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la città, infatti, spiegano, è posta sul monte così chiamato dal nome del re Còrito (vd. n. 27). Anche un’anonima nota d’epoca romana apposta all’Eneide afferma: “Còrito è il monte (Corythus mons est)” (vd. nota)689. I commentatori di epoca romana volevano spiegare che urbes Corythi non significava “le città di Còrito”, bensì “la città di (monte) Còrito”. In Latino, il plurale urbes in luogo del singolare urbs era molto frequente. Questo significa pure che l’analisi dell’espressione virgiliana Corythi urbes era determinata dalla certezza che la città di Còrito era nel luogo indicato.

Con l’arrivo a Còrito, finisce il viaggio di Enea in Etruria, e si compie il ritorno all’antica madre etrusca dei Troiani, ordinato all’eroe dagli dèi. Eppure, nel 1554, per stornare da Tarquinia le connessioni con la Còrito virgiliana, Annibal Caro, nella versione italiana dell’Eneide, ne cambiò il testo, ed arbitrariamente tradusse: “Enea è giunto fine alla estreme città d’Etruria”, vanificando in tal modo la localizzazione di Còrito. La sua versione è rimasta canonica; così egli ha trasmesso l’arbitrio a una miriade di pedissequi traduttori e commentatori vecchi e nuovi, anche “importanti”, e ha dato appiglio a ritenere che la virgiliana città di Còrito fosse altrove. Esempio: nelle varie edizioni di Arnoldo Mondadori, il “consideratissimo” testo dell’Eneide, tradotto da L. Canali e commentato da E. Paratore, traduce “Non basta, si è spinto fino alle estreme città dell’Etruria”.

Riassumiamo. Virgilio diceva che il campo di Tarconte era vicino al mare690 e presso un fiume. Gli esegeti virgiliani d’epoca romana sostenevano che il “campo” di Tarconte si trovava sulla cima pianeggiante dei colli, e riferivano che la notizia non solo era contenuta in tradizioni scritte, ma poteva anche esser controllata sul posto. Questo luogo era vicino al fiume Mignone; e il fiume si trovava oltre il porto di Centumcellae (oggi Civitavecchia). In effetti, il Mignone sfocia fra Civitavecchia e Tarquinia. Evidentemente, a quel tempo non solo si poteva andare di persona nella regione attorno alla foce del Mignone a visitare la sommità pianeggiante della collina dove le fonti scritte ponevano il campo federale di Tarconte e il luco di Silvano, ma si sapeva pure che lì c’era, o che una volta ci fosse stata, la mitica città di Còrito. Giustamente, nella Vita di S. Gugliemo, il discepolo Alberto ( ? - 1187) scrisse: Corneto, un tempo detta Còrito, dove Dardano è nato (Cornetum olim Corythum unde Dardanus ortus). Paolo Perugino e Boccaccio, poi, ci tramandarono che “Còrito [...] era quella città che oggi [...] si chiama volgarmente Corneto” (vd. pp. 221- 222). D’altronde, gli dèi avevano ingiunto ai Troiani di tornare a Còrito, perché questa era la loro “antica madre”. Così l’arrivo di Enea nella città risolve la contraddizione imputata a Virgilio. E’ vero che il poeta aveva presentato l’arrivo dei Troiani alla foce del “Tevere epreparava l’espressione che il poeta stesso userà subito dopo quando dirà: “Enea è penetrato fino alla lontana città di Còrito”. Elio Donato, infine, chiude il discorso sostenendo che Virgilio, nel dire che Enea era entrato nella città di Còrito, aveva fatto buon uso del verbo penetrare, perché in precedenza il poeta stesso aveva definito il Palatino e Còrito come una regione profondamente lontana da Ardea. Con quest’ultima considerazione, Donato piazza inequivocabilmente il monte e la città di Còrito nel contesto geografico compreso fra la zona del Palatino di Roma e quella della foce del Mignone presso Tarquinii. Il verbo latino penetrare è composto da penitus (= profondamente) più intrare (= entrare), e significa “entrare profondamente”.

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C.G.L., VI, p. 277, s.v. Coritus. I commentatori di epoca romana volevano spiegare che urbes Corythi non significava “le città di Còrito”, bensì “la città di (monte) Còrito”. In Latino, il plurale urbes in luogo del singolare urbs era molto frequente. Questo significa pure che l’analisi dell’espressione virgiliana Corythi urbes era determinata dalla certezza che la città di Còrito era nel luogo indicato. 690 VIII, 555: “Tyrrheni ad litora regis”.

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Dna etruschi e troia di alberto palmucci  

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