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A questo proposito, è particolarmente rilevante il caso che si riscontra a Tirinto in una casa ritenuta abitata da gente venuta dall’Italia. Qui, insieme alla ceramica d’impasto ed a quella peudominia sono state trovate anche ciotole e tazze di tipologia italica subappenninica, ma realizzate con ceramica micenea210. Secondo alcuni gli autori degli oggetti sarebbero persone insediatesi a Tirinto pacificamente, e pacificamente integrate ad un livello sociale più basso. Altri, come abbiamo visto, hanno pensato ad invasori provenienti dalle aree danubiane dei Balcani, ma soprattutto dall’Italia. Rifacciamoci un momento agli ultimi tempi all’Impero Romano d’Occidente. E’ ovvio e risaputo che i primi barbari che vi emigrarono lo fecero in modo pacifico, e che alcuni di loro si integrarono e raggiunsero pure qualche alto livello sociale. Tutti però sappiamo che poi quei barbari si organizzarono ed invasero l’Impero con le armi fino a mettersene addirittura al potere. Una situazione piuttosto simile dovette verificarsi nelle regioni che si affacciavano sul Mediterraneo orientale a partire dal sec. XIV prima di Cristo. 11).TROIA VIIa Sulla base dei frammenti micenei dell’inizio del TE IIIC trovati fra le sue rovine, l’insediamento di Troia VIIa dovrebbe esser durato da ca. il 1280 a ca. il 1190 a.C. Le fortificazioni della precedente Troia VIh erano crollate attorno al 1300 forse a causa di un terremoto e comunque in concomitanza dell’occupazione della città da parte di Pijamaradu che ne detronizzò il re e ne prese momentaneamente il posto. Questa occupazione è documentata dagli annali redatti dai cronisti degli imperatori ittiti (vd. p. 106, ss). La città che fu riedificata è quella che conosciamo come Troia VIIa. Le mura e le case furono ricostruite con i blocchi caduti durante la distruzione. Non fu programmata nessuna nuova fortificazione. Però nei pavimenti delle case furono scavati pozzi per collocarvi anfore con derrate. E’ quindi possibile che gli abitanti di Troia abbiano accumulato provviste perché temevano una nuova invasione da parte di Pijamaradu o di chiunque altro. E’ stato anche pensato che queste anfore siano “un segno di occupanti provvisori durante la ricostruzione della città”211. A Troia, si importa ora una minore quantità di ceramica micenea (solo il 2% del totale usato). In quel periodo, peraltro, il mondo miceneo stava entrando in un una profonda crisi.

Nella città si continua a fabbricare ceramica simile a quella della precedente Troia VIh, ma appaiono nuove forme. Queste includono la presenza di Dark Slipped Tan Ware. E’ questa una nuova forma di vasi in Minyan e Wares Tan. Fra le nuove forme si riscontrano alcuni esemplari di sorprendente origine italica come vasi cordonati, tazze carenate, anse cornute o a sopraelevazione cilindro retta. Segno questo di contatti avuti con l’Italia o addirittura di immigrazione di gente venuta dall’Italia centrale tirrenica (Còrito Tarquinia) come cantava Virgilio nella sua Eneide. La presenza di genti italiche in oriente potrebbe anche essere testimoniata dai geroglifici egizi dove si parla di Turuscia o Turscia o Truscia (cfr, um. Turski, lat. Tu(r)sci > Etrusci > it. Etruschi) che dopo aver dilagato nel Mediterraneo orientale e in Anatolia avevano tentato d’invadere l’Egitto dapprima assieme agli Achei, e poi uniti ai Teucri (Troiani) e ai Pelasgi. Fra il 1190 ed il 1180 a.C. Troia subisce una nuova disastrosa distruzione. Questa, secondo la tradizione greca, fu opera di una lega di città achee, comandata da Agamennone re di Micene. Però, in questo periodo, le maggiori città micenee, e soprattutto Micene, avevano già subito i disastri di cui abbiamo parlato in questo lavoro, s’erano spopolate ed erano cadute in una profonda crisi. E’ quindi poco probabile che siano stati 210 211

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M. Bettelli, Italia Meridionale e Mondo Miceneo, Firenze, 2002, p. 135. Vedi p. 105 con n. 13.

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Dna etruschi e troia di alberto palmucci  

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