Page 36

Da Tebe, poi, disse Eforo, i Pelasgi furono scacciati ad opera dei Mini e degli Orcomeni che li sospinsero verso Atene75 dove pure, a detta di Erodoto, introdussero il culto dei Cabiri e la religione dei Misteri. Qui, sull’acropoli della città, costruirono il famoso Muro Pelargico o Pelasgico o Pelastico. Essi però, come vedremo, furono scacciati anche da Atene, ed andarono a sciamare nelle isole Egee (Samotracia, Imbro, Lemno, ecc.) e sulle coste dell’Asia Minore portando seco il culto dei Cabiri. Secondo la tradizione virgiliana, colui che introdusse a Samotracia e nella futura Troade il culto dei Cabiri fu Dardano originario della etrusca città di Corito (oggi Tarquinia)76. Il progressivo allargarsi del culto cabirico da Tebe fino in Asia Minore trova corrispondenza nelle testimonianze archeologiche. Il tempio dei Cabiri (Cabirion) di Tebe è più antico di quelli delle isole Egee, e sullo stesso luogo del tempio sono stati trovati resti di un culto che risale all’età del Ferro. Come si vede, i luoghi del culto dei Cabiri coincidono con quelli delle tappe della migrazione di quei Tirreni che andavano a fermarsi qua e là errando come cicogne (pelargi), tanto che a Dodona e a Tebe la stessa Grande Madre dei Cabiri fu chiamata Pelarge (= cicogna), e i Cabiri stessi furono rappresentati come Cicogne. 7). L’ESPULSIONE DA ATENE. Abbiamo già anticipato che il personaggio di Maleoto, emigrato dal sito di Regisvilla (presso Tarquinia: vd. p. 53) ad Atene trova riscontro proprio ad Atene in una cosiddetta Festa dell’Altalena istituita in onore di Alete (= errante) figlia di Maleo o Maleoto, il Tirreno77. Costei si sarebbe impiccata per il dolore dovuto al linciaggio del padre da parte degli Ateniesi. Ritroveremo però il nostro re a vagare nel Mediterraneo orientale fino a Colofone, in Lidia (vd. p. 42). Il suo linciaggio, evidentemente, e il suo futuro vagare verso oriente erano connessi con la cacciata da Atene di quei Tirreni o Pelargi (cicogne) o Pelasgi o Pelasti che vi avevano emigrato (vd. p. 30). A questo proposito, Ecateo di Mileto (560-490 a.C.) disse che gli Ateniesi, invidiosi della capacità che i Pelasgi avevano dimostrato nella costruzione del muro della città ed in altri settori, li cacciarono via. Secondo la tradizione ateniese, invece, i Pelasgi furono espulsi perché importunavano le donne della città. 75

Eforo (sec. III a.C), in Strabone, loc. cit. Servio, Ad Verg. Aen. III, 15; 95; 104; 108; 167; Mit. Vaticani, I, n. 135; II, 192; Isidoro, Etimologie, IX, 2,7. 77 Esichio, Lexicon, s.v. Aiora; Etymologicum magnum, s.v. Aiora. E’ arduo capire le articolazioni interne di questa leggenda. Le fonti classiche raccontano che, ad Atene, un certo Icario apprese da Dioniso, amante della figlia, l'arte di produrre il vino. Costui ne fece poi bere un otre ai pastori suoi vicini. Ubriacatisi, questi crederono d'essere stati avvelenati, così uccisero Icario e lo lasciarono sotto un albero ai piedi del monte Imetto presso Atene (l’uccisione del personaggio e l'abbandono della salma ai piedi dell’Imetto potrebbero aver qualche connessione con la cacciata da Atene dei Pelasgi o Tirreni che tradizionalmente abitavano su quel monte). Quando la figlia Alete e la cagnetta Maira lo trovarono, la figlia s'impiccò all'albero, e la cagnolina si lasciò morire vicino al padrone. Dioniso, allora, li vendicò provocando nelle figlie degli Ateniesi una forma di pazzia tale che le costringeva ad impiccarsi. La vendetta terminò solo quando gli Ateniesi punirono i colpevoli, ed istituirono in memoria di Alete le feste dell'Altalena durante le quali bambole impiccate agli alberi oscillavano al vento come altalene. Zeus, intanto, mutò Alete nella costellazione della Vergine, e Dioniso mutò la cagnetta in quella del Cane Minore. E’ ipotizzabile che Dioniso, in una variante del mito di Icario, abbia trasmesso l’arte del vino al tirreno Maleo. Nell'inno omerico a Dioniso, infatti, si narrava di marinai tirreni che avevano rapito il dio “per andarlo a vendere in Egitto o nelle terre degli Iperborei”. Dioniso, allora, prese l'aspetto di un leone, inondò di vino la nave dei Tirreni, avviluppò le vele con piante di vite, e mutò in delfini i pirati che atterriti si buttavano in mare. Dioniso salvò solo il nocchiero perché era stato l'unico ad opporsi al suo rapimento. C’è da ipotizzare che in una variante filoetrusca del mito, il nocchiero risparmiato da Dioniso sia stato identificato con l’errante Maleo emigrato dall’Etruria ad Atene. Costui potrebbe aver insegnato agli Ateniesi l'arte di fare il vino. Forse non a caso nella variante latina di Igino, uno dei pirati etruschi si chiamava Melas, e nella versione di Ovidio si chiamava Melanto (Igino, Leggende, 104; Ovidio, Metamorfosi, III, 617). 76

36

Profile for Alberto Palmucci

Dna etruschi e troia di alberto palmucci  

Dna etruschi e troia di alberto palmucci  

Profile for tarquinia
Advertisement