocale tra geografie e culture diverse. E questo anche se credo che il presente accada sempre in maniera ciclica: il presente è un accadimento, in forma leggermente diversa dalle quattro o cinque dinamiche con cui si sviluppa l’umanità. Qual è il modo giusto per affrontare, secondo Lei, il fenomeno dei migranti?

Credo che dobbiamo imparare a metterci in una condizione che viene continuamente disattesa, continuamente violata e trascurata: bisogna ascoltare quello che sta accadendo, concentrandoci sulla voce, i corpi e la storia dei primi protagonisti di questi sbarchi. Fin dalle origini il teatro è stato un luogo dove si discuteva e si rifletteva, quindi il teatro ha sempre presupposto un ascolto, lo stesso che viene richiesto oggi di fronte allo spaesamento che

ci attanaglia tutti. I tempi in cui viviamo non sono gentili, la conquista della civiltà nella nostra società è infatti molto lontana.

Come uomo di teatro, riuscire a portare avanti il suo mestiere cosa significa?

Occorre imparare a stare in silenzio: se non si conosce l’espressività dei silenzi, non si può comprendere neanche come dire una battuta. Sono palermitano e al Sud anche lo sguardo e il gesto sono narrativi. L’obiettivo è quello di trasmettere qualcosa agli spettatori, tante individualità diverse tra loro. In uno spettacolo, quando l’attenzione è al massimo e i pensieri si indirizzano verso un unico punto, gli esseri umani riescono quasi a dialogare tra loro. L’attività sostanziale di noi teatranti – attraverso il cunto – si convoglia con potenza verso questi momenti unici, in cui si lavora per A sinistra dotare ogni singolo essere umano di foto di Filippo Manzini una nuova prospettiva.


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Buon compleanno, teatranti!

U

n compleanno importante per tutti i teatranti: 25 febbraio 2019. Ebbene sì, se accettiamo una convenzione e consideriamo che il di 25 febbraio 1545 viene siglato il documento notarile che formalizMarta Bianchera za la nascita della prima compagnia di comici. Tre semplici parole, compagnia-di-giro, racchiudono il senso intrinseco del fare teatro. Compagnia è infatti allusivo dello stare insieme, di vicinanza e di intenti comuni (economici oltre che poetici, sia chiaro), mentre di giro sottolinea invece il nomadismo. L’essere itineranti diviene una condizione necessaria agli attori, dal momento in cui le città sono ancora piccole e il pubblico si esaurisce in poche repliche. Citando Siro Ferrone, uno dei maggiori esperti della Commedia dell’Arte, i teatranti sono “attori mercanti corsari”*. Banalizzeremmo però un fenomeno complesso se pensassimo solo alla compagnia di freak che si sposta di città in città su di un carrozzone strampalato e colorato. Gli attori che vantano le corti come committenti si elevano al livello di veri e propri ambasciatori. Sarà comunque il nomadismo a delineare i caratteri salienti della figura del teatrante: il non aver una fissa dimora permette all’individuo di eludere l’imposizione di regole sociali. Il teatrante porta con sé la natura del sovversivo, perché vive e partecipa la società, ma con regole proprie. Trovo affascinante il fatto che ben 474 anni fa si siano delineate le caratteristiche che determinano ancora oggi le compagnie che vediamo tutti i giorni sui palcoscenici dei nostri teatri. La compagnia arriva ‘su piazza’, con alle spalle chissà quante altre tappe e città. Studia il luogo che ha a disposizione e qui si ambienta; in quello spazio vuoto e potenziale che è il palcoscenico, innesta il proprio spettacolo. Le ore scorrono veloci durante l’allestimento della scena che deve procedere secondo dinamiche rigorose e precise. Via via si conoscono e si scoprono le persone che quel luogo lo vivono quotidianamente. Lavorando tutti insieme per ore e ore consecutive con l'obiettivo comune di andare in scena, ci si scambia sempre e comunque *Siro Ferrone, qualcosa. Quando si tornerà in quel teatro e su quel palcoscenico si vivrà il Attori mercanti corsari, più bello fra i paradossi: ci si sentirà stranamente ospiti ma allo stesso tempo Einaudi 1993 a casa… per poi subito ripartire verso un’altra piazza, verso un’altra casa.

IMMAGINE CLARA BIANUCCI


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Tocca il cuore sfiorando le parole Bisbiglia e poi sorridi Accendi una candela appoggia le tue mani sul ventre caldo di questa terra Asciuga gli occhi e aspetta Quest’acqua pulisce il sole riscalda Non c’è domani è oggi che tutto accade Ma tu rimani

A.


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Per una nuova europa

Il cammino della Pergola nella dimensione internazionale di Riccardo Ventrella

C’

era una volta, e ancora oggi c’è, l’Unione dei Teatri d’Europa, figlia del sogno di una koinè culturale continentale alimentato negli anni Ottanta da Jack Lang per la parte politica e da Giorgio Strehler per quella artistica. In un momento in cui ancora andava costruendosi l’unità amministrativa, mettere l’accento sulle assonanze culturali sembrava potesse accelerare il processo di coesione tra le varie parti. Oggi molta strada è stata fatta, tanta che si rischia di tornare indietro. L’unione degli stati europei è messa in pericolo dal crescere dei nazionalismi, dei sovranismi, della paura dell’altro, ma anche da un carico burocratico centralista che a tanti cittadini pare lontano e incomprensibile. Proprio ora c’è bisogno di un’altra Europa, il continente della civiltà opposto ai tentativi di reagire alla crescente complessità del presente con la barbarie. Lo sforzo che il Teatro della Pergola va facendo sul fronte internazionale va proprio nella direzione dell’identificazione di una nuova identità per la koinè europea, fondata sui giovani, sul lavoro, sulla capacità del teatro di tornare a parlare alle persone comuni; appunto, alla comunità. Il primo compagno di viaggio che la Pergola ha incontrato in questa sua volontà di cammino è stato il Théâtre de la Ville di Parigi e il suo vulcanico direttore, il franco-portoghese Emmanuel Demarcy-Mota. Nessuna diffidenza verso la differenza e l’alterità, recita il progetto del Théâtre de la Ville che si è orientato fortemente verso l’universo dei giovani e ha prodotto la singolare iniziativa della Carta 18-XII: una “chiamata alle armi” per quanti si occupino di cultura, sia essa artistica, perfomativa o scientifica, affinché prendano un impegno verso i nuovi diciottenni, che sono anche i “figli del millennio”, i primi nati nel Duemila che accedono allo status della maggiore età. Ogni secolo si interroga al proprio debutto sulla nuova identità che assume: lo fece l’Ottocento con Alfred de Musset, lo fece il Novecento con le avanguardie artistiche. Oggi più che mai è importante comprendere lo spirito con cui si è entrati nel nuovo millennio, e lasciare che le aspirazioni di quanti non hanno conosciuto altra temperie che questa possano coltivarsi ed esprimersi. Per questo la Carta chiede a chi della cultura è protagonista di creare concrete occasioni, di incontro, di impegno e di lavoro per questi giovani. Alla fine di gennaio del 2019 se ne è parlato all’Ambasciata di Francia a Roma, nel corso della Notte delle Idee, la manifestazione annuale dell’Istituto Francese che quest’anno ruotava attorno al tema dell’Europa, in una conversazione tra Demarcy-Mota e il Direttore Ge-


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nerale della Fondazione Teatro della Toscana Marco Giorgetti, chiusa dalla lettura della carta affidata a due studentesse, in francese e in italiano. Pochi giorni dopo questo avvenimento, l’ambasciatore francese in Italia è stato richiamato in patria come conseguenza della crisi diplomatica apertasi tra i due Paesi, la prima di questa gravità dallo scoppio dell’ultima guerra. Una contingenza politica che ci mostra quanto il ruolo della cultura sia fondamentale nel "tenere la barra dritta" in tempi di tempesta. L’Europa di Lang, e Strehler, probabilmente non esiste più, con tutto il rispetto possibile per l’Unione dei Teatri d’Europa che è ancora in vita. A tempi nuovi nuove risposte. Per questo il Teatro della Pergola va muovendosi con il maggior dinamismo possibile per identificare nuovi punti di contatto per un’Europa diversa. Il rapporto col Théâtre de la Ville di Parigi ha preso le mosse con la Carta 18XXI proprio per questo motivo. Continuerà con la partecipazione della Pergola alla produzione di due spettacoli di Bob Wilson, e con la costruzione di una comune visione dell’avvenire. Altra partnership che va aprendosi è quella con il Teatre Lliure di Barcellona e il suo nuovo direttore, Juan Carlos Martel, che è anche consulente della Fondazione Teatro della Toscana per un progetto di cui si dirà tra breve. Barcellona, la Catalogna, luoghi storici che da sempre hanno consonanza con l’Italia oggi agitati da sommovimenti sociali importanti. Il teatro ha una parte importante in tutto questo, e intende con questa comune progettualità riaffermarla. Si diceva di una nuova iniziativa che la Pergola ha assunto in favore degli allievi della Scuola per Attori "Orazio Costa", l’apertura di “spazi di complessità” e di incontro con artisti internazionali e altri studenti che vengono soprattutto dall’Europa. Il primo di questi appuntamenti, dedicato a teatro e città, è stato animato da Serge von Arx, architetto e docente di scenografia nonché direttore artistico del dipartimento relativo della Norwegian Theatre Academy. Con lui un musicologo, Lars Petter Hagen, un archeologo, Kjartan Fønstellen, e tre studenti della Norwegian per una settimana di lavoro sul campo con la partecipazione di Juan Carlos Martel e della nota produttrice Elisabetta Di Mambro, altra consulente della Fondazione.

FOTO FILIPPO MANZINI


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I C O N I C O M A R C E L L O

Una vita tra parentesi

“A

volte mi chiedono: "Fai un film dietro l'altro, non ti fermi mai: ma tu quand'è che vivi?" Già, è una domanda che a volte mi Una vita tra parentesi pongo anch'io. Dov'è la mia vita normale, reale, quella che è la frase con cui vivono un po' tutti? La cosa può apparire retorica: passando Mastroianni amava da un personaggio all'altro, vivendo storie inventate - che animale è l'atdefinire la sua stessa vita, tore? Chi è veramente? Se rifletto sulla mia carriera che dura ormai da celebrata e ripercorsa cinquant'anni, tutto, in fondo è abbastanza effimero, frutto di un 'gioco' dalla mostra Marcello che non è la realtà. Voglio dire che facendo il mio mestiere si ha quasi Mastroianni allestita al Museo dell'Ara Pacis. Il l'impressione di sfuggire la vita vera. Uno si nasconde dietro dei persotesto è tratto dal libro Mi naggi, della storie: però la vita, quella vera... Mi viene in mente mio fraricordo, sì, io mi ricordo, tello. Ruggero era un famoso montatore cinematografico, ma la sua era trascrizione dell'omonimo un'altra maniera di vivere il cinema, lui era un tecnico, non era stravolto film in cui il grande dall'atmosfera di questo ambiente. Tant'è vero che ho spesso invidiato lui, attore si racconta. la sua famiglia, la sua vita più 'normale', direi quasi più onesta. Io invece...


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Eh sì, è come se avessi vissuto sempre delle parentesi , aspettando che poi, dopo, ci sarebbe stata la vita vera: che forse (ma senza esagerare!), forse, non c'è mai stata. [...] A volte mi si chiede la differenza tra il teatro e il cine- “Dov'è la mia vita normale, reale, ma. Qui bisognerebbe fare dei lunghi discorsi, interpel- quella che vivono un po' tutti? lare i teorici, i 'fissati'. Certo, la differenza c'è: nel senso La cosa può apparire retorica: che il teatro chiede una disciplina - una 'religiosità', ar- passando da un personaggio riverei a dire - che nel cinema non esiste. Il teatro è un all'altro, vivendo storie inventate tempio, un tempio dove non entra mai il sole. Si lavora - che animale è l'attore? sempre con poca luce, nel silenzio più assoluto; il testo Chi è veramente?” va rispettato nelle sue virgole, va approfondito, perché tutto è nella parola. Però c'è un'aria di famiglia che mi piace, quando la sera il teatro finisce e tutti vanno a casa, mentre questo piccolo gruppo d'attori, se tra loro c'è armonia, va alla ricerca della trattoria che rimane aperta solo per gli attori: è lì che si commenta la serata, le papere prese, gli errori fatti, si ride, si scherza. Si sta molto bene, ecco. Peccato però che il teatro inizi la sera alle nove: perché fino a quell'ora non si sa che fare, soprattutto quando si è in tournée, quando uno non ha amici, agganci, relazioni. E allora la giornata è molto lunga. Molti vanno al cinema; io al cinema non ci vado mai, quindi finisce che passo molte ore chiuso in albergo e alle sette già sono in teatro. Così, tanto per ammazzare un po' il tempo... Il cinema invece è un'altra cosa. Non parlo di 'stile' di recitazione, dove pure qualcosa cambia: nel cinema è l'occhio che ha grande importanza, il primo piano; mentre nel teatro è la voce. Quindi l'attore deve tenerne conto. Non recita con tutto il corpo, al cinema; a teatro sì. Nel cine-


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ma si è sempre tagliati più o meno qui, sopra l'ombelico - e questo a me dispiace, perché il corpo ha una sua funzione precisa, esprime l'atteggiamento di un personaggio, esprime anche uno stato d'animo. Però confesso che forse al teatro preferisco il cinema: sì, proprio per la sua stravaganza, per le sue approssimazioni, per la confusione, per le cose 'prese per i capelli', per questa specie di microcosmo in cui tutto si mescola... C'è di tutto nel cinema! Da quello uscito dalla galera fino al poeta: perché il cinema non chiede referenze, non chiede mai niente a nessuno; vanno tutti bene, in quel calderone. E questo è un aspetto abbastanza magico del cinematografo. È come andare al campeggio. Si arriva in un posto, c'ė chi monta la tenda, chi accende il fuoco, chi va a cercare da mangiare. E poi... Pronti! Si gira! [...]

“L'attore è come una scatola vuota che riempie di volta in volta con dei personaggi; alla fine questa diventa una specie di valigia piena di facce, di tipi, dalla quale ogni tanto tira fuori qualcosa e se ne serve per interpretare un nuovo personaggio”

Sostengo che questo è un mestiere fatto per divertirsi. Non vorrei apparire snob, ma apprezzo molto il termine che usano i francesi: per dire 'recitare' loro dicono jouer, che in italiano sarebbe 'giocare'. Noi diciamo 'recitare', che già sa di finto, di falso, di costruito. Per quanto riguarda la 'sofferenza dell'attore', mi è capitato varie volte di leggere interviste fatte a grandi divi americani: i quali pare che per 'entrare nei personaggi' abbiano dei tormenti, delle sofferenze. C'è chi si chiude in un convento; chi va su una montagna a riflettere. Io non ho capito perché. Se consideriamo questo mestiere un gioco, e ci ricordiamo di come giocavamo da bambini a guardie e ladri... Ma perché


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questo tormento, perché questa sofferenza? Io capisco se non ti chiamano a lavorare, se si sono dimenticati di te: e allora certo che c'è la sofferenza; se hai debiti da pagare e non hai lavoro, questa è soffe“Il teatro chiede una disciplina renza - non recitare. [...] L'attore è come una scatola vuota. Dentro non c'è niente. Questa scatola l'attore la riempie di volta in volta con dei personaggi; e alla fine diventa una specie di valigia piena di facce, di tipi, dalla quale ogni tanto tira fuori qualcosa e se ne serve per interpretare un nuovo personaggio. [...]

una 'religiosità', che nel cinema non esiste. Il teatro è un tempio, un tempio dove non entra mai il sole. Il cinema invece è un'altra cosa: è l'occhio che ha grande importanza, il primo piano; mentre nel teatro è la voce”

Da che mi ricordo, ho sempre voluto essere un attore... Magari per vanità, per civetteria, per caso o necessità. Ed è Luchino Visconti, infatti, ad avermi insegnato buona parte di quello che so... Mi sento davvero un privilegiato, perché per fare questo mestiere sono entrato dalla porta d'oro del teatro. La Compagnia diretta da Visconti era probabilmente la più importante di quegli anni: c'erano Rina Morelli, Paolo Stoppa, Vittorio Gassman. Quelli furono certamente gli anni che mi hanno formato. La disciplina di Visconti, la sua grande esigenza, il suo perfezionismo ( ma da artista); i consigli ricevuti dai miei colleghi, specie da Rina Morelli che mi proteggeva come una mammina: se so fare qualcosa, credo che lo devo molto a loro. Questa partenza mi ha fatto capire le mete da perseguire anche nel cinema. [...]"


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Rituali teatrali di Marco Giavatto

S

e si parla di rito in teatro di fronte a noi si staglia un universo di interi sistemi spettacolari con al suo interno mondi più o meno abitabili e abitati da parole pronte a definirli. Ogni messa in scena è un rito e via agli esempi di repliche o “liturgie teatrali” che si ripetono. Non si tratta forse di un rito quello dell’abbonato con il giorno fisso a settimana da vent’anni a questa parte? È un rito persino arrivare ad un orario preciso, alcuni troppo presto, altri invece a spettacolo già iniziato.

Quando nel 476 d.C. per mano di Odoacre, re degli Eruli, avvenne la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, i teatri e gli anfiteatri furono lentamente abbandonati dagli uomini e definiti luoghi lascivi e sacrileghi, di perdizione, tempi del vizio e del piacere, case del demonio. Chi ereditò le macerie dell’Impero, non rinunciò però all’elemento più importante del teatro: il rito. Il Cristianesimo, nel suo momento di maggior splendore e potenza estrapolò il concetto di rito e ne fece buon uso: la Santa Messa ad esempio, anche se con secoli di variazioni, si è conservata fino a noi. Teatro, messa in scena, repliche, tradizione e quindi rito sono in questo nostro meraviglioso universo teatrale praticamente sinonimi. Noi però scriviamo qui per altro motivo e a quello arriviamo senza indugiare oltre. Di tutta la schiera di possibili rituali, infatti, abbiamo scelto uno dei più affascinati e inspiegabili momenti del meccanismo teatrale: il rito pre-spettacolo, da tutti conosciuto come quello della “merda”. È uso comune, (a partire dal XVIII sec.) in vari Paesi del mondo, tra i lavoratori dello spettacolo, siano essi attori o tecnici, augurarsi il successo con le parole: "Merda, merda, merda!". Questa usanza deriva dal fatto che, in passato, agli spettacoli di successo accorrevano molti nobili con le loro carrozze e cavalli, riempiendo di escrementi i dintorni del teatro. Quindi, più merda c'era per terra, maggior successo aveva lo spettacolo. Probabilmente c’è chi fa spettacolo per provare l’ebrezza di questo rito, momento in cui tutte le energie nervose, come scariche di elettricità, provano ad essere sprigionate sulle assi del palcoscenico; c'è chi poi comincia a chiedere alle cinque del pomeriggio, specie se il teatro è cambiato da quello in cui si è stati la settimana prima, dove e quando si farà. Le modalità d’esecuzione d’altra parte sono infinite: anticipata da qualche frase prima (in base alle parole scelte chi le pronuncia si distingue in “Mentore” apprensivo che accarezza i “figli” e li conduce nel mondo dei sogni sul palcoscenico o “Despota” instancabile e attento, energico, con un discorso diverso ogni sera, pronto alla battaglia: “Là fuori si può vincere o perdere, ma noi abbiamo un solo risultato!”. Di teatro si parla, ma portare lo spettacolo a casa è sempre una grande vittoria); coreografata: tutti in cerchio, respiro che sale lentamente, sputo sul palco calpestato subito dal piede destro e poi


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una sola volta un gagliardo: “Merda!”... e via alle pacche sulle chiappe, ben assestate: se si mancasse il bersaglio o dovessero arrivar piano, vuol dire che non si ha poi così tanta voglia che lo spettacolo riesca; classica: tenendosi per mano con conteggio: “Uno, due, tre merda”; senza conteggio abbracciati: “Merda, merda, merda!”; poliglotta: in francese "Merde!", in spagnolo "¡Mucha mierda!", in portoghese "Muita Merda!". In ogni caso variare o farlo sempre uguale è questione di elasticità, di importanza attoriale (i giovani si adeguano al Maestro) e anche di pura scaramanzia. Attenzione a non sottovalutare quest’ultima parolina: in teatro assume un ruolo fondamentale ed è in questo punto preciso che due galassie teatrali si incontrano: quella della ritualità della “merda” e quella della ritualità di ogni singolo attore. Alcune IMMAGINE CLARA BIANUCCI

cose specifiche si devono fare solo in una certa maniera, altrimenti non si va nemmeno in scena. Ogni attore è un nomade, gira in eterne tournée senza fermarsi e l’idea che ha di casa, rispetto a qualsiasi altro essere umano, è più nebulosa. Nel rito l’attore trova e costruisce la propria 'dimora' e su quei pilastri dipinge la propria storia personale, piano, senza alcuna fretta, con lo scorrere lento del tempo. Tutte le componenti apparentemente astratte diventano magazzino di ricordi, incastri nostalgici e umorali: tutto questo dà vita ai rituali. Cambia lo scenario intorno, ma non il rito che fa da perno permettendo a chi lo esegue di rimanere inchiodato a qualcosa di profondamente definito.


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A proposito di Orazio Costa

INCONTRO CON IL METODO MIMICO di Bianca Massaini

Bianca Massaini ha frequentato il Laboratorio di discipline teatrali del corso di laurea in DAMS al Teatro della Pergola durante l'anno accademico 2018/2019

L

a mia prima volta al Teatro della Pergola è avvenuta grazie ad un laboratorio di teatro. È stata per me un'esperienza importante. L’ho sentita come un privilegio. Mi è sembrato di tornare un po’ bambina, e allo stesso tempo, di aver toccato la verità. L’inizio della curiosità è stata la sala dove facevamo lezione. Ci si giunge attraverso vie 'labirintiche', che creano un’attesa, un percorso quasi simbolico. La stanza dove abbiamo fatto lezione ha ospitato le nostre voci. Abbiamo letto poesie e testi a voce alta, ognuno aveva una voce, un’importanza. Ho sentito la voce di una persona che conosco da tempo, in modo diverso. Questa lettura a voce alta ha aiutato quella persona a far uscire la sua voce, più vera, più bella. Ho capito quanto sia importante il teatro per aiutare le persone a far uscire una parte di sé, rimasta imprigionata fino ad allora. Durante il Laboratorio abbiamo fatto un percorso dedicato anche al corpo, seguendo il Metodo Mimico di Orazio Costa. Una ricerca di contatto con l’essenza interiore, attraverso il sentire. Abbiamo fatto esercizi in cui il nostro corpo sarebbe dovuto diventare un oggetto. Questo esercizio aiuta a sentirlo, a percepire che il corpo esiste, che non è solo un contenitore esterno. Per me non è affatto scontato. Con tale esercizio si osserva la percezione che ha l’uomo dell’oggetto, della natura, la sua interpretazione del mondo che lo circonda. Questo è anche quello che accade all’attore, che cerca in se stesso un modo per diventare un’altra persona. Mentre facevamo l’esercizio tenevo gli occhi chiusi, ma a volte mi piaceva aprirli, per osservare come gli altri avessero interpretato l’oggetto che sarei dovuta 'diventare' anche io. In che modo i miei compagni avessero un legame con la terra sotto di loro, e in che modo ce l'avevo io rispetto a loro, scalzi, con la pianta del piede che, libera, toccava il pavimento per aiutare tutto il corpo ad esprimersi. Nel guardarli, ognuno aveva un proprio canale di movimento e di espressione. Questa diversità porta a sentire l’essenza, la verità. L’uomo tende ad avere paura di questa verità che porta dentro di sé e preferisce fuggirne provando ad essere simile agli altri. In questo esercizio, come nel teatro, la persona è invece 'diversa', e nell’essere diversa ritorna se stessa. Condividere questa diversità è un incontro, con le persone e con se stessi. Ho compreso che il teatro non giudica le persone, il loro corpo, il loro animo. Il teatro ospita.


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Questa di Marinella è la storia vera Che scivolò nel fiume a primavera Ma il vento che la vide così bella Dal fiume la portò sopra a una stella Sola e senza il ricordo di un dolore Vivevi senza il sogno d'un amore Ma un re senza corona e senza scorta Bussò tre volte un giorno alla tua porta Bianco come la luna il suo cappello Come l'amore rosso il suo mantello Tu lo seguisti senza una ragione Come un ragazzo segue un'aquilone E c'era il sole e avevi gli occhi belli Lui ti baciò le labbra ed i capelli C'era la luna e avevi gli occhi stanchi Lui pose le sue mani sui tuoi fianchi Furono baci e furono sorrisi Poi furono soltanto i fiordalisi Che videro con gli occhi nelle stelle Fremere al vento e ai baci la tua pelle Dicono poi che mentre ritornavi Nel fiume chissà come scivolavi E lui che non ti volle creder morta Bussò cent'anni ancora alla tua porta Questa è la tua canzone Marinella Che sei volata in cielo su una stella E come tutte le più belle cose Vivesti solo un giorno, come le rose E come tutte le più belle cose Vivesti solo un giorno come le rose.

Fabrizio De Andrè


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Quaderni della Pergola | La gentilezza A cura di Angela Consagra, Alice Nidito, Chiara Zilioli, Gabriele Guagni, Filippo Manzini, Orsola Lejeune, Clara Bianucci, Matteo Brighenti, Riccardo Ventrella, Alice Pieroni, Adela Gjata, Marta Bianchera, Valentina De Matteis, Marco Giavatto

Via della Pergola 12/32 - 50121 Firenze Centralino 055.22641 www.teatrodellapergola.com www.teatrodellatoscana.it Info e contatti quaderni@teatrodellapergola.com

Progetto grafico di Walter Sardonini/Social Design Impaginazione ed elaborazione grafica di Chiara Zilioli Interviste di Angela Consagra La poesia a pag. 69 e l’editoriale in quarta di copertina sono di Alice Nidito I disegni alle pag. 2, 3 e 46 sono di Clara Bianucci Le fotografie di copertina, in seconda di copertina, della lavagna di Eduardo De Filippo e quelle a pag. 23 e a pag. 63 sono di Filippo Manzini

Fondazione Teatro della Toscana Presidente Dario Nardella Consiglio di Amministrazione Antonio Chelli, Barbara Felleca, Antonia Ida Fontana, Giovanni Fossi, Maurizio Frittelli, Duccio Maria Traina Collegio Revisore dei Conti Roberto Giacinti Presidente, Tamara Governi, Adriano Moracci, Gianni Tarozzi, Giuseppe Urso Direttore Generale Marco Giorgetti

La fotografia a pag. 31 è di Clara Neri L’intervista a Cate Blanchett è stata ispirata dalla conferenza stampa e dall’incontro con il pubblico dell’attrice in occasione della Festa del Cinema di Roma 2018 L'intervista a Luigi Lo Cascio è frutto del dibattito organizzato dall'Associazione Culturale Amici di Liberi sulla Carta e Comune di Rieti e Fondazione Varrone e Laboratorio 3.0 e Liberi sulla Carta Magazine e Provincia di Rieti Il testo dell'omaggio a Marcello Mastroianni è tratto dal libro Mi ricordo, sì, io mi ricordo, curato da F. Tatò ed edito dalla Cineteca di Bologna (2018) Si ringraziano Costanza Venturini, Carmine Iula e Federica Soranzio per l'amichevole collaborazione

© 2019 FONDAZIONE TEATRO DELLA TOSCANA

CHIUSO IN TIPOGRAFIA IL 25/02/2019


La lavagna con la scritta EDUARDO viene conservata nei locali del teatro e fa riferimento al corso di drammaturgia che Eduardo De Filippo realizzò nei primi anni Ottanta al Teatro della Pergola. Questa citazione ha ispirato la nascita dei Quaderni della Pergola come elemento figurativo delle prime copertine. E ancora continua ad essere un simbolo del nostro modo di concepire il teatro.


Gentilezza come apertura verso l’altro, come integrazione, come ascolto. L’attenzione al gesto da compiere, alla parola da pronunciare. Gentilezza verso chi ci ascolta. La gentilezza è un atto poetico. È prendersi cura di ciò che si sta facendo. Gentilezza come restituzione di dignità. Gentilezza nella scelta di un testo, di un compagno di lavoro. Gentilezza nel passare un sapere e nel restituirlo. Gentilezza nell’applauso e nell’inchino. Gentilezza nell’indossare una maschera e nel saperla togliere. Gentilezza nel poter aprire porte che non si riuscivano a vedere. Gentilezza nell’ironia e nel dolore. Gentilezza nell’incontro con l’Altro. E così il Teatro della Toscana attraverso il racconto dei suoi artisti si fa promotore di gentilezza per una rivoluzione culturale che parli di bellezza e consapevolezza attraversando tutti i sensi in nostro possesso con apertura e accoglienza.

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Quaderni della Pergola | La gentilezza  

Gentilezza come apertura verso l’altro, come integrazione, come ascolto. L’attenzione al gesto da compiere, alla parola da pronunciare. Gent...

Quaderni della Pergola | La gentilezza  

Gentilezza come apertura verso l’altro, come integrazione, come ascolto. L’attenzione al gesto da compiere, alla parola da pronunciare. Gent...

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