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La mostra dell’eroe e della rivolta


La valorizzazione del patrimonio tra storia, arte e mito


Nel 2003, nell’ambito dei progetti varati dalla Regione Campania nel quadro degli interventi del POR 2000-2006, si è realizzato il Progetto SPARTACUS per la valorizzazione dell’Anfiteatro Campano dell’Antica Capua, l’attuale S.Maria Capua Vetere - a pochi chilometri da Caserta. Il progetto coronava una ampia collaborazione tra la ns. associazione - Capua Antica Festival , e la Soprintendenza Archeologica, allora, di Napoli e Caserta. Una attività che dal 1998 aveva riaperto al pubblico serale l’Anfiteatro Campano prima, i teatri antichi di Calvi Risorta, Alife, Teano e Sessa Aurunca poi. Il progetto Spartacus ha investito molti ambiti. Spartaco, l’eroe della rivolta, il gladiatore che la storia racconta combattere proprio nell’Anfiteatro, a capo della rivolta che da Capua si allargò a tutta l’Italia centro-meridionale, è stato assunto come icona di un progetto culturale in grado di corrispondere anche alla forte tensione di riscatto di una terra, come quella del casertano, ricchissima di arte e storia ma anche emblema di gravi contraddizioni sociali . Il coniugare le finalità di “valorizzazione “ dell’Anfiteatro - tra i più grandi del Mediterraneo e secondo solo al Colosseo, con le istanze diffuse di crescita e sviluppo dei territori è stato la “mission” del progetto. Al di là delle numerose manifestazioni di spettacolo, ospitate nell’arena, tante altre iniziative hanno contribuito a fare si che l’intervento non si limitasse ad un cartellone , ma tenesse fede allo spirito ispiratore del progetto. Accanto all’ospitalità in esclusiva del balletto Spartacus del Teatro dell’Opera di NOVOSIBIRSK (Russia) con oltre 150 interpreti, la programmazione di una serie di performance nei sotterranei, gli incontri accademici sulla contemporaneità dell’edificio teatrale antico al Museo dell’Antica Capua con Nicola Savarese, Maurizio Trebbi e Maria Luisa Chirico , è nata anche la mostra a cura di Marco Pellitteri. Inedita, importante e significativa perchè attraverso un linguaggio “popolare” - quello del fumetto, in poco più di quattordici tavole, è riuscita a evidenziare la “permanenza” dell’eroe Spartacus nell’immaginario di molte generazioni, campione del sentimento positivo e allo stesso tempo, uomo capace di assumere la decisione della rivolta. Aurelio Gatti


La mostra


La mostra è suddivisa in tre aree tematiche, «spunti» che rendono conto di come l’arte sequenziale, nel corso del suo abbondante secolo di storia, abbia spesso narrato ai suoi lettori non solo storie comiche, o semplicemente avventurose, o comunque riconducibili ai più disparati generi narrativi; ma come attraverso i suoi autori più maturi abbia anche saputo parlare di vicende - reali o di fantasia - dai forti messaggi ideologici, di storie anche crude in cui la scorrevolezza della narrazione si armonizzasse con una notevole maturità contenutistica. Ecco i tre spunti tematici, affiancati dagli esempi di fumetti che qui vengono mostrati al pubblico, mediante una o più riproduzioni di tavole rappresentative: 1. Spartaco e i suoi fratelli. L’eroe guerriero del passato: - Enrique Breccia - Domingo Mandrafina, Il ritorno di Spartaco: una singolare reinterpretazione della leggenda di Spartaco in chiave ucronica. - Frank Miller, 300: la battaglia delle Termopili come apoteosi del valore umano. - René Goscinny - Albert Uderzo, Asterix: Davide contro Golia, ma con umorismo.

Di Spartaco, Eroi e Rivolte a cura di Marco Pellitteri

Nell’ambito della ricca rassegna di eventi culturali dedicati dalla Soprintendenza Archeologica di Napoli e Caserta, durante l’estate 2003, alla figura storica ed eroica del gladiatore Spartaco, la mostra di fumetti Di Spartaco, Eroi e Rivolte si propone come una esposizione antologica trasversale. Infatti questa piccola mostra, ospitata all’interno di una kermesse di manifestazioni incentrate sulla figura del celebre lottatore ribelle, segue opportunamente un percorso tematico più ampio, attraverso storie a fumetti dei generi più diversi, tuttavia riconducibili in vario modo all’idea dell’eroe rivoltoso, dell’uomo della strada che non si piega alle oppressioni, della lotta politica.

2. Oppressioni da altri mondi. Invasione e resistenza nel fumetto supereroico e di science fiction: - Alex Raymond, Flash Gordon: la space opera dai contenuti intelligenti. - Héctor G. Oesterheld - Francisco Solano López, L’ Eternauta, il vagabondo dell’infinito: un’opera sconvolgente che predisse tristemente la dittatura in Argentina. - Kurt Busiek - Alex Ross, Marvels: la grandeur, l'eroismo e la massa nell’avventura popolare statunitense - Warren Ellis - Brian Hytch, The Authority: il pensiero forte nella new wave dei supereroi 3. Siamo tutti Spartaco. Storia, politica e civiltà nei fumetti: - Héctor G. Oesterheld - Alberto ed Enrique Breccia, Ché: Hasta la victoria, siempre! - Andrea Pazienza, Le straordinarie avventure di Pentothal: la Bologna del ’77 vista da un genio - Marjane Satrapi, Persepolis: una donna d’oggi contro l’ottusità del passato - Joe Sacco, Palestina: una nazione occupata: un reporter che scrive i suoi articoli a fumetti - Giancarlo Berardi - Ivo Milazzo, Ken Parker: Sciopero: il fumetto western che ha fatto dell'impegno il suo marchio - Art Spiegelman, Maus: l’Olocausto come non l’avete mai visto.


Due parole sul fumetto e sull'impegno Per i profani del fumetto l’idea di associare l’arte sequenziale al concetto di impegno tematico, politico, sociale, puo’ apparire ardua o addirittura fuori luogo, a causa dei pregiudizi diffusi o della generale scarsa conoscenza sul mondo della letteratura disegnata. Per chi invece i fumetti li legge, li vive, per coloro i quali i fumetti costituiscono a vario titolo il pane quotidiano - per lavoro o per passione, o per entrambe - la difficoltà nel parlare di tale connubio tra fumetti e impegno è di segno opposto. Ci sarebbero fin troppe cose di cui parlare, titoli da elencare, autori da citare. Un piccolo campionario di esempi è contenuto tuttavia in questa mostra antologica, Di Spartaco, Eroi e Rivolte. Chi scrive ringrazia innanzitutto la Soprintendenza Archeologica di Napoli e Caserta e il curatore generale della grande serie di iniziative dedicate alla figura di Spartaco per l’estate 2003, il dottor Aurelio Gatti, per l’illuminata iniziativa di chiederci di progettare e curare una mostra di fumetti dedicata al personaggio storico di Spartaco, e agli importanti temi alla sua figura collegabili, nell’ambito di una rassegna di eventi culturali che spaziano dalla musica al teatro, dalle conferenze alla danza. E’ a nostro modesto parere un segno molto significativo di competenza, lungimiranza e completezza culturale da parte degli enti promotori, soprattutto un segnale evidente e incontrovertibile di pubblica legittimazione nei confronti del fumetto in quanto forma espressiva matura e di indubbio impatto culturale e comunicativo. Il fumetto e l’impegno, si diceva. Gli esempi che s’è deciso di selezionare per questa mostra divulgativa sono solo alcuni dei migliori che era possibile scegliere; alcuni dei più famosi e celebrati, certamente; e di sicuro fra i più validi dal punto di vista artistico. Tuttavia, se si volesse elencare la lunga serie di iniziative che da anni, anche attualmente, fumettisti e associazioni di appassionati svolgono a favore di cause sociali, o se volessimo semplicemente citare opere a fumetti incentrate su temi di spessore civile, davvero sapremmo cominciare, ma sarebbe difficile finire. Basti pero’ mettere il lettore a parte di alcuni romanzi a fumetti di rara intensità contenutistica, non inseriti in questa mostra per semplici ragioni di spazio. Innanzitutto, crediamo sia indispensabile citare l’artista serbo Aleksandar Zograf, che da anni scrive e disegna fumetti incentrati sulle guerre balcaniche da un punto di vista che, ironicamente, potremmo definire “privilegiato”: egli infatti risiede a Pancevo, una delle città più bombardate negli anni Novanta, durante il conflitto che ha interessato la Serbia e le zone a essa limitrofe; Zograf è pubblicato in diversi Paesi fra cui l’Italia, in particolare dal Centro Fumetto Andrea Pazienza di Cremona e dall’editrice PuntoZero di Bologna. Il fumetto giapponese, solitamente additato dai censori e dai detrattori come sciatto, ripetitivo e insulso, oltre alle sue tendenze più commerciali e giovanilistiche (chi non conosce Dragon Ball, per esempio?) sa viaggiare anche su regisri fortemente maturi e carichi di messaggi adulti e profondi. Uno degli esempi più noti nel nostro Paese è a questo proposito La storia dei tre Adolf, di Osamu Tezuka, un’opera in cinque volumi pubblicata alcuni anni fa dalla Hazard Edizioni di Milano: si tratta di un giallo al cardiopalma ambientato durante la Seconda guera mondiale nel quale, oltre all’intreccio in sé e per sé, vengono sviscerati a favore del giovane lettore argomenti di primaria importanza

come il razzismo, la follia della guerra, la questione ebraica. Un altro rimarchevole fumetto, ancora giapponese, che lancia messaggi di speranza contro la guerra ma non per questo rinuncia a condannare il passato con argomentazioni forti e lucidissime, è Gen di Hiroshima, di Kenji Nakazawa, edito in Italia in quattro intensi volumi da Panini Comics: il viaggio allucinante di un ragazzino miracolosamente scampato all’orrore di Hiroshima e Nagasaki, la cui missione diventa sopravvivere per ricordare e per far ricordare. Sono inoltre moltissime le iniziative umanitarie che ogni anno vedono coinvolti in tutto il mondo autori, case editrici, scuole di fumetto e festival a favore delle vittime delle guerre, o in aiuto a categorie disagiate o in difficoltà. Due delle ultime iniziative, in ordine di tempo ma non di importanza, sono la mostra “Matite per la Bosnia” organizzata dalla Scuola Internazionale di Comics di Roma, a fini umanitari, e la realizzazione della striscia a fumetti più lunga del mondo, disegnata da decine di autori nel corso del festival Romics 2002: la vendita delle maxi vignette, infatti, servirà a sostenere l’associazione Emergency. Al lettore-visitatore di questa piccola ma appassionata mostra, se lo vorrà, il “compito” di cercare autonomamente in libreria, in fumetteria, su internet, le altre innumerevoli opere e iniziative che hanno reso e rendono il fumetto un medium non solo leggero e divertente, ma anche - all’occorrenza - maturo, serio, impegnato, di valore civile. Un primo suggerimento noi lo avanziamo qui di seguito, proponendo un libro che ci è piaciuto e che, per più motivi, è ampiamente collegabile ai temi di cui si fa portatrice questa mostra, sintetizzabili nel binomio fumetto e impegno.

Un libro che fonde il mondo del fumetto con temi importanti: Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay C'è un libro che parla di fumetti, e di impegno, meglio di qualsiasi trattato. Si tratta di The Amazing Adventures of Kavalier & Clay di Michael Chabon, pubblicato nel 2000 negli Stati uniti d’America, e che ha vinto il Premio Pulitzer nel 2001 con consenso pressoché unanime da parte della critica. È stato subito tradotto anche in Italia col titolo, abbastanza rispettoso, Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay, da Rizzoli. Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay è una di quelle opere che periodicamente vedono la luce negli Usa e che sono una sorta di riepilogo romantico e nostalgico della Storia: un modo di guardarsi dentro per scoprire cosa è andato irrimediabilmente perduto nel frattempo e cosa invece sarebbe possibile, forse, recuperare. Michael Chabon effettua il suo excursus ammirato da un punto di vista molto particolare, quello della rocambolesca vita di due autori di fumetti, i giovani ebrei praghesi Samuel Klayman, di diciassette anni, aspirante scrittore, e Josef Kavalier, di due anni più grande, ex studente di disegno all’Accademia di belle arti e valido allievo del mago Bernard Kornblum, esperto artista della fuga, come il grande Harry Houdini. Lo scenario storico della Seconda guerra mondiale nello scacchiere europeo e l’evolversi della società statunitense in quegli anni cruciali si intrecciano indissolubilmente alle vicende dei due protagonisti, cugini da parte di madre eppure, all’inizio della vicenda, reciproci sconosciuti: Josef


infatti vive in una Praga sempre più pericolosa per gli ebrei, invece Samuel, emigrato con i genitori negli Usa da bambino, vive un’esistenza tranquilla e quand’è al lavoro come umile factotum in una casa editrice di terz’ordine, la Empire - si fa chiamare, molto americanamente, Sam Clay. Nella sensazionale New York del 1939 il tranquillo Sammy Clay cova in privato i suoi magici sogni autoriali di scrittore di fumetti disegnando e ritagliando rozzamente figurine che diano vita sulla carta alle sue avventure un po’ puerili ma straordinariamente vivide. E frattanto a Praga il preoccupato Josef Kavalier attua all’interno di una cassa di legno una miracolosa fuga, circumnavigando il mondo e raggiungendo infine New York passando per il Giappone. Arrivato finalmente a destinazione - la casa del cugino Klayman - Josef, assalito dal senso di colpa per essere ormai negli Stati uniti mentre la sua famiglia è ancora immersa nella surreale e letale situazione praghese, decide solennemente di tirar fuori dall’inferno i suoi, e per far questo

dovrà «fare tanti, tanti soldi». Sam, notate le ottime capacità artistiche del cugino - che d’ora in poi assumerà il nome di Joe - gli suggerisce di dare vita a un duo artistico, la coppia Kavalier & Clay, e di proporre delle innovative storie a fumetti al capo dell’Empire, Sheldon Anapol, tipico esempio di commerciante senza troppe pretese se non economiche. Il più è fatto: Anapol e il suo corpo dirigente, che hanno notato anche da soli la crescente popolarità dei nuovi eroi in calzamaglia che combattono il crimine, sono allettati dall’idea che anche la Empire pubblichi il «suo» Superman, e acquistano - con una dinamica truffaldina - i diritti d’autore dei personaggi che Kavalier & Clay hanno appena inventato, con ardore giovanile e ingenuità d’artisti. Fra questi spicca l’Escapista,

un nuovo modello di supereroe: un giustiziere che ha il suo superpotere nella singolare capacità di riuscire a fuggire da qualsiasi situazione, e di aiutare nella fuga tutti gli oppressi e i deboli che si ripromette di salvare dal giogo degli invasori nazisti. Da questo punto in poi, comincia a essere chiaro al lettore che Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay è - tra le altre cose - la trasfigurazione della vita dei suoi protagonisti attraverso i loro personaggi a fumetti. Ma questo romanzo è ben più che una rilettura fanciullesca del rapporto fra realtà e creazione dell’artista, fra rappresentazioni fantastiche e desideri inconsci. Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay è la dimostrazione letterariamente altissima che gran parte della nostra vita, che noi lo vogliamo o no, che ce ne accorgiamo o meno, è leggibile anche come un’elettrizzante esperienza a fumetti (o, per estensione, cinematografica) e che una buona parte del fumetto statunitense altro non è che la traslazione teatralizzata, surreale, della storia del Paese. E, infine, questo incredibile romanzo è un mélange straordinariamente intenso di realtà e finzione, di personaggi inventati da Chabon e persone reali che recitano sé stesse. C’è tutta l’«età dell’oro» dei comics in questo romanzo. Chabon, dopo aver condotto accuratissime ricerche, da profondo amatore del fumetto ci mostra un affresco di rara intensità, ci offre un quadro che ciascuno di noi avrebbe voluto dipingere al suo posto. Il lettore si godrà la sottile ed energica critica all’idiota puritanesimo e bigottismo statunitense, che nella realtà del 1954 ridusse in rovina il genio ruspante e genuino di William Gaines della E.C. Comics, e nella fantasia del romanzo espone al pubblico ludibrio anche Sam Clay, reo di essere gay in una società ipocrita e sessuofoba. Il Sogno dunque si trasforma nella caricatura di sé stesso, durante una parabola che parte dal New Deal rooseveltiano delle illustrazioni di Norman Rockwell, si incrina contro l’attacco a Pearl Harbor, comincia a rompersi con il maccartismo e si dilegua per strada insieme alle cervella di JFK. La realtà, dopo l’avvio struggente e arcadico del romanzo, si fa viva con tutta la sua cupezza. Però la realtà lascia talvolta delle vie di scampo e il finale - dolceamaro ma intelligentissimo - si risolve nell’amore di Joe per la geniale ed emancipata Rosa Saks, ricca e dolcissima ragazza ebrea della New York-bene degli anni Quaranta, che utilizza un sensazionale pseudonimo (Rosa Luxemburg, un nome certo scelto non a caso) e che darà continuità a tutta la vicenda con il figlio suo e di Josef. Quello che di sicuro non potrà non lasciare di stucco i lettori amanti di fumetto è l’acutissima conversazione sui comics, sul ruolo dell’arte sequenziale nella società statunitense dei rutilanti Fourties e le inevitabili trasformazioni che essa ha attraversato. Certo è che Kavalier & Claappaiono quasi come viaggiatori del tempo, e in questo senso Chabon è adorabilmente «sleale» nei confronti della storia del fumetto e dei suoi autori reali. Infatti i due geniali protagonisti sono la disumana summa dei maggiori autori e delle migliori intuizioni prodotte nel comicdom statunitense da Superman in poi: parlano di strategie narrative, di montaggi cinematografici, di possibilità commerciali, di nuove potenzialità espressive, con una padronanza che sarebbe stata quasi impossibile ai loro contemporanei. Il libro ad ogni modo non sarebbe la grande opera di narrativa che è se si limitasse a disquisire sul fumetto simulando una vicenda d’amore o un’amicizia, o a sfoggiare conoscenza della storia del ventesimo secolo. Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay invece narra di temi profondi e gravi, in esso sono tangibili la morte, l’orrore della guerra, le incertezze e le scelte sbagliate che contraddistinguono le nostre vite.


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Spartaco e i suoi fratelli. L’eroe guerriero del passato Enrique Breccia Domingo Mandrafina Frank Miller Lynn Varley


Enrique Breccia - Domingo Mandrafina

Il ritorno di Spartaco Una singolare reinterpretazione della leggenda di Spartaco in chiave ucronica Spartaco, prototipo del gladiatore, del guerriero che si rivolta al suo destino, nonostante la sua storia e la popolarità di cui ancor oggi dispone e del manto di eroismo che lo contraddistingue, non è molto presente nell'immaginario eroico e nella storia dei media; per lo meno, non quanto potrebbe e quanto avrebbe dovuto, rispetto alla validità generale del messaggio di cui, involontariamente, si è fatto latore. Anche il fumetto, purtroppo, ha spesso trascurato questo personaggio carismatico. Quando vi si è voluto dedicare, tuttavia, ne ha parlato in termini mai banali e scontati. Uno degli esempi migliori è Il ritorno di Spartaco, un visionario racconto dei grandi fumettisti argentini Enrique Breccia e Domingo Mandrafina. Il quadro, fantascientifico ma non troppo, gioca sul tema dei paradossi temporali, e narra di uno stravagante viaggiatore del tempo che torna nel passato di Spartaco, lo preleva dal suo tempo quando il futuro gladiatore è ancora uno schiavo bambino e, portandolo nel futuro del XXV secolo, cerca di far si' che egli possa ripetere il suo destino, in un perverso gioco "sociologico": è possibile che il nostro fato e le nostre potenzialità si compiano quali che siano le situazioni (o l'epoca storica!) nella quale ci troviamo a vivere? Spartaco riceve un'educazione, stavolta, perfino musicale, diventa addirittura una star televisiva. Ma, come ha scritto Francesco Grasso, "il richiamo del sangue", com'era logico attendersi, si fa sentire, e Spartaco non impiega molto per liberarsi del contrabbasso e tornare a impugnare la spada. Perché panem et circenses, a quanto sembra, è anche la filosofia dei padroni del futuro. Un futuro, come lo disegnano Mandrafina e Breccia, particolarmente cinico, cattivo, oppressivo, che non ha superato affatto piacevolezze come "la frusta (neuronica, ma sempre frusta), le catene (mentali, ma ancora catene) e la tirannide (televisiva, ma pur sempre tirannide)". Con la differenza fondamentale, nota ancora Grasso, che stavolta Spartaco vince. Per lo meno nei fumetti.

Tavole tratte da: Enrique Breccia - Domingo Mandrafina, Il ritorno di Spartaco, "Lanciostory", nn. 9, 12, 15, 18, 21, 24, marzo-giugno 1989, Roma, Eura Editoriale. © "Lanciostory" 1989. Si ringraziano cordialmente il dottor Sergio Loss e lo staff dell'Eura Editoriale per la gentile collaborazione.


Frank Miller - Lynn Varley

300

La battaglia delle Termopil come apoteosi del valore umano Frank Miller è, da circa vent’anni, uno dei più luminosi astri del fumetto statunitense. Il suo connubio perfetto di disegni dalla grande forza personale e di testi originali di rara intensità, ha prodotto opere che si sono rivelate delle vere e proprie pietre miliari. 300 è uno di questi racconti. Il tentativo, riuscito, di trasferire nel medium fumetto un evento storico e al contempo leggendario come la battaglia delle Termopili fra greci e persiani, ha prodotto un romanzo grafico di grande impatto visivo. Utilizzando non a caso un formato impaginativo orizzontale, Miller riesce a dare alle sue tavole - complici anche i colori evocativi della moglie Lynn Varley - un’impressionante e primigenia forza selvaggia, dandoci l’impressione di respirare la stessa aria, la stessa polvere, lo stesso sangue degli eroici combattenti dell’antichità. Da una parte l’immenso, incommensurabile esercito persiano, comandato dal re Serse; dall’altra gli eserciti riuniti delle città-stato greche, costrette ad allearsi per far fronte comune contro un nemico alieno e invincibile. In 300 sono presenti i temi fondanti della narrativa epica, di quella retorica dell’eroismo che ha le sue radici esattamente nell’ideale greco, omerico, dell’estetica e dell’etica del valore assoluto in combattimento. Il coraggio in battaglia come valore supremo. Protagonista di questo racconto è l’idea stessa della Sparta guerriera, della sua immagine - sedimentatasi nei secoli - di città selvaggia e dedita alle arti belliche. Quel che Miller non dice - ma non è nemmeno nei suoi scopi - è che la Sparta della guerra contro i persiani non è la stessa Sparta del 600 a.C., una Sparta tutt’altro che rozza e conservatrice, dedita solo alla guerra. Anzi la Sparta del VII e VI secolo a.C. era una Sparta raffinata, progressista, amante delle arti e della musica, oltre che attenta alla cura della diplomazia. È però certo vero che dal V e IV secolo Sparta cambia, si irrigidisce e diventa sempre più simile all’immagine che generalmente siamo soliti studiare a scuola. E qui si inserisce il racconto di Miller, che sceglie come eroe-antieroe il re Leonida, il quale con le sue trecento

guardie del corpo scelte si unirà al resto dei greci per tentare di fermare l’avanzata dei persiani. 300 non è solo una storia di battaglia del piccolo contro il grande, del valoroso contro l’invasore. È anche una storia di discriminazione e diversità. Uno dei personaggi, in fondo quasi una comparsa ma molto significativo in quanto scusa narrativa per la disfatta lacone, è Efialte, uno spartano deforme, protetto dai genitori fin dalla nascita a dispetto delle severe leggi della sua città-stato contro i neonati imperfetti, e allevato secondo una ferrea disciplina marziale. Efialte ora cerca il riscatto di una vita, devoto a Leonida e alla causa di Sparta. Purtroppo basteranno alcune parole scoraggianti e superficiali - laconiche, appunto - del sovrano a disilludere Efialte e a farlo spontaneamente gettare da una rupe. L’autoassegnazione rassegnata e tardiva di un destino al quale non si poteva sfuggire. Eppure è proprio il deluso Efialte, sopravvissuto alla caduta, che decide di tradire Sparta e di consigliare Serse sulle mosse da attuare per battere i greci, in particolare gli spartani di Leonida. Come era stato Leonida a uccidere i messaggeri persiani giunti in Laconia anni prima, così ancora Leonida - sempre nella finzione romanzesca di Miller - ha scacciato Efialte, che gli si è rivoltato contro. Leonida dunque, miope e arrogante, ha causato la rovina di Sparta. 300 è una storia di uomini. Di uomini fallibili per quanto valorosi. Egoisti per quanto eroici. Ed è, lo si evince proprio dal confronto improbabile fra i trecento di Leonida e le migliaia di persiani, una storia dei pochi contro i molti. Che ha da insegnarci qualche piccola lezione sul valore e sul coraggio.

Tavole tratte da: Frank Miller - Lynn Varley, 300 (pr. ed. 300, 1998-1999), Roma, Play Press Publishing, 1999. © Frank Miller, Dark Horse Comics, Play Press Publishing


D i S pa r ta c o , E r o i

E

r i v o lt E


sezione 2


Oppressioni da altri mondi. Invasione e resistenza nel fumetto supereroico e di science fiction

Alex Raymond HĂŠctor GermĂ n Oesterheld Francisco Solano Lopez Kurt Busiek Alex Ross Warren Ellis Bryan Hitch


Alex Raymond

Flash Gordon

La space opera dai contenuti intelligenti Il primo episodio dell’epopea fantascientifica Flash Gordon, noto in Italia inizialmente come Gordon Flash o semplicemente Gordon, apparve il 7 gennaio del 1934 su svariati quotidiani statunitensi (e nell’ottobre dello stesso anno in Italia sul settimanale L’Avventuroso) e riscosse subito grande successo, tanto da insidiare le altre due grandi serie di SF dell’epoca, Buck Rogers e Brick Bradford. Un pianeta vagante per il cosmo sta per schiantarsi contro la Terra; uniti dal destino, il campione sportivo Flash Gordon, la bella Dale Arden e lo scienziato Zarkov riescono a modificare la rotta del pianeta sconosciuto dopo esservi approdati con un razzo, salvando la Terra; da questo momento vivranno mirabolanti avventure sul fantastico mondo alieno, incontrando orribili creature, incantevoli paesaggi e validi alleati che li aiuteranno a detronizzare il tirannico sovrano del pianeta, Ming. Al di là della storia, suggestiva ma piena di castronerie pseudoscientifiche e di triti cliché tipici della space opera da rivista pulp, il fascino di Flash Gordon risulta oggi, col senno di poi, davvero senza tempo: quando apparve per la prima volta suscitò eccitazione e “scalpore” per il tema catastrofico, gli scenari futuribili ed al contempo fiabeschi, l’arditezza dei succinti abiti di Dale Arden. Oggi, analogamente, l’opera di Raymond appare, pur nella sua giustificabile ingenuità, ricca di interesse per i mille riferimenti alla politica del tempo (il pianeta Mongo ed il suo re Ming chi altri sono se non la “minaccia gialla” alla vigilia della II guerra mondiale?), divertente per i volutamente confusi richiami scenografici alle civiltà del nostro passato, fascinosa per il saporito gusto rétro del design dei macchinari fantascientifici, appassionante per le liti d’amore tra Flash e Dale, di rilievo artistico per l’insuperabile plasticità del disegno, di spessore linguistico per il montaggio quasi cinematografico, e infine di importanza sociologica per l’impronta profonda lasciata nel costume americano: Flash Gordon, se come fumetto fu un degno erede del romanzo d’appendice ottocentesco, come personaggio fu il primo vero divo (in senso hollywoodiano) dei comics.

Nelle tavole scelte in questa sede, risultano evidenti temi, se non "impegnati" nel senso classico del termine, comunque collegati a suggestioni politiche e all'idea del rapporto fra l'uomo e la massa, fra l'eroe e il popolo da proteggere. Flash diventa, suo malgrado, gladiatore e guerriero, in scene di grande plasticità figurativa che idealizzano il valore marziale del self made man americano quando venga messo in situazioni estreme. Flash è un uomo pacifico costretto, come avviene nel caso di molti altri eroi, a impugnare le armi per la propria sopravvivenza e, in aggiunta, per quella dei reietti che altrimenti verrebbero schiacciati dalla prepotenza dei governanti. Raymond, attraverso l'allegoria avventurosa e profondamente fogliettonesca di Flash Gordon, in buona parte rilegge la storia degli uomini, antica e contemporanea, e riscrive molti miti arricchendoli dei suoi punti di vista, seppur sempre filtrati da quell'attenzione al sense of wonder che doveva essere il primo e più ricco ingrediente delle comic strip avventurose statunitensi.

Tavole tratte da: Alex Raymond, Flash Gordon (pr. ed. 1934), nn. 1-2, giugno 1991, Roma, Comic Art. © King Features Syndicate distributed by Premium.


Héctor Germàn Oesterheld - Francisco Solano Lopez

L'Eternauta

La fantascienza ucronica al servizio delle coscienze

El Eternauta, noto in Italia come L'Eternauta, il vagabondo dell'infinito, è un lungo romanzo a fumetti apparso in Argentina a partire dal 1957. E, con una vena profetica forse casuale, o forse clamorosamente consapevole, attraverso il filtro fantascientifico quasi predice alcuni dei tristi eventi occorsi nel Paese sudamericano durante gli anni della dittatura. L'Eternauta narra di uno scrittore di fumetti, Germàn O. (ovviamente, alter ego di Oesterheld) che una notte riceve una visita da parte di un misterioso viaggiatore del tempo, l'Eternauta appunto, che gli preannuncia una terribile invasione aliena di Buenos Aires. Ma L'Eternauta non è una storia avventurosa nel senso classico e "leggero" del termine. E' un racconto cupo e opprimente. E' la cronaca realistica - cioè, attendibile della resistenza disperata a un'invasione da parte di un nemico superiore e pressoché invincibile. E' una storia di sopruso e voglia di libertà. Non a caso i nemici si chiamano semplicemente, sibillinamente, Loro, senza altri appellativi che possano svelarne la reale identità. Loro sono un nemico misterioso, onnipresente, immanente, e soprattutto dai fini oscuri e imperscrutabili. Un nemico al quale ci si può solo opporre senza la benché minima possibilità di dialogo. Per capire meglio il valore e il senso dell'Eternauta, e per comprendere come spesso vita e arte siano drammaticamente intrecciate, è opportuno dare alcune informazioni, anche se a grandissime linee, sulla vita di Oesterheld. Nato a Buenos Aires nel 1922, come ha scritto anche Francesco Grasso (cfr. "Delos", n. 19) "fu un autore estremamente prolifico", ma nonostante questo riuscì a mantenere l'intera sua opera su altissimi livelli di qualità. L'ultimo suo lavoro fu La guerra degli Antartes, superba opera di fantascienza disegnata da Gustavo Trigo. Oersterheld lasciò incompiuto questo fumetto, e per un motivo drammatico: correva l'anno 1977, e l'Argentina viveva sotto il tallone dei militari e dei terribili Squadroni della Morte. I giornali non asserviti al regime venivano chiusi uno dopo l'altro, qualunque forma di dissenso era repressa brutalmente, la più piccola cri-

tica ai padroni del Paese veniva messa a tacere. Neppure gli autori di fumetti erano al sicuro: le storie di Oersterheld, sottili, intelligenti, vibranti di libertà e di democrazia, davano fastidio al regime ed ai suoi ottusi censori. Dapprima essi tentarono di zittire lo scrittore con le minacce ed i ricatti, colpendolo negli affetti più cari: le sue figlie furono imprigionate ingiustamente, ed entrarono nella tragica lista dei desaparecidos. Ed un terribile giorno gli Squadroni della Morte bussarono alla porta di Oersterheld e" lo portarono via". Al lettore il compito di operare le sue proprie riflessioni. Basti qui ricordare e ribadire che L'Eternauta è una tripla sottolineatura dei concetti di dittatura, di oppressione, di tirannide. I simboli che ne costituiscono la cifra espressiva lo caricano di una forza comunicativa davvero fuori del comune, e lo hanno reso uno dei capisaldi del fumetto "impegnato" di tutti i tempi e luoghi.

Tavole tratte da: Héctor Germàn Oesterheld - Francisco Solano Lopez, El Eternauta (pr. ed. 1957), "FantacomiX-day", nn. 1-2, Roma, Eura Editoriale, 1996-1997. © Fantacomix.


Kurt Busiek - Alex Ross

Marvels

La grandeur, l'eroismo e la massa nell’avventura popolare statunitense Non c'è bisogno di dire che dagli anni Sessanta, con l'avvento dei personaggi della casa editrice americana Marvel Comics, il fumetto supereroico attraverso' un radicale processo di trasformazione, di evoluzione, per moltissimi aspetti di maturazione. Dagli eroi tutti d'un pezzo che li avevano preceduti - Superman, Batman e altri, di proprietà della casa editrice rivale, la DC Comics - si passo' a personaggi problematici, indecisi, spesso adolescenti, più che fallibili. In una frase, il passaggio fu verso il concetto di "supereroi con superproblemi", secondo l'ormai proverbiale e azzeccata definizione di Stan Lee, il padre della maggior parte di questi eroi di nuova generazione. Ancor oggi, gli eroi Marvel spesso e volentieri indicano la strada, soprattutto grazie alle geniali intuizioni iniziali di Stan Lee e di altri grandi autori come Steve Ditko, Jack Kirby, John Buscema, John Romita, Wally Wood, Bill Everett. Ma anche grazie a nuove generazioni di autori appassionati, intelligenti e in grado di riscrivere il Mito adattandolo al mondo e ai lettori di oggi. Il prototipo di eroe Marvel è molto vicino al concetto di "uomo della strada", non certo per le imprese che compie e per i poteri di cui dispone - siamo sempre, ampiamente, nel dominio dell'impossibile - ma piuttosto per la sua mentalità borghese o popolare, per le sue istanze esistenziali profondamente normali a dispetto dell'evidente, spesso drammatica anormalità o abnormità del fisico e/o delle capacità superumane. E tuttavia, nonostante queste capacità superumane e talvolta semidivine, gli eroi e gli antieroi Marvel - basti citare l'Uomo Ragno o gli X-Men - restano persone dalla radicata moralità e dall'invidiabile altruismo, e spesso costituiscono un modello di comportamento per i giovani lettori. Non sono certo mancate, nel corso di questi quarant'anni di fumetto Marvel, storie di impegno politico e sociale, in cui l'elemento supereroicoavventuroso quasi diventava un elemento di contorno, metanarrativo, un mezzo per comunicare messaggi di ben altro spessore che non quello delle superscazzottate dal tono lirico e teatrale dei classici comic book della cosiddetta golden age. Tuttavia rara è stata l'attenzione al rapporto possibile fra l'idea di supereroismo e quella di massa comune, di pubblico

inerme costretto ad assistere suo malgrado alle mirabolanti imprese di queste creature divine e irraggiungibili, vere e proprie neodivinità, totem contemporanei che per certi aspetti possono rigettare l'uomo d'oggi nel baratro della superstizione e dell'impotenza contro gli elementi (si veda ad esempio il bel volume American Gods di Neil Gaiman, che approfondisce in chiave matura e romanzesca questo tema). Ma esiste un'opera a fumetti, o meglio un romanzo grafico in stile pittorico, che fa luce su quest'area incognita del sentimento popolare rispetto all'esistenza dei supereroi e a tutto cio' che tale esistenza comporta. E' Marvels, per l'appunto. Naturalmente, si parla qui di un mondo parallelo, in cui a un certo punto cominciano a mostrarsi sulla ribalta degli esseri dotati incredibilmente di poteri sovrumani, e tutta l'attenzione è rivolta - contrariamente a quanto accade nei classici fumetti supereroici, in cui ci si concentra sugli eroi - sul pubblico naturale di questi esseri, sulla folla. Su di noi, insomma. Nonostante l'ovvia impossibilità della base di partenza, cioè l'esistenza di superesseri, Marvels adotta un taglio narrativo emotivamente realistico, attraverso lo sguardo attonito che un fotoreporter getta sulle Meraviglie, le Marvels, cioè sui supereroi. E attraverso lo sguardo, altrettanto sgranato e incredulo, oltre che meravigliato, della massa cittadina, impotente di fronte allo scatenarsi di eventi e scontri quasi-divini fra questi benefattori e le loro nemesi dal sapore neo-mitologico. Marvels si occupa di questo rapporto emotivo con passione e attenzione quasi sociologica, e a questo main theme aggiunge altri importanti elementi di riflessione come il razzismo e la discriminazione, i pericoli che insidiano la democrazia e l'imoortanza di ricordare il passato per evitare che si ripetano le stesse tragedie. Tutto questo, in un "semplice fumetto" che, oltre che rivolgersi con linguaggio e arte raffinati ai nostalgici e agli adulti, si è fatto leggere nel mondo da milioni di ragazzi, facendo loro scoprire un modo diverso di pensare ai supereroi e al ruolo, nel mondo reale, delle persone "normali".

Tavole tratte da: Kurt Busiek - Alex Ross, Marvels (pr. ed. 1994), Modena, Marvel Italia, 1996. © 1994 Marvel Characters Inc. Per l'edizione italiana ©1996 Marvel Comics Italia.


Warren Ellis - Bryan Hitch

The Authority

Il pensiero forte nella new wave dei supereroi “(…) (È nata) una nuova tipologia di superesseri che costringerà l’intera popolazione mondiale a prestare più attenzione ai problemi del pianeta Terra. Jenny Sparks, lo spirito del ventesimo secolo, li ha riuniti: Jack Hawksmoor, Doctor, Enginer, Apollo e Midnighter. Insieme sono Authority e insieme cambieranno il mondo. (…) (The Authority) narra le avventure dell’unico supergruppo che agisce su "scala globale”. Così viene presentata l’edizione italiana della collana dedicata a questa singolare serie supereroica, appartenente all’ultima generazione di racconti fantascientifici con protagonisti degli eroi dotati di poteri sovrumani come il volo, la superforza, la magia. Tuttavia questa volta di “già visto” in effetti ci sono solo i superpoteri di questi personaggi, e forse nemmeno quelli, in quanto lo scarto rispetto a tutto quanto è stato narrato in precedenza nel genere supereroico è piuttosto ampio. Certamente nel corso dei decenni nel fumetto di supereroi sono state scritte diverse storie spartiacque - basti pensare a Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons, o a The Dark Knight Returns di Frank Miller - tutte volte a delineare com sempre maggior complessità la psiche e il ruolo sociale del supereroe nel mondo fittizio per lui creato, per dare coerenza interna e profondità simbolica a un genere narrativo in fondo gestito nella maggior parte dei casi a uso e consumo degli adolescenti. Il fumetto supereroico, si diceva, ha progressivamente definito e migliorato i suoi campi d’azione e i temi ai quali si è dedicato. Razzismo, discriminazione, politica, guerra, filosofia sono argomenti sempre più frequentati dai comics di questo tipo, come minimo a partire dagli anni Sessanta grazie ai fumetti Marvel (dai Fantastici Quattro e dall’Uomo Ragno fino agli X-Men). Negli anni Ottanta si è passati al “revisionismo” eccellente proposto dalle due opere su citate, Watchmen e The Dark Night Returns, e negli anni Novanta, dopo un periodo di iniziale ritorno a temi più disinvolti, alcuni spregiudicati autori - in discreta parte britannici, quindi culturalmente slegati dai cliché stantii spesso limitanti l’operato narrativo degli sceneggiatori statunitensi - hanno deciso di portare il genere supereroico là dove nessuno aveva mai osato prima. Non certo e non tanto nel “mondo reale” (impossibile, data la natura fantasiosa dei personaggi su cui si basa il fumetto supereroico) quanto in un mondo sempre più rispondente a leggi politiche, potremmo dire di “causa-effetto”, simili a quelle del nostro mondo. Da questa premessa parte la collana The Authority. Certo il mondo in cui questo inusitato supergruppo si muove non è del tutto fedele alla realtà: la tecnologia è più avanzata, per esempio, e gli assetti strategici fra le nazioni non sono gli stessi del mondo reale. Quello che però diventa più aderente a un’idea di “realismo” è il comportamento dei protagonisti stessi. Se Superman, come in genere il modello di eroe classico, fogliettonesco, d’appendice, agisce in modo puntiforme e isolato, rispondendo con la sua reazione supereroica a una ben circoscritta minaccia criminale,

al contrario The Authority prende il nemico in contropiede, utilizzando contro di lui la stessa spietata decisione, i medesimi mezzi drastici di eliminazione radicale. The Authority è stato definito da alcuni un fumetto “criptofascista”, a causa dell’insita violenza machiavellica del supergruppo nell’affrontare le minacce planetarie. Un nemico folle e potentissimo ha deciso di radere al suolo le principali città del mondo? Bene: The Authority userà contro di esso soluzioni che non lasciano possibilità d’appello, trucidandolo senza pietà. The Authority agisce dunque con le stesse tecniche, se vogliamo, “terroristiche” dei suoi avversari, che - attenzione - in realtà sono avversari del genere umano e non nemesi “private” degli eroi, come spesso accade nei fumetti supereroici più classici. The Authority è insomma un baluardo che si erge a protezione dell’umanità non solo per difenderla genericamente, come ogni altro supereroe ha fatto a partire dal 1938 (data di prima pubblicazione di Superman), ma si spinge anche nel tentativo ambizioso e finora mai tentato di cambiare il mondo, di modificarne l’assetto geopolitico con tutto quel che ne consegue - grazie agli immensi poteri degli eroi che compongono la squadra e alle tecnologie extraterrestri di cui essa dispone. The Authority fa cioè quel che probabilmente farebbe nella realtà qualsiasi organizzazione di eroi votati al bene e dotati di poteri sovrumani: agisce con atteggiamento attivo più che reattivo, facendosi fino in fondo carico dei poteri di cui è stata investita, e ponendosi al di sopra delle leggi e dei sistemi sociali umani, in maniera effettivamente semidivina o divina. È il lettore d’accordo o in disaccordo con tale atteggiamento? Certamente questo ciclo di storie si presta a numerose riflessioni. E di vario tipo. Ricordo ad esempio che è protagonista anche una coppia omosessuale, composta dai supereroi Midnighter e Apollo - evidenti ricalchi di Batman e Superman - che giungerà perfino a convolare a regolari nozze. A proposito di questo uso saggiamente e provocatoriamente politico di un elemento narrativo solo apparentemente pruriginoso ma in realtà profondamente inserito nel tessuto sociale di molte nazioni occidentali, va sottolineato come la scena di un bacio in bocca fra i due supereroi abbia sollevato negli USA un esagerato polverone, quando invece mai nessuno degli eccidi rappresentati in questo o in altri fumetti ha mai scandalizzato le associazioni di genitori ed educatori. E allora ben vengano scene del genere, che partono, ripeto, da scelte profondamente politiche e meditate, e non semplici boutade fini a sé stesse. In ultima analisi, The Authority si rivolge a un lettore più maturo del solito consumatore di comics supereroici - non per nulla l’ideatore della serie è inglese, dunque programmaticamente più raffinato dello sceneggiatore medio statunitense - e al di là degli scontri iperviolenti e fortemente spettacolari cerca di comunicare al lettore delle riflessioni nuove e impastate nella contemporaneità: come si risponde al terrorismo, cosa si fa di fronte alle minacce globali, specialmente se si ha il potere di fermarle alla radice. Attenzione solo a non confondersi: The Authority non nasconde necessariamente incitamenti filo-americani alla lotta al terrorismo. E non è, per lo meno secondo chi scrive, un fumetto “criptofascista”. Cerca invece di provocare il lettore e di farlo riflettere sul senso della violenza nel mondo e su cosa possono produrre poteri immensi sul nostro pianeta e sulle nostre vite. Nel bene e, soprattutto, nel male.


Tavole tratte da: Warren Ellis - Bryan Hitch - Paul Neary, The Authority (pr. ed. 1999), Ariccia (RM), Magic Press, 2003. Š 1999 Wildstorm Productions, an imprint of DC Comics. Š 2003 per l'Italia Magic Press.


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sezione 3


Siamo tutti Spartaco. Storia, politica e civiltĂ nei fumetti Hector G. Oesterheld Alberto ed Enrique Breccia Andrea Pazienza Marjane Satrapi Joe Sacco Giancarlo Berardi Ivo Milazzo Art Spiegelman


Hector G. Oesterheld - Alberto ed Enrique Breccia

Ché

Hasta la victoria, siempre! È accaduto negli anni passati che il fumetto involontariamente venisse ritenuto, sotto la lente deformante del fanatismo politico, latore di disordine sociale, quando non addirittura di propaganda rivoluzionaria. Questo genere di aberrazione ha coinvolto i fumetti più spesso di quanto sia dato pensare e in modi differenti a seconda del periodo storico e del paese teatro dell’equivoco contenutistico. Nell’Italia fascista, la maggior parte dei “cineromanzi” dovettero in qualche modo sottostare ai dettami ideologici del Minculpop. Negli Stati Uniti degli anni Cinquanta i comics vennero additati come corruttori della morale e rigidamente censurati. Questi, gli esempi più noti e rappresentativi degli “abusi di potere” perpetrati verso un mezzo di comunicazione in realtà quasi sempre scevro di velleità tendenti al plagio delle giovani menti: anzi, accadde spesso il contrario, cioè che gli stessi organi governativi - specialmente in tempo di guerra - obbligassero gli autori di fumetti (ma anche di disegni anmiati, per esempio) a scrivere storie fortemente orientate in direzione propagandistica. La miopia di pochi può addirittura, nei casi peggiori, trasformarsi in follia e trascinare nella tragedia grandi artisti e perfino le loro famiglie. È questo il caso del romanzo Ché, biografia a fumetti del celebre Ernesto “Che” Guevara, disegnata da Alberto ed Enrique Breccia (padre e figlio) e sceneggiata da Héctor Oesterheld, tutti e tre argentini. Realizzata nel 1968 (Guevara fu ucciso nel ’67), l'opera rimase per anni sottoterra, nel vero senso della parola, nascosta alla dittatura militare: i criminali del regime però non esitarono a far finire desaparecido Oesterheld (come già tenuto da conto a proposito dell'altra opera dell'autore inserita in questa mostra, L'Eternauta), a uccidere le sue quattro figlie e a minacciare di morte i Breccia. Finito il periodo del terrore argentino, tuttavia, Ché fu pubblicato per la prima volta nel 1987 in Spagna, grazie al dissotterramento da parte di Alberto Breccia dell'unica copia ancora esistente. Nel 1995 anche in Italia è stato pubblicato questo fumetto biografico, inizialmente grazie all’intraprendenza della piccola ma risoluta casa editrice Topolin di Milano (e forse non a caso l'editore, Jorge Vacca, è proprio argentino, come gli autori di Ché), ed in seguito - a puntate sulle pagine del settimanale ‘Extra’ del ‘Manifesto’. Ché costituisce una delle più alte espressioni di fumetto d'autore, di fu-

metto impegnato politicamente ma non per questo veicolo di speculazione ideologica; è uno dei massimi esempi di historietas (i fumetti argentini) e conserva inalterata, a prescindere dalle implicite opinioni storico-politiche ivi espresse, la sua folgorante carica poetica, fedele riflesso del raro spessore umano dei suoi autori.

Tavole tratte da: Alberto Breccia, Enrique Breccia, Héctor Oesterheld, Ché, Milano, Topolin Edizioni, 1995. © Topolin edizioni, Alberto ed Enrique Breccia, Elsa Oesterheld.


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Andrea Pazienza

Le straordinarie avventure di Pentothal La Bologna del ’77 vista da un testimone geniale Andrea Pazienza è stato uno dei più eclettici autori italiani di fumetti di tutti i tempi. Genio visivo assolutamente unico a livello internazionale, mano fertile e dai mille stili grafici, verve narrativa fuori del comune e capacità di personalismi linguistico-letterari davvero inusitata. Pazienza ha portato nel mondo del fumetto istanze giovanili e temi esistenziali prima di lui solo sfiorati da altri autori. Le straordinarie avventure di Pentothal è forse la sua maggiore opera giovanile. Certo “giovanile” nel suo caso acquisisce un senso tutto particolare, dal momento che Pazienza è vissuto solo fino a 32 anni (è morto prematuramente nel 1988). Pentothal, scritto e disegnato fra il 1977 e il 1980, durante il periodo “bolognese” di Pazienza - cioè quando l’autore viveva nel capoluogo emiliano, iscritto al neonato Dams - è un delirante diario di vita quotidiana e di sogni a occhi aperti di straordinaria visionarietà. In esso la vita universitaria, la partecipazione o il disimpegno politici, l’esperienza lisergica, il sesso e l’amore, tutto ciò viene filtrato e letto dalla sensibilità di Pazienza, protagonista assoluto, e certo anche molto narcisista, di questo turbillon di sensazioni, diversioni, suggestioni. Al quale prende parte, seppure in maniera non troppo centrale, anche la questione politica, in particolare il grande fermento giovanile, universitario e operaio del 1977, il “Movimento”. La politica interviene in Pentothal fra una tavola e l’altra: nella quarta, per esempio. Lucilla, una ragazza del giovane Pentothal (neanche a dirlo, alter ego di Pazienza), scaglia una pietra contro “i fascisti”, in una di quelle normali, calde notti bolognesi del 1977. O a tavola 6, dove nelle mura sotto i portici bolognesi si leggono scritte eloquenti, che rendono l’idea del tessuto sociale e del caldo clima politico di quel periodo. La Bologna di Pazienza è un luogo a metà fra la più cruda realtà e Alice nel Paese delle meraviglie, perché gli innegabili stati alterati di coscienza del Pazienza autore intervengono nel delineare un quadro emotivo più che storico, onirico più che realistico. Tuttavia da questo registro così surreale, pressoché l’unico presente nelle Straordinarie avventure di Pentothal, emerge senza alcun dubbio un’angoscia giovanile che dice al lettore quanto i giovani negli anni Settanta fossero so-

stanzialmente inascoltati e snobbati da chi amministrava le politiche culturali, quelle del territorio, quelle del lavoro - al lettore il compito di stabilire se, quanto e come la situazione sia cambiata nel frattempo. La stessa istruzione universitaria tradisce i suoi enormi limiti e la società, conformista e ormai priva di un’anima e di un sentire comune, è del tutto avulsa dal mondo giovanile. Che, dal canto suo, vorrebbe per sé valori ormai altri rispetto a quelli uniformanti e ingrigiti che il mondo pare poterle offrire, o meglio propinare. Così il mondo che Pazienza, e con lui molta altra gioventù italiana, costruisce idealmente a dispetto di tale inquadramento, è un universo anarchico, sognante, sottosopra, con ben pochi riferimenti alle regole fasulle e irregimentanti del mondo “reale”. Al di là dei personalismi autoriali di Pazienza, del suo stile camaleontico e del suo eclettismo visuale e narrativo, va sicuramente rilevato come Pentothal o anche altri suoi lavori come le celebri storie con protagonista il liceale Zanardi o la caricatura rispettosa e innamorata dell’ex presidente Pertini, siano fumetti carichi di vera partecipazione politica. Politica come appartenenza, come consapevolezza di essere in società, e dunque come desiderio di indicare le irrazionalità di tale società; paradossalmente, mediante un linguaggio grafico-narrativo altrettanto anarchico e irrazionale, forse per reazione, forse per il puro gusto per la provocazione, o forse - e ci pare di avvicinarci di più alla verità, in questo caso - per deliberata strategia estetica e poetica.

Tavole tratte da: Andrea Pazienza, Le straordinarie avventure di Pentothal (pr. ed. 1977-1980), Milano, Baldini & Castoldi, 1997. © Milano Libri Edizioni 1982. © 1977, 1978, 1979, 1980 Andrea Pazienza. © 1989 RCS Rizzoli Libri S.p.A. © 1997 Baldini & Castoldi s.r.l. Milano.


Marjane Satrapi

Persepolis Una donna d’oggi contro la negazione delle libertà Il fumetto e il suo mondo sono da sempre costellati, in ogni latitudine, da molteplici quesiti, più o meno viziosi, più o meno interessanti. Chi è stato il primo autore di fumetti e dove ha esercitato, chi è stato il primo supereroe, qual è l’albo più venduto della storia. Poche delle precedenti questioni, però, possono avere la stessa importanza e riscuotere il medesimo interesse di quelle che riguardano il ruolo del fumetto dal punto di vista realmente culturale, realmente sociale. Una di queste, e non è casuale, è se il fumetto può aiutarci a comprendere meglio mondi e ambienti che, per un motivo o per l’altro, conosciamo poco e in via distorta. La risposta è sì. Può. Ne è dimostrazione evidente quel tipo di fumetto proveniente da zone nel mondo davvero misconosciute nella nostra turris eburnea occidentale. Un’opera recentemente salita alla ribalta, non certo per “moda” ma per ampi meriti artistici e narrativi, è Persepolis dell’artista iraniana Marjane Satrapi. Persepolis è un fumetto fuori dall’ordinario. Un fumetto autobiografico - e fin qui, si dirà, niente di nuovo. Un fumetto che però, attraverso gli occhi e i pensieri, nonché la reale esperienza di vita di una bambina, poi ragazza poi donna, narra di temi importanti. La differenza fra l’Islam reale e le sue derivazioni più o meno fanatiche. Fra le libertà concesse e le libertà negate. I rapporti sempre ambigui con la politica di sotterraneo dominio economico da parte degli Stati Uniti. Le modifiche nella società civile in Iran: nel 1979, con la cosiddetta “Rivoluzione islamica” , il governo moderato viene rovesciato - con lo zampino di un “certo” Paese straniero - e comincia in Iran un nuovo clima tutt’altro che democratico. Marjane Satrapi aveva dieci anni nel 1980. Fino all’anno prima giocava sotto casa con le sue amichette, i capelli fluenti al vento. L’anno seguente era costretta a indossare un foulard sulla testa. Amici dei suoi genitori vennero progressivamente imprigionati. Molti di loro, “scomparvero”. Satrapi, con piglio talvolta documentaristico-giornalistico, talaltra in modo fortemente coinvolto, ma sempre con grande perizia affabulatoria, racconta la vicenda del suo Paese durante l’arco della propria ancora giovane esistenza. Ovviamente si tratta di un racconto,

dichiaratamente, parziale, personale. Però ha il pregio di raccontarci, con linguaggio piano e un sapore grafico incisivo e lineare, fortemente espressivo nella sua semplicità, la vita sociale di un Paese e di molti dei suoi cittadini lungo vent’anni di storia contemporanea. Scusate se è poco, per un’opera prima. Prima nella carriera di Satrapi, prima soprattutto nell’appena nata storia del fumetto iraniano, un fumetto la cui origine, cioè Marjane, scaturisce da un ambiente cosmopolita, laico e democratico come quello della Francia, dove da anni l'autrice risiede.

Tavole tratte da: Marjane Satrapi, Persepolis (pr. ed. 1999), Roma, Lizard, 2002; © 1999 L'Association. © 2002 Lizard edizioni s.r.l.


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Joe Sacco

Palestina: una nazione occupata Il reporter che scrive i suoi articoli a fumetti Joe Sacco, story-teller e reporter nello stesso tempo, è una figura singolare del fumetto e, direi, del giornalismo, perché descrive e interpreta delicati fatti politici, pur se con forme e linguaggi insoliti. L’impatto che l’opera di Joe Sacco può provocare sui lettori è duplice: uno determinato dalla formula grafica, elegante e cruda nello stesso tempo; l’altro determinato dai contenuti veri e propri, che ci mettono in contatto con un tipo di narrazione assolutamente innovativo. Un tipo di giornalismo a fumetti come quello di Sacco andrebbe divulgato direttamente sui quotidiani e sui settimanali ad alta tiratura: la veste in volume o in comic-book è, almeno in Italia, un buco nell’acqua. Naturalmente ciò non toglie che sia d’obbligo un grato plauso al primo editore italiano di Palestina, la Phoenix di Daniele Brolli, perché in sua assenza difficilmente avremmo letto Sacco nella nostra lingua. Ad ogni modo, l’effetto principale che Joe Sacco ha sui lettori di fumetti è quello di riuscire a provocare una propensione alla riflessione ponderata su temi solitamente o evitati dalla cosiddetta agenda dei media, o palesemente contraffatti nel loro sviluppo storico, anno dopo anno, dall’informazione generalista. A latere, Joe Sacco ha un effetto positivo su Joe Sacco medesimo: basta leggere Palestina per notare l’incedere graduale e metamorfico delle opinioni dell’autore sulla questione palestinese, opinioni che per l’appunto cambiano - suppongo insieme a quelle del lettore - man mano che vanno avanti la sua peregrinazione e il suo resoconto diaristico e parziale eppure adeguatamente giornalistico. L’importanza di Palestina è grande perché Sacco, formatosi in gran parte in America, muta progressivamente opinione rendendosi conto in prima persona di fatti palesi a chiunque abbia mai impugnato i documenti giornalistici relativi alla questione palestinese. E se un’opera a fumetti riesce ad aprire gli occhi, a invitare a una migliore conoscenza, di sicuro il suo effetto è non solo positivo, ma soprattutto utilizza al meglio le tanto decantate, ma quasi mai davvero sfruttate, potenzialità del medium. Isolazionismo culturale o meno. Gli assi su cui si muove l’autore maltese, ovviamente, sono il reportage e il fumetto. Un giornalismo come quello di Sacco è più che mai destinato allo scetticismo del grande pubblico: le vaste platee difficilmente, almeno per ora, possono accettare che un giornalismo a fumetti di per sé non è meno affidabile di un giornalismo scritto o audiovisuale. Ma se pensiamo che il fumetto alla base è un linguaggio, una forma non un genere o uno stile - allora esso può farsi mezzo portante di qualsiasi tipo di contenuto e di qualsiasi formato comunicativo, che esso si trovi nell’ambito della narrazione fantastica o in quello della testimonianza di fatti realmente accaduti. Joe Sacco è un giornalista e solo “incidentalmente” un fumettista. L’accento infatti, nel suo caso, non va posto semplicemente sulla forma che egli utilizza per comunicare bensì, più complessivamente, sugli scopi e i contenuti della comunicazione. Joe Sacco è diverso dai fumettisti “classici” proprio perché, in maniera pressoché inedita, si serve di una formula grafica per parlarci della cruda realtà, e lo fa da testimone.

Infatti Sacco non racconta. Sacco piuttosto riferisce e riflette, anche se da un punto di vista del tutto soggettivo, e proprio per questo autenticamente giornalistico. E questo fa di lui, definitivamente, un reporter. Prescindendo da Joe Sacco, crediamo che l’utilizzo dei linguaggi fumettistici nel giornalismo non debba essere osteggiato. Certo la figuratività di Sacco non è “neutra”: è invece il frutto di una profonda ricerca artistica, in buona parte indipendente dalla porzione più puramente giornalistica del suo lavoro, e di un preciso atteggiamento culturale verso la notizia. L’intento è dunque ben altro che non la testimonianza asfittica di un fatto, o l’aneddoto di costume: Sacco desidera non solo dire al lettore qualcosa in più, ma gli dice con inequivocabilità che glielo sta dicendo, quel qualcosa in più. Un messaggio, in particolare, emerge a caratteri cubitali dai tratteggi precisi e carnosi delle sue tavole, dall’uso delle didascalie svolazzanti, dalle inquadrature esagerate: “Rifletti! Informati! Parlane con altri!”. Bisognerebbe piuttosto chiedersi se in generale sia lecito un mix fra un giornalismo asettico e referenziale e un giornalismo d’opinione. Il vecchio adagio giornalistico “la notizia è sacra, il commento è libero” parla però molto chiaro, sottintendendo un’altra regola fondamentale della professione oggi quasi dimenticata: i fatti separati dai commenti. Ora, il giornalismo di Sacco è una formula peculiare di giornalismo d’opinione. Di buon giornalismo d’opinione, intendiamoci, tuttavia per Palestina o per Safe Area Gorazde (altra sua celebre opera, frutto di una approfondita ricognizione nei Balcani) il principio della separazione tra fatti e opinioni sui medesimi viene scavalcato a favore di un registro sì diaristico, sì privo di messaggi subliminali al lettore a favore di un’idea o di un’altra; e tuttavia il pubblico, nonostante i lodevoli sforzi documentaristici di Sacco, non sempre ha la possibilità di carpire dalla lettura dell’opera-reportage la situazione complessiva né soprattutto di individuare dove finisce il riferimento di un fatto e comincia - sempre poi se c’è - l’interpretazione del fatto stesso da parte dell’autore. Fortunatamente Sacco è un uomo responsabile, e si limita a presentare fatti con l’intenzione di stimolare la riflessione. La forza “eversiva” dei suoi lavori scaturisce più che altro dal fatto che egli ci presenta situazioni ed elementi assolutamente nascosti dall’informazione ufficiale, ci mostra che le cose non sono mai come sembrano. Non è poco. Joe Sacco dunque ci pare un bravissimo narratore, e dei fatti di cui è testimone, e delle garbate interpretazioni - sia esplicite sia implicite, come risulta evidente dalle sue opere - che di tali fatti ha formulato. E sappiamo tutti quanto oggi siano indispensabili autori intelligenti e colti che divulghino con abilità le loro opinioni, i loro commenti, o anche semplicemente il loro invito alla riflessione su fatti sconosciuti o falsati dall’informazione globalizzata. Se Joe Sacco sia un buon giornalista è un parere che lasciamo tuttavia al lettore, sulla base delle sue convinzioni e della sua idea di “giornalismo”. Certo è che il portato innovativo dell’opera di questo autore-cronista è notevole, e apre una nuova via, che potremmo forse definire rivoluzionaria, al giornalismo tout court.

Tavole tratte da:

Joe Sacco, Palestina: una nazione occupata (pr. ed. 1993-1998), Bologna, Phoenix Enterprise Publishing Company, 1998. © 1993-1994-1998 Joe Sacco. © 1994 Phantagraphics Books. © per l'Italia Phoenix Enterprise.


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Giancarlo Berardi - Ivo Milazzo

Ken Parker: Sciopero

Il fumetto western che ha fatto dell’impegno il suo marchio Ken Parker è considerato in Italia, anche da qualificati osservatori stranieri, il miglior fumetto western mai realizzato. Meglio di Tex, meglio di Kinowa, meglio degli stranieri Blueberry o Jeremiah. Perché? Un motivo ci sarà. Nato nel 1977 quasi per caso grazie a una proposta degli allora giovanissimi autori Giancarlo Berardi (ai testi) e Ivo Milazzo (ai disegni) avanzata nei confronti dell’editore Cepim, alias Sergio Bonelli, Ken Parker è un fumetto dai molti primati. Primo: è un western prodotto in un periodo in cui il genere era in declino. Secondo: dal punto di vista linguistico, è una serie che utilizza in modo massiccio, sempre consapevole e soprattutto con grande sapienza, tutti i migliori strumenti del codice fumettistico-cinematografico, spingendo al limite le potenzialità narrative del fumetto italiano cosiddetto “popolare”. E, terzo, Ken Parker è un fumetto nato da due autori sempre attenti ai temi fondanti del vivere in società. Anche attraverso la lente “deformante” del genere western, dunque attraverso ambientazioni e cliché familiari a chi conosca anche minimamente il ben più famoso Tex o, ovviamente, il classico cinema hollywoodiano, da John Ford a Sam Peckinpah - tanto per citare solo due dei cineasti che hanno fatto grande il genere - Ken Parker ha scritto pagine memorabili del fumetto italiano. Sciopero è una di queste pagine. Ken Parker, personaggio-persona dal carattere autentico, libero di cambiare idea da un’avventura all’altra perché s’accresce la sua esperienza, proprio come una persona vera, in questa storia viene coinvolto in una manifestazione di protesta da parte di un’intera fabbrica, i cui operai sono esasperati dalle condizioni di lavoro sempre più inaccettabili. Il bello è che inizialmente Ken è un infiltrato del governo all'interno della fabbrica, assunto come operaio, con il compito di individuare i sobillatori. Ma nell'assistere a ripetuti episodi d'abuso sul lavoro, nell'osservare da vicino le condizioni di vita degli operai e la loro immensa fatica nel tirare a campare, e come se non bastasse, nel rendersi conto delle terribili ingiustizie che i "padroni" perpetrano ai danni della forza lavoro, ebbene Ken deciderà di passare dall'altro lato della barricata, diventando di fatto, a sue spese, fuorilegge. E quando scriviamo "barricata" non parliamo per metafore, perché in Sciopero ha luogo una protesta dei lavoratori riuniti, ai quali

si aggiunge coraggiosamente anche Ken. Lo sciopero però viene soffocato nel sangue da parte delle autorità, ovviamente alle dipendenze degli industriali del luogo: Ken si salva solo grazie al sacrificio di un vecchio operaio. La realtà quindi è al centro di Ken Parker: attraverso l'epopea del West e in generale dell'Ottocento americano, questo straordinario fumetto addita spesso le crudeltà e i soprusi di cui l'uomo (bianco, soprattutto) è capace. E in Sciopero in particolare emerge chiaramente la forza della folla, una folla che pensa, è padrona di sé e soprattutto è pacifica, come spesso è stato nel passato e come spesso è ancora nel presente, a dispetto di quello che i media "ufficiali" cercano di farci credere con ampie omissioni o manomissioni della realtà.

Tavole tratte da: Giancarlo Berardi - Ivo Milazzo, Sciopero (pr. ed. 1984), in Ken Parker, Roma, Gruppo Editoriale L'Espresso, 2003. Ken Parker © Berardi & Milazzo. © 2003 Panini S.p.A.


Art Spiegelman

Maus. Racconto di un sopravvissuto L'Olocausto come non s'era mai visto Maus è stato uno dei romanzi più coraggiosi mai ideati e publicati. Il suo difficile argomento, la shoah, e i numerosi riconoscimenti attestatigli, basti citare lo Special Award del premio Pulitzer, sarebbero sufficienti a dargli fama imperitura. Tuttavia, oltre agli indubbi meriti narrativi e tematici di cui si dirà, Maus passerà per l'appunto alla storia perché, con estrema maturità, narra i suoi temi importanti a fumetti. Intendiamoci: Maus non è stato affatto il primo e assolutamente non è l'ultimo libro a fumetti a raccontare eventi storici importanti e tragici come - nel suo caso specifico - la strage degli ebrei a opera dei nazisti e dei fascisti. La forma fumettistica anzi, non c'è bisogno di sottolinearlo, ha spesso favorito, e spesso favorisce tuttora, la realizzazione di storie dal taglio maturo, serio. Tuttavia Maus, nel suo parlarci dei campi di concentramento, della persecuzione, della barbarie nazifascista, utilizza un linguaggio grafico e, alla base, una poetica - davvero originali. E per questo ha suscitato tanto positivo scalpore e la sua popolarità ha di molto superato i confini delle platee di lettori di fumetti, acquisendo notorietà trasversale e internazionale fra molti intellettuali generalmente non dediti alla lettura dell'arte sequenziale. Art Spiegelman, l'autore di Maus, è oggi uno schivo signore di mezza età che negli anni Ottanta era già famoso negli Stati Uniti per aver ideato una storica rivista di fumetto "alternativo", di fumetto cioè d'autore e slegato dalle classiche logiche di mercato del fumetto popolare americano. Si trattava di Raw, la rivista di grafica e fumetti d'avanguardia che, come si leggeva provocatoriamente nel sottotitolo del primo numero, "sopravvaluta il gusto dei lettori americani". Spiegelman è inoltre da anni illustratore per molti prestigiosi quotidiani e riviste americani. E Art Spiegelman è anche il figlio del protagonista di Maus. Questo racconto della sofferenza è infatti una biografia raccontata sul filo dei ricordi da Vladek, polacco di Czestokova, al figlio Art, nato a Stoccolma ma nuovayorkese d'adozione. Il racconto di un sopravvissuto fatto a un figlio che, suo malgrado, è in qualche modo anche lui un sopravvissuto: sopravvive infatti ai sopravvissuti, ed esorcizza questo fardello raccontando nero su bianco la terribile storia (o Storia) di suo padre, scampato al lager di Auschwitz insieme alla moglie e per puro miracolo, là

dove invece molti amici e parenti non riuscirono a trovare scampo. La tecnica narrativa di Spiegelman è superlativa nella sua semplicità, nel suo dipanarsi fra i due piani temporali della Polonia anni Trenta e Quaranta e del presente a New York, dove avviene il racconto-testimonianza da padre a figlio. Essa funzionerebbe benissimo anche se Spiegelman figlio, il cartoonist, non avesse scelto di utilizzare per raccontare questo allucinante racconto, un linguaggio visivo fortemente metaforico, animalizzando i personaggi, come avveniva nelle favole e come, più comunemente, avviene spesso nei fumetti e nei cartoni animati umoristici. Solo che stavolta il registro, l'intento comunicativo, la stessa essenza poetica del racconto e delle sue figure animalizzate sono molto diversi. Gli ebrei sono topi, i nazisti sono gatti, i polacchi sono maiali, gli americani sono cani. E altre figure animalesche, ciascuna delle quali rappresenta una nazionalità e quindi inevitabilmente un ruolo, volontario o meno, nel complesso e tragico schacchiere della Seconda guerra mondiale, sono rappresentate in Maus. Un circo, uno zoo, profondamente umano nonostante - a causa della - terribile alienità dello scenario storico. Maus, come appare evidente nelle tavole qui selezionate, è una vera e propria escalation del terrore, dove nulla è inventato, dove tutto è accaduto così, né più né meno, come garatisce la memoria indelebile del sopravvissuto Vladek, al quale noi, volenti o nolenti, siamo condannati a sopravvivere, per ricordare. Sempre.

Tavole tratte da: Art Spiegelman, Maus (pr. ed. 1973), Milano, BUR, 1998. © 1973, 1980, 1981, 1982, 1983, 1984, 1985, 1986, 1989, 1990, 1991 by Art Spiegelman. © 1989, 1992, 1995 RCS Libri & Grandi Opere S.p.A., Milano. © 1997 RCS Libri S.p.A., Milano


D i S pa r ta c o , E r o i

E

r i v o lt E


si ringraziano: Soprintendenza Regionale della Campania Soprintendenza Archeologica di Napoli e Caserta Ufficio Archeologico di S.M.Capua Vetere e Prof.Stefano De Caro Dott.ssa Valeria Sampaolo Mostra realizzata nel 2003 nell’ambito del Progetto “SPARTACUS” per la valorizzazione dell’Anfiteatro Campano in S.M.Capua Vetere (CE)

realizzazione Capua Antica Festival info@capuanticafestival.it www.teatridipietra.org

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